Milleproroghe: il testo integrale.

Pubblichiamo di seguito il testo integrale del DDL n. 2518, approvato ieri dal Senato e contenente, all’art. 16 decies, il rinvio dell’obbligatorietà della mediazione per condominio ed rc auto al 21 marzo del 2012.

DDL1000proroghe

 

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Condannato anche alle spese il molestatore che non riesce a dimostrare la natura non offensiva delle telefonate (Cassazione 3663/2011)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 13 gennaio – 14 febbraio 2011, n. 3663
Presidente Finocchiaro – Relatore Massera

Osserva

È stata depositata la seguente relazione:
1 – Con ricorso notificato il 14 gennaio 2010 L..V. ha chiesto la cassazione della sentenza, non notificata, depositata in data 27 giugno 2009 dal Tribunale di Gorizia, confermativa della sentenza del Giudice di Pace di Monfalcone che lo aveva condannato a pagare Euro 500,00 in favore di M..I. ed D.E. a titolo di risarcimento danni per molestie telefoniche.
Gli intimati hanno resistito con controricorso.
2 – I quattro motivi del ricorso risultano inammissibili, poiché la loro formulazione non soddisfa i requisiti stabiliti dall’art. 366 bis c.p.c. Occorre rilevare sul piano generale che, considerata la sua funzione, la norma indicata (art. 366 bis c.p.c.) va interpretata nel senso che per, ciascun punto della decisione e in relazione a ciascuno dei vizi, corrispondenti a quelli indicati dall’art. 360, per cui la parte chiede che la decisione sia cassata, va formulato un distinto motivo di ricorso.
Per quanto riguarda, in particolare, il quesito di diritto, è ormai jus receptum (Cass. n. 19892 del 2007) che è inammissibile, per violazione dell’art. 366 bis c.p.c, introdotto dall’art. 6 del d.lgs. n. 40 del 2006, il ricorso per cassazione nel quale esso si risolva in una generica istanza di decisione sull’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo. Infatti la novella del 2006 ha lo scopo di innestare un circolo selettivo e “virtuoso” nella preparazione delle impugnazioni in sede di legittimità, imponendo al patrocinante in cassazione l’obbligo di sottoporre alla Corte la propria finale, conclusiva, valutazione della avvenuta violazione della legge processuale o sostanziale, riconducendo ad una sintesi logico – giuridica le precedenti affermazioni della lamentata violazione.
In altri termini, la formulazione corretta del quesito di diritto esige che il ricorrente dapprima indichi in esso la fattispecie concreta, poi la rapporti ad uno schema normativo tipico, infine formuli il principio giuridico di cui chiede l’affermazione.
Quanto al vizio di motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Cass. Sez. Unite, n. 20603 del 2007).
3. – Il primo motivo lamenta motivazione omessa ovvero insufficiente e contraddittoria circa la sussistenza del fatto – controverso – del carattere molesto o di disturbo delle telefonate ricevute da I. e D. .
Le argomentazioni a sostegno implicano apprezzamenti di merito. Manca un momento di sintesi formulato in armonia con il paradigma sopra enunciato e necessario non solo per circoscrivere il fatto controverso, ma anche per specificare in quali parti e per quali ragioni la motivazione della sentenza si riveli, rispettivamente, omessa, insufficiente e contraddittoria. Considerazioni identiche valgono per il secondo motivo, che lamenta ancora motivazione omessa ovvero insufficiente e contraddittoria circa il fatto – controverso – della riconducibilità al V. delle telefonate de quibus. Il terzo motivo denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 660 c.p., quanto all’elemento materiale della fattispecie di cui viene chiesto l’accertamento; conseguente violazione degli artt. 185 c.p.c. (rectius: c.p.p.) e 2059 c.c.
La censura, pur formalmente prospettata sotto il profilo della violazione di norme di diritto, in realtà poggia su argomentazioni che attengono al merito. Il quesito finale nella prima parte si rivela assolutamente generico e astratto, mentre nella seconda parte implica apprezzamenti di fatto e valutazioni di merito.
Il quarto motivo ipotizza ancora violazione e/o falsa applicazione dell’art. 360 c.p. sotto il diverso profilo dell’elemento soggettivo della fattispecie, con conseguente violazione degli artt. 185 c.p.c. (rectius: c.p.p.) e 2059 c.c. Anche questa censura presuppone la lettura degli atti del processo, cui il ricorrente compie esplicito riferimento. Il quesito finale risulta generico e astratto.
4. – La relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori delle parti;
Il ricorrente ha presentato memoria; entrambe le parti hanno chiesto d’essere ascoltate in camera di consiglio;
Le argomentazioni addotte dal ricorrente con la memoria non inducono a diversa statuizione, restando confermati il carattere sostanzialmente fattuale delle censure e il mancato rispetto dell’art. 366 bis c.p.c..
5. – Ritenuto:
che, a seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, il collegio ha condiviso i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione; che pertanto il ricorso va dichiarato inammissibile; le spese seguono la soccombenza;
visti gli artt. 380 bis e 385 cod. proc. civ..

