Incidenti stradali: il motociclista che sorpassa da destra i veicoli fermi non ha diritto al risarcimento (Cass. 14099/11)

Corte Cassazione, sez. III Civile, sentenza 11 maggio – 27 giugno 2011, n. 14099

Presidente Petti – Relatore D’Amico

Svolgimento del processo

A. A. convenne in giudizio dinanzi al Giudice di Pace di Viareggio, B. B, C. C. e l’U.C.I., nelle rispettive qualità di proprietario, conducente di un camper di targa tedesca ed Ufficio preposto a fornire garanzia assicurativa in caso di danno cagionato da veicolo di targa straniera, al fine di sentirli condannare in solido al risarcimento dei danni materiali ed alla persona che asseriva di aver subito a causa di un incidente stradale causato dalla apertura di uno sportello del suddetto camper.

Interveniva D. D. proprietaria del ciclomotore sul quale viaggiava A. A.

Il Giudice di Pace di Viareggio rigettava preliminarmente l’eccezione di improponibilità della domanda proposta dall’attore; condannava i convenuti al risarcimento del danno imputando interamente la responsabilità dell’urto all’apertura dello sportello; dichiarava l’inammissibilità dell’intervento tardivamente proposto da D. D.

Proponeva appello l’U.C.I.

Resistevano A. A. e D. D.

Il Tribunale di Lucca, in riforma della sentenza di primo grado, respingeva la domanda proposta da A. A. avverso l’U.C.I. sostenendo che la condotta imprudente del primo costituiva una violazione della norma di cui all’art. 148 C.d,S. in quanto aveva effettuato un superamento a destra del veicolo fermo. Condannava il A. A. a restituire all’U.C.I. le somme percepite in base alla suddetta sentenza.

Propongono ricorso per cassazione A. A. e D. D., con tre motivi.

Resiste con controricorso l’U.C.I. – Ufficio Centrale Italiano.

 Motivi della decisione

Preliminarmente si dichiara inammissibile il ricorso di D. D. per non avere impugnato la sentenza del Giudice di pace con la quale il suo intervento era stato dichiarato tardivamente proposto.

Con il primo motivo del ricorso parte ricorrente denuncia “Falsa applicazione dell’art. 148 c.d.s.”.

Sostiene A. A. che la decisione del Tribunale appare meritevole di censura in riferimento all’applicazione della disposizione di cui all’art. 148 del Codice della strada la quale disciplina la c.d. manovra di sorpasso: il suo comportamento non costituì infatti un “sorpasso” in senso tecnico, bensì un “superamento” di auto ferme al semaforo.

Il motivo non può essere accolto.

A seguito di un accertamento di fatto l’impugnata sentenza ha infatti ritenuto che il A. A. ha posto in essere un vero e proprio sorpasso tenendo un comportamento colpevole mentre nessun rimprovero può essere rivolto alla passeggera del camper per aver aperto lo sportello nella convinzione che nessun veicolo potesse provenire da destra.

Con secondo motivo del ricorso si denuncia “violazione dell’art. 157 co. 7 c.d.s.” sostenendo che chiunque apra la portiera di un veicolo ha l’obbligo di assicurarsi preventivamente di poter compiere liberamente tale manovra, in modo tale che dalla stessa non possa derivare un pericolo per gli altri utenti della strada.

Il motivo deve essere rigettato.

L’impugnata sentenza, con indagine di fatto, ha ritenuto che, in relazione al sinistro per cui è causa nessun rimprovero può muoversi al soggetto che ha aperto lo sportello sul lato destro del veicolo, non potendo configurarsi in capo a quest’ultimo un dovere di tener conto dell’altrui comportamento in violazione di norme di legge.

Con il terzo motivo si lamenta “insufficienza della motivazione in ordine alla manovra di apertura dello sportello”.

Si ritiene che la decisione del Tribunale di Lucca è censurabile riguardo all’insufficienza della motivazione sull’affermata legittimità della manovra di apertura dello sportello anteriore destro del camper da parte della trasportata.

Il motivo è infondato.

La motivazione è congrua e si tratta in ogni caso di accertamento di fatto insindacabile in sede di legittimità se, come nella specie, congruamente motivato.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato con condanna di parte ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che si liquidano come in dispositivo.

 Per questi motivi

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che si liquidano in complessivi euro 1.600,00 di cui 1.400,00 per onorari, oltre rimborso forfettario delle spese generali ed accessori come per legge.

 

 

La ricevuta della spedizione di una raccomandata è prova della ricezione e va contestata espressamente (Cassazione 13488/2011)

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. PETTI Giovanni Battista – Presidente – Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere – Dott. SPAGNA MUSSO Bruno – Consigliere – Dott. GIACALONE Giovanni – rel. Consigliere – Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere – ha pronunciato la seguente:

sentenza sul ricorso 11429-2009 proposto da: B.C. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G. BANTI 34, presso lo studio dell’avvocato BRUNI ANNA MARIA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato BARBAGALLO GIOVANNI ANTONIO giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro SARP ASSICURAZIONI RISCHI PERSONE S.P.A. IN LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA (OMISSIS), S.G. nato a (OMISSIS), FONDIARIA SAI (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 3397/2008 del TRIBUNALE di CATANIA, SEZIONE 5^ CIVILE, emessa il 21/07/2008, depositata il 21/07/2008 R.G.N. 5385/2007; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 11/05/2011 dal Consigliere Dott. GIOVANNI GIACALONE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GOLIA Aurelio che ha concluso con il rigetto del ricorso.

Fatto

IN FATTO E IN DIRITTO

1. B.C. propone ricorso per cassazione, sulla base di due motivi, avverso la sentenza del Tribunale di Catania, depositata il 21 luglio 2008, che – in relazione a controversia promossa per il risarcimento dei danni da sinistro stradale nel quale il fabbricato della predetta era stato danneggiato a seguito dell’urto da parte del veicolo di proprietà e condotto da S. G., assicurato per la R.C.A. con la SARP – per quanto qui rileva, ha confermato la sentenza di primo grado, la quale aveva ritenuto prescritto il diritto all’indennizzo, osservando che: a. va preferito l’indirizzo giurisprudenziale secondo cui la ricevuta di spedizione ha valore solo se il destinatario non contesti d’aver ricevuto la lettera o il telegramma, sorgendo, a seguito della contestazione del destinatario, l’onere per il mittente di provarne il ricevimento, attraverso la produzione del relativo avviso, cosi da mettere il giudice in grado di verificare documentalmente se, a chi e quando il plico sia stato recapitato; mentre il destinatario si può limitare ad una generica contestazione; b. nel caso in esame, lo S. ha sempre inequivocamente contestato d’aver ricevuto tra il 1996 ed il 2000 degli ulteriori atti di costituzione in mora; mentre l’attrice si è limitata a richiamare la copia del telegramma già prodotta, senza fornire alcuna prova dell’effettiva ricezione. Gli intimati non hanno svolto attività difensiva.

2. Col primo motivo, la ricorrente lamenta violazione degli artt. 2729 e 1335 c.c., in rel. all’art. 360 c.p.c., n. 3 e chiede alla Corte “se, ai sensi della prima di tali disposizioni, la produzione in giudizio del telegramma o della lettera raccomandata con la relativa ricevuta di spedizione dell’ufficio postale, anche in mancanza dell’avviso di ricevimento, costituisca prova certa della spedizione e da essa consegua la presunzione, fondata sulle univoche e concludenti circostanze della spedizione e di arrivo dell’atto al destinatario e della sua conoscenza ai sensi dell’art. 1335 c.c. da parte dello stesso e, se a fronte di tale presunzione semplice, il destinatario possa limitarsi in giudizio ad affermare genericamente di non aver ricevuto l’atto o, invece, spetti al medesimo l’onere di dare la prova con qualsiasi mezzo di non avere avuto notizia dell’atto senza sua colpa”.

3. Col secondo motivo, la ricorrente lamenta violazione degli artt. 1335, 2943 e 2947 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, e chiede alla Corte se “ai fini dell’art. 2947 c.c., l’atto di costituzione in mora, inviato al debitore con telegramma a mezzo del servizio postale che si presume giunto a destinazione e a conoscenza del medesimo – sulla base dell’attestazione della spedizione da parte dell’ufficio postale, pur in mancanza dell’avviso di ricevimento, costituisce atto di interruzione della prescrizione ai sensi ed agli effetti di cui all’art. 2943 c.c.”.

4. Il primo motivo è fondato. La giurisprudenza di questa Corte ha già avuto modo di precisare che un telegramma (cosi come una lettera raccomandata), anche in mancanza di avviso di ricevimento, costituisce prova certa della spedizione, attestata dall’ufficio postale attraverso la relativa ricevuta, dalla quale consegue la presunzione, fondata sulle univoche e concludenti circostanze della spedizione anzidetta e dell’ordinaria regolarità del servizio postale e telegrafico, di arrivo al destinatario e di conoscenza dell’atto (v. Cass. 3^, 4.6.2007 n. 12954; 2^, 13.3.2006 n. 8649; Lav. 16.1.2006 n. 758; 3^, 24.11.2004 n. 22133; 3^, 27.2.01 n. 10284, conf. N. 3908/92, 1265/99, 4140/99, 13959/00). Siffatta produzione, ovviamente, non dà luogo ad una presunzione iuris et de iure di avvenuto ricevimento dell’atto, essendo sempre possibile la specifica confutazione della circostanza e la prova contraria. Nel caso di specie tale confutazione, per quanto ritenuta “inequivoca” dal giudice di merito, non risulta essere idonea, non essendo stati addotti elementi di prova al riguardo (quali la circostanza che il plico non contenga alcuna lettera o ne contenga una di contenuto diverso: Cass. n. 22133/04; assenza del destinatario dalla residenza o domicilio indicati nel telegramma all’epoca della convocazione: 8649/06) o sollecitati accertamenti (presso gli uffici dell’amministrazione postale) atti a verificare l’assunta mancata ricezione. In altri termini, l’opponente dopo avere, nell’atto introduttivo, negato di avere ricevuto atti interruttivi, a seguito della produzione in giudizio, da parte dell’attrice, della copia del telegramma, non poteva limitarsi ad insistere sulla precedente generica negazione, ma aveva l’onere di confutare specificamente, nei termini sopra indicati, la concreta rilevanza probatoria dell’atto ex adverso prodotto, al fine di superare la presunzione da esso derivante. Non risultando che ciò sia avvenuto, la censura deve essere accolta, restando assorbita ogni decisione in ordine al secondo motivo, peraltro non specificamente riferibile alla ratio della decisione impugnata, la quale aveva trattato solo dell’onere probatorio circa la ricezione del telegramma, non dell’idoneità di questo a rappresentare valido atto interruttivo della prescrizione (idoneità argomentabile tra le altre, da Cass. n. 9046/07).

5. Pertanto, accolto il primo motivo ed assorbito il secondo, la sentenza va cassata e la causa rimessa, per nuovo esame del merito della domanda al medesimo Tribunale in diversa composizione, che provvederà in ordine alle spese anche del presente giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, al Tribunale di Catania in diversa composizione. Così deciso in Roma, il 11 maggio 2011. Depositato in Cancelleria il 20 giugno 2011

Incidenti e risarcimento: per la Cassazione si applicano sempre le tabelle del Tribunale di Milano (Cass. 12408/11)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 25 febbraio – 7 giugno 2011, n. 12408
Presidente Preden – Relatore Amatucci

Svolgimento del processo

1.- Il 7.4.1992, nei pressi di Trani, il ventiquattrenne P.G., a seguito della collisione tra la vettura che conduceva ed un furgone del quale il conducente S..R. aveva perso il controllo su asfalto bagnato dalla pioggia, invadendo la corsia dell’opposto senso di marcia, riportò lesioni che ne provocarono l’invalidità permanente totale (grave tetraparesi spastica, turbe mnesiche, disordini del linguaggio, importanti turbe di tipo vegetale indotte da un grosso infarto cerebrale, che occupa quasi tutto l’emisfero di destra).
Definito con sentenza di patteggiamento del 26.1.1995 il procedimento penale instaurato a carico del R.   per lesioni colpose, il 24.7.1995 il P. agì giudizialmente per il risarcimento nei confronti della Norditalia Assicurazioni (assicuratrice del furgone per la r.c.a.) e del R.
Domandò che i convenuti fossero condannati:
– Norditalia, al pagamento di ulteriori L. 308.310.000 rispetto al massimale di 1 miliardo di lire versato il 27.10.1994;
– e il R.   al risarcirgli il danno residuo, quantificato in L. 1.347.875.000.
Entrambi i convenuti resistettero.
Con sentenza n. 303 del 1999 il tribunale di Trani rigettò la domanda sul rilievo che, dovendosi presumere il paritetico apporto causale colposo dei due conducenti in difetto dell’accertamento in concreto delle rispettive condotte, la somma già riscossa dal P.       fosse ampiamente satisfattiva, pur computando svalutazione ed interessi per il tempo intercorso tra sinistro e pagamento.
2.- La corte d’appello di Bari, decidendo sugli appelli di tutte le parti con sentenza n. 944 del 2005, ha bensì determinato nel 75% la percentuale di responsabilità del R. ma, riconosciuto nel minore importo di L. 955.999.420 la somma in tale frazione dovuta al P. a titolo di risarcimento del danno “biologico, morale e patrimoniale”, ha a sua volta ritenuto che quanto già ricevuto avesse estinto il suo credito complessivo.
3.- Avverso la sentenza ricorre per cassazione G.P. , affidandosi a due motivi.
Resiste con controricorso la Carige Assicurazioni s.p.a. (già Norditalia), che propone ricorso incidentale basato su un unico motivo.
Resiste con controricorso anche S..R., che a sua volta propone ricorso incidentale fondato su un unico motivo.
Il P. e la Carige hanno depositato memorie illustrative.

