Mese: febbraio 2011

Separazione: niente addebito per la moglie che abbandona il tetto coniugale per l’invadenza della suocera (Cassazione 4540/2011)

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Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 14 dicembre 2010 – 24 febbraio 2011, n. 4540
Presidente Luccioli – Relatore Cultrera

In fatto e in diritto

La Corte d’appello di L’Aquila, con sentenza depositata il 26 settembre 2006 e notificata il 29 novembre 2006, in parziale riforma di precedente pronuncia del Tribunale di Pescara che, pronunciando la separazione personale tra G.G. e F.G. , aveva negato l’addebito a quest’ultimo, imputandolo alla moglie, ha onerato il padre dell’obbligo di corrispondere in favore dei figli la somma di Euro 500,00, oltre metà delle spese straordinarie, ed ha confermato l’esclusione dell’addebito a suo carico. Ha rilevato in proposito che la prova espletata ha dimostrato che la G. , che aveva abbandonato la casa coniugale, aveva violato un suo preciso dovere, senza giusta causa.
G.G. , con ricorso notificato il 27.1.2007, ha impugnato per cassazione la sentenza deducendo sette motivi.
L’intimato ha resistito con controricorso. La ricorrente ha denunciato:
1.- violazione e falsa applicazione dell’art. 151 comma 3 c.c. Fondando la sua censura su esegesi accreditata da consolidata giurisprudenza citata, si duole della pronuncia di addebito nei suoi confronti per essersi ella determinata all’abbandono della casa coniugale per l’irrimediabile frattura creata dal marito, nonché dall’ingerenza della suocera convivente. La Corte territoriale ha trascurato il valore probatorio – decisivo – della ormai prolungata irrimediabile compromissione del rapporto matrimoniale, determinata, da quotidiani e plateali litigi, svalutati in considerazione dell’assenza di episodi di violenza o di tradimento consumati dal F. . In conclusione le ha addebitato la separazione non avendola ascritta al marito.
Il conclusivo quesito di diritto chiede se per giusta causa che legittimi l’allontanamento dalla casa coniugale prima della separazione debba intendersi necessariamente il comportamento illegittimo dell’altro coniuge, concretatosi anch’esso nella violazione dei doveri coniugali, ovvero basti l’obiettiva intollerabilità della prosecuzione della convivenza.
Il Consigliere rei. ha depositato proposta di definizione rilevando:
“L’enunciato di questa Corte espresso nella sentenza n. 1202/2006, citata dalla ricorrente, afferma che l’allontanamento dalla residenza familiare che, ove attuato unilateralmente dal coniuge, e cioè senza il consenso dell’altro coniuge, e confermato dal rifiuto di tornarvi, di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e conseguentemente causa di addebitamento della separazione poiché porta all’impossibilità della coabitazione, non concreta tale violazione allorché risulti legittimato da una “giusta causa”, tale dovendosi intendere la presenza di situazioni di fatto, ma anche di avvenimenti o comportamenti altrui, di per sé incompatibili con la protrazione di quella convivenza, ossia tali da non rendere esigibile la pretesa di coabitare (cfr. Cass., Sez. 1, 28 agosto 1996, n. 7920; Cass., Sez. 1, 29 ottobre 1997, n. 10648; Sez. 1, 11 agosto 2000, n. 10682).
Tale giusta causa è ravvisabile anche nei casi di frequenti litigi domestici della moglie con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi. Se (insomma, la frattura è precedente all’allontanamento dalla casa coniugale, della quale pertanto non poteva essere stato causa, l’addebitabilità della separazione al coniuge che si allontani deve essere esclusa senza necessità di verificare ulteriormente se il comportamento dell’altro coniuge costituisca violazione dei suoi doveri coniugali. La decisione della Corte d’Appello che ha ritenuto di attribuire la separazione alla G. per aver ella abbandonato la sua residenza ingiustificatamente, non avendo il marito compiuto atti di violenza, o di tradimento o comunque di gravità tale da impedire alla predetta di attendere i tempi della separazione giudiziale, disapplica il principio riferito. Ne consuma ulteriore contrasto laddove assume la tollerabilità della litigiosità per il solo fatto che il matrimonio durava da 15 anni ed era contrassegnato dai riferiti lamentati episodi. Il motivo deve perciò essere accolto. Restano assorbite tutte le ulteriori censure”. Il F. ha depositato memoria con cui ribadisce l’infondatezza delle censure esposte nei motivi del ricorso, confutando la sussistenza della giusta causa che avrebbe determinato la ricorrente all’allontanamento dalla casa familiare, unitamente ai figli minori, senza autorizzazione. La stessa, come dimostrato mediante prova orale, aveva preordinato l’ingiustificato abbandono, né ha dedotto in causa circostanze concrete conclamanti l’impossibilità della coabitazione col marito, che tentò in ogni modo di dissuaderla dalla preordinata, ingiusta, illecita ed insensata iniziativa, foriera di conseguenze negative per la prole. Immotivata ed ingenerosa è la lamentela circa l’ingerenza nel menage familiare della ” propria madre. Indimostrata è infine l’accusa lanciata nei suoi confronti di malgoverno delle risorse economiche, avendo comunque egli impiegato in maniera oculata il reddito percepito dalla sua attività lavorativa. Il P.G. ha aderito alle conclusioni della riferita proposta.
Il collegio ritiene di condividere le considerazioni ivi esposte.
Ai fini della pronuncia di addebito non è sufficiente la sola violazione dei doveri previsti a carico dei coniugi dell’art. 143 c.c. (ma occorre verificare “se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza, cosicché, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito (Cass. n. 12373/2005 che richiama Cass. n. 12130/2001 e n. 13747/2003, 17056/2007,1202/2006, 12373/2005). Non elide il nesso causale tra l’allontanamento volontario e la persistenza di una pregressa condizione d’irreversibile dissidio della coppia che avrebbe indotto l’abbandono l’assenza di episodi di maltrattamenti o di vessazioni da parte del coniuge abbandonato. La decisione impugnata ha dato rilievo decisivo a tale circostanza, omettendo di contro di verificare l’efficacia causale della violazione consumata dalla G. nella determinazione della crisi coniugale, che ha qualificato perciò immotivatamente illegittima e, in quanto contraria all’obbligo coniugale di coabitazione, causa dell’addebito. L’intollerabilità della convivenza che cagiona in astratto tale violazione non necessariamente deve manifestarsi in atti di violenza, essendo sufficiente anche un contesto di vicendevole intolleranza. Appare, dunque, palese il denunciato vizio di motivazione, che impone la cassazione della decisione impugnata con rinvio alla Corte di merito che, attenendosi al richiamato principio, dovrà accertare se, sulla base degli elementi di prova addotti dalla G. , l’abbandono della casa familiare ad opera della stessa sia intervenuto quando “era già maturata, all’interno della coppia, una situazione di intollerabilità grave ed irreversibile della convivenza”, ovvero se esso abbia dato causa alla rottura del rapporto coniugale, prescindendo dall’assenza di episodi di maltrattamenti da parte del marito a danno della stessa, non incidente in senso risolutivo sul nesso causale che deve sussistere tra la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio e la fine dello stesso. Sarà cura del giudice di rinvio provvederà anche al regime delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la determinazione delle spese del presente giudizio, alla Corte d’appello di L’Aquila in diversa composizione.

