Nel DDL sulla riforma forense, il Senato ripristina le tariffe minime e si impegna ad approvare il testo entro il 5 novembre.

Approvato dal Senato l’articolo 12 del disegno di legge sulla riforma della professione forense che reintroduce le tariffe minime per gli avvocati, abrogate dal decreto Bersani.
Di conseguenza, viene ribadita la liceità e la necessità dei minimi tariffari; viene anche cancellata la possibilità di stipulare patti di quota lite.

Inoltre, per la prima volta viene introdotta nel nostro ordinamento l’obbligatorietà, per tutti gli avvocati, di stipulare una polizza assicurativa a copertura della responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione. L’inosservanza di tale obbligo costituirà illecito disciplinare.
E’ stato poi deciso di rimandare il provvedimento in Commissione la prossima settimana, con l’impegno a riprendere l’esame in aula nella settimana successiva e concluderlo entro il 5 novembre. A quel punto la riforma passerà alla Camera dei Deputati.

Alle Sezioni Unite la questione sull’impugnativa della deliberazione condominiale da effettuarsi con citazione o con ricorso anche ai fini della tempestività.

Cassazione – Sezione seconda – ordinanza 25 marzo – 14 ottobre 2010, n. 21220
Presidente Triola – Relatore San Giorgio
Ricorrente Lazzari

Ritenuto in fatto

1. – Con atto di citazione notificato il 12 marzo 1998, A.L e A.Z. convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Bergamo il Condominio P. di Azzano S. Paolo (Bg), per sentir dichiarare la nullità della deliberazione assembleare in data 12 febbraio 1998, che aveva deciso la ripartizione delle spese di copertura di autorimesse interrate, ponendole a carico dei soli proprietari delle autorimesse interessate dai lavori e non di tutti i condomini.
Con la sentenza n. 1658 del 2000, il Tribunale adito ritenne inammissibile la impugnazione perché proposta tardivamente, e cioè con atto di citazione depositato il 20 marzo 1998, e comunque perché erroneamente diretta contro la delibera assembleare del 12 febbraio 1998, che aveva solo deciso sulla ipotesi di revoca della deliberazione in data 14 gennaio 1998, che aveva approvato il criterio di ripartizione di quelle spese.
Con altro atto di citazione, notificato il giorno 11 settembre 1998, il L. e la Z. proposero opposizione al decreto ingiuntivo del Tribunale di Bergamo con il quale era stato loro ingiunto il pagamento, in favore del predetto condominio, della somma di lire 9.394.180 per spese di copertura di autorimesse interrate, eccependo la carenza di legittimazione attiva del condominio, l’incompetenza per valore del giudice adito e l’illegittimità della pretesa creditoria. Il condominio, costituitosi, chiese il rigetto delle eccezioni avversarie ed osservò che la delibera condominiale che aveva ripartito le spese non era stata impugnata nei termini.
Con la sentenza n. 1450 del 2000, il Tribunale respinse la opposizione. Le due sentenze furono impugnate dal L. e dalla Z.
Riunite le due cause, fu respinto il gravame nei confronti delle due sentenze.
2. – Per quanto ancora rileva nella presente sede, la Corte giudicò infondata la censura relativa alla ritenuta tardività della contestazione della delibera. Gli appellanti assumevano la tempestività della impugnazione della delibera condominiale in quanto ritualmente proposta con atto di citazione notificato il 12 marzo 1998, contrariamente alla pronuncia di primo grado secondo la quale per la tempestività della impugnazione varrebbe la data di deposito in cancelleria dell’impugnazione e non quella della notifica alla controparte. La Corte richiamò al riguardo il principio giurisprudenziale secondo il quale l’impugnazione delle deliberazioni dell’assemblea dei condomini si propone con ricorso, alla stregua della formulazione adottata dall’art. 1127 cod. civ., e osservò che la instaurazione del giudizio di appello coincide con la data del deposito nella cancelleria del giudice adito e non con la data della notificazione alla controparte, in ossequio alla finalità di rendere più agevole per la parte la impugnazione senza farne derivare l’operatività dall’attività di terzi, quali l’ufficiale giudiziario o il giudice adito.
Nel caso di specie, essendo stata la citazione introduttiva depositata in cancelleria il 30 marzo 1998, il termine di impugnazione di trenta giorni previsto a pena di decadenza – concluse la Corte d’appello di Brescia – era inutilmente decorso.
3. – Per la cassazione di tale sentenza hanno proposto ricorso il L. e la Z., sulla base di due motivi. Ha resistito con controricorso il Condominio P., che ha anche depositato memoria illustrativa.

Considerato in diritto

1. – Con il primo motivo di ricorso, si lamenta la insufficiente e contraddittoria motivazione con riguardo al convincimento espresso dalla Corte di merito sulla tardività della impugnazione della delibera condominiale proposta dai coniugi L.-Z.. Il giudice di secondo grado ha richiamato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale la impugnazione di cui si tratta si propone con la forma del ricorso, e la instaurazione del giudizio coincide con la data del deposito nella cancelleria del giudice adito e non con la data della notificazione alla controparte. Tuttavia – osservano i ricorrenti – la stessa giurisprudenza richiamata nella sentenza impugnata precisa che detta impugnazione può essere proposta anche con atto di citazione purché questo venga notificato al condominio entro i trenta giorni dall’adozione o comunicazione della delibera, poiché, in tale ipotesi, l’amministratore viene a conoscenza della impugnazione nel termine previsto dall’art. 1137 cod. civ. e, nel caso in cui sia stato fissato un termine di comparizione eccessivo, può richiederne l’abbreviazione ai sensi dell’art. 163-bis cod. proc. civ. Nella specie, essendo stata adottata la forma della citazione, contraddittoriamente la Corte territoriale sarebbe pervenuta alla statuizione di tardività della impugnativa.
2. – Alla stregua di analoghe argomentazioni i ricorrenti censurano la sentenza per la erronea applicazione dell’art. 1137 cod. civ. in relazione agli artt. 99 e 163 cod. proc. civ., fondata su quell’indirizzo giurisprudenziale già richiamato nel corso della illustrazione della prima censura.
3.1. – Le doglianze pongono all’esame della Corte le questioni della individuazione del mezzo tecnico di impugnazione delle delibere condominiali, e della data da considerare quale dies a quo ai fini del computo del rispetto del termine per la impugnazione.
3.2. – L’art. 1137, secondo comma, cod. civ. stabilisce che contro le deliberazioni contrarie alla legge o al regolamento di condominio ogni condomino dissenziente può fare “ricorso” all’autorità giudiziaria, precisando che il ricorso non sospende l’esecuzione del provvedimento, salvo che la sospensione sia ordinata dall’autorità stessa. Il comma successivo dispone che il ricorso sia proposto, sotto pena di decadenza, entro trenta giorni, che decorrono dalla data della deliberazione per i dissenzienti e dalla data di comunicazione per gli assenti.
Secondo l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, la espressione “ricorso” che figura ripetutamente nel testo richiamato art. 1137 cod. civ., non può ritenersi adoperata in senso atecnico, quale mero sinonimo di istanza giudiziale (v. Cass., sentenze 9 luglio 1997, n. 6205; 27 febbraio 1988, n. 2081; 5 maggio 1975, n. 1716). Tale indirizzo si fonda sul rilievo della diversa formulazione della norma richiamata rispetto alle altre disposizioni codicistiche che, in ipotesi analoghe, in materia di consorzi e società (artt. 2606, 2377), come in materia di comunione in generale (artt. 1107, 1109), non richiedono espressamente il rimedio del ricorso come mezzo di impugnativa delle deliberazioni degli organi collegiali.
La ragione della scelta del predetto mezzo risiederebbe nel carattere di urgenza che generalmente riveste la impugnazione delle delibere condominiali, sottoposta al breve termine di trenta giorni, allo scopo di risolvere celermente le questioni che possano intralciare o paralizzare la gestione del condominio. L’adozione della forma del ricorso consentirebbe al giudice di fissare un termine breve per la comparizione della controparte e per la eventuale sospensione della delibera.
3.3. – Nell’ambito di tale orientamento, è insorto, peraltro, contrasto in ordine all’attività che il condomino ricorrente deve svolgere prima della scadenza del termine di trenta giorni. Secondo un primo indirizzo, sarebbe sufficiente il deposito del ricorso presso il giudice competente: lo stesso ricorso andrebbe poi notificato alla controparte unitamente al provvedimento di fissazione della udienza di comparizione, entro il termine che sarà stabilito dal giudice(v. Cass., sent. n. 1716 del 1975, cit.).
In senso contrario, si è invocato il principio, sostenuto anche in dottrina, secondo il quale nei casi in cui l’atto introduttivo di un giudizio contenzioso è costituito dal ricorso, per la instaurazione del rapporto processuale è sufficiente il deposito di tale atto nella cancelleria (v. Cass., sent. n. 2081 del 1988, cit.). In tale prospettiva, si è osservato che, ricollegando la instaurazione del rapporto processuale alla notifica del ricorso, l’inammissibilità della impugnazione prescinderebbe dall’attività del ricorrente e dipenderebbe dalla tempestiva emanazione del provvedimento giudiziale di fissazione dell’udienza di comparizione e di assegnazione del termine per la notificazione del relativo decreto alla controparte, in quanto, nel caso di ritardata pronuncia del provvedimento, sarebbe difficile, se non impossibile, per il ricorrente effettuare la notifica nel termine di trenta giorni. E nell’ipotesi, poi, di deposito del ricorso in cancelleria nell’ultimo giorno previsto dalla legge, la inammissibilità dello stesso costituirebbe la regola, essendo improbabile che la notificazione possa essere eseguita entro il termine di decadenza, salvo che la emanazione del provvedimento da parte del giudice sia immediata e ad essa segua la notifica ad horas del ricorso e del decreto.
3.4. – In senso contrario alla tesi secondo la quale il termine “ricorso” sarebbe stato utilizzato, nell’art. 1137 cod. civ., nel suo significato tecnico, si potrebbe osservare che le norme con le quali il legislatore ha inteso stabilire una deroga al principio generale previsto dall’art. 163 cod. proc. civ. – secondo il quale la domanda si propone con citazione – sono formulate in modo differente (v. artt. 703, 706, 712 cod. proc. civ.), precisandosi in esse espressamente che la “domanda” viene proposta con ricorso e indicandosi il giudice competente. In tali procedimenti, poi, il giudice competente o il presidente del tribunale, ove non ritenga di emettere provvedimenti immediati, fissa il termine per la comparizione delle parti davanti a sé (artt. 690, 706 cod. proc. civ.) o davanti al giudice istruttore (art. 713 cod. proc. civ.) e per la notifica del ricorso e del relativo decreto; mentre di una tale attività non vi è menzione nell’art. 1137 cod. civ.
È, poi, incontestabile che l’atto introduttivo della impugnazione delle delibere in tema di comunione è la citazione, e un diverso regime in ordine alla impugnativa delle delibere delle assemblee condominiali non potrebbe fondarsi sulla osservazione che per le delibere in materia di comunione non sussisterebbe l’esigenza di risolvere sollecitamente le questioni concernenti la gestione del condominio.
In dottrina, si è altresì osservato che, interpretata letteralmente, la precisazione del legislatore che il ricorso non sospende l’esecuzione è praticamente priva di senso, in quanto un atto depositato nella cancelleria del giudice, e del quale il destinatario ignora l’esistenza, non potrebbe da solo provocare la sospensione della esecutorietà della deliberazione, mentre la espressione di cui si tratta può avere un significato allorché si interpreti il termine “ricorso” nel senso più generico di proposizione dell’impugnazione, mediante la rituale notifica della citazione.
3.5. – Le argomentazioni svolte indurrebbero a ritenere che, con l’adozione del termine “ricorso” nell’art. 1173 cod. civ., il legislatore non abbia inteso prescrivere il mezzo tecnico attraverso il quale deve essere proposta la impugnazione contro le delibere invalide, ma abbia semplicemente voluto garantire la possibilità del condomino di rivolgersi all’autorità giudiziaria, senza derogare alle forme del giudizio ordinario di cognizione, ricalcando la formulazione dell’art. 26, primo comma, del r.d.l. 15 gennaio 1934, n. 56.
Del resto, secondo alcune pronunce di questa Corte, l’impugnazione delle delibere assembleari può essere proposta anche con atto di citazione, purché lo stesso venga notificato al condominio nel termine indicato dall’art. 1137 cod. civ., con la precisazione che, in tale ultima ipotesi, ai fini del rispetto del termine di cui alla citata disposizione codicistica, occorre tener conto della data di notificazione dell’atto introduttivo del giudizio, anziché di quella del successivo deposito in cancelleria, che avviene al momento della iscrizione a ruolo della causa (v. Cass., sentenze 11 aprile 2006, n. 8440, 30 luglio 2004, n. 14560, 16 febbraio 1938, n. 1662), restando in potere dell’amministratore del condominio, in tal caso, chiedere l’abbreviazione del termine a comparire di cui all’art. 163 cod. proc. civ., nel caso in cui sia stato fissato un termine eccessivo.
In senso contrario, si è osservato in dottrina che, se è vero che non vi sono motivi ostativi alla sanatoria ex art. 156, terzo comma, cod. proc. civ. nell’ipotesi di proposizione del giudizio mediante citazione ove sia previsto il ricorso, è altrettanto vero che la convalida dell’atto nullo può ritenersi operante solo nel momento in cui questo produca la medesima situazione processuale propria dell’atto valido cui viene equiparato, e cioè, nella specie, con il deposito della citazione in cancelleria, che determina l’effetto proprio del ricorso. Ne conseguirebbe la illogicità dell’attribuzione alla notificazione della citazione di quella efficacia che la disposizione dell’art. 1137 cod. civ. riconnette esclusivamente all’esperimento dell’azione giudiziaria, in quanto, di per sé, la notificazione non è idonea a determinare la pendenza del giudizio in quelle ipotesi in cui il procedimento debba avere inizio necessariamente con il deposito del ricorso, in armonia con quanto questa Corte ha affermato con riferimento alla ipotesi in cui l’opposizione a decreto ingiuntivo pronunciato in controversie di lavoro sia stata introdotta con citazione anziché con ricorso.
4. – In considerazione dei contrastanti orientamenti espressi da questa Corte sul tema, ed avuto comunque riguardo alla particolare importanza delle questioni di massima sollevate, si ravvisa la opportunità della rimessione degli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite.