Motivi della decisione

1.- I ricorsi vanno riuniti, in quanto proposti avverso la stessa sentenza.
2.- Col primo motivo del ricorso principale il P. – denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2059 c.c., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su fatto controverso e decisivo costituito dalla sua responsabilità concorrente – si duole che la corte d’appello, pur dopo aver concluso che “certamente l’urto si verificò nella corsia di pertinenza del P., invasa dal R., che procedeva in senso inverso, dopo aver sbandato a causa del fondo stradale bagnato”, abbia tuttavia mantenuto l’affermazione di responsabilità del danneggiato, sia pur rideterminata nella misura del 25%, per non avere quegli offerto la prova che “il suo comportamento fu pienamente conforme alle norme di circolazione e di comune prudenza e che fece tutto il possibile per evitare il danno”.
2.1.- Il ricorso incidentale del R.   censura la sentenza per violazione dell’art. 2054 c.c. e per ogni possibile tipo di vizio della motivazione per aver ravvisato il maggior apporto causale colposo del medesimo in ordine alla verificatasi collisione tra i veicoli.
2.2.- Il primo motivo del ricorso principale è fondato ed è correlativamente infondato quello del R.  .
Correttamente il ricorrente si chiede “quale prova avrebbe dovuto offrire l’attore, quando è stato accertata inequivocabilmente l’invasione della corsia di marcia di sua competenza da parte di un veicolo privo di controllo per causa ragionevolmente imprevedibile”.
Il consolidato principio secondo il quale, in tema di scontro tra veicoli e di applicazione dell’art. 2054 c.c., l’accertamento in concreto della colpa di uno dei conducenti non comporta di per sé il superamento della presunzione di colpa concorrente dell’altro (all’uopo occorrendo che quest’ultimo fornisca la prova liberatoria, ovvero la dimostrazione di essersi uniformato alle norme sulla circolazione e a quelle della comune prudenza, e di essere stato messo in condizioni di non potere fare alcunché per evitare il sinistro) non può essere inteso nel senso che, anche quando questa prova non sia in concreto possibile e sia positivamente accertata la responsabilità di uno dei conducenti per avere tenuto una condotta in sé del tutto idonea a cagionare l’evento, l’apporto causale colposo dell’altro conducente debba essere, comunque, in qualche misura riconosciuto.
La corte d’appello, infatti, dopo un’analitica, approfondita e niente affatto contraddittoria disamina, condotta dalla pagina 8 alla pagina 15 della sentenza, di tutti i molteplici e convergenti elementi che la avevano indotta a ricostruire come sopra indicato la dinamica del sinistro (elementi fra i quali è annoverata anche l’omessa richiesta di risarcimento da parte del conducente e proprietario dell’altro veicolo), ha concluso che “diversamente da quanto affermato dal giudice di prime cure può concludersi che certamente l’urto si verificò nella corsia di pertinenza del P., invasa dal R., che procedeva in senso inverso, dopo aver sbandato a causa del fondo stradale bagnato”.
Ha, tuttavia, quantificato nel 25% il presunto apporto causale colposo del P. per l’esclusiva ragione che egli non aveva tuttavia “provato che, nelle circostanze di tempo e di luogo indicate, il suo comportamento fu pienamente conforme alle norme sulla circolazione stradale e di comune prudenza e che fece tutto il possibile per evitare il danno”. Ma si tratta di frase di stile, priva di ogni anche solo ipotetico riferimento a ciò che sarebbe stato possibile fare e che non era stato fatto dal conducente che viaggiava sulla propria corsia, sicché l’applicazione dell’art. 2054 c.c. ha assunto l’impropria valenza di clausola limitativa della responsabilità piuttosto che di norma volta a sollecitare la cautela dei conducenti ed a risolvere i casi dubbi.
Ne consegue la cassazione della sentenza sul punto per violazione di legge, difettando i presupposti di fatto per affermare il concorso causale presunto della stessa vittima.
3.- Col secondo motivo sono dedotte violazione o falsa applicazione degli artt. 1223, 1226, 1227 e 2056 c.c., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in punto di liquidazione del danno. Si duole in particolare il ricorrente:
a) che la corte d’appello, “in accoglimento dell’appello incidentale del R., si sia discostata dai parametri di liquidazione del danno generalmente adottati (ossia le cd. tabelle di Milano) in favore del criterio di calcolo del punto unico nazionale”;
b) che nulla sia stato riconosciuto per danno “esistenziale”.
c) che, in punto di liquidazione del danno patrimoniale da danno emergente, la corte d’appello abbia immotivatamente riconosciuto solo le spese mediche documentate escludendo gli esborsi futuri e, quanto al lucro cessante, che non abbia considerato i presumibili incrementi futuri dei guadagni che sarebbero derivati dalla perduta capacità lavorativa.
Sostiene, infine, che il riconoscimento del risarcimento del danno in misura superiore ad Euro 516.000,00 (n.d.e.: equivalenti al massimale di un miliardo di lire già versato) “non potrà che determinare la condanna della compagnia al pagamento degli interessi legali sul massimale dalla data di scadenza del termine di 60 giorni dalla costituzione in mora fino alla data del pagamento”.
3.1.- Va premesso che, se si verificasse quanto appena prospettato, si renderebbero applicabili i principi enunciati, tra le altre, da Cass. 8 luglio 2003, n 10715 e 13 ottobre 2009, n. 21628, in senso conforme all’assunto del ricorrente.
La doglianza (sub 3b) relativa al mancato riconoscimento del danno cd. “esistenziale” quale autonoma voce di danno è infondata alla luce di quanto chiarito da Cass., sez. un., 11 novembre 2008, nn. 26972, 26973, 26974 e 26975, cui s’è uniformata la giurisprudenza successiva.
Quelle relative alla liquidazione del danno patrimoniale emergente (di cui sub 3c) sono infondate poiché – a parte l’erronea affermazione della corte d’appello che le spese future non integrano un danno emergente (prime tre righe di pag. 21 della sentenza, che va sul punto corretta) – le ulteriori osservazioni della corte territoriale nel senso che l’appellante non aveva documentato ulteriori prevedibili interventi (le spese relative ai quali avrebbero potuto essere eventualmente richieste in separata sede) e che pensione di invalidità ed indennità di accompagnamento aliunde percepite erano già sufficienti a fronteggiare i costi da affrontare per un accompagnatore, integrano apprezzamenti di fatto tali da escludere la stessa sussistenza del danno patrimoniale intesa come conseguenza pregiudizievole di un evento effettivamente incidente sul patrimonio del danneggiato.
È invece fondata quella relativa alla liquidazione del lucro cessante da mancato reddito da lavoro, determinato in Euro 338.400, al lordo della quota del 25% da detrarre, “sulla base del reddito percepito dal danneggiato nel ’91, senza tenere conto di eventuali successivi incrementi incerti nell’an e nel quantum” (così la sentenza impugnata a pag. 21). La motivazione è effettivamente insufficiente ad escludere, sulla base delle nozioni di comune esperienza delle quali il giudice deve tener conto in quanto integranti una regola di giudizio (Cass. 28 ottobre 2010, n. 22022), che fosse possibile il ricorso alla presunzione in ordine all’incremento nel futuro dei guadagni di un agente di commercio di 24 anni.
3.2.- Va a questo punto esaminato il motivo di censura sub 3a.
La corte d’appello ha affermato: le cd. tabelle milanesi non costituiscono criterio codificato per la liquidazione del danno biologico, pur venendo applicate in diversi tribunali. In particolare questa corte drappello non le utilizza, facendosi carico delle differenze oggettive riscontrabili tra le condizioni di vita a Milano e quelle locali, ditalché reputa maggiormente equo il criterio del calcolo di punto unico nazionale, elaborato attraverso la comparazione delle liquidazioni espresse da numerosi tribunali, equamente distribuiti tra nord, centro, sud e isole” (così la sentenza impugnata, a pag. 19, primo capoverso). Ha conseguentemente liquidato il danno biologico, in relazione all’epoca del fatto, nella sua interezza, in L. 604.000.000 (a fronte della somma di L. 932.875.000 che sarebbe risultata dall’applicazione delle tabelle milanesi), riconoscendo al danneggiato L. 453.000.000 (pari al 75%) e liquidando il danno morale spettantegli in 1/3 del predetto importo, dunque in L. 151.000.000.
3.2.1.- Conviene prendere le mosse dal preliminare rilievo che l’osservazione della giurisprudenza di merito mostra marcate disparità non solo nei valori liquidati a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale da lesione dell’integrità psicofisica (e, a favore dei congiunti, da morte), ma anche nel metodo utilizzato per la liquidazione.
Taluni uffici giudiziari si avvalgono, infatti, del criterio equitativo puro, altri liquidano il danno in esame col sistema “a punto”, prevalentemente ricavato dalla media delle precedenti decisioni pronunciate in materia; alcuni liquidano unitariamente il danno non patrimoniale ed altri distinguono più voci; taluni pongono un tetto massimo ed uno minimo alla personalizzazione del risarcimento, altri non lo fanno.
Pure sul piano dei valori tabellari di punto si registrano divergenze assai accentuate, che di fatto danno luogo ad una giurisprudenza per zone, difficilmente compatibile con l’idea stessa dell’equità, nel senso che sarà appresso chiarito: accade, ad esempio, che ad un giovane macroleso invalido all’80% si possa riconoscere, in base alle diverse tabelle in uso ed indipendentemente dalla personalizzazione, un risarcimento che oscilla tra i 430.000 ed i 700.000 Euro; che per la morte di un figlio la forbice possa variare da 30.000 a 300.000 Euro; che alcuni tribunali attribuiscano maggior peso alla morte di un figlio rispetto a quella della moglie e che altri facciano il contrario.
Si tratta di un fenomeno che, incidendo sui fondamentali diritti della persona, vulnera elementari principi di eguaglianza, mina la fiducia dei cittadini nell’amministrazione della giustizia, lede la certezza del diritto, affida in larga misura al caso l’entità dell’aspettativa risarcitoria, ostacola le conciliazioni e le composizioni transattive in sede stragiudiziale, alimenta per converso le liti, non di rado fomentando domande pretestuose (anche in seguito a scelte mirate: cosiddetto “forum shopping“) o resistenze strumentali.
È noto che gli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni private (di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209) dettano criteri per la liquidazione del danno biologico per lesioni da sinistri stradali, rispettivamente, di non lieve e di lieve entità, queste ultime concernenti i postumi pari o inferiori al 9% della complessiva validità dell’individuo; e che, mentre l’art. 139 ha ricevuto attuazione ed è stato, talora, analogicamente applicato alle lesioni derivate anche da cause diverse dalla circolazione stradale, non è stata per contro mai emanata la pur prevista “specifica tabella unica su tutto il territorio della Repubblica”, che avrebbe dovuto indicare (ex art. 138, primo comma, d. lgs. cit.) sia le “menomazioni all’integrità psicofisica comprese tra dieci e cento punti” che il “valore pecuniario da attribuire ad ogni singolo punto di invalidità, comprensiva dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del soggetto leso”.
Nella perdurante mancanza di riferimenti normativi per le invalidità dal 10 al 100% e considerato che il legislatore ha comunque già espresso, quanto meno per le lesioni da sinistri stradali, la chiara opzione per una tabella unica da applicare su tutto il territorio nazionale, la Corte di cassazione ritiene che sia suo specifico compito, al fine di garantire l’uniforme interpretazione del diritto (che contempla anche l’art. 1226 cod. civ., relativo alla valutazione equitativa del danno), fornire ai giudici di merito l’indicazione di un unico valore medio di riferimento da porre a base del risarcimento del danno alla persona, quale che sia la latitudine in cui si radica la controversia.
Ciò sulla base delle considerazioni che seguono.
3.2.2.- Vanno anzitutto ribaditi i principi secondo i quali la liquidazione equitativa del danno può ritenersi sufficientemente motivata – ed è pertanto insuscettibile di sindacato in sede di legittimità – allorquando il giudice dia l’indicazione di congrue, anche se sommarie, ragioni del processo logico seguito; e che essa è invece censurabile se sia stato liquidato un importo manifestamente simbolico o non correlato alla effettiva natura od entità del danno; o quando nella sentenza di merito non si dia conto del criterio utilizzato, o la relativa valutazione risulti incongrua rispetto al caso concreto, o la determinazione del danno sia palesemente sproporzionata per difetto o per eccesso.
Ma equità non vuoi dire arbitrio, perché quest’ultimo, non scaturendo da un processo logico-deduttivo, non potrebbe mai essere sorretto da adeguata motivazione. Affermare allora che la liquidazione equitativa è insindacabile a condizione che risulti congruamente motivata equivale ad ammettere che dell’equità possa darsi una giustificazione razionale a posteriori. Di conseguenza, il controllo in sede di legittimità del giudizio equitativo esige che preliminarmente si stabilisca quale sia la nozione di “equità” recepita dall’ordinamento nell’art. 1226 cod. civ..
Il concetto di equità ricorre in numerose norme del codice civile: oltre al già ricordato art. 1226 – che, come l’art. 2056, consente la liquidazione equitativa del danno quando non sia possibile provarne il preciso ammontare – l’art. 1374 include l’equità tra le fonti di integrazione del contratto, l’art. 1450 consente la riduzione ad equità del contratto per evitarne la rescissione, l’ultimo comma dell’art. 1467 permette la riduzione ad equità del contratto risolubile per eccessiva onerosità sopravvenuta, gli artt. 1733, 1748 e 1755 cod. civ. consentono di fissare secondo equità la misura della provvigione dovuta al commissionario all’agente ed al mediatore, gli artt. 2045 e 2047 attribuiscono alla vittima di illeciti causati in stato di necessità o dall’incapace il diritto ad un’equa indennità, gli artt. 2263 e 2500 quater fissano secondo equità la ripartizione dei guadagni e delle perdite nei confronti del socio d’opera nella società semplice e la quota spettante al socio d’opera nel caso di fusione societaria.
Il principio di equità è altresì richiamato da numerose, ulteriori disposizioni: così, l’art. 2, comma 2, lettera e), del menzionato codice del consumo riconosce il diritto “all’equità nei rapporti contrattuali” come diritto fondamentale del consumatore; l’art. 7, comma 1, d. lgs. 9 ottobre 2002, n. 231 (sul ritardo di pagamento nelle transazioni commerciali) commina la sanzione della nullità all’accordo sulla data del pagamento o sulle conseguenze del ritardato pagamento che risulti “gravemente iniquo” in danno del creditore; l’art. 493 cod. nav. prevede l’erogazione di un indennizzo equitativo a chi abbia effettuato il salvataggio di persone in mare.
Dalle previsioni che precedono scaturisce un concetto di equità che racchiude in sé due caratteristiche.
La prima è l’essere essa uno strumento di adattamento della legge al caso concreto. La norma giuridica infatti, in quanto astratta, non può mai prevedere tutte le ipotesi concretamente verificabili: il che si designa con la tradizionale affermazione secondo la quale l’equità sarebbe la regola del caso concreto, individuata non attraverso un’interpretazione o estrapolazione del testo della legge, ma dello spirito di quest’ultima, inteso quale regola di adeguatezza della fattispecie astratta al caso sub iudice. Ma l’adattamento dell’ordinamento al caso concreto, attraverso la creazione di una regola ad hoc in difetto della quale pretese meritevoli di tutela resterebbero insoddisfatte (com’è per gli artt. 1226, 1374 e 2056 cod. civ.) non esaurisce il senso ed il contenuto della nozione di equità.
Essa – ed è la caratteristica che viene qui specificamente in rilievo – ha anche la funzione di garantire l’intima coerenza dell’ordinamento, assicurando che casi uguali non siano trattati in modo diseguale, o viceversa: sotto questo profilo l’equità vale ad eliminare le disparità di trattamento e le ingiustizie. Alla nozione di equità è quindi consustanziale non solo l’idea di adeguatezza, ma anche quella di proporzione. Lo attestano inequivocamente, tra gli altri, gli artt. 1450, 1467, 1733, 1748, 1755, 2045, 2047, 2263 e 2500 quater cod. civ.; che consentono tutti di ristabilire un equilibrio turbato, quindi una “proporzione” tra pretese contrapposte.
Così intesa, l’equità costituisce strumento di eguaglianza, attuativo del precetto di cui all’art. 3 Cost., perché consente di trattare i casi dissimili in modo dissimile, ed i casi analoghi in modo analogo, in quanto tutti ricadenti sotto la disciplina della medesima norma o dello stesso principio.
Equità, in definitiva, non vuoi dire soltanto “regola del caso concreto”, ma anche “parità di trattamento. Se, dunque, in casi uguali non è realizzata la parità di trattamento, neppure può dirsi correttamente attuata l’equità, essendo la disuguaglianza chiaro sintomo della inappropriatezza della regola applicata.
Ciò è tanto più vero quando, come nel caso del danno non patrimoniale, ontologicamente difetti, per la diversità tra l’interesse leso (ad esempio, la salute o l’integrità morale) e lo strumento compensativo (il denaro), la possibilità di una sicura commisurazione della liquidazione al pregiudizio areddituale subito dal danneggiato; e tuttavia i diritti lesi si presentino uguali per tutti, sicché solo un’uniformità pecuniaria di base può valere ad assicurare una tendenziale uguaglianza di trattamento, ad un tempo sintomo e garanzia dell’adeguatezza della regola equitativa applicata nel singolo caso, salva la flessibilità imposta dalla considerazione del particulare.
3.2.3.-. La regola della proporzione, intesa quale parità di trattamento, è già stata affermata in numerose occasioni sia dalla Corte costituzionale che dalla Corte di cassazione, con riferimento alla liquidazione del danno biologico.
Nella motivazione della sentenza 14 luglio 1986, n. 184, la Consulta chiarì che nella liquidazione del danno alla salute il giudice deve combinare due elementi: da un lato una “uniformità pecuniaria di base”, la quale assicuri che lo stesso tipo di lesione non sia valutato in maniera del tutto diversa da soggetto a soggetto; dall’altro elasticità e flessibilità, per adeguare la liquidazione all’effettiva incidenza della menomazione sulle attività della vita quotidiana.
Il criterio della compresenza di uniformità e flessibilità è stato condiviso da questa Corte, la quale ha ripetutamente affermato che nella liquidazione del danno biologico il giudice del merito deve innanzitutto individuare un parametro uniforme per tutti, e poi adattare quantitativamente o qualitativamente tale parametro alle circostanze del caso concreto.