 

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Nulla l’ipoteca per crediti inferiori ad 8.000 € (CTP Roma 51/05/11)

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Seguendo una tendenza ormai consolidata, la Commissione Tributaria Provinciale di Roma, con la sentenza che riportiamo di seguito, ha dichiarato ancora una volta la nullità delle ipoteche iscritte per crediti inferiori ad 8.000 Euro. Sarebbe interessante monitorare quante ipoteche Equitalia ha iscritto illegittimamente…

Commissione Tributaria Provinciale di Roma, sez. V, sentenza 28 gennaio – 9 febbraio 2011, n. 51
Presidente Castellucci – Relatore Di Martino

Fatto

La ricorrente impugnava un provvedimento di iscrizione ipotecaria, relativo a cartella esattoriali per totali Euro 156.678,77 avente ad oggetto immobili da questa posseduti.
Quale principale motivo di ricorso evidenziava come la quasi totalità della richiesta, ovvero Euro 152.915,01 era relativa ad una cartella di pagamento oggetto di autonoma impugnazione ed annullata, da questa Commissione, con la sentenza n. 267/01/09 del 15/05/2009, depositata il 29/05/2009.
Rilevava quindi come il debito residuo, inferiore ai quattromila Euro, non fosse sufficiente a legittimare il provvedimento adottato e ne chiedeva l’annullamento.
Il Concessionario, costituitosi in giudizio, riteneva infondato il ricorso in quanto non provato il passaggio in giudicato della sentenza n. 267/01/09.
Per il resto evidenziata come dovesse ritenersi adottabile il provvedimento opposto anche per importi inferiori agli ottomila Euro.
Chiedeva pertanto il rigetto del ricorso.

Diritto

Rilevava il Collegio come la sentenza n. 267/01/09 chiaramente disponga l’annullamento della cartella di pagamento n. registro 1994.
Questa, pertanto, dalla data di emissione di tale sentenza e fino ad una diversa pronuncia di altro e sovraordinato organo giurisdizionale, non esiste e non può essere posta in riscossione.
Va poi rilevato, nel merito, che la norma dell’art. 77 del DPR n. 602/73, utilizzata dall’Agente per la Riscossione per la l’iscrizione ipotecaria in discussione, trova collocazione nella sezione IV del decreto, rubricata “Disposizioni particolari in materia di espropriazione immobiliare”.
E’ dunque di tutta evidenza che lo strumento dell’iscrizione ipotecaria, sia che ad esso si intenda attribuire natura di misura cautelare o di misura esecutiva, esplica i suoi effetti e trova possibilità di attuazione unicamente nell’ambito del procedimento espropriativo immobiliare e nella misura in cui questo possa essere esperito.
Ciò posto occorre richiamare l’attenzione sulla norma contenuta nel precedente articolo 76, rubricato “Espropriazione Immobiliare”, che testualmente recita:
“Il concessionario può procedere all’espropriazione immobiliare se l’importo complessivo del credito per cui si procede supera complessivamente ottomila Euro”.
L’apposizione di un limite quantitativo del credito da superare, per poter ricorrere a tale tipo di esecuzione risponde, all’evidenza, a principi di logicità e ragionevolezza tesi ad evitare una sproporzione tra entità del diritto tutelato e danno patrimoniale arrecato al debitore.
E ciò atteso che l’Agente per la riscossione, per i crediti di entità minore, può attivare gli altri strumenti esecutivi disciplinati dalla norma, ed in particolare l’esecuzione mobiliare e, se del caso, il pignoramento presso terzi.
E’ poi evidente che, in assenza delle condizioni necessari per poter procedere all’esecuzione immobiliare, non possano trovare applicazione tutti gli istituti accessori a tale azione esecutiva, primo tra i quali appunto l’iscrizione ipotecaria.
Nel caso in esame il credito complessivo per il quale l’Agente della Riscossione può procedere esecutivamente è inferiore ad Euro 4.000,00 e, quindi, molto lontano dalla soglia degli ottomila Euro necessari per aprire la via all’espropriazione immobiliare.
Non si ravvisa quindi il motivo dell’iscrizione ipotecaria in assenza della possibilità di procedere alla vendita dell’immobile.
Va sul punto evidenziato come tale indirizzo sia stato prima sancito dalla Suprema Corte di Cassazione e poi normativamente recepito con disposizione, detenuta nell’art. 3, comma 2 ter, della Legge n. 73/2010.
A tale disposizione non può essene ascritta alcuna valenza innovativa essendo unicamente ad introdurre nel sistema delle norme il principio consolidandosi sull’ampia giurisprudenza di merito e legittimità di ogni stato e grado ed all’evidente fine di rendere chiara anche all’Agente della Riscossione, ed al di là di ogni possibile valutazione interpretativa, l’illegittimità dell’iscrizione ipotecaria per crediti inferiori a tale limite.
Sotto tale profilo, quindi, il provvedimento impugnato si palesa adottato in assenza dei necessari presupposti di diritto.
Per quanto attiene le spese del giudizio, valutate le motivazioni di ricorso e considerata la mancata attivazione degli istituti dell’autotutela da parte della convenuta, queste, ai sensi dell’art. 15 del D.L.vo n. 546/92, vengono liquidate nella misura indicata in dispositivo.
Il Collegio infine ordina agli uffici competenti di provvedere all’immediata cancellazione dell’ipoteca iscritta senza oneri per la ricorrente.
La commissione.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso e condanna il Concessionario al pagamento delle spese di giudizio che si liquidano in complessivi Euro 1.500,00 di cui Euro 100,00 per le spese oltre accessori di legge.

