Usucapione

Usucapione: per la Cassazione la “mera diffida” non è atto idoneo a sospendere o interrompere il possesso (Cass. 1071/2014)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 17 dicembre 2013 – 20 gennaio 2014, n. 1071

Presidente Goldoni – Relatore Bursese

 Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 17.4.1989 C.F. evocava in giudizio A.V. e L.V.M. , esponendo di essere proprietario di un fondo sito nella via (omissis) , confinante ad Est con il fondo di proprietà dei convenuti e che entrambi i fondi erano gravati da reciproca servitù di passaggio per raggiungere le aree destinate al parcheggio dei veicoli, come stabilito nell’atto pubblico d’acquisto stipulato in data 3.6.1968 notaio Ielo e in conformità con l’art. 40 della legge regionale n. 19/72. Deduceva quindi che i convenuti avevano realizzato un muro di confine tra i due fondi, che impediva l’esercizio della servitù in questione, per cui chiedeva la loro condanna ad eliminare ogni ostacolo impeditivo del suo diritto di passaggio, oltre al risarcimento del danno.

Si costituivano gli A. – L.V. eccependo la prescrizione estintiva ventennale della servitù in questione, rilevando nel merito l’insussistenza della servitù stessa e la carenza di utilitas.

L’adito Tribunale di Gela, con sentenza n.307/03 rigettava la domanda del Cantaro, ritenendo in specie che la tale servitù doveva ritenersi prescritta per non uso ultraventennale di cui all’art. 1073 c.c..

Avverso la predetta sentenza proponeva appello il Cantaro deducendo che in ogni caso il termine prescrizionale in parola non si era verificato perché il dies a quo non decorreva all’atto di stipula del menzionato rogito di vendita, che prevedeva la nascita della servitù in discorso, ma solo dall’approvazione da parte della competente Commissione edilizia di Mazzarino del progetto edilizio definitivo relativo al terreno acquistato e cioè dalla data del 12.9.1968. L’adita Corte d’Appello di Caltanissetta, con sentenza n. 170/2007 depos. in data 3.6.2007, rigettava il gravame, confermando la sentenza impugnata e ribadendo l’avvenuta prescrizione della servitù per decorrenza del termine ventennale previsto dall’ari. 1073 c.c., che era certamente maturato alla data di notifica dell’atto introduttivo del primo giudizio e ciò anche con riferimento ad un preteso atto interruttivo della prescrizione (cd. atto stragiudiziale di diffida di rispettare la destinazione della servitù di passaggio sull’area destinata a parcheggio) notificato in data 17.11.98 agli appellati, quando la prescrizione si era maturata; veniva altresì rigettata la domanda di risarcimento danni non ravvisandosi i presupposti per il suo accoglimento.

Per la cassazione la suddetta decisione ricorre il C. sulla base di 4 mezzi; gli intimati non hanno svolto difese.

 Motivi della decisione

 1 – Con il primo motivo si denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 167 c.p.c. nonché il vizio di motivazione. Secondo il ricorrente la domanda riconvenzionale contenente l’eccezione di prescrizione della servitù era stata tardivamente proposta nella comparsa di risposta in data 5.5.1989 e quindi successivamente alla prima udienza di comparizione; pertanto tale riconvenzionale doveva essere dunque dichiarata inammissibile dal primo giudice. A conclusione del motivo viene posto il seguente quesito di diritto:

“La domanda riconvenzionale del convenuto va proposta, nel procedimento avanti al pretore, con il primo atto responsivo ed entro la prima udienza di comparizione fissata dall’attore. La successione temporale degli atti processuali esclude che tempestività della riconvenzionale e la Corte territoriale avrebbe dovuto dichiarare inammissibile la domanda”.

2-Con il 2 motivo il ricorrente denunzia la violazione dell’art. 167 c.p.c. e la contraddittorietà della motivazione: la censura si riferisce alle conclusioni contenute nella comparsa di costituzione dei convenuti in primo grado in cui – secondo l’esponente – mancava la proposizione di una vera e propria domanda di estinzione della servitù di passaggio in parola, non essendo sufficiente indicare che il loro fondo era libero ed esente da vincoli reali.

Il motivo si conclude con il seguente quesito di diritto ex art.366 bis:

“il convenuto in actio confessoria…che intenda in via riconvenzionale eccepire la prescrizione della servitù…deve, a pena di inammissibilità, proporre l’eccezione nel primo atto difensivo e indicare nell’atto in modo specifico le richieste di merito e le proprie conclusioni”; Il convenuto altresì che intenda proporre domanda riconvenzionale ….deve specificatamente indicare nelle proprie conclusioni la domanda di merito relativa”;

“Ai fini dell’ammissibilità dell’eccezione di prescrizione di servitù ai sensi dell’art. 1073 c.c. non è sufficiente indicare nelle conclusioni che il fondo è libero ed esente da vicoli reali”.

Le due censure che precedono – congiuntamente esaminate essendo strettamente connesse – sono entrambe infondate.

Intanto i motivi in esame non risultano in precedenza formulati e non sono autosufficienti; sono dunque inammissibili. D’altra parte i convenuti odierni intimati non hanno proposto – come risulta dagli atti, direttamente esaminabili trattandosi di errores in procedendo – una domanda riconvenzionale vera e propria di declaratoria dell’avvenuta prescrizione della servitù, quanto piuttosto di un’eccezione di prescrizione, comunque proponibile in base alla legge processuale vigente ratione temporis. Secondo questa S.C.: “L’eccezione di prescrizione, trattandosi di eccezione in senso proprio, essendo rivolta unicamente al rigetto della domanda avversaria, può essere proposta anche in grado di appello ai sensi dell’art. 345 c.p.c. nel testo anteriore alla legge 26 novembre 1990, n. 353, art. 52” (Cass. 3, n. 1074 del 01/02/2000; Cass. Sez. 3, n. 1074 del 01/02/2000). Nella fattispecie dunque la formulazione della predetta domanda o eccezione di prescrizione ha il solo fine di paralizzare la pretesa avversaria (Cass. n. 4629 del 22.2.13; Cass. n. 14765 del 03/09/2012).

