La rivista “La Mediazione” sull’ordinanza del Consiglio di Stato

Segnaliamo la pubblicazione sul  www.rivistalamediazione.it dell’articolo “Commento sull’ordinanza n. 607 dell’11 febbraio 2014” dell’Avv. Luca Tantalo.
Dopo la pubblicazione dell’articolo “Brevi note sull’ordinanza n. 607/14 del Consiglio di Stato” dell’Avv. Piero Sandulli, la rivista la MEDIAZIONE intende, anche in questa occasione, assolvere il duplice compito di ricerca e di incontro, dove liberi professionisti, accademici ed addetti ai lavori propongono pubblicamente le proprie opinioni, esperienze ed elaborazioni. Un dibattito così articolato offre nuovi elementi di informazione e di documentazione capace di aprire nuove frontiere di pensiero e di manovra.

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Mediazione: il Consiglio di Stato ha fissato l’udienza per la “richiesta di chiarimenti”

Il Consiglio di Stato, vista l’istanza per la “richiesta di chiarimenti”, presentata dall’OUA e peraltro notificata in modo del tutto errato alla parte rappresentata dal sottoscritto (al legale che la difende al TAR e non a chi è costituito al Cds…) ha fissato l’udienza dell’11 marzo per consentire la discussione.

Siamo certi che in quell’occasione il Consiglio di Stato non potrà che ribadire quanto già chiaro a tutti, e cioè che non ha sospeso alcunché.

Pubblichiamo l’istanza di seguito: Atto ex art.112_co.5

Ancora sul Consiglio di Stato: un contributo prestigioso

Cari Colleghi!

A fronte del  comunicato stampa  dell’OUA  in data 14 febbraio, occorre la massima cautela e non è proprio il momento di distrarsi.

Infatti, i primi reboanti proclami, ove si sbandierava che la mediazione obbligatoria era ormai morta e sepolta, sono stati ripresi improvvidamente da alcuni  siti web , emanazione di autorevoli organi di stampa o di associazioni di avvocati (!)  nei quali letteralmente  si è affermato:

“Da oggi non si deve presentare l’istanza di mediazione per alcun tipo di giudizio “

Mi raccomando, non lo fate !

Ed infatti, se dovesse essere accolto tale  spericolato ammonimento si violerebbe il precetto  introdotto dall’art.5 bis 1° comma del  D.L. 21 giugno 2013 n. 69  (C.d. decreto del fare), convertito dalla L.9 -8-2013 n. 98, norma che è pienamente in vigore, nella quale si prescrive a chi intende instaurare un giudizio (nelle materie elencate dalla norma) di esperire previamente un tentativo di mediazione innanzi ad un Organismo iscritto nel Registro tenuto dal Ministero della Giustizia , a pena di improcedibilità della domanda .

Dunque , il legale (in procinto di intentare uno dei giudizi predetti)  che, dando ascolto all’OUA “si dimentichi”  di quella disposizione di legge, che non è mai stata, né mai avrebbe potuto essere oggetto del giudizio intentato innanzi al TAR del Lazio, si esporrebbe fatalmente all’ eccezione di improcedibilità della domanda e forse anche  ad un’azione di responsabilità da parte del cliente.

Da ultimo l’OUA, di fronte alle reazioni che sono piovute da molte parti, inventando inesistenti difficoltà interpretative in ordine al  provvedimento del Consiglio di Stato ( ord. 11-2-2014 n.607 ), sembra che si appresti  a presentare a tale autorevole Consesso  la  richiesta di una “nota  di chiarimento “.

Sarebbe veramente clamoroso ed irriguardoso che la ricorrente chieda al Supremo organo della giustizia amministrativa che le venga spiegato il  provvedimento, con una sorta  di inedita interpretazione autentica, che concerne solo le norma di legge  ed è prerogativa esclusiva del legislatore .

