Spese condominiali in affitto: cosa deve pagare l’inquilino?

Pulizia, ascensore, riscaldamento, manutenzione ordinaria e lavori straordinari: come distinguere le spese a carico del conduttore da quelle del proprietario

Una delle domande più frequenti nei rapporti di locazione è questa: le spese condominiali deve pagarle l’inquilino o il proprietario? La risposta, come spesso accade, non può essere ridotta a una formula unica. In linea generale, l’inquilino paga le spese legate all’uso quotidiano dell’immobile e dei servizi comuni; il proprietario paga invece le spese che riguardano la proprietà, la conservazione dell’edificio e gli interventi straordinari. Il problema è che, nella pratica, molte voci non sono sempre chiarissime: ascensore, portiere, riscaldamento, pulizia scale, lavori sull’impianto, rifacimento della facciata, conguagli, spese deliberate prima della locazione ma richieste dopo. Da qui nascono molte liti tra locatore e conduttore, soprattutto alla fine del contratto o quando arriva un conguaglio condominiale elevato.

Il punto di partenza è l’art. 9 della legge n. 392/1978, secondo cui sono a carico del conduttore, salvo patto contrario, le spese relative al servizio di pulizia, al funzionamento e all’ordinaria manutenzione dell’ascensore, alla fornitura dell’acqua, dell’energia elettrica, del riscaldamento e del condizionamento, allo spurgo dei pozzi neri e delle latrine, nonché alla fornitura di altri servizi comuni. La stessa norma prevede poi una ripartizione specifica per il servizio di portineria, normalmente posto a carico del conduttore nella misura del 90%, salvo diverso accordo. (brocardi.it)

La regola pratica: uso all’inquilino, proprietà al locatore

Per orientarsi senza perdersi tra le singole voci, si può partire da una distinzione semplice. Le spese legate all’uso e al godimento dell’immobile sono normalmente a carico dell’inquilino. Le spese legate alla proprietà, alla conservazione dell’edificio e agli interventi straordinari restano normalmente a carico del proprietario.

Questo significa, ad esempio, che l’inquilino di solito paga pulizia scale, luce delle parti comuni, consumo dell’acqua, riscaldamento centralizzato, manutenzione ordinaria dell’ascensore, piccole spese di gestione dei servizi comuni. Il proprietario, invece, paga rifacimento del tetto, facciata, sostituzione integrale dell’ascensore, lavori strutturali, interventi straordinari sugli impianti, spese per innovazioni e opere che aumentano o conservano il valore dell’immobile.

La distinzione, però, non va applicata in modo meccanico. Bisogna sempre leggere il contratto di locazione, verificare il regolamento condominiale, controllare il rendiconto dell’amministratore e capire la natura concreta della spesa. Una cosa è la manutenzione ordinaria di un servizio che l’inquilino utilizza; altra cosa è la sostituzione dell’impianto o un intervento straordinario deliberato per conservare o migliorare l’edificio.

Il contratto può prevedere regole diverse?

Sì, entro certi limiti. L’art. 9 della legge n. 392/1978 prevede espressamente la formula “salvo patto contrario”, quindi le parti possono disciplinare diversamente la ripartizione degli oneri accessori. Questo accade spesso nei contratti, dove si rinvia a tabelle di ripartizione oppure si stabilisce che alcune spese siano comprese nel canone o siano rimborsate a parte.

Proprio per questo, quando nasce una lite, la prima cosa da fare è leggere il contratto. Se il contratto prevede un importo forfettario mensile per oneri condominiali, bisogna capire se quel forfait copre tutto o se è previsto un conguaglio. Se invece il contratto stabilisce un rimborso “a consuntivo”, il proprietario dovrà indicare le spese effettive e i criteri di ripartizione. Se il contratto richiama una tabella, occorre verificare quale tabella sia applicabile e se sia stata effettivamente allegata o comunque richiamata in modo chiaro.

Per i contratti agevolati, transitori e per studenti universitari, il Decreto interministeriale 16 gennaio 2017 richiama una specifica tabella degli oneri accessori, contenuta nell’Allegato D, utilizzata proprio per distinguere le voci a carico del locatore da quelle a carico del conduttore. (mit.gov.it)

Cosa paga normalmente l’inquilino

L’inquilino paga, di regola, le spese legate ai servizi di cui usufruisce. Rientrano normalmente in questa categoria la pulizia delle scale e delle parti comuni, l’illuminazione condominiale, la manutenzione ordinaria dell’ascensore, il consumo dell’acqua, il riscaldamento centralizzato, il condizionamento se comune, lo spurgo dei pozzi neri e delle latrine, la fornitura di altri servizi comuni e le spese ordinarie di gestione. Anche il servizio di portineria, salvo patto contrario, grava in larga parte sul conduttore, secondo la misura prevista dall’art. 9.

In termini pratici, l’inquilino sostiene il costo dell’uso quotidiano del condominio. Se abita nell’immobile, usa le scale, l’ascensore, la luce comune, il riscaldamento, il servizio di pulizia, l’acqua e gli altri servizi comuni. È quindi coerente che queste spese siano poste a suo carico, perché sono collegate al godimento dell’immobile durante la locazione.

Naturalmente, l’inquilino ha diritto di capire cosa sta pagando. Non è corretto chiedergli una somma generica senza spiegazioni. Se il proprietario chiede il rimborso degli oneri accessori, il conduttore può pretendere il dettaglio delle spese, i criteri di ripartizione e la possibilità di esaminare i documenti giustificativi. L’art. 9 prevede che il pagamento debba avvenire entro due mesi dalla richiesta e riconosce al conduttore il diritto di ottenere l’indicazione specifica delle spese e dei criteri di ripartizione, con diritto di prendere visione dei documenti. (brocardi.it)

Cosa paga normalmente il proprietario

Il proprietario paga le spese che riguardano la proprietà dell’immobile e la conservazione dell’edificio. Sono normalmente a suo carico le spese straordinarie: rifacimento della facciata, lavori sul tetto, sostituzione integrale dell’ascensore, adeguamento o rifacimento degli impianti comuni, opere strutturali, interventi importanti su colonne, terrazzi, cortili, parti comuni e impianti, spese per innovazioni e lavori che incidono sul valore o sulla consistenza del bene.

La ragione è semplice: queste spese non sono legate al godimento quotidiano dell’inquilino, ma alla proprietà e alla conservazione del patrimonio immobiliare. Se il condominio decide di rifare il tetto, sostituire l’ascensore o intervenire sulla facciata, il vantaggio principale resta collegato al proprietario, che conserva o aumenta il valore del proprio immobile.

Questo non significa che ogni spesa deliberata dal condominio sia automaticamente del proprietario. Bisogna distinguere. La manutenzione ordinaria di un servizio usato dall’inquilino può spettare al conduttore; l’intervento straordinario sullo stesso servizio può spettare al locatore. L’esempio dell’ascensore è molto chiaro: il funzionamento e l’ordinaria manutenzione sono normalmente a carico dell’inquilino; la sostituzione integrale dell’impianto o un intervento straordinario importante sono normalmente a carico del proprietario.

L’amministratore può chiedere le spese direttamente all’inquilino?

Nei rapporti con il condominio, il soggetto obbligato è il condomino, cioè il proprietario dell’unità immobiliare. L’inquilino non diventa condomino solo perché abita nell’appartamento e utilizza i servizi comuni. Questo significa che l’amministratore, per il recupero delle quote condominiali, normalmente deve rivolgersi al proprietario, non al conduttore.

Il fatto che il contratto di locazione preveda che alcune spese siano a carico dell’inquilino riguarda il rapporto interno tra locatore e conduttore. In altre parole, il proprietario paga il condominio e poi chiede all’inquilino il rimborso delle somme che, secondo la legge o il contratto, sono a suo carico. Anche quando nella pratica l’inquilino versa direttamente alcune somme all’amministratore, bisogna ricordare che il rapporto giuridico principale con il condominio resta in capo al proprietario.

Questa distinzione è importante anche nelle liti. Se il condominio non riceve le quote, può agire contro il proprietario. Sarà poi quest’ultimo, se ne ricorrono i presupposti, a rivalersi sull’inquilino per le spese a lui imputabili. Per questo è sempre opportuno che i pagamenti effettuati dal conduttore siano tracciabili e collegati a richieste chiare, in modo da evitare contestazioni successive.

Conguaglio spese: l’inquilino deve pagarlo?

Molte controversie nascono dal conguaglio. Durante l’anno l’inquilino versa acconti mensili per oneri condominiali; poi arriva il rendiconto e il proprietario chiede un saldo. Il conguaglio è legittimo se previsto dal contratto o comunque coerente con il sistema pattuito tra le parti, ma deve essere documentato.

L’inquilino non dovrebbe pagare somme chieste in modo generico. Ha diritto di conoscere il dettaglio delle spese, il periodo di riferimento, le tabelle utilizzate, la quota imputata all’immobile e la distinzione tra voci ordinarie e straordinarie. Se il conguaglio comprende lavori straordinari, spese di proprietà o voci che non spettano al conduttore, queste devono essere escluse dal rimborso.

Il proprietario, dal canto suo, dovrebbe evitare richieste cumulative e poco chiare. Dire “mi devi 1.200 euro di condominio” senza allegare o almeno mettere a disposizione il rendiconto, il riparto e il criterio di calcolo rende la richiesta debole e facilmente contestabile.

