appello

Impugnazioni civili: in caso di morte del procuratore la notifica della sentenza effettuata alla parte fa decorrere il termine breve (Cass. 12236/11)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 6 aprile – 6 giugno 2011, n. 12236

Presidente Schettino – Relatore Mazzacane

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 9-2-1983 F.L. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Lucera la sorella F.F. chiedendo dichiararsi lo scioglimento della comunione tra di essi esistenti avente ad oggetto un terreno ed un’area edificabile siti in (omissis) (il primo in località (omissis), la seconda in località …) entrambi illegittimamente detenuti dalla sola convenuta.

Quest’ultima non si costituiva in giudizio fino all’udienza del 17-1.-1986, nella quale a tale procedimento veniva riunito quello relativo alla causa promessa dinanzi allo stesso Tribunale dai coniugi F.F. e V.L. nei confronti di L.F.; in questa seconda controversia i suddetti attori, premesso che il L. aveva acquistato in comunione con L.F. due aree poste in (omissis) (una in località …, l’altra in località (omissis)), che F.F. aveva acquistato in comunione con il fratello F.L. i cespiti di cui all’atto di citazione del 9-2-1983, che inoltre sul terreno in località … erano stati costruiti due fabbricati, uno dal L. e l’altro dal F. , assumevano che F.F. anche nell’interesse del marito L.V. da un lato e L.F. dall’altro si erano impegnati con scrittura privata dell’8-2-1983 a sciogliere la suddetta comunione immobiliare secondo le modalità ivi previste; chiedevano quindi lo scioglimento della comunione stessa in base agli accordi raggiunti nella predetta scrittura e la condanna del F. ad abbattere il piano del fabbricato con il quale egli aveva reso comune il muro del vicino fabbricato ovvero a pagare il relativo indennizzo.

In questo secondo giudizio L.F., costituendosi, aveva chiesto in via riconvenzionale la rescissione dell’accordo dell’8-2-1983.

Il Tribunale adito, riuniti i procedimenti, con sentenza non definitiva del 16-1-1995 rigettava la domanda di rescissione della convenzione dell’8-2-1983 ed ogni altra domanda che prescindeva dalla medesima, ivi compresa quella relativa al muro comune, e con separata ordinanza disponeva per il prosieguo del giudizio al fine di dare attuazione agli accordi dell’8-2-1983.

Con sentenza definitiva del 10.11.2ooo il Tribunale di Lucera recepiva il progetto divisionale predisposto dal CTU.

Proposto gravame da parte di L.F. cui resistevano F.F., Mi.La., A.S.L., Ma.La. e M.L., la prima anche in proprio e tutti quali eredi di V.L. nel frattempo deceduto, la Corte di Appello di Bari con sentenza del 12-8-2004 ha rigettato l’impugnazione.

Per la cassazione di tale sentenza L..F. ha proposto un ricorso articolato in unico motivo cui F.F., La.Mi., A.S.L., Ma..La. e L.M. hanno resistito con controricorso; il ricorrente ha successivamente depositato una memoria.

 Motivi della decisione

Preliminarmente deve essere esaminata l’eccezione dei controricorrenti di inammissibilità del ricorso per l’avvenuto decorso del termine di giorni sessanta dalla notifica della sentenza impugnata; infatti, a seguito del decesso in data 30-10-2003 dopo la chiusura della discussione del procuratore dell’appellante avvocato Michele Agnusdei, la notificazione della sentenza era stata effettuata personalmente a L..F. in data 18/22-1-2005, cosicché il termine utile per la proposizione del ricorso in cassazione veniva a scadere il 23-3-2005, laddove la notifica del ricorso era avvenuta soltanto in data 19.10-2005.

L’eccezione è fondata.