3 – Con il 3 motivo l’esponente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1029, 1062, 1073 c.c. nonché il vizio di motivazione: a suo avviso “la Corte territoriale ha fatto malgoverno delle carte processuali, pervenendo alla conclusione che, prendendo in esame la successione cronologia degli atti processuali ed extraprocessuale, sia intervenuta la prescrizione estintiva del diritto di servitù”. Invero emerge proprio dagli atti che la domanda introduttiva venne proposta prima della scadenza del termine previsto dall’art. 1073 c.c..

Invero il dies a quo non decorreva – come ritenuto dalla Corte – dalla data del 31.5.1968 (data del parere favorevole della Commissione Edilizia); trattasi di presupposto erroneo “in quanto il parere della Commissione edilizia del 31.5.68 non costituiva parametro temporale utile e certo, trattandosi di servitù per un vantaggio futuro ad un fondo, secondo il disposto dell’art. 1029 c.c., che prescrive che la servitù non abbia effetto se non dal giorno in cui la costruzione non sia eseguita”. In effetti occorreva a tal fine fare riferimento al fatto che la costruzione non era stata iniziata alla data del 6.6.69 e quindi anche a voler seguire il percorso motivazionale della Corte d’Appello, a quella data non si era verificata la situazione giuridica determinante la sussistenza della servitù, ciò che sarebbe avvenuto solo con la realizzazione della costruzione. La censura si conclude con il seguente articolato quesito di diritto di cui all’art. 366 bis c.p.c.:

“In tema di servitù futura ai sensi dell’art. 1029 c.c. il termine di prescrizione ex art. 1073 c.c. decorre dalla data di costruzione e non di rilascio delle autorizzazioni amministrative; la domanda giudiziale è tempestiva se proposta nel termine di cui all’art. 1073 c.c.; l’atto interruttivo della prescrizione ex art. 2943 c.c. può essere costituito anche dalla dichiarazione ricettizia che manifesti da parte del titolare del diritto l’intenzione di esercitare tale diritto anche mediante lettera raccomandata di diffida all’eliminazione di ostacoli all’esercizio della servitù”.

Secondo l’esponente, pertanto, nella fattispecie si verserebbe nell’ipotesi di costituzione di “servitù futura” ex art. 1029 c.c. (servitù per vantaggio futuro) per cui la servitù sorgeva dalla data di costruzione dell’edificio e non da quella precedente, di rilascio delle autorizzazioni e concessioni amministrative ad aedificandum. Ma tale doglianza non ha pregio ed è anzi inammissibile, trattandosi di motivo nuovo, che non risulta in precedenza mai proposto.

È peraltro il caso di ricordare in questa sede, che ai fini dell’interruzione e sospensione dell’usucapione vige il principio della tassatività degli atti interruttivi, costituiti dalla perdita materiale del potere di fatto sulla cosa o da specifici atti giudiziali, per cui la “mera diffida a riconsegnare la res da altri posseduta, non può ritenersi atto idoneo a sospendere o interrompere il possesso ai fini dell’usucapione ex artt. 2943 e 1165 c.c. cioè la perdita materiale del potere di fatto sul bene.

Secondo questa S.C. “in tema di usucapione, poiché, con il rinvio fatto dall’art. 1165 cod. civ. all’art 2943 cod. civ., risultano tassativamente elencati gli atti interruttivi del possesso, non è consentito attribuire efficacia interruttiva ad atti diversi da quelli stabiliti dalla legge, con la conseguenza che non può riconoscersi tale efficacia se non ad atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, ovvero ad atti giudiziali diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente” (Cass. n. 16234 del 25/07/2011).

4 – Con il 4 motivo infine l’esponente denunzia la violazione di cui agli artt. 2043, 2056 e 1126 c.c. nonché il vizio di motivazione:

L’esponente si duole del rigetto della domanda di risarcimento del danno conseguente alla lesione della servitù, che a suo dire non si poteva ritenere assorbita dalla declaratoria di prescrizione dell’actio confessoria servitutis. Peraltro il supposto danno poteva essere comunque liquidato in via equitativa e quindi la domanda non era generica come ritenuto dal giudice a quo.

Il motivo si conclude con il seguente quesito:

“il risarcimento del danno conseguente alla lesione di diritto del creditore può essere esercitato nel termine di prescrizione del diritto leso e può essere determinato, in assenza di criteri certi di liquidazione ai sensi dell’art. 1226 c.c. ed in relazione al comportamento delle parti, limitato o ridotto ai sensi dell’art. 2056 c.c.”.

La doglianza non ha pregio. Occorre rilevare che la Corte ha ritenuto la domanda di risarcimento dei danni di “assoluta genericità ….per la mancanza di qualunque allegazione specifica sia in ordine alla natura che all’entità dei danni reclamati””. A fronte di tale assorbente considerazione, non sembrerebbe potersi invocare – come fa il ricorrente – una possibile quanto generica valutazione equitativa del danno stesso, ai sensi dell’art. 1226 c.c. perché l’interessato ha pur sempre l’onere di allegare gli elementi di fatto costituenti i fattori costitutivi dell’ammontare dei danni liquidandi, ciò che nella fattispecie egli non ha mai fatto.

Invero, secondo questa S.C.: “…. la liquidazione del danno in via equitativa, che può aver luogo soltanto in caso di impossibilità o difficoltà di una precisa prova sull’ammontare e sull’entità del danno subito, non esonera l’interessato dall’obbligo di offrire gli elementi probatori sulla sussistenza del medesimo – la quale costituisce il presupposto indispensabile per una valutazione equitativa – per consentire che l’apprezzamento equitativo sia, per quanto possibile, limitato alla funzione di colmare solo le inevitabili lacune al fine della precisa liquidazione del danno (Cass. n. 15585 del 11/07/2007; Cass. n. 13288 del 07/06/2007; Cass. n. 8213 del 04/04/2013).

In definitiva il ricorso dev’essere rigettato. Nulla per le spese processuali non avendo gli intimati svolto alcuna attività difensiva.

 P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso.