Il conduttore può sospendere il pagamento se non riceve i documenti?

Il conduttore ha diritto di ottenere l’indicazione specifica delle spese e dei criteri di ripartizione e di prendere visione dei documenti giustificativi. Questo non significa che possa rifiutarsi sempre e comunque di pagare, ma significa che il proprietario deve metterlo in condizione di controllare la richiesta. Se la richiesta è generica, non documentata o non consente di distinguere le spese effettivamente dovute, il conduttore può contestarla e chiedere chiarimenti.

Nella pratica, la strada migliore non è smettere semplicemente di pagare, ma chiedere formalmente il dettaglio: rendiconto approvato, riparto, voci imputate all’immobile, distinzione tra spese ordinarie e straordinarie, eventuali conguagli precedenti, quote già versate. Così la contestazione diventa seria e documentata, non una generica opposizione al pagamento.

Spese deliberate prima o dopo la locazione

Un tema delicato riguarda le spese deliberate prima dell’inizio della locazione, ma richieste durante il rapporto, oppure deliberate durante la locazione ma riferite a lavori eseguiti successivamente. Qui bisogna distinguere natura della spesa, momento della delibera, periodo di godimento del servizio e accordi contrattuali.

Se si tratta di spese ordinarie relative al periodo in cui l’inquilino ha effettivamente occupato l’immobile, normalmente potranno essergli richieste secondo i criteri applicabili. Se invece si tratta di spese straordinarie deliberate dal condominio per lavori di conservazione o miglioramento dell’edificio, normalmente restano a carico del proprietario, anche se la richiesta di pagamento arriva durante la locazione.

Per evitare equivoci, nei contratti è utile disciplinare chiaramente gli oneri accessori, specificare se gli acconti sono soggetti a conguaglio e indicare come verranno gestite le spese deliberate dal condominio.

Riscaldamento centralizzato, acqua e consumi

Le spese di riscaldamento centralizzato, acqua e altri consumi comuni sono normalmente a carico dell’inquilino, perché collegate all’uso dell’immobile. Anche qui, però, bisogna verificare i criteri di ripartizione. Se vi sono contabilizzatori, contatori o sistemi di riparto, il conduttore deve poter controllare i consumi imputati. Se invece la ripartizione avviene in base a tabelle, occorre verificare quali siano e se siano correttamente applicate.

Particolare attenzione va fatta nei casi di immobile non abitato per parte dell’anno, rilascio anticipato, subentro di un nuovo conduttore o conguaglio riferito a periodi diversi. Il principio resta che l’inquilino paga ciò che è collegato al periodo e all’uso dell’immobile durante la sua detenzione.

Portiere, ascensore e pulizia scale

Il servizio di portineria è uno degli esempi più tipici di spesa ripartita tra locatore e conduttore. L’art. 9 della legge n. 392/1978 pone a carico del conduttore il 90% delle spese del servizio di portineria, salvo patto contrario. Per ascensore e pulizia scale, invece, la regola pratica è quella già vista: funzionamento, pulizia e manutenzione ordinaria sono normalmente a carico dell’inquilino; interventi straordinari, sostituzioni e opere importanti restano normalmente a carico del proprietario.

Anche in questo caso, la distinzione concreta dipende dal rendiconto. Se sotto la voce “ascensore” sono inserite spese di energia, manutenzione ordinaria e controllo periodico, la richiesta al conduttore può essere corretta. Se invece si tratta della sostituzione di componenti importanti o di un rifacimento straordinario dell’impianto, bisogna valutare se la spesa sia davvero imputabile all’inquilino.

Cosa succede alla fine del contratto

Alla fine della locazione, le spese condominiali possono diventare un problema insieme alla cauzione. Il proprietario può sostenere che vi siano conguagli ancora da pagare e trattenere in tutto o in parte il deposito cauzionale. L’inquilino, invece, può contestare che le somme non siano documentate o che includano spese straordinarie non dovute.

Proprio per questo, al momento della riconsegna dell’immobile è utile fare un verbale completo, indicando anche la situazione delle spese: acconti versati, eventuali conguagli da verificare, utenze, letture dei contatori e cauzione. Abbiamo già affrontato il tema nella guida sulla cauzione affitto non restituita, perché spesso le due questioni si intrecciano: deposito cauzionale e oneri condominiali diventano il terreno principale dello scontro finale tra proprietario e inquilino.

Cosa fare se nasce una contestazione

Se nasce una contestazione sulle spese, la prima cosa da fare è mettere ordine nei documenti: contratto di locazione, eventuali patti sugli oneri accessori, rendiconti condominiali, riparti approvati, richieste del proprietario, ricevute dei pagamenti già effettuati, eventuali comunicazioni dell’amministratore e documentazione sulle spese straordinarie.

Poi bisogna distinguere le voci. Non ha senso discutere dell’importo complessivo senza capire che cosa contiene. Una parte potrebbe essere dovuta, un’altra no. Una parte potrebbe essere ordinaria, un’altra straordinaria. Una parte potrebbe riferirsi al periodo di occupazione dell’inquilino, un’altra a periodi precedenti o successivi.

Queste controversie si risolvono spesso bene quando si passa da una discussione generica a una ricostruzione documentale. A volte emerge che l’inquilino deve effettivamente un saldo; altre volte si scopre che il proprietario ha inserito voci non dovute; altre ancora la soluzione più ragionevole è una compensazione con la cauzione o un pagamento parziale documentato.

Perché conviene provare la mediazione, anche volontaria

Le controversie sulle spese condominiali in affitto sono tra quelle in cui andare subito in Tribunale rischia spesso di essere sproporzionato rispetto al valore della lite. Non perché la questione sia poco importante, ma perché il costo economico, il tempo e l’incertezza di una causa possono superare l’interesse concreto delle parti, soprattutto quando si discute di conguagli, oneri accessori, cauzione trattenuta o ripartizione di alcune voci condominiali.

In questi casi la mediazione può essere molto utile, anche quando non è strettamente obbligatoria. Locatore e conduttore possono sedersi intorno a un tavolo, con l’assistenza dei rispettivi avvocati, e ricostruire in modo ordinato le spese: contratto di locazione, rendiconti condominiali, riparti approvati, acconti già versati, eventuali conguagli, spese ordinarie e spese straordinarie. Spesso, una volta messi i documenti sul tavolo, il conflitto si riduce molto: alcune voci risultano effettivamente dovute, altre no, altre ancora possono essere compensate con la cauzione o definite con un pagamento parziale.

Il vantaggio della mediazione è che consente soluzioni più pratiche di una causa. Le parti possono concordare una restituzione parziale del deposito cauzionale, un saldo a stralcio, una rateizzazione, una compensazione tra spese e cauzione, oppure un criterio condiviso per distinguere le voci ancora da verificare. Il Tribunale, invece, richiede tempi più lunghi, costi maggiori e una decisione finale che spesso arriva quando il rapporto di locazione è ormai chiuso da tempo.

Provare una mediazione volontaria non significa rinunciare ai propri diritti. Significa verificare se una questione concreta può essere risolta con uno strumento più rapido, meno costoso e spesso più adatto al tipo di problema. Se l’accordo non si raggiunge, resterà sempre possibile valutare la strada giudiziale. Ma, in molte liti su spese condominiali, cauzione e conguagli, il tentativo di mediazione può evitare una causa lunga e poco conveniente per entrambe le parti.

Conclusione

Le spese condominiali in affitto non sono tutte a carico dell’inquilino e non sono tutte a carico del proprietario. La regola pratica è che il conduttore paga le spese legate all’uso quotidiano dell’immobile e dei servizi comuni, mentre il locatore sostiene le spese di proprietà, conservazione e manutenzione straordinaria.

Per evitare liti, servono contratti chiari, rendiconti leggibili, criteri di ripartizione comprensibili e documenti a supporto delle richieste. L’inquilino ha diritto di sapere cosa paga; il proprietario ha diritto di ottenere il rimborso delle spese effettivamente dovute dal conduttore. Il punto di equilibrio sta nella documentazione.

Quando però il contrasto nasce, la mediazione — anche volontaria — può essere una strada molto più efficace del Tribunale. In molte situazioni consente di ricostruire le spese, distinguere ciò che è dovuto da ciò che non lo è, compensare eventuali importi con la cauzione e chiudere la vicenda in tempi ragionevoli.

In sintesi: non basta dire “sono spese condominiali”. Bisogna capire che tipo di spese sono, a quale periodo si riferiscono e chi, secondo legge e contratto, deve sostenerle. E, se la lite nasce, prima di andare in causa conviene spesso provare a risolverla in mediazione.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

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Cauzione affitto non restituita: cosa può fare l’inquilino?

Il deposito cauzionale non è una somma che il proprietario può trattenere automaticamente: serve a garantire danni o debiti reali, che devono essere contestati e provati

Una delle liti più frequenti alla fine di un contratto di affitto riguarda la restituzione della cauzione. L’inquilino lascia l’immobile, consegna le chiavi e si aspetta di ricevere indietro il deposito cauzionale versato all’inizio del rapporto. Il proprietario, però, a volte rinvia, trattiene tutta la somma o ne restituisce solo una parte, magari dicendo genericamente che “la casa non è a posto” o che “ci sono dei danni”.

La domanda, allora, è molto concreta: il proprietario può trattenere la cauzione dell’affitto?