Premesso che l’esame diretto degli atti processuali conferma l’esattezza di quanto eccepito in rito dai controricorrenti, e preso atto che il ricorrente non ha contestato la circostanza dell’avvenuta morte del suo procuratore costituito avvenuta dopo l’udienza di discussione della causa, devesi rilevare in linea di diritto che la notifica della sentenza personalmente alla controparte già costituita a mezzo di procuratore costituisce l’unica forma possibile di notificazione in caso di decesso del detto procuratore ed è idonea, anche se effettuata in forma esecutiva, a far decorrere il termine breve per l’impugnazione (Cass. 24-2-1995 n. 2129; Cass. 26-2-2001 n. 2746); né può giungersi a diverse conclusioni, come invece sostenuto dal ricorrente nella memoria, per avere costui eletto domicilio nell’atto di appello in Bari, via Pasquale Fiore 14, presso l’avvocato Eda Lofoco, con la conseguenza che, secondo F.L., l’unica notifica idonea per la decorrenza del termine breve per l’impugnazione avrebbe dovuto essere eseguita nel suddetto domicilio eletto; infatti, una volta deceduto l’unico procuratore costituito dell’attuale ricorrente, la notifica nel domicilio eletto nella sentenza di appello si sarebbe rivelata intrinsecamente inidonea a porre la parte a conoscenza di essa, non sussistendo alcun rapporto diretto tra la parte stessa ed il procuratore domiciliatario, essendo stato quest’ultimo nominato tale dal procuratore costituito sulla base di un rapporto di mandato intercorso tra loro.

Il ricorso deve quindi essere dichiarato inammissibile per non essere stato proposto entro il termine di giorni sessanta dalla notificazione della sentenza impugnata; le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

 P.Q.M.

 LA CORTE

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento di Euro 200,00 per spese e di Euro 2000,00 per onorari di avvocato.

 

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Delibere condominiali: l’impugnazione della sentenza di primo grado va fatta con citazione (Cassazione 6412/2011)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 24 febbraio – 21 marzo 2011, n. 6412

Presidente Triola – Relatore Carrato

Svolgimento del processo

Con ricorso proposto ai sensi dell’art. 1137 c.c., depositato in data 10 gennaio 2002 e notificato il 25 gennaio successivo congiuntamente al decreto di fissazione dell’udienza, (…) conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Cuneo il Condominio (…), chiedendo l’annullamento della delibera condominiale assunta in data 28 novembre 2001.

Nella costituzione del suddetto Condominio, il tribunale adito, con sentenza del 2 dicembre 2003 e notificata il 28 gennaio 2004, rigettava la domanda attorea e condannava il ricorrente al pagamento delle spese della controversia. Interposto appello da parte del (…) con ricorso depositato il 26 febbraio 2004, l’adita Corte di appello di Torino, nella resistenza dell’appellato Condominio, con sentenza n. 324 del 2005 (depositata il 1 marzo 2005) dichiarava l’inammissibilità sia dell’appello principale che di quello incidentale, compensando integralmente tra le parti le spese del grado.

A sostegno dell’adottata sentenza, la Corte territoriale riteneva fondata l’eccezione di inammissibilità dell’appello principale formulata dal suddetto Condominio , sul presupposto che, per effetto dell’principio dell’ultrattività del rito e dovendosi in ogni caso (in difetto di diverse disposizioni) applicare la norma generale di cui all’art. 342 c.p.c., il giudizio di impugnazione avrebbe dovuto essere introdotto mediante atto di citazione da notificarsi nel termine breve di trenta giorni dalla data di notificazione della sentenza di primo grado risalente al 28 gennaio 2004, non risultando, perciò, idoneo allo scopo l’intervenuto deposito (il 26 febbraio 2004) dell’appello nella forma del ricorso entro tale termine ma con la sua notificazione avvenuta successivamente (il 19 marzo 2004) e, quindi, intempestivamente. Alla declaratoria di inammissibilità dell’appello principale conseguiva la perdita di efficacia dell’appello incidentale. Avverso la suddetta sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione il (…), articolato su un unico complesso motivo. L’Intimato Condominio non risulta essersi costituito in questa fase.

Motivi della decisione

1. Con l’unico, complesso motivo formulato il ricorrente ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 1137 c.c. in relazione all’art. 342 c.p.c., unitamente al vizio di motivazione della sentenza impugnata in quanto ritenuta erronea e contraddittoria.

