Giorno: 14 gennaio 2011

Vendite telefoniche: dal 1° febbraio ci si potrà iscrivere al Registro per non essere tormentati. Chi non si iscrive potrà essere contattato liberamente.

Postato il Aggiornato il

Dal prossimo 1° febbraio ci si potrà iscrivere al Registro delle Opposizioni, gestito dalla Fondazione Ugo Bordoni su incarico del Ministero dello sviluppo economico, per non essere contattati in alcun modo dai famigerati venditori telefonici. L’iscrizione è essenziale, poichè in pratica con la nuova normativa, si torna al sistema precedente dell’opt-out che  stabilisce la regola del silenzio assenso. In pratica gli abbonati sono tutti contattabili, salvo quelli che si iscrivono nel registro.

Di seguito il link del gestore del Registro, la Fondazione Bordoni:

Registro delle Opposizioni

Un interessante articolo sull’argomento (da Kataweb):

Articolo di Kataweb

Annunci

Fallimento: l’ipoteca iscritta sull’immobile si estende a tutto quanto costituisce accessione dell’immobile stesso (Cassazione 377/2011)

Postato il Aggiornato il

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 7 dicembre 2010 – 10 gennaio 2011, n. 377
Presidente Vitrone – Relatore Rordorf

Svolgimento del processo

La sig.ra M.S..M. , ammessa in via privilegiata al passivo del fallimento della Cooperativa Agricola Terra d’Oro a r.l., con ricorso depositato il 7 febbraio 2005 propose reclamo avverso il piano di riparto reso esecutivo dal giudice delegato contestando l’assegnazione della somma di Euro 95.544, 53 al creditore ipotecario Banco di Napoli s.p.a. (poi incorporato dalla San Paolo Imi s.p.a.).
Il tribunale di Foggia, con decreto reso pubblico il 31 marzo 2005, premessa l’ammissibilità del reclamo per non essere stata data alla sig.ra M. , prima del 18 gennaio 2005, alcuna comunicazione di cancelleria idonea a far decorrere il termine d’impugnazione, lo rigettò tuttavia nel merito, perché ritenne che l’ipoteca iscritta dal Banco di Napoli sui terreni della società fallita, sopra i quali insisteva lo stabilimento oleario da quest’ultima gestito, si estendesse anche ai silos dalla cui vendita era stata ricavata la somma in contestazione trattandosi di manufatti connessi fisicamente al terreno e perciò rientranti nella categoria degli immobili per accessione. La reclamante fu altresì condannata al pagamento delle spese processuali in favore della curatela e dell’istituto di credito resistente.
Per la cassazione di tale provvedimento la sig.ra M. ha proposto ricorso, illustrato poi da memoria.
La San Paiolo Imi, quale mandataria della Società per la Gestione di Attività – AGA s.p.a., cessionaria del credito di cui si discute, ha resistito con controricorso, proponendo anche un motivo di ricorso incidentale condizionato.