In definitiva la liquidazione equitativa dei danni alla persona deve evitare due estremi:
da un lato, che i criteri di liquidazione siano rigidamente fissati in astratto e sia sottratta al giudice qualsiasi seria possibilità di adattare i criteri legali alle circostanze del caso concreto (in questo modo l’ordinamento garantirebbe sì la massima uguaglianza, oltre che la prevedibilità delle decisioni, ma impedirebbe nello stesso tempo un’adeguata personalizzazione del risarcimento);
– dall’altro, che il giudizio di equità sia completamente affidato alla intuizione soggettiva del giudice, al di fuori di qualsiasi criterio generale valido per tutti i danneggiati a parità di lesioni (sarebbe, infatti, bensì teoricamente assicurata un’adeguata personalizzazione del risarcimento, ma verrebbe meno la parità di trattamento e, con essa, la prevedibilità dell’esito del giudizio, costituente uno dei più efficaci disincentivi alle liti giudiziarie).
Il conseguimento di una ragionevole equità nella liquidazione del danno deve perciò ubbidire a due principi che, essendo tendenzialmente contrapposti (la fissazione di criteri generali e la loro adattabilità al caso concreto), non possono essere applicati in modo “puro”. Il contemperamento delle due esigenze di cui si è detto richiede sistemi di liquidazione che associno all’uniformità pecuniaria di base del risarcimento ampi poteri equitativi del giudice, eventualmente entro limiti minimi e massimi, necessari al fine di adattare la misura del risarcimento alle circostanze del caso concreto.
Non sarebbe infatti possibile ritenere rispettata la regola di uguaglianza per il solo fatto che i criteri standard per la liquidazione del danno non patrimoniale risultino uniformi per le controversie decise dal medesimo ufficio giudiziario o dal medesimo giudice; e costituirebbe una contradictio in adiecto l’affermare che l’equità in linea di principio esige (anche) parità di trattamento e l’accettare poi che tale parità possa appagarsi di un’uniformità solo locale. La circostanza che lesioni della stessa entità, patite da persone della stessa età e con conseguenze identiche, siano liquidate – come sopra s’è rilevato – in modo fortemente difforme non può ritenersi una mera circostanza di fatto, come tale indeducibile al cospetto della Corte di cassazione e da questa incensurabile; deve, al contrario, apprezzarsi come violazione della regola di equità, per come sopra ricostruita, in quanto tale soggetta al giudizio di legittimità: come l’”equità-adeguatezza” costituisce esclusivo appannaggio del giudice di merito quale organo giudicante chiamato ad apprezzare tutte le peculiarità del caso concreto, sicché quell’apprezzamento è incensurabile in sede di legittimità se correttamente motivato, così spetta alla Corte di cassazione stabilire quali siano i criteri generali cui i giudici di merito devono attenersi nel loro delicato ufficio per far sì, da un lato, che l’equità non rischi di trasmodare in involontario arbitrio e, dall’altro, che cessi finalmente l’insopportabile disparità di trattamento tra cittadino e cittadino.
È dunque possibile affermare che:
a) intesa l’equità anche come parità di trattamento, non può essere sottratta al sindacato in sede di legittimità la corretta applicazione da parte del giudice del merito delle regole di equità di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c., come sopra ricostruite;
b) il rispetto dei principi di adeguatezza e di proporzione di cui si è detto presuppone l’adozione di un parametro di liquidazione uniforme, che possa essere modulato a seconda delle circostanze del caso concreto;
c) poiché, ai sensi dell’art. 65 dell’Ordinamento giudiziario approvato con r.d. 30 gennaio 1941, n. 12, è compito della Corte di cassazione assicurare l’esatta osservanza, “l’uniforme interpretazione della legge” e “l’unità del diritto oggettivo nazionale”, non esula dai suoi poteri-doveri quello di dettare i criteri necessari affinché sia garantita l’interpretazione uniforme delle menzionate disposizioni normative, riguardate come affermative anche del principio della parità di trattamento.
La correttezza della conclusione in ordine al potere della Corte di dettare valori medi di riferimento per la stima del danno alla persona a seguito dell’operata interpretazione dell’art. 1226 cod. civ. è avallata dall’art. 3 Cost. che, imponendo la parità di trattamento tra i cittadini, non consente interpretazioni della legge che quella parità violino proprio in materia di diritti fondamentali; dall’art. 32 Cost. che, proclamando solennemente la inviolabilità del diritto alla salute, non sarebbe coerentemente applicato se il ristoro del danno derivato dalla sua lesione ubbidisse a diversi criteri in relazione alla localizzazione del giudice competente; dal novellato art. 111, comma 2, Cost., volta che la prevedibilità delle decisioni giudiziarie, garantita dall’esistenza di un minimo comune denominatore dell’equità risarcitoria, è il principale strumento in grado di deflazionare il contenzioso, smorzando da un lato appetiti indebiti, dall’altro resistenze ingiustificate.
Questa Corte del resto, nella parte in cui ha ammesso, sia pure sotto il profilo del vizio di motivazione, che la liquidazione equitativa compiuta dal giudice di merito possa essere sindacata se incongrua e quindi “sproporzionata” rispetto al caso concreto, ha in qualche modo già riconosciuto quanto si è venuti fin qui dicendo; che, cioè, l’equità è anche “proporzione” e che non possono essere accettate liquidazioni equitative che si discostino da un minimo comune denominatore dell’equità risarcitoria (cfr., tra le tante, Cass. 12 dicembre 2008, n. 21191; 28 novembre 2008, n. 28407; 29 settembre 2005, n. 19171; 3 agosto 2005, n. 16225; 23 febbraio 2005, n. 3766; 21 maggio 1996, n. 4671).
3.2.4.- Va dunque stabilito quale il comune denominatore sia e, prim’ancora, se per i danni alla salute che abbiano causato soltanto postumi temporanei, ovvero postumi permanenti pari o inferiori al 9% della complessiva validità dell’individuo, si debba o no operare l’applicazione analogica dell’art. 139 del codice delle assicurazioni, dettato per il ristoro dei danni alla persona causati da sinistri stradali.
Tre linee di pensiero si contendono il campo.
La prima, favorevole all’applicazione analogica, si basa sul rilievo che tra lesioni derivanti dalla circolazione stradale e lesioni derivanti da altre cause non v’è altra differenza che il mezzo col quale le lesioni sono state inferte; e proclama tale differenza giuridicamente irrilevante, salva la valutazione di conformità della disposizione citata alla Costituzione nella parte in cui pone un tetto alla personalizzazione del danno e rende potenzialmente inadeguata la somma complessivamente riconoscibile a titolo di risarcimento (la Corte costituzionale, investita dal giudice di pace di Torino della relativa questione di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 2, 3, 24 e 76 Cost., l’ha dichiarata manifestamente inammissibile con ordinanza 28 aprile 2011, n. 157 per ravvisate carenze di prospettazione da parte del giudice di pace a quo).
La seconda, contraria all’applicazione analogica, fa leva sulla collocazione della disposizione nel “Codice delle assicurazioni private” e, in particolare, nel “Titolo X: Assicurazione obbligatoria per i veicoli a motore e i natanti”, e sulla ratio legis, volta a dare una risposta settoriale al problema della liquidazione del danno biologico al fine del contenimento dei premi assicurativi,
specie se si considera che, nel campo della r.c.a., i costi complessivamente affrontati dalle società di assicurazione per l’indennizzo delle cosiddette micropermanenti sono di gran lunga superiori a quelli sopportati per i risarcimenti da lesioni comportanti postumi più gravi.
La terza linea di pensiero si fonda sul riferimento del codice delle assicurazioni al solo danno “biologico”, sicché resterebbero comunque estranei all’ambito applicativo della disposizione in commento i pregiudizi di carattere non patrimoniale consistenti nelle sofferenze fisiche o psichiche patite dalla vittima (il “vecchio” danno morale), che sarebbero indennizzabili, anche in ambito di r.c.a., mediante il riconoscimento di una somma ulteriore a titolo di personalizzazione del risarcimento.
La corretta soluzione è la seconda, fondata su considerazioni che questa Corte considera preclusive di un’applicazione analogica: per i postumi di lieve entità non connessi alla circolazione varranno dunque i criteri di cui al paragrafo successivo, indipendentemente dalla gravita dei postumi (inferiori o superiori al 9%), e non quelli posti dall’art. 139 del codice delle assicurazioni.
Quanto ai postumi di lieve entità derivati invece da lesioni verificatesi per sinistri stradali, il citato art. 139 va applicato in linea coi principi enunciati dalle Sezioni unite del 2008, le quali (al paragrafo 4.9 delle sentenze più volte citate) hanno affermato: che costituisce componente del danno biologico “ogni sofferenza fisica o psichica per sua natura intrinseca”; che determina dunque duplicazione del risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale inteso come turbamento dell’animo e dolore intimo; che il giudice che si avvalga delle note tabelle dovrà procedere ad un’adeguata personalizzazione del risarcimento al fine di indennizzare le sofferenze fisiche o psichiche patite dal soggetto leso.
Ora, l’art. 139, comma 2, cod. assic., stabilendo che “per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medicolegale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato …”, ha avuto riguardo ad una concezione del danno biologico anteriore alle citate sentenze del 2008, nel quale il limite della personalizzazione – costituente la modalità attraverso la quale, secondo le Sezioni unite, è possibile riconoscere le varie “voci del danno biologico nel suo aspetto dinamico” – è fissato dalla legge: e lo è in misura non superiore ad un quinto.
Quante volte, dunque, la lesione derivi dalla circolazione di veicoli a motore e di natanti, il danno non patrimoniale da micro permanente non potrà che essere liquidato, per tutti i pregiudizi areddituali che derivino dalla lesione del diritto alla salute, entro i limiti stabiliti dalla legge mediante il rinvio al decreto annualmente emanato dal Ministro delle attività produttive (ex art. 139, comma 5), salvo l’aumento da parte del giudice, “in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato” (art. 139, comma 3).
Solo entro tali limiti il collegio ritiene di poter condividere il principio enunciato da Cass. 17 settembre 2010, n. 19816, che ha accolto il ricorso in un caso nel quale il risarcimento del danno “morale” era stato negato sul presupposto che la tabella normativa non ne prevede la liquidazione.
3.2.5.- In un sistema caratterizzato da divergenti applicazioni del concetto di equità, la Corte di cassazione è dunque chiamata ad effettuare un’opzione tra i tanti criteri concretamente adottati dalla giurisprudenza. Criteri che si pongono tutti su un piano di pari dignità concettuale e che costituiscono il frutto degli spontanei, lodevoli e spesso assai faticosi sforzi dei giudici di merito volti al perseguimento, in ambito necessariamente locale, degli stessi scopi che si intende ora realizzare sul piano nazionale.
Il criterio della media aritmetica, al quale vien fatto immediatamente di pensare e che in teoria consentirebbe di indicare come equo un valore rispetto al quale le liquidazioni previgenti presentano il minore scostamento in termini assoluti, trova molteplici e determinanti controindicazioni.
La prima è che la media sarebbe arbitrariamente effettuata tra valori con pesi ponderali assai diversi. Ignoto sostanzialmente essendo il numero delle precedenti decisioni alle quali ciascun ufficio giudiziario ha fatto riferimento per elaborare le proprie tabelle, sta il fatto che ogni ufficio ha un suo proprio organico di magistrati, che il numero dei casi decisi è profondamente diverso tra i vari tribunali, che gli ambiti territoriali dei vari circondari e distretti presentano marcatissime differenze, così come il numero degli abitanti e quello degli avvocati in ognuno di essi operanti. Sarebbe, così, privo di qualsiasi senso logico fare una media, considerando paritetica l’incidenza dei valori indicati in ciascuna tabella, fra quelle elaborate da tribunali cui siano addetti poche decine di giudici e quelle adottate presso uffici giudiziari dove operino diverse centinaia di magistrati. Difettano, del pari, indici di sicura attendibilità al fine dell’attribuzione di pesi ponderali diversificati.
La seconda controindicazione è insita nel rilievo che una media è possibile solo tra valori aritmetici e non anche tra criteri di liquidazione, spesso non omogenei.
La terza controindicazione è costituita dalla inopportunità che la Corte di legittimità contrapponga una propria scelta a quella già effettuata dai giudici di merito di ben sessanta tribunali, anche di grandi dimensioni (come, ad esempio, Napoli) che, al di là delle diversità delle condizioni economiche e sociali dei diversi contesti territoriali, hanno posto a base del calcolo medio i valori di riferimento per la liquidazione del danno alla persona adottati dal Tribunale di Milano, dei quali è dunque già nei fatti riconosciuta una sorta di vocazione nazionale.
Essi costituiranno d’ora innanzi, per la giurisprudenza di questa Corte, il valore da ritenersi “equo”, e cioè quello in grado di garantire la parità di trattamento e da applicare in tutti i casi in cui la fattispecie concreta non presenti circostanze idonee ad alimentarne o ridurne l’entità.
Consta, d’altronde, che anche delle menzionate diversità l’Osservatorio sulla giustizia civile del Tribunale di Milano ha tenuto conto allorché, a seguito di un dibattito al quale hanno partecipato giudici ed avvocati (taluni anche fiduciari di importanti compagnie assicurative), il 25 giugno 2009 ha adottato la nuova tabella, significativamente denominata – in ossequio ai principi enunciati dalle sezioni unite del 2008, dunque considerati, in una alle conseguenze macroeconomiche delle decisioni assunte, in termini di costi e benefici sia sociali che assicurativi – non più “Tabella per la liquidazione del danno biologico”, bensì “Tabella per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione all’integrità psico-fisica”, di recente aggiornata (il 23.3.2011) in riferimento alle variazioni del costo della vita accertate dall’I.S.T.A.T. nel periodo 1.1.2009 – 1.1.2011.
Sono stati contestualmente approvati i nuovi “Criteri orientativi per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione all’integrità psico-fisica e dalla perdita/grave lesione del rapporto parentale”, ai quali pure occorrerà fare riferimento, anche per quanto attiene alla personalizzazione del risarcimento.
3.2.6.- Va qui chiarito che l’avere assunto, con operazione di natura sostanzialmente ricognitiva, la tabella milanese a parametro in linea generale attestante la conformità della valutazione equitativa del danno in parola alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056, primo comma, cod. civ. non comporterà la ricorribilità in cassazione, per violazione di legge, delle sentenze d’appello che abbiano liquidato il danno in base a diverse tabelle per il solo fatto che non sia stata applicata la tabella di Milano e che la liquidazione sarebbe stata di maggiore entità se fosse stata effettuata sulla base dei valori da quella indicati.
Perché il ricorso non sia dichiarato inammissibile per la novità della questione posta non sarà infatti sufficiente che in appello sia stata prospettata l’inadeguatezza della liquidazione operata dal primo giudice, ma occorrerà che il ricorrente si sia specificamente doluto in secondo grado, sotto il profilo della violazione di legge, della mancata liquidazione del danno in base ai valori delle tabelle elaborate a Milano; e che, inoltre, nei giudizi svoltisi in luoghi diversi da quelli nei quali le tabelle milanesi sono comunemente adottate, quelle tabelle abbia anche versato in atti.
In tanto, dunque, la violazione della regola iuris potrà essere fatta valere in sede di legittimità ex art. 360, n. 3, cod. proc. civ. in quanto la questione sia stata specificamente posta nel giudizio di merito (come accaduto nel caso di specie).
4.- La Carige Assicurazioni si duole col ricorso incidentale di essere stata ritenuta obbligata al pagamento di rivalutazione ed interessi, senza adeguata motivazione che ne ponesse in luce il colpevole ritardo nell’adempimento, “al di là della somma costituente il già corrisposto massimale”.
4.1.- La censura è inammissibile per difetto di interesse.
Presupposto ne sarebbe che la società assicuratrice (allora Norditalia) fosse stata effettivamente condannata al pagamento, per interessi e maggior danno da svalutazione, oltre i limiti del già versato massimale di L. 1.000.000.000. Ebbene, non solo così non è, ma la corte d’appello ha espressamente detto infondata la relativa domanda del P., dichiarando poi in dispositivo che il medesimo era stato completamente risarcito con la riscossione della somma suddetta.
5.- Conclusivamente, accolti il primo e, per quanto di ragione, il secondo motivo del ricorso principale, va rigettato il ricorso incidentale del R. e dichiarato inammissibile quello della Carige.
La sentenza è cassata in relazione alle censure accolte con rinvio alla stessa corte d’appello in diversa composizione, che deciderà in base ai seguenti principi di diritto:
“a) il principio secondo il quale, in tema di scontro tra veicoli e di applicazione dell’art. 2054 c.c., l’accertamento in concreto della colpa di uno dei conducenti non comporta di per sé il superamento della presunzione di colpa concorrente dell’altro non può essere inteso nel senso che, anche quando questa prova non sia in concreto possibile e sia positivamente accertata la responsabilità di uno dei conducenti per avere tenuto una condotta in sé del tutto idonea a cagionare l’evento, l’apporto causale colposo dell’altro conducente debba essere, comunque, in qualche misura riconosciuto;
b) poiché l’equità va intesa anche come parità di trattamento, la liquidazione del danno non patrimoniale alla persona da lesione dell’integrità psico-fisica presuppone l’adozione da parte di tutti i giudici di merito di parametri di valutazione uniformi che, in difetto di previsioni normative (come l’art. 139 del codice delle assicurazioni private, per le lesioni di lieve entità conseguenti alla sola circolazione dei veicoli a motore e dei natanti), vanno individuati in quelli tabellari elaborati presso il tribunale di Milano, da modularsi a seconda delle circostanze del caso concreto”.
Al giudice del rinvio è demandata anche la regolazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE

