Sì al risarcimento da stress per un’auto rimossa illegittimamente (Cassazione 6712/2011)

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 5 novembre 2010 – 23 marzo 2011, n. 6712

Presidente Settimj – Relatore De Chiara

Svolgimento del processo

La sig.ra M.S.D.C. propose, nei confronti del Comune di Palermo e dell’AMAT – Azienda speciale per la mobilità (ora AMAT s.p.a.), ricorso ai sensi dell’art. 22 l. 24 novembre 1981, n. 689 avverso il verbale di accertamento della violazione degli artt. 158, 159 e 140 codice della strada (sosta su attraversamento pedonale) elevato il 13 maggio 2004 da un ausiliare del traffico dipendente dell’AMAT. Sostenne che l’ausiliare del traffico autore del verbale era privo di delega del Sindaco e chiese anche il rimborso di quanto versato per ottenere la restituzione della propria autovettura, rimossa a seguito dell’accertamento, nonché il risarcimento dei danno.

Il Comune rimase contumace e resistette in giudizio la sola AMAT.

L’adito Giudice di pace di Palermo accolse il ricorso osservando: a) che il verbale non recava i “precisi motivi” dell’omissione della contestazione immediata dell’illecito, giustificata con il solo riferimento all’assenza del trasgressore; b) che l’ausiliare del traffico procedente era privo di delega; c) che il verbale non era stato notificato in originale o copia autentica. Annullato, quindi, il verbale, condannò gli enti convenuti, in solido, al rimborso delle spese di svincolo dell’autovettura e al pagamento di Euro 200,00 “a causa dello stress subito” dalla opponente, all’epoca incinta, nella ricerca del veicolo illegittimamente rimosso.

L’AMAT s.p.a. ha quindi proposto ricorso per cassazione per sette motivi, cui la sig.ra S.D.C. ha resistito con controricorso. Il Comune di Palermo, nei confronti del quale questa Corte aveva disposto l’integrazione del contraddittorio, tempestivamente eseguita dalla ricorrente, non ha svolto difese.

Il P.M. ha concluso per iscritto, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., in via principale per la declaratoria d’ufficio della radicale carenza di legittimazione passiva dell’AMAT, con condanna della opponente alle spese di entrambi i gradi del giudizio, e in via subordinata per l’accoglimento del ricorso.

Motivi della decisione

1. – Va preliminarmente disattesa l’eccezione di tardività del ricorso formulata dalla controricorrente sul rilievo che la notifica di esso è stata eseguita il 15 novembre 2005, sessantunesimo giorno successivo alla notifica della sentenza impugnata.

Quella che rileva, infatti, è la data della richiesta della notificazione (cfr., per tutte, Cass. Sez. Un. 458/2005), che nella specie risale all’8 novembre 2005, ampiamente rientrante nel termine di sessanta giorni previsto dall’art. 325 c.p.c..

2. – Va altresì disattesa la richiesta, formulata dal P.M. in via principale, di definire il giudizio con declaratoria d’ufficio del difetto di legittimazione passiva dell’AMAI essendo il Comune l’unico legittimato a resistere all’opposizione avverso il verbale.

Se è vero, infatti, che legittimato a resistere all’opposizione al verbale era soltanto il Comune, quale amministrazione cui l’atto era riferibile, è pur vero che questi era stato convenuto nel giudizio di primo grado e che la legittimazione passiva dell’AMAT sussiteva quanto alle domande di rimborso delle spese di svincolo dell’autovettura e di risarcimento del danno, dato che la relativa condanna veniva richiesta anche nei suoi confronti.

Il difetto di legittimazione passiva dell’AMAT quanto all’opposizione al verbale, d’altra parte, non è rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità: non si tratta, infatti, di rilevare una carenza di contraddittorio, dato che il soggetto passivamente legittimato – il Comune – è stato convenuto sin dal primo grado di giudizio.

3. – Vanno quindi esaminati con priorità il terzo e quarto motivo di ricorso, tra loro connessi.