P.Q.M.

La Corte rimette gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite.

Subisce l’addebito della separazione il marito adultero che se ne vanta con gli amici comuni.

Cassazione – Sezione prima – sentenza 30 giugno – 14 ottobre 2010, n. 21245
Presidente Luccioli – Relatore Cultrera

Svolgimento del processo

In accoglimento della domanda proposta con ricorso dell’11 febbraio 1999 da V.F. nei confronti del coniuga G.A., il Tribunale di Roma, con sentenza 4.4.2003, ha dichiarato la separazione con addebito al G. per violazione del dovere di fedeltà, nonché di assistenza e solidarietà familiare, ed ha posto a suo carico assegno di mantenimento della F. e per ciascuna delle figlie maggiorenni ma non ancora autosufficienti rispettivamente in Euro 2.000,00 ed Euro 1.100,00 mensili, oltre rivalutazione.
Di entrambe le statuizioni il G. si è doluto con appello proposto innanzi alla Corte d’appello di Roma. In ordine all’addebito ha lamentato omessa ammissione delle prove da lui articolate, reiterandone la richiesta. Ha dedotto che la pretesa infedeltà ascrittagli dalla moglie non aveva trovato il necessario riscontro probatorio; che il suo comportamento infedele andava collocato in un momento successivo alla separazione di fatto; che comunque il fallimento dell’unione coniugale si era già verificato a causa della condotta della moglie che da tempo non gli aveva più prestato affetto né solidarietà morale e spirituale.
Ha chieste ridursi l’importo del contributo di mantenimento, lamentando che il primo giudice lo aveva stabilito sulla base di emolumento di dipendente del omissis comprensivo d’indennità di missione da lui percepita solo in caso di impiego della sua opera all’estero.
Con sentenza n. 1339 depositata il 23 maggio 2005 la Corte territoriale ha confermato la precedente decisione dando atto della cessazione della materia del contendere a far tempo dal 2 novembre 2004 in ordine alle condizioni economiche della separazione, tenuto conto della fissazione dell’assegno di mantenimento nell’udienza presidenziale, celebratasi nell’incardinata causa di divorzio.
A.G. ha impugnato questa decisione con ricorso per cassazione affidato a cinque motivi, cui ha resistito l’intimata con controricorso.