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Usucapione: la coltivazione di un terreno non costituisce prova dell’animus possidendi (Cassazione 9325/2011)

Postato il Aggiornato il

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 15 febbraio – 26 aprile 2011, n. 9325

Presidente Elefante – Relatore falaschi

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 13.1.1997 T.G. evocava, dinanzi al Pretore di Viterbo, A..P. esponendo di avere esercitato per oltre venti anni, comportandosi come solo ed unico proprietario, in modo indisturbato, pubblico e notorio, atti di possesso perfettamente corrispondenti al diritto di proprietà sulla porzione immobiliare sita in Comune di …, costituita da appezzamento di terreno con retrostante fabbricato rurale in località …, della superficie complessiva di aree 88,80, distinta in Catasto Terreni alla partita 1603, foglio 36, particene 147, 296, 358 e 359; aggiungeva di avere esercitato tale signoria con segni visibili, quali la messa a dimora di piante, di serrature e/o catene e di ogni altra opera necessaria al miglioramento del bene immobile, nonché di avere provveduto al pagamento dei tributi. Tanto premesso, chiedeva dichiararsi l’intervenuta usucapione speciale decennale ovvero quella ordinaria ventennale, in suo favore del diritto di proprietà di detta porzione immobiliare o quanto meno del diritto di superficie della stessa.

Instauratosi il contraddittorio, nella resistenza della convenuta, la quale affermava di avere consentito all’attore solo di deporre utensili sul suo fondo (precisando che notificato ricorso dal T., il 17.3.1997, per la reintegra nel possesso del bene, il Pretore di Viterbo aveva rigettato la domanda con sentenza del 6.10.1997), il Tribunale (già Pretore) adito, espletata istruttoria, in accoglimento della domanda attorea, dichiarava l’attore proprietario del terreno in contestazione per intervenuta usucapione.

In virtù di rituale appello interposto dalla P., con il quale lamentava l’erroneità della sentenza del giudice di prime cure che aveva errato a ritenere intervenuta l’usucapione del fondo, la Corte di appello di Roma, nella resistenza dell’appellato, accoglieva il gravame e rigettava la domanda attorea.

A sostegno dell’adottata sentenza, la Corte territoriale evidenziava che dalle prove testimoniali, in particolare dalle affermazioni di Gi.To. (figlio dell’attore) emergeva che il T. aveva iniziato la sua attività sul terreno esclusivamente a seguito del consenso del coniuge della proprietaria, E..C. , madre dell’appellante, e la detenzione si era protratta anche allorché era divenuta proprietaria del fondo la P., per successione alla madre, attraverso consenso tacito.

Aggiungeva che la semplice qualità di detentore del T. andava ribadita per il fatto che lo stesso aveva dovuto chiedere le chiavi alla P. per accedere al terreno, per cui non poteva ritenersi essere intervenuta interversio possessionis almeno sino al 1996, ossia di un fatto esterno da cui desumere che il possessore nomine alieno avesse cessato di possedere in nome di altri ed iniziato un possesso per conto e in nome proprio.

Avverso l’indicata sentenza della Corte di Appello di Roma ha proposto ricorso per cassazione il T., che risulta articolato su un unico motivo, al quale ha resistito con controricorso la P..

 Motivi della decisione

 Con l’unico motivo, sviluppato sotto molteplici profili, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. in riferimento agli artt. 1140, 1141 e 1158 c.c., ovvero l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine a detti punti decisivi della controversia in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c..

In particolare, il giudice del gravame avrebbe omesso di presumere il possesso in colui che esercita il potere di fatto sulla cosa, per cui sarebbe gravato sulla P. l’onere di dimostrare la sola detenzione da parte del ricorrente. Peraltro le dichiarazioni del teste Gi..To. sarebbero state rese solo nella fase cautelare del procedimento possessorio.

Precisa, altresì, che gli atti di tolleranza che ad avviso della controparte avrebbero consentito al T. di possedere il terreno, per essere tali avrebbero dovuto avere il carattere della saltuarietà e una durata limitata nel tempo. La corte di merito non avrebbe valutato correttamente le risultanze testimoniali, omettendo di esaminare quella del M. , il quale presente all’incontro T. – P., alla comunicazione dell’iniziativa della seconda di vendere il terreno, il primo avrebbe affermato la proprietà esclusiva del fondo. Di converso non andrebbe dovuto attribuire alcun valore all’affermazione secondo cui il T. avrebbe mostrato interesse all’acquisto del bene, evidenziando la circostanza il solo riconoscimento di non essere formalmente proprietario del fondo.

Le censure vengono esaminate congiuntamente in quanto attengono tutte alla valutazione delle risultanze probatorie, o meglio vengono evidenziati vizi relativi alla deficienza del ragionamento logico-giuridico della sentenza impugnata.

Tali censure sono infondate, con riferimento ai rilievi che seguono.

Chi agisce in giudizio per ottenere di essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito, deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e quindi, tra l’altro, non solo del corpus, ma anche dell’animus (Cass. 28 gennaio 2000 n. 975); il secondo, tuttavia, può eventualmente essere desunto in via presuntiva dal primo, se lo svolgimento di attività corrispondente all’esercizio del diritto dominicale è già di per sé indicativo dell’intento, in colui che la compie, di avere la cosa come propria, sicché allora è il convenuto che deve dimostrare il contrario, provando che la disponibilità del bene è stata conseguita dall’attore mediante un titolo che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale (Cass. 5 luglio 1999 n. 6944).

Solo la sussistenza di un corpus, accompagnata dall’animus possidendi, corrispondente all’esercizio del diritto di proprietà, che si protrae per il tempo previsto per il maturarsi dell’usucapione, raffigura il fatto cui la legge riconduce l’acquisto del diritto di proprietà.

Da questi principi non si discosta la sentenza impugnata. Nel valutare le risultanze processuali, infatti, la Corte di appello, mediante apprezzamenti eminentemente di merito sorretti da adeguata motivazione e quindi insindacabili in questa sede, ha ritenuto che la prova fornita dal T. aveva riguardato il solo corpus.

Infatti dalle prove testimoniali dedotte da entrambe le parti, in particolare dalle dichiarazioni dei testi O. e B. emergevano molteplici dati, precisi e concordanti, da cui poteva senz’altro ricavarsi l’esistenza del corpus, ma non dell’animus, in quanto avvaloravano la tesi della appellante – resistente secondo cui l’originario attore era stato immesso nel godimento del terreno in questione a seguito del consenso del coniuge della proprietaria C.E. , madre della P. , attuale proprietaria, la cui volontà era stata poi rispettata dall’erede, dopo la sua morte.