La risposta è: sì, ma non liberamente e non in modo automatico. Il deposito cauzionale serve a garantire l’adempimento degli obblighi dell’inquilino, ma non diventa di proprietà del locatore. Alla fine della locazione deve essere restituito, salvo che vi siano canoni non pagati, spese rimaste dovute, danni all’immobile o altri inadempimenti effettivi del conduttore.

A cosa serve davvero il deposito cauzionale

Il deposito cauzionale è una somma che l’inquilino versa al proprietario all’inizio del contratto come garanzia. Serve a coprire eventuali obblighi non rispettati: canoni non pagati, oneri accessori dovuti, danni all’immobile, mancata restituzione delle chiavi, interventi necessari per rimediare a deterioramenti imputabili al conduttore.

Non è, invece, un canone anticipato. Non è una penale automatica. Non è una somma che il proprietario può trattenere “per sicurezza” anche dopo la riconsegna dell’immobile, in attesa di decidere se vi siano contestazioni. E non può essere usata per coprire qualunque normale deterioramento derivante dall’uso dell’appartamento.

L’art. 11 della legge n. 392/1978 prevede che il deposito cauzionale non possa essere superiore a tre mensilità del canone e che sia produttivo di interessi legali, da corrispondere al conduttore alla fine di ogni anno. (Brocardi)

Quando il proprietario deve restituire la cauzione

Il proprietario deve restituire la cauzione quando il rapporto di locazione è terminato, l’immobile è stato riconsegnato e non vi sono debiti o danni imputabili all’inquilino. In una situazione normale, quindi, dopo la restituzione delle chiavi e la verifica dello stato dell’immobile, il deposito deve tornare al conduttore, insieme agli eventuali interessi dovuti.

È importante chiarire un punto: il locatore non può limitarsi a trattenere la cauzione con una formula generica. Dire “ci sono danni” non basta. I danni devono essere indicati, documentati e quantificati. Se l’inquilino contesta, il proprietario deve essere in grado di dimostrare quali danni vi siano, perché siano imputabili al conduttore e quale sia il loro costo.

La Cassazione, con l’ordinanza n. 194/2023, ha ribadito che il locatore può sottrarsi all’obbligo di restituzione del deposito cauzionale solo se fa valere l’esistenza di specifici danni o importi rimasti impagati, che devono essere accertati. In altri termini, la cauzione non può essere trasformata unilateralmente in un “fondo spese” a disposizione del proprietario. (apps! avvocati)

Quando il proprietario può trattenere la cauzione

Il proprietario può trattenere la cauzione, in tutto o in parte, quando esistono ragioni concrete. I casi più frequenti sono canoni non pagati, spese condominiali o oneri accessori rimasti a carico dell’inquilino, utenze non saldate se contrattualmente rilevanti, danni all’immobile diversi dalla normale usura, mancata riconsegna di chiavi o telecomandi, rimozioni o ripristini necessari per modifiche non autorizzate.

Il punto decisivo è la prova. Se il conduttore ha lasciato un canone insoluto, la somma può essere facilmente individuata. Se invece si parla di danni, bisogna capire di che danni si tratta: una porta rotta, un mobile danneggiato, un elettrodomestico manomesso, un pavimento rovinato da un uso scorretto sono situazioni diverse dai normali segni del tempo o dall’usura fisiologica di un immobile abitato per anni.

Anche la quantificazione deve essere ragionevole. Se il danno riguarda una piccola riparazione, non si può trattenere l’intera cauzione senza spiegazione. Se il proprietario sostiene di avere sostenuto spese, dovrà documentarle con preventivi, fatture, fotografie, verbale di riconsegna o altri elementi utili.

Danni veri e normale usura: la differenza è fondamentale

Molte liti nascono perché proprietario e inquilino hanno una percezione diversa dello stato dell’immobile. Il proprietario vorrebbe riavere la casa perfetta, come nuova. L’inquilino sostiene di averla usata normalmente. La legge, però, non impone al conduttore di restituire l’immobile nuovo, ma di restituirlo nello stato in cui lo ha ricevuto, salvo il deterioramento o il consumo derivante dall’uso conforme al contratto.

L’art. 1590 c.c. stabilisce infatti che il conduttore deve restituire la cosa locata nello stesso stato in cui l’ha ricevuta, secondo la descrizione fatta dalle parti, salvo il deterioramento o il consumo risultante dall’uso della cosa in conformità del contratto. In mancanza di descrizione, si presume che la cosa sia stata consegnata in buono stato di manutenzione; il conduttore non risponde del deterioramento dovuto a vetustà. (Codice Civile Online)

Questo significa che piccoli segni sui muri, usura ordinaria di pavimenti, normale consumo di rubinetterie, serramenti o arredi dopo anni di utilizzo non sono automaticamente danni risarcibili. Diverso è il caso di rotture, modifiche non autorizzate, macchie gravi, fori eccessivi, danni da incuria, infiltrazioni non segnalate, elettrodomestici danneggiati per uso scorretto o altri deterioramenti che superano il normale utilizzo dell’immobile.

L’importanza del verbale di consegna e riconsegna

Per evitare discussioni, il documento più importante è spesso il verbale. All’inizio della locazione sarebbe opportuno redigere un verbale di consegna, indicando lo stato dell’immobile, degli impianti, degli arredi, degli elettrodomestici, delle pareti, dei pavimenti e delle chiavi consegnate. Ancora meglio se il verbale è accompagnato da fotografie datate e condivise tra le parti.

Alla fine del rapporto dovrebbe essere redatto un verbale di riconsegna. In quel documento si può indicare la data di rilascio, la restituzione delle chiavi, la lettura dei contatori, lo stato dell’immobile, l’eventuale presenza di danni o, al contrario, l’assenza di contestazioni. Se il proprietario ritiene di dover trattenere una parte della cauzione, dovrebbe indicare subito quali danni contesta e riservarsi una quantificazione documentata.

Senza verbale e senza fotografie, la lite diventa molto più incerta. L’inquilino dirà di avere lasciato l’immobile in buono stato; il proprietario sosterrà il contrario. In questi casi la prova diventa più difficile per entrambi.

Il proprietario può trattenere la cauzione per tinteggiare casa?

Dipende. Se le pareti presentano il normale deterioramento derivante dall’uso dell’immobile, non è detto che l’inquilino debba farsi carico della tinteggiatura. Se invece vi sono danni specifici, macchie importanti, scritte, fori eccessivi, muffe causate da cattiva gestione o alterazioni non riconducibili al normale uso, il discorso cambia.

Anche qui, il criterio non è “l’appartamento deve tornare nuovo”, ma “l’appartamento deve essere restituito nello stato dovuto secondo il contratto e secondo l’uso normale”. Pretendere automaticamente la tinteggiatura integrale dopo anni di locazione può essere discutibile, soprattutto se non vi sono danni specifici. Al contrario, se l’immobile è stato riconsegnato in condizioni chiaramente peggiori rispetto all’uso ordinario, il proprietario può chiedere il costo del ripristino.

Entro quanto tempo va restituita la cauzione?

La legge non indica un termine unico e preciso valido per ogni caso, ma il principio è che la cauzione deve essere restituita alla fine della locazione, dopo la riconsegna dell’immobile e la verifica dell’assenza di debiti o danni. Non è corretto trattenerla per mesi senza spiegazioni.

È ragionevole che il proprietario abbia un breve tempo tecnico per verificare lo stato dell’immobile, controllare eventuali utenze, spese condominiali o danni non immediatamente visibili. Ma se non vi sono contestazioni specifiche, il deposito deve essere restituito. Se invece il locatore intende trattenerlo, deve comunicarne le ragioni in modo chiaro e documentato.

Gli interessi sulla cauzione sono dovuti?

Sì. L’art. 11 della legge n. 392/1978 stabilisce che il deposito cauzionale produce interessi legali, da corrispondere al conduttore alla fine di ogni anno. Nella pratica, spesso gli interessi non vengono pagati annualmente e vengono richiesti alla fine del rapporto, insieme alla restituzione del deposito. (Brocardi)

È un aspetto spesso trascurato, soprattutto nei contratti abitativi di lunga durata. Gli importi possono non essere elevatissimi, ma il principio resta: la cauzione non è una somma infruttifera liberamente trattenuta dal proprietario, salvo diversi profili da valutare sul singolo contratto e sulla disciplina applicabile.

Cosa può fare l’inquilino se la cauzione non viene restituita

Se il proprietario non restituisce la cauzione, la prima cosa da fare è inviare una richiesta scritta, meglio se tramite PEC o raccomandata, indicando la data di cessazione del contratto, la data di riconsegna dell’immobile, l’importo versato a titolo di deposito cauzionale e la richiesta di restituzione entro un termine ragionevole.

Se il proprietario contesta danni o debiti, è opportuno chiedere una descrizione precisa, la documentazione fotografica, i preventivi, le fatture o comunque gli elementi su cui fonda la trattenuta. Se la contestazione è generica, l’inquilino può insistere per la restituzione integrale o per la restituzione della parte non contestata.

Se non si trova un accordo, si può valutare la mediazione o l’azione giudiziale per ottenere la restituzione delle somme. La scelta dipende dall’importo, dalla documentazione disponibile, dalla chiarezza dei fatti e dalla convenienza economica dell’iniziativa.