In particolare, il (…) ha dedotto che, dovendosi intendere in senso tecnico la forma del ricorso per l’impugnazione delle delibere assembleari alla stregua del citato art. 1137 c.c., con derivante individuazione di un correlato rito speciale, era necessario che la stessa venisse adottata anche per l’instaurazione del giudizio di appello, con la conseguenza (diversamente dall’avviso della Corte di appello piemontese) che, essendo stato depositato il ricorso entro i trenta giorni dall’avvenuta notificazione della sentenza di primo grado impugnata, il gravame si sarebbe dovuto considerare tempestivamente proposto, non potendosi adoperare la forma della citazione, e ciò anche in virtù del richiamato principio dell’ultrattività del rito che imponeva di utilizzare il ricorso anche per l’introduzione del giudizio di impugnazione. In sostanza, il ricorrente ha sostenuto che la natura della controversia – e, quindi, del rito avallata dal giudice di prima istanza, che aveva ritenuto legittima l’incardinazione della causa con ricorso – non poteva che comportare l’utilizzazione della forma del ricorso anche per l’introduzione del processo di appello, cosicché ritenere – come aveva fatto la Corte territoriale – che esso (…) (quale soccombente) dovesse adottare, in secondo grado, una forma diversa da quella impostagli dal rito con cui era stata emessa la sentenza, significava attribuirgli una facoltà di mutamento del rito stesso che, invece, competeva esclusivamente al giudice dell’impugnazione.

2. Il motivo è infondato nei termini che seguono e deve, pertanto, essere rigettato. Il ricorrente, nella prospettazione del riportato motivo, parte dal presupposto che la forma dell’impugnazione delle delibere condominiali debba essere necessariamente quella del ricorso, al quale conseguirebbe lo svolgimento di un rito speciale, e che essa debba adottarsi, conseguentemente, anche per l’introduzione del giudizio di appello, ragion per cui, una volta depositato il relativo atto di appello con ricorso entro il termine di trenta giorni prescritto dall’art. 325 c.p.c. (nell’ipotesi di sopravvenuta notificazione della sentenza di primo grado), il gravame dovrebbe considerarsi, in ogni caso, proposto tempestivamente.

La ricostruzione non si profila basata su valide ragioni sistematiche e non è, quindi, meritevole di pregio.

