Incidenti

Colleghi Avvocati: come ci vede l’opinione pubblica, parte seconda: un articolo del Corriere della Sera

Postato il

Facciamo seguito a quanto detto ieri, e pubblichiamo un articolo di Gian Antonio Stella, ripreso dal sito del Corriere della Sera. Ringraziamo, ancora un volta, chi ci ha rappresentato in questi anni e ieri ha avuto l’idea geniale di non andare dal Ministro.

L’Italia ha il triplo degli avvocati rispetto alla media Ue

 

Benvenuti nel paese dei «sinistri stradali»

 

Truffe alle assicurazioni, una costante. E la Campania ha
il record di cause per gli incidenti, 61 5, spesso inventati

«Boccaccia mia statte zitta»: la guardasigilli Anna Maria Cancellieri, davanti alla reazione degli avvocati, si sarà morsa la lingua come il pupazzo Provolino di un vecchio Carosello.
Sulle lobby professionali che ostacolano le riforme, però, ha ragioni da vendere. Basti dire che l’Italia ha il triplo degli avvocati rispetto alla media europea. E l’anomalia pesa troppo spesso, in certe aree, sulla macchina della giustizia. Un esempio? La Campania ha il 61% delle cause per sinistri stradali, spesso inventati.

Sia chiaro: guai a fare di ogni erba un fascio. C’è avvocato e avvocato, Ordine e Ordine, regione e regione. E sarebbe disonesto confondere i professionisti che fanno il loro mestiere al meglio, cercando di dare una mano per far funzionare i tribunali, con una quota di azzeccagarbugli che drogano un’enormità di cause finendo per intralciare la giustizia giusta. Lo stesso Pietro Calamandrei, del resto, in un saggio per «I quaderni della Voce» di Giuseppe Prezzolini intitolato «Troppi avvocati!», se la pigliava nel 1921 con «l’esistenza di questo proletariato forense» considerato «la sciagurata causa di tutti mali dell’avvocatura» proprio per difendere quella professione così vitale in una democrazia. E per lo stesso motivo attaccava «gli avvocati (che) riempiono le aule del Parlamento trasformandolo in Camera d’Avvocati».

Sulla base dei dati del Cepej (European Commission for the Efficiency of Justice), l’economista Leonardo d’Urso, collaboratore de «lavoce.info», ha composto una tabella che da sola dice tutto. Ogni 100.000 abitanti ci sono in Europa 127 avvocati. Bene: la media italiana è di 406. Solo la Val d’Aosta (la più virtuosa con 139) si avvicina al resto della Ue. E la sproporzione via via si accentua fino a toccare a Roma e nel Mezzogiorno numeri da brivido: 524 «toghe» nel Lazio, 586 in Puglia, 652 in Campania, 664 in Calabria. Dove c’è un legale ogni 150 abitanti contro la media continentale di uno ogni 787. Cosa vorrà mai dire: che da noi i cittadini sono molto più tutelati? Ma dai!

E sarà un caso che le regioni in cui ci sono più avvocati sono quelle in cui ci sono anche più cause? È il numero esorbitante delle cause che ha man mano fatto crescere quello dei legali o piuttosto, al contrario, è l’esubero di legali ad aver fatto crescere le cause fino a intasare i tribunali? La stessa Banca d’Italia, nello studio «La giustizia civile in Italia: i divari territoriali» di Amanda Carmignani e Silvia Giacomelli, sottolinea il parallelo: «L’effetto del numero di avvocati in rapporto alla popolazione sulla variabile dipendente risulta positivo e statisticamente significativo. In base all’evidenza empirica, le variabili che hanno maggiore impatto sul tasso di litigiosità sono il valore aggiunto pro capite e il numero di avvocati per abitante».