Cosa dovrebbe fare il proprietario per evitare contestazioni

Anche il proprietario ha interesse a muoversi bene. Se ritiene di dover trattenere la cauzione, dovrebbe evitare comunicazioni generiche e indicare subito quali sono i problemi: canoni non pagati, spese ancora dovute, danni specifici, ripristini necessari. Dovrebbe documentare tutto con foto, verbale, preventivi o fatture e, se l’inquilino contesta, valutare il percorso più corretto per far accertare le proprie ragioni.

Trattenere l’intero deposito senza spiegazioni espone il proprietario a una richiesta di restituzione e, in caso di giudizio, al rischio di dover restituire la somma, pagare interessi e sostenere spese legali. La cauzione è una garanzia, non uno strumento di pressione.

Perché queste controversie si risolvono bene in mediazione

Le liti sulla cauzione si prestano molto bene alla mediazione. Di solito gli importi non sono enormi, ma il conflitto è molto concreto: l’inquilino vuole recuperare una somma che considera propria; il proprietario ritiene di avere subito danni o di avere crediti rimasti scoperti. Spesso il problema non è solo giuridico, ma documentale e pratico.

In mediazione si può trovare una soluzione rapida: restituzione integrale, restituzione parziale, compensazione con spese documentate, pagamento rateale, accordo su una somma forfettaria o impegno a consegnare fatture e preventivi. Una causa per una cauzione può costare tempo e denaro a entrambe le parti; un accordo, quando i documenti sono chiari, può chiudere la questione in modo molto più efficiente.

Conclusione

La cauzione dell’affitto non può essere trattenuta automaticamente dal proprietario. Serve a garantire obblighi reali dell’inquilino, non a creare una somma liberamente disponibile alla fine del rapporto. Se non ci sono canoni non pagati, spese dovute o danni imputabili al conduttore, il deposito deve essere restituito.

Allo stesso tempo, l’inquilino non può pretendere la restituzione ignorando eventuali danni effettivi o debiti rimasti insoluti. La differenza la fanno i documenti: contratto, ricevuta del deposito, verbale di consegna, foto iniziali, verbale di riconsegna, contestazioni scritte, preventivi e fatture.

In sintesi: il proprietario può trattenere la cauzione solo per ragioni concrete e documentabili. Se la trattiene senza spiegazioni, l’inquilino può chiederne la restituzione.

Per informazioni e consulenze, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

Airbnb in condominio: i vicini possono vietare gli affitti brevi?

Non basta una votazione a maggioranza: serve un regolamento chiaro. Ma questo non significa che tutto sia sempre consentito

Gli affitti brevi sono ormai una realtà diffusissima, soprattutto nelle città turistiche e nei centri storici. Molti proprietari utilizzano piattaforme come Airbnb o Booking per affittare l’appartamento per pochi giorni; molti condomini, però, vivono questa situazione come un problema: continuo via vai di persone, uso frequente dell’ascensore, rumori, valigie nelle scale, portoni lasciati aperti, difficoltà nel controllo degli accessi, possibili danni alle parti comuni.

La domanda, quindi, è molto concreta: il condominio può vietare gli affitti brevi?

La risposta è: non con una semplice delibera a maggioranza. Ma, allo stesso tempo, non è vero che il proprietario possa sempre fare ciò che vuole senza alcun limite.

Come spesso accade in condominio, la soluzione dipende dal regolamento, dal tipo di attività svolta e dai comportamenti concreti.

Il punto di partenza: il proprietario può usare il proprio immobile

Il proprietario di un appartamento, in linea generale, può utilizzare il proprio bene come ritiene più opportuno, compresa la possibilità di concederlo in locazione. Questo vale anche per le locazioni brevi o turistiche, purché siano rispettate la normativa fiscale, amministrativa, regionale e comunale applicabile.

Il condominio, quindi, non può introdurre liberamente divieti che limitano il diritto di proprietà del singolo condomino.

Una delibera assembleare approvata a maggioranza non può, da sola, vietare a un proprietario di affittare il proprio appartamento per brevi periodi. Un divieto di questo tipo incide direttamente sulle facoltà del proprietario e richiede una base più forte di una semplice votazione assembleare.

Quando il divieto può essere valido

Il divieto può essere efficace se è previsto da un regolamento condominiale contrattuale, cioè da un regolamento accettato dai condomini al momento dell’acquisto o comunque approvato con il consenso necessario a incidere sui diritti individuali.

Ma anche qui bisogna fare attenzione.

Non basta una clausola generica. Le limitazioni all’uso delle proprietà esclusive devono essere formulate in modo chiaro, preciso e non equivoco. La giurisprudenza considera queste limitazioni come vincoli particolarmente incisivi sul diritto di proprietà; proprio per questo, non possono essere interpretate in modo estensivo o creativo. La Cassazione ha più volte affermato che le clausole limitative delle facoltà dei proprietari sulle unità esclusive vanno interpretate restrittivamente, e in materia di locazioni turistiche la distinzione tra attività ricettiva vera e propria e semplice locazione resta centrale. (Diritto.it)

In pratica: se il regolamento vieta espressamente “affittacamere”, “pensione”, “albergo” o “attività ricettive”, bisogna verificare se l’attività svolta nell’appartamento rientri davvero in quel divieto. Se invece si tratta di semplice locazione turistica dell’intero appartamento, senza servizi aggiuntivi tipici dell’attività alberghiera, il divieto potrebbe non essere automaticamente applicabile.

Affitto breve e attività ricettiva non sono sempre la stessa cosa

Questo è il punto più delicato.

Nel linguaggio comune si tende a mettere tutto insieme: Airbnb, B&B, casa vacanze, affittacamere, locazione turistica, affitti brevi. Giuridicamente, però, non sono la stessa cosa.

La semplice locazione turistica o breve consiste, normalmente, nel concedere l’immobile in godimento per un periodo limitato, senza fornire servizi tipici dell’attività alberghiera. Diverso è il caso in cui il proprietario offra una vera organizzazione ricettiva, con servizi ulteriori: accoglienza strutturata, pulizie durante il soggiorno, cambio periodico della biancheria, colazione, servizi alla persona, gestione imprenditoriale.

La distinzione è importante perché alcune clausole regolamentari vietano le attività ricettive, ma non necessariamente vietano ogni forma di locazione breve. La Corte d’Appello di Milano, in una decisione del 2026, ha valorizzato proprio questa distinzione, affermando che il divieto di attività come affittacamere, locanda, pensione o albergo non può essere esteso automaticamente alla mera locazione turistica dell’intera unità immobiliare, se mancano servizi aggiuntivi e se il regolamento non contiene un divieto specifico di locazioni brevi. (Diritto.it)

Questo non significa che gli affitti brevi siano sempre consentiti. Significa che, prima di vietarli, bisogna leggere bene il regolamento e capire che cosa viene effettivamente fatto nell’appartamento.

Il condominio può intervenire contro i comportamenti molesti

Anche quando non esiste un divieto valido di affitti brevi, il condominio non è senza strumenti.

Una cosa è vietare in astratto al proprietario di affittare. Altra cosa è intervenire contro comportamenti concreti che danneggiano o disturbano gli altri condomini.

Se gli ospiti fanno rumore, danneggiano le parti comuni, lasciano rifiuti, occupano spazi condominiali, violano le regole sull’uso dell’ascensore o del portone, disturbano la quiete o compromettono la sicurezza, il condominio può reagire.

In questi casi il problema non è più “Airbnb sì o no”, ma il rispetto delle regole condominiali e dei diritti degli altri condomini.

Il proprietario che affitta per brevi periodi deve organizzarsi in modo serio: dare istruzioni chiare agli ospiti, controllare gli accessi, evitare disagi, rispettare il regolamento, intervenire rapidamente se ci sono problemi. Non può scaricare sul condominio le conseguenze di una gestione disordinata.

Cosa può fare l’assemblea

L’assemblea può certamente disciplinare l’uso delle parti comuni: orari, accessi, ascensore, raccolta rifiuti, portone, sicurezza, comunicazioni, modalità di utilizzo degli spazi comuni. Può richiamare il proprietario al rispetto del regolamento. Può deliberare azioni giudiziarie se vi sono violazioni concrete e provate.

Quello che non può fare, salvo base contrattuale idonea, è introdurre a maggioranza un divieto generale e nuovo di affittare gli appartamenti per brevi periodi.

In altre parole: l’assemblea può regolare la convivenza condominiale, ma non può comprimere liberamente il diritto di proprietà dei singoli.

Cosa devono controllare i proprietari

Chi vuole destinare un appartamento agli affitti brevi dovrebbe prima controllare alcuni documenti: il regolamento condominiale, l’atto di acquisto, eventuali clausole richiamate o trascritte, la normativa comunale e regionale, gli adempimenti fiscali e amministrativi.

Non bisogna fermarsi alla frase “il regolamento vieta attività ricettive”. Occorre capire esattamente che cosa vieta, se il regolamento è contrattuale, se la clausola è opponibile, se riguarda anche le locazioni brevi e se l’attività svolta nell’appartamento ha davvero caratteristiche ricettive.

Una verifica preventiva può evitare contestazioni, diffide, assemblee infuocate e cause.

Cosa devono fare i condomini contrari agli affitti brevi

Anche i condomini che vogliono opporsi devono muoversi bene.

Non basta dire: “ci dà fastidio il via vai”. Occorrono fatti concreti e documentati. Rumori, danni, violazioni del regolamento, uso improprio delle parti comuni, problemi di sicurezza, episodi specifici.