Per la verità, la coltivazione del terreno con la messa a dimora di piante configura una attività, specifica ed importante, senza dubbio corrispondente all’esercizio del diritto di proprietà vantato dal ricorrente; coltivare il terreno, infatti, significa disporre materialmente di esso. Se la coltivazione configura un comportamento pubblico, pacifico, continuo e non interrotto inequivocabilmente esso deve ritenersi inteso ad esercitare sul predio un potere di fatto corrispondente a quello del proprietario.

Nella specie, però, lo stesso figlio del ricorrente, To.Gi. , della cui attendibilità non è dato dubitare, non avendo peraltro il T. dedotto che l’assunzione delle sue dichiarazioni in sede possessoria sia avvenuta senza avere prestato giuramento, ha dichiarato testualmente “il padre della P. che era ingegnere aveva dato a mio padre l’incarico di coltivare il terreno. Poi è subentrata la P. che non ho mai visto sul terreno. Non so se la P. abbia autorizzato mio padre a proseguire nella coltivazione del terreno: suppongo che fosse intervenuto un tacito consenso anche perché molti anni fa mio padre mi ha riferito che la P. gli aveva chiesto di aprire con la chiave per entrare nel fondo”. Posto che per la sussistenza del possesso utile per usucapire occorre oltre al riscontro di un comportamento continuo e non interrotto, inteso inequivocabilmente ad esercitare sulla cosa, per tutto il tempo prescritto dalla legge, l’esercizio di un potere corrispondente a quello del proprietario, non riconducibile però alla mera tolleranza del proprietario (v. Cass. del 10.7.2007 n. 15446), incombeva sul ricorrente – attore la dimostrazione della c.d. interversio possessionis, che gli avrebbe consentito di mutare il titolo originario di questo rapporto con la cosa, ai sensi dell’art. 1141, comma 2, c.c. Ai fini dell’usucapione è, infatti, necessario la manifestazione del dominio esclusivo sulla “res” da parte dell’interessato attraverso una attività apertamente contrastante ed inoppugnabilmente incompatibile con il possesso altrui, gravando l’onere della relativa prova su colui che invochi l’avvenuta usucapione del bene (vedi “ex multis” Cass. 18.2.1999 n. 1367; Cass. 15.6.2001 n. 8152; Cass. 20.9.2007 n. 19478; Cass. 27.7.2009 n. 17462; Cass. 1.3.2010 n. 4863), non essendo al riguardo sufficienti atti soltanto di gestione consentiti dal proprietario o anche atti tollerati dallo stesso titolare del diritto dominicale perché comportanti solo il soddisfacimento di obblighi o l’erogazione di spese per il miglior godimento della cosa (Cass. 11.8.2005 n. 16841).

Alla luce di tale orientamento è evidente l’irrilevanza delle circostanze addotte a sostegno della propria tesi da parte del ricorrente, posto che il godimento del terreno in questione o i lavori da questo asseritamente eseguiti su tale immobile non comportano di per sé una situazione oggettivamente incompatibile con la proprietà altrui.

Per tutte le considerazioni sopra svolte, il ricorso deve, dunque, essere respinto.

Al rigetto consegue, come per legge, la condanna del ricorrente al pagamento in favore della resistente delle spese del giudizio di Cassazione, liquidate come in dispositivo.

 P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di Cassazione, che liquida in complessivi Euro. 1.700,00, di cui Euro. 200,00 per esborsi, oltre accessori come per legge.

Usucapione di servitù di passaggio: il percorso deve essere chiaro dall’inizio del periodo (Cassazione 5733/2011)

Postato il

Corte di Cassazione, sez II Civile, sentenza 18 gennaio – 10 marzo 2011, n. 5733

Presidente Oddo – Relatore Falaschi

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 9 maggio 1992 (…) evocavano in giudizio, dinanzi al Pretore di Bologna, (…), e premesso di essere titolari a vario titolo dell’immobile censito al NCEU del Comune di (…) foglio (…), confinante con l’immobile di proprietà del convenuto (foglio …), chiedevano venisse dichiarato l’intervenuto acquisto per usucapione in favore delle loro unità immobiliari della servitù di passaggio di persone e veicoli sul fondo di proprietà del convenuto, oltre alla condanna dello stesso a rimuovere, a sua cura e spese, ogni ostacolo all’esercizio della servitù e al mantenimento in idoneo stato di manutenzione del passaggio, con ordine di trascrizione dell’emananda sentenza nei registri immobiliari; chiedevano, inoltre, la condanna del convenuto al risarcimento dei danni da loro subiti. Instauratosi il contraddittorio, nella resistenza del convenuto, il Tribunale di Bologna (già Pretore) adito, accoglieva parzialmente le domande dell’ attore dichiarando acquisito per usucapione il solo passaggio a piedi sul fondo del convenuto, condannando gli attori alle spese processuali.

In virtù di rituale appello interposto da (…), con il quale lamentavano che il giudice di prime cure non avesse ritenuto provato anche l’intervenuta usucapione del possesso della servitù di passaggio con veicoli, oltre a dolersi della loro condanna alle spese di lite, proposto dall’appellato appello incidentale, affinché venisse negata anche la servitù di passaggio pedonale, la Corte di Appello di Bologna respingeva l’appello principale e, in accoglimento di quello incidentale di parte appellata, negava anche l’acquisto di servitù di passaggio pedonale sul fondo di proprietà del (…).

A sostegno dell’adottata sentenza, la Corte territoriale affermava che oltre ad avere fornito i numerosi testi esaminati dal Pretore versioni contrastanti circa l’intervenuto passaggio in vari periodi sul terreno di proprietà del convenuto, mancavano i requisiti per potere dichiarare l’intervenuta usucapione di servitù apparente, non avendo nessuno dei testi specificato lungo quale tracciato si svolgeva il transito pedonale e veicolare, segnatamente che lo stesso fosse visibile.

Aggiungeva, inoltre, che non essendosi potuta ricostruire una servitù apparente, portava ad escludere che i passaggi effettuati fossero sintomo significativo del possesso ad usucapionem della servitù di passaggio, rigettato per inciso anche il gravame presentato dagli appellanti in ordine alle spese processuali.