Traduzione: esattamente come accade nel film di Billy Wilder «Non per soldi ma per denaro», dove Walter Matthau convince il cameraman Jack Lemmon a fingersi gravemente ferito in un incidente di gioco per spillare all’assicurazione un milione di dollari, sono talvolta certi trafficoni delle aule giudiziarie a cercare i clienti e a spingerli a fare causa. E per trarne profitto è essenziale che la Giustizia funzioni peggio possibile. Per una coincidenza, mentre gli avvocati si sollevavano contro il ministro e la sua tesi sulle lobby di traverso alle riforme, l’Ania (l’associazione delle imprese assicuratrici) metteva online il suo rapporto 2012-2013. Dove si legge che «delle oltre 240 mila cause civili pendenti davanti a un giudice di pace circa 150 mila sono concentrate in Campania e, di queste, 108 mila nella sola città di Napoli. Di quelle rimanenti, altre 26 mila riguardano la Puglia, mentre 18 mila sono quelle presenti in Sicilia e quasi 10 mila in Calabria. Escludendo il Lazio (e in particolare la città di Roma), con circa 16 mila cause civili pendenti, le rimanenti regioni d’Italia si suddividono in modo uniforme appena 23 mila procedimenti». Insomma, la Campania assorbe da sola il 61% di tutti i processi per i risarcimenti danni da incidente stradale che ingombrano gli uffici dei giudici di pace. E la città capoluogo, da sola, copre il 45% più di tutto il resto d’Italia messo insieme, tolta la Campania.

Si è visto di tutto, in questi anni. Comprese, come qualche lettore ricorderà, sentenze false emesse da giudici falsi e notificate da avvocati falsi per incidenti stradali falsi. E come dimenticare Gerardo «Tapparella» Oliva, un tappezziere che in un solo anno ebbe la ventura di assistere, così disse, a 650 incidenti? Usciva di casa e vedeva un tamponamento, girava l’angolo notava un pedone finire sulle strisce sotto un motorino… È considerata praticamente un ammortizzatore sociale, qua e là, la truffa alle assicurazioni. Le quali, per carità, badano ai loro interessi e a volte fanno penare per anni dei risarcimenti sacrosanti e scaricano sui clienti rincari da brivido, ma certo devono arginare imbroglioni di ogni genere. Ecco la famigliola che in un anno denuncia 12 schianti tutti e dodici con la stessa macchina. La Lancia Y che colleziona 20 incidenti in due anni. Le cartelle cliniche false. E via così.

A volte scappa un sorriso perfino alla vittima della truffa. Come nel caso di una Suzuki 1000 che, impennandosi alla Valentino Rossi, era finita contro un’auto causando danni ingenti. Alla guida figurava una vecchia di 85 anni che non usciva di casa da tempo immemorabile. Possibile che fosse sua l’idea tentare di tirar su qualche soldo con l’assicurazione? La tradizione, del resto, è antica. Nel 1729 Montesquieu annotava già questa abbondanza esagerata di avvocati: «Non c’è un Palazzo di Giustizia in cui il chiasso dei litiganti e loro accoliti superi quello dei tribunali di Napoli. Ho sentito dire dal Viceré che ci sono a Napoli 50.000 di questi “causídici”, e vivono bene. Lì si vede la Lite calzata e vestita». Da allora son passati tre secoli…

Annunci

Sinistri stradali: cade in moto per la strada sporca: paga l’Anas (Cassazione 21508/11)

Postato il Aggiornato il

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 27 settembre – 18 ottobre 2011, n. 21508

Presidente Filadoro – Relatore Giacalone

In fatto e in diritto

1.1. L’A.N.A.S. S.p.A. propone ricorso per cassazione, sulla base di quattro motivi, avverso la sentenza della Corte di Appello di Catanzaro del 13 giugno 2009, che, riformando quella di primo grado, ha accolto la domanda degli A., volta ad ottenere il risarcimento dei danni riportati nel sinistro stradale occorso il … in (omissis), lungo la S.S. (omissis) , che ritenevano attribuibile all’ente proprietario della strada per non aver fatto rimuovere fango sterpaglie e sabbia accumulatisi a seguito delle notevoli piogge cadute nei giorni precedenti, così determinando lo sbandamento della Vespa 50 su cui viaggiavano A.L. e V.. Gli intimati resistono con controricorso e chiedono il rigetto del ricorso.