Giovanna Carla De Virgiliis

Magistrato in quiescenza dal 28 novembre 2011, ha ricoperto numerosi incarichi di prestigio. Dal 1981 al 2002 ha svolto la funzione di Giudice presso il Tribunale di Roma presso la 2a Sezione Civile; nel 1995, dopo aver fatto parte del Collegio Inquirente per i reati ministeriali, è stata nominata  Magistrato di Cassazione. Dal 2002 è stata Consigliere della Corte di Appello di Roma presso la Prima Sezione. Dal 2003 prende parte alla Rappresentanza dello Stato Italiano presso la Comunità Europea rivestendo, durante il semestre di Presidenza dello Stato italiano, le funzioni di presidente del dossier concernente la proposta di istituzione di risarcimento delle vittime dei reati. Nel 2005 è nominatta Vicepresidente della Commissione Centrale per i revisori contabili presso il Ministero di Giustizia, e dal 2006 è designata Responsabile dell’instaurazione del Registro degli organismi deputati a dirimere le controvesrie societarie. Dal luglio 2008 è nominata Presidente di Sezione (Sez 11°) al Tribunale ordinario di Roma.
Ha svolto, altresì, attività di docenza quale Docente di Diritto Fallimentare presso l’Università degli Studi di Perugia, Facoltà di Economa, Corso di Diploma Universitario in Economia e Amministrazione delle imprese.Componente del Comitato ADR & Mediazione.

L’organismo di Mediazione forense di Roma conferma: nessuna sospensione

Anche l’Organismo di mediazione del Consiglio dell’Ordine di Roma conferma: nessuna sospensione della normativa sulla mediazione. Si tratta di un chiarimento importante e dovuto, chiarificatore anche perché emesso da un Consigliere competente e del tutto obiettivo.

ORGANISMO DI MEDIAZIONE FORENSE DI ROMA
CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI ROMA
accreditato al n.127 dal Ministero della Giustizia
Il Consigliere Coordinatore

Roma, 14 febbraio 2014

Gentile Collega

OGGETTO: Comunicazione a tutti i Mediatori in merito all’ordinanza del Consiglio di Stato n. 607/2014 depositata in data 12.02.2014 sul ricorso RGN. 544/2014 proposto dall’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana per la riforma dell’ordinanza cautelare del T.A.R. Lazio – Roma Sez. I n. 04872/2013

Gentile Collega,

al fine di fugare dubbi e perplessità ingenerati in queste ore anche presso molti colleghi in ordine all’operatività dell’istituto della Mediazione Civile e Commerciale conseguentemente alla diffusione di alcuni comunicati ed agenzie di stampa, ritengo opportuno offrire a Voi tutti quella che ritengo una corretta lettura circa gli effetti sospensivi di detto provvedimento.
L’ordinanza in questione, depositata sul ricorso n. 544/2014 proposto per la riforma dell’ordinanza cautelare del “Tar Lazio – Roma, Sezione I n. 04872/2013, concernente determinazione criteri e modalità di iscrizione e tenuta registro degli organismi di mediazione e dell’elenco dei formatori per la mediazione, nonché l’approvazione delle indennità spettanti agli organismi” ha così disposto: “considerato che le questioni sottoposte appaiono meritevoli di un vaglio nel merito, dovendosi in tali limiti accogliere l’appello e disporre la sollecita fissazione dell’udienza di discussione, ai sensi dell’art. 55 comma 10 del cod. proc. amm.”
Il Consiglio di Stato, in sede di gravame dell’ordinanza Tar Lazio – Roma, Sezione I n. 04872/2013, promosso ex art. 62 c.p.a., ha ribadito “che le questioni sottoposte appaiono meritevoli di un vaglio nel merito…”, ma non ha accolto l’istanza di sospensione degli atti impugnati.
Il provvedimento di cui all’art. 55, comma 10, c.p.a, come noto, è considerato alternativo alla concessione della misura cautelare.
Quanto sopra appare vieppù confermato sia dalla precisazione di volere “in tali limiti accogliere l’appello e disporre la sollecita fissazione dell’udienza di discussione ai sensi dell’art. 55, comma 10” che dal decisum (“accoglie … e per l’effetto ordina che a cura della segreteria la presente ordinanza sia trasmessa al Tar per la sollecita fissazione dell’udienza di merito ai sensi dell’Art. 55, comma 10, cod. proc. amm.”) laddove in materia di appello cautelare, ai sensi dell’art. 62, comma 3, c.p.a., “l’ordinanza di accoglimento che dispone misure cautelari è trasmessa a cura della segreteria al primo giudice, anche agli effetti dell’art. 55, comma 11”, e non ai sensi del comma 10, citato nel caso in esame.
Concludendo, l’Istituto della Mediazione Civile e Commerciale è tuttora pienamente operativo con conseguente perdurante necessità di attivare il procedimento di mediazione per l’assolvimento della condizione di procedibilità ai sensi e per gli effetti dell’art. 5, comma 1-bis, D.lgs. 28/2010.
Nel restare a Tua disposizione per ogni ulteriore chiarimento in merito, Ti invio i miei più cordiali saluti ed auguri di buon lavoro.