Avverso l’indicata sentenza della Corte di appello di Bologna hanno proposto ricorso per cassazione i (…), che risulta articolato su due motivi, al quale ha resistito con controricorso il (…).

Motivi della decisione

Con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione dell’art. 1061 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, per avere palesemente errato in diritto nel non ritenere nella specie sussistere il requisito della apparenza; con il secondo motivo deducono il difetto di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, per avere omesso inopinatamente di prendere in considerazione la documentazione topografica e la copiosa documentazione fotografica allegata agli atti.

I due motivi vanno esaminati congiuntamente per la loro stretta connessione, in quanto entrambi attengono alla valutazione delle risultanze probatorie fatta dal giudice distrettuale. Premesso che parte resistente ha eccepito l’inammissibilità del ricorso per violazione del principio di autosufficienza ex art. 366 c.p.c., nn. 3 e 4, per genericità della doglianza, prospettando una carenza nell’indicazione delle circostanze e degli elementi che hanno avuto incidenza causale sull’errore dedotto, che non può trovare accoglimento in quanto la parte parrebbe mettere sullo stesso piano l’inammissibilità con la manifesta infondatezza, occorre osservare che le censure sono destituite di fondamento poiché esse non colgono la vera ratio decidendi della sentenza impugnata e, quindi, non possono provocarne l’annullamento.

La corte distrettuale non ha negato l’esistenza di un tracciato visibile indicativo della servitù , ma ha basato la sua motivazione soprattutto sul rilievo che il sentiero, formatosi gradualmente e, nel tempo, mutato il tracciato per le mutate esigenze del proprietario (realizzando delle aiuole ovvero un pergolato o con della ghiaia), ai fini del requisito dell’apparenza, non facesse desumere, senza incertezze o ambiguità, di essere stato predisposto al servizio del fondo dominante e ciò fosse esistente e visibile sin dall’inizio del ventennio, necessario al dedotto acquisto per usucapione.

La correttezza della impostazione giuridica accolta dalla Corte di merito è ineccepibile. Infatti, l’acquisto per usucapione della servitù apparente, la sola possibile, ai sensi dell’art. 1061 c.c. presuppone, oltre all’esercizio del corrispondente possesso, anche che le opere visibili e permanenti obiettivamente destinate a tale esercizio siano esistite ed abbiano avuto tale destinazione per tutto il tempo necessario ad usucapire, così che per la usucapione di una servitù di passaggio, non basta provare il decorso del tempo necessario per la usucapione e l’esistenza di un sentiero, ma è necessaria anche la dimostrazione che questo sin dall’inizio del ventennio necessario al possesso avesse i requisiti della visibilità, permanenza e specifica destinazione, potendo, altrimenti, il requisito dell’apparenza essere insorto più o meno di recente e non essendo, perciò, sufficiente a sorreggere il possesso ad usucapionem esercitato prima del suo venire in essere.

Nel caso di specie la Corte territoriale, con un apprezzamento di fatto congruamente motivato e privo di vizi logici, ha analizzato le risultante probatorie, in particolare le prove testimoniali e la descrizione dei luoghi fornita dagli stessi nei dettagli (pagine 7 e 8 della sentenza), ed ha concluso per la inesistenza del requisito dell’apparenza. In altri termini, il giudice di appello ha escluso il requisito dell’apparenza, necessario, ai sensi dell’art. 1061 c.c., per l’acquisto della servitù affermando che le versioni contrastanti fornite dai testi escussi circa l’intervenuto passaggio in vari tempi sul terreno di proprietà del convenuto, mancavano dei requisiti per potere dichiarare l’intervenuta usucapione di servitù apparente, non avendo nessuno dei testi specificato lungo quale tracciato si svolgeva il transito pedonale e veicolare, nonché, segnatamente, che lo stesso fosse visibile. Le richiamate affermazioni del giudice di appello sono sufficienti di per sè a sorreggere la decisione adottata.

Giova ricordare in proposito che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte “…il requisito dell’apparenza della servitù , necessario ai fini del relativo acquisto per usucapione o per destinazione del padre di famiglia (art. 1061 c.c.), si configura come presenza di segni visibili di opere permanenti obiettivamente destinate al suo esercizio e rivelanti in modo non equivoco l’esistenza del peso gravante sul fondo servente, in modo da rendere manifesto che non si tratta di attività compiuta in via precaria, bensì di preciso onere a carattere stabile. Ne consegue che non è al riguardo sufficiente l’esistenza di una strada o di un percorso idonei allo scopo, essenziale viceversa essendo che essi mostrino di essere stati posti in essere al preciso fine di dare accesso attraverso il fondo preteso servente a quello preteso dominante e, pertanto, un quid pluris che dimostri la loro specifica destinazione all’esercizio della servitù ” (v. Cass., 11 febbraio 2009, n. 3389; Cass., 10 luglio 2007, n. 15447; Cass., 28 settembre 2006, n. 21087; Cass., 17 febbraio 2004, n. 2994). Non v’è dubbio, peraltro, che il giudizio circa la esistenza o meno di segni visibili sul fondo, di opere permanenti obiettivamente destinate all’esercizio della servitù di passaggio, introduce inevitabilmente questioni di fatto, non rilevabili nel giudizio di legittimità, stante la corretta motivazione posta a corredo della decisione.

Le argomentazioni proposte dai ricorrenti non appaiono risolutive in quanto non indicano aspetti contraddittori della motivazione adottata dalla Corte territoriale (che offre una lettura delle risultanze probatorie esente da critiche), ma propongono ancora una volta una propria lettura del complessivo materiale probatorio, diversa rispetto a quella del giudice. Neppure può imputarsi al giudice di avere omesso l’esplicita confutazione delle tesi non accolte e/o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio (nella specie il materiale fotografico) ritenuti non significativi, giacché né l’una né l’altra gli sono richieste, mentre soddisfa l’esigenza di adeguata motivazione la circostanza che il raggiunto convincimento risulti da un esame logico e coerente di quelle, tra le prospettazione delle parti e le emergenze istruttorie, che siano state ritenute di per sé sole idonee e sufficienti a giustificarlo (Cass., Sez. 1^, 16 luglio 2005, n. 15096; Cass., Sez. 1^, 23 gennaio 2003, n. 996; Cass., Sez. 2^, 30 marzo 2000, n. 3904).