Milleproroghe approvato alla Camera dei Deputati.

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La Camera ha votato la fiducia al governo sul maxiemendamento al decreto milleproroghe. I voti a favore sono stati 309, quelli contrari 287.

Domani al Senato per l’ultimo passaggio.

Sul sito di Adr Center pubblicato il mio secondo contributo.

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Sul sito di Adr Center è stato pubblicato oggi il mio secondo articolo, relativo alle esperienze maturate nei primi casi di mediazione.

Tra l’altro, da ieri il sottoscritto fa ufficialmente parte della lista dei Mediatori di Adr Center, che ricordiamo, è iscritta al n. 1 del Registro degli organismi di mediazione.

 

Articolo del 22 febbraio

Mediazione: pubblicate le nuove FAQ sul sito del Ministero della Giustizia.

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Sono state pubblicate nel sito del Ministero della Giustizia le nuove FAQ (Frequently Asked Questions) relative al D.M. 180/2010 e al D.Lgs. 28/2010 insieme ad una nota illustrativa per la compilazione dei modelli di domanda. Le FAQ chiariscono puntualmente diversi dubbi interpretativi della nuova normativa di riferimento, in particolar modo riguardo il periodo di transitorio. Inoltre, sono molto utili per chi intende presentare la domanda di accreditamento.

 

Il link

Non commette il reato di violazione degli obblighi di assistenza il padre che non versa gli alimenti perché indigente (Cass. penale 6597/2011)

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Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 10 gennaio – 22 febbraio 2011, n. 6597
Presidente de Roberto – Relatore Calvanese