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 1.000,00, di cui Euro 800,000 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.

Single e adozioni: la Corte di Cassazione sollecita l’intervento del legislatore per consentirle (3752/2011)

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 14 ottobre 2010 – 14 febbraio 2011, n. 3572
Presidente Luccioli – Relatore Felicetti

Svolgimento del processo

1. La sig.ra M.L..M. , con ricorso a questa Corte notificato il 18 dicembre 2009 al Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Genova, ha impugnato il decreto della Corte d’appello di Genova, depositato il 19 ottobre 2009, con il quale è stato rigettato il reclamo avverso il provvedimento del tribunale per i minorenni di Genova del 26 febbraio 2008 con il quale è stato dichiarato efficace, ai sensi e con gli effetti dell’art. 44, lett. d) della legge n. 184 del 1983 e succ. mod., il provvedimento di adozione, pronunciato in data 23 giugno 2006 dal tribunale di secondo grado del distretto di Columbia (USA), della minore M.V.L., nata a (…), in conformità del provvedimento di adozione emesso dal tribunale regionale di Lipetsk (Federazione Russa) in data 1 novembre 2005.

Motivi della decisione

1.1. La ricorrente con un primo motivo denuncia la violazione degli artt. 35, 36 e 27 della legge n. 184 del 1983, nel testo vigente a seguito dell’emanazione della legge n. 476 del 1998, e degli artt. 64 e 66 della legge n. 218 del 1995, nonché vizi motivazionali. Deduce al riguardo che l’art. 36, comma 4, della legge n. 184 del 1983 dispone che l’adozione pronunciata dalla competente autorità di un paese straniero a istanza di cittadini italiani, che dimostrino al momento della pronuncia di avere soggiornato continuativamente nello stesso e di avervi avuto la residenza da almeno due anni, è riconosciuta a ogni effetto in Italia con provvedimento del tribunale per i minorenni, purché conforme ai principi della Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993. Deduce che, in base a tale norma, l’adozione effettuata nel paese terzo, secondo le norme e le procedure del paese di appartenenza, può essere riconosciuta in Italia previa verifica della sua conformità ai principi della su detta Convenzione. Secondo la ricorrente la Corte d’appello, in forza di tale norma, avrebbe dovuto riconoscere – e avrebbe errato nel non farlo – efficacia legittimante in Italia all’adozione, in base all’esame delle procedure seguite, che nel caso di specie dimostrerebbero la conformità dell’adozione della quale si chiede il riconoscimento ai principi della Convenzione. Deduce che, avendo l’adozione “de qua” effetto legittimante negli ordinamenti russo e statunitense, uguale effetto dovrebbe avere in Italia, tenuto anche conto che l’art. 23 della Convenzione dell’Aja per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale del 29 maggio 1993, ratificata e resa esecutiva con legge n. 476 del 1998, “prevede il riconoscimento di pieno diritto negli altri stati contraenti dell’adozione conforme alla Convenzione”, mentre “la legge n. 184 del 1983 all’art. 35 dispone che l’adozione pronunciata all’estero produce gli effetti di cui all’art. 27 (adozione legittimante)”.
Con un secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 2 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, 3 Cost., degli artt. 6, 10 e 24 della Convenzione di Strasburgo del 1967 sull’adozione dei minori, ratificata con la legge n. 357 del 1974. Deduce in proposito che, una volta avvenuta l’adozione legittimante sia con riferimento al paese di origine: del minore, sia a quello di residenza, non si possono smembrare gli effetti dell’adozione straniera in sede di riconoscimento nello Stato italiano, con conseguenze confuse e contraddittorie circa lo “status” dell’adottato nei vari ordinamenti, una volta che questi ammettano l’adozione da parte del “single”, apparendo ciò in contrasto con gli artt. 6, 10 e 24 della Convenzione di Strasburgo che ammettono l’adozione da parte del “single” solo con effetti legittimanti ed ai quali deve ritenersi essersi conformata la legge italiana.