Roberto Nicodemi

IMPUGNO, ERGO SUM … E IO PAGO (SENZA DIMENTICARE L’ARTE DELLA GUERRA!)

IMPUGNO, ERGO SUM … E IO PAGO (SENZA DIMENTICARE L’ARTE DELLA GUERRA!)

A lezione di mediazione da Cartesio, Totò e Sun Tzu

Non erano bastate le lodi pubbliche del Parlamento europeo che, con una lettera al Ministro Cancellieri, lo scorso gennaio indicava nella legge italiana sulla mediazione “un esempio da cui tutta l’Europa deve imparare”. A firmare la lettera era stata la “madre” della Direttiva europea sulla mediazione, Arlene McCarthy, ossia il relatore di quel provvedimento comunitario del 2008 da cui tutto è partito. Né sono state sufficienti le nette indicazioni del Fondo Monetario Internazionale, una settimana fa, secondo cui la legge italiana sulla mediazione — compresa quindi la parte che prevede l’obbligo non già di mediare (che da settembre 2013 non esiste più), ma solo di considerare seriamente la mediazione, in taluni casi — è “un passo nella giusta direzione”.

No. Dopo che il TAR ha negato la richiesta di sospensiva delle norme che regolamentano l’attività degli organismi di mediazione, e che anche il Consiglio di Stato, ieri, ha ribadito quel diniego, l’OUA e l’oramai sparuto manipolo di associazioni forensi che continua a opporsi alla mediazione riformata non hanno trovato niente di meglio che diramare comunicati stampa ove si proclamava l’esatto contrario di quello che Palazzo Spada aveva deciso: il Consiglio di Stato ha sospeso il DM 180/2010! Da oggi non si deve più tentare la mediazione!

Ci ha pensato oggi la stampa nazionale (Corsera e Sole 24 Ore di oggi, tra gli altri) a chiarire che le cose stanno all’esatto contrario. Per carità, nulla vieta ad alcuno di ergersi a paladino della giustizia e, nel caso di specie, a squadernare tesi in base alle quali la normativa italiana sulla mediazione (nonostante il plauso internazionale e l’approvazione da parte di tutte le categorie del Paese, inclusi tantissimi avvocati che non si riconoscono nelle azioni dell’OUA) sarebbe così pericolosa da meritare una sospensione urgente. Tuttavia, se quella stessa Giustizia che agli stessi pare addirittura “umiliata” (dalla legge sulla mediazione e da pressoché tutti i provvedimenti normativi recenti) esiste, un comportamento del genere andrebbe stigmatizzato subito, e severamente. Infatti, quando il contenuto di un’ordinanza viene letto all’esatto contrario siamo nella migliore delle ipotesi alla sciatteria e, forse nemmeno nella peggiore delle ipotesi, alla malafede conclamata. Che sparate del genere provengano addirittura da organismi che pretendono di difendere la giustizia e i cittadini è un’aggravante non da poco, si vorrà ammettere.

A beneficio di chi non ha letto l’ordinanza del Consiglio di Stato, giova precisare che l’errore dell’OUA non è interpretativo, ma di pura e semplice lettura: un’ordinanza che sospenda delle norme – “lo dice il ragionamento stesso”, diceva un comico delle mie parti – non può non parlare espressamente di “sospensione”, né omettere di citare le “norme sospese”. E nulla di questo dice l’ordinanza di ieri, che invece, in italiano chiarissimo, rinvia a una norma del codice del processo amministrativo ove si stabilisce che il Consiglio di Stato può dare impulso alla sollecita fissazione dell’udienza di merito davanti al TAR. “Nei limiti” di questo (ossia la mancata fissazione dell’udienza davanti al TAR), il Consiglio di Stato ha accolto l’appello dell’OUA.

