Il Tribunale di Napoli annulla la delibera che aveva chiesto a un condomino di pagare una seconda volta vecchie bollette già comprese nei rendiconti condominiali
Può accadere che un condominio, trovandosi in difficoltà per le quote non versate da alcuni proprietari, decida di chiedere altro denaro a quelli che hanno sempre pagato regolarmente. L’esigenza pratica è comprensibile: i fornitori pretendono il saldo delle fatture, i servizi devono continuare e il conto corrente condominiale potrebbe non avere disponibilità sufficienti. Questo, però, non significa che l’assemblea possa semplicemente redistribuire i debiti dei morosi tra i condomini adempienti.
Lo ha chiarito il Tribunale di Napoli con la sentenza n. 1822 del 4 febbraio 2026, pronunciata in una controversia nella quale un condomino si era visto addebitare nuovamente somme relative a bollette energetiche degli anni 2014 e 2015, nonostante avesse già versato le quote risultanti dai rendiconti di quegli esercizi.
La decisione è interessante perché affronta un problema molto frequente, ma evita una conclusione troppo semplicistica. Non afferma soltanto che “i debiti dei morosi non devono essere pagati dagli altri”: distingue la definitiva attribuzione del debito al condomino in regola dall’eventuale anticipazione temporanea necessaria per fronteggiare una situazione realmente urgente.
Il condomino aveva già pagato, ma gli viene chiesto di contribuire nuovamente
La vicenda nasce da una delibera del 22 ottobre 2024, adottata su un punto dell’ordine del giorno dedicato a un pignoramento promosso da Eni e alla ripartizione delle quote dovute per alcune bollette insolute. Al condomino che successivamente ha impugnato la decisione assembleare era stata richiesta la somma di 1.576,49 euro, da lui inizialmente versata.
Dalla documentazione ottenuta dall’amministratore era però emerso che le fatture riguardavano consumi risalenti al 2014 e al 2015. Il condomino aveva già pagato quanto gli era stato addebitato nei rendiconti relativi a quegli anni e, ancora al 31 dicembre 2023, non risultava avere alcun debito nei confronti del condominio. La morosità complessiva relativa a quelle forniture, superiore a 35.000 euro, era invece riconducibile al mancato versamento delle quote da parte di altri partecipanti.
Il condominio aveva sostenuto che il debito derivasse da costi imprevedibili e non compresi nelle spese ordinarie, aggiungendo che le somme riscosse per la gestione corrente potevano essere utilizzate per affrontare spese impreviste e urgenti. Il Tribunale ha però rilevato che non era stata fornita alcuna prova dell’esistenza di spese straordinarie non preventivate e che il condominio non aveva neppure spiegato in cosa queste sarebbero consistite.
Il giudice considera inoltre anomalo che costi riferibili al 2014 e al 2015 siano emersi soltanto a distanza di quasi dieci anni, senza essere mai stati inseriti nei rendiconti degli esercizi di competenza. La spiegazione ritenuta più logica è quindi quella prospettata dal condomino: il debito residuo si era formato perché alcuni proprietari non avevano pagato le rispettive quote.
In altre parole, attraverso il nuovo piano di riparto, al condomino adempiente era stato chiesto di contribuire una seconda volta al pagamento delle stesse forniture, sostituendosi ai proprietari morosi.
L’assemblea non può modificare a maggioranza i criteri di ripartizione
Le spese condominiali devono essere ripartite secondo i criteri previsti dalla legge, dal regolamento contrattuale o da una valida convenzione approvata dagli interessati. L’assemblea può approvare i rendiconti e i relativi piani di riparto, ma non può utilizzare una deliberazione maggioritaria per trasferire definitivamente sui condomini adempienti le quote rimaste insolute per colpa di altri.
Se alcuni proprietari non pagano, il loro debito non scompare e non diventa automaticamente un nuovo debito di tutti gli altri. L’amministratore deve attivarsi per il recupero delle somme nei confronti dei morosi, utilizzando gli strumenti che la legge gli attribuisce, compresa la possibilità di ottenere un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo sulla base dello stato di ripartizione approvato dall’assemblea.
L’art. 63 delle disposizioni di attuazione del codice civile stabilisce inoltre che i creditori non possono agire nei confronti dei condomini in regola con i pagamenti prima di avere escusso quelli morosi. La norma non elimina ogni responsabilità esterna dei condomini adempienti, ma impone al creditore di rivolgere preliminarmente le proprie iniziative esecutive contro chi non ha versato quanto dovuto. (Gazzetta Ufficiale)
Il Tribunale di Napoli osserva che sarebbe discutibile consentire all’assemblea di aggirare tale sistema attribuendo direttamente ai condomini in regola le quote dei morosi, senza attendere il recupero nei confronti degli effettivi debitori.