2.1. Per ragioni di ordine logico il secondo motivo deve essere esaminato per primo.
In proposito va considerato che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 183 del 1994, ha affermato, con autorevole interpretazione recepita da questa Corte nella sentenza n. 6078 del 2006, che l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 24 aprile 1967, in materia, di adozioni, di minori, ratificata con legge n. 357 del 1974. “non conferisce immediatamente ai giudici italiani il potere di concedere l’adozione di minori a persone; singole al di fuori dai limiti entro i quali tale potere è attribuito dalla legge nazionale, e nemmeno può essere interpretata nel senso di vincolare il legislatore italiano ad ammettere senza limiti l’adozione da parte del singolo”. Trattasi, pertanto, di norma non autoapplicativa, che attribuisce al legislatore nazionale la facoltà – e non l’obbligo – di prevedere la possibilità di adozione anche per persone singole, cosicché perché tale adozione possa avere luogo in Italia è necessaria l’interposizione di una legge interna che determini i presupposti di ammissione e gli effetti dell’adozione da parte della persona singola. Di tale facoltà il legislatore italiano si è avvalso, con la legge n. 184 del 1983, entro limiti ristretti, ammettendo tale adozione in particolari circostanze (art. 25, commi 4 e 5), ovvero “in casi particolari” (art. 44) senza effetto di adozione piena. Limite questo che non contrasta con il disposto dell’art. 10 della Convenzione, prevedendo espressamente l’art. 24 della Convenzione stessa la previsione da parte della legislazione nazionale di forme di adozione diversificate, purché ad almeno una di esse vengano applicate le disposizioni dei paragrafi 1-2-3 e 4 dell’art. 10 e dei paragrafi 2 e 3 dell’art. 12, senza derogare quella del n. 5 dell’art. 10, non derogata per le “adozioni in casi particolari” prevista dall’art. 44 della legge n. 184 del 1983, in forza dei richiami contenuti nell’art. 55 di tale legge.
Ne deriva l’infondatezza del motivo in relazione alla dedotta violazione della Convenzione di Strasburgo, mentre esso è inammissibile per la sua genericità, sia riguardo ai profili riguardanti la dedotta violazione dell’art. 2 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, sia riguardo alla questione di legittimità costituzionale prospettata in udienza, relativa all’art. 55 della legge n. 184 del 1983, tenuto anche conto di quanto già stabilito dall’ordinanza n. 347 del 2005 della Corte costituzionale circa l’idoneità dell’adozione in casi particolari a soddisfare adeguatamente situazioni analoghe a quella in esame.
3.1. Venendo all’esame del primo motivo, va considerato che la sentenza impugnata ha respinto il gravame dinanzi ad essa proposto anche in relazione alla violazione dell’art. 36, comma 4, della legge n. 184 del 1983, come modificata dalla legge n. 476 del 1998, facendo riferimento a quanto statuito da questa Corte nella sentenza n. 6078 del 2006, con ciò errando, essendosi questa Corte, in quella sentenza, occupata di un caso -come ampiamente illustrato nei primi paragrafi della sentenza medesima – in cui l’art. 36, comma 4, su detto non era applicabile, con la conseguenza che nessun principio era stato affermato riguardo alla normativa contenuta in tale norma.