riunisce i ricorsi, accoglie il primo e, per quanto di ragione, il secondo motivo del ricorso principale, rigetta il ricorso incidentale del R. e dichiara inammissibile quello della Carige Assicurazioni, cassa in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese, alla corte d’appello di Bari in diversa composizione.

 

 

Anche la Banca è responsabile della condotta dei dipendenti (Cass. 10748/11)

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 24 febbraio – 16 maggio 2011, n. 10748

Presidente Schettino – Relatore Bertuzzi

Svolgimento del processo

 Con decreto del 22 maggio 2003 il Ministero dell’Economia e delle Finanze irrogava, su proposta della Consob, alla Banca Popolare di Milano, con facoltà di regresso verso i responsabili, sanzioni pecuniarie per le violazioni dell’art. 21, comma 1 lett. e) e lett. a), d.lgs. n. 58 dei 1998, in relazione alla condotta dei loro dipendenti G.P. e L.P., il primo preposto a capo del negozio finanziario XXXXXXX e la seconda dipendente pari lime dell’ufficio titoli, a cui venivamo contestate irregolarità nel rapporto con la clientela ed il mancato rispetto dell’obbligo di separazione patrimoniale. In particolare, gli addebiti contestati consistevano, per il G. , nell’avere fornito alla clientela, in sede di negoziazione di titoli, valorizzazioni da lui elaborate manualmente su carta intestata della Banca e non in linea con le quotazioni di mercato, senza avvalersi dei dati risultanti dal sistema informatico della banca e senza rappresentare il rischio relativo alle operazioni aperte, nel non avere provveduto, in occasione della vendita di opzioni put su Dax, alle prescritte marginazioni a garanzia dei clienti e nell’avere disposto la vendita di titoli appartenenti a clienti con accredito su conti non riconducigli al titolare del deposito conto titoli e trasferito ingiustificatamente titoli tra depositi intestati a conti diversi, e, quanto alla L., nell’avere dato corso, senza attività istruttoria e verifica documentale, all’ordine del G., di cui era la moglie, a cinque trasferimenti di titoli in favore del conto V./L., intestato allo zio G..L., che per tale motivo aveva proposto reclamo alla banca. Avverso tale decreto G.P. e L.P. proposero opposizione dinanzi alla Corte di appello di Milano, assumendo, tra l’altro, la nullità del decreto per violazione del diritto di difesa e difetto di prova documentale e comunque l’insussistenza delle violazioni contestate.

Con decreto dei 13 marzo 2005, il giudice adito, dopo avere riconosciuto la legittimazione attiva dei ricorrenti alla opposizione, respinse l’impugnativa, osservando che il procedimento amministrativo non aveva consumato alcuna violazione del diritto di difesa, che la questione della asserita mancanza di prova documentale concerneva il merito della fondatezza della pretesa sanzionatola e che le prove raccolte dimostravano la sussistenza degli addebiti. Per la cassazione di questa decisione, ricorrono, con atto notificato il 26 luglio 2005, G.P. e L.P., articolando sei motivi.. Resistono con distinti controricorsi il Ministero dell’Economia e delle Finanze, la Commissione Nazionale per la società e la Borsa, che propone anche ricorso incidentale, affidato ad un unico motivo, e la Banca Popolare di Milano.