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 14 maggio 2009, la Corte di appello di Ancona confermava la sentenza del Tribunale di Macerata, sez. dist. di Civitanova Marche, con la quale era stato dichiarato V.G. colpevole del reato di cui all’art. 570, comma secondo, n. 2, cod. pen., per aver fatto mancare al figlio minore i mezzi di sussistenza, e condannato alla pena di mesi quattro di reclusione e ed Euro 600 di multa, con i benefici di legge.
Esponevano in fatto in giudici di merito che, con sentenza del 30 dicembre 2000, il Tribunale per i minorenni aveva dichiarato l’imputato padre naturale di F..F.        , nato nel XXXX, ponendo a suo carico il versamento in favore del minore di un assegno mensile di mantenimento di 500.000 lire. L’imputato non aveva versato la somma stabilita e la madre del minore aveva avviato nei suoi confronti una procedura esecutiva presso il datore di lavoro conclusasi con la cessazione del rapporto di lavoro, mentre i successivi pignoramenti eseguiti presso la nuova ditta datrice di lavoro non avevano soddisfatto il credito vantato dal minore.
La Corte di appello riteneva pacifico che l’imputato si fosse sottratto all’obbligo di mantenimento del figlio minore, tenuto conto che le parate esecuzioni mobiliari presso terzi non avevano soddisfatto che parzialmente il credito derivante dalla sentenza del Tribunale per i minorenni, passata in giudicato perché non appellata dal V.      . Giudicava a tal fine irrilevanti per l’esclusione della responsabilità penale le circostanze addotte da quest’ultimo per giustificare il mancato versamento, quali in particolare le difficoltà economiche in cui si era venuto a trovare per il pagamento dei notevoli arretrati derivati dalla durata del procedimento di riconoscimento della paternità e per il contemporaneo mantenimento di altri due figli nati da matrimonio.
Quanto all’accumulo degli arretrati, i Giudici di appello sottolineavano che l’imputato non poteva dolersene in quanto vi aveva dato causa, opponendosi al riconoscimento e obbligando la madre del minore a costose procedure esecutive per ottenere la soddisfazione di quanto attribuitole con la sentenza del Tribunale per i minorenni. Il totale inadempimento dimostrava inoltre – ad avviso dei giudici – la pervicacia di non voler neppure parzialmente adempiere ad una obbligazione riconosciuta con sentenza definitiva, dall’imputato mai contestata.
La Corte di appello infine considerava sussistente in re ipsa lo stato di bisogno del minore, essendo ininfluente la eventuale somministrazione dei mezzi di sussistenza da parte della madre.
2. Avverso la suddetta sentenza propone ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo:
– la totale carenza di motivazione in relazione alla mancata assunzione di una prova decisiva, costituita dalla testimonianza della madre della parte civile in ordine allo stato di bisogno in cui versava il minore;
– la mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione nella parte in cui esclude l’incapacità economica dell’imputato di provvedere a contribuire, nei limiti indicati dal giudice civile, al mantenimento del figlio minore, essendo emerso nel corso del giudizio di merito che costui si era trovato a dover far fronte con il solo stipendio di mille Euro ad una azione esecutiva per il pagamento di una esorbitante somma per arretrati e al mantenimento per Euro 619,75 di altre due figli, come stabilito da distinto giudizio civile dal Tribunale di Ancona;
– la mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione nella parte in cui definisce l’impossibilità di adempiere l’obbligo di mantenimento come “pervicacia di non voler neppure parzialmente adempiere”;
– la mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in ordine al requisito dello stato di bisogno del minore, difettando ogni accertamento al riguardo.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato nei termini di seguito precisati.
2. Con l’atto di appello, l’imputato aveva censurato la sentenza in prime cure per non aver preso in considerazione la sua situazione economica, essendosi limitata a sostenere la sua capacità economica solo in considerazione del reddito percepito quale dipendente di una ditta di appalti e non valutando affatto la situazione di grave difficoltà economica in cui si era venuto a trovare. In particolare, aveva evidenziato che, appena emessa la sentenza dichiarativa del riconoscimento di paternità, la madre del minore aveva avviato nei suoi confronti un’azione esecutiva per l’ottenimento dell’intera cifra degli arretrati riconosciuti dal giudice (nella specie, oltre 52 milioni di lire); che tale azione aveva portato al pignoramento del suo stipendio (all’epoca di circa 1.500.000 lire); che a tale azione si erano poi innestate altre azioni di pignoramento della madre del minore per l’ottenimento del pagamento dell’assegno mensile di mantenimento; che infine, a seguito di separazione dalla moglie a causa del riconoscimento del figlio naturale, doveva corrispondere anche ad altri due figli l’assegno di mantenimento.
