Il giusto rapporto tra giurisdizione e mediazione: modelli, esperienze e proposte: la conferenza internazionale del 29 ottobre.

Venerdì 19 ottobre 2012 alle ore 11.30 a Roma, presso l’Aula Magna della Corte di Cassazione, si terrà la conferenza internazionale dal titolo “Il giusto rapporto tra giurisdizione e mediazione: modelli, esperienze e proposte”. L’iniziativa costituisce l’ultima conferenza organizzata in Italia nell’ambito del progetto comunitario Judges in ADR, inaugurato lo scorso 3 febbraio nella medesima sede. Questa volta Roma accoglierà personalità provenienti da tutto il mondo, per una condivisione più ampia possibile dei modelli, delle esperienze e delle proposte in materia di giusto rapporto tra processo e mediazione.

Ad una prima sessione dedicata al “modello italiano” di mediazione, di cui proprio in autunno la Commissione affari giuridici dell’Europarlamento inizierà a discutere, ne seguirà una seconda dedicata alle recenti esperienze e alle prospettive future nei paesi europei in materia di legislazione. La giornata si concluderà con un approfondimento sul funzionamento dell’istituto della mediazione negli altri continenti.

Numerose e importanti le personalità italiane e internazionali che interverranno alla conferenza; tra esse i giudici americano Annette Rizzo e australiano Patricia Bergin, l’europarlamentare europea Arlene McCarthy e il vicepresidente del CSM Michele Vietti.

Questo è il link con il programma dettagliato e il modulo per l’iscrizione:

Il programma e il modulo

L’urgenza di una politica economica della giustizia civile

Da http://www.mondoadr.it, un interessante articolo di Leonardo D’Urso.

 

È oramai opinione concorde, che la principale causa dell’insostenibile durata dei processi civili in Italia deriva dall’ingolfamento dei tribunali da contenziosi pretestuosi che rallentano quelli reali. Il sistematico abuso del servizio giustizia civile ha prodotto un carico di lavoro insostenibile per i giudici, generando scarsità di risorse di mezzi e di personale, che a sua volta ha allungato la durata dei processi avendo come effetto ultimo una barriera all’accesso a una sentenza tempestiva, costi per cittadini e imprese valutati in un punto di Pil, restrizione dell’accesso al credito, ulteriore divario tra Sud e Nord e mancata attrattività degli investimenti esteri. A completare il quadro, vi è una connessione spesso poco considerata. Negli ultimi vent’anni l’aumentare spropositato del ricorso pretestuoso alla giustizia civile ha drenato giudici e risorse  alla giustizia penale indebolendo la lotta giudiziaria alle mafiee alla criminalità, rallentando i processi degli imputati in attesa di giudizio e facilitando la prescrizione delle pene. Circa due terzi del budget dei tribunali è infatti dedicato alla giustizia civile, dovrebbe essere il contrario. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’utilizzo di giudici, aule e cancellieri per celebrare i processi penali ha sempre la priorità rispetto ai processi civili.

Come siamo arrivati a questo punto dato che nessun sociologo al mondo ha mai dimostrato che gli Italiani sono più litigiosi di altri popoli? Un falso mito utilizzato superficialmente per giustificare la corsa al tribunale. Come si possono disincentivare i contenziosi pretestuosi per “proteggere” quelli reali e al contempo rendere più efficiente la giustizia penale? L’analisi economica applicata alla giustizia ci può dare una risposta. Con le lenti di un economista, la situazione disastrosa è l’ovvia conseguenza della totale assenza di una purché minima strategia di politica economica della giustizia. Non c’è dubbio che l’approccio squisitamente giuridico è prevalso grandemente su una visione economica. Alcuni semplici esempi lo dimostrano chiaramente.

In Inghilterra le spese per gli uffici giudiziari sono recuperate per il 35 per cento dalle parti che ricorrono al servizio, in Germania la percentuale è di due terzi. In Austria addirittura del 110 per cento. Lo Stato italiano invece incassa solo l’8,7 per cento (dati CEPEJ) dei circa 4,3 miliardi di budget dedicato alla giustizia civile (dati del Ministero della Giustizia). Ogni causa civile costa allo Stato circa 517 euro, tra stipendi dei giudici, staff e strutture, a fronte di una entrata media di solo 47 euro. Occorre in primo luogo considerare la giustizia civile come un servizio (al pari della sanità o dei trasporti) di cui lo Stato deve chiedere agli utenti il prezzo effettivo per la sua erogazione almeno per coprire il 50% dei costi. Il buco di bilancio della giustizia civile tra 3,5 e 4 miliardi è invece quasi interamente a carico della collettività e stimola un effetto noto come moral hazard: le persone sono incentivate a comportamenti rischiosi quando vi è un’alta probabilità che i costi associati a un eventuale esito negativo ricadano sulla collettività. C’è di più. Lo Stato tramite il giudice si preoccupa più di liquidare – quando ahimè non compensa le spese –  il giusto onorario del legale della parte vittoriosa e non di recuperare le reali spese processuali sostenute. Un esempio estremo di questa dicotomia è riscontrabile nella causa CIR-Fininvest in cui i giudici hanno liquidato compensi agli avvocati di CIR per oltre 8 milioni di euro a carico di Fininvest e, a fronte di decine di udienze di tre magistrati, spese processuali di solo € 3.258,75.