 Motivi della decisione

 1. Preliminarmente va disposta la riunione dei ricorsi ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., in quanto proposti avverso il medesimo provvedimento.

2. Va quindi esaminato per primo il ricorso incidentale della Consob, che pone una questione pregiudiziale, in grado, se accolta, di definire il giudizio. Con l’unico motivo di ricorso incidentale viene denunziata la violazione degli artt. 97 e 113 Cost., 81 e 100 cod. proc. civ., 6 e 22 legge n. 689 del 1981, 195 d.lgs. n. 58 del 1998, tonsurando la decisione impugnata nella parte in cui ha riconosciuto la legittimazione ad agire dei ricorrenti, nonostante che l’ingiunzione fosse stata emessa non nei loro confronti ma nei riguardi della Banca popolare di Milano, assumendo che la loro responsabilità in via di regresso nei confronti di quest’ultima è solo eventuale e comunque non giustifica il riconoscimento di un interesse e di una legittimazione ad agire in loro favore nei confronti dell’ingiunzione.

Il motivo è infondato.

Risolvendo le incertezze mostrate sul punto, la questione posta dalla difesa erariale risulta infatti definitivamente risolta dall’arresto delle Sezioni unite di questa Corte, che il Collegio condivide, secondo cui in tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, l’obbligatorietà dell’azione di regresso prevista dall’art. 195, comma 9, d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, nei confronti del responsabile della violazione, comporta, anche in ragione dell’efficacia che nel relativo giudizio è destinata a spiegare la sentenza emessa nei confronti della società o dell’ente cui appartiene, che, anche qualora l’ingiunzione di pagamento sia emessa soltanto nei confronti della persona giuridica, alla persona fisica autrice della violazione dev’essere riconosciuta un’autonoma legittimazione ad opponendum, che le consenta tanto di proporre separatamente opposizione quanto di spiegare intervento adesivo autonomo nel giudizio di opposizione instaurato dalla società o dall’ente, configurandosi in quest’ultimo caso un litisconsorzio facoltativo e potendosi nel primo caso evitare uri contrasto di giudicati mediante l’applicazione delle ordinarie regole in tema di connessione e riunione di procedimenti (Cass. S.U. n. 20929 del 2009).

3. Passando all’esame del ricorso principale, il primo motivo, che denunzia violazione di legge ed in particolare dei diritto di difesa, censura la sentenza impugnata per non avere affermato che i ricorrenti non avevano avuto la possibilità di articolare compiutamente le loro difese atteso che gli unici atti del procedimento di cui avevano potuto prendere visione era stata la relazione dell’ufficio di vigilanza della Consob e la nota con la quale la Banca aveva inviato segnalazione delle irregolarità alla stessa Consob, infarcite di omissis e quindi incomplete. La decisione della Corte d’appello sul punto, secondo cui tale incompletezza non è causa di nullità dell’ingiunzione opposta, potendo al più riverberarsi sulla sufficienza degli elementi di prova posti a fondamento della pretesa sanzionato è errata, perché in discussione non è il fatto che le prove fossero o meno sufficienti ai fini della dimostrazione degli addebiti, quanto che i ricorrenti non sono stati posti in condizione di conoscere tutta la documentazione che ha portato l’Istituto di vigilanza a formulare la proposta ai Ministro di emettere la sanzione amministrativa.

Il motivo è infondato.

La natura impugnatoria del procedimento di opposizione a sanzione amministrativa comporta che l’oggetto del relativo giudizio resti delimitato, da una palle, dai fatti addotti dai provvedimento opposto a motivo dell’irrogazione della sanzione, dall’altra, dai motivi della opposizione.

L’Amministrazione, infatti, non può addurre a sostegno della propria pretesa fatti diversi da quelli posti a base dell’ingiunzione, né il contravventore può addurre a sua difesa fatti nuovi che non abbia tempestivamente addotto nell’atto di opposizione; né, va aggiunto, il giudice può addurre a sostegno della decisione fatti diversi da quelli indicati dall’Amministrazione ovvero dall’opponente. Ne consegue che il diritto di difesa in giudizio del destinatario della sanzione appare circoscritto, quanto ai fondamenti dell’illecito, alla confutazione dei fatti indicati nell’atto di ingiunzione ovvero alla deduzione di altri fatti in grado di paralizzarne la validità ed efficacia. L’omessa indicazione nel provvedimento di atti o falli diversi non si riverbera pertanto sul diritto della parte di difendersi, ma soltanto sul giudizio circa l’adeguatezza delle ragioni poste a sostegno dell’ingiunzione e della loro dimostrazione fattuale. Correità appare pertanto la valutazione sul punto operata dai giudice territoriale, che ha ritenuto che tale eventuale omissione non integri causa di invalidità dell’atto, ma rimandi al giudizio di merito sulla fondatezza degli addebiti, escludendo per tale via alcuna lesione del diritto di difesa.

Il secondo motivo di ricorso denunzia carenza di motivazione, assumendo che il decreto impugnato non ha motivato il rigetto del motivo di impugnativa che deduceva la nullità dell’ingiunzione perché non fondata su prova scritta.

Il mezzo è infondato.

Il decreto della Corte di appello che decide sulle opposizioni alle sanzioni irrogate per violazione della legge in materia di intermediazione finanziaria è impugnabile, atteso il suo contenuto decisorio, in mancanza di una espressa previsione di impugnabilità per cassazione, esclusivamente con il ricorso straordinario per cassazione ex art. Ili della Costituzione, mezzo col quale (prima della riforma dell’art. 360 cod. proc. civ. introdotta dal d.lgs. n. 40 del 2006, qui non applicabile) possono essere fatte valere violazioni di norme di diritto sostanziale o processuale, quindi anche la totale carenza o la mera apparenza della motivazione, restando invece esclusa l’ammissibilità di ogni sindacato in ordine alla congruità ed alla adeguatezza della motivazione (Cass. n. 3157 del 2006; Cass. n. 6934 del 2004; Cass. n. 135971 del 1999). Tanto precisato, si osserva che sul punto sollevato dal motivo la Corte di appello ha motivato la propria statuizione di rigetto, osservando che nessuna norma di legge stabilisce, a pena di nullità, che l’ingiunzione emessa ai sensi dell’art. 195 d.lgs. n. 58 del 1998 debba fondarsi su prova scritta, essendo pienamente ammissibile, ad esempio, la prova per presunzioni, Ciò è sufficiente a respingere il motivo, mentre gli altri rilievi critici svolti dal ricorso, che investono non già l’esistenza, bensì la sufficienza e congruità della motivazione data dal giudice territoriale, non possono che considerarsi inammissibili, non essendo consentito in questa sede alcun sindacato in proposito.

Il terzo motivo di ricorso denunzia violazione di legge e carenza assoluta di motivazione, censurando la decisione impugnata per avere ritenuto il G. responsabile delle irregolarità consistite nella mancata macinazione e nella redazione manuale delle valorizzazioni consegnate ai clienti. Quanto al primo addebito, il ricorso sostiene che la motivazione della Corte di appello è del tutto insussistente ed apparente, per non avere considerato che la redazione manuale era necessaria in quanto l’operazione di marginazione non era contenuta nel programma di software a disposizione della Banca, di cui egli era solo un fruitore, aggiungendo che il giudicante si è inoltre basato su un dato falso, che cioè il G. avesse già in precedenza, nell’anno 2000, sperimentato già quel programma e, quindi, ne conoscesse le mancanze.

Quanto all’addebito relativo alle valorizzazioni personali dei titoli, la decisione è invece carente in, quanto non precisa se tali valorizzazioni erano errate, ma si limita ad affermare che esse non potevano essere fornite alla clientela, avendo una destinazione solo interna. Anche questo motivo è infondato.

La Corte di appello ha respinto le difese della parte sul punto affermando che le valorizzazioni operate dal G. costituivano violazione degli obblighi concernenti in rapporto con la clientela, in quanto esse “rappresentavano ai clienti, senza lasciare tracce informatiche negli archivi della banca, consistenze patrimoniali non in linea con le quotazioni di mercato” e che, in particolare, le obbligazioni “zero coupon” a lunga scadenza venivano valorizzate al valore nominale, nonostante che il prezzo di realizzo fosse notevolmente inferiore, e che il rischio relativo alle operazioni aperte non veniva adeguatamente evidenziato; con riguardo alla mancata marginazione, necessaria in caso di negoziazione di opzioni al fine di costituire un margine di garanzia, alla operazione, il giudicante ha invece rilevato che il comportamento del ricorrente integrava una violazione del generale dovere di diligenza prescritto dall’art. 21 d.lgs. n. 58 del 1998, atteso che essa non consentiva di rilevare il rischio di tali operazioni aperte, aggiungendo che nessun rilievo a tal fine poteva esercitare la mancata inclusione della marginazione nella procedura informatica utilizzata, atteso che a tale mancanza, che l’interessato peraltro già conosceva per avere utilizzato il programma software già nei 2000, il G. avrebbe dovuto comunque ovviare adottando iniziative idonee. La censura di carenza di motivazione non può pertanto essere accolta. La censura di violazione di legge è invece inammissibile, non indicando il motivo né la norma di legge che sarebbe stata violata, né le ragioni per cui la decisione impugnata sarebbe incorsa in tale violazione.

Il quarto motivo di ricorso denunzia violazione di legge e carenza assoluta di motivazione, censurando la decisione impugnata per avere ritenuto il G. responsabile dell’irregolarità consistita nella violazione dell’obbligo di separazione patrimoniale. Ad avviso del ricorso il ragionamento svolto sul punto dal giudice territoriale non è per nulla chiaro e si traduce nel vizio di inesistenza della motivazione. La Corte di appello, infatti, a sostegno del proprio giudizio, afferma che il ricorrente non ha fornito prova della insussistenza degli indizi a suo carico, senza considerare che le operazioni contestate risultavano compiute sul conto corrente intestato a Pa.La., zio del ricorrente, che vi aveva prestato consenso.

Anche questo motivo è infondato.

Il decreto impugnato, dopo avere ricostruito in dettaglio le operazioni poste in essere dal ricorrente senza autorizzazione sui conti correnti dei clienti, osserva che tali operazioni avevano interessato conti correnti non intestati ma nella disponibilità del G. medesimo e che esse, nella loro materialità, non erano state contestate dall’opponente, che si era difeso sostenendo che si sarebbe trattato di operazioni di mero storno. Questa difesa non è però stata accolta, essendosi rilevato che le operazioni in questione avevano ad oggetto trasferimenti di titoli ed avevano prodotto effetti finanziari reali sui conti dei clienti interessati. Via quindi ritenuto fondato l’addebito, non avendo il ricorrente fornito alcuna prova che tali operazioni erano state autorizzate dai clienti e poste in essere con il loro consenso.

Il vizio di nullità della pronuncia per insussistenza della motivazione non appare pertanto fondato.

Inammissibile è invece la censura di violazione di legge, che non appare sostenuta dalla specifica indicazione delle norma di legge violate né delle ragioni per cui la decisione impugnata sarebbe incorsa in tale violazione. Con il quinto motivo il ricorso lamenta violazione di legge e carenza, assoluta di motivazione, censurando la decisione impugnata per avere ritento la L. responsabile della violazione di cui all’art. 21 d.lgs. n. 58 del 1998 in relazione a cinque trasferimento di titoli conti intestati a persone diverse dai titolari, nonostante che la stessa fosse una. semplice impiegata part time e come tale si fosse limitata ad eseguire gli ordini di trasferimento. Si assume al riguardo che la motivazione di tale statuizione è solo apparente, avendo il giudice ritenuto la responsabilità della opponente sulla base della semplice presunzione di colpa, senza stabilire se essa fosse stata o meno partecipe dell’azione illegittima e senza valorizzare a tal fine che la L. aveva dato esecuzione solo alle operazioni in entrata dei titoli e non anche a quelle in uscita ed aveva utilizzato il suo codice identificativo. Il decreto impugnato, inoltre, non precisa perché l’interessata, considerata la natura esecutiva delle sue incombenze, avrebbe dovuto astenersi dal compiere le operazioni di cui si tratta.

Anche questo motivo è infondato.

La Corte di appello ha giustificato al propria conclusione in ordine alla partecipazione della L. alla violazione contestata osservando che la stessa interessata aveva riconosciuto di avere provveduto all’esecuzione delle operazioni di trasferimento e che tali operazioni erano state dalla stessa poste in essere senza che ella fosse stata assegnata a quella mansione dal responsabile dell’ufficio, tanto che la ricorrente, in quei due giorni, aveva sostanzialmente eseguito unicamente le operazioni disposte dal marito, aggiungendo che in materia di sanzioni amministrative l’art. 3 della legge n. 689 del 1981 dichiara sufficiente, ai fini della ricorrenza dell’elemento psicologico, la mera coscienza e volontà della condotta, situazione questa chiaramente sussistente aita luce della considerazione che le operazioni erano state disposte da suo marito e riguardavano trasferimenti su conti intestati a familiari, sicché essa non poteva non rendersi conto dell’anomalia delle operazioni stesse.

Il vizio di nullità della pronuncia per insussistenza della motivazione non appare pertanto fondato, mentre va dichiarata inammissibile la censura di violazione di legge, che non appare sostenuta dalla specifica indicazione delle ragioni per cui la decisione impugnata sarebbe per tale motivo errata.