Orbene, questa prospettazione difensiva non risulta correttamente apprezzata dalla Corte di merito.
3. Deve premettersi che il legislatore, attraverso la tutela penale apprestata dall’art. 570, comma secondo, n. 2, cod. pen., ha inteso garantire al minore di età una ragionevole e sostanziale costanza temporale e quantitativa delle necessarie risorse atte a assicurargli i mezzi di sussistenza, ovvero di ciò che è strettamente indispensabile per vivere nel momento storico in cui il fatto avviene (quali il vitto, l’abitazione, i canoni per le ordinarie utenze, i medicinali, il vestiario, le spese per l’istruzione). Pertanto, non sussiste alcuna interdipendenza tra l’obbligazione tutelata in sede penale e l’assegno liquidato dal giudice civile, che mira invece ad un più ampio soddisfacimento delle esigenze del figlio minore.
Presupposto del reato in esame è comunque lo stato di bisogno del soggetto passivo, che nel caso di figli minori sussiste in via fondatamente presuntiva in re ipsa, stante la naturale impossibilità di costoro provvedere autonomamente al proprio sostentamento. É inoltre principio consolidato che, anche quando alla somministrazione dei mezzi di sussistenza provveda l’altro genitore, lo stato di bisogno del minore non venga meno.
Sotto altro verso, va aggiunto però che l’ipotesi di reato in esame si realizza solo se sussista la concreta capacità economica dell’obbligato a fornire i mezzi d sussistenza.
4. Ciò premesso, non vi è, nella sentenza impugnata, una disamina precisa sul dedotto stato di bisogno in cui si sarebbe trovato il ricorrente già al momento in cui giuridicamente era sorta l’obbligazione del mantenimento del figlio minore.
Risulta invero pacifico che l’imputato disponesse all’epoca dei fatti quale unica fonte di reddito lo stipendio di circa 1.500.000 lire (cfr. la sentenza di primo grado). A fronte di tale dato obiettivo, non poteva essere circostanza ininfluente che, all’insorgenza dell’obbligazione di mantenimento e non – come erroneamente riferisce il giudice di appello – a causa di un pregresso inadempimento, il ricorrente sia stato immediatamente interessato da un’azione esecutiva da parte della madre del minore per ottenere l’integrale pagamento degli arretrati riconosciuti dalla sentenza dichiarativa della paternità naturale, attraverso il pignoramento presso la ditta datrice di lavoro delle retribuzioni, delle indennità di fine rapporto e di altri emolumenti. Né poteva essere del tutto obliterata la circostanza che l’imputato dovesse anche mantenere altri due figli, come disposto dal giudice civile a seguito della separazione dalla moglie, proprio a causa dell’avvenuto riconoscimento.
Se il recupero forzoso della somma non veniva ex se ad elidere l’obbligo dell’imputato nei confronti del figlio minore di somministrazione dei mezzi di sussistenza, tale circostanza, rapportata alla sua effettiva capacità economica e alla compresenza di analoghi obblighi di mantenimento, avrebbe imposto un accurato e serio accertamento sulla concreta possibilità dell’imputato di far fronte ai propri impegni.
Appare invero del tutto illogica la motivazione della sentenza impugnata là dove considera colpevole e non meritevole di considerazione la esposizione debitoria del ricorrente per il solo fatto di essersi opposto al riconoscimento giudiziale di paternità, non valutando né il suo comportamento processuale (l’imputato si era sottoposto al test del DNA per l’accertamento della paternità e una volta avuto l’esito di tale esame non aveva neppure impugnato la sentenza dichiarativa del riconoscimento) né la sua disponibilità a concordare con la madre del minore la cessazione della più gravosa azione esecutiva con il versamento al minore di un assegno confacente ai suoi bisogni di vita.
Non risulta tra l’altro neppure quantificato l’ammontare effettivo della somma degli arretrati recuperata dalla madre del minore attraverso il pignoramento dello stipendio del ricorrente (che la stessa afferma ancora persistere nella forma del prelievo mensile alla data del dibattimento), al fine di accertare se tale introito avesse comunque consentito al minore di ottenere dal padre naturale – quant’anche forzosamente – i mezzi indispensabili per vivere (si legge nella sentenza che le parate esecuzioni mobiliari avrebbero soddisfatto “parzialmente” il credito derivante dalla sentenza del Tribunale per i minorenni).
5. Le considerazioni sin qui svolte, che assorbono le restanti doglianze, impongono l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio alla Corte di appello di Perugia per nuovo giudizio.
Il Giudice del rinvio dovrà nuovamente valutare, alla luce dei rilievi sopra formulati, la sussistenza del reato ascritto all’imputato.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Perugia per nuovo giudizio.