Motivi della decisione

1. I ricorsi proposti avverso la medesima sentenza debbono preliminarmente esser riuniti, come dispone l’art. 335 c.p.c..
2. La ricorrente principale, oltre che di vizi di motivazione del decreto impugnato, si duole della violazione degli artt. 812 e 2811 c.c.. Ella sostiene, facendo riferimento alle risultanze di una relazione peritale in atti, che il maggior valore dei silos e la loro prevalente funzione economica rispetto al suolo sul quale insistono impedirebbe di considerarli come una pertinenza del terreno, trattandosi invece di beni mobili compresi in un complesso aziendale, come tali non privi della loro individualità essendo agevolmente rimuovibili. Sarebbe stato onere del creditore ipotecario – aggiunge la ricorrente – dimostrare l’esistenza di un vincolo pertinenziale che leghi i silos all’immobile ipotecato, ma aria tal prova non è stata fornita.
Lamenta infine la ricorrente anche di essere stata condannata al pagamento delle spese processuali, liquidate in misura eccessiva.
3. Il ricorso della sig.ra M. non appare meritevole di accoglimento.
3.1. Il tribunale si è attenuto a principi di diritto già in passato enunciati da questa corte e dai quali non v’è ragione di discostarsi.
È stato affermato – e va qui ribadito – che l’ipoteca iscritta su un immobile si estende, a norma dell’art. 2811 c.c., a quei beni che all’immobile medesimo siano incorporati,, non per mera adesione con mezzi aventi la sola funzione di ottenerne la stabilità necessaria all’uso, ma per effetto di una connessione fisica idonea a dar luogo ad un bene complesso (Sez. un. n. 391 del 1985 e Cass. n. 2255 del 1984). Quando una siffatta connessione fisica sussista, dunque, e si sia perciò in presenza di un bene complesso, non si tratta più di accertare eventuali rapporti pertinenziali tra beni diversi o di affermare la permanente individualità di singoli beni compresi in un complesso aziendale, estendendosi senz’altro l’ipoteca iscritta sull’immobile a tutto quanto costituisce accessione dell’immobile stesso.
Nessun errore di diritto è pertanto ravvisabile nel decreto impugnato, il quale del suindicato principio ha fatto applicazione ritenendo che, per le loro caratteristiche strutturali e dimensionali, nonché per il modo in cui sono uniti al suolo, i silos dei quali si discute siano al suolo stesso fisicamente ed inscindibilmente connessi.
L’accertamento in concreto di siffatta connessione fisica costituisce, manifestamente, un’indagine di fatto, rimessa all’esclusiva competenza del giudice di merito: come tale sindacabile in cassazione solo per eventuali vizi della motivazione. Ma di tali vizi la ricorrente non fornisce evidenza alcuna, limitandosi ad esprimere una propria diversa opinione, senza tuttavia individuare contraddizioni, lacune o errori logici dai quali il ragionamento svolto dal tribunale sarebbe affetto.
3.2. La doglianza della ricorrente in tema di liquidazione delle spese processuali è inammissibile, in quanto assolutamente generica.
4. Il rigetto del ricorso principale comporta l’assorbimento dell’incidentale, trattandosi di un ricorso condizionato, e la condanna della ricorrente principale alle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La corte riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale, dichiara assorbito l’incidentale e condanna la ricorrente principale al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.000,00 per onorari e 200,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

Legge Pinto contro la lunghezza dei processi: lo Stato ha l’obbligo di risarcire entro sessanta giorni (Consiglio di Stato, 9541/2010)

Postato il

Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 29 dicembre 2010, n. 9541
Presidente Trotta – Relatore De Felice

Fatto

I ricorrenti in ottemperanza agiscono con distinti ricorsi per la esecuzione di un provvedimento giurisdizionale emesso dalla Corte di appello di Palermo (in realtà si tratta di un unico giudizio, r.g.n.44 del 2008, definito con unico decreto, cron, n.6456), che, in accoglimento in loro favore di ricorsi proposti ai sensi dell’art. 3 L.89 del 2001, ha condannato la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento di somme come indicato in parentesi (euro 4.500 a favore di ognuno dei ricorrenti, e cioè C.A., D.G., R.A., P.F., C.R., M.G., S.E., G.C., F.G., S.G., C.E., A.S., F.A.).
Tali giudizi di ottemperanza sono stati già riuniti da questa sezione con ordinanza n.339 del 2010, attesa la connessione oggettiva e soggettiva e la considerazione che trattasi di medesima questione di diritto.
Questa sezione, con la medesima ordinanza, ha altresì chiesto al Dipartimento Amministrazione Generale del personale e dei servizi- Direzione centrale dei servizi del tesoro – rilevato che solo nei giudizi r.g.n. 3083, 304 e 3085 del 2010 (Parello, Chibbaro, Mattaliano) era iniziato il procedimento di liquidazione con la autorizzazione di pagamento, finalizzata alla estinzione del debito in favore dei creditori, mentre nulla risultava per il resto – chiarimenti in ordine allo stato dei pagamenti e alla eventuale sussistenza di motivi giustificativi di tipo ostativo.
Le cause sono state rinviate alla camera di consiglio del 7 dicembre 2010.
Nel frattempo, con nota depositata in data 3 dicembre 2010 la Presidenza del Consiglio dei Ministri- DAGL, Ufficio per il contenzioso e per la consulenza giuridica, si è limitata a rappresentare che nelle controversie relative agli indennizzi in questione la legittimazione passiva spetterebbe al Ministero dell’economia e delle finanze.
Nulla altro è stato aggiunto dalle amministrazioni statali in relazione allo stato dei procedimenti estintivi dei debiti.
Alla camera di consiglio del 7 dicembre 2010 la causa (con i giudizi riuniti) è stata trattenuta in decisione.