Per evitare questi effetti economici distortivi, occorrerebbe semplicemente introdurre la certezza assoluta, all’inizio del processo, che chi perde, e non la collettività, paga il conto: le spese effettivamente sostenute dallo Stato, calcolate in base alle ore impiegate dal giudice, più una quota fissa per la struttura, oltre al rimborso al vincitore delle spese processuali e legali eventualmente anticipate. Si tratterebbe di un “ticket” automatico in uscita, mentre il contributo unificato dovrebbe rappresentare solo un acconto all’entrata. Le maggiori entrate consentirebbero di aumentare il tetto di reddito per l’accesso al gratuito patrocinio, di investire sull’informatizzazione dei tribunali e sullo smaltimento dell’arretrato. Al giudice sarebbe solo richiesta una puntuale motivazione delle eccezioni alla regola della soccombenza, separando nettamente la sua autonomia nella redazione della sentenza da quella meramente amministrativa-gestionale della quantificazione delle spese a favore dell’Erario. In caso di mancato pagamento, come già avviene con successo nel penale, il recupero deve essere affidato a Equitalia Giustizia che iscrive a ruolo il credito.

Un altro esempio. Con un tasso legale fissato ex ante dal Ministero dell’Economia negli ultimi tre anni dell’uno, uno e mezzo e due e mezzo per cento, uno degli investimenti finanziari più certi e redditizi è ancora oggi quello di non pagare i creditori e resistere in giudizio lucrando sulla differenza sui tassi di interesse del debito. Oggi il trascorrere del tempo gioca a favore del debitore, occorre invertirne la convenienza. Il ministro Vittorio Grilli dovrebbe immediatamente agganciare in maniera automatica, e non predeterminata, il tasso di interesse legale di due o tre punti al di sopra dell’andamento dei mercati e dell’inflazione. Con un tasso legale del 5,5 o il 6 per cento, si renderebbe sconveniente economicamente al debitore resistere temerariamente in giudizio e si favorirebbero le transazioni delle cause in corso.

Al fine di dividere il rischio e i costi del contenzioso, come in Germania o in Trentino Alto Adige, occorre stimolare la diffusione in tutt’Italia dei contratti assicurativi di tutela legale anche tramite la loro obbligatorietà per alcune categorie o contratti ad alto rischio di contenzioso. In questo modo, se si vince o se si perde, i costi degli avvocati, delle perizie e delle spese processuali saranno coperti da una polizza assicurativa, il cui premio aumenterà se il soggetto ne approfitta.

Infine, per ridurre l’enorme arretrato invece invece di ipotizzare nuove sezioni stralcio a carico dello Stato si dovrebbero incentivare le parti in lite e i loro consulenti al ricorso a procedure extragiudiziali (mediazione o arbitrato) utilizzando per un determinato periodo di tempo dei robusti incentivi fiscali sugli accordi, sui lodi e sugli onorari dei legali. Ad esempio, esentando dall’imposta di registro i verbali di accordo e i lodi arbitrali fino al valore di 500.000 i contenziosi pendenti da oltre due anni presso i tribunali. Come dimostrato, allo Stato costerebbe meno rispetto al proseguimento dei processi in corso.

E’ opportuno quindi un processo di liberalizzazione nella giustizia civile attraverso una positiva sinergia tra pubblico e privato come accaduto in mercati simili (sanità, istruzione, trasporti, etc…) riducendo il monopolio dello Stato in questo settore. 

Alla luce della realtà quotidiana dei nostri tribunali molti costituzionalisti interpretano il diritto di accesso alla giustizia come il diritto alla soluzione della lite in tempi ragionevoli e non più demagogicamente come mero accesso in cancelleria per il deposito della citazione (magari sotto casa). Come abbiamo cercato di dimostrare, il problema si annida nella domanda di giustizia e non dell’offerta. Solo riducendo il contenzioso pretestuoso e riservando la giurisdizione alle liti reali si garantisce l’osservanza del vero spirito dellarticolo 24 della Costituzione.