Milleproroghe: presentato un maxi emendamento che cancella alcuni articoli, per la Mediazione non cambia nulla.

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Sprint finale per la conversione del decreto Milleproroghe, che deve essere necessariamente convertito in legge entro il 27 febbraio. A seguito dei rilievi del Presidente Napolitano, è stato presentato un maxi emendamento che cancella alcune voci, come quelle relative alle graduatorie degli insegnanti, alla riorganizzazione del presonale Consob, all’aumento dei consiglieri comunali nelle città con più di un milione di abitanti (Roma e Milano), che quindi non potranno portarne il numero da 48 a 60. Modificata anche la norma sull’anatocismo degli interessi bancari, che secondo il testo licenziato dal Senato cancella la possibilità per i correntisti di chiedere rimborsi alle banche se non entro dieci anni dalla contabilizzazione e non dalla chiusura del conto, come invece da giurisprudenza consolidata. Il Governo ha precisato che la norma non comporta la restituzione di importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del Milleproroghe.

Nulla cambia, salvo colpi di scena, per la Mediazione che dovrebbe entrare in vigore, come previsto, il 21 marzo salvo per condominio ed Rc auto.

Tra oggi e domani il decreto verrà votato alla Camera per essere poi riportato velocemente in Senato per il voto finale sulle modifiche.