Diritto

I proposti ricorsi per l’ottemperanza vanno accolti.
La sezione ha già chiarito che il decreto di condanna emesso ai sensi dell’art. 3 della legge n.89 del 2001 ha natura decisoria in materia di diritti soggettivi ed è quindi idoneo ad assumere valore e efficacia di giudicato, ai fini della ammissibilità del giudizio di ottemperanza (ex plurimis, Consiglio di Stato, IV, 10 dicembre 2007, n.6318); tale rimedio è esperibile per la esecuzione di una condanna al pagamento di somme di danaro, alternativamente o congiuntamente rispetto al rimedio del processo di esecuzione dinanzi al giudice civile, con il solo limite della impossibilità di conseguire due volte la medesima somma.
Non sussistono dubbi in relazione al passaggio in giudicato del decreto posto come titolo del credito, né l’Amministrazione ha dedotto alcuna contestazione sul punto.
Non sussistono dubbi quindi sia in relazione alla idoneità del titolo alla esecuzione che al suo passaggio in giudicato.
Sussiste anche la inerzia dell’Amministrazione che, solo con riguardo a tre ricorsi su tredici, ha fatto presente di avere attivato il procedimento di pagamento, mentre nulla ha dedotto, senza spiegazioni, per i restanti creditori.
Per inciso, il Collegio rileva che, come noto, la iniziativa del procedimento di pagamento così come l’autorizzazione al medesimo pagamento è ben lungi dal dimostrare la effettiva estinzione, tramite pagamento materiale, del debito esistente.
Con riguardo poi alla eccezione sollevata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri circa la effettiva legittimazione passiva nella suddetta materia, che spetterebbe al Ministero delle Finanze, il Collegio rileva che il titolo (successivo alla invocata legge finanziaria per il 2007) è stato emesso nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri; inoltre, nel giudizio non è stata sollevata la eccezione ai sensi dell’art. 1 L.260 del 1958 e quindi vale il principio della unità della persona giuridica statale, fermo restando il principio secondo cui non può escludersi la dovutezza del Ministero dell’Economia, proprio alla luce della invocata normativa.
Conclusivamente, va dichiarato l’obbligo sia del Ministero dell’economia e delle finanze che della Presidenza del Consiglio dei Ministri di conformarsi al giudicato di cui in epigrafe, provvedendo al pagamento in favore dei ricorrenti, entro il termine di sessanta giorni decorrenti dalla data di recezione della comunicazione in via amministrativa o dalla notificazione se precedente, della presente sentenza, della complessiva somma di euro 4.500 dovuta per il suddetto titolo a favore di ognuno dei tredici ricorrenti.
Nella eventualità di inutile decorso del termine di cui sopra, si nomina fin da ora quale commissario ad acta il direttore dell’Ufficio X della direzione centrale dei servizi del Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle finanze, con facoltà di subdelegare gli adempimenti esecutivi ad altro dirigente dello stesso ufficio.
Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), accoglie i ricorsi riuniti sopra indicati in epigrafe e per l’effetto dichiara l’obbligo delle amministrazioni statali di conformarsi al giudicato nei modi e nei termini di cui in motivazione;
Condanna le amministrazioni statali intimate al pagamento in favore dei ricorrenti delle spese di lite liquidate nella misura complessiva di euro seimilacinquecento, in ragione di cinquecento euro a ricorrente, oltre accessori come per legge (IVA e CPA).
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Lavoro: in caso di licenziamento nullo perchè intimato in forma orale il risarcimento del danno è pari alle retribuzioni perdute (Cass. 77/2011)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 3 gennaio 2011, n. 77