Il sesto ed ultimo motivo di ricorso denunzia carenza di motivazione e contraddittorietà della decisione impugnata per avere dichiarato inammissibile e quindi non esaminato le deduzioni svolte dai ricorrenti nella memoria di replica del 26 febbraio 2004, non avvedendosi il giudicante che in essa le parti non avevano formulato deduzioni nuove né richiesto nuove istanze di prova.

Il motivo è inammissibile.

La censura ha infatti un contenuto eccessivamente generico, non indicando in modo specifico le deduzioni ed argomentazioni difensive che sarebbero state trascurate dal giudicante. Né tale carenza può ritenersi superata dalla integrale riproduzione nel ricorso della memoria difensiva, atteso che il vizio di carenza di motivazione impone alla parte di specificare in modo preciso e compiuto i temi di confronto che si assumono trascurati dal giudice di merito, onere che non può ritenersi adeguatamente assolto mediante la riproduzione dell’intero atto difensivo, implicando l’esame della censura in questo caso un’attività di interpretazione e di specificazione delle argomentazioni della parte che non è consentito al giudice di legittimità.

Anche il ricorso principale va pertanto respinto.

4. Le spese di giudizio, liquidate in dispositivo, sono poste a carico dei ricorrenti in via principale, tenuto conto del loro maggior grado di soccombenza, ad eccezione delle spese sostenute dalla Banca popolare di Milano che. atteso il ruolo da essa assunto nella vicenda, si dichiarano interamente compensate.

 P.Q.M.

 riunisce i ricorsi e li rigetta; condanna G.P. e L.P. al pagamento delle spese di giudizio, che liquida complessivamente in Euro 1.900, di cui Euro 200 per spese, in favore del Ministero dell’Economia e delle Finanze e della Consob; compensa invece le spese di giudizio tra i ricorrenti principali e la Banca popolare di Milano.

Incidenti stradali: anche il figlio nato dopo la morte del genitore ha diritto al risarcimento (Cass. 9700/2011)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 5 aprile – 3 maggio 2011, n. 9700

Presidente Filadoro – Relatore Amatucci

Svolgimento del processo

 1.- Il (omissis) M. C. morì per lo scontro della motocicletta sulla quale viaggiava con l’autovettura condotta dal proprietario F.B.

Con sentenza n. 2949 del 2009 il tribunale di Bergamo, decidendo sulle domande risarcitorie dei congiunti, ritenne che l’incidente si fosse verificato per colpa prevalente (75%) del B. e lo condannò, in solido con Ubi Assicurazioni s.p.a., a pagare Euro 159.164,17 a ciascuno dei genitori del defunto, Euro 167.849,06 alla moglie ed Euro 95.738,50 alla sorella, oltre agli accessori.

Escluse invece che potesse riconoscersi il risarcimento (indicato nella misura di Euro 159.164,17) alla figlia del defunto C.E. , in quanto nata il (omissis) , dopo la morte del padre. Ritenne che “ella non potesse essere titolare di alcun diritto al risarcimento in caso di lesione” in quanto priva della capacità giuridica alla data dell’evento dannoso.

2.- La sentenza è stata confermata sul punto dalla corte d’appello di Brescia che, decidendo anche sul gravame di R..M. quale esercente la potestà sulla figlia minore, lo ha respinto sul sostanziale rilievo che “al riconoscimento di un autonomo diritto al risarcimento per la morte di un genitore, avvenuta nel periodo intercorrente tra il concepimento e la nascita, è di ostacolo insormontabile la duplice circostanza dell’inesistenza al momento del sinistro del soggetto danneggiato e della mancanza di una norma specifica che gli attribuisca siffatto diritto, pur subordinato nel suo concreto esercizio all’evento della nascita”.

3.- Avverso la sentenza ricorre per cassazione R.M. nella indicata qualità, affidandosi ad un unico motivo illustrato anche da memoria.

Resiste con controricorso l’Ubi Assicurazioni s.p.a. (già Bpu Assicurazioni s.p.a.).

Non hanno svolto attività difensiva gli altri intimati.

 Motivi della decisione

 1.- Sono dedotte violazione e falsa applicazione degli artt. 462 e 2043 c.c..

Si sostiene che chi sia nato successivamente alla morte del padre può ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali “verificatisi in contemporanea alla nascita o posteriormente a questa”, essendo irrilevante la non contemporaneità fra la condotta dell’autore dell’illecito ed il danno, che ben può verificarsi successivamente, secondo quanto chiarito da Cass. pen. n. 11625 del 2000.

La sentenza è in particolare criticata per essersi allineata al principio enunciato dalla risalente Cass. n. 3467 del 1973 (espressasi nel senso che hanno carattere eccezionale e sono dunque di stretta interpretazione le disposizioni di legge che, in deroga al principio generale dettato dall’art. 1, primo comma, cod. civ., prevedono la tutela dei diritti del nascituro), esplicitamente ritenendo inapplicabile alla fattispecie in esame il più recente indirizzo giurisprudenziale (di cui a Cass. n 10741 del 2009, emessa sulla scia di Cass. nn. 14488 del 2004 e 11503 del 2003, tutte della III sezione civile) “secondo il quale il concepito, pur non avendo una piena capacità giuridica, è comunque un soggetto di diritto, perché titolare di molteplici interessi personali riconosciuti dall’ordinamento sia nazionale che sopranazionale, quali il diritto alla vita, alla salute, all’onore, all’identità personale, a nascere sano; diritti questi rispetto ai quali l’avverarsi della condicio iuris della nascita è condizione imprescindibile per la loro azionabilità in giudizio ai fini risarcitori”.

Si afferma che tali principi sono applicabili anche alla perdita del rapporto parentale.

2.- Il motivo, anche se per ragioni non in tutto coincidenti con quelle prospettate dalla ricorrente, è fondato in relazione all’addotta violazione dell’art. 2043 cod. civ. (non anche dell’art. 462 cod. civ., che attiene alla capacità a succedere ed è dunque del tutto estraneo al caso, concernente una domanda di risarcimento formulata iure proprio dalla figlia nata dopo la morte del padre).

Il collegio ritiene che non si ponga alcun problema relativo alla soggettività giuridica del concepito, non essendo necessario configurarla per affermare il diritto del nato al risarcimento e non potendo, d’altro canto, quella soggettività evincersi dal fatto che il feto è fatto oggetto di protezione da parte dell’ordinamento.

Il diritto di credito è infatti vantato dalla figlia in quanto nata orfana del padre, come tale destinata a vivere senza la figura paterna. La circostanza che il padre fosse deceduto prima della sua nascita per fatto imputabile a responsabilità di un terzo significa solo che condotta ed evento materiale costituenti l’illecito si erano già verificati prima che ella nascesse, non anche che prima di nascere potesse avere acquistato il diritto di credito al risarcimento. Il quale presuppone la lesione di un diritto (o di altra posizione giuridica soggettiva tutelata dall’ordinamento), che nel caso in scrutinio è da identificarsi con il diritto al godimento del rapporto parentale (Cass. nn. 8827 e 8828 del 2003 e Cass., sez. un., n. 26972 del 2008), certamente inconfigurabile prima della nascita. Così come solo successivamente alla nascita si verificano le conseguenze pregiudizievoli che dalla lesione del diritto derivano.

Del rapporto col padre e di tutto quanto quel rapporto comporta la figlia è stata privata nascendo, non prima che nascesse. Prima, esistevano solo le condizioni ostative al suo insorgere per la già intervenuta morte del padre che la aveva concepita, ma la mancanza del rapporto intersoggettivo che connota la relazione tra padre e figlio è divenuta attuale quando la figlia è venuta alla luce.

In quel momento s’è verificata la propagazione intersoggettiva dell’effetto dell’illecito per la lesione del diritto della figlia (non del feto) al rapporto col padre; e nello stesso momento è sorto il suo diritto di credito al risarcimento, del quale è dunque diventato titolare un soggetto fornito della capacità giuridica per essere nato.

Non è revocato in dubbio il nesso di causalità fra illecito e danno, inteso come insieme di conseguenze pregiudizievoli derivate dall’evento (morte del padre), sicché non può disconoscersi il diritto al risarcimento della figlia. La relazione col proprio padre naturale integra, invero, un rapporto affettivo ed educativo che la legge protegge perché è di norma fattore di più equilibrata formazione della personalità. Il figlio cui sia impedito di svilupparsi in questo rapporto ne può riportare un pregiudizio che costituisce un danno ingiusto indipendentemente dalla circostanza che egli fosse già nato al momento della morte del padre o che, essendo solo concepito, sia nato successivamente.

2.1.- Questa corte ha, del resto, già esplicitamente negato, pur se in ipotesi di danno provocato al feto durante il parto, che l’esclusione del diritto al risarcimento “possa affermarsi sul solo presupposto che il fatto colposo si sia verificato anteriormente alla nascita”, definendo erronea la concezione che, al fine del risarcimento del danno extracontrattuale, ritiene “necessaria la permanenza di un rapporto intersoggettivo tra danneggiante e danneggiato”; ed ha concluso che “una volta accertata, quindi, l’esistenza di un rapporto di causalità tra un comportamento colposo, anche se anteriore alla nascita, ed il danno che sia derivato al soggetto che con la nascita abbia acquistato la personalità giuridica, sorge e dev’essere riconosciuto in capo a quest’ultimo il diritto al risarcimento” (così Cass. 22 novembre 1993, n. 11503, sub n. 3 della motivazione; contra, tuttavia, anche se con affermazione meramente assertiva, Cass. 21 gennaio 2011, n. 1410, sub n. 2 della motivazione).

Analogo orientamento è stato espresso, tra le altre, da Cass. 9 maggio 2000, n. 5881, anch’essa concernente un caso di lesione provocata al feto, che ha considerato un errore giuridico il “voler ragionare in termini di acquisto del diritto in rapporto a fatti idonei a determinarlo, però prodottosi prima della nascita, quando nel caso si tratta, per la persona, una volta nata, di non subire inerme una menomazione che, prodottasi durante il completamento della propria formazione anteriore alla nascita, produce i suoi effetti invalidanti rispetto al dispiegarsi della propria individualità di persona che esiste” (così in motivazione, sub 4.1.).

2.2.- Quanto alle modalità di insorgenza del diritto al risarcimento, il caso ora in scrutinio non si differenzia da quello della lesione colposamente cagionata al feto durante il parto, dunque prima della nascita, da cui deriva, dopo la nascita, il diritto del nato al risarcimento per il patito danno alla salute: danno da lesione del diritto alla salute, dunque, e non già del cosiddetto “diritto a nascere sano”, che costituisce soltanto l’espressione verbale di una fattispecie costituita dalla lesione provocata al feto, ma che non è ricognitiva di un diritto preesistente in capo al concepito, che il diritto alla salute acquista solo con la nascita.

Così come, in altro ambito, null’altro che espressiva di una particolare fattispecie è la locuzione “diritto a non nascere se non sano”, alla cui mancanza questa corte ha, in passato (cfr. Cass. 29 luglio 2004, n 14488, seguita da Cass. 14 luglio 2006, n. 16123), correlato la risposta negativa al quesito relativo al se sia configurabile il diritto al risarcimento del nato geneticamente malformato, nei confronti del medico che non abbia colposamente effettuato una corretta diagnosi in sede ecografica ed abbia così precluso alla madre il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, che ella avrebbe in ipotesi domandato.

La diversa costruzione che il collegio ritiene corretta consentirebbe invece, nel caso sopra descritto, una volta esclusa l’esigenza di ravvisare la soggettività giuridica del concepito per affermare la titolarità di un diritto in capo al nato, di riconoscere il diritto al risarcimento anche al nato con malformazioni congenite e non solo ai suoi genitori, come oggi avviene, sembrando del tutto in linea col sistema e con la diffusa sensibilità sociale che sia esteso al feto lo stesso effetto protettivo (per il padre) del rapporto intercorso tra madre e medico; e che, come del resto accade per il padre, il diritto al risarcimento possa essere fatto valere dopo la nascita anche dal figlio il quale, per la violazione del diritto all’autodeterminazione della madre, si duole in realtà non della nascita ma del proprio stato di infermità (che sarebbe mancato se egli non fosse nato).

3.- Diversi sono certamente gli interessi incisi, ma tutti risultano presidiati dalla Costituzione, rispettivamente con gli artt. 32, primo (salute) e secondo comma (autodeterminazione), 29, primo comma (famiglia) e 30, primo comma (rapporto genitori-figli).

La sentenza è conseguentemente cassata con rinvio alla stessa corte d’appello, che deciderà nel rispetto del seguente principio di diritto: “anche il soggetto nato dopo la morte del padre naturale, verificatasi durante la gestazione per fatto illecito di un terzo, ha diritto nei confronti del responsabile al risarcimento del danno per la perdita del relativo rapporto e per i pregiudizi di natura non patrimoniale e patrimoniale che gli siano derivati”.

Il giudice del rinvio, che si designa nella stessa corte d’appello in diversa composizione, regolerà anche le spese del giudizio di cassazione.

 P.Q.M.

 La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, cassa e rinvia, anche per le spese, alla corte d’appello di Brescia in diversa composizione.