Al di là, come si dice spesso con fin troppa indulgenza in casi simili, di questo svarione dell’OUA, credo che la vicenda sia assai indicativa del male fondamentale che affligge la giustizia civile italiana, ossia una domanda di giustizia smodata, rispetto anche a paesi ove lo Stato di diritto non credo venga messo in dubbio nemmeno dall’OUA, come Francia, Germania e Inghilterra. Questo profluvio di cause viene spacciato da noi come manifestazione del “libero accesso alla giustizia”, ignorando che questa presunta libertà del singolo finisce per privare l’intera collettività di ciò che l’art. 24 della Costituzione ragionevolmente tutela: non il “diritto di ingresso” in tribunale, ma quello di “uscita”, con una soluzione. Se ciascuno si ostina a intasare l’accesso al sistema giustizia, specie con domande che si rivelano ripetutamente infondate, a pagare il prezzo di questa protervia è soprattutto la collettività, non il singolo. E i numeri parlano chiaro: coloro che nel nostro paese scelgono di andare in tribunale pagano con il contributo unificato solo il 10% (collettivamente più o meno trecento milioni ogni anno) di quello che lo Stato spende per offrire quel servizio (circa tre miliardi). Il 90% delle spese di giustizia viene cioè messo a carico di tutti gli altri. La media europea, in base al più recente rapporto del Cepej, è del 30% a carico dei litiganti. Insomma, solo per raggiungere la media europea il contributo unificato andrebbe triplicato, e questo lascerebbe comunque a carico di chi non litiga il 70% delle spese di chi lo fa. In Italia, oggi, impedire a chi paga il 90% di un servizio di esigere, da chi ci mette solo il 10%, quanto meno la valutazione di un’alternativa gratuita (in taluni casi, e per non più di 30 giorni, a fronte di un processo che potrebbe richiederne 3 mila!), pare inconcepibile. Se si pensa poi che questa alternativa è prevista solo in via sperimentale, a chi scrive pare di essere alla follia pura (tanto per bilanciare i termini reboanti di chi si oppone alla mediazione).

Il sistema giustizia, ovviamente, ha gli strumenti per “autotutelarsi” da simili abusi. Di norma, chi perde di fronte al giudice dovrebbe pagare tutte le spese processuali di chi vince. Inoltre, chi propone domande infondate – e, soprattutto, si ostina a riproporle quando sono state respinte – dovrebbe essere condannato per lite temeraria.  Non a caso, una richiesta del genere è stata già fatta nei confronti dell’OUA per la vicenda della mediazione. A decidere sarà ora il TAR. La speranza è che i giudici facciano la loro parte, quale che sarà la decisione finale. La normativa italiana sulla mediazione, infatti, non può essere allo stesso tempo la migliore d’Europa, da una parte, e tanto anticostituzionale da meritare d’essere sospesa con un provvedimento d’urgenza, dall’altra.

Specie per chi scrive, sarebbe però grave non cogliere da questa vicenda forse un aspetto ancor più emblematico in materia di gestione della conflittualità civile. È inelegante dirlo – lo so – ma ne ho già parlato all’inizio di questa storia, nel 2010. Il perdurare dello scontro tra una parte dell’avvocatura, per quanto ora minoritaria, e tutto il resto della società civile si conferma infatti utilissimo a capire le ragioni della mediazione, e persino di quella “obbligatoria”, anche se questa è ora stata cancellata dal Decreto del fare.

La mediazione è uno strumento aggiuntivo per ridurre il carico giudiziario e soprattutto – cosa di cui si continua a non parlare – migliorare la qualità degli accordi che risolvono le liti. Si pensi ai due possibili esiti del processo in corso tra OUA e Ministero della Giustizia. Prevale il Ministero: restano in vigore le norme vigenti sulla mediazione. Vincono i contrari: per un po’ la mediazione torna a sparire dall’ordinamento. Che la mediazione puramente volontaria non esista lo mostra plasticamente questa sequenza di dati incontestabili, relativi al numero annuale di mediazioni nei periodi di tempo: 1) precedente il D.lgs 28/2010 (mediazioni pressoché inesistenti); 2) successivo a esso, sino alla sentenza della Consulta di fine 2012 (tantissime mediazioni); 3) successivo a quella sentenza, ma antecedente l’entrata in vigore del Decreto del fare (di nuovo quasi inesistenti); 4) successivo al Decreto del fare (tantissime, di nuovo). Il contenuto delle norme, cioè, agisce per le mediazioni come un interruttore: spento e acceso. Da un giorno all’altro.