Fatto e diritto

Ritenuto che con sentenza del 24 marzo 2006 la Corte d’appello di Roma, in riforma della decisione emessa dal Tribunale, accertava un rapporto di lavoro subordinato intercorso fra la legge nazionale dilettanti della Federazione italiana gioco calcio e B.M. a partire dal giugno 1994, dichiarava nullo il licenziamento orale intimato il 31 maggio 1998 e condannava la Lega a risarcire il danno in misura pari alle retribuzioni spettanti fino a tre anni dopo il licenziamento;
che contro questa sentenza ricorrono per cassazione in via principale la Lega ed in via incidentale il B. , che è anche controricorrente. Considerato che i due ricorsi, principale e incidentale, debbono essere riuniti ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ.;
che col primo motivo la ricorrente principale lamenta la violazione degli artt. 115, 116, 132 cod. proc. civ., 118 disp. att. cod. proc. civ., 111 Cost. e vizi di motivazione in ordine alla valutazione delle prove testimoniali, idonee ad escludere il rapporto di lavoro subordinato; che il motivo non è fondato giacché la Corte d’appello ha accertato l’assoggettamento del lavoratore a direttive della datrice di lavoro circa le mansioni da svolgere, ad un orario di sei ore al giorno ed all’obbligo di giustificare le assenze nonché di chiedere ferie e permessi, così esattamente ravvisando la subordinazione;
che l’accertamento è avvenuto in base ad una valutazione delle prove non censurabile nei giudizio di legittimità;
che le stesse considerazioni debbono essere svolte in ordine al secondo motivo del ricorso principale, con cui è lamentata l’erronea o non motivata valutazione delle prove, invocandosi gli artt. 2697 cod. civ., 115 e 116 cod. proc. civ.;
che con unico motivo il ricorrente incidentale deduce la violazione degli artt. 18 l. 20 maggio 1970 n. 300, 1227 e 2697 cod. civ., per avere la Corte di merito liquidato il danno da licenziamento orale limitandolo a tre anni di retribuzione perduta, invece di riferirlo, come dovuto, a tutte le retribuzioni non percepite, ossia ravvisando un concorso di colpa del lavoratore danneggiato, mai prospettato dalla datrice di lavoro; che il motivo non è fondato;
che il lavoratore licenziato senza l’osservanza dell’onere della forma scritta, imposto dall’art. 2 l. 15 luglio 1966 n. 604, non fruisce della tutela dell’art. 18 cit. ma può far valere la nullità del licenziamento, che non interrompe la continuità del rapporto di lavoro. La mancata esecuzione della prestazione lavorativa, imputabile al datore di lavoro, genera il diritto al risarcimento del danno, normalmente pari alle retribuzioni perse (Cass. 8 giugno 2005 n. 11964, 18 maggio 2006 n. 11670, 1 agosto 2007 n. 16955);
che nel caso di specie la Corte d’appello nel determinare ai sensi dell’art. 1223 cod. civ. la perdita derivata al lavoratore-creditore dall’illegittimo allontanamento dal posto di lavoro, ha inesattamente richiamato l’art. 1227 cod. civ., evocando una colpa dello stesso creditore in realtà non prospettata dalla controparte, ma ha nella sostanza valutato il danno in via equitativa (art. 1226 cod. civ.), plausibilmente escludendo una inattività forzata del lavoratore per più di un triennio ed ha così espresso un apprezzamento incensurabile in questo giudizio di legittimità; che, rigettati entrambi i ricorsi, la reciproca soccombenza giustifica la compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, li rigetta e compensa le spese.

Divorzio: il padre deve mantenere il figlio maggiorenne ma precario (Cassazione n. 18 del 2011)