Disservizi telefonici: non esiste il diritto al risarcimento per la perdita del tempo libero. (Cass. 9422/11)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 22 marzo – 27 aprile 2011, n. 9422

Presidente Filadoro – Relatore Uccella

Svolgimento del processo

Con sentenza del 3 marzo 2005 il Tribunale di Milano in parziale accoglimento della domanda proposta da S.N.M. volta ad ottenere il risarcimento dei danni subiti a seguiti della illegittima sospensione di linee telefoniche urbane dal 19 settembre al 21 settembre 2001 nonché per le errate informazioni fornite dal tecnico Telecom sull’operatività della nuova linea ADSL Smart, con conseguenti interventi sostitutivi, condannava la Telecom al risarcimento degli stessi, escludendo il preteso danno per perdita del tempo libero, trattandosi, argomentava il Tribunale,di un bene la cui lesione non era suscettibile di valutazione economica e che non rientrava nel novero dei danni risarcibili perché non si verteva in ipotesi di valori della persona dalla valenza costituzionale.

Su gravame dello S. la Corte di appello di Milano il 29 febbraio 2008 confermava la sentenza.

Avverso siffatta decisione propone ricorso per cassazione lo S., affidandosi ad un unico motivo.

Resiste con controricorso la Telecom.

 Motivi della decisione

 Con l’unico motivo insufficiente ed incongrua motivazione (art. 360 n. 5 c.p.c.) il ricorrente si duole che erroneamente il giudice dell’appello non avrebbe riconosciuto in capo a lui il diritto al tempo libero come vero e proprio diritto soggettivo, non riconducibile ai diritti della personalità tutelai dagli artt. 2 e 3 Cost. e non dotati di autonoma caratterizzazione, anche perché, esaminando la domanda dell’attore, in parte qua, il giudice avrebbe rinvenuto,, erroneamente, a suo avviso, una contraddizione, in quanto il criterio risarcitorio a tal fine si sarebbe basato sul valore dell’ora di lavoro maggiorato del 40%.

Questa, in estrema sintesi, la doglianza, con la quale si censura la sentenza anche per non avere determinato il danno secondo il disposto dell’art. 1226 c.c..

In punto di fatto, la richiesta di risarcimento per perdita del tempo libero riguarda la perdita di quattro ore di tempo libero da calcolare come ore di straordinario.

Osserva il Collegio che il motivo non merita accoglimento.

Al riguardo, va posto in rilievo che i diritti inviolabili dalla valenza costituzionale sono quelli non solo positivizzati, ma anche che emergono dai documenti sovranazionali, quali interpretati dai giudici nella loro attività ermeneutica.

Si tratta di diritti o interessi che l’ordinamento non solo riconosce, ma garantisce e tutela con efficacia erga omnes, proprio perché fondanti la persona umana, che presenta una sua dignità, la quale fa da presupposto ineludibile per il loro esercizio e la loro attuazione.

Ciò posto, la normativa costituzionale da un iato, le norme della Convenzione Europea sui diritti dell’uomo, così come interpretati dalla Corte di Strasburgo, lo stesso Trattato di Lisbona con l’allegata – e giuridicamente vincolante – Carta di Nizza, la Carta sociale Europea aggiornata nel 1999, dall’altro, non consentono di ritenere il diritto al tempo libero come diritto fondamentale dell’uomo e, nella sola prospettiva costituzionale, come diritto costituzionalmente protetto e ciò per la semplice ragione che il suo esercizio è rimesso alla esclusiva autodeterminazione della persona, che è libera di scegliere tra l’impegno instancabile nel lavoro e il dedicarsi, invece, a realizzare il suo tempo libero da lavoro e da ogni occupazione.

Questa sua caratterizzazione di autonoma opzionalità lo distingue dai diritti inviolabili, che sono, di per sé, eccetto i limiti posti dalle leggi, che, comunque con essi si devono confrontare, pena la loro disapplicazione, diritti irretrattabili della persona,, perché ne fondano la giuridica esistenza sia dal punto di vista della identità individuale che della sua relazionalità sociale.

Lo stesso inserimento nella Carta di Nizza dei diritti ricavati dalle Carte sociali adottate nell’ambito dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa – da tenere presenti anche dall’interprete interno, per l’apertura internazionalistica del nostro sistema- non prevede tra i diritti tutelati il “diritto al tempo libero”, mentre rafforza il tempo impiegato nel lavoro, peraltro già oggetto di specifica tutela costituzionale.

Ciò posto in linea di pura teoria del diritto, va affermato che il richiamo all’autorevole sentenza delle Sezioni Unite di questa Corte (S.U. n.26972/08) non appare conferente per il caso di specie, anzi la decisione sembra rafforzativa della sentenza impugnata.

Infatti, sulla base delle argomentazioni svolte negli ultimi tempi dalla dottrina e dalla giurisprudenza, le Sezioni Unite riconoscono la tutela risarcitoria, oltre che nei casi determinati dalla legge, solo nel caso di lesione di specifici diritti inviolabili della persona, e cioè in presenza di una ingiustizia costituzionalmente ed, aggiunge questo Collegio, internazionalmente riconosciuta e qualificata.

Invero, nella motivazione, le Sezioni Unite escludono ogni risarcibilità proprio per quello che il ricorrente definisce un problema che si manifesta con preoccupante frequenza nella vita quotidiana, per cui gli utenti sono costretti a trascorrere ore a stare in coda, tanto che sta assurgendo a causa primaria della oggettiva insufficienza di ogni giornata ad adempiere alle proprie incombenze lavorative (p.7 ricorso).

Infatti, il ricorrente invoca i fastidi della vita quotidiana che, per le Sezioni Unite integrano solo un attentato a diritti immaginari, come il diritto alla qualità della vita, allo stato di benessere, alla serenità:in definitiva, il diritto ad essere e vivere felici.

In questi casi, se non prevista dalla legge, la lesione di un tale “immaginario” diritto non è fonte di responsabilità risarcitoria non patrimoniale.

Quanto sopra osservato rende irrilevante l’assunto del ricorrente circa l’obbligo del giudice del merito di applicare l’art. 1226 c.c.: assunto, peraltro, infondato, perché, come rileva la resistente, il ricorrente non ha neppure allegato e provato il danno eventualmente subito nelle quattro ore in cui non ha potuto godere, a suo dire, del c.d. diritto al tempo libero (v. S.U. n.26972 cit.) ed anche nel ricorso non allega alcuna circostanza dell’effettivo danno.

Del resto, osserva il Collegio che la domanda del ricorrente si presenta contraddittoria.

Infatti, egli ha chiesto di determinare il danno sulla base del criterio dell’ora lavorativa maggiorata del 40%.

E su questo, corretta è la risposta dei giudice dell’appello, il quale qualifica la domanda come eventuale richiesta di perdita di chances, peraltro, mai oggetto di contraddittorio tra le parti.

Su questo capo della sentenza è suggestiva, dal punto di vista dialettico, la censura del ricorrente, con la quale egli evidenzia che tale richiesta fu fatta solo per valorizzare le ore del tempo libero, applicando la stessa maggiorazione prevista per le ore straordinarie.

Infatti, è evidente che l’eventuale risarcibilità del tempo libero non può nemmeno analogicamente essere riferita al valore delle ore di lavoro straordinario, per la contraddizione tra il suo elemento caratterizzante la libertà da ogni occupazione retribuita – e l’incremento patrimoniale voluto dal soggetto con il sottoporsi alle ore di lavoro straordinarie (v.p. 8 sentenza impugnata).

Conclusivamente, il ricorso va respinto e le spese, che seguono la soccombenza, vanno liquidate come da dispositivo.

 P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, che liquida in Euro 600 di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Diagnosi errata: una sentenza favorevole a medico e cardiologo, prosciolti perché l’urgenza accresceva la difficoltà (Cass. 16328/11)

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 5 aprile – 26 aprile 2011, n. 16328

Presidente Marzano – Relatore Blaiotta

Motivi della decisione

 1. Il Tribunale di Rossano ha emesso sentenza di non luogo a procedere ai sensi dell’articolo 425 c.p.p. nei confronti di M.G. e L.R. in ordine al reato di omicidio colposo in danno di Ra. Ma., per non aver commesso il fatto.

2. Ricorre per cassazione la persona offesa costituitasi parte civile. Si afferma che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice, è certa l’imperizia e la negligenza nonché la condotta omissiva degli indagati, atteso che è stata compiuta una diagnosi clamorosamente erronea e che, se fosse stata prestata la normale diligenza, il paziente si sarebbe salvato. Erroneamente non furono disposti i necessari approfondimenti diagnostici; ed i sanitari sono pervenuti addirittura a paventare una patologia assolutamente inconciliabile con alcuni sintomi prospettati, spedendo il paziente nel reparto di neurologia di altro ospedale sebbene stesse per morire a causa di patologia di tutt’altro genere. È ben vero che la diagnosi era difficoltosa ma ciò fu dovuto solo al fatto che venne omesso qualunque appropriato accertamento diagnostico.

Pure erronea è la valutazione del giudice in ordine alla inevitabilità dell’evento letale. Infatti una tempestiva e corretta diagnosi avrebbe consentito l’esecuzione di intervento chirurgico per l’apposizione del cosiddetto palloncino, salvando la vita del paziente. In tale situazione il quadro probatorio avrebbe comunque richiesto la verifica dibattimentale, atteso che gli elementi raccolti non mostravano assolutamente una manifesta infondatezza della notizia di reato.

3. Il ricorso è infondato.

La pronunzia impugnata sintetizza il fatto nei seguenti termini. Verso le 15 la vittima veniva colta da malore mentre svolgeva il suo lavoro di autista; verso le 17,30 giungeva al pronto soccorso dell’ospedale di … in stato comatoso da sospetta lesione ischemica cerebrale. Furono eseguiti alcuni esami diagnostici come elettrocardiogramma ed ecocolordoppler e si giunse ad escludere che fosse in atto patologia cardiaca acuta, essendo gli enzimi cardiaci e l’elettrocardiogramma nella norma. Il coma veniva quindi attribuito a problemi neurologici ed il paziente fu quindi trasferito nel vicino ospedale di (OMISSIS) nel reparto di neurologia ove giungeva alle ore 23,12. Il Ra. manifestava stato soporoso. Venivano richiesti esami diagnostici ma intorno alle 10 del mattino il paziente veniva meno per arresto cardiocircolatorio. L’esame autoptico consentiva di appurare che l’evento letale era stato determinato da tamponamento cardiaco conseguente a rottura dell’aorta.

Agli imputati M. e L., nella rispettiva qualità di medico di pronto soccorso e cardiologo dell’ospedale di …, è stato mosso l’addebito di aver cagionato l’evento per non aver eseguito una corretta valutazione clinica del paziente; e di aver in particolare omesso l’esecuzione di una tac toracica che avrebbe consentito una corretta diagnosi.

Il Tribunale, nel valutare la condotta dei sanitari in questione, ha enunciato il principio che l’individuazione della colpa di cui all’articolo 43 c.p. deve essere rapportata alla specifica difficoltà del problema tecnico-scientifico affrontato: come ritenuto anche dalla giurisprudenza di legittimità la norma di cui all’articolo 2236 c.c. deve trovare applicazione come regola di esperienza cui attenersi nel valutare l’addebito di imperizia quando il caso concreto imponga la soluzione di problemi particolarmente ardui. Il giudice ha altresì enunciato che nell’ambito della causalità omissiva l’imputazione dell’evento può aver luogo qualora l’azione doverosa avrebbe potuto impedire l’evento con un apprezzabile grado di probabilità.

Alla luce di tali principi, secondo il giudice di merito, le valutazioni cui sono giunti i consulenti tecnici del pubblico ministero sono pienamente condivisibili, essendo correttamente argomentate e basate sulle acquisizioni probatorie. A tale riguardo si considera che le dissezione dell’aorta verificatasi nel caso in esame è di tipo A; che essa ha una prognosi fortemente infausta e può essere fronteggiata solo con un intervento chirurgico non praticabile negli ospedali della zona; presenta un polimorfismo sintomatologico che rende all’inizio praticamente impossibile porre una diagnosi differenziale rispetto all’infarto ed alla neoencefalopatia ischemica. Anche l’ecocardiografia può non evidenziare una iniziale dissezione o un iniziale versamento interparietale di sangue. La tac toracicoaddominale, strumento presente nell’ospedale di …, avrebbe consentito di porre una corretta diagnosi. Tuttavia occorre che il sospetto clinico sia supportato dalla presenza di una sintomatologia dolorosa tipica, che nella specie non era segnalata in alcun modo; nonché da esami strumentali. Gli imputati, considera ancora il Tribunale, hanno correttamente eseguito esami ematochimici in presenza di un quadro sintomatologico aspecifico, polimorfo e di difficile interpretazione, stante la negatività dell’elettrocardiogramma e della tac encefalica nonché dell’ecocolordoppler. Inoltre, considerato il grave quadro clinico tale da richiedere ulteriori accertamenti diagnostici neurologici strumentali in un reparto specializzato, è stato correttamente disposto il sollecito trasferimento del paziente nel reparto di neurologia di altro vicino ospedale. In tale situazione, come a suo tempo richiesto dal pubblico ministero con istanza di archiviazione, essendosi in presenza di riconosciuta complessità del quadro clinico occorre considerare che il percorso diagnostico venne fuorviato dalla molteplicità di sintomi e segni non univoci e dall’esito non dirimente degli esami strumentali. In tale situazione si ravvisa che gli imputati siano immuni da colpa, in considerazione anche del fatto che si era nelle prime e pressanti ore del ricovero.