Infatti, pur ritenendosi da parte del prevalente orientamento della giurisprudenza di questa Corte che il termine “ricorso” adottato dall’art. 1137 c.c. vada inteso in senso tecnico, è stato, tuttavia, precisato dai più recenti indirizzi (cfr. Cass. 30 luglio 2004, n. 14560; Cass. 11 aprile 2006, n. 8440; Cass. 27 luglio 2006, n. 17101, e Cass. 28 maggio 2008, n. 14007) che la suddetta impugnazione può avvenire indifferentemente con ricorso o con atto di citazione, specificandosi che, in quest’ultima ipotesi, ai fini del rispetto del richiamato art. 1137 c.c., occorre tener conto della data di notificazione dell’atto introduttivo del giudizio, anziché di quella del successivo deposito in cancelleria, che avviene al momento dell’iscrizione a ruolo della causa. Tale possibilità risulta ammessa anche in virtù della considerazione che, al di là del riferimento al termine “ricorso”, l’impugnativa in questione non introduce affatto un procedimento improntato all’osservanza di un rito speciale non essendo prevista, in proposito, un’apposita disciplina che lo differenzi (come per altre controversie: v., ad es. per tutti, il processo del lavoro e previdenziale, nonché quello locatizio ex art. 447 bis c.p.c.) dal rito ordinario. E proprio sulla scorta di questo ragionamento é stato recentemente statuito nella giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass., sez. 2^, 8 aprile 2009, n. 8536) che l’appello avverso la sentenza che abbia pronunciato sull’impugnazione di una delibera dell’assemblea condominiale, in assenza di apposite previsioni normative, va proposto – secondo la regola generale contenuta nell’art. 342 c.p.c. – con citazione, con la conseguenza che la tempestività dell’appello medesimo va verificata in base alla data di notifica dell’atto di citazione stesso e non alla data di deposito dell’atto di gravame nella cancelleria del giudice “ad quem”. In altri termini, al di là della forma per chiamare in giudizio il convenuto ammissibile nella materia in discorso per l’instaurazione del processo di primo grado, la questione esaminata dalla Corte torinese atteneva alla forma di impugnazione della sentenza emessa all’esito del giudizio di prime cure, forma che, in base alla disposizione di carattere generale prevista dal ricordato art. 342 c.p.c., è costituita, appunto, dalla citazione, salvo l’espressa previsione di una diversa modalità; pertanto, non essendo contemplata nella materia in questione una forma di impugnazione della sentenza di primo grado diversa dalla citazione e non potendosi qualificare il rito adottato in tale grado come un rito speciale, correttamente la Corte territoriale ha, con motivazione logica ed adeguata, affermato che, proprio in virtù dell’applicazione della norma generale sancita dall’art. 342 c.p.c., l’appello avrebbe dovuto essere formulato con atto di citazione. A questo proposito lo stesso giudice del gravame ha, quindi, posto riferimento all’esatto principio asserito da questa Corte (v. Cass. 19 novembre 1998, n. 11657, e, da ultimo, Cass. 11 settembre 2008, n. 23412), in base al quale l’appello avverso una sentenza pronunciata all’esito di un giudizio celebrato in primo grado con rito ordinario è inammissibile, in quanto tardivo, se proposto con il deposito del ricorso, anziché con la notificazione dell’atto di citazione, essendo il deposito del ricorso, pur se tempestivo, inidoneo alla costituzione di un valido rapporto processuale, presupponente la conoscenza legale, mediante notificazione, ad opera della controparte dell’atto ricettizio di impugnazione entro il termine perentorio stabilito dalla legge per la proposizione dell’appello. In altre parole, nei procedimenti nei quali l’appello, in base al principio di cui all’art. 342 c.p.c., deve essere proposto con citazione, ai fini della “vocatio in ius”, vale la regola della conoscenza dell’atto da parte del destinatario, con l’effetto che (cfr, sul punto, anche Cass. 25 febbraio 2009, n. 4498) se, erroneamente, l’impugnazione, anziché con citazione, venga proposta con ricorso, per stabilirne la tempestività occorre aver riguardo non alla data di deposito di quest’ultimo, ma alla data in cui lo stesso risulta notificato alla controparte unitamente al provvedimento del giudice di fissazione dell’udienza, data che, nella specie, risulta pacificamente collocabile oltre la scadenza del termine di trenta giorni imposto dall’art. 325 c.p.c. (essendosi provveduto alla notificazione della sentenza di primo grado).

3. In definitiva, per i motivi complessivamente esposti, il ricorso deve essere respinto, senza che si debba far luogo ad alcun provvedimento sulle spese del presente giudizio in difetto della costituzione del Condominio intimato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Non si può modificare in sede di gravame la propria domanda da risoluzione a recesso (Cassazione 6191/2011)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 3 febbraio – 16 marzo 2011, n. 6191

Presidente Schettino – Relatore Bursese

Svolgimento del processo

A. F. con atto in data 26.1.98 citava in giudizio avanti al Tribunale di Napoli D. F., per sentirlo dichiarare inadempiente al contratto preliminare di compravendita con lui stipulato in data 15.10.1997, e condannarlo di conseguenza al pagamento della somma di L. 300.000.000 pari a doppio della caparra versatale in subordine per sentir dichiarare risolto tale contratto per inadempimento del convenuto, con la condanna del medesimo alla restituzione ad esso attore della caparra per L. 150 000.000 ed al risarcimento dei danni in misura di L. 150 milioni o quella diversa ritenuta di giustizia.

Deduceva il F. che il F., con il menzionato contratto preliminare del 15.10.1997, gli aveva promesso la vendita di un complesso immobiliare sito in Frattamaggiore e si era obbligato a stipulare il contratto definitivo entro e non oltre la data del 31.12.97, ma che, convenuto in tale giorno davanti al notaio per la stipula del rogito, si era rifiutato di farlo, adducendo di non essere in grado di trasferire l’immobile senza però spiegarne il motivo.