Motivi della decisione

Il ricorrente, denunciando col primo motivo violazione dell’art. 151 c.c. e vizio di omessa, illogica e contraddittoria motivazione, si duole della pronuncia d’addebito della separazione a suo carico. Assumendo l’esigenza di imprescindibile nesso di causalità tra il comportamento contrario ai doveri coniugali tenuto da uno dei coniugi e la crisi coniugale, sostiene che la relativa prova non può attingersi da mere presunzioni tratte da fonti indirette. Violando tale principio, consacrato nella giurisprudenza richiamata, la decisione impugnata omette accertamento ed esposizione dei fatti che diano conto del nesso tra il suo comportamento e il fallimento del matrimonio, ed affida la sua conclusione a mere presunzioni ed a prova indiretta. Non tiene conto altresì del fatto che egli anche dopo l’allontanamento dalla casa coniugale ha devoluto a favore dei familiari quasi per l’intero il suo stipendio e si è autodeterminato ad un’elargizione in loro favore di L. 54 milioni quattro mesi prima del suo allontanamento dalla casa coniugale.
La controricorrente ne deduce infondatezza rilevando che la sentenza conferma ricostruzioni ermeneutiche di assoluto fondamento giuridico, alla cui stregua ha valutato nel merito le risultanze istruttorie, da cui è emersa la condotta infedele del G. e la sua incidenza nel determinare la crisi coniugale.
Il motivo è inammissibile.
La decisione, presupposta l’esigenza in jure dell’accertamento del nesso di causalità tra violazione dei doveri coniugali e crisi dell’unione familiare, asserisce che l’aver instaurato relazione extraconiugale deve presumersi causa efficiente di situazione d’intollerabilità della convivenza, né vale ad escluderne la rilevanza la sua possibile qualificazione in termini di reazione a comportamenti dell’altro coniuge, non essendo possibile la compensazione di responsabilità nei rapporti familiari. In concreto ed in punto di fatto la relazione intrattenuta dal G. con altra donna, provata per testi, e resa pubblica, causò il fallimento del matrimonio e precedette di poco il suo allontanamento dalla residenza coniugale, ulteriore atto contrario ai doveri del matrimonio, cui seguì la non comunicazione alle sue familiari del suo nuovo recapito. Ha evidentemente fatto buon governo del principio enunciato da questa Corte – Cass. n. 25618/2007 -, secondo cui la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente grave in quanto di regola rende intollerabile la prosecuzione della convivenza, giustifica ex se l’addebito della separazione al coniuge responsabile, a meno che non risulti che comunque non abbia avuto incidenza causale nel determinare la crisi coniugale, siccome già preesisteva un menage solo formale (cfr. anche Cass. n. 8512/2006).
La Corte territoriale, come emerge dall’esauriente trama motivazionale che sorregge l’approdo, ha valutato in questa chiave esegetica il comportamento del G., pacificamente gravemente lesivo dei suoi obblighi coniugali, e la sua efficacia causale nel provocare la crisi del suo matrimonio con la F..
Ha sottolineato che la relazione extraconiugale, di cui lo stesso G. aveva diffuso notizia nell’ambiente degli amici comuni, aveva consolidato una crisi che già effettivamente si era manifestata, ma aveva anche determinato definitivamente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza. L’abbandono della casa familiare, che anch’esso di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e sufficiente motivo di addebito della separazione, ha portato alfine all’impossibilità della convivenza – cfr Cass. n. 17056/2007 -. I fatti, dunque, determinarono l’impossibilità della prosecuzione del rapporto di coniugio e la fine del matrimonio.
Il ricorrente, che smentisce tale ricostruzione, avrebbe dovuto provare che il suo comportamento fosse stato indotto da quello della moglie, ovvero che l’abbandono fosse intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si era già verificata, ed in conseguenza di tale fatto. Ma queste evenienze, del cui omesso esame ora si duole, sono state escluse dalla Corte di merito che ha dato conto, con motivazione adeguata e puntuale, della ricostruzione della relazione fra i due coniugi, senza affatto trascurare la valutazione degli addebiti mossi dal G. alla consorte, che ha ritenuto ininfluenti perché sono rimasti indimostrati, stante la genericità delle istanze istruttorie all’uopo formulate.
In conclusione, la decisione della Corte romana, che non ha mancato di sottolineare che la notorietà della relazione di cui si tratta è stata peraltro pregiudizievole per la dignità della F., si fonda su valutazione di fatto, esposta con motivazione logica e scevra da errori logico-giuridici, ed è perciò insindacabile.
Col secondo motivo il ricorrente ascrive ai giudici del gravame error in judicando e violazione degli artt. 156 c.c. e 5 comma 6 l. n. 898/1970 e 100 c.p.c. Censura la sentenza impugnata per avere dichiarato cessata la materia del contendere in ordine alle disposizioni di carattere economico a seguito del provvedimento presidenziale che, nell’incardinata causa di divorzio, ha fissato l’assegno divorzile ed il contributo di mantenimento per le figlie. Assume che le misure economiche sono di natura diversa, sicché il contributo di divorzio non elimina l’interesse alla modifica dell’assegno di separazione che perde efficacia solo con la sentenza di divorzio.
La resistente replica al motivo deducendo carenza d’interesse alla pronuncia.
Il motivo è privo di fondamento.
Com’è noto, l’art. 4 della legge n. 898 del 1970, anche nell’attuale formulazione, conferisce al presidente del tribunale, in caso di infruttuosità del tentativo di conciliazione, il potere di adottare i provvedimenti temporanei ed urgenti che ritenga opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole. Non è peraltro dubitabile che, attenendo detto potere anche ai rapporti patrimoniali ed essendo in atto al momento dell’intervento del presidente in sede di giudizio di divorzio il regime di separazione, la norma in esame comporti l’attribuzione a detto giudice della facoltà di incidere sui rapporti patrimoniali della separazione, introducendo in via provvisoria quelle misure che si rendano indispensabili per la tutela del coniuge più debole ed autorizzando la liquidazione medio tempore di un emolumento mensile in suo favore, indipendentemente dal fatto che le clausole della separazione non lo prevedano o lo prevedano in misura diversa (v. sul punto Cass. 1991 n. 12034).
Il provvedimento presidenziale che stabilisce in via provvisoria la spettanza e la misura dell’assegno divorzile non si cumula pertanto con il titolo formato in sede di separazione, ma si sovrappone ad esso e si fonda su criteri di determinazione autonomi e distinti.
L’impossibilità logica e giuridica di coesistenza di due diversi regimi patrimoniali tra i coniugi in relazione al medesimo arco temporale e per altro aspetto la natura cautelare del provvedimento presidenziale adottato in sede di divorzio comportano che detto provvedimento e quelli successivi pronunciati nel corso del procedimento costituiscono dalla data della loro emissione l’unica disciplina regolatrice dei rapporti tra i coniugi.
La decisione impugnata si colloca in questo tracciato ed è quindi corretta.
Il terzo motivo denuncia vizio di motivazione in ordine alla quantificazione dell’assegno di mantenimento a favore della moglie fino alla indicata data del 2 novembre 2004, lamentando omesso esame della sua effettiva capacità reddituale, desumibile dalla comprovata proprietà di due appartamenti in omissis, l’uno in via omissis, l’altro in comunione col fratello in via omissis di notevole valore, di cinque appezzamenti di terreno in omissis, di un appartamento in palazzo omissis, il cui valore si era chiesto di provare a mezzo C.T.U. Deduce omesso riferimento al fatto che uno solo dei fondi ha fruttato un capitale di Euro 220.000,00 desumibile dal preliminare in atti, nonché al fatto che la denuncia fiscale prodotta dalla moglie indica terreni del valore di circa Euro 500.300,00, ed infine ad un lascito testamentario di cui ella ha beneficiato in Euro 103.000,00.
Il motivo è inammissibile.
La Corte territoriale ha sostenuto che le circostanze di fatto evidenziate – nuda proprietà della casa di via omissis, proprietà dei cinque terreni in omissis, e lascito testamentario – rappresentano circostanze sopravvenute valutabili al più in sede di modifica delle condizioni della separazione ex art. 710 c.p.c.
Tale conclusione è evidentemente affetta da errore di diritto.
La domanda di revisione prevista dalla citata disposizione processuale è infatti improponibile anteriormente al passaggio in giudicato della sentenza che pronunci la separazione stessa, poiché mancherebbe la stessa statuizione da modificare, ed il giudizio sarebbe privo di oggetto, difettando del suo presupposto – v. S.U. n. 8389/1993, Cass. n. 5861/2002, n. 16398/2007 -. Inerisce alla natura ed alla funzione dei provvedimenti diretti a regolare i rapporti economici tra i coniugi in conseguenza della separazione la possibilità di correlare l’ammontare del contributo alle condizioni patrimoniali o reddituali emergenti in corso di giudizio, “anche eventualmente, di modularne la misura secondo diverse decorrenze riflettenti il verificarsi di dette variazioni nel rispetto del principio di disponibilità e di quello generale della domanda”. Ciò impone al giudice di prendere in considerazione tutte le circostanze sopravvenute nelle more del giudizio, per tutto il corso del giudizio, sino alla sua conclusione con sentenza definitiva. Per quel che rileva, ciò imponeva alla Corte di merito di esaminare ogni elemento che potesse incidere sulla misura dell’assegno, sino alla data in cui è stato assunto il provvedimento presidenziale nel giudizio di divorzio.
Questo errore non è stato censurato. La doglianza in esame indirizza critica al tessuto motivazionale che sorregge l’esame delle emergenze istruttorie, mirando peraltro palesemente ad una rivisitazione nel merito delle circostanze riferite, il cui apprezzamento si contesta confutandone la fondatezza. Non indirizza alcuna censura, in quanto non ne coglie il senso, alla ratio sottostante che, come si è rilevato, è errata in jure.
Col quarto motivo il ricorrente censura la decisione impugnata per violazione degli artt. 170 d.p.r. n. 18/1967 e 156 comma 2 c.c. e si duole del fatto che la Corte territoriale ha considerato l’indennità di servizio, che non ha natura retributiva, essendo destinata a sopperire agli oneri derivanti dal servizio all’estero, che è stata percepita solo successivamente al trasferimento da omissis a omissis ed allo stato a omissis, unitamente allo stipendio, quale elemento determinante la misura dell’assegno per la moglie e le figlie.
La resistente deduce infondatezza del motivo.
Il motivo è infondato.
La questione è stata risolta da questa Corte – Cass. 19527/2003, n. 4531/2010 – che ha stabilito che “ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento in favore dei figli e del coniuge, in sede di separazione personale, tra i redditi del coniuge obbligato si deve tenere conto dell’indennità di servizio all’estero attribuita ai diplomatici a norma dell’art. 171 del d.P.R. 5 gennaio 1967 n. 18, così come modificato dall’art. 5 del d.lgs. 27 febbraio 1998 n. 62, ancorché non abbia natura retributiva dal punto di vista contributivo e fiscale e abbia lo scopo di fronteggiare i maggiori oneri derivanti dal servizio prestato all’estero, trattandosi comunque di un entrata patrimoniale idonea a determinare migliori condizioni di vita sul piano economico. Al contrario, nessun rilievo riveste l’assegno per oneri di rappresentanza attribuito mensilmente ai diplomatici, per il servizio all’estero, dall’art. 171-bis del d.lgs. n. 62 del 1998, trattandosi di un contributo forfettario, a natura fissa, assegnato con cadenza mensile, destinato allo svolgimento delle funzioni di rappresentanza ed assoggettato all’obbligo di rendiconto e di restituzione per la parte eventualmente non consumata”. A questo enunciato, che pienamente condiviso s’intende confermare, la decisione impugnata ha prestato adesione avendo preso in considerazione l’indennità di servizio e non già il diverso assegno per oneri di rappresentanza. In parte qua, del resto, la decisione non è stata fatta segno d’impugnazione.
Il motivo deve perciò essere rigettato.
Col quinto motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 155 c.c. e dell’art. 156 c.c. in relazione all’art. 445 c.c. ed all’art. 3 Cost.. Sostenendo la non retroattività della determinazione del quantum dell’assegno di mantenimento, censura l’impugnata statuizione nella parte in cui ha sostenuto la correttezza della decisione di primo grado in ordine alla modifica della misura dell’assegno disposta dal g.i., rispetto a quella fissata precedentemente con provvedimento presidenziale.
Il motivo è infondato.
Ed invero la Corte di Appello ha correttamente rilevato che l’incarico del G. a omissis, che aveva comportato la percezione di una indennità di missione pari a circa Euro 17.000,00 mensili, risaliva al omissis e che pertanto legittimamente la sentenza del primo giudice aveva fatto decorrere la spettanza dell’assegno nella misura complessiva di Euro 4.200,00, superiore a quella fissata nei provvedimenti interinali, al omissis.
Le considerazioni che precedono comportano il rigetto del ricorso, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 2.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali ed accessori di legge.

Per le opposizioni davanti al Giudice di pace non eccedenti 1.033 Euro è dovuto il solo c.u. ma non la marca da 8 Euro.

Ministero della Giustizia – Dipartimento per gli affari di giustizia – Direzione generale della giustizia civile
Circolare n. 4275 del 28 settembre 2010
Giudizio di opposizione alle sanzioni amministrative – Procedimento di cui all’articolo 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689

Alcuni uffici giudiziari, in particolare Uffici del Giudice di Pace, hanno chiesto chiarimenti in merito alla modifica normativa di cui al numero 2) della lettera b) del comma 212 dell’art. 2, legge 23 dicembre 2009, n. 191 (legge finanziaria 2010), che ha introdotto il comma 6-bis dell’articolo 10 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 nella parte in cui prevede che gli atti del processo di opposizione alle sanzioni amministrative siano soggetti “soltanto al pagamento del contributo unificato, nonché delle spese forfetizzate secondo l’importo fissato dall’articolo 30” del Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia.
A seguito di tale riforma, pertanto, i processi in oggetto, antecedentemente esenti “da ogni tassa e imposta”, sono soggetti al pagamento del contributo unificato e dell’importo forfettario dovuto per le modifiche a richiesta d’ufficio mentre continuano ad essere esenti dal pagamento delle altre spese di natura tributaria quali diritti di copia ed imposta di registro.
Per quanto attiene i processi di competenza del giudice di pace, anche nella materia in oggetto, rimane vigente la specifica previsione normativa di parziale esenzione della spesa, disciplinata dall’articolo 46, della legge 21 novembre 1991, n. 374, pertanto, le cause di competenza del giudice di pace, il cui valore non eccede la somma di euro 1.033, sono soggette al pagamento del solo contributo unificato, in armonia con quanto previsto per le cause di diverso oggetto.
Si ritiene opportuno precisare, rispondendo sul punto ad alcuni quesiti, che la procedura disciplinata dall’articolo 23 della legge 689/81 ed il relativo regime fiscale, è specifica e non può pertanto trovare applicazione in tipologie analoghe di opposizioni a provvedimenti sanzionatori dell’amministrazione pubblica.
Si precisa altresì, richiamando sul punto la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate, Direzione Centrale Normativa e Contenzioso, del 30 ottobre 2009, n. 266, che il regime fiscale delle opposizioni, di cui all’articolo 23 della legge 689/81, non trova applicazione nel giudizio di opposizione promosso ai sensi dell’articolo 615 c.p.c.
Si pregano i sigg. Presidenti delle Corti di Appello di portare la presente nota a conoscenza degli uffici giudiziari del distretto.

 

Se la vendita dell’auto non viene trascritta al Pra si continua a rispondere di eventuali sinistri stradali

Cassazione – Sezione terza – sentenza 7 luglio – 12 ottobre 2010, n. 21009
Presidente Varrone – Relatore Filadoro

Svolgimento del processo

Con sentenza 20 luglio-5 ottobre 2005 la Corte di appello di Napoli dichiarava la nullità della sentenza del locale Tribunale del 22 dicembre 1999, per violazione delle norme sul litisconsorzio necessario, rimettendo la causa al Tribunale.
Osservavano i giudici di appello che i genitori esercenti la potestà su tre minori (G. C., Nicola Sarno e G. V.: rispettivamente, conducente e trasportati su una Vespa 50 cc, rimasti coinvolti in un incidente stradale del omissis) avevano chiamato in giudizio A. L., A. A. C. e la soc. Assiolimpia nella qualità di proprietario, conducente e compagnia di assicurazione della vettura Fiat Ritmo targata omissis, chiedendo la condanna dei convenuti in solido al pagamento di tutti i danni subiti in conseguenza del sinistro.
Mentre il C. era rimasto contumace, L. e la compagnia di assicurazione si erano costituiti in giudizio.
L. aveva precisato che – al momento dell’incidente – proprietario del veicolo era P. C., al quale la vettura era stata consegnata in data 5 marzo 1987, assumendosi ogni responsabilità in merito alla circolazione dell’autovettura.
Dopo l’incidente, la vettura era stata venduta in ottobre 1988 alla C. s.a.s.
Per questo motivo, L. chiedeva di chiamare in garanzia P. C., per essere manlevato dalle pretese attrici.
Il Giudice Istruttore autorizzava la chiamata in causa del C., che si costituiva in giudizio, riconoscendo di avere ritirato la vettura nel 1987 e precisando che il ritardo nella trascrizione del passaggio di proprietà era imputabile all’inerzia della mandataria del L..
Con sentenza 22 dicembre 1999 il Tribunale di Napoli, riconosciuta la responsabilità esclusiva di P. C., lo condannava in solido con la compagnia di assicurazione al pagamento del risarcimento dei danni.
Avverso tale decisione proponevano appello principale gli originari attori (alcuni dei quali divenuti maggiorenni nelle more del giudizio) ed appello incidentale la soc. p.a. Generali, quale impresa designata della società in liquidazione coatta amministrativa.
La C. s.a.s. chiedeva che fosse dichiarata l’improcedibilità della impugnazione per non essere mai stata evocata in giudizio (osservando che erroneamente il G.O.A. aveva dichiarato la sua contumacia).
P. C. proponeva anche egli appello incidentale, sottolineando la mancata integrazione del contraddittorio e deducendo che il primo giudice aveva erroneamente deciso la causa sia in punto di “an” sia in punto di “quantum”.
La Corte territoriale – come già accennato – dichiarava la nullità della decisione per violazione delle norme sul litisconsorzio necessario.
Osservavano i giudici di appello che la C. s.a.s. non era mai stata evocata in giudizio, nel giudizio di primo grado, neanche dopo la costituzione del L. e la acquisizione agli atti del rapporto dei Carabinieri di omissis.
Dalla documentazione prodotta era risultato che la vettura in questione, al momento dell’incidente, era di proprietà della C. s.a.s. e condotta da C. A. A..
Avverso tale decisione hanno proposto ricorso gli originari attori (o i minori divenuti nel frattempo maggiorenni o i loro eredi).
Resiste con controricorso la compagnia di assicurazione LLoyd nazionale s.p.a. in liquidazione coatta amministrativa.
Gli altri intimati non hanno svolto difese.