Per tutte le considerazioni sopra svolte, il ricorso deve, dunque, essere respinto.

Al rigetto consegue, come per legge, la condanna di parte ricorrente al pagamento in favore di parte resistente delle spese del giudizio di Cassazione, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi.

Usucapione: per la Cassazione (sentenza 22599 del 2010) “non è consentito attribuire efficacia interruttiva del possesso se non ad atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, oppure ad atti giudiziali siccome diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente”

Postato il

Cassazione – Sezione seconda – sentenza 6 ottobre – 5 novembre 2010, n. 22599
Presidente Elefante – Relatore Mazzacane

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 21-4-1988 Ge. C. e G. C. convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Lecco An. C., A. C., L. C., A. M. C. e R. C. e, premesso di essere proprietari di immobili già di proprietà del padre C. C. siti in omissis, chiedevano la rettifica dell’atto di divisione del omissis – costituente il titolo di proprietà degli attori, unitamente alla successione ereditaria – intervenuto tra C. C., loro dante causa, e G. C., dante causa dei convenuti, relativamente alla titolarità di alcuni mappali e di diritti di servitù, qualificando tale domanda, in via subordinata, come accertamento della avvenuta usucapione.
I convenuti costituendosi in giudizio contestavano le domande attrici assumendo che la scrittura privata addotta dagli attori a fondamento delle loro pretese risultava sottoscritta solamente da uno dei coeredi di G. C. e non poteva quindi essere opposta agli altri e sostenendo l’operatività tra le parti dell’atto di divisione; essi chiedevano in via riconvenzionale la condanna degli attori alla rimessione in pristino dei mappali asseritamente posseduti illegittimamente mediante la demolizione delle opere eseguite e la consegna agli esponenti.
Il Tribunale adito con sentenza del 24-5-1997 respingeva la domanda attrice e, in parziale accoglimento della domanda riconvenzionale, dichiarava l’operatività tra le parti dell’atto di divisione.
Proposta impugnazione da parte di Ge. C. e di G. C. cui resistevano A. C., L. C., A. M. C. e R. C. che proponevano altresì appello incidentale la Corte di Appello di Milano con sentenza del 24-2-2004 ha respinto l’appello principale e, in accoglimento dell’appello incidentale, ha condannato Ge. C. e G. C. a restituire agli appellati i fondi di cui ai mappali omissis e della quota di fabbricato insistente sul mappale omissis del Comune di omissis.
Per la cassazione di tale sentenza Ge. C. e G. C. hanno proposto un ricorso articolato in cinque motivi cui A. C., L. C., Ad. C., M. C. e R. C. hanno resistito con controricorso.