2.1. Con il primo motivo, l’ente ricorrente deduce falsa applicazione dell’art. 2051 c.c. e formula alla Corte il seguente quesito: “se la responsabilità dell’ente tenuto alla gestione ed alla manutenzione delle strade pubbliche per danni verificatisi agli utenti sia sempre ed in ogni caso inquadrabile nell’ipotesi di responsabilità speciale prevista dall’art. 2051 c.c., come ritenuto dalla Corte di Appello, ovvero se spetti al giudice del merito valutare prioritariamente, caso per caso, l’estensione della strada e la modalità di fruizione da parte dell’utenza, giungendo ad escludere l’inquadramento nell’art. 2051 c.c. in tutti i casi in cui l’evento si sia verificato in strade pubbliche di notevole estensione e grandemente trafficate, nelle quali risulta impossibile operare un controllo ed una vigilanza costanti ed uniformi”.

2.2. la censura è infondata. In realtà, l’Ente ricorrente invoca un orientamento giurisprudenziale ormai superato e che non tiene conto dell’evoluzione della giurisprudenza in sibiecta materia a partire dalla nota pronuncia n. 156 del 10.5.1999 della Corte costituzionale. Questa, infatti, affermò il principio che alla P.A. non era applicabile la disciplina normativa dettata dall’art. 2051 c.c., solo allorquando “sul bene di sua proprietà non sia possibile – per la notevole estensione di esso e le modalità di uso, diretto e generale, da parte di terzi – un continuo, efficace controllo, idoneo ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per gli utenti”. Ne deriva che, secondo tale autorevole interprete, il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. debba individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l’impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all’uso generale e diretto da parte dei terzi, da considerarsi meri indici di tale impossibilità, ma all’esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo, che tenga in debito conto innanzitutto gli indici suddetti. In questa direzione si è orientata negli ultimi anni la giurisprudenza di questa Corte, i cui più recenti arresti hanno segnalato, con particolare riguardo al demanio stradale, la necessità che la configurabilità della possibilità in concreto della custodia debba essere indagata non soltanto con riguardo all’estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all’interno della perimetrazione del centro abitato <v. Cass. n. 21328 e 21329/10; 12695/10; 24529/09; 9546/09; 3651/06; 15384/06). Nella specie, la Corte territoriale, condividendo espressamente tale indirizzo ha affermato – quanto alle premesse in diritto – che, riconducendo la responsabilità del custode della strada nell’ambito della responsabilità presunta ex art. 2051 e. e, si valorizzano adeguatamente, in ordine alla colpa, le circostanze relative alla custodia delle strade, ossia i caratteri dell’estensione e dell’uso diretto della cosa da parte della collettività, che non attengono alla struttura della fattispecie e possono valere ad escludere la presunzione di responsabilità gravante sul custode solo ove questi dia la prova che l’evento dannoso presenta i caratteri dell’imprevedibilità e della inevitabilità. In fatto (e sempre coerentemente con l’orientamento qui ribadito), ha ritenuto che la responsabilità dell’ente nella determinazione del sinistro dipendesse dal mancato intervento manutentivo diretto alla rimozione del fango e dei detriti dalla sede stradale, su un’arteria importante di raccordo di Catanzaro, sulla quale i detriti erano stati trasportati dalle piogge torrenziali verificatesi il 3.8.1995, senza che il giorno successivo, in cui si verificò il sinistro, fossero stati rimossi o, quantomeno, fosse stata predisposta un’idonea segnalazione del pericolo. Non vi è dubbio, infatti, che, tenuto conto della natura e della tipologia delle cause determinanti il danno, il custode doveva ritenersi nella specie obbligato a controllare lo stato della strada ed a mantenerla in condizioni ottimali d’impiego, dato che la presenza di fango e detriti a seguito di pioggia torrenziale rappresentava fattore di rischio conosciuto o conoscibile a priori dal custode (Cass. n. 12449/08; Cass. n. 8377/09, in motivazione).