Motivi della decisione

Con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione dell’art. 354, primo comma, c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.
La Corte territoriale aveva ritenuto che la C. s.a.s. doveva essere convenuta in giudizio quale litisconsorte necessaria, in quanto proprietaria del veicolo targato omissis. Per questo motivo aveva rimesso la causa al primo giudice, ai fini della integrazione del contraddittorio.
In realtà, proprietario al momento del sinistro era A. L., mentre la C. s.a.s aveva acquistato la vettura solo in data 19 ottobre 1988.
La notificazione dell’appello alla C. s.a.s. era scaturita dall’errore di intestazione della sentenza compiuta dal giudice di primo grado.
Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano vizi della motivazione in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.
La Corte territoriale aveva erroneamente ritenuto che la C. s.a.s. fosse proprietaria del veicolo al momento dell’incidente, quando da tutta la documentazione risultava che fino a due mesi dopo la proprietà del veicolo era rimasta in capo al L..
Agli atti del procedimento vi era anche una dichiarazione di C. P., il quale, in data 5 marzo 1987, aveva rilasciato una dichiarazione scritta con la quale sollevava il L. da ogni e qualsiasi responsabilità civile e penale fino alla trascrizione della dichiarazione di vendita al P.R.A., con la precisazione che la vettura sarebbe rimasta intestata al L. fino a quel momento.
Nessuna rilevanza, infine, poteva assumere il verbale di sequestro della vettura, redatto dai Carabinieri, dal quale risultava che il veicolo in questione era di proprietà della C. s.a.s. ed era condotto da C. A. A.. Lo stesso, infatti, era contrastato da tutta la documentazione prodotta e si spiegava con il fatto che – al momento dell’incidente – i verbalizzanti non avevano potuto consultare il libretto di circolazione, poiché il conducente ne era sprovvisto.
Osserva il Collegio:
i due motivi, da esaminare congiuntamente in quanto connessi tra di loro, sono fondati.
Il ricorso appare fondato, non potendosi ritenere la sentenza adeguatamente motivata quanto alla proprietà dell’autoveicolo al momento del sinistro.
Sul punto il giudice di primo grado ha rilevato che proprietario del veicolo era, all’epoca del sinistro, il L., e che sarebbe stato suo onere fare annotare il trasferimento di proprietà presso il PRA, ente istituito proprio per far conoscere ai terzi a chi appartengono i veicoli muniti di targa di circolazione.
Si richiama la disposizione di cui all’art. 23 della legge 990 del 1969, secondo la quale, in tema di assicurazione obbligatoria della r.c.a., il responsabile del danno, che a norma dell’art. 23 legge 24 dicembre 1969 n. 990, deve essere chiamato in causa come litisconsorte necessario nel giudizio promosso dal danneggiato contro l’assicuratore con azione diretta, in deroga al principio della facoltatività del litisconsorzio in materia di obbligazioni solidali, è unicamente il proprietario del veicolo assicurato, non anche il conducente, trovando detta deroga giustificazione nell’esigenza di rafforzare la posizione processuale dell’assicuratore, consentendogli di opporre l’accertamento di responsabilità al proprietario del veicolo, quale soggetto del rapporto assicurativo, ai fini dell’esercizio dei diritti nascenti da tale rapporto, ed in particolare, dall’azione di rivalsa ex art. 18 della legge citata.
La decisione impugnata deve, pertanto, essere cassata, con rinvio ad altro giudice che procederà a nuovo giudizio, provvedendo anche in ordine alle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Napoli anche per le spese del giudizio di cassazione.

Imposte, decade dal beneficio chi condona l’omesso versamento ma poi non rispetta i tempi previsti per il pagamento delle rate.

Cassazione – Sezione tributaria – ordinanza 6 luglio – 11 ottobre 2010, n. 20966
Presidente Lupi – Relatore Bisogni
Ricorrente Agenzia delle Entrate

Osserva

1. La controversia ha per oggetto l’impugnazione, da parte della società contribuente, I.P.C. Iniziative Promozioni Commerciali s.r.l., della cartella di pagamento per IRPEG, IRAP, IVA, ritenute alla fonte, iscritte a ruolo a seguito di controllo automatizzato sulla dichiarazione modello unico per l’anno d’imposta 2001, dal quale erano emersi omessi versamenti da parte della I.P.C. Sosteneva la società ricorrente di aver definito gli omessi versamenti ai sensi della L. n. 289 del 2002, art. 9 bis, comma 1. Si costituiva l’Agenzia rilevando che il ritardato pagamento della seconda e terza rata aveva determinato il mancato perfezionamento del condono con conseguente emissione di provvedimento di diniego;
2. La CTP ha accolto il ricorso ritenendo comunque perfezionata la definizione degli omessi versamenti. Contro tale decisione ha proposto appello l’Agenzia rilevando la specialità del procedimento ex art. 9 bis in cui non è previsto che il ritardato versamento delle rate successive alla prima non abbia effetto sulla definizione;
3. La C.T.R. ha respinto l’appello ritenendo che la circostanza per cui l’art. 9 bis, non stabilisca le conseguenze del mancato tempestivo versamento dei ratei successivi al primo, non porta automaticamente alla inefficacia della definizione del condono sia perché quando il legislatore ha inteso sanzionare nell’ambito della L. n. 289 del 2002, la decadenza dal beneficio ha previsto espressamente questa eventualità, come nel caso dell’art. 11, comma 3, sia perché, nel quadro del sistema attuato dalla predetta legge, sono previste molteplici ipotesi, di segno opposto a quella sostenuta dall’Ufficio, in base alle quali la definizione del condono si ritiene perfezionata con il pagamento della prima rata;
4. Ricorre per cassazione l’Agenzia delle Entrate con un unico motivo di impugnazione (violazione della L. n. 289 del 2002, art. 9 bis) con il quale propone alla Corte il seguente quesito di diritto: se il condono previsto dalla L. n. 289 del 2002, art. 9 bis, in caso di rateizzazione, possa ritenersi perfezionato, come ritenuto dall’impugnata sentenza, anche effettuando alcuni pagamenti in ritardo, come espressamente previsto per le altre forme di condono disciplinate dalla L. n. 289 del 2002, oppure se debba affermarsi il principio secondo il quale, attesa la mancanza di clausole esplicitamente riferibili all’art. 9 bis citato, volte a riconoscere effetti al pagamento tardivo, tale forma di condono è perfezionabile solo mediante il pagamento dell’intera imposta dovuta entro le scadenze stabilite dalla norma;

Ritiene che

1. la tesi dell’amministrazione appare palesemente fondata in quanto non è configurabile in tema di condono, proprio per il carattere eccezionale di tale istituto, un principio generale destinato a valere in caso di silenzio del legislatore e tanto meno tale principio può identificarsi con quello ritenuto dalla C.T.R. dato che la sostituzione dell’obbligazione tributaria, oggetto della lite fiscale pendente, con quella assunta dal contribuente con l’istanza di definizione appare condizionata dal punto di vista dell’amministrazione finanziaria al beneficio del riconoscimento e pagamento immediato della ridotta entità del debito tributario da parte del contribuente;
2. sussistono i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verrà condivisa dal Collegio per l’accoglimento del ricorso;
ritenuto che tale relazione appare pienamente condivisibile cosicché il ricorso deve essere accolto con cassazione della sentenza impugnata e decisione nel merito di rigetto del ricorso introduttivo. Sussistono giusti motivi, in relazione all’andamento dei due gradi di merito per compensare le spese processuali relative. La società intimata va invece condannata al pagamento delle spese processuali del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo. Spese del giudizio di merito compensate. Condanna l’intimata al pagamento delle spese processuali del giudizio di cassazione che liquida in complessivi euro 1.100, di cui 100 per spese, oltre spese generali e accessori di legge.

Incidenti stradali: niente risarcimento autonomo per la cicatrice dell’infortunato destinata a diventare meno visibile.

Cassazione – Sezione terza – sentenza 7 luglio – 12 ottobre 2010, n. 21012
Presidente Varrone – Relatore Filadoro

Svolgimento del processo

 

Con sentenza 25 maggio 2005 il Tribunale di Nola rigettava l’appello proposto da P. M. avverso la decisione del locale giudice di pace, la quale aveva condannato G. N. e la Assitalia in solido, nella rispettiva qualità di conducente e proprietaria della autovettura investitrice e di compagnia di assicurazione, al pagamento della somma di lire 3.850.000 a titolo di risarcimento del danno per l’incidente stradale del omissis.
Il giudice di appello rilevava che la somma liquidata a titolo di risarcimento dei danni al veicolo risultava adeguata, e che non era stato provato l’acquisto di altro veicolo in sostituzione.
Quanto ai danni alla persona ed in particolare al danno estetico, il Tribunale osservava che la cicatrice era di ridottissime dimensioni e destinata a divenire meno visibile con il passare del tempo.
Avverso tale decisione il M. ha proposto ricorso per cassazione sorretto da quattro motivi.
Le intimate non hanno depositato controricorso.