Per convincersi di questo, si pensi a che accadrebbe alla maggioranza di noi tutti se, di colpo, non vi fosse più l’obbligo di assicurare le autovetture, o di indossare il casco per i motociclisti. È qui di solito scatta il mantra della “mancanza di una cultura della mediazione”, che però richiede ben altro spazio. Allora mi fermo qui, sapendo di poter sembrare apodittico e persino cinico, ma prego davvero il lettore scettico di chiudere gli occhi e immaginare, anche solo per un istante, il “day after” della fine dell’obbligo di guidare con le cinture di sicurezza. Che farebbe lui e la maggioranza dei nostri concittadini? E a quel lettore rubo un altro attimo, per chiedergli di richiudere gli occhi, e riaprili subito dopo, quando l’obbligo delle cinture è stato reintrodotto.

Tornando al significato trascendente di questa vicenda, quali sono gli scenari possibili al termine della “battaglia sulla mediazione” (cosa di per sé inquietante), in aggiunta alla perdurante incertezza degli utilizzatori del sistema giustizia, cittadini e imprese per primi? Nel primo, l’OUA alla fine perde la causa e, con essa, altro tempo e terreno rispetto agli organismi che già offrono servizi di mediazione (resta da chiedersi se, almeno, nelle more gli iscritti all’OUA abbiano guadagnato alcunché). Nel secondo, l’OUA vince la causa e, verosimilmente, il legislatore si vedrà costretto a reintrodurre, per la terza volta, norme capaci di far sì che le mediazioni ci siano davvero. Ma qualsiasi giudice ben difficilmente potrà negare la legittimità del modello di “considerazione obbligatoria” della mediazione, che è quello oggi in vigore. Non certo perché le norme attuali hanno il supporto della comunità internazionale, ma perché forme ben più “spinte” di mediazione (obbligatoria vera e propria) già esistono nel nostro ordinamento e hanno da tempo passato il vaglio sia della Consulta sia della Corte di Giustizia europea. Quindi alla fine l’OUA non può che perdere di nuovo. Significa allora che il Governo vince comunque? Non proprio. Come accade spesso in tribunale, alla sconfitta dell’uno non corrisponde una vittoria dell’altro, o quanto meno una vittoria proporzionale. Per il Ministero e l’intero Paese, infatti, l’ostilità di parte dell’avvocatura riduce il potenziale della mediazione. E c’è di più. Se favorevoli e contrari si parlano solo nelle aule giudiziarie, soluzioni qualitativamente superiori – appunto – sono impensabili. Trattando, via Arenula e OUA potrebbero, invece, concordare migliorie d’interesse comune: si pensi all’innalzamento ulteriore della qualità della formazione dei mediatori e a maggiori controlli; ovvero a ulteriori incentivi economici, come lo sconto sul contributo unificato per coloro che decidano di tentare la mediazione oltre il primo incontro, e/o ad altri incentivi per le cause pendenti da più di tot anni, per “aggredire” l’arretrato.

Al pari di tutti i processi, quello tra OUA e Ministero produrrà un risultato secco e, come tale, economicamente inferiore: bianco o nero. Soluzioni creative, capaci di soddisfare interessi superiori anche comuni, sono tecnicamente impossibili in sentenza. Ecco il senso profondo di esigere che i litiganti, in certi casi, considerino seriamente soluzioni non eteronome, grazie all’aiuto di un mediatore: evitare loro di entrare automaticamente nel tunnel del processo, dal quale usciranno, se va bene, con una soluzione sub-ottimale, quando non entrambi di fatto sconfitti. Le sentenze risolvono solo il 44% delle controversie civili in Italia; più della metà delle liti si trascinano per anni prima di chiudersi con un accordo, o per abbandono. Spingere per soluzioni amichevoli anticipate, anche grazie alla mediazione, è allora un obiettivo politico logico e meritevole.