Se si vuole invocare il regolamento, bisogna verificare che la clausola sia chiara e applicabile al caso concreto. Le clausole generiche o vaghe, secondo gli orientamenti più recenti, difficilmente bastano da sole a vietare B&B o locazioni brevi; il divieto deve risultare esplicito e specifico, soprattutto quando incide sulle facoltà del proprietario. (Anapi)

Perché queste controversie si risolvono bene in mediazione

Le liti sugli affitti brevi in condominio sono particolarmente adatte alla mediazione.

Il motivo è semplice: spesso non c’è solo una questione giuridica, ma un problema di convivenza.

Da una parte c’è il proprietario che vuole mettere a reddito il proprio immobile. Dall’altra ci sono condomini che chiedono tranquillità, sicurezza, rispetto degli spazi comuni e controllo degli accessi. Sono interessi diversi, ma non sempre incompatibili.

In mediazione si possono trovare soluzioni che una sentenza difficilmente potrebbe costruire in modo così dettagliato: regole sugli orari di check-in, istruzioni obbligatorie agli ospiti, gestione delle chiavi, divieto di feste, cauzioni per danni alle parti comuni, recapito di un referente sempre disponibile, uso dell’ascensore, comunicazioni all’amministratore, limiti pratici per evitare disturbi.

Molte controversie di questo tipo si risolvono bene proprio perché le parti, se guidate correttamente, capiscono che l’alternativa alla guerra condominiale non è necessariamente la resa, ma un accordo pratico che consenta al proprietario di usare l’immobile e agli altri condomini di vivere serenamente nel palazzo.

Conclusione

Il condominio non può vietare gli affitti brevi con una semplice delibera a maggioranza. Per limitare l’uso delle proprietà esclusive serve un regolamento contrattuale chiaro, specifico e opponibile.

Ma questo non significa che gli affitti brevi siano sempre liberi da ogni regola. Il proprietario deve rispettare il regolamento, evitare disturbi, gestire correttamente gli ospiti e non aggravare la vita condominiale. I condomini, dal canto loro, devono evitare reazioni generiche e documentare i problemi concreti.

In sintesi: Airbnb in condominio non è automaticamente vietato, ma nemmeno automaticamente intoccabile.

Come spesso accade, la soluzione migliore passa da una lettura attenta del regolamento, da una valutazione concreta dell’attività svolta e, quando possibile, da una mediazione seria, capace di trasformare una lite di palazzo in regole pratiche di convivenza.

Per informazioni e consulenze, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

Locazione e mediazione: perché conviene provarci prima della causa

Le controversie in materia di locazione sono tra quelle che più spesso arrivano davanti a un giudice: canoni non pagati, restituzione del deposito cauzionale, danni all’immobile, spese condominiali, disdetta, rinnovo del contratto, rilascio dell’immobile.

Sono questioni molto concrete, che incidono sulla vita quotidiana di proprietari e conduttori.

Proprio per questo, la mediazione può essere uno strumento particolarmente utile.

In molti casi, infatti, la lite non riguarda solo “chi ha ragione” in astratto, ma anche come trovare una soluzione sostenibile: concordare un piano di rientro, definire tempi certi per il rilascio, compensare somme dovute, evitare l’aggravarsi dei costi, preservare rapporti o comunque chiuderli in modo ordinato.

La causa, spesso, arriva quando il rapporto è già compromesso. La mediazione, invece, consente alle parti di confrontarsi prima che il conflitto diventi ingestibile, con l’assistenza dei rispettivi avvocati e davanti a un mediatore terzo e imparziale.

In questo video, realizzato per ADR Center, provo a spiegare in modo semplice perché le controversie locatizie sono un terreno particolarmente adatto alla mediazione e perché, in molti casi, cercare un accordo non significa rinunciare ai propri diritti, ma tutelarli in modo più rapido, concreto ed efficace.

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Infiltrazioni dal terrazzo: chi paga i danni all’appartamento di sotto?

Infiltrazioni dal terrazzo: chi paga i danni all’appartamento di sotto?

La Cassazione chiarisce un principio molto utile: chi subisce il danno può chiedere l’intero risarcimento anche a uno solo dei responsabili

Le infiltrazioni d’acqua sono una delle cause più frequenti di lite in condominio. Il problema, quasi sempre, è lo stesso: l’appartamento sottostante subisce danni, ma non è semplice capire chi debba pagare.

Il condominio? Il proprietario del terrazzo? L’inquilino che usa l’immobile? Tutti insieme?

Con la sentenza n. 11585 del 28 aprile 2026, la Corte di Cassazione affronta proprio questo tema, chiarendo un principio molto importante: quando il danno da infiltrazioni è causato dal concorso di più soggetti, il danneggiato può chiedere l’intero risarcimento a ciascuno dei responsabili, senza dover rispettare nei suoi confronti la ripartizione interna prevista dall’art. 1126 c.c.

Il caso deciso dalla Cassazione

La vicenda nasce da due episodi di infiltrazioni d’acqua verificatisi nell’appartamento di un condomino, in seguito a piogge intense. Secondo l’attore, i danni erano riconducibili all’ostruzione del bocchettone di scarico del terrazzo sovrastante.

Il danneggiato aveva quindi citato in giudizio il condominio, il proprietario dell’appartamento soprastante e il conduttore dell’immobile.

In primo grado, il Tribunale aveva condannato solo il condominio, rigettando la domanda nei confronti del proprietario e del conduttore. La Corte d’Appello di Roma, invece, aveva riformato la decisione, ritenendo responsabili in solido il condominio, il proprietario e il conduttore, con condanna al risarcimento in favore del danneggiato.

La Cassazione conferma questa impostazione.

Il punto centrale: il danneggiato non deve fare i conti tra i responsabili

Il principio più importante della sentenza riguarda la differenza tra due piani:

il rapporto tra danneggiato e responsabili;

il rapporto interno tra i vari responsabili.

Chi subisce infiltrazioni dal terrazzo non è tenuto, prima di ottenere il risarcimento, a stabilire esattamente quale quota sia imputabile al condominio, quale al proprietario e quale al conduttore.

Se tutti hanno contribuito causalmente al danno, ciascuno può essere chiamato a rispondere per l’intero nei confronti del danneggiato.

Sarà poi il soggetto che ha pagato più del dovuto a rivalersi sugli altri responsabili, secondo le rispettive quote interne.

Questo è il senso dell’art. 2055 c.c., che disciplina la responsabilità solidale quando più persone concorrono a causare lo stesso danno.

Art. 1126 c.c.: vale nei rapporti interni, non contro il danneggiato

Uno dei motivi di ricorso riguardava l’art. 1126 c.c., norma che regola la ripartizione delle spese relative ai lastrici solari di uso esclusivo.

Secondo questa disposizione, quando l’uso del lastrico o della terrazza non è comune a tutti i condomini, le spese di riparazione o ricostruzione sono poste per un terzo a carico di chi ne ha l’uso esclusivo e per due terzi a carico dei condomini dell’edificio o della parte di edificio cui il lastrico serve da copertura.

Il conduttore sosteneva quindi che, anche se responsabile, avrebbe potuto rispondere al massimo nei limiti di un terzo.

La Cassazione respinge questa tesi.

La ripartizione di un terzo e due terzi vale nei rapporti interni tra i soggetti obbligati alla manutenzione o alla riparazione. Non limita, invece, il diritto del danneggiato a ottenere l’intero risarcimento da ciascuno dei corresponsabili.

In parole semplici: il condomino danneggiato non deve inseguire le quote. Può chiedere tutto a uno dei responsabili. Saranno poi questi, tra loro, a fare i conti.

Perché può rispondere anche il conduttore

La decisione è interessante anche perché conferma la possibile responsabilità del conduttore.

Il conduttore non è proprietario dell’immobile, ma ne ha la disponibilità materiale. Se utilizza l’appartamento e il terrazzo, può assumere una posizione di custodia rispetto alla cosa, almeno per gli aspetti che rientrano nella sua sfera di controllo.

Nel caso concreto, la Corte d’Appello aveva ritenuto che le infiltrazioni fossero state causate anche dall’ostruzione del bocchettone del terrazzo, oltre che da difetti del sistema di scolo. La Cassazione ritiene corretta la conclusione secondo cui il conduttore poteva rispondere ex art. 2051 c.c., cioè per danno da cosa in custodia.

Il principio è pratico: se il danno deriva anche da mancata cura, omessa vigilanza o cattiva gestione di una parte dell’immobile nella disponibilità dell’inquilino, anche quest’ultimo può essere chiamato a rispondere.

Condominio, proprietario e conduttore: responsabilità diverse, stesso danno

La sentenza evidenzia che possono concorrere più responsabilità.

Il condominio può essere responsabile per i difetti o la mancata manutenzione delle parti comuni, come il sistema di smaltimento delle acque.

Il proprietario può essere responsabile perché titolare dell’immobile e del terrazzo, o comunque perché tenuto a determinati obblighi di conservazione.

Il conduttore può essere responsabile perché custode della cosa nella sua disponibilità concreta.

Queste responsabilità possono avere titoli diversi, ma se concorrono a produrre lo stesso danno, il danneggiato può invocare la responsabilità solidale.

Cosa significa in pratica per chi subisce infiltrazioni

Chi subisce infiltrazioni dall’appartamento o dal terrazzo sovrastante dovrebbe muoversi con attenzione.

Prima di tutto, è importante documentare subito il danno: fotografie, video, preventivi, relazioni tecniche, eventuale intervento dell’amministratore, comunicazioni scritte e, nei casi più seri, accertamento tecnico preventivo.