Postato il Aggiornato il

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 3 gennaio 2011, n. 18

Svolgimento del processo

Con decreto del 2 novembre 2007, il Tribunale di Savona, pronunciandosi sul ricorso per la modifica delle condizioni di divorzio dei coniugi N.P. e A.B., pose a carico del primo un assegno di divorzio di Euro 250,00, e dichiarò cessato dal 31 agosto 2006 l’obbligo di corrispondere un assegno per il mantenimento della figlia maggiore, che non conviveva più con la madre.
La Corte d’appello di Genova, pronunciandosi con decreto 16 luglio 2008 sul reclamo proposto dal signor P., lo respinse, e in accoglimento del reclamo incidentale della signora B., determinò l’assegno di divorzio in Euro 400,00 mensili, e affermò la persistenza fino alla data suindicata dell’obbligo del padre di corrispondere l’assegno per il mantenimento della figlia. Esaminando le ragioni del P. la corte osservò che:
– nel precedente provvedimento del Tribunale di Savona in data 9 ottobre 1997, che aveva respinto la richiesta della B. di attribuzione di un assegno a carico del coniuge divorziato, non si affermava che la donna non avesse alcuna attività lavorativa, si che potesse dedursi che da allora nulla era cambiato, ma soltanto che non aveva una attività lavorativa stabile;
– a quel tempo l’età consentiva alla B. di mantenersi svolgendo un’attività lavorativa, anche se non stabile;
– al momento della decisione, la donna, all’età di 58 anni, sola e con patologia invalidante, aveva una capacità lavorativa ridotta per maggiori difficoltà di soddisfare le sue esigenze di mantenimento, in passato affidata a saltuari lavori di sartoria e operatrice socio sanitaria;
– l’assegno di divorzio non poteva che essere integrativo di altre entrate, fosse il reddito derivante dall’investimento della somma ricavata dalla vendita dell’immobile di sua proprietà, o quello derivante dalle saltuarie attività ancora svolte;
– il P. aveva sviluppato una buona capacità reddituale, avendo ricoperto cariche in varie società che si erano succedute nel tempo;
– la precaria attività lavorativa svolta dalla figlia non significava indipendenza economica che potesse giustificare l’esonero dei genitori dal suo mantenimento né la riduzione dell’assegno.
Per la cassazione del decreto, non notificato, il signor P. ricorre per dodici motivi, con atto notificato il 5 ottobre 2009. Successivamente ha depositato memoria.
La signora B. resiste con controricorso notificato il 4 novembre 2009.