3.1. Con il secondo motivo, l’ente deduce insufficiente motivazione sul fatto controverso e decisivo della riconducibilità del sinistro verificatosi al comportamento imprudente della conducente del motociclo così come allegato e provato dall’ente medesimo; si tratterebbe di fatto decisivo, perché la sua prova costituisce elemento idoneo ad escludere la responsabilità di esso ente gestore della strada ai sensi dell’art. 2051 c.c..

3.2. La censura ed il relativo momento di sintesi sono privi di pregio, non potendo il dedotto vizio di omessa motivazione consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello prospettato dalle parti. Si deve, infatti, ribadire che, quanto alla valutazione delle prove adottata dai giudici di merito, il sindacato di legittimità non può investire il risultato ricostruttivo in sé, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, (Cass. n. 12690/10, in motivazione; n. 5797/05; 15693/04). Del resto, i vizi motivazionali denunciabili in Cassazione non possono consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte, spettando solo a detto giudice individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge in cui un valore legale è assegnato alla prova (Cass. n. 6064/08; nonché Cass. n. 26886/08 e 21062/09, in motivazione).

4.1. Con il terzo motivo, il ricorrente deduce violazione dell’art. 2059 c.c. e chiede alla Corte “se in caso di risarcimento del danno patrimoniale derivante da lesioni riportate a seguito di atto illecito, astrattamente rientrante in fattispecie di reato, il giudice possa riconoscere il risarcimento del danno biologico, e, in percentuale su quest’ultimo, il risarcimento del danno morale, così come operato dalla Corte di Appello ovvero se si debba ritenere che, in tali fattispecie, il danno morale costituisce una componente normale del primo, per cui, ne è precluso il risarcimento quante volte si sia proceduto al risarcimento del danno biologico”.

4.2. Con il quarto motivo, l’ente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2059 e 2697 c.c. perché la Corte territoriale, liquidandolo in una percentuale di quello biologico, avrebbe considerato il danno morale sussistente in re ipsa, senza tenere conto che nessun elemento probatorio, neanche di carattere presuntivo, era stato allegato dai danneggiati.

4.3. Le censure – che possono trattarsi congiuntamente, data l’intima connessione – si rivelano entrambe infondate. I principi espressi dalle Sezioni unite di questa Corte con la sentenza n. 26972 del 2008 e con le ulteriori coeve decisioni – in ordine alla funzione solo descrittiva delle categorie di danno non. patrimoniale tradizionalmente individuate ed all’esigenza di evitare duplicazioni risarcitorie -non autorizzano la conclusione che siano per ciò stesso da riformare tutte le sentenze contenenti liquidazioni che a quelle categorie abbiano fatto riferimento. Quel che rileva é che non siano state risarcite due volte le medesime conseguenze pregiudizievoli, ad esempio ricomprendendo la sofferenza psichica sia nel danno “biologico” che in quello “morale”; ma se, liquidando il complessivo danno non patrimoniale attraverso il riferimento a tradizionali sottocategorie anche tabellari, il giudice abbia avuto riguardo a pregiudizi diversi, la decisione non può considerarsi erronea in diritto (Cass. n. 6750/11) senza contare che anche di recente si è ribadito peraltro nulla vieta che il danno morale sia liquidato in proporzione al danno biologico (Cass. n. 702/10). Nella specie non si sostiene che la sofferenza psichica fosse stata già considerata nella liquidazione del danno “biologico”, come inteso prima delle richiamate sentenze delle Sezioni unite.