Motivi della decisione

Con il primo motivo i ricorrenti, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1102-1140-1141-1158-1164-2697 c.c. e 115 c.p.c. nonché omessa e/o contraddittoria motivazione, assumono che la Corte territoriale non ha considerato da un lato che il compossesso da parte degli esponenti sui beni oggetto di causa non era mai stato contestato dalle controparti ed anzi era stato espressamente ammesso negli atti processuali, e dall’altro che non era stato invece provato da parte degli appellati ed appellanti incidentali il loro compossesso sugli stessi beni (in quanto contestato dagli istanti), ed ha quindi invertito l’onere della prova, omettendo di rilevare la pacificità del possesso ultraventennale degli immobili da parte di Ge. C. e di G. C..
Con il secondo motivo i ricorrenti, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 1102-1158-1163-1164-1165-1167-2697-2727-2728 e 2729 c.c., 112 e 115 c.p.c. ed omessa e/o insufficiente motivazione, censurano la sentenza impugnata per aver escluso la sussistenza di prove documentali e testimoniali in ordine all’invocato pacifico possesso da parte degli esponenti degli immobili per cui è causa e per aver anzi evidenziato erroneamente diversi atti come “indicativi della titolarità del diritto di proprietà o di qualsiasi altro diritto reale sull’immobile escludendo in capo agli appellanti, la pienezza e l’esclusività del diritto, quale sostitutivo del proprio”; in tal senso erano state valorizzate una denuncia presentata dagli appellanti il 6-6-1985 nei confronti di L., An. ed A. C. per violazione dell’art. 637 c.p. (ingresso abusivo sul fondo altrui) ed una denuncia per violazione del diritto di proprietà sporta da questi ultimi nel 1985 al Sindaco del Comune di omissis nei confronti di Ge. C. e di G. C. per ampliamento e sistemazione della tettoia per il ricovero di attrezzi agricoli di cui al mappale omissis, foglio omissis, di via omissis, a seguito della quale il Sindaco con ordinanza del 29-7-1985 aveva ordinato agli attuali ricorrenti la demolizione di opere realizzate senza concessione edilizia; ebbene tali denunce erano irrilevanti in quanto intervenute ben due anni dopo il maturare del termine ventennale utile all’usucapione, iniziato il omissis, allorché si era verificata l’interversione del possesso in occasione del rogito D., e terminato il omissis; inoltre non vi era comunque prova che in seguito alle suddette denunce fosse intervenuta una interruzione ultrannuale dell’usucapione di cui all’art. 1167 c.c.; neppure è stato spiegato come una pretesa turbativa del possesso relativamente ad una sola parte degli immobili potesse avere effetto sulla residua parte di essi; quanto poi alla denuncia presentata dalle controparti al Sindaco di omissis, si trattava di atto irrilevante perché non incidente sul possesso, mentre la denuncia sporta dagli esponenti costituiva soltanto la manifestazione del possesso dei beni per cui è causa “animo domini”.
I ricorrenti infine rilevano che le deposizioni testimoniali in ordine alla dimostrazione del potere di fatto ultraventennale sugli immobili da parte degli istanti non erano affatto di segno contrario alle emergenze documentali, come invece ritenuto dal giudice di appello, e che non erano state valutate le prove di natura presuntiva derivanti dalla circostanza che il rustico esistente sul mappale omissis era risultato essere utilizzato per metà da ciascuna delle parti, e che parte avversa aveva recintato il suddetto mappale con l’apposizione di un cancello, arretrando sino alla mezzeria del rustico onde consentire agli appellanti principali il libero accesso alla metà degli stessi utilizzata, così riconoscendo il diritto di proprietà altrui.
Le enunciate censure, da esaminare contestualmente, sono fondate.
Il giudice di appello ha escluso la prova da parte degli attuali ricorrenti di un possesso “uti domini” pacifico e continuato ultraventennale degli immobili predetti, evidenziando anzi la sussistenza di due atti interruttivi di esso da parte degli effettivi proprietari (ovvero le due denunce sopra richiamate), ed aggiungendo che le dichiarazioni dei testi M. P. e R. B. non potevano ritenersi attendibili, considerato che la prima era la madre degli appellanti e la seconda era la moglie di Ge. C.; comunque entrambe le suddette deposizioni erano in contrasto con la prova documentale – rappresentata dalle menzionate denunce – della opposizione al possesso da parte degli aventi diritto.
Da tali elementi discende la considerazione che nel convincimento maturato dalla Corte territoriale hanno avuto un peso preponderante, più che la valutazione del materiale probatorio attinente alla prova del possesso, i due pretesi atti interruttivi costituiti dalla denunce sopra richiamate.
In proposito peraltro deve anzitutto evidenziarsi l’irrilevanza di tali atti, entrambi riferiti all’anno 1985, ovvero ad epoca in cui sarebbe già decorso il termine ventennale del possesso utile all’usucapione (iniziato secondo l’assunto di Ge. e G. C. quantomeno dal omissis, allorché era stata formalizzata la divisione per atto notaio D.).
Inoltre a nessuna delle due denunce suddette può attribuirsi valenza interruttiva del possesso in questione; premesso invero che non è consentito attribuire efficacia interruttiva del possesso se non ad atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, oppure ad atti giudiziali siccome diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente (Cass. 23-11-2001 n. 14917; Cass. 19-6-2003 n. 9845), è agevole osservare, quanto alla denuncia presentata a suo tempo da Ge. C. e G. C. nei confronti di L. C., An. C. ed A. C., che trattasi di atto proveniente dagli stessi possessori e non dai proprietari, significativo semmai della volontà da parte degli attuali ricorrenti di non intendere subire turbative del loro possesso, e che per altro verso non può neppure essere configurato come riconoscimento del diritto del proprietario da parte del possessore; sulla base del principio di diritto sopra richiamato è poi evidente che anche la denuncia presentata da L. C., A. C. ed An. C. per violazione del loro diritto di proprietà deve ritenersi ininfluente sulla prosecuzione del possesso sui beni, non impedito materialmente né contestato in modo idoneo.
Pertanto, poiché l’erronea considerazione dei suddetti atti da parte del giudice di appello ha avuto un rilievo decisivo anche in ordine all’apprezzamento degli ulteriori elementi di prova costituiti essenzialmente dalle dichiarazioni dei testi escussi, occorre procedere ad una nuova valutazione del materiale probatorio in ordine all’invocato possesso “ad usucapionem” da parte degli attuali ricorrenti.
Con il terzo motivo i ricorrenti, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 1140-1141-1158 e 2697 c.c., 112 e 115 c.p.c. nonché vizio di motivazione, assumono che, qualora poi la sentenza impugnata abbia inteso accogliere la tesi di controparte in ordine al compossesso dei beni per cui è causa, avrebbe dovuto trasferire agli esponenti il diritto di comproprietà “pro indiviso” della metà dei beni stessi.
Con il quarto motivo i ricorrenti, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1427-1432 e 1441 c.c. e 112 e 115 c.p.c. e vizio di motivazione, sostengono che, contrariamente all’assunto del giudice di appello, gii esponenti non avevano domandato l’annullamento dell’atto divisionale a rogito notaio D. del omissis per errore, bensì l’accertamento del proprio diritto di proprietà in ordine ai beni in questione in relazione alla scrittura privata di “rettifica” sottoscritta dalle parti l’omissis avente effetti reali di trasferimento del diritto di proprietà.
In via di ulteriore subordine i ricorrenti rilevano che comunque, in riferimento alla domanda di annullamento della divisione menzionata, la Corte territoriale si è limitata ad affermare che la scrittura privata dell’omissis non spiegherebbe effetti nei confronti di coloro che non l’avevano sottoscritta, senza però pronunciarsi sulla domanda stessa nei confronti degli effettivi sottoscrittori (ovvero gli esponenti e L. C.).
Con il quinto motivo i ricorrenti, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 1150 c.c. e 112-184-189 e 345 c.p.c. nonché vizio di motivazione, sostengono che nel giudizio di secondo grado le controparti non avevano più chiesto la demolizione degli edifici realizzati sui mappali per cui è causa, ma la “consegna dei fondi”, caratterizzati quindi dall’incremento patrimoniale di valore che gli edifici avrebbero comportato, formulando così una domanda nuova; per tale ragione gli esponenti avevano chiesto in via di estremo subordine il riconoscimento delle indennità previste dall’art. 1150 c.c., erroneamente qualificata dal giudice di appello come domanda nuova, laddove invece si trattava di nuova eccezione ammissibile ai sensi dell’art. 345 c.p.c. nel testo antecedente alla riforma di cui alla L. n. 353 del 1990.
Tutti gli enunciati motivi restano assorbiti all’esito dell’accoglimento dei primi due motivi di ricorso.
In definitiva la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione ai motivi accolti, e la causa deve essere rinviata anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Milano.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi due motivi di ricorso, dichiara assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Milano.

Per ottenere l’usucapione di un immobile in locazione è necessaria la prova dell’esercizio del potere corrispondente a quello del proprietario (Cassazione 20670 del 5 ottobre 2010)

Postato il

Cassazione, Sez. II, 5 ottobre 2010, n. 20670

(Pres. Schettino – Rel. Correnti)

Svolgimento del processo

Con citazione del 19.12.1991 l’INPDAI chiamava in giudizio G. V. per far accertare che era detentore del piano settimo e della cantina dello stabile di via Omissis in Milano in virtù di locazione del 18.1.72 e/o occupante senza titolo, con condanna al rilascio ed ai danni.