Il F., costituitasi in giudizio, chiedeva il rigetto dell’avversa demanda, deducendo che il F. era stato messo al corrente che il compendio immobiliare promesso era di proprietà di un terzo, a nome M. C., e che l’impossibilità di trasferire quell’immobile il 30.12.97 era dipesa dall’ingiustificato rifiuto del proprietario, impegnato a trasferire lo stesso immobile ad altri con i quali aveva stipulato un diverso preliminare. Soggiungeva di aver cercato di mantenere comunque l’impegno con il F., tanto d’avere acquistato con atto del 29.9.98 l’immobile de quo e che – non risultando dal preliminare l’essenzialità del termine a concludere alla data del 31.12.97 – aveva nella stesso giorno 29.1.98 inutilmente convocato lo stesso F. per il trasferimento in suo favore del predetto immobile. Chiedeva pertanto il rigetto delle domande dell’attore e, in via riconvenzionale, la risoluzione del preliminare per inadempimento del F., con il conseguente diritto a ritenere la caparra confirmatoria e di essere risarcito di ogni altro danno. In subordine faceva istanza di essere comunque autorizzato a chiamare in giudizio M. C. da cui chiedeva di essere garantito da ogni effetto pregiudizievole conseguente alla domanda proposta dal F.. Il C. a sua volta costituitosi, contestava la domanda di quest’ultimo, negando di essere stato convenuto per la stipula del definitivo per il giorno 30.12.97, precisando che solo il 10.1.98 aveva ricevuto l’invito a comparire davanti al notaio per il 29.1.98, data in cui era stato poi rogato l’atto di compravendita dell’immobile in questione. Concludeva pertanto chiedendo la propria estromissione dal processo e, nel merito il rigetto della domanda di garanzia, con la condanna del F. al pagamento delle spese processuali.

L’adito Tribunale di Napoli, con sentenza n. 9226/02 dell’1.7.2002, accoglieva parzialmente la riconvenzionale del F. – dichiarando risolto per inadempimento dell’altro contraente il contratto preliminare del 15.10.97, ma disponeva la restituzione della caparra al F., con l’aggiunta degli interessi legali dalla data della pronuncia. Condannava il F. al pagamento delle spese processuali al promittente venditore; rigettava altresì la domanda di garanzia proposta nei confronti del C. dal F., che condannava al pagamento delle relative spese processuali.

Il tribunale aveva ritenuto non essenziale il termine stabilito per la stipula del definitivo per il 13.12.97, sottolineando che il F. non aveva indicato alcun motivo per giustificare la sua decisione di rinunciare alla stipula del rogito per l’acquisto dell’immobile che ormai il F. aveva regolarmente acquistato. Lo stesso giudice, pur accogliendo la domanda di risoluzione per inadempimento del F., aveva invece rigettato la domanda di risarcimento del danno, avente ad oggetto la ritenzione della caparra confirmatoria, ritenendo che la domanda di risoluzione comportava anche l’onere di provare il preteso danno ed evidenziando che solo nel caso di esercizio del diritto di recesso, la caparra avrebbe potuto assumere la funzione di determinazione preventiva e convenzionale del danno.

Avverso tale sentenza proponeva appello il F., chiedendo che – fermo restando la conferma del punto che concerneva l’accertato inadempimento del F. – fosse dichiarato il suo diritto a trattenersi la caparra versata ai sensi dell’art. 1385 c.c., comma 2, e, in subordine la declaratoria di risoluzione del contratto con il suo diritto ad incamerare la stessa caparra; con l’accoglimento della domanda di garanzia proposta nei confronti del C..

Il F. proponeva appello incidentale ribadendo in sostanza l’originaria domanda; il C. infine chiedeva dichiararsi inammissibile e comunque rigettarsi l’appello contro di lui proposto dal F..

L’adita Corte d’Appello di Napoli, con sentenza n. 41/2005 depos. in data 13.1.2005 rigettava entrambi gli appelli, nonché la domanda di recesso proposta in quel grado dal F., dichiarando interamente compensate le spese del grado. La corte napoletana pur ritenendo possibile che in appello la parte adempiente potesse sostituire la domanda di risoluzione e risarcimento con quella di recesso e ritenzione della caparra, stabiliva che la domanda di recesso del F. non poteva essere accolta perché egli non aveva rinunciato agli effetti risolutivi – come avrebbe dovuto – per vedersi accolto in grado d’appello la domanda di recesso con ritenzione della caparra, avendo proposto, invece, sia pure in via subordinata la domanda di risoluzione del contratto.

Per la cassazione della sentenza F. propone ricorso fondato su 4 mezzi; resistono con controricorso il F. e il C.