L’anticipazione può essere ammessa in una situazione di effettiva urgenza?
La parte più interessante della sentenza riguarda proprio questo punto. Il giudice ricorda che una delibera con la quale i condomini decidano di sostenere definitivamente le quote dei morosi potrebbe essere adottata con il consenso unanime, perché l’unanimità consentirebbe di derogare convenzionalmente ai normali criteri di ripartizione.
La decisione richiama poi un orientamento della giurisprudenza di merito secondo il quale l’assemblea potrebbe deliberare, anche senza unanimità, una raccolta straordinaria e provvisoria di denaro quando esista un’effettiva e improrogabile urgenza di reperire le somme necessarie. È il caso, ad esempio, di un condominio concretamente esposto all’esecuzione forzata di un creditore, al blocco di un servizio essenziale o ad altre conseguenze immediate e particolarmente gravi.
Non si tratterebbe, tuttavia, di trasferire definitivamente il debito dai morosi agli adempienti. Le somme versate dai condomini in regola conserverebbero la natura di anticipazioni e dovrebbero essere restituite o considerate nei successivi conguagli, una volta recuperato il credito nei confronti dei reali debitori.
Il Tribunale segnala anche le critiche rivolte a questo orientamento. Le pronunce di legittimità sulle quali esso si fonda sarebbero infatti anteriori alla riforma dell’art. 63 disp. att. c.c. e potrebbero non essere pienamente compatibili con l’attuale regola della preventiva escussione dei condomini morosi.
La sentenza non risolve definitivamente il contrasto, perché nel caso concreto non era necessario farlo. La delibera risultava illegittima anche applicando l’interpretazione più permissiva: non era stata dimostrata una situazione di effettiva e improrogabile urgenza e, soprattutto, era stato negato al condomino il diritto di recuperare o conguagliare le somme versate al posto dei morosi.
Non basta richiamare genericamente un pignoramento
La presenza di un creditore che abbia iniziato un’azione esecutiva può certamente rappresentare un elemento importante, ma non consente di approvare qualsiasi piano di riparto. L’assemblea deve conoscere la reale situazione debitoria, l’importo necessario, le iniziative già avviate contro i morosi e le conseguenze concrete che deriverebbero dal mancato pagamento.
Nel caso esaminato, il Tribunale rileva che l’assemblea non aveva deliberato sulla base di una precisa valutazione dell’urgenza, ma partendo dal presupposto che si trattasse di un debito mai considerato nei precedenti rendiconti. Tale ricostruzione risultava però smentita dalla documentazione, dalla quale emergeva che le fatture erano riferibili agli esercizi 2014 e 2015 e che il condomino ricorrente aveva già pagato quanto gli era stato imputato.
Una raccolta straordinaria non può quindi diventare uno strumento con il quale l’amministratore o l’assemblea nascondano vecchie morosità, carenze nei recuperi o errori nella gestione contabile. Devono essere chiariti l’origine del debito, i soggetti che non hanno pagato, le azioni intraprese nei loro confronti e il carattere necessariamente provvisorio dell’eventuale anticipazione richiesta agli altri condomini.
La delibera deve essere impugnata: non è sufficiente ignorarla
Un condomino che riceva una richiesta illegittima non dovrebbe limitarsi a non pagare. Le deliberazioni assembleari sono obbligatorie per tutti i condomini finché non siano annullate o dichiarate invalide, e l’amministratore può utilizzare il piano di riparto approvato per richiedere un decreto ingiuntivo.
L’art. 1137 c.c. consente al condomino assente, dissenziente o astenuto di chiedere l’annullamento delle deliberazioni contrarie alla legge o al regolamento entro il termine perentorio di trenta giorni. Per il dissenziente e l’astenuto il termine decorre dalla data dell’assemblea; per l’assente, dalla comunicazione della deliberazione. (Gazzetta Ufficiale)
La distinzione tra nullità e annullabilità è quindi decisiva. Una delibera che applica erroneamente i criteri di riparto o addebita a un condomino somme non dovute viene normalmente contestata attraverso l’impugnazione prevista dall’art. 1137 c.c. Lasciare decorrere il termine confidando nella possibilità di opporsi soltanto quando arriverà il decreto ingiuntivo può esporre il condomino a conseguenze molto serie.
La prudenza impone quindi di acquisire immediatamente il verbale, il piano di riparto, i rendiconti degli anni interessati, le fatture del creditore e la situazione contabile personale, per verificare se la somma richiesta sia effettivamente dovuta e se sia necessario impugnare la decisione assembleare.