5. Ne deriva il rigetto del ricorso. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

 P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 1.800, di cui Euro 1.600, per onorario, oltre spese generali ed accessori di legge.

 

Incidenti stradali: per la Cassazione il CID, da solo, non fa piena prova (739/2011).

Postato il

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIFONE  Francesco                            –  Presidente   –

Dott. UCCELLA  Fulvio                               –  Consigliere  –

Dott. CHIARINI Maria Margherita                     –  Consigliere  –

Dott. SPIRITO  Angelo                               –  Consigliere  –

Dott. LEVI     Giulio                          –  rel. Consigliere  –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 29967-2006 proposto da:

L.P. S.R.L. IN LIQUIDAZIONE (OMISSIS) in  persona  del liquidatore   e  legale  rappresentante  pro  tempore   Sig. F. L.,  elettivamente domiciliata in ROMA, VIA  CAIO  MARIO  13, presso  lo  studio  dell’avvocato LONGO MAURO, che la  rappresenta  e difende giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

L.M.T., C.S.T. S.P.A. – CENTRO SERVIZI TORO S.P.A.;

– intimati –

avverso  la sentenza n. 20042/2005 del TRIBUNALE di ROMA 12^  SEZIONE CIVILE,   emessa  il  3/6/2005,  depositata  il  22/09/2005,   R.G.N.50508/2003;

udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del21/10/2010 dal Consigliere Dott. GIULIO LEVI;

udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. GOLIA AURELIO che ha concluso per il rigetto.

Fatto

Con atto di citazione regolarmente notificato, la S.r.l. in liquidazione “L.P.” impugnava davanti al Tribunale di Roma la sentenza del Giudice di Pace 6.6.2002, con cui questi aveva respinto la domanda della società stessa contro L.M. T. e la S.p.A. Lloyd Adriatico, dei quali aveva chiesto la condanna al risarcimento dei danni subiti a seguito del sinistro verificatosi in Roma il 26.12.1999.

Il Tribunale di Roma con sentenza 24.10.200 rigettava l’appello e condannava la S.r.l. in liquidazione “L.P.” al rimborso delle spese. Ricorre per Cassazione la S.r.l. in liquidazione “L.P.” con tre motivi. Non resiste l’intimata.

Deposita memoria la ricorrente.

Diritto

Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 2733 c.c. e art. 2228 c.p.c., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia assume che nel caso si tratta di erronea valutazione delle prove, in particolare per quanto riguarda la confessione (art. 2733 c.c.).

Si è detto al riguardo dal S.C. che nel giudizio promosso dal danneggiato nei confronti dell’assicuratore della responsabilità civile da circolazione stradale, il responsabile del danno, che deve essere chiamato nel giudizio sin dall’inizio, assume la veste di litisconsorte necessario, poichè la controversia deve svolgersi in maniera unitaria tra i tre soggetti del rapporto processuale (danneggiato, assicuratore e responsabile del danno) e coinvolge inscindibilmente sia il rapporto di danno, originato dal fatto illecito dell’assicurato, sia il rapporto assicurativo, con la derivante necessità che il giudizio deve concludersi con una decisione uniforme per tutti i soggetti che vi partecipano. Pertanto, avuto riguardo alle dichiarazioni confessorie rese dal responsabile del danno, deve escludersi che, nel giudizio instaurato ai sensi della L. n. 990 del 1969, art. 18, sia nel caso in cui sia stata proposta soltanto l’azione diretta che nell’ipotesi in cui sia stata avanzata anche la domanda di condanna nei confronti del responsabile del danno, si possa pervenire ad un differenziato giudizio di responsabilità in base alle suddette dichiarazioni, in ordine ai rapporti tra responsabile e danneggiato, da un lato, e danneggiato ed assicuratore dall’altro. Conseguentemente, va ritenuto che la dichiarazione confessoria, contenuta nel modulo di constatazione amichevole del sinistro (cosiddetto C.I.D.), resa dal responsabile del danno proprietario del veicolo assicurato e – come detto – litisconsorte necessario, non ha valore di piena prova nemmeno nei confronti del solo confitente, ma deve essere liberamente apprezzata dal giudice, dovendo trovare applicazione la norma di cui all’art. 2733 c.c., comma 3, secondo la quale, in caso di litisconsorzio necessario, la confessione resa da alcuni soltanto dei litisconsorti è, per l’appunto, liberamente apprezzata dal giudice (Cass., 5.5.2006, n. 10311).