Motivi della decisione

Con il primo motivo del ricorso, l’esponente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., art. 132 c.p.c., n. 4; art. 161 c.p.c. (nullità della sentenza) e deduce la carenza di motivazione; con il 2^ motivo del ricorso la violazione dell’art. 112 c.p.c. e art. 132 c.p.c., n. 4, nonché la carenza di motivazione – Deduce che in sede d’ appello la domanda di recesso e quella di risoluzione non sono state proposte congiuntamente, come erroneamente ritenuto dalla Corte), ma in via subordinata. Lamenta che era stata omessa ogni motivazione sull’inammissibilità dell’appello determinata dalla proposizione di domanda subordinata; invero la subordinata domanda di risoluzione era rimasta assorbita dall’accertata fondatezza della domanda principale di recesso. Con il 3^ motivo viene dedotta la violazione degli artt. 112 e 1385 c.p.c. e si assume che la domanda in realtà aveva delimitato il risarcimento dei danni alla sola caparra, per cui poteva essere proposta anche la domanda di risoluzione oltre che quella di recesso.

Le predette doglianze – congiuntamente esaminate in quanto tra loro connesse – sono infondate perché in realtà secondo la più recente decisione delle S.U. (Cass. S.U.: n. 553 del 14.01.2009) è inammissibile la modificazione in appello della domanda di risarcimento del danno in quella di recesso. Ha infatti ribadito questa Corte che “… in tema di contratti cui acceda la consegna di una somma di denaro a titolo di caparra confirmatoria, qualora il contraente non inadempiente abbia agito per la risoluzione (giudiziale o di diritto) ed il risarcimento del danno, costituisce domanda nuova, inammissibile in appello, quella volta ad ottenere la declaratoria dell’intervenuto recesso con ritenzione della caparra (o pagamento del doppio), avuto riguardo – oltre che alla disomogeneità esistente tra la domanda di risoluzione giudiziale e quella di recesso ed all’irrinunciabilità dell’effetto conseguente alla risoluzione di diritto – all’incompatibilità strutturale e funzionale tra la ritenzione della caparra e la domanda di risarcimento: la funzione della caparra, consistendo in una liquidazione anticipata e convenzionale del danno volta ad evitare l’instaurazione di un giudizio contenzioso, risulterebbe infatti frustrata se alla parte che abbia preferito affrontare gli oneri connessi all’azione risarcitoria per ottenere un ristoro patrimoniale più cospicuo fosse consentito – in contrasto con il principio costituzionale del giusto processo, che vieta qualsiasi forma di abuso processuale – di modificare la propria strategia difensiva, quando i risultati non corrispondano alle sue aspettative.

Conseguentemente, seguendo il cennato indirizzo delle SU. il giudice d’appello avrebbe dovuto dichiarare inammissibile la domanda di recesso proposta nel giudizio d’impugnazione. Tale conclusione preclude l’esame delle altre censure di cui sopra.

Passando all’esame del 4^ motivo del ricorso con esso si denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c.. La censura riguarda la condanna del tribunale del F. al pagamento delle spese in favore del C.. In realtà la domanda di garanzia contro il C. non era stata rigettata ma solo assorbita, quindi non era giustificabile la condanna alle spese processuali, da parte del Tribunale, che invece dovevano gravare sul solo F. Osserva il collegio che il motivo non risulta in precedenza proposto in relazione a tale specifico punto ed dunque è inammissibile. La censura è peraltro infondata atteso che avendo il tribunale rigettato la domanda di garanzia, le spese sostenute dal terzo chiamato sono state legittimamente poste a carico della parte che, rimasta soccombente, ha provocato la stessa chiamata in garanzia (Cass. n. 6757 del 17/05/2001; Cass. n. 4567 del 27/03/2003; Cass. n. 4958 del 02/03/2007).

In conclusione il ricorso dev’essere rigettato. Le spese seguono la soccombenza e sono poste a carico del ricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in favore di ciascuno dei resistenti, in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 2.000,00

La costituzione in giudizio dell’appellante con la copia dell’atto di citazione anziché con l’originale, determina mera irregolarità sanabile (Cassazione 23192/2010)

Postato il

Cassazione – Sezione seconda – sentenza 13 luglio – 17 novembre 2010, n. 23192

Presidente – Relatore Settimj

Ricorrente D.