L’OUA sostiene che lo scontro di fronte alla giustizia amministrativa è inevitabile. Il ministro ha ricevuto proposte emendative, non le ha accettate e ha persino rifiutato il dialogo. La motivazione non regge. Negoziare armati (di sciopero e comunicati stampa da tregenda, nel caso dei nostri) è spesso improvvido, specie per il più debole. Non lo dice un mediatore, ma chi da un paio di millenni consiglia i generali di tutto il mondo: Sun Tzu, ne L’arte della guerra.  Chi sa negoziare si preoccupa della “yesability” della propria proposta, che questa sia cioè accettabile dalla controparte. Basta che quanto si ottiene in cambio sia preferibile all’ipotesi del non accordo. Analogamente, chiedere cento e finire per ottenere dieci (come, in questo caso,  forse un mero secondo rinvio della mediazione) è da sprovveduti, quando alleandosi con chi la pensa allo stesso modo (e a voler migliorare ancora la qualità della mediazione, e incentivarla economicamente, sono tantissimi) si sarebbe potuto ottenere molto di più, e più facilmente: un caso paradigmatico da mediazione, appunto.

Negoziati condotti ragionevolmente e persino il possibile intervento di un mediatore non garantirebbero all’OUA di ottenere dal Governo ciò che vuole, ma due cose sono certe: non provare nemmeno a trovare una soluzione bonari è un errore tale da meritare un’azione di responsabilità civile da parte dei propri iscritti per (sic!) “incapacità gestional/negoziale”. Se invece si negozia, farlo a testa bassa produce una riposta uguale e contraria, o addirittura maggiore. Che accadrà, in questo clima, agli altri tavoli negoziali ove l’avvocatura avanza richieste al Governo e alle Istituzioni?

L’avvocato, per quanto ancora pressoché esclusivamente formato ad essere (ahinoi!) “uomo di guerra”, non deve comunque dimenticare la lezione di Cartesio: cogito ergo sum, e non impugno ergo sum. La legge deve ovviamente impedire che il battagliare sia economicamente preferibile al cogitare (non solo per gli avvocati, ma anche per le parti). Infine, i giudici debbono utilizzare gli strumenti che impediscono l’abuso del processo: smettano di compensare le spese processuali quando qualcuno sbaglia di grosso e, ancor più, continua a sbagliare. Che si tratti dei contrari o dei favorevoli alla mediazione. Basta che qualcuno paghi … e non sia sempre il solito Totò.

Giuseppe De Palo

P.S.: Sig. Presidente dell’OUA, almeno sull’incidente di ieri, che ne direbbe di provare a mediare (il primo incontro è gratuito, ed  entrambe le parti sarebbero assistite dagli avvocati, come prevede la legge)? Ecco un a base di trattativa: l’OUA si scusa per i comunicati a dir poco fuorvianti, e il mondo della mediazione si astiene dal fare causa all’Organismo Unitario dell’Avvocatura per il procurato allarme. Io rappresento solo un operatore dell’ADR, quindi parlo a titolo individuale, ma a Lei fa riferimento una parte comunque importante dell’avvocatura. Su di Lei, pertanto, ricade la responsabilità principale, tra cui quella di fare il primo passo. Nei confronti dell’intero Paese, non solo di chi si occupa di mediazione. Ovviamente, mediare può poi rivelarsi persino non necessario. Ma parlarsi, finalmente, sì.

 

Ancora sull’ordinanza del Consiglio di Stato

Riassumiamo, con vera e propria indignazione, quello che è successo ieri.

E’ necessario fare una brevissima premessa, riferita al fatto che al di là delle legittime posizioni personali (siamo – forse – ancora in democrazia), non sia lecito mistificare, soprattutto quando si pretende di rappresentare un’intera categoria, o quando si ricoprono ruoli istituzionali.