Poi bisogna individuare le possibili cause: difetti del lastrico, cattiva manutenzione, ostruzione degli scarichi, guaine deteriorate, problemi di pendenza, pluviali o bocchettoni non funzionanti.

Infine, occorre valutare contro chi agire: condominio, proprietario, conduttore, o più soggetti insieme.

Questa sentenza conferma che, quando più soggetti hanno concorso al danno, il danneggiato non deve necessariamente limitarsi a chiedere quote separate. Può domandare l’intero risarcimento in via solidale.

Cosa significa per proprietari, inquilini e amministratori

Per il proprietario, la sentenza ricorda che la locazione dell’immobile non elimina ogni responsabilità. Alcuni obblighi di conservazione restano collegati alla proprietà.

Per l’inquilino, il messaggio è altrettanto chiaro: utilizzare un terrazzo o un appartamento comporta anche doveri di custodia e vigilanza. Se uno scarico si ostruisce, se l’acqua ristagna, se vi sono segnali di rischio, non si può semplicemente ignorare il problema.

Per l’amministratore, infine, la decisione conferma l’importanza di intervenire tempestivamente sulle parti comuni e sugli impianti di smaltimento delle acque, perché i difetti strutturali o manutentivi possono esporre il condominio a responsabilità.

Il principio affermato dalla Cassazione

La Corte formula un principio molto chiaro: quando lo stesso danno da infiltrazioni è provocato da più soggetti — ad esempio condominio, proprietario e conduttore del terrazzo — opera la responsabilità solidale prevista dall’art. 2055 c.c.

Di conseguenza, la domanda del danneggiato deve intendersi diretta a ottenere l’intero risarcimento da ciascuno degli obbligati, senza che nei suoi confronti possano essere opposti i limiti di un terzo e due terzi previsti dall’art. 1126 c.c., che rilevano solo nei rapporti interni tra corresponsabili.

Conclusione

La sentenza n. 11585/2026 è molto utile perché chiarisce un problema frequente: chi subisce infiltrazioni non deve necessariamente districarsi tra quote, percentuali e rapporti interni tra condominio, proprietario e conduttore.

Se più soggetti hanno contribuito a causare il danno, tutti possono essere chiamati a risponderne solidalmente.

La ripartizione prevista dall’art. 1126 c.c. serve poi per regolare i rapporti tra i corresponsabili, ma non può ridurre la tutela del danneggiato.

In sintesi: chi ha subito il danno può chiedere il risarcimento per intero; chi ha pagato potrà poi rivalersi sugli altri secondo le rispettive responsabilità.

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Affitto 3+2: quando l’inquilino può contestare la disdetta del proprietario?

La Cassazione chiarisce che, nei contratti a canone concordato, contano il testo del contratto, la durata prevista e il meccanismo di rinnovo

Quando si firma un contratto di locazione abitativa, una delle prime cose da capire è se si tratta di un contratto ordinario “4+4” oppure di un contratto a canone concordato “3+2”.

La differenza non è solo formale. Cambiano la durata, le regole sul rinnovo, i termini della disdetta e, in alcuni casi, anche le conseguenze se il proprietario dichiara di voler riprendere l’immobile per usarlo personalmente e poi non lo fa.

Con l’ordinanza n. 10834 del 23 aprile 2026, la Corte di Cassazione torna proprio su questo tema, esaminando una lunga controversia tra un conduttore e una locatrice relativa alla qualificazione del contratto e alla richiesta di risarcimento per il rilascio dell’immobile.

Il caso: l’inquilino lascia casa, ma poi chiede il risarcimento

Il conduttore aveva preso in locazione un appartamento ad Avellino, con annesso box auto, con contratto decorrente dal 1° febbraio 2006, durata triennale e rinnovo per un ulteriore biennio in assenza di disdetta motivata della locatrice.

Nel contratto era presente anche una dicitura, scritta a penna, secondo cui il rapporto era stato concluso secondo il modello alternativo previsto dall’art. 2 della legge n. 431/1998, sulla base dell’accordo territoriale per il Comune di Avellino.

Il conduttore, però, sosteneva che il contratto fosse in realtà un normale contratto abitativo “4+4”. Secondo questa impostazione, la prima scadenza sarebbe stata il 31 gennaio 2010.

La locatrice aveva inviato disdetta con raccomandata del 23 gennaio 2010, dichiarando di voler destinare l’immobile a propria abitazione. L’inquilino aveva poi rilasciato l’immobile nel gennaio 2011, sostenendo spese di trasloco e lamentando che la proprietaria non avesse successivamente utilizzato la casa per l’uso dichiarato. Per questo chiedeva il risarcimento del danno ai sensi dell’art. 3, comma 5, della legge n. 431/1998.

Il punto centrale: era un 3+2 o un 4+4?

La questione decisiva era capire se il contratto dovesse essere qualificato come ordinario 4+4 oppure come contratto a canone concordato 3+2.

La Corte d’Appello aveva ritenuto che si trattasse di un contratto a canone concordato, valorizzando alcuni elementi: il richiamo espresso all’accordo territoriale, la durata di tre anni, il rinnovo per altri due anni e il meccanismo di successive proroghe.

La Cassazione conferma che questa interpretazione non può essere rimessa in discussione in sede di legittimità, se il giudice di merito ha applicato correttamente i criteri di interpretazione del contratto e ha fornito una motivazione ragionevole.

In sostanza, la Cassazione non dice che ogni contratto con durata 3+2 sia automaticamente valido come canone concordato. Dice però che, nel caso concreto, la Corte d’Appello aveva valorizzato elementi sufficienti e coerenti per qualificarlo in quel modo.

Cosa significa in pratica

Per chi firma un contratto di affitto, questa decisione insegna una cosa molto semplice: non basta il nome che le parti danno al contratto, ma il testo conta moltissimo.

Se nel contratto sono richiamati l’accordo territoriale, la durata triennale, il rinnovo biennale e il modello previsto per le locazioni a canone concordato, sarà difficile sostenere, anni dopo, che si trattasse in realtà di un normale 4+4.

Naturalmente, possono esserci casi in cui il contratto è scritto male, non rispetta i parametri dell’accordo territoriale o prevede un canone non conforme. Ma queste contestazioni devono essere formulate in modo preciso e provate adeguatamente.

Disdetta del proprietario: quando può nascere il diritto al risarcimento

La norma invocata dal conduttore era l’art. 3, comma 5, della legge n. 431/1998.

Questa disposizione tutela l’inquilino quando il proprietario, dopo avere ottenuto il rilascio dell’immobile sulla base di una disdetta motivata, non destina poi l’immobile all’uso dichiarato.

È il caso classico del proprietario che dice: “mi serve casa per andarci ad abitare”, ottiene il rilascio, ma poi non ci va ad abitare.

In simili situazioni, l’inquilino può chiedere tutela, ma deve dimostrare che ricorrono i presupposti previsti dalla legge: il tipo di disdetta, la scadenza rilevante, il rilascio dell’immobile e il mancato utilizzo secondo la finalità dichiarata.

Nel caso esaminato, però, la domanda del conduttore non è stata accolta perché la controversia ruotava anche sulla corretta qualificazione del contratto e sul meccanismo delle scadenze.

Nei contratti 3+2 il rinnovo funziona diversamente

La Cassazione richiama un principio già affermato nel precedente passaggio della stessa vicenda: nei contratti abitativi a canone concordato, ciascuna parte può, con raccomandata inviata almeno sei mesi prima della scadenza del biennio di proroga, proporre il rinnovo a condizioni diverse oppure comunicare la volontà di far cessare il contratto.

Se nessuna parte si attiva, il contratto si rinnova tacitamente per altri due anni, alle stesse condizioni economiche. Lo stesso meccanismo vale anche per i successivi rinnovi, salvo che una delle parti chieda di modificare l’accordo o di chiudere il rapporto.

Detto in modo semplice: nel 3+2, dopo il primo triennio e il biennio di proroga, il rapporto non diventa automaticamente un 4+4, ma prosegue secondo la logica dei rinnovi biennali, se nessuno interviene correttamente.

Attenzione alle contestazioni in Cassazione

Un altro aspetto interessante della decisione riguarda i limiti del ricorso per Cassazione.

Il conduttore aveva contestato l’interpretazione del contratto operata dalla Corte d’Appello, sostenendo che non fossero stati considerati alcuni elementi: il canone, il comportamento successivo delle parti, l’imposta di registro, la mancanza di alcuni riferimenti tipici dei contratti a canone concordato.

La Cassazione, però, ricorda che l’interpretazione del contratto è normalmente compito del giudice di merito. In Cassazione non si può chiedere semplicemente una nuova lettura del contratto più favorevole alla propria tesi. Bisogna indicare quali regole legali di interpretazione sarebbero state violate e in che modo.

Questo è un punto pratico importante anche per gli avvocati: una contestazione contrattuale deve essere costruita bene sin dal primo grado, perché in Cassazione non si può rifare integralmente il processo.

L’unico motivo accolto: le spese di lite

Alla fine, la Cassazione accoglie solo un motivo, relativo alle spese processuali.

La locatrice non aveva partecipato né al giudizio di rinvio né al giudizio davanti alla Cassazione. Per questo, la Corte ritiene che non potessero essere poste a carico del conduttore anche le spese relative a fasi processuali in cui la controparte era rimasta contumace.