Motivi della decisione

L’eccezione d’inammissibilità del ricorso proposto contro il decreto, sollevata dalla resistente, non ha fondamento. Per consolidata giurisprudenza della corte, il decreto con cui la corte d’appello provvede, su reclamo delle parti ex art. 739 cod. proc. civ., alla revisione delle condizioni inerenti ai rapporti patrimoniali fra i coniugi divorziati ed al mantenimento della prole,, ha carattere decisorio e definitivo, ed è pertanto ricorribile per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., mentre non può essere revocato o modificato ai sensi dell’art. 742 cod. proc. civ., il quale si riferisce unicamente ai provvedimenti camerali privi dei predetti caratteri di decisorietà e definitività (tra le più recenti, Cass. 6 novembre 2006 n. 23673).
Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 5 e 9 della legge n. 898 del 1970 e succ. mod., per avere la corte di merito attribuito alla signora B. un assegno di divorzio sulla base di una circostanza inidonea ad alterare l’equilibrio economico esistente tra le parti al momento della pronuncia di divorzio. Il ricorrente formula al riguardo il seguente quesito di diritto: se sia ravvisabile o meno nel provvedimento impugnato una violazione o falsa applicazione delle norme richiamate nella parte in cui ha ravvisato un deterioramento delle condizioni economiche della signora B. di per sé idoneo a mutare l’assetto patrimoniale realizzato con il divorzio nell’impossibilità di quest’ultima di svolgere un lavoro non di carattere stabile, ma solo occasionale, anche se, secondo il costante insegnamento della corte di legittimità, lo svolgimento di attività lavorative saltuarie è privo di rilevanza nell’accertamento del diritto all’assegno divorzile, non essendo in grado di incidere in modo stabile sul tenore di vita del richiedente, né di alterare significativamente l’equilibrio economico realizzato tra le parti al momento del divorzio.
Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la contraddittorietà della motivazione, e formula il seguente quesito: se sia viziata da contraddittorietà la motivazione del provvedimento impugnato nella parte in cui – in relazione al punto decisivo della controversia ex art. 9 l. n. 898 del 1970 consistente nello stabilire se siano sopravvenute circostanze nuove idonee a mutare l’assetto patrimoniale realizzato con la sentenza di divorzio – ha ravvisato un deterioramento delle condizioni economiche della richiedente (tale da giustificare il riconoscimento dell’assegno divorzile) nell’impossibilità per quest’ultima di svolgere un lavoro non di carattere stabile, ma solo occasionale, affermando che tale genere di attività, all’epoca del divorzio “le permetteva di provvedere al suo mantenimento”, benché in relazione allo stesso genere di attività svolte dalla figlia, avesse affermato che esse “non giustificano neppure la riduzione dell’assegno di mantenimento tantomeno nella misura pretesa dal padre, proprio per la precarietà e modestia, non potendosi fare serio affidamento su somme che non consentono di provvedere alla complessa gestione della vita quotidiana”.
Con il terzo motivo il ricorrente denuncia l’insufficienza della motivazione e formula il seguente quesito: se sia viziata o meno da insufficienza la motivazione del provvedimento impugnato nella parte in cui – in relazione al punto decisivo della controversia ex art. 9 della legge n. 898 del 1970 consistente nello stabilire se siano sopravvenute circostanze nuove idonee a mutare l’assetto patrimoniale realizzato con la sentenza di divorzio – ha ravvisato un deterioramento delle condizioni economiche della signora B. nell’impossibilità per quest’ultima di svolgere le attività lavorative saltuarie che in passato le avevano consentito di mantenersi, anche se la circostanza che la richiedente avesse svolto attività lavorative saltuarie all’epoca del divorzio non risultava da nessun documento né, in particolare, dal provvedimento del Tribunale di Savona del 7 ottobre 1997, che è stato erroneamente interpretato.
Con il quarto motivo il ricorrente denuncia la contraddittorietà e/o insufficienza della motivazione, e formula il seguente quesito: se sia viziata o meno da contraddittorietà e/o insufficienza la motivazione del provvedimento impugnato nella parte in cui – in relazione al punto decisivo della controversia ex art. 9 della legge n. 898 del 1970 consistente nello stabilire se siano sopravvenute circostanze nuove idonee a mutare l’assetto patrimoniale realizzato con la sentenza di divorzio – ha affermato che era sopravvenuto un peggioramento della condizione lavorativa della ex moglie, pur avendo accertato, da un lato, che la signora B. aveva svolto solo attività lavorative saltuarie in passato e, dall’altro, che la stessa continuava a svolgere attività lavorative saltuarie al momento della pronuncia impugnata, senza considerare, tra l’altro, che la competente commissione medica le aveva riconosciuto solo una invalidità parziale, precisando che le sue capacità specifiche avrebbero potuto essere impiegate anche in attività complesse.