Tanto premesso, ha osservato la sentenza impugnata che erano stati prodotti un preventivo e una fattura, documenti entrambi anteriori al preteso sinistro; che era inverosimile “coincidenza del casuale scontro tra due autovetture assicurate presso la stessa Agenzia della stessa Compagnia Assicuratrice; che dalla C.T.U. era emerse che l’autovettura dell’attrice era stata di proprietà della convenuta;

che sussisteva, come pure accertato dal C.T.U., incompatibilità di alcuni dei punti di danno riscontrati sui due veicoli; che la L., all’epoca del sinistro, era legata da rapporti di lavoro con la società attrice.

Ha osservato, quindi, la sentenza impugnata che la confessione giudiziale della convenuta L. era assolutamente inidonea a provare la avanzata pretesa.

Si tratta, all’evidenza, di giudizio di merito a seguito di apprezzamento di fatti, che non è censurabile in Cassazione. Il motivo deve essere quindi rigettato.

Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia assume che il Tribunale non ha in alcun modo tenuto conto dei dati probatori acquisiti nel corso del giudizio di primo grado, sia in riferimento alla confessione giudiziale, sia in riferimento alle risultanze della C.T.U..

Come innanzi già indicato si tratta di valutazioni di fatto non censurabili in Cassazione per cui il motivo deve essere rigettato.

Con il terzo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Assume che, a prescindere dall’esito del giudizio, sussistevano ampie e giustificate ragioni che avrebbero dovuto condurre ad una decisione di compensazione delle spese di lite.

Questo S.C. al riguardo ha osservato che al di fuori dei casi di soccombenza reciproca, i “giusti motivi” di compensazione totale o parziale delle spese previsti dall’art. 92 cod. proc. civ. possono essere evincibili anche dal complessivo tenore della sentenza, con riguardo alla particolare complessità sia degli aspetti sostanziali che processuali, ma se nessuno di tali presupposti sussiste deve applicarsi il generale principio della condanna alle spese della parte soccombente, non potendo trovare luogo l’esercizio del potere discrezionale giudiziale di compensazione (Cass., 30.3.2010, n. 7766).

Il ricorso va dunque rigettato.

In mancanza di difese svolte dalla parte intimata non vi è luogo a pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 21 ottobre 2010.

Depositato in Cancelleria il 14 gennaio 2011

 

Incidenti stradali: per la Cassazione (sentenza 745 del 2011) nel caso del pedone investito che chiede il risarcimento al Fondo di Garanzia “la prova del fatto costitutivo della pretesa risarcitoria, quanto all’avvenuto evento ad opera di ignoti, non richiede da parte della vittima un comportamento di non comune diligenza”

Postato il

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 16 dicembre 2010 – 14 gennaio 2011, n. 745
Presidente Trifone – Relatore Levi