3.1. – Con il terzo motivo, denunciando violazione di norme di diritto, si censura la statuizione secondo cui “l’ausiliare del traffico, non essendo delegato dal Sindaco se non per l’accertamento delle violazioni relative all’uso delle schede parcheggio (…) e, quindi, con carenza di delega per la rimozione dei veicoli, non avrebbe potuto e dovuto procedere alla rimozione”. Si sostiene che il verbalizzante era in realtà titolare di delega anche a disporre la rimozione dei veicoli in divieto di sosta, delega rilasciata con ordinanza sindacale 14 aprile 2003, n. 90 agli ausiliari del traffico dipendenti dell’AMAT, la quale ben può essere presa in considerazione in sede di legittimità trattandosi di “atto pubblico equiparabile alla legge”.

3.2. – Con il quarto motivo si denuncia l’inadeguatezza della motivazione addotta sul punto nella sentenza impugnata.

3.3. – Detti motivi sono infondati.

Per un verso, infatti, la delega, essendo uno specifico provvedimento amministrativo (da emettere in favore di “personale nominativamente designato”, come prevede l’art. 68, comma 2, l. 23 dicembre 1999, n. 488) e non un atto normativo, doveva essere prodotta in giudizio dall’amministrazione interessata (il che, secondo la sentenza impugnata, non è avvenuto) e non poteva essere acquisita d’ufficio dal. giudice di merito, né può essere prodotta o esaminata per la prima volta in sede di legittimità. Per altro verso, l’evidenziata mancanza di delega costituisce ragione sufficiente a giustificare la statuizione di cui trattasi.

4. – Vanno quindi esaminati il primo, il secondo e il quinto motivo di ricorso.

4.1. – Con il primo motivo, denunciando violazione di norme di diritto, si censura l’affermazione dell’illegittimità del verbale per la mancanza di indicazione delle ragioni giustificative dell’omissione della contestazione immediata dell’illecito nonostante l’espressa menzione dell’assenza del trasgressore.

4.2. – Con il secondo motivo si ripropone, in sostanza, la stessa questione sotto il profilo del vizio di motivazione.

4.3. – Con il quinto motivo si denuncia l’extrapetizione con riguardo all’ulteriore ragione di illegittimità del verbale ritenuta dal giudice, consistente nella nullità della sua notificazione non eseguita mediante consegna di originale o copia conforme.

4.4. – Tutte le predette censure sono inammissibili.

Il Giudice di pace, invero, ha annullato il verbale anche per il difetto di delega del verbalizzante ad eseguire l’accertamento della violazione di cui trattasi. Tanto risulta dall’affermazione contenuta nella prima parte del passo della sentenza sopra testualmente riportato, secondo cui l’ausiliare non era “delegato dal Sindaco se non per l’accertamento della violazioni relative all’uso delle schede parcheggio” (e dunque non per l’accertamento di altre violazioni, come la sosta su attraversamento pedonale), ed è confermato (ad onta di qualche possibile incertezza derivante dal riferimento, nel medesimo passo della sentenza, alla carenza di delega per la rimozione) dal collegamento del passaggio finale della motivazione, in cui il giudice chiarisce di dovere accogliere il ricorso “in ogni sua parte”, con il contenuto del ricorso stesso così come riferito nella narrativa della medesima sentenza, in base al quale l’unico motivo di opposizione consisteva appunto nella denuncia del difetto di legittimazione dell’ausiliario per difetto di delega “ad elevare contravvenzioni”, oltre che a disporre la rimozione del mezzo.

Poiché la statuizione del difetto di delega, sufficiente da sola a giustificare la decisione di annullamento dei verbale, è stata – come si è visto – malamente censurata dalla ricorrente solo con il primo e secondo motivo e, dunque, è rimasta in piedi, perde di interesse l’esame delle censure, svolte con i motivi ora in questione, relativi ad ulteriori, autonome ragioni di illegittimità del verbale affermate nella sentenza impugnata.

5. – Anche il sesto ed il settimo motivo di ricorso sono connessi e vanno perciò esaminati congiuntamente.