Fatto e diritto

G.D. impugna per cassazione la sentenza 20.2.07 n. 360 con la quale la corte d’appello di Napoli ne ha dichiarato improcedibile ex art. 348 c.p.c. l’impugnazione della sentenza di rigetto dell’opposizione da lui proposta avverso il decreto ingiuntivo intimatogli dalla Soc. S. G.

Il giudice a quo ha ritenuto invalida la costituzione dell’appellante effettuata mediante iscrizione della causa a ruolo il 3.4.06 con il deposito della sola copia dell’atto d’appello, notificato il 28.3.06, mentre l’originale era stato successivamente depositato il 7.6.06, oltre il termine stabilito dal combinato disposto degli artt. 165 e 347 c.p.c.

L’intimata non ha svolto attività difensiva.

Il ricorrente – denunziando violazione degli artt. 347, 348, 165 e 156 c.p.c. – sostiene che il principio di tassatività delle cause d’improcedibilità, desumibile dal tenore letterale dell’art. 348 c.p.c., imponga di ritenere tale sanzione applicabile solo nel caso di mancata costituzione dell’appellante nei termini, onde il deposito di una copia in luogo dell’originale dell’atto di citazione non darebbe luogo ad una causa d’improcedibilità ma ad una mera irregolarità nella costituzione, ove tempestivamente avvenuta nel rispetto di quanto previsto dal combinato disposto degli artt. 165 e 347 c.p.c., mentre in relazione al deposito della copia dell’atto d’appello in luogo dell’originale soccorrerebbero i principi generali dettati dall’art. 156 c.p.c.

La censura è fondata.

Come la prevalente giurisprudenza di questa Corte ha recentemente evidenziato, infatti, l’accertamento dell’avvenuto deposito, al momento della costituzione in giudizio dell’appellante, d’una copia (o velina) dell’atto d’appello in luogo dell’originale contenente la relata dell’avvenuta notifica, non comporta la sanzione d’improcedibilità del gravame (Cass. 29.7.09 n. 17666, 24.8.07 n. 17958, 9.12.04 n. 23027).

In proposito si è evidenziato come il nuovo testo dell’art. 348 c.p.c. abbia apportato significative modifiche alla disciplina dell’improcedibilità dell’appello, in quanto ha previsto quali ipotesi tassative (sulla tassatività delle ragioni d’improcedibilità dell’appello cfr. Cass. 2.7.03 n. 10404, 3.8.04 n. 14869, 28.1.09 n. 2171) soltanto, al primo comma, la mancata tempestiva costituzione dell’appellante ed, al capoverso, la mancata comparizione dello stesso, una volta costituitosi, alla prima udienza ed in quella successiva; sotto il primo degli indicati profili, tuttavia, come chiaramente desumibile dal tenore letterale della disposizione, la sanzione immediata ed insanabile, anche quindi a prescindere dalla condotta processuale dell’appellato, attiene alla sola mancata tempestiva costituzione dell’appellante che deve aver luogo “in termini”, non anche al mancato rispetto delle “forme” previste per i procedimenti davanti al tribunale, nonostante alle stesse, compreso dunque il deposito dell’originale della citazione, operi rinvio il precedente art. 347 c.p.c.

D’altra parte, sebbene l’art. 165 c.p.c. imponga all’attore di costituirsi, entro dieci giorni dalla notificazione della citazione, depositando in cancelleria la nota d’iscrizione a ruolo ed il proprio fascicolo contenente l’originale della citazione, la procura ed i documenti offerti in comunicazione, non di meno questa Suprema Corte ha già avuto occasione di affermare come la costituzione in giudizio dell’attore avvenuta mediante deposito in cancelleria, oltre che della nota d’iscrizione a ruolo, del proprio fascicolo contenente una copia anziché l’originale dell’atto di citazione, depositato in seguito dopo la scadenza del termine prescritto, non determini alcuna nullità della costituzione stessa, ma integri una mera ipotesi d’irregolarità rispetto alle modalità stabilite dalla legge, non conseguendo a tale violazione alcuna lesione dei diritti della controparte e stabilendosi il contraddittorio con la notifica della citazione (Cass. 13.8.04 n. 15777).