Pronunciando sul motivo, peraltro, va osservato quanto segue.
Oggetto del decidere è se sia corretto – in relazione al disposto dell’art. 36, comma 4, della legge n. 184 del 1983, come modificata dalla legge n. 476 del 1998, nonché 27 e 35 di detta legge, 64 e 66 della legge n. 218 del 1995 – che, come statuito dalla Corte d’appello, essendo l’adottante “single”, la dichiarazione d’efficacia nello Stato italiano del provvedimento del tribunale di secondo grado del distretto di Columbia, di riconoscimento del provvedimento di adozione pronunciato nella Federazione russa, possa avvenire unicamente ai sensi dell’art. 44 della legge n. 184 del 1983 e succ. mod., con gli effetti dell'”adozione in casi particolari” ma non con effetto legittimante, come richiesto dalla ricorrente. Sia il tribunale che la Corte d’appello hanno preso in esame, infatti, ai fini della declaratoria di esecutività, unicamente detto provvedimento e non anche – senza che sul punto sia stato proposto gravame – il provvedimento di adozione pronunciato nella Federazione Russa.
3.2. Il motivo è infondato, innanzitutto quanto al profilo relativo alla violazione degli artt. 64 e 66 della legge n. 218 del 1995, per l’assorbente ragione che a norma, dell’art. 41, comma 2, di tale legge, dette disposizioni non si applicano in materia di adozione di minori, applicandosi in tale materia le disposizioni speciali vigenti, quali sono quelle stabilite dalla legge n. 476 del 1998, di ratifica della Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993 (Cass. 18 marzo 2006, n. 6079).
3.3. In relazione ai restanti profili va considerato che l’art. 35 della legge n. 184 del 1983, nel testo modificato contestualmente alla legge di ratifica della Convenzione; su detta, in materia di riconoscimento da parte di cittadini italiani residenti in Italia di adozioni pronunciate in uno Stato estero dispone: “1. L’adozione pronunciata all’estero produce nell’ordinamento italiano gli effetti di cui all’art. 27. 2. Qualora l’adozione sia stata pronunciata nello Stato estero prima dell’arrivo del minore in Italia, il tribunale verifica che nel provvedimento dell’autorità che ha pronunciato l’adozione risulti la sussistenza delle condizioni delle adozioni internazionali previste dall’art. 4 della Convenzione. 3. Il tribunale accerta inoltre che l’adozione non sia contraria ai principi fondamentali che regolano nello Stato il diritto di famiglia e dei minori, valutati in relazione al superiore interesse del minore se sussistono la certificazione di conformità alla Convenzione di cui alla lettera i) e l’autorizzazione prevista dalla lettera h) del comma 1 dell’art. 39 ordina la trascrizione del provvedimento di adozione nei registri dello stato civile”.
Stabilisce poi al sesto comma: “Fatto salvo quanto previsto nell’art. 36, non può comunque essere ordinata la trascrizione nei casi in cui: a) il provvedimento di adozione riguardi adottanti non in possesso dei requisiti previsti dalla legge italiana sull’adozione; b) non sono state rispettate le indicazioni contenute nella dichiarazione di idoneità; c) non è possibile la conversione in adozione produttiva degli effetti di cui all’art. 27; d) l’adozione o l’affidamento stranieri non si sono realizzata tramite le autorità centrali & un ente autorizzato; e) l’inserimento del minore nella famiglia adottiva si è manifestato contrario al suo interesse”..
L’art. 36 della legge n. 184 del 1983, nel testo modificato contestualmente alla legge di ratifica della Convenzione su detta, dispone al quarto comma che “l’adozione pronunciata dalla competente autorità di un Paese straniero a istanza di cittadini italiani che dimostrino al momento della pronuncia di aver soggiornato continuativamente nello stesso e di avervi avuto la residenza da almeno due anni, viene riconosciuta ad ogni effetto in Italia con provvedimento del tribunale per i minorenni, purché conforme ai principi della Convenzione”.