Motivi della decisione

Il ricorrente denuncia violazione degli articoli 61, 112, 115, 116, 132 n. 4 c.p.c. e degli articoli 2056, 1226, 2727 e 2729 c.c.
Il primo giudice aveva ritenuto che il danno al veicolo non potesse essere superiore al valore economico dello stesso, al momento dell’incidente. La decisione del giudice di pace era stata confermata in appello, senza tener conto delle spese di rottamazione e di quelle di acquisto di un’altra vettura,
Rientrano nelle nozioni di comune esperienza le spese necessarie per l’acquisto di una autovettura e quelle di rottamazione, da sostenere nel caso di demolizione di un autoveicolo.
Le censure proposte con il primo mezzo sono inammissibili.
La domanda di risarcimento del danno subito da un veicolo, a seguito di incidente stradale, quando abbia ad oggetto la somma necessaria per effettuare la riparazione dei danni, deve considerarsi come richiesta di risarcimento in forma specifica, con conseguente potere del giudice, ai sensi dell’art. 2058 secondo comma, c.c., di non darvi ingresso e di condannare il danneggiante al risarcimento per equivalente, ossia alla corresponsione di una somma pari alla differenza di valore del bene prima e dopo la lesione, allorquando il costo delle riparazioni superi notevolmente il valore di mercato del veicolo. (Cass., 4 marzo 1998 n. 2402).
La decisione dei giudici di appello – secondo la quale la somma liquidata dal primo giudice doveva considerarsi in tutto adeguata – sfugge, pertanto, a qualsiasi censura.
Ed appare del tutto irrilevante – in tale prospettiva – che, incidentalmente, lo stesso Tribunale abbia affermato che il Mensorio non avesse documentato l’acquisto di altra vettura in sostituzione di quella danneggiata (circostanza questa ultima contrastata dal ricorrente, con riferimento alla documentazione prodotta).
Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione degli articoli 61, 112, 115, 132 n. 4 c.p.c. degli articoli 2056 e 2057 c.c. in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.
Il primo giudice non aveva tenuto conto delle risultanze della consulenza tecnica di ufficio, limitandosi ad offrire una propria valutazione in ordine alla inesistenza di postumi permanenti di natura invalidante.
Per giungere a tale conclusione, tuttavia, il primo giudice aveva considerato solo la cicatrice, senza tener conto delle conseguenze derivate dal c.d. “colpo di frusta”.
Le censure non colgono nel segno.
Il Tribunale ha condiviso le conclusioni cui era pervenuto il primo giudice. Questo ultimo aveva preso in considerazione tutte le conseguenze derivate dall’incidente (limitazione funzionale del rachide e cicatrice alla fronte), valutate dal c.t.u. come postumi permanenti nella misura del 5%, ma ha ritenuto che il danno biologico potesse essere liquidato in via equitativa, senza ricorrere alle tabelle previste per postumi permanenti di maggiore gravità.
La sentenza impugnata, in tal modo, ha dimostrato di conoscere e di applicare i principi più volte affermati nella giurisprudenza di questa Corte secondo i quali, in presenza di postumi permanenti di modesta entità (cosiddette “micropermanenti”) che non si traducono, di regola, in una proporzionale riduzione della capacità lavorativa specifica, il danno da lucro cessante in tanto è configurabile in quanto sussistano elementi concreti che inducano a ritenere che, a causa dei postumi, il soggetto effettivamente ricaverà minori guadagni dal proprio lavoro, essendo ogni ulteriore o diverso pregiudizio risarcibile a titolo di danno biologico.
In particolare, per quanto riguarda il danno estetico, è stato ritenuto che: “In tema di risarcimento del danno alla persona, i postumi di carattere estetico, (nella specie, valutati complessivamente come danno biologico permanente del 5 per cento), in quanto incidenti in modo negativo sulla vita di relazione, possono ricevere un autonomo trattamento risarcitorio, sotto l’aspetto strettamente patrimoniale, allorché, pur determinando una così detta “micropermanente” sul piano strettamente biologico, eventualmente provochino negative ripercussioni non soltanto su un’attività lavorativa già svolta, ma anche su un’attività futura, precludendola o rendendola di più difficile conseguimento, in relazione all’età, al sesso del danneggiato ed ad ogni altra utile circostanza particolare”. (Cass. 25 maggio 2006 n. 12423).
Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione degli articoli 112, 115, 132 n. 4 c.p.c., articoli 1224 e 1219 n. 1 codice civile.
Il Tribunale, in ordine al terzo motivo di appello, aveva osservato che dalla motivazione della decisione di primo grado risultava che le somme riconosciute al M. erano state determinate alla attualità e che gli interessi erano stati riconosciuti, come risultava dal dispositivo.
In realtà, il primo giudice aveva riconosciuto gli interessi solo sulla somma liquidata a titolo di risarcimento del danno al veicolo, mentre per il danno alla persona, aveva escluso – in motivazione – il diritto agli interessi (pur richiamandoli, in dispositivo). Nel dispositivo, in effetti, si legge: “Condanna N. G. e l’Assitalia spa in solido a pagare in favore di M. P. la complessiva somma di lire 3.850.000 oltre interessi come determinati in motivazione”.
Le censure formulate con tale mezzo sono fondate.
Al ricorrente spettano gli interessi e la rivalutazione, con le modalità indicate dalla giurisprudenza di questa Corte (Cass. S.U. 17 febbraio 1995 n. 1712):
“Qualora la liquidazione del danno da fatto illecito extracontrattuale sia effettuata “per equivalente”, con riferimento, cioè, al valore del bene perduto dal danneggiato all’epoca del fatto illecito, e tale valore venga poi espresso in termini monetari che tengano conto della svalutazione intervenuta fino alla data della decisione definitiva (anche se adottata in sede di rinvio), è dovuto al danneggiato anche il risarcimento del mancato guadagno, che questi provi essergli stato provocato dal ritardato pagamento della suddetta somma”.
Infine, con il quarto motivo il ricorrente deduce la violazione degli articoli 91, 112, 132 n. 4 c.p.c., art. 75 disp. att. c.p.c. e art. 24 della legge 749 del 1942.
Il giudice di appello aveva rigettato il quarto e quinto motivo di appello, relativi alla liquidazione delle spese del giudizio di primo grado, osservando che solo in comparsa conclusionale l’appellante aveva indicato specificamente le voci della tariffa che riteneva fossero state violate.
Il Tribunale avrebbe dovuto, invece, dare adeguata motivazione in ordine alla eliminazione o riduzione delle voci di tariffa operate, al fine di consentire – attraverso il sindacato di legittimità – l’accertamento della conformità della liquidazione alle tabelle.
Anche questo ultimo motivo è privo di fondamento.
Sfugge a qualsiasi censura la affermazione, contenuta nella sentenza di appello, secondo la quale la indicazione dei minimi tariffari avrebbe dovuto essere dedotta tempestivamente in sede di impugnazione.
Si richiama la giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale:
“In tema di liquidazione delle spese processuali, la parte che censuri la sentenza di primo grado con riguardo alla liquidazione delle spese di giudizio, lamentando la violazione dei minimi previsti dalla tariffa professionale, ha l’onere di fornire al giudice d’appello gli elementi essenziali per la rideterminazione del compenso dovuto al professionista, indicando, in maniera specifica, gli importi e le singole voci riportate nella nota spese prodotta in primo grado, dovendosi escludere che tali indicazioni possano essere desunte da note o memorie illustrative successive, la cui funzione è solo quella di chiarire le censure tempestivamente formulate”. (Cass. 9 luglio 2009 n. 16149).
In tema di controllo della legittimità della pronuncia di condanna alle spese del giudizio, deve dunque essere dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione che si limiti alla generica denuncia dell’avvenuta violazione del principio di inderogabilità della tariffa professionale o del mancato riconoscimento di spese che si asserisce essere state documentate, atteso che, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, devono essere, invece, specificati gli errori commessi dal giudice e precisate le voci di tabella degli onorari, dei diritti di procuratore che si ritengono violate, anche in relazione al valore della controversia, nonché le singole spese asseritamente non riconosciute.
A questo ultimo riguardo, per ciò che concerne la censura relativa alle spese sostenute per la consulenza tecnica di ufficio (che, secondo il ricorrente, erroneamente il giudice di pace affermerebbe di avere liquidato alla parte attrice) è appena il caso di ricordare che gli eventuali errori in cui sia incorso il giudice del merito nella liquidazione delle spese vive, quando non possono essere corretti con il procedimento di cui all’art. 287 cod. proc. civ., possono solo costituire motivo di revocazione, ma non certo di ricorso per Cassazione (Cass. 1 dicembre 2000 n. 15373).
Anche questo ultimo profilo di censura si rivela, pertanto, inammissibile.
Conclusivamente deve essere accolto il terzo motivo e rigettati tutti gli altri.
La sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altro giudice che procederà a nuovo esame, provvedendo anche in ordine alle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il terzo motivo.
Rigetta il primo, secondo e quarto motivo.
Cassa in relazione alle censure accolte e rinvia al Tribunale di Nola anche per le spese del presente giudizio.

Responsabilità del medico (ginecologo) per le gravi lesioni personali riportate in occasione della nascita. (Cass. 20667 del 5 ottobre 2010)

Cassazione – Sezione terza – sentenza 23 giugno – 5 ottobre 2010, n. 20667
Presidente Varrone – Relatore Filadoro

Svolgimento del processo

Con atto di citazione V.M. e L.L., in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale sul figlio minore V.F., convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma i dottori C.G. e Cu.Gi. e l’ostetrica T.S. e la casa di cura X s.r.l. per sentire dichiarare che le gravi lesioni personali riportate dal minore (con esiti di inabilità permanente) in occasione della nascita erano imputabili a colpa di tutti i sanitari che avevano assistito la L. prima, durante e dopo il parto.
La L. era stata seguita durante la gravidanza al Dott. C., il quale non aveva fatto eseguire una ecografia tra la ventottesima e la trentesima settimana di gestazione (questo esame avrebbe consentito di prevedere la distocia di spalla e di programmare a priori modalità del parto tali da affrontare la situazione, senza pericoli per il bambino).
Il ginecologo che aveva seguito il parto, Dott. Cu., secondo gli attori, non si sarebbe reso conto che le spalle del bambino avevano difficoltà ad uscire (distocia di spalla) e non avrebbe posto in essere le manovre tipiche che si adottano in tali evenienze, idonee ad evitare danni per il neonato. La distocia di spalla è infatti universalmente riconosciuta come una delle cause più frequenti della paralisi del plesso brachiale.
Gli attori avevano richiesto la condanna dei convenuti in solido al risarcimento dei danni subiti dal minore e in proprio dagli stessi genitori.
I convenuti si costituivano e contestavano la fondatezza della domanda.
Con separati atti di citazione, il C., il Cu. e la s.r.l. X convenivano in giudizio la società Milano Assitalia e le Assicurazioni Generali, presso le quali erano rispettivamente assicurati, chiedendo di essere manlevati in caso di soccombenza nei confronti dei V..
Le società assicuratrici si costituivano in giudizio, chiedendo il rigetto delle domande.
Con sentenza n. 3298 del 2001, il Tribunale respingeva le domande proposte nei confronti del C., della T. e della società X, nonché quelle formulate in proprio dagli attori.
Accoglieva invece la pretesa avanzata nell’interesse del minore nei confronti del Cu. e condannava quest’ultimo al risarcimento dei danni, che liquidava in L. 498.999.000, oltre accessori dalla data della sentenza.
Dichiarava inoltre l’Assitalia tenuta a manlevare il Cu. delle somme dovute alla parte attrice.
Avverso tale decisione l’Assitalia proponeva appello, ribadendo l’eccezione, già formulata in primo grado, relativa alla violazione, da parte del proprio assicurato, del patto di gestione della lite.
Censurava le valutazioni formulate dai consulenti tecnici di ufficio, condivise dal Tribunale, in ordine alla ritenuta responsabilità del dottor Cu..
Si costituivano in giudizio i coniugi V., proponendo appello incidentale, con il quale insistevano nella pretesa avanzata nei confronti del dottor C., per tutti i danni, patrimoniali e non, direttamente subiti a seguito delle lesioni riportate dal minore durante la nascita.
Si costituiva in giudizio il Cu., deducendo la infondatezza dell’appello della Assitalia, proponendo a sua volta appello incidentale in ordine alla propria condanna.
Si costituivano, infine, anche le altre parti (X, Assicurazioni Generali s.p.a., la Milano assicurazioni s.p.a.).
Espletata nuova consulenza tecnica di ufficio, la Corte di appello – con sentenza 20 maggio – 10 novembre 2005 – dichiarava inammissibile l’appello incidentale proposto da Cu..
In parziale accoglimento dell’appello principale proposto da Assitalia e di quello incidentale dei coniugi V., condannava Cu.Gi. a pagare a ciascuno degli appellanti incidentali, la ulteriore somma di Euro 25.000,00, oltre interessi legali dalla sentenza al saldo.
Dichiarava che Assitalia era tenuta a manlevare Cu.Gi., in relazione a tutte le somme da questo dovute ai coniugi V. – in proprio e quali esercenti la potestà sul figlio minore – nei limiti del massimale assicurato, di L. 300.000.000 (pari ad Euro 154.937,07).
Avverso tale decisione il dottor Cu. ha proposto ricorso per cassazione, sorretto da quattro distinti motivi.
Resistono con distinti controricorsi l’INA – Assitalia, la Milano assicurazioni e i coniugi V. – L..
Hanno depositato memorie INA – Assitalia, Cu. ed i coniugi V. – L..