Ciò detto, nella mia enorme ignoranza, mi sembra di ricordare, se non mi sbaglio, che il potere di sospendere o di “annullare” una legge dello Stato spetti alla Corte Costituzionale. O forse l’OUA e l’associazione avvocati romani nella notte hanno cambiato la costituzione? Dato che non credo l’abbiano fatto, ricordo a me stesso che la norma che introduce la condizione di procedibilità è una legge dello Stato (la 98/2013, che ha convertito il Dl 69/2013) e che quindi, in nessun modo, il Consiglio di Stato (che è organo assai serio), avrà mai il potere di sospenderla, e mai si sarebbe sognato di farlo.

Questo è un dato di fatto, al di là dell’interpretazione dell’ordinanza, che come abbiamo già detto, e come statuito all’unanimità da autorevolissimi colleghi esperti di diritto amministrativo, non ha sospeso un bel niente. In ogni caso, anche volendo assurdamente sostenere il contrario (ma non è così), sarebbe stato sospeso il DM 180/2010, e tra l’altro nella versione – già implicitamente abrogata – precedente alle modifiche effettuate dal D.M. 145/2011, curiosamente mai citato negli atti dei ricorrenti. E questo certamente non causerebbe alcun blocco della disciplina sulla mediazione.

Quindi, emettere comunicati veramente deliranti, forse volutamente falsi (non possiamo pensare che autorevoli colleghi non conoscano la materia fino a questo punto), dicendo cose come queste: “L’Organismo unitario dell’avvocatura rende noto che, il Consiglio di Stato, dopo aver esaminato l’appello avverso l’ordinanza del Tar Lazio dello scorso dicembre, ha accolto la richiesta di sospensione della disciplina della mediazione obbligatoria proposta dall’Oua” oppure “Da oggi non si deve presentare l’istanza di mediazione per alcun tipo di giudizio” (tipo??), significa mentire sapendo di farlo, per indurre gli avvocati e i cittadini a non depositare istanze. Significa esporre la categoria ad un’ennesima brutta figura; significa umiliare la verità, cosa che un Avvocato non dovrebbe mai fare. Significa, infine, esporsi al rischio di azioni legali per il danno causato a chi nella mediazione, a sue spese visto il regime di volontarietà in cui agiamo attualmente, crede veramente.

E’ tutto molto triste.

Il Consiglio di Stato non sospende il DM 180 e rinvia la decisione al TAR

Nonostante qualche associazione poco informata riporti sul suo sito notizie assolutamente false e tendenziose, l’ordinanza del Consiglio di Stato, pubblicata in data odierna, non ha affatto “sospeso la mediazione obbligatoria” (sic..). Al di là del fatto che, anche ove il CdS avesse sospeso qualcosa, e non lo ha fatto, detta sospensione avrebbe riguardato solo ed esclusivamente il DM 180/2010, peraltro malamente impugnato, dato che nel ricorso non si fa mai menzione del DM 145.

L’ordinanza in oggetto, che pubblichiamo di seguito, ha così statuito: “considerato che le questioni sottoposte appaiono meritevoli di un vaglio nel merito, dovendosi in tali limiti accogliere l’appello e disporre la sollecita fissazione dell’udienza di discussione, ai sensi dell’art. 55 comma 10 del codice del processo amministrativo”.

Ora, sarebbe il caso, prima di emettere comunicati deliranti, di ricordare che il ricorso ha chiesto la sospensione del DM 180, senza voler tornare sulla mancata impugnazione del 145 (questione gravissima, tale da inficiare l’intero ricorso, su cui si esprimerà il TAR), e che il CDS ha accolto l’appello (sull’istanza cautelare respinta dal TAR) solo “in tali limiti”, cioè sulla considerazione che le questioni appaiono meritevoli di un vaglio nel merito e solo ai sensi dell’art. 55, comma 10.

NESSUNA SOSPENSIONE DEL D.M. 180/2010, NESSUNA SOSPENSIONE DEL D.M. 145/2011 (MAI IMPUGNATO) E SOPRATTUTTO NESSUNA, NESSUNA, NESSUNA SOSPENSIONE DEL D.LGS. 28/10, DI CUI L’ORDINANZA DEL CDS NON FA MENZIONE ALCUNA. LA MEDIAZIONE “OBBLIGATORIA” E’ PIU’ VIVA CHE MAI E CHI DICE IL CONTRARIO DICE IL FALSO VOLUTAMENTE.

Ordinanza Cds 607 del 20014