La sentenza viene quindi cassata solo su questo punto, con decisione nel merito e rideterminazione delle spese.

Cosa deve fare l’inquilino che riceve una disdetta

Chi riceve una disdetta dal proprietario dovrebbe controllare subito alcune cose:

il tipo di contratto: 4+4, 3+2, transitorio, studenti o altro;

la data di inizio e la scadenza effettiva;

il rispetto del termine di preavviso;

il motivo indicato nella disdetta;

se il proprietario, dopo il rilascio, utilizza davvero l’immobile per lo scopo dichiarato.

Se il motivo indicato non viene rispettato, può esserci spazio per una richiesta risarcitoria. Ma occorre agire con precisione e raccogliere prove.

Cosa deve fare il proprietario

Anche il proprietario deve prestare molta attenzione.

La disdetta non è una semplice formalità. Deve essere inviata nei tempi corretti, indicare un motivo legittimo quando richiesto dalla legge e, soprattutto, essere coerente con ciò che poi accade.

Se si dichiara di voler destinare l’immobile a propria abitazione, quella destinazione deve essere reale. In caso contrario, l’inquilino potrebbe contestare il comportamento e chiedere il risarcimento.

Conclusione

L’ordinanza n. 10834/2026 è utile perché ricorda che nei contratti di locazione abitativa le parole usate nel contratto, la durata prevista e il meccanismo di rinnovo sono elementi decisivi.

Per gli inquilini, il messaggio è chiaro: prima di contestare una disdetta, bisogna capire esattamente che tipo di contratto è stato firmato e quale scadenza è realmente rilevante.

Per i proprietari, il principio è altrettanto chiaro: la disdetta va gestita con attenzione, perché indicare un motivo e poi non rispettarlo può esporre a richieste risarcitorie.

In materia di affitto, molti problemi nascono da contratti scritti male o da disdette inviate senza una valutazione corretta dei tempi e dei presupposti. Controllare prima è quasi sempre meglio che litigare dopo.

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Locazione (e non solo) e coronavirus: le opportunità della mediazione

Come ben noto, il D.lgs. 28/10, come modificato dalla legge 98/2013 e dalle ulteriori disposizioni di legge (art. 1-bis, comma 2, D.Lgs. 6 agosto 2015, n. 130, comma, da ultimo, modificato dall’articolo 11-ter del D.L. 24 aprile 2017, n. 50, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 giugno 2017, n. 96 , e dall’ art. 2, comma 10, D.Lgs. 21 maggio 2018, n. 68), dispone all’art. 5, comma 1 bis, che “Chi intende esercitare in giudizio un’azione relativa a una controversia in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari, è tenuto, assistito dall’avvocato, preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione ai sensi del presente decreto…”.

Il comma 4 dello stesso articolo dispone che, tra gli altri, la cosiddetta “mediazione obbligatoria” non si applichi ai procedimenti per convalida di licenza o sfratto, fino al mutamento del rito di cui all’articolo 667 del codice di procedura civile, che dispone “Pronunciati i provvedimenti previsti dagli articoli 665 e 666 il giudizio prosegue nelle forme del rito speciale, previa ordinanza(2)di mutamento di rito ai sensi dell’articolo 426″.

In sostanza, dal momento dell’emissione dell’ordinanza della convalida di sfratto (o della sua mancata concessione) e quindi a seguito di mutamento del rito, diviene obbligatorio depositare istanza per il tentativo di conciliazione presso un organismo abilitato, pena l’improcedibilità della domanda.

Perché questa lunga premessa? E’ presto spiegato: chi scrive, grazie ad Adr Center, organismo iscritto al n. 1 dell’apposito registro presso il Ministero della Giustizia, che negli anni mi ha dato fiducia (pazzi!) ha svolto come mediatore oltre tremila procedure di mediazione in tutta Italia (in realtà qualcuna anche a Londra) di cui tante in materia di locazione. La mia esperienza mi permette di affermare, senza timore di smentita, che si tratta di una delle materie, insieme alle divisioni ereditarie e non, e al Condominio, con il più alto tasso di successi. E di solito, il risultato è molto buono per tutte le parti, e non si limita ad una mera questione economica sugli eventuali canoni di locazione non pagati; anzi spesso, come mi è capitato in una delle mie prime mediazioni (a Messina), con l’aiuto di un bravo mediatore si riesce a salvaguardare il rapporto personale tra le parti e di conseguenza, a salvare e rinnovare il rapporto contrattuale. Il che, con la crisi generale e quella ancora più grave per il Covid 19, è un risultato straordinario, anche perché vi sono diversi vantaggi, utilizzando la mediazione, di natura fiscale.

Di conseguenza, siccome “prevenire è meglio che curare“, nella situazione in cui ci troviamo, in cui siamo tutti in emergenza per il Coronavirus, a mio parere è altamente consigliabile, onde ottenere un buon risultato, per chi è titolare di un contratto di locazione commerciale (ma non solo), cercare un accordo con il proprietario (che a sua volta potrebbe avere interesse a iniziare il procedimento), che possa evitare liti e che consenta a tutti di uscire senza danni, nell’ottica di ricominciare a produrre appena l’emergenza finirà. L’alternativa, peraltro, è una lite giudiziaria senza vincitori, ma con una probabile condanna alle spese, e spesso senza che la sentenza possa essere eseguita in modo utile.

Peraltro, ora come ora i Tribunali sono chiusi fino all’11 maggio, ma è molto probabile che lo saranno fino alla fine di giugno, il che significa andare in prima udienza a ottobre. Impossibile, quindi, avere una decisione in tempi rapidi, mentre in mediazione si ha un titolo esecutivo nel termine massimo di tre mesi. Inoltre, come sta accadendo in una notissima località balneare, in cui gli albergatori si trovano in grandissima difficoltà vista la sicura riduzione ma anche la possibile cancellazione della stagione, la mediazione ha sicure possibilità di risolvere nel miglior modo possibile anche i contratti relativi agli affitti d’azienda.

Per informazioni su come avviare una procedura di mediazione: http://www.adrcenter.com

COSA SUCCEDE PER IL CANONE A CHI HA UN LOCALE COMMERCIALE CHIUSO PER IL CORONAVIRUS?

E’ una domanda che in questi giorni ci viene spesso proposta, ovviamente a noi come a molti altri legali, tanto che certamente non siamo i primi che scrivono sull’argomento (si veda ad esempio: http://www.pennisi.it/2020/03/30/non-riesco-a-pagare-laffitto-del-mio-negozio-ufficio-che-posso-fare/, oppure http://www.quotidianogiuridico.it/documents/2020/03/26/coronavirus-e-locazione-ad-uso-commerciale-si-puo-sospendere-o-ridurre-unilateralmente-il-pagamento-del-canone, o https://www.prontoprofessionista.it/articoli/coronavirus-e-sospensione-del-pagamento-del-canone-di-locazione.html, http://studiolegalesgro.net/riduzione-dei-canoni-di-locazione-per-emergenza-coronavirus/), ma a cui non è semplice rispondere, anche perché nessun provvedimento governativo ha pensato di affrontare la questione. Quello che possiamo dire a chi ci sta contattando in questi giorni, spesso in preda alla disperazione, è che il D.L. 18 del 17 marzo 2020 si è limitato a prevedere un credito di imposta pari al 60% del canone del solo mese di marzo 2020 per la locazione di “negozi e botteghe”, come previsto dall’art. 65: “Al fine di contenere gli effetti negativi derivanti dalle misure di prevenzione e contenimento connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19, ai soggetti esercenti attività d’impresa è riconosciuto, per l’anno 2020, un credito d’imposta nella misura del 60 per cento dell’ammontare del canone di locazione, relativo al mese di marzo 2020, di immobili rientranti nella categoria catastale C/1

L’Agenzia delle Entrate ha poi pubblicato la risoluzione n. 13/e/2020, con la quale ha fornito dei chiarimenti sul punto, precisando che esso si applica unicamente quando l’oggetto del contratto di locazione stipulato siano gli immobili rientranti nella categoria catastale C/1, ossia come detto “negozi e botteghe”. Ne discende che non potranno beneficiare di tale normativa speciale i soggetti che operano in altre tipologie di immobili, ad esempio, in quelli catastalmente classificati come “uffici e studi privati” (cat. A/10), “laboratori per arti e mestieri” (cat. C/3), “magazzini e locali di deposito (cat. C/2), “fabbricati e locali per esercizi sportivi (con fini di lucro)” (cat. D/6), opifici (cat. D/8). Naturalmente, il credito di imposta potrà essere assegnato solo a quelle attività che sono state costrette a chiudere in quanto “non essenziali”. Si tratta di una misura evidentemente insufficiente, anche perchè pensata per il solo mese di marzo, quando certamente l’emergenza si potrarrà ancora per diverso tempo.

Peraltro, il DL come previsto dal suo normale iter legislativo, deve essere convertito in legge entro sessanta giorni dalla sua emanazione, altrimenti perderà di efficacia sin dall’inizio. Dalle ultime notizie, sembra inoltre che siano stati presentati circa mille emendamenti, sia dalla maggioranza che dalle opposizioni, che potrebbero modificarlo anche in modo sostanziale.

Allo stato attuale, per tornare alla domanda che spesso ci viene posta in questi giorni in cui siamo tutti in emergenza per il Coronavirus, il primo punto da considerare è che nella tragica situazione in cui ci troviamo, e in particolare in questa che qui ci occupa, gli attori sono due. Ciascuno di essi sta subendo dei gravissimi danni, che potrebbero essere anche irreversibili e deve agire immediatamente per limitarli il più possibile.