Motivi della decisione

Deve innanzi tutto disporsi la riunione dei ricorsi, proposti contro la medesima decisione.
Con il primo motivo, il ricorrente principale denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto, con riferimento agli art. 168 bis c.p.c., commi 4 e 5, artt. 166, 343 e 347 c.p.c., nullità della sentenza e del procedimento, con riferimento all’art. 168 bis c.p.c., commi 4 e 5, artt. 166, 343 e 347 c.p.c., omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, ex art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento all’art. 168 bis c.p.c., commi 4 e 5, artt. 166, 343 e 347 c.p.c..
La sentenza impugnata aveva dichiarato l’inammissibilità dell’appello incidentale proposto dal Cu. sostenendo che la proposizione dell’appello incidentale sarebbe stata tardiva rispetto alla data della “vocatio in ius” contenuta nell’appello principale, poiché l’udienza di prima comparizione era stata tenuta a seguito di un differimento automatico ai sensi dell’art. 168 bis, comma 4.
In realtà, lo spostamento di udienza era avvenuto ai sensi del comma 5, dello stesso articolo, con la comunicazione della data di udienza di prima comparizione da parte della Cancelleria.
Da ciò derivava la tempestività dell’appello incidentale proposto dal Cu., che in ogni caso aveva diritto di proporre appello incidentale tardivo, a seguito dell’appello incidentale dei coniugi V. – L..
Il motivo è privo di fondamento.
Con motivazione del tutto adeguata che sfugge a qualsiasi censura di violazione di legge e di vizio della motivazione, la Corte territoriale ha accertato che nel caso di specie si era trattato di un differimento automatico della prima udienza, ai sensi dell’art. 168 bis c.p.c., comma 4.
Nessuna rilevanza, hanno sottolineato i giudici di appello, poteva assumere in contrario la circostanza che la Cancelleria del Tribunale – senza averne l’obbligo avesse dato comunicazione alle parti del differimento, mancando nel caso di specie il decreto motivato ai sensi dell’art. 168 c.p.c., comma 5.
Ed infatti l’unica fattispecie che giustifica la mancata considerazione dell’originaria data dell’udienza fissata nell’atto di citazione è quella – del tutto distinta – contemplata dall’art. 168 bis c.p.c., comma 5, la quale ricorre allorché il giudice istruttore designato, nei cinque giorni dalla presentazione del fascicolo, ritenga, con proprio decreto motivato, di differire la data della prima udienza; fattispecie nella quale – giusta espressa previsione di cui allo stesso art. 166 c.p.c. – il termine di “20 giorni prima” va appunto computato in riferimento alla data fissata nel decreto del giudice istruttore designato (Cass. 11 giugno 2003 n. 9351, 4 novembre 2003 n. 16526).
Sulla base di tali principi, interamente condivisi dal Collegio, deve ribadirsi anche in questa sede che è inammissibile, perché tardivo l’appello incidentale, quando sia stato proposto con comparsa di risposta depositata successivamente all’udienza fissata nell’atto di citazione in appello anche se questa sia stata rinviata d’ufficio ai sensi dell’art. 168 bis c.p.c., comma 4.
La relativa inammissibilità deve essere rilevata d’ufficio ed, in mancanza, può essere eccepita per la prima volta dalla controparte anche in sede di legittimità (Cass. 11 luglio 2006 n. 15705, 29 ottobre 2001 n. 13427).
Sotto altro profilo, vai la pena di sottolineare che l’interesse del Dott. Cu. a proporre appello incidentale tardivo non era affatto sorto dalla impugnazione incidentale a suo tempo proposta dai coniugi V. – L..
Questi infatti avevano richiesto, con l’appello incidentale, che fosse accertata una concorrente responsabilità dell’altro medico, Dott. C., con conseguente riconoscimento di tutti i danni, morali e materiali, subiti direttamente dai genitori.
Il Cu., si era limitato a richiedere – con la propria impugnazione incidentale – la riforma della decisione del Tribunale nella parte in cui aveva statuito in ordine alla responsabilità dello stesso Cu., con la condanna di Assitalia a manlevarlo di tutte le somme riconosciute in favore dei genitori del minore, senza prendere posizione in ordine alle domande formulate dai coniugi V. – L..
Donde un ulteriore profilo di inammissibilità dell’appello incidentale tardivo, anche alla luce della recente decisione delle Sezioni Unite di questa Corte (Cass. S.U. 27 novembre 2007 n. 24627), secondo la quale l’impugnazione incidentale tardiva è sempre ammissibile, a tutela della reale utilità della, parte, tutte le volte che l’impugnazione principale metta in discussione l’assetto di interessi derivante dalla sentenza alla quale il coobbligato aveva prestato acquiescenza.
Con il secondo motivo il ricorrente principale, Cu., deduce la violazione e falsa applicazione di norme di legge, artt. 1223 e 1226 c.c., in relazione al riconoscimento, in favore dei coniugi V., del danno morale, “iure proprio” subito a seguito delle lesioni riportate dal figlio F..
I giudici di appello avevano condannato il Cu. al risarcimento di una somma ulteriore, di Euro 50.000,00 a titolo di danno morale, senza spiegare i criteri utilizzati per tale liquidazione.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte il danno morale deve essere allegato e provato da colui che chiede il risarcimento relativo.
Il motivo è infondato, alla luce di consolidata giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa del fatto illecito costituente reato, lesioni personali, spetta anche il risarcimento del danno non patrimoniale, concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima, non essendo ostativo il disposto dell’art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso, con conseguente legittimazione del congiunto ad agire “iure proprio” contro il responsabile (Cass. 9556 del 2002).
La liquidazione di tale danno non può che avvenire in via equitativa, con una valutazione complessiva del danno non patrimoniale, potendosi ricorrere a presunzioni sulla base di elementi obiettivi, forniti dal danneggiato quali le abitudini di vita, la consistenza del nucleo familiare e la compromissione delle esigenze familiari.
A tali principi si è attenuta la Corte territoriale, che ha tenuto conto del rapporto affettivo tra i genitori ed il piccolo F. e della gravità delle lesioni riportate dal minore, con esiti di inabilità permanente di grave entità.
I giudici di appello hanno rilevato, in proposito, che nel caso in esame vi era la prova presuntiva del danno no patrimoniale subito dai V. – L., considerato il rapporto affettivo tra questi ed il piccolo F., nonché la gravità delle lesioni riportate dal minore.
Ed hanno concluso, utilizzando criteri equitativi e considerate le peculiarità del caso e la entità delle lesioni riportate dal minore, di riconoscere per tale ulteriore voce di danno – rientrante nel danno non patrimoniale – la somma di Euro 25.000,00 per ciascun genitore, comprensiva di rivalutazione e del ristoro del pregiudizio per la tardiva disponibilità del danaro.
Deve dunque concludersi che la Corte territoriale abbia dato esauriente conto di tutte le circostanze di fatto considerate nella valutazione operata e del percorso logico seguito per giungere al risultato finale della complessiva determinazione del danno non patrimoniale.
Con il terzo motivo il ricorrente principale denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto, nullità della sentenza o del procedimento ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, con riferimento al divieto di “ius novorum” in appello ex art. 345 c.p.c., ed alla errata qualificazione ed interpretazione da parte del giudice di appello della distinzione tra eccezioni in senso stretto ed eccezioni in senso lato, omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, ex art. 360 c.p.c., n. 5, con riguardo alla domanda e/o eccezione svolta per la prima nel giudizio di gravame dall’Assitalia di manleva bon oltre il massimale di polizza.
Con una motivazione contraria a logica ed al diritto, i giudici di appello avevano qualificato come “eccezione in senso lato” quella formulata per la prima volta in appello da Assitalia, avente ad oggetto la condanna della medesima compagnia alla manleva del Cu. non oltre i limiti del massimale di polizza.
Considerato che, invece, si trattava di eccezione in senso proprio, la Corte territoriale avrebbe dovuto dichiararne la inammissibilità.
Sin dall’inizio del contenzioso, gli attori avevano chiesto la condanna di tutti i convenuti in solido al pagamento di una somma, di gran lunga superiore a quella poi loro riconosciuta dal Tribunale.
Pertanto, sin dalla comparsa di risposta nel giudizio di primo grado, Assitalia, ritualmente chiamata in giudizio dal Cu. a garanzia di tutti i possibili danni derivanti dall’azione degli attori, avrebbe dovuto sollevare la eccezione che la propria responsabilità doveva essere contenuta entro i limiti del massimale di polizza.
Travisando le questioni sottoposte al suo esame, la Corte territoriale aveva ritenuto ammissibile la eccezione sollevata dalla Compagnia di assicurazione e inammissibile (costituendo domanda nuova) la domanda di manleva oltre il massimale di polizza proposta dal Cu..
Tra l’altro, la richiesta di condanna oltre il massimale, in relazione alla “mala gestio” dell’assicuratore nei confronti del proprio assicurato (“mala gestio” propria) può ritenersi proposta implicitamente con la domanda di manleva con la quale l’assicurato, responsabile del danno, chieda all’assicuratore di essere tenuto indenne in misura corrispondente all’importo dovuto al danneggiato.
Anche questo motivo è privo di fondamento.
La Corte territoriale ha premesso, opportunamente, che la eccezione (non formulata in primo grado) era comunque ammissibile, trattandosi di eccezione in senso lato, risolventesi nella contestazione della esistenza di un elemento costitutivo della domanda di manleva proposta dall’assicurato.
Nel merito, i giudici di appello hanno concluso che la eccezione doveva considerarsi fondata, essendo pacifico tra le parti che il contratto di assicurazione stipulato dal Cu. prevedeva un massimale di trecentomilioni di lire. La prova della esistenza e del limite quantitativo del massimale di polizza risultava sin dall’inizio dei procedimento instaurato dal Cu. contro INA Assitalia, successivamente riunito alla causa di responsabilità professionale instaurata dai genitori del V..
La polizza assicurativa era stata prodotta in atti proprio dal Dott. Cu., a sostegno del diritto ad essere manlevato da eventuali condanne. Ed il Dott. Cu., nell’atto di citazione 4 marzo 2006, aveva chiesto la condanna di Assitalia – Le Assicurazioni di Italia s.p.a. “a tenere indenne e garantire il sig. prof. Cu.Gi. da ogni e qualsiasi effetto e/o conseguenza derivante dalle statuizioni che verranno eventualmente adottate in quel giudizio e ciò in forza della polizza stipulata con la compagnia assicurativa Assitalia – Le Assicurazioni di Italia spa n. 73/60/206939/38”.
La domanda di manleva del Cu. era, pertanto, sin dall’inizio contenuta nei limiti del massimale di polizza, espressamente richiamata.
La sentenza impugnata appare, pertanto, conforme alla giurisprudenza di questa Corte, che, intervenendo sull’argomento, ha espressamente riconosciuto che: “il limite del massimale vale a configurare e a delimitare normativamente il diritto del danneggiato e, conseguentemente, può essere proposta per la prima volta in appello, anche nella vigenza del nuovo testo dell’art. 345 c.p.c.” (Cass. 26 marzo 2003 n. 4485).
Sotto altro profilo, la Corte territoriale ha osservato che la domanda di condanna della società di assicurazione oltre il limite del massimale (avanzata dal Cu. solo in grado di appello e fondata sulla “mala gestio” dell’assicuratore) doveva considerarsi inammissibile, in quanto domanda nuova, proposta per la prima volta in appello.
Come noto, i limiti del massimale possono essere superati in caso di colpevole inerzia (o ingiustificato rifiuto) dell’assicuratore nell’adempimento della sua obbligazione.
Infatti, l’ipotesi di ingiustificato rifiuto da parte dell’assicuratore di effettuare il pagamento rientra nella violazione degli obblighi di cui agli artt. 1175, 1176 e 1375 c.c., ed è, quindi, fonte di responsabilità per l’assicuratore, anche oltre il massimale per l’esborso che la propria condotta inadempiente abbia costretto l’assicurato (Cass. 28 novembre 1995,n. 12302).
In questa ipotesi, l’obbligazione dell’assicuratore va liquidata provvedendo alla cosiddetta rivalutazione di quel massimale, in relazione al sopravvenuto deprezzamento della moneta con l’aggiunta degli interessi legali di mora, ferma restando sul massimale così rivalutato la debenza degli interessi legali sino al saldo (Cass. 21 aprile 1995,n. 4494).
Va, tuttavia, rilevato che la domanda del danneggiato contro l’assicuratore di condanna oltre il massimale di polizza per interessi e svalutazione, non può ritenersi implicitamente contenuta nell’indicazione del “quantum” in misura superiore al massimale, perché la responsabilità ultramassimale è fondata su autonomo titolo (vale a dire sulla colpevole inerzia dell’assicuratore), che va dedotto dal danneggiato espressamente e tempestivamente, non potendo la durata del processo in sè costituire colpevole ritardo (Cass. 28 maggio 1996, n. 4910,).
Con la conseguenza che, se proposta per la prima volta in appello – come nel caso di specie – la domanda di condanna oltre massimale deve essere dichiarata inammissibile (Cass. 15 gennaio 2003 n. 477, 27 febbraio 2002 n. 2910, 8 maggio 1998 n. 4677).
Con il quarto motivo si deduce, infine, la nullità della sentenza e del procedimento, ex art. 360 c.p.c., n. 4, nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, ex art. 360 c.p.c., n. 5, con riguardo alla mancata interruzione del giudizio con riferimento all’art. 300 c.p.c. a causa del decesso di C.G. in ordine alla conseguente omessa pronuncia, ex art. 113 c.p.c., in ordine alla relativa istanza/dichiarazione contenuta nella memoria di replica alla comparsa conclusionale ritualmente depositata in giudizio.
La difesa del dottor Cu. aveva dichiarato, nella memoria di replica depositata nel giudizio di appello in data 11 aprile 2005, che il dottor C.G. era deceduto in data omissis ed avevano chiesto che la Corte di appello dichiarasse l’interruzione del processo.
Nella sentenza impugnata non vi era traccia di pronuncia in ordine a tale istanza, con conseguente nullità della sentenza e del procedimento di secondo grado, per grave violazione delle norme in materia di interruzione del giudizio per morte della parte e di violazione del precetto di cui all’art. 112 c.p.c..
Anche quest’ultimo motivo è inammissibile ancor prima che privo di fondamento.
La circostanza della morte del Dott. C. è stata dedotta dal difensore di altra parte, che non aveva alcun titolo o interesse a farlo.
Si richiama sul punto la giurisprudenza di questa Corte, la quale è ferma nel ritenere che la morte o la perdita della capacità della parte costituita che sopravvengano nel corso del giudizio di appello trovano specifica e compiuta disciplina nelle disposizioni dell’art. 300 c.p.c., e, pertanto, se il procuratore costituito, unico legittimato ai sensi della medesima norma, ometta di dichiarare in udienza o di notificare alle altre parti uno degli anzidetti eventi relativi alla parte da lui rappresentata, la posizione giuridica di quest’ultima resta stabilizzata rispetto alle altre parti ed al giudice quale persona esistente e capace (in questo senso, Cass. n. 6701 e 17913 del 2009, Cass. S.U. n. 10706 del 2006).
Va ricordato, da ultimo, che la violazione delle norme sulla interruzione del processo costituisce,, pur sempre, una nullità relativa eccepibile, ex art. 157 c.p.c., soltanto dalla parte nel cui interesse sono poste le norme sull’interruzione e, cioè, dalla parte colpita dall’evento interruttivo.
Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato.
Sussistono giusti motivi, in considerazione delle questioni trattate, per disporre la integrale compensazione delle spese tra il Cu., Assitalia e Milano assicurazione.
Il ricorrente principale deve essere condannato al pagamento delle spese nei confronti dei coniugi V. – L., liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Compensa le spese tra Cu., Assitalia e Milano assicurazione.
Condanna il Cu. al pagamento delle spese che liquida in Euro 8.200,00, di cui Euro 8.000,00 per onorari di avvocato, oltre spese generali ed accessori di legge, in favore di V.M. e L.L..