Con il quinto motivo il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 5 e 9 della legge n. 898 del 1970 e succ. mod., per avere la corte di merito riconosciuto l’assegno divorzile benché non fosse sopravvenuto alcun deterioramento delle sue condizioni economiche idoneo ad alterare l’equilibrio economico realizzato tra le parti al momento della pronuncia di divorzio. Il ricorrente formula al riguardo il seguente quesito di diritto: se sia ravvisabile o meno nel provvedimento impugnato una violazione o falsa applicazione delle norme richiamate per avere la corte di merito riconosciuto alla signora B. l’assegno divorzile in assenza di qualsiasi deterioramento delle sue condizioni economiche, affermando che “all’età di 58 anni, sola, con patologia invalidante, ha una capacità lavorativa oggettivamente ridotta e maggiori difficoltà a soddisfare le proprie esigenze di mantenimento, in passato affidate allo svolgimento di saltuari lavori di sartoria e operatrice socio sanitaria”, senza considerare, da un lato, che una volta accertato dal precedente provvedimento del Tribunale di Savona del 7.10.1997 che la signora B. , già all’epoca del divorzio, non aveva un impiego stabile, a nulla rilevando le ragioni per cui, successivamente, non riesce a reperire un’occupazione e, dall’altro, che il peggioramento delle sue condizioni di salute, non avendo inciso sulla sua situazione lavorativa, rimasta inalterata rispetto al divorzio, avrebbe potuto giustificare esclusivamente il rimborso delle spese mediche non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale.
Con il sesto motivo il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 5 e 9 della legge n. 898 del 1970 e succ. mod., per avere la corte di merito riconosciuto alla controparte l’assegno divorzile sulla base di circostanze che determinano un miglioramento delle condizioni economiche dell’interessato. Il ricorrente formula al riguardo il seguente quesito di diritto: se sia ravvisabile o meno nel provvedimento impugnato una violazione o falsa applicazione delle norme richiamate per avere la corte genovese fondato la condanna dell’esponente alla corresponsione dell’assegno divorzile unicamente sul fatte che la signora B. , all’età di 58 anni, sola, con patologia invalidante, ha una capacità lavorativa oggettivamente ridotta e maggiori difficoltà a soddisfare le proprie esigenze di mantenimento, in passato affidate allo svolgimento di saltuari lavori di sartoria e operatrice socio sanitaria, anche se, secondo le nozioni di comune esperienza e i principi espressi da questa suprema corte in casi analoghi, la parziale invalidità, l’età, non avanzata (49 anni e non 58) e le specifiche capacità professionali del soggetto richiedente l’assegno, unitamente al raggiungimento dell’indipendenza economica dei figli, determinano un miglioramento delle sue condizioni economiche, consentendo una significativa riduzione di spese e rendendo più facile il reperimento di un lavoro, quantomeno occasionale.
Con il settimo motivo il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c., e formula al riguardo il seguente quesito di diritto: se sia ravvisabile o meno nel provvedimento impugnato una violazione o falsa applicazione delle norme richiamiate per avere la corte genovese inferito l’esistenza di una buona capacità economica dell’esponente unicamente dal fatto che lo stesso aveva “ricoperto cariche in varie società, che si sono succedute nel tempo”, benché da tale circostanza potesse essere alternativamente desunta, a seconda dell’effettivo andamento della società, che non è stato accertato, tanto un’elevata, quanto una modesta capacità economica del signor P. , sicché nessuno dei due fatti ignoti poteva essere presunto a preferenza dell’altro.
Con l’ottavo motivo il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 5 e 9 della legge n. 898 del 1970 nonché degli artt. 2727 e 2729 c.c., e formula al riguardo il seguente quesito di diritto: se sia ravvisabile o meno nel provvedimento impugnato una violazione o falsa applicazione delle norme richiamate, per avere la corte di merito riconosciuto alla signora B. l’assegno divorzile, limitandosi a compiere una valutazione unilaterale delle sostanze del P. , senza compararle con quelle della ex moglie, nonché una valutazione isolata dell’unico elemento presuntivo contrario all’esponente, anziché una valutazione globale di tutti gli elementi probatori emersi nel corso del giudizio, senza considerare, in particolare, tutte le circostanze che, da un lato, escludevano l’esistenza di una buona capacità reddituale del signor P. e, dall’altro, dimostravano le reali capacità economiche patrimoniali della signora B. .
Con il nono motivo, il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 5 e 9 della legge n. 898 del 1970 e succ. mod., e formula al riguardo il seguente quesito di diritto: se sia ravvisabile o meno nel provvedimento impugnato una violazione o falsa applicazione delle norme richiamate, per avere la corte genovese riconosciuto ex novo l’assegno di divorzio alla signora B. , omettendo qualsiasi tipo d’indagine e di valutazione sull’effettivo tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio che, secondo il costante insegnamento di questa suprema corte, costituisce l’unico parametro a cui si possa fare riferimento per stabilire se il richiedente sia in possesso, o meno, di quei “mezzi adeguati” alla cui mancanza la legge ricollega il diritto all’assegno divorzile.