5.1. – Con il sesto motivo, denunciando violazione dell’art. 115 c.p.c., la ricorrente deduce (dopo aver dichiarato di prescindere dal difetto di qualsiasi riscontro dell’affermazione del. giudice che la opponente all’epoca dell’accertamento era incinta e perciò era stata costretta ad abbandonare la sua autovettura) il difetto di prova dell’asserito stress subito dalla opponente nella ricerca del veicolo rimosso e del conseguente danno, di cui non v’era alcuna traccia fattuale o documentazione sanitaria.

5.2. – Con il settimo motivo si denuncia nuovamente, questa volta sotto la rubrica del vizio di motivazione, l’apoditticità della statuizione di risarcimento del danno basata sulla mera, non riscontrata affermazione dello stress subite dalla opponente nella ricerca dell’autovettura rimossa.

5.3. – I motivi sono inammissibili.

La ricorrente non pone la questione di diritto della risarcibilità del danno da stress accertato dal Giudice di pace; pone, invece, una questione di fatto, quella dell’insussistenza, in concreto, di uno stress cagionato alla opponente dalla rimozione e conseguente ricerca della propria autovettura. Quindi deduce, nella sostanza, una censura di vizio di motivazione.

Sennonché l’affermazione che la ricerca del proprio veicolo rimosso provochi stress non può affatto dirsi, del tutto ingiustificata. – e in quanto tale censurabile in sede di legittimità per vizio di motivazione – alla luce della comune esperienza.

6. – Il ricorso va pertanto respinto.

Le spese processuali, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese processuali, liquidate in Euro 800,00, di cui 600,00 per onorari, oltre spese generali ed accessori di legge

Impressioni sull’incontro di ieri sul ruolo dell’avvocato nella mediazione, organizzato da Adr Center.

Ieri pomeriggio si è svolto l’interessante Workshop di Adr Center sul ruolo dell’avvocato nella mediazione. Alcune impressioni:

1) I miei colleghi avvocati sono piuttosto confusi. La stragrande maggioranza non ha praticamente idea di cosa sia realmente la mediazione. Da qui, evidentemente, l’atteggiamento di rifiuto di parte dell’avvocatura, che sta sfociando in iniziative al limite dell’illegalità, come quella lanciata da alcuni (pochi, fortunatamente), che suggeriscono ai colleghi di non inviare le istanze di mediazione nelle materie obbligatorie, ma di andare avanti con le citazioni come se nulla fosse, salvo poi denunciare dubbi profili di incostituzionalità dinanzi al Giudice. Ovviamente, sconsiglio vivamente di comportarsi in questo modo, sia per il danno al cliente sia per le possibili sanzioni.

2) Questa confusione si ripercuote anche nella forte preoccupazione che alcuni avvocati hanno di perdere i loro onorari, dato che la mediazione promette di risolvere le questioni rapidamente, evitando quindi cause lunghissime con le relative parcelle. Al di là del profilo etico di questo atteggiamento, sui cui torneremo dopo, è stato esaurientemente spiegato ieri che anche questa preoccupazione è assolutamente infondata, ed è causata da una mancata conoscenza della procedura. Infatti, è palese intanto un fatto: nella stragrande maggioranza dei casi (ma mi spingo fino a dire nella totalità), chi andrà in mediazione lo farà con l’assistenza del suo legale di fiducia, e questo per varie ragioni: la prima è che comunque chi ha una controversia legale, per abitudine e per ovvia mancanza di competenze, continuerà a rivolgersi all’avvocato per un parere e poi eventualmente per essere assistito nella procedura; la seconda è che la stessa preparazione dell’istanza (si veda Istanza di mediazione) non è cosa che il comune cliente possa far da solo. Si pensi alla necessità di indicare l’oggetto della controversia e le ragioni della pretesa: come ci ha confessato ieri una delle relatrici, l’avv. Roberta Calabrò, legale di grande bravura ed esperienza e mediatore da anni, e come è successo anche a me, spesso questo non è e non è stato facile nemmeno per noi, figuriamoci per il cliente.