Per la Cassazione niente risarcimento per chi cade in una buca ma non ha testimoni.

Cassazione – Sezione terza – sentenza 21 settembre – 6 ottobre 2010, n. 20759
Presidente Morelli – Relatore Filadoro

Svolgimento del processo

Con sentenza 24 marzo 2005 il Tribunale di Napoli accoglieva parzialmente l’appello proposto da U. I. (e quello incidentale di C. R.) avverso la decisione del locale giudice di pace del 13 novembre 2003, dichiarando che esclusivo responsabile dell’incidente occorso ad un pedone C. R., caduto in una buca della strada in omissis, via omissis (mentre si recava a depositare l’immondizia negli appositi cassonetti) doveva considerarsi il Comune di omissis.
Il Tribunale di Napoli escludeva la esistenza di un concorso di colpa del pedone (valutata invece nell’ordine del 30% dal primo giudice).
Il Tribunale condannava inoltre il titolare della impresa incaricata della manutenzione della strada, U. I. (condannato direttamente dal primo giudice e ritenuto responsabile dell’incidente al 70%) a rivalere il Comune di omissis per tutte le somme poste a suo carico con la stessa decisione.
Ha, infine, rigettato la domanda di garanzia proposta dalla Impresa X nei confronti della s.p.a. Assitalia, osservando che la copertura assicurativa non riguardava i danni derivati da omessa manutenzione della strada, ma solo i danni derivati a terzi dalla esecuzione dei lavori appaltati.
Avverso tale decisione, lo I. ha proposto ricorso per cassazione sorretto da quattro distinti motivi, illustrati da memoria.
Il Comune di omissis resiste con controricorso.
La Assitalia ha depositato procura speciale. Il suo difensore ha discusso la causa alla udienza odierna.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente deduce travisamento delle risultanze processuali, violazione e falsa applicazione degli articoli 115 e 116 c.p.c., concernenti norme di legge sul procedimento e sulla valutazione delle prove (art. 360 nn. 3 e 4 c.p.c.) nonché omessa o insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 n. 5 c.p.c.).
Il giudice di appello aveva erroneamente ritenuto la fondatezza della domanda di garanzia svolta dal Comune di omissis nei confronti della impresa X senza tener conto che dalla documentazione prodotta era emerso che la zona in cui si era verificato l’incidente era interessata da lavori di scavo della società Y, che eseguiva la sostituzione di una condotta dell’acqua.
La impresa X, pertanto, doveva considerarsi esente da qualsiasi responsabilità, considerato che la stessa era responsabile contrattualmente nei confronti del Comune, con esclusione delle strade o zone stradali interessate da lavori di manutenzione temporanea o permanente affidati ad altre imprese.
Con il secondo motivo il ricorrente denuncia travisamento delle risultanze processuali, insufficiente e incongrua motivazione, nonché violazione e falsa applicazione degli articoli 1176 e 1218 c.c. e degli articoli 1362 e seguenti c.c. (art. 360 nn. 3, 4 e 5 c.p.c.).
La giurisprudenza di questa Corte – in tema di manutenzione della rete stradale – è ferma nel ritenere che la diligenza del Comune debba essere valutata tenendo conto che la estensione della rete stradale esclude che sulla stessa possa essere esercitato un controllo completo e continuo, tale da dar luogo ad una custodia in senso tecnico.
Orbene, se l’obbligo di custodire la rete stradale viene considerato impossibile per il Comune di omissis, a maggior ragione tale impossibilità doveva essere ribadita anche per la impresa appaltatrice dei lavori di manutenzione ordinaria delle strade.
Pertanto, affermando che la sorveglianza e manutenzione della rete stradale urbana costituiva la essenza stessa della prestazione contrattuale assunta dalla impresa X, il giudice di appello aveva violato le norme che impongono di interpretare il contratto nel suo complesso, essendo del tutto evidente che la impresa interviene, soprattutto, su segnalazione e indicazione della parte committente, come risultava del resto dallo stesso Capitolato speciale.
Il Tribunale, ad avviso del ricorrente, avrebbe dovuto accogliere la domanda dell’appellante principale, intesa ad ottenere la dichiarazione di nullità della clausola posta a fondamento della garanzia invocata dal Comune di omissis.
Con il terzo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 324 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c. nonché dell’art. 116 c.p.c. (art. 360 nn. 3 e 4 c.p.c.), travisamento delle risultanze processuali, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 n. 5 c.p.c.).
Decidendo su una analoga controversia, lo stesso Tribunale di Napoli aveva condannato la compagnia di assicurazione Assitalia, in solido con la società appaltatrice assicurata, al risarcimento dei danni per un incidente derivato da omessa manutenzione della strada.
Analoghe decisioni erano state rese dal giudice di pace napoletano.
Il giudice di appello non aveva tenuto conto di tali precedenti, così violando la disposizione di cui all’art. 2909 c.c., ritenendo infondata la eccezione di giudicate sollevata.
Con il quarto motivo si deduce, sotto altro profilo, travisamento delle risultanze processuali, insufficiente ed incongrua motivazione, violazione e falsa applicazione degli articoli 115 e 116 c.p.c., concernenti norme di legge sul procedimento e sulla valutazione delle prove e degli articoli 1362 e seguenti del codice civile (art. 360 nn. 3, 4 e 5 c.p.c.) nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.
Il giudice di appello aveva, ancora una volta erroneamente, ritenuto la non operatività della polizza alle ipotesi di sinistri verificatisi in conseguenza della violazione dell’obbligo di custodire e vigilare sulla rete stradale, ritenendo che la garanzia assicurativa riguardasse solo danni a terzi derivati dalla esecuzione dei lavori appaltati.
Osserva il Collegio:
i quattro motivi, da esaminare congiuntamente in quanto connessi tra di loro, non sono fondati.
Dopo aver rilevato che nel caso di specie non era emerso alcun comportamento dell’attore tale da poter configurare un suo concorso di colpa (in considerazione della scarsa visibilità dei luoghi e della presenza di una buca assai prossima ai cassonetti dei rifiuti, il giudice di appello ha ritenuto la esclusiva responsabilità del Comune di omissis, ritenendo sussistente una situazione di pericolo occulto (c.d. insidia o trabocchetto) connotato dalla non visibilità (elemento oggettivo) e non prevedibilità (elemento soggettivo) del pericolo, considerato come causa dell’evento occorso.
Con motivazione adeguata – che sfugge a qualsiasi censura – il Tribunale ha poi escluso che la zona nella quale si era verificato l’incidente fosse interessata da lavori o da cantieri aperti dalla impresa X o da terzi.
Quanto alla società Y, il Tribunale ha spiegato che con ogni probabilità i lavori svolti dalla stessa riguardavano altra parte della pubblica strada, sottolineando che, dalla documentazione fotografica esibita, non risultava traccia alcuna di tali lavori.
Poiché il contratto di appalto stipulato con il Comune obbligava lo I. a eseguire lavori di manutenzione ordinaria in alcune arterie pubbliche (fra le quali era compresa, appunto, la strada nella quale si era verificato l’incidente) con esonero esplicito del Comune da qualsiasi responsabilità per danni a persone o cose che dovessero verificarsi in conseguenza della mancata custodia dei luoghi affidati, sarebbe stato preciso onere dello I. fornire la prova che la presenza della buca non era imputabile a proprio inadempimento.
Non poteva, comunque, invocarsi la nullità della clausola – o la eccessiva onerosità della stessa – che poneva l’obbligo di vigilanza in capo alla impresa X.
La clausola – ha precisato il giudice di appello – costituiva la essenza stessa della prestazione alla quale la impresa si era impegnata, caratterizzando in maniera rilevante il sinallagma contrattuale.
Quanto alla garanzia assicurativa, il Tribunale ha posto in evidenza che – tra i rischi assicurati presso la compagnia – non era ricompreso quello derivato a terzi dalla mancata esecuzione dei lavori di manutenzione delle strade affidate dal Comune alla vigilanza dello I..
A fronte di tale, motivato, accertamento – basato anche, ma non solo, sul contenuto letterale del contratto – si infrangono tutte le censure di violazione di norme di legge e di vizi della motivazione sollevate dal ricorrente.
Del tutto irrilevanti, infine, appaiono i riferimenti a decisioni di merito, che avrebbero affermato la responsabilità diretta della compagnia assicuratrice – condannata in solido con la appaltatrice – con la piena operatività della polizza anche nel caso in cui il danno fosse da porre in relazione non alla esecuzione dei lavori, ma – direttamente – dalla omessa manutenzione della strada.
La preclusione da giudicato opera nel caso di giudizi identici (per identità di soggetti, “causa petendi” e “petitum”).
Costituisce principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo il quale:
“Non è censurabile in sede di legittimità, per vizio di motivazione vertente su un punto decisivo della controversia, la circostanza che un giudice di merito si sia discostato da altro precedente di merito reso nei confronti di un differente soggetto, laddove non si sia prodotto nella specie un vincolo di giudicato e le motivazioni in fatto ed in diritto, addotte a sostegno della nuova decisione, reggano alla critica”. (Cass. 23 giugno 2008 n. 17026).
Ed ancora: “L’accertamento e la valutazione delle circostanze di fatto, come l’interpretazione degli atti negoziali, al pari dell’interpretazione dei contratti collettivi di diritto comune, sono riservati al giudice di merito e censurabili in sede di legittimità solo per vizi di motivazione e per violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale.
Stanti i suddetti limiti del sindacato della Corte di fissazione, non costituisce precedente in senso tecnico la sentenza che abbia accolto o rigettato un ricorso per la cassazione di una decisione di merito che abbia adottato una determinata valutazione di analoghi, o anche identici, elementi di fatto o di atti negoziali, dipendendo tale circostanza dal superamento o meno del suddetto limitato controllo”. (Cass. 13 novembre 2007 n. 23569, decisione – quest’ultima – resa in una controversia, cui non era applicabile la modifica dell’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c. introdotta dal decreto legislativo n. 40 del 2006 che ha aggiunto ai vari motivi di ricorso per cassazione, dopo la indicazione della violazione o falsa applicazione di norme di diritto anche la “violazione o falsa applicazione … dei contratti o accordi collettivi nazionali di lavoro” consentendo dunque l’esame diretto da parte di questa Corte delle norme dei contratti collettivi di diritto comune).
Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese a favore del Comune di omissis e della compagnia di assicurazione, Assitalia – Le Assicurazioni d’Italia, nella diversa misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese che liquida in euro 800,00 (di cui euro 600,00 per onorari di avvocato) a favore del Comune di omissis e in euro 600,00 (di cui euro 400,00 per onorari di avvocato) a favore di Assitalia. Oltre spese generali ed accessori di legge.