Esponeva che, acquistato lo stabile nel 1969, nel 1972 aveva concesso in locazione a V. V. un appartamento al sesto piano con vani e terrazze al settimo, collegati al piano inferiore da una scala a chiocciola, oltre ad una cantina, e che, dopo il decesso della V., era succeduto nel rapporto il figlio G. V., che contestava la domanda e chiedeva riconvenzionalmente l’usucapione dei locali e terrazze al settimo piano e di due cantine.

Il tribunale rigettava la domanda riconvenzionale e quella attrice di rilascio.

Proponeva appello V., resisteva l’INPDAI e la Corte di appello di Milano, con sentenza 744/04, rigettava l’appello e compensava le spese, osservando che il V. in primo grado non aveva individuato le cantine demandandone l’individuazione alla ctu che non può essere sostitutiva della prova né aveva fornito alcuna prova per dimostrare l’usucapione, la modifica della detenzione in possesso e la interversione. L’eccezione di giudicato era stata esattamente respinta, in quanto la sentenza del Pretore di Milano n. 3669/92 aveva stabilito sull’equo canone del sesto piano e l’oggetto del giudizio era la proprietà del settimo piano collegato al sesto, detenuto in locazione, comprendente le pertinenze; l’asserzione che la scala di collegamento era stata realizzata dalla madre successivamente all’instaurarsi della locazione era smentita dagli accertamenti e comunque avrebbe configurato un possesso clandestino e violento.

Ricorre V. con cinque motivi, resiste l’INPS.

Le parti hanno presentato memorie ed il ricorrente anche brevi note in replica alle conclusioni del PG.

Motivi della decisione

Preliminarmente va disattesa l’eccezione di inesistenza della notifica e nullità del ricorso per Cassazione, ritualmente notificato all’INPDAI, parte del giudizio di appello, presso il procuratore costituito, nel domicilio eletto risultante dalla sentenza.

Tale collegamento funzionale esclude l’inesistenza, trattandosi eventualmente di nullità suscettibile di sanatoria (Cass. 2.7.2004 n. 12150) ed in effetti sanata dalla costituzione dell’INPS, con la conseguenza che la notifica è andata ad effetto.

Con i primi quattro motivi si deduce insufficiente e contraddittoria motivazione circa la mancata individuazione delle cantine (primo), la eccepita usucapione (secondo), l’assenza di giudicato (terzo in relazione agli artt. 12 e ss l. 392/1978 e 2909 cc), l’onere della prova che le terrazze ed i locali del sottotetto e la cantina non fossero pertinenze (quarto in relazione all’art. 818 cc), e col quinto motivo si lamenta violazione di leggi in relazione all’art. 112 cpc circa l’affermazione di una ipotesi di possesso clandestino e violento, in quanto tale eccezione non fu mai sollevata dall’ente proprietario.

Le doglianze sono palesemente infondate.

Quanto al vizio di motivazione, la censura con la quale alla sentenza impugnata s’imputino i vizi di cui all’art. 360 n. 5 cpc deve essere intesa a far valere, a pena d’inammissibilità comminata dall’art. 366 n. 4 cpc in difetto di loro puntuale indicazione, carenze o lacune nelle argomentazioni, ovvero illogicità nell’attribuire agli elementi di giudizio un significato fuori dal senso comune, od ancora mancanza di coerenza tra le varie ragioni esposte per assoluta incompatibilità razionale degli argomenti ed insanabile contrasto tra gli stessi; non può, per contro, essere intesa a far valere la non rispondenza della valutazione degli elementi di giudizio operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte, ed, in particolare, non si può con essa proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento degli elementi stessi, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della norma stessa.

La sentenza, alle pagine dodici, tredici, quattordici, quindici, ha correttamente esaminato i motivi di gravame escludendo l’usucapione, il giudicato, l’interversione nel possesso ed ha dedotto la genericità delle censure svolte, rilevando che il V. non aveva indicato le cantine ma demandato alla ctu la individuazione, che la sentenza del Pretore n. 3669/92 aveva solo statuito sull’equo canone per l’appartamento al sesto piano, che nel contratto di locazione non erano state escluse le pertinenze, che la realizzazione ad opera della madre del V. della scala di collegamento tra i due piani dopo l’instaurarsi della locazione era smentita e comunque avrebbe costituito possesso clandestino e violento.

Di fronte ad una motivazione logica e coerente, conforme ad un consolidato orientamento di questa Corte Suprema sui requisiti indispensabili per il possesso ad usucapione, il diverso avviso del ricorrente, con censure in parte su aspetti marginali e non decisivi, è irrilevante.

Questa Corte suprema ha da tempo statuito che, per la configurabilità del possesso “ad usucapionem”, è necessaria la sussistenza di un comportamento continuo, e non interrotto, inteso inequivocabilmente ad esercitare sulla cosa, per tutto il tempo all’uopo previsto dalla legge, un potere corrispondente a quello del proprietario o del titolare di uno “ius in re aliena” (“ex plurimis” Cass. 9 agosto 2001 n. 11000), un potere di fatto, corrispondente al diritto reale posseduto, manifestato con il compimento puntuale di atti di possesso conformi alla qualità e alla destinazione della cosa e tali da rilevare, anche esternamente, una indiscussa e piena signoria sulla cosa stessa contrapposta all’inerzia del titolare del diritto (Cass. 11 maggio 1996 n. 4436, Cass. 13 dicembre 1994 n. 10652).

Non è denunciabile, in sede di legittimità, l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alla validità degli eventi dedotti dalla parte, al fine di accertare se, nella concreta fattispecie, ricorrano o meno gli estremi di un possesso legittimo, idoneo a condurre all’usucapione (Cass. 1 agosto 1980 n. 4903, Cass. 5 ottobre 1978 n. 4454).

Né può ipotizzarsi la violazione dell’art. 112 cpc circa l’inesistenza di una eccezione nel senso indicato da parte del proprietario, perché la Corte territoriale ha escluso la realizzazione della scala di collegamento dopo la locazione e, solo in via ipotetica e ad abundantiam, ha aggiunto che la circostanza “comunque configurerebbe un modo di acquisto del possesso clandestino e violento”.

Donde il rigetto del ricorso, con la conseguente condanna alle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese liquidate in euro 3900 di cui 3700 per onorari, oltre accessori.