Svolgimento del processo

Con citazione innanzi al tribunale di Santa Maria Capua Vetere dell’aprile 1998 F..I. conveniva in giudizio la società Assicurazioni Generali spa, nella qualità di impresa designata dal Fondo di garanzia per le vittime della strada (FGVS) per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni subiti per le lesioni riportate nel sinistro stradale verificatosi il (OMISSIS)      .
Esponeva che, mentre camminava in (OMISSIS)                       , era stato investito da un’autovettura, che, dopo l’impatto, si era allontanata e gli aveva così impedito di identificare sia il veicolo investitore che il suo guidatore.
La convenuta società di assicurazione contrastava la domanda e ne chiedeva il rigetto.
All’esito dell’espletata prova orale, il tribunale rigettava la domanda e la decisione, sul gravame del soccombente, era confermata dalla sentenza pubblicata il 13 settembre 2005 della Corte d’appello di Napoli, che condannava F..I.               alle spese del grado capovolta.
Ai fini che ancora interessano i giudici dell’appello premesso che in caso di investimento da parte di un veicolo rimasto sconosciuto la responsabilità del Fondo deve essere esclusa qualora la mancata identificazione del mezzo investitore sia da attribuire a dolo o colpa del danneggiato – ritenevano che dall’espletata prova orale erano emerse le seguenti circostanze:
dopo l’impatto l’autovettura dell’investitore si era fermata accanto al pedone e da essa erano discesi sia il guidatore che un passeggero;
costoro non si erano subito allontanati, ma avevano sostato accanto a I.F.                per un pò di tempo, sino a quanto erano sopraggiunte altre due persone;
queste avevano constatato che l’infortunato era perfettamente cosciente, tanto che esse erano state da lui riconosciute;
i due testi sopravvenuti sul posto avevano ricevuto dai due passeggeri dell’autovettura investitrice l’assicurazione era stato già richiesto l’intervento urgente di un’ambulanza.
La Corte partenopea, sulla scorta dei suddetti fatti, considerava che l’infortunato aveva avuto a disposizione tutto il tempo necessario per identificare il mezzo investitore e che lo stesso “se pure sofferente non richiese ai suoi conoscenti di annotare almeno il numero di targa del veicolo che lo aveva investito”, per cui confermava la conclusione cui era giunto in primo grado il tribunale di attribuire la mancata identificazione del mezzo alla esclusiva condotta negligente di F..I.              .
Il giudice del merito, inoltre, sottolineando la sussistenza di una “evidente discrepanza” tra le dichiarazioni rese da I.F.                ai Carabinieri e quanto riferito dai due testimoni suoi conoscenti, aggiungeva che la circostanza “induce a nutrire dubbi sulla stessa effettiva presenza dei due testimoni sul luogo del fatto e sulla attendibilità delle loro affermazioni, con la conseguenza che deve ritenersi privo di qualsiasi prova l’asserito investimento ad opera di un veicolo non identificato”.
Per la cassazione della sentenza F..I.               ha proposto ricorso affidato a due mezzi.
Ha resistito con controricorso la società Generali Assicurazioni spa, nella indicata qualità, la quale ha anche presentato memoria.