Tale disposizione, in considerazione della particolarità della loro situazione, per i cittadini italiani i quali dimostrino che al momento della pronuncia dell’adozione del minore soggiornavano continuamente nel paese dove questa sia stata emessa e vi avevano la residenza da almeno due anni, introduce una disciplina speciale per il riconoscimento dell’adozione. Peraltro dall’esame del precedente art. 35 – il quale al citato terzo comma ribadisce che la trascrizione dell’adozione nei registri dello stato civile italiano non può avere mai luogo ove “contraria ai principi fondamentali che regolano nello Stato il diritto di famiglia e dei minori” – e dal collegamento testuale contenuto nel sesto comma dell’art. 35 della deroga di cui all’art. 36 alle sole disposizioni del medesimo sesto comma dell’art. 35, si evince che con la disposizione speciale del comma 4 dell’art. 36, applicabile ai cittadini italiani che non risiedano in Italia e si trovino nelle condizioni in esso indicate, non è stata introdotta alcuna deroga al su detto principio generale, enunciato nel comma 3 dell’art. 35 (e ribadito al comma 4 dello stesso articolo per le adozioni da perfezionarsi dopo l’arrivo del minore in Italia), secondo il quale la trascrizione dell’adozione nei registri dello stato civile italiano non può avere mai luogo ove “contraria ai principi fondamentali che regolano nello Stato il diritto di famiglia e dei minori”.
Interpretazione questa confortata dalla considerazione che la disposizione dell’art. 36, comma 4, pur consentendo deroghe alla disciplina generale sul riconoscimento delle adozioni pronunciate all’estero, deve pur sempre essere inquadrata nel sistema, tenendosi conto dei principi essenziali relativi alla materia “de qua” attualmente espressi nella legislazione vigente.
Conseguentemente deve considerarsi che a proposito dell’adozione legittimante l’art. 6 della legge n. 184 pone il principio conformatore dell’istituto secondo il quale tale adozione è consentita solo “a coniugi uniti in matrimonio”, avendo finora ritenuto il legislatore Xtale statuizione opportuna e necessaria nell’interesse generale dei minori: solo in presenza del quale l’art. 25, una volta che l’affidamento preadottivo abbia avuto già corso in conformità del principio stabilito dall’art. 6 ponendo in essere di fatto vincoli genitoriali con una coppia unita in matrimonio, autorizza l’adozione nonostante il sopravvenire della morte o della separazione di uno dei coniugi nel corso del procedimento.
Deve quindi escludersi che in contrasto con tale principio generale, allo stato della legislazione vigente, soggetti singoli possano ottenere, ai sensi dell’art. 36, comma 4 in questione, il riconoscimento in, Italia dell’adozione di un minore pronunciata all’estero con gli effetti legittimanti anziché ai sensi e con gli effetti di cui all’art. 44 della legge n. 184 del 1983, secondo quanto disposto dalla sentenza impugnata. Fermo restando che, come questa Corte ha già rilevato (Cass. 18 marzo 2006, n. 6078) con riferimento al disposto della sopra menzionata disposizione dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 1967, il legislatore nazionale ben potrebbe provvedere, nel concorso di particolari circostanze, ad un ampliamento dell’ambito di ammissibilità dell’adozione di minore da parte di una singola persona anche con gli effetti dell’adozione legittimante.
Ne deriva che il ricorso deve essere rigettato. Nulla va statuito sulle spese.

P.Q.M.

La Corte di Cassazione rigetta il ricorso.