Con il decimo motivo denuncia l’insufficienza della motivazione e formula il seguente quesito: se sia viziata o meno da insufficienza la motivazione del provvedimento impugnato nella parte in cui – in relazione al punto decisivo della controversia consistente nell’accertare se la mancanza di mezzi adeguati in capo al soggetto che richiede l’assegno divorzile sia dovuto a ragioni oggettive, ha ritenuto indistintamente irrilevanti tutte le istanze istruttorie formulate dalla parti, tra le quali erano compresi diversi capitoli di prova per interpello e testi dedotti dall’esponenti idonei a dimostrare che la signora B. aveva abbandonato e/o rifiutato numerose attività compatibili con il suo stato di salute, la sua formazione e le sue precedenti esperienze.
Con l’undicesimo motivo il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 5 e 9 della legge n. 898 del 1970 e succ. mod., e formula al riguardo il seguente quesito di diritto: se sia ravvisabile o meno nel provvedimento impugnato una violazione o falsa applicazione delle norme richiamate per avere la corte di merito disposto un aumento dell’assegno di divorzio rispetto a quello riconosciuto alla signora B. dal provvedimento di primo grado, in considerazione della durata del matrimonio, che è stata determinata in dodici anni, calcolando tutto il periodo compreso tra la data del matrimonio e la data di pubblicazione della sentenza di divorzio, mentre avrebbe dovuto essere computato solo il periodo compreso tra la data del matrimonio e il momento in cui è venuta meno la comunione materiale e spirituale tra i coniugi, coincidente con la data di presentazione del ricorso per separazione o, al massimo, con la data di comparizione personale dei coniugi dinnanzi al giudice della separazione.
Con il dodicesimo motivo il ricorrente denuncia l’insufficienza e/o contraddittorietà della motivazione, e formula il seguente quesito: se sia viziata o meno da insufficienza e/o contraddittorietà la motivazione del provvedimento impugnato nella parte in cui – in relazione al punto decisivo della controversia consistente nell’accertamento dei presupposti per la riduzione dell’assegno per il mantenimento della figlia (con decorrenza da un momento anteriore alla proposizione della domanda)- ne ha escluso la ricorrenza, sostenendo che le attività lavorative svolte in passato da E. all’insaputa dall’esponente “non giustificano neppure la riduzione dell’assegno tantomeno nella misura pretesa dal padre, proprio per la precarietà e modestia”, senza considerare, da un lato, che tali attività avevano assicurato alla figlia guadagni costanti e regolari in misura superiore al contributo paterne e, dall’altro, che in relazione allo stesso genere di attività svolte dalla signora B. , la corte d’appello aveva contraddittoriamente affermato che “anche se non stabile, le permetteva di provvedere al suo mantenimento”.
Il ricorso è infondato in tutte le sue parti. Il giudice di merito ha riconosciuto essersi verificato un significativo mutamento delle condizioni economiche dei coniugi divorziati, valutati, comparativamente, e specificamente una sopravvenuta incapacità – per ragioni di età e di salute – della signora B. di mantenersi da sola, come in precedenza aveva fatto svolgendo attività lavorative saltuarie -, mentre l’appellante aveva sviluppato una buona capacità di reddito. Nella sopravvenuta incapacità di una delle parti di mantenersi da sola, valutata comparativamente con le condizioni economiche dell’altra, è certamente ravvisabile un fatto idoneo a modificare il regolamento dei rapporti patrimoniali stabilito al momento del divorzio. Tale decisione non si discosta in alcun modo dai principi costantemente affermati da questa corte in ordine ai criteri legali, desumibili dall’art. 9 della legge 1 dicembre 1970 n. 898 e succ. mod., per la definizione dei giustificati motivi che giustificano la modificazione del regolamento patrimoniale dei coniugi divorziati.
Infondato è anche l’ultimo motivo. La valutazione del giudice di merito, in ordine alla precarietà e modestia delle attività lavorative svolte dalla figlia, costituisce motivazione adeguata del rigetto della domanda di riduzione dell’assegno a carico del padre. Gli accertamenti sollecitati dal mezzo d’impugnazione ineriscono al merito della controversia, mentre la supposta contraddittorietà con la pronuncia concernente le condizioni economiche della signora B. , oltre che basata su elementi di fatto che sfuggono al sindacato di legittimità, è il risultato di una comparazione del tutto impropria tra posizioni di soggetti diversi, i cui diritti hanno presupposti giuridici e fattuali distinti.
Il ricorso deve essere pertanto respinto. Le spese del giudizio di legittimità sono a carico della parte soccombente e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 2.000,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori come per legge.