Chi ha già pagato deve chiedere espressamente la restituzione
Il condomino della vicenda aveva versato i 1.576,49 euro prima di ottenere la documentazione completa e di comprendere che si trattava di spese già considerate nei precedenti rendiconti. Nel giudizio aveva però chiesto l’annullamento della deliberazione, senza formulare una specifica domanda di condanna del condominio alla restituzione della somma.
Il Tribunale ha pertanto annullato la delibera, ma non ha potuto disporre un rimborso che non era stato domandato. La sentenza precisa infatti che l’attore non aveva formulato alcuna domanda diretta a ottenere la restituzione degli importi già pagati.
È un passaggio processuale apparentemente secondario, ma molto importante. L’annullamento della delibera elimina il fondamento della richiesta condominiale, ma la restituzione di quanto già versato deve essere domandata espressamente, indicando la somma, la causa del pagamento e le ragioni per le quali il condominio non avrebbe diritto a trattenerla.
Quando si impugna una delibera, non è quindi sufficiente concentrarsi sull’invalidità della decisione assembleare. Occorre valutare tutte le conseguenze economiche e formulare le domande necessarie per ottenere un risultato concretamente utile.
Il valore della causa non coincide necessariamente con la quota contestata
Il condomino aveva contestato un addebito individuale di 1.576,49 euro, ma il Tribunale ha determinato il valore della controversia sulla base dell’intera deliberazione impugnata, richiamando il principio affermato dalla Cassazione n. 9068 del 2022.
Quando si chiede l’annullamento di una delibera, la decisione del giudice produce infatti effetti nei confronti di tutti i condomini e incide sull’intero atto assembleare, non soltanto sulla posizione economica del ricorrente. Il valore della causa deve quindi essere determinato considerando l’importo complessivo oggetto della deliberazione, e non esclusivamente la quota attribuita a chi ha promosso il giudizio.
Anche questo aspetto merita attenzione prima di iniziare la causa, perché può incidere sulla competenza, sul contributo unificato e sulle spese legali. Nel caso deciso dal Tribunale di Napoli, il condominio è stato condannato a rifondere 5.261 euro per compensi professionali, oltre spese generali e accessori di legge.
Cosa deve fare il condomino al quale viene chiesto di pagare le morosità altrui?
La prima cosa da fare è verificare l’origine della somma richiesta. Occorre confrontare il nuovo piano di riparto con i rendiconti degli anni ai quali il debito si riferisce, controllare i pagamenti eseguiti e chiedere all’amministratore la documentazione relativa alle fatture, alle morosità e alle azioni di recupero intraprese.
Se si tratta di un’anticipazione straordinaria, devono essere chiariti almeno quattro elementi: quale sia la situazione di urgenza, perché non sia possibile attendere il recupero nei confronti dei morosi, come siano state determinate le somme richieste e in quale modo verranno restituite o conguagliate.
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Se invece il piano di riparto attribuisce stabilmente ai condomini in regola le quote non pagate da altri, la decisione deve essere contestata tempestivamente. Non è sufficiente inviare una protesta all’amministratore, perché la diffida non sostituisce l’impugnazione giudiziale e non sospende il termine di trenta giorni previsto dall’art. 1137 c.c.
Quando la somma sia già stata pagata, sarà inoltre necessario chiedere espressamente la restituzione, evitando di ottenere una sentenza che annulli la delibera ma non condanni il condominio a rimborsare quanto indebitamente ricevuto.
Chi paga regolarmente non può diventare il finanziatore permanente del condominio
La sentenza del Tribunale di Napoli non nega le difficoltà concrete che le morosità possono creare alla gestione condominiale. Un condominio deve pagare i fornitori e garantire la continuità dei servizi anche quando alcuni proprietari non rispettano i propri obblighi. La soluzione, però, non può consistere nella sistematica redistribuzione delle somme insolute tra coloro che hanno già pagato.
Un conto è chiedere, in una situazione eccezionale e documentata, un’anticipazione provvisoria destinata a essere recuperata; altro è attribuire definitivamente ai condomini adempienti il debito dei morosi. Nel primo caso si tenta di proteggere temporaneamente un interesse comune; nel secondo si altera il criterio di ripartizione e si finisce per premiare chi non paga, facendo ricadere le conseguenze sui proprietari più corretti.
Il principio che emerge dalla sentenza è quindi molto concreto: il condomino in regola non deve pagare due volte la stessa spesa soltanto perché l’amministratore non è riuscito a riscuotere le quote dagli altri. E quando l’assemblea approva un piano di riparto illegittimo, occorre reagire subito, chiedendo non soltanto l’annullamento della delibera, ma anche la restituzione delle somme eventualmente già versate.
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