Per la Corte di Cassazione gli autovelox gestiti direttamente dagli organi di Polizia Stradale possono esser collocati dovunque…

Per la Corte di Cassazione gli autovelox gestiti direttamente dalle forze di Polizia, anche urbana, non devono essere necessariamente collocati nelle strade individuate dall’apposito Decreto Prefettizio e pertanto le relative sanzioni sono valide.

Cassazione civile  sez. II,   12 ottobre 2010,  n. 21091

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ     Giovanni                        –  Presidente   –

Dott. PETITTI     Stefano                         –  Consigliere  –

Dott. D’ASCOLA    Pasquale                        –  Consigliere  –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria                   –  Consigliere  –

Dott. DE CHIARA   Carlo                      –  rel. Consigliere  –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 349/2009 proposto da:

COMUNE DI STIGNANO, in persona del Sindaco, elettivamente domiciliato in  ROMA,  VIA OTTAVIANO 32, presso lo studio dell’avvocato CARNUCCIO FRANCESCO,  che  lo  rappresenta  e difende,  giusta  Delib.  G.C.  5 novembre 2008, n. 78 e giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

G.U.;

– intimato –

avverso  la  sentenza  n. 298/2008 del TRIBUNALE  di  LOCRI,  SEZIONE DISTACCATA di SIDERNO del 9/07/08, depositata il 22/07/2008;

udita  la relazione della causa svolta nella camera di consiglio  del 22/06/2010 dal Consigliere Relatore Dott. DE CHIARA Carlo;

è presente il P.G. in persona del Dott. CARESTIA Antonietta.

Fatto

PREMESSO IN FATTO

Con la sentenza impugnata il Tribunale di Locri Sezione distaccata di Siderno, respingendo l’appello del Comune di Stignano avverso la sentenza di primo grado di accoglimento dell’opposizione proposta dal sig. G.U. a verbale di accertamento di violazione dell’art. 142 C.d.S., comma 8, (eccesso di velocità) rilevata il (OMISSIS) mediante apparecchiatura “Velomatic 512” direttamente gestita dalla Polizia Municipale, ha statuito l’illegittimità dell’atto per due ragioni: difetto della contestazione immediata pur essendo stato l’accertamento eseguito su tratto di strada statale non menzionato in decreto prefettizio ai sensi del D.L. 20 giugno 2002, n. 121, art. 4 (conv., con modif., in L. 1 agosto 2002, n. 168);

omessa produzione del certificato di omologazione dell’apparecchiatura “Velomatic 512 matr. 1590” utilizzata per l’accertamento, che doveva quindi ritenersi inidonea.

Il Comune ha impugnato la sentenza di appello con ricorso per cassazione per quattro motivi, cui l’intimato non ha resistito.

Nella relazione ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. il Consigliere relatore ha espresso l’avviso che il ricorso sia fondato.

Detta relazione è stata ritualmente comunicata al P.M. e notificata all’avvocato della parte ricorrente, i quali non hanno presentato conclusioni o memorie.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione di norme di diritto, si critica la tesi del giudice di appello secondo cui, pur essendo nel verbale indicata la ragione di impossibilità della contestazione immediata prevista dall’art. 201 C.d.S., comma 1 bis, lett. e), (“accertamento della violazione per mezzo di appositi apparecchi di rilevamento direttamente gestiti dagli organi di Polizia stradale e nella loro disponibilità che consentono la determinazione dell’illecito in tempo successivo poichè il veicolo oggetto del rilievo è a distanza dal posto di accertamento o comunque nell’impossibilità di essere fermato in tempo utile o nei modi regolamentari”), tuttavia l’utilizzo di apparecchiature elettroniche per l’accertamento delle violazioni dell’art. 142 C.d.S. è consentito soltanto nei tratti stradali inseriti in decreti prefettizi ai sensi dell’art. 4 D.L. cit..

Con il secondo motivo di ricorso, denunciando nuovamente violazione di norme di diritto, si osserva che non è necessaria la contestazione immediata nell’ipotesi di cui all’art. 201 C.d.S., comma 1, lett. e).

I due motivi, da esaminare congiuntamente in quanto connessi, sono fondati.

La tesi del Tribunale, infatti, è smentita dal rilievo che l’accertamento eseguito ai sensi del D.L. n. 121 del 2002, art. 4, è invece oggetto di espressa, distinta previsione all’art. 201 C.d.S., comma 1 bis, lett. f) e che la distinzione tra le due ipotesi di cui, rispettivamente, alle lett. e) ed f) del comma in questione consiste in ciò, che nella prima l’apparecchiatura utilizzata per l’accertamento è – a differenza che nella seconda ipotesi e come è concretamente avvenuto nel caso in esame -“direttamente gestita” dall’organo di polizia operante. In definitiva, cioè, l’inserimento del tratto stradale in un decreto prefettizio ai sensi dell’art. 4 D.L. cit. è condizione di legittimità dell’utilizzo delle sole apparecchiature di rilevamento “a distanza” delle infrazioni (art. 4, comma 1, D.L. cit.), non anche di quelle “direttamente gestite” – come nella specie – dagli organi di polizia (sulla legittimità dell’utilizzo di siffatte apparecchiature su tratti stradali non compresi in decreti prefettizi cfr. anche Cass. nn. 376 e 17905 del 2008).

Con il terzo motivo di ricorso, sempre denunciando violazione di norme di diritto, si osserva che l’omologazione si riferisce al tipo di apparecchiatura destinata all’accertamento delle infrazioni stradali, non a ciascun esemplare di essa, per cui la certificazione richiesta dal Tribunale non era necessaria.

Con il quarto motivo, infine, denunciando vizio di motivazione, si deduce che l’efficienza dell’apparecchiatura doveva presumersi sino alla prova, da fornirsi dall’opponente, del difetto di costruzione, installazione o funzionamento.

Anche questi motivi possono essere esaminati congiuntamente, attesa la loro connessione, ed accolti per l’assorbente considerazione che, come questa Corte ha già avuto plurime occasioni di osservare, la necessità di omologazione delle apparecchiature di rilevazione automatica della velocità, ai fini della validità del relativo accertamento, va riferita al singolo modello e non al singolo esemplare, come si desume, sul piano logico e letterale, dal D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, art. 345, comma 2, come modificato dal D.P.R. 16 settembre 1996, n. 610, art. 197, secondo cui non ciascun esemplare ma “le singole apparecchiature” devono essere approvate dal Ministero dei lavori pubblici (cfr. Cass. 29333/2008 ed ivi ulteriori riferimenti).

Il ricorso va in conclusione accolto e la sentenza impugnata va cassata.

Non essendo, peraltro, necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, ult. parte, con il rigetto dell’opposizione proposta al Giudice di pace.

Le spese dell’intero giudizio, sia di merito che di legittimità, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’originaria opposizione e condanna l’opponente alle spese processuali, liquidate in Euro 50,00 per esborsi, 150,00 per diritti ed Euro 200,00 per onorari, quanto al giudizio di primo grado, Euro 50,00 per esborsi, 100,00 per diritti e 500,00 per onorari, quanto al giudizio di appello, e in Euro 200,00 per esborsi e 400,00 per onorari, quanto al giudizio di cassazione, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 22 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 12 ottobre 2010

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