L’applicazione al giudizio d’appello dei principi espressi in tale decisione, che il Collegio condivide, rende evidente la non riconducibilità della fattispecie in esame all’ipotesi di mancata tempestiva costituzione, che sola varrebbe, a norma dell’art. 348 c.p.c. nel testo novellato dalla legge n. 353 del 1990, a giustificare una pronunzia di improcedibilità.

Non può, dunque, condividersi la diversa soluzione adottata da Cass. 1.7.08 n. 18009 sulla base d’un “distinguo” tra art. 165 c.p.c., in relazione al quale accoglie la riferita giurisprudenza che esclude l’essenzialità in sede di costituzione del deposito dell’originale notificato dell’atto di citazione, ed art. 348 c.p.c., in relazione al quale, per contro, ravvisando la ratio della comminatoria dell’improcedibilità nell’esigenza di certezza dell’instaurazione del giudizio, tale essenzialità afferma in funzione d’un controllo da parte del giudice dell’effettiva proposizione dell’impugnazione; impostazione siffatta della questione, in vero, non solo non tiene conto della sopra evidenziata espressa limitazione del dettato normativo che ricollega la procedibilità dell’appello alla sola tempestività della costituzione, di per sé confermativa della volontà d’impugnare, e non alle modalità della costituzione stessa, ma soprattutto sembra fare riferimento ad un’ipotesi d’attività di controllo preventivo inauditae partes da parte del giudice a seguito della sola costituzione – che la normativa non prevede, nel qual caso avrebbe un senso anche un’immediata declaratoria d’improcedibilità – mentre tale controllo ha luogo successivamente in sede di decisione, laddove ben può il giudice prendere visione della copia notificata pur se tardivamente depositata.

Nella qual sede, alla declaratoria d’improcedibilità potrebbe pervenirsi soltanto ove venisse accertata una difformità tra copia depositata ed originale dell’atto d’impugnazione, ma ove non sia in discussione – come nella specie non è – la conformità dei due atti, devesi ravvisare nel deposito della copia in luogo dell’originale una mera irregolarità, non integrando tale deviazione dal modello legale una costituzione priva dei requisiti essenziali al raggiungimento dello scopo dell’atto e non comportando essa di per sé alcuna violazione dei diritti difensivi dell’appellato nei confronti del quale il contraddittorio si costituisce con la notifica della citazione.

Il qual appellato, tra l’altro, nella specie, ricevuta regolare notifica dell’atto d’impugnazione e ritualmente costituitosi in giudizio inserendo la copia notificata nel proprio fascicolo e svolgendo pienamente le proprie difese di merito, non ha denunziato violazione alcuna dei propri diritti difensivi e si è limitato alla difesa nel merito, senza prospettare l’esistenza del vizio in discorso e far discendere da esso una qualsivoglia lesione dei propri diritti di difesa.

Il ricorso va, dunque, accolto e la causa va rinviata ad altro giudice pari ordinato, che si indica in diversa sezione della medesima corte d’appello di Napoli, cui è anche demandato, ex art. 385 c.p.c., di provvedere sulle spese della presente fase del giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della corte d’appello di Napoli.

 

Impugnazioni civili – Notificazioni agli eredi

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Nel caso di notificazione dell’impugnazione di una sentenza a eredi di soggetto deceduto dopo l’udienza di discussione del precedente grado del processo, ma prima della ricezione della notifica, la notifica stessa, anche in sede rinnovatoria, deve essere effettuata impersonalmente e collettivamente agli eredi presso l’ultimo domicilio che il defunto aveva al tempo della morte ovvero può essere effettuata anche personalmente e individualmente a ciascun erede, purché nel luogo sopra indicato. La notifica dell’impugnazione effettuata presso il difensore costituito nel pregresso grado del giudizio e nel domicilio ivi eletto è nulla, ma se il destinatario si costituisce spontaneamente in giudizio il vizio di notifica viene sanato, in applicazione del principio del raggiungimento dello scopo dell’atto, inapplicabile al solo caso di notifica inesistente.

Cassazione civile  sez. unite 18 giugno 2010,  n. 14699