Ma ovviamente non finisce qui: la presentazione di un’istanza di mediazione presuppone per l’avvocato tutta una serie di attività che vanno adeguatamente considerate e retribuite. Si comincia dall’attività preparatoria, con gli incontri con la parte, la raccolta dei documenti, lo studio della pratica e così via. Si passa poi alla redazione dell’istanza di mediazione ed al suo invio, con tutti gli allegati. Poi, è prevista la redazione di una memoria in cui riassumere i fatti e le pretese ed il suo invio al mediatore, prima dell’incontro. E’ possibile anche che vi siano degli incontri preliminari. Tutte queste attività sono molto importanti e solo da un legale possono essere svolte.

Si passa poi all’incontro di mediazione, la cui durata può essere più o meno lunga. Io credo che nessuno si presenterà in mediazione senza legale. Ma un altro elemento fondamentale, e che purtroppo i miei colleghi non sembrano aver compreso, è che non è il mediatore a redigere l’accordo: sono le parti stesse e per loro gli avvocati. Questa, ovviamente, è un’attività importante e da retribuirsi correttamente.

Altro elemento molto importante è che nella mediazione, l’accordo sottoscritto molto spesso prelude ad altre attività, come la stesura di ulteriori accordi o di contratti. Si veda ad esempio l’articolo del Sole 24 Ore di ieri (articolo ilsole24ore) in cui si descrive una mediazione andata a buon fine ed in seguito alla quale si dovrà redigere un nuovo importante contratto. Queste, ovviamente, sono attività riservate ai legali.

Tutto questo, ovviamente, senza voler considerare che il cliente non è un oggetto “usa e getta”, per cui se egli esce soddisfatto dall’aver ricavato un risultato vero ed in tempi brevi dalla mediazione (non la “vittoria di Pirro” che spesso si ottiene dopo dieci anni di causa) non potrà che apprezzare l’operato del suo avvocato, con conseguente sua fidelizzazione.

3) Un altro aspetto che è emerso dall’incontro di ieri, fortemente collegato al punto precedente, e che mi permetto di censurare, è il pensiero (di alcuni) che il cliente – mi si consenta l’espressione – sia un pollo da spennare. Il problema di alcuni era, come sopra accennato, “ma se la questione, con la mediazione, finisce in due incontri, io perdo gli onorari della causa!!”

Ecco, questo è l’atteggiamento, fortemente criticabile sul piano etico e deontologico, che purtroppo consente a molti nostri connazionali di considerarci come degli avvoltoi, e che impone assolutamente un radicale cambio di mentalità.

Il cliente viene da noi per risolvere un suo problema, non per consentirci di trarre il massimo guadagno dal suo problema. Il fatto che la mediazione possa consentirgli di risolvere questo problema in tempi rapidi non va considerato come una jattura per l’avvocato il quale, anzi, ha il dovere assoluto nei confronti del cliente di aiutarlo a risolvere la controversia nel minor tempo possibile ed ovviamente nel miglior modo possibile. Questo ovviamente non significa che il legale debba far accettare al cliente qualunque soluzione pur di risparmiare tempo: starà alla nostra professionalità giudicare, di caso in caso, se l’eventuale accordo (tenuto conto di tutto, costi, durata di un eventuale processo e quant’altro) sia accettabile. Ma il fatto che si veda il problema del cliente come una causa da far durare il più possibile, al di là dei veri interessi del nostro assistito, è veramente intollerabile.

Per concludere: sta alla professionalità ed alla bravura dell’avvocato far comprendere al cliente come funziona la mediazione, ma soprattutto il ruolo fondamentale del legale nella procedura: io sono sicuro che se l’avvocato saprà comportarsi nel modo migliore per tutelare i veri interessi del suo assistito, questo sarà il primo a riconoscere (anche economicamente) il ruolo del suo legale.

Di seguito, un video realizzato nel corso del progetto dell’Unione Europea, denominato Lawyers in Adr:

Video sulla mediazione del progetto UE \”Lawyers in Adr\”