Infatti, oltre al conduttore dell’immobile, che giustamente è preoccupato perché la chiusura della sua attività non gli consente di incassare, dall’altra parte abbiamo il proprietario, che ha investito una forte somma nell’acquisto del locale, che contava di ammortizzare con l’incasso del canone di locazione. Si pensi anche, per esempio, a chi ha un immobile adibito a casa vacanze e lo ha dato in gestione ad un terzo che gli versa un canone mensile. In questi mesi il gestore non avrà alcuna possibilità di guadagno, con tutte le conseguenze del caso.

In questa situazione gravissima, che peraltro non si è creata per responsabilità di nessuno dei due, la soluzione migliore a parere di chi scrive, negoziatore esperto e mediatore in oltre tremila procedure di cui molte in questa materia, potrebbe essere quindi quella di cercare, attraverso una negoziazione o meglio ancora con l’aiuto di un mediatore esperto, un accordo conciliativo per la riduzione, temporale o anche definitiva, del canone di locazione, invece di sospendere unilateralmente il pagamento del canone di locazione; anche perché questo porterebbe, inevitabilmente, ad lungo contenzioso dall’esito sempre incerto e caratterizzato da forti costi.

In ogni caso, e naturalmente anche di questo andrebbe tenuto conto nell’eventuale negoziazione, si deve tenere presente quanto disposto dall’art. 1467 c.c., che riguarda i casi in cui la prestazione diventi eccessivamente onerosa per cause sopravvenute. Secondo tale norma “nei contratti a esecuzione continuata o periodica, se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la parte che deve tale prestazione può domandare la risoluzione del contratto”. L’ultimo comma di tale articolo aggiunge che “la parte contro la quale è domandata la risoluzione può evitarla offrendo di modificare equamente le condizioni del contratto”.

Nella situazione attuale, pertanto, come già detto si potrebbe ipotizzare per il conduttore di richiedere al locatore una temporanea riduzione dell’ammontare del canone di locazione dovuto per il periodo di restrizioni poste dal Governo, in modo che il rapporto contrattuale possa proseguire senza contrasti, per poi tornare all’ammontare ordinario una volta cessati i divieti e quindi si possa proseguire l’attività.

Per ulteriori informazioni, anche per l’eventuale inizio di una negoziazione, scrivere a consulenza@studiotantalofornari.it L’e mail verrà riscontrata al più presto.

Per ottenere l’usucapione di un immobile in locazione è necessaria la prova dell’esercizio del potere corrispondente a quello del proprietario (Cassazione 20670 del 5 ottobre 2010)

Cassazione, Sez. II, 5 ottobre 2010, n. 20670

(Pres. Schettino – Rel. Correnti)

Svolgimento del processo

Con citazione del 19.12.1991 l’INPDAI chiamava in giudizio G. V. per far accertare che era detentore del piano settimo e della cantina dello stabile di via Omissis in Milano in virtù di locazione del 18.1.72 e/o occupante senza titolo, con condanna al rilascio ed ai danni.

Esponeva che, acquistato lo stabile nel 1969, nel 1972 aveva concesso in locazione a V. V. un appartamento al sesto piano con vani e terrazze al settimo, collegati al piano inferiore da una scala a chiocciola, oltre ad una cantina, e che, dopo il decesso della V., era succeduto nel rapporto il figlio G. V., che contestava la domanda e chiedeva riconvenzionalmente l’usucapione dei locali e terrazze al settimo piano e di due cantine.

Il tribunale rigettava la domanda riconvenzionale e quella attrice di rilascio.

Proponeva appello V., resisteva l’INPDAI e la Corte di appello di Milano, con sentenza 744/04, rigettava l’appello e compensava le spese, osservando che il V. in primo grado non aveva individuato le cantine demandandone l’individuazione alla ctu che non può essere sostitutiva della prova né aveva fornito alcuna prova per dimostrare l’usucapione, la modifica della detenzione in possesso e la interversione. L’eccezione di giudicato era stata esattamente respinta, in quanto la sentenza del Pretore di Milano n. 3669/92 aveva stabilito sull’equo canone del sesto piano e l’oggetto del giudizio era la proprietà del settimo piano collegato al sesto, detenuto in locazione, comprendente le pertinenze; l’asserzione che la scala di collegamento era stata realizzata dalla madre successivamente all’instaurarsi della locazione era smentita dagli accertamenti e comunque avrebbe configurato un possesso clandestino e violento.

Ricorre V. con cinque motivi, resiste l’INPS.

Le parti hanno presentato memorie ed il ricorrente anche brevi note in replica alle conclusioni del PG.

Motivi della decisione

Preliminarmente va disattesa l’eccezione di inesistenza della notifica e nullità del ricorso per Cassazione, ritualmente notificato all’INPDAI, parte del giudizio di appello, presso il procuratore costituito, nel domicilio eletto risultante dalla sentenza.

Tale collegamento funzionale esclude l’inesistenza, trattandosi eventualmente di nullità suscettibile di sanatoria (Cass. 2.7.2004 n. 12150) ed in effetti sanata dalla costituzione dell’INPS, con la conseguenza che la notifica è andata ad effetto.

Con i primi quattro motivi si deduce insufficiente e contraddittoria motivazione circa la mancata individuazione delle cantine (primo), la eccepita usucapione (secondo), l’assenza di giudicato (terzo in relazione agli artt. 12 e ss l. 392/1978 e 2909 cc), l’onere della prova che le terrazze ed i locali del sottotetto e la cantina non fossero pertinenze (quarto in relazione all’art. 818 cc), e col quinto motivo si lamenta violazione di leggi in relazione all’art. 112 cpc circa l’affermazione di una ipotesi di possesso clandestino e violento, in quanto tale eccezione non fu mai sollevata dall’ente proprietario.

Le doglianze sono palesemente infondate.

Quanto al vizio di motivazione, la censura con la quale alla sentenza impugnata s’imputino i vizi di cui all’art. 360 n. 5 cpc deve essere intesa a far valere, a pena d’inammissibilità comminata dall’art. 366 n. 4 cpc in difetto di loro puntuale indicazione, carenze o lacune nelle argomentazioni, ovvero illogicità nell’attribuire agli elementi di giudizio un significato fuori dal senso comune, od ancora mancanza di coerenza tra le varie ragioni esposte per assoluta incompatibilità razionale degli argomenti ed insanabile contrasto tra gli stessi; non può, per contro, essere intesa a far valere la non rispondenza della valutazione degli elementi di giudizio operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte, ed, in particolare, non si può con essa proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento degli elementi stessi, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della norma stessa.

La sentenza, alle pagine dodici, tredici, quattordici, quindici, ha correttamente esaminato i motivi di gravame escludendo l’usucapione, il giudicato, l’interversione nel possesso ed ha dedotto la genericità delle censure svolte, rilevando che il V. non aveva indicato le cantine ma demandato alla ctu la individuazione, che la sentenza del Pretore n. 3669/92 aveva solo statuito sull’equo canone per l’appartamento al sesto piano, che nel contratto di locazione non erano state escluse le pertinenze, che la realizzazione ad opera della madre del V. della scala di collegamento tra i due piani dopo l’instaurarsi della locazione era smentita e comunque avrebbe costituito possesso clandestino e violento.

Di fronte ad una motivazione logica e coerente, conforme ad un consolidato orientamento di questa Corte Suprema sui requisiti indispensabili per il possesso ad usucapione, il diverso avviso del ricorrente, con censure in parte su aspetti marginali e non decisivi, è irrilevante.

Questa Corte suprema ha da tempo statuito che, per la configurabilità del possesso “ad usucapionem”, è necessaria la sussistenza di un comportamento continuo, e non interrotto, inteso inequivocabilmente ad esercitare sulla cosa, per tutto il tempo all’uopo previsto dalla legge, un potere corrispondente a quello del proprietario o del titolare di uno “ius in re aliena” (“ex plurimis” Cass. 9 agosto 2001 n. 11000), un potere di fatto, corrispondente al diritto reale posseduto, manifestato con il compimento puntuale di atti di possesso conformi alla qualità e alla destinazione della cosa e tali da rilevare, anche esternamente, una indiscussa e piena signoria sulla cosa stessa contrapposta all’inerzia del titolare del diritto (Cass. 11 maggio 1996 n. 4436, Cass. 13 dicembre 1994 n. 10652).

Non è denunciabile, in sede di legittimità, l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alla validità degli eventi dedotti dalla parte, al fine di accertare se, nella concreta fattispecie, ricorrano o meno gli estremi di un possesso legittimo, idoneo a condurre all’usucapione (Cass. 1 agosto 1980 n. 4903, Cass. 5 ottobre 1978 n. 4454).

Né può ipotizzarsi la violazione dell’art. 112 cpc circa l’inesistenza di una eccezione nel senso indicato da parte del proprietario, perché la Corte territoriale ha escluso la realizzazione della scala di collegamento dopo la locazione e, solo in via ipotetica e ad abundantiam, ha aggiunto che la circostanza “comunque configurerebbe un modo di acquisto del possesso clandestino e violento”.

Donde il rigetto del ricorso, con la conseguente condanna alle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese liquidate in euro 3900 di cui 3700 per onorari, oltre accessori.