Motivi della decisione

Con il primo motivo d’impugnazione – denunciando la violazione e la falsa applicazione della norma di cui all’art. 19 lett. a) della legge n. 990 del 1969 nonché il vizio di motivazione sul punto – il ricorrente deduce che non sussiste un obbligo di particolare diligenza in capo al soggetto danneggiato per l’individuazione del veicolo investitore e che il giudice del gravame, in relazione alle fornite prove, aveva omesso di valutare se, per la precaria sua situazione fisica e psichica per quanto gli era accaduto, ad esso ricorrente potesse addebitarsi a colpa il non avere identificato l’autovettura investitrice, tenuto conto della normale esigibilità di tale onere e del fatto.
Con il secondo motivo d’impugnazione il ricorrente, in relazione all’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., deduce il vizio in iudicando e in decidendum della sentenza d’appello nella parte in cui essa, dopo aver dato per certo che l’incidente si era verificato, pone in dubbio l’effettiva presenza sul posto dei testimoni escussi e da ciò desume che non sarebbe stata data la dimostrazione che vi sia stato realmente il preteso investimento del pedone ad opera di un veicolo non identificato.
Le censure, che vanno esaminate congiuntamente in logica connessione, sono fondate.
A giustificazione del rigetto della domanda la Corte di merito assume due distinte rationes decidendo.
La prima è quella secondo cui una diversa condotta di maggiore diligenza da parte dell’infortunato avrebbe certamente consentito di identificare l’autovettura investitrice, onde, non avendo I.F. assolto a tale suo onere, il fatto costitutivo della sua pretesa, quanto all’elemento relativo all’avvenuto sinistro da parte di veicolo “rimasto sconosciuto”, non poteva ritenersi dimostrato.
Il secondo argomento, in base al quale il giudice del merito pure ha ritenuto di non potere accogliere l’istanza risarcitoria siccome proposta, è quello per cui il dubbio sulla effettiva presenza sul posto dei due testimoni induceva a ritenere i testi inattendibili e, perciò, neppure dimostrato l’asserito investimento ad opera di veicolo non identificato.
Questo giudice di legittimità ha già stabilito {ex plurimis: Cass., n. 24449/2005) che in caso di azione diretta proposta, ai sensi dell’art. 19 lett. a) della legge n. 990 del 1969, nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di garanzia per il risarcimento dei danni cagionati da veicolo non identificato, ma per il quale vi è obbligo di assicurazione, la prova può essere fornita dal danneggiato anche sulla base di mere “tracce ambientali” o di “dichiarazioni orali”, non essendo alla vittima richiesto di mantenere un comportamento di non comune diligenza ovvero di complessa ed onerosa attuazione, avuto riguardo alle sue condizioni psicofisiche ed alle circostanze del caso concreto.
È stato anche precisato che la norma citata prevede una situazione di mero fatto implicante l’esistenza del sinistro come fatto storico e che, al fine di evitare frodi assicurative, viene richiesta anche la verifica delle condizioni psicofisiche del danneggiato e la prova della compatibilità tra le lesioni e la dinamica dell’incidente, senza che risulti tuttavia consentito pervenire a configurare a carico dello stesso danneggiato un obbligo di collaborazione “eccessivo” rispetto alle sue “risorse”, che finisca con il trasformarlo “in un investigatore privato o necessariamente in un querelante”.
Orbene, in applicazione delle suddette regole di diritto, risulta chiaro che delle due adottate rationes decidendi è inconciliabile l’affermata contestualità, evidente essendo o che l’investimento da parte di ignoti non si è affatto verificato, come sembra potersi evincere dal secondo argomento della sentenza impugnata, per cui, in tal caso, altro non doveva venire all’esame del giudicante quanto a pretesa condotta negligente dell’infortunato; ovvero che l’investimento ad opera di ignoti sia realmente accaduto, come ammette in modo tutt’altro che implicito il giudice del gravame, che, su tale presupposto, ritiene di dovere anche esaminare se poteva, nella specie, essere esigibile una condotta dell’infortunato improntata a collaborazione doverosa e compatibile alle sue condizioni fisiche e psichiche.
Per tale rilevata intrinseca contraddittorietà della motivazione la denunciata sentenza deve essere cassata con rinvio per nuovo esame alla medesima Corte d’appello di Napoli in diversa composizione, che, deciderà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione e che, per il caso di ritenuta sussistenza dell’investimento ad opera di ignoti, valuterà anche circa l’esigibilità di una diversa condotta di collaborazione dell’infortunato in applicazione della seguente regola di diritto:
“In caso di azione diretta proposta, ai sensi dell’art. 19 lett. a) della legge n. 990 del 1969, nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di garanzia per il risarcimento dei danni cagionati da veicolo non identificato, la prova del fatto costitutivo della pretesa risarcitoria, quanto all’avvenuto evento ad opera di ignoti, non richiede da parte della vittima un comportamento di non comune diligenza ovvero di complessa ed onerosa attuazione diretto all’identificazione del responsabile, dovendosi al riguardo valutare la esigibilità di un idoneo suo comportamento avuto riguardo alle sue condizioni psicofisiche ed alle circostanze del caso concreto”.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Napoli in diversa composizione.