Tale valutazione è conforme ai principi e basata su plurime e significative acquisizioni probatorie che vengono correttamente analizzate.

4. La pronunzia considera correttamente che la colpa del medico deve essere rapportata alle contingenze del caso concreto, alla difficoltà dell’indagine ed alla situazione nella quale il sanitario si trova ad operare. In effetti, alcune professioni, quella medica in primo luogo, hanno ad oggetto attività difficili e rischiose. Occorre quindi modulare con attenzione il giudizio, tenendo conto della complessità del compito in ogni specifica contingenza. Molte volte si agisce sotto la pressione di eventi incalzanti, in uno stato che rende difficile, confuso, incerto anche ciò che astrattamente non lo sarebbe. Altre volte la sintomatologia e l’esito delle indagini rendono difficile pervenire con certezza alla diagnosi. Questo spiega perché l’ambito di cui si discute sia stato spesso collegato alla figura della colpa grave.

Infatti, la più antica giurisprudenza di legittimità in tema di colpa nell’esercizio della professione medica si caratterizzava per particolare larghezza: si affermava che la responsabilità penale può configurarsi solo nei casi di colpa grave e cioè di macroscopica violazione delle più elementari regole dell’arte. La malattia, si aggiungeva, può manifestarsi talvolta in modo non chiaro, con sintomi equivoci che possono determinare un errore di apprezzamento, e sovente non esistono criteri diagnostici e di cura sicuri. In un lontano caso si è affermato che la colpa grave rilevante nell’ambito della professione medica “si riscontra nell’errore inescusabile, che trova origine o nella mancata applicazione delle cognizioni generali e fondamentali attinenti alla professione o nei difetto di quel minimo di abilità e perizia tecnica nell’uso dei mezzi manuali o strumentali adoperati nell’atto operatorio e che il medico deve essere sicuro di poter adoperare correttamente o, infine, nella mancanza di prudenza o di diligenza, che non devono mai difettare in chi esercita la professione sanitaria. Pertanto, dovendo la colpa del medico essere valutata dal giudice con larghezza di vedute e comprensione, sia perché la scienza medica non determina in ordine allo stesso male un unico criterio tassativo di cure, sia perché nell’arte medica l’errore di apprezzamento è sempre possibile, l’esclusione della colpa professionale trova un limite nella condotta del professionista, incompatibile col minimo di cultura e di esperienza che deve legittimamente pretendersi da chi sia abilitato all’esercizio della professione medica”. Insomma, secondo tale risalente indirizzo, l’esclusione della colpa è la regola e l’imputazione colposa è l’eccezione che si configura solo nelle situazioni più plateali ed estreme.

Il supporto normativo di tale orientamento è stato solitamente individuato nell’art. 2236 c.c., che viene inteso come volto a limitare la responsabilità ai soli casi di errore macroscopico. Tale impostazione ha accolto, sia pure in modo molto semplificato ed acritico, l’orientamento dottrinario che ha valorizzato, appunto la norma in questione. Il rilievo in ambito penale di tale disposizione è stato ricondotto ad un’esigenza di coerenza interna dell’ordinamento giuridico: si tratta di evitare che comportamenti che non concretizzano neppure un illecito civile assumano rilevanza nel più rigoroso ambito penale. Tale connessione tra le due normative, tuttavia, è stata sottoposta in dottrina ad importanti precisazioni: le prestazioni richieste devono presentare speciali difficoltà tecniche, ed inoltre la limitazione dell’addebito ai soli casi di colpa grave riguarda l’ambito dell’imperizia e non, invece, quelli della prudenza e della diligenza. In tale visione si ritiene che la valutazione della colpa medica debba essere compiuta con speciale cautela, nei soli casi in cui si richiedano interventi particolarmente delicati e complessi e che coinvolgano l’aspetto più squisitamente scientifico dell’arte medica.

La questione della compatibilità tra l’indirizzo “benevolo” della giurisprudenza ed il principio d’uguaglianza è stata posta, nell’anno 1973, all’attenzione della Corte costituzionale (Sent. Cost. 28 novembre 1973, n. 166) che ha sostanzialmente recepito le linee della indicata dottrina, affermando che dagli artt. 589, 42 e 43 c.p. e dall’art. 2236 c.c. è ricavabile una particolare disciplina in tema di responsabilità degli esercenti professioni intellettuali, finalizzata a fronteggiare due opposte esigenze: non mortificare l’iniziativa del professionista col timore d’ingiuste rappresaglie in caso d’insuccesso e quella inversa di non indulgere verso non ponderate decisioni o riprovevoli inerzie del professionista stesso. Tale particolare regime, che implica esenzione o limitazione di responsabilità, però, si applica ai soli casi in cui la prestazione comporti la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà e riguarda l’ambito della perizia e non quelli della diligenza e della prudenza. Considerato che la deroga alla disciplina generale della responsabilità per colpa ha un’adeguata ragion d’essere ed è contenuta entro il circoscritto tema della perizia, la Corte ha ritenuto che non vi sia lesione del principio d’eguaglianza.

Tuttavia, l’orientamento indulgente della più antica giurisprudenza ha finito col coprire anche casi di grave leggerezza, determinando una situazione che è parsa a diversi studiosi in contrasto col principio costituzionale d’uguaglianza. Si è pure condivisibilmente ritenuto che tanta comprensione verso comportamenti spesso gravemente censurabili fosse espressione della deteriore visone paternalistica della medicina.

La giurisprudenza di questa Suprema Corte è conseguentemente mutata, anche in relazione all’emergere di una visione del rapporto tra sanitario e paziente che pone in primo piano il paziente stesso quale soggetto che fa valere il diritto costituzionale alla salute. A partire dagli anni ottanta dello scorso secolo, si è affermato e consolidato un indirizzo radicalmente contrapposto a quello antico, che esclude qualsiasi rilievo, nell’ambito penale, dell’art. 2236 c.c.; ed impone di valutare la colpa professionale sempre e comunque sulla base delle regole generali contenute nell’art. 43 c.p. Si osserva che la norma civile riguarda il risarcimento del danno, quando la prestazione professionale comporta la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, e non può essere applicata all’ambito penale né in via estensiva, data la completezza e l’omogeneità della disciplina penale della colpa, né in via analogica, vietata per il carattere eccezionale della disposizione rispetto ai principi in materia. La gravità della colpa potrà avere eventualmente rilievo solo ai fini della graduazione della pena. In alcune pronunzie viene anzi rimarcato che nel sanitario prudenza, diligenza e perizia non solo non devono difettare ma devono essere particolarmente accentuate e vigili proprio per la particolare natura dei beni (la vita e la salute) affidati alla sua cura. Insomma la parola d’ordine è: “la colpa è uguale per tutti”.

Tale indirizzo deve essere nel suo complesso ribadito. Tuttavia, non può negarsi che la disposizione citata, se rettamente intesa, esprime un criterio di razionalità del giudizio. Questa Corte ha già avuto modo di enunciare, condivisibilmente, che la norma civilistica può trovare considerazione anche in tema di colpa professionale del medico, quando il caso specifico sottoposto al suo esame imponga la soluzione di problemi di specifica difficoltà, non per effetto di diretta applicazione nel campo penale, ma come regola di esperienza cui il giudice possa attenersi nel valutare l’addebito di imperizia sia quando si versi in una situazione emergenziale, sia quando il caso implichi la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà (Cass. IV, 21 giugno 2007, n. 39592, Rv. 237875).

In un breve ma importante passaggio, la sentenza pone in luce i contesti che per la loro difficoltà possono giustificare una valutazione “benevola” del comportamento del sanitario: da un lato le contingenze in cui si sia in presenza di difficoltà o novità tecnico-scientifiche; e dall’altro (aspetto mai prima enucleato esplicitamente) le contingenze nelle quali il medico si trova ad operare in emergenza e quindi in quella situazione turbata dall’impellenza che, come si è sopra accennato, rende non di rado difficili anche le cose facili. Quest’ultima notazione, valorizzata come si deve, dunque, apre alla considerazione delle contingenze del caso concreto che dischiudono le valutazioni sul profilo soggettivo della colpa, sulla concreta esigibilità della condotta astrattamente doverosa.

Del resto, ricercando nella giurisprudenza, si rinvengono pronunzie che valorizzano le contingenze del caso.

In primo luogo, l’urgenza può sovvertire l’ordine delle priorità. Ha affermato questa Corte Suprema che la circostanza dello scioglimento dell’equipe operatoria, che abbia a verificarsi quando ancora l’intervento deve essere completato da adempimenti di particolare semplicità, esclude l’elemento della colpa per negligenza in capo al medico che ha abbandonato anticipatamente l’equipe, sempre che non si tratti di intervento operatorio ad alto rischio e l’allontanamento sia giustificato da pressanti ed urgenti necessità professionali (Cass. IV, 6 aprile 2005, Rv. 231783).

Ancora, l’urgenza può esonerare da responsabilità chi; per fronteggiare una situazione critica, si attribuisce un ruolo che eccede la sua sfera di competenza: non versa in colpa colui che cagiona delle lesioni personali per la propria imperizia, quando, pur privo delle necessarie competenze e capacità, si assume in condizioni di urgenza indifferibile un compito riservato a soggetto qualificato. Il principio è stato affermato in un caso in cui una ostetrica, cui è vietato procedere a parti non fisiologici, in presenza di una dilatazione oramai completa e non riuscendo ad ottenere l’intervento del medico, pur dalla stessa inutilmente sollecitato, aveva autonomamente proceduto a manovre di competenza del ginecologo dalla cui errata esecuzione era conseguita al neonato una lesione permanente (Cass. IV, 31 gennaio 2008, Rv. 239256).

L’urgenza, poi, può determinare una situazione in cui l’intervento è reso difficile dall’indisponibilità di strumentazione adeguata. È stata quindi esclusa la colpa della neonatologa che operava in un piccolo reparto ospedaliero di ostetricia carente dei più elementari strumenti, sicché non fu possibile intubare ed ossigenare il neonato, con conseguenze letali. La pronunzia descrive una sala parto drammaticamente priva dei più elementari presidi tecnici di supporto all’atto medico (Cass. IV, 25 settembre 2007, n. 44765). Situazioni come questa sembrano chiamare in causa, più che la responsabilità del medico, quella delle istituzioni ospedaliere.

Nello stesso ordine di idee si muove altra pronunzia che ha escluso la colpa del medico che assisteva a bordo di un’autoambulanza diretta in ospedale un paziente affetto da un grave problema respiratorio ed omise di compiere un intervento di tracheotomia. La Corte ha ritenuto che la speciale contingenza e l’assenza di strumentazione chirurgica adeguata e di farmaci sedativi idonei allo scopo rendevano improponibile quell’atto medico (Cass. IV, 20 maggio 2009 n. 31975).

L’urgenza, invece, normalmente, non esonera da responsabilità il medico specialista, tanto più se si tratta proprio di specialista dell’emergenza. Così, è stata ritenuta corretta l’affermazione di responsabilità in un caso di mancata diagnosi e terapia tempestiva in presenza di quadro anamnestico e sintomatico univoco di shock emorragico da rottura della milza, patologia tipicamente riscontrabile nei politraumatizzati (Cass. IV, 18 settembre 2008, n. 40811).

Pure corretta è stata ritenuta la configurazione della colpa in un caso in cui una giovane paziente, presentatasi al pronto soccorso con la sintomatologia tipica di una gravissima iperglicemia, non venne sottoposta ad alcun approfondimento diagnostico di routine e venne dimessa, con la conseguenza che in brevissimo tempo sopravvenne coma irreversibile (Cass. IV, 7 febbraio 2007, n. 29164).

Un clamoroso ed ingiustificabile errore di valutazione dello specialista in emergenza si riscontra pure in un caso in cui un paziente, poco prima sottoposto ad endoscopia, si presentò in pronto soccorso con una sintomatologia riconducibile alla perforazione dell’esofago. L’ipotesi perforazione era stata già proposta dal medico di pronto soccorso; ma il chirurgo del DEA intervenuto in quel contesto non diagnosticò l’affezione né dispose le indagini del caso, con la conseguenza che la patologia venne trattata chirurgicamente tardivamente con conseguenze letali; essendosi accertato che l’esito della terapia risente in misura rilevantissima della tempestività dell’intervento (Cass. IV, 4 febbraio 2004, n. 43210).

L’urgenza, ancora, non esonera da responsabilità il sanitario che adotta condotte omissive che non si sa se attribuire a scelte difensive o a carenze di preparazione.

In un caso recente un piccolo paziente portatore di pacemaker subisce un arresto cardiaco durante un controllo ospedaliero. Insorge ipossia che il cardiologo fronteggia disponendo l’invio al reparto di rianimazione per di più a braccia. Il ritardo determina gravissimo danno cerebrale. È stata ravvisata la colpa del cardiologo che avrebbe dovuto adottare personalmente con immediatezza le pratiche di emergenza in attesa dell’arrivo del rianimatore. La sua condotta è stata ritenuta censurabile anche per lo scostamento “irragionevole ed imprudente” dalle linee guida (Cass. IV, 15 aprile 2009, Ferrara). In questo caso, come si vede, l’urgenza è riconosciuta ma non si agisce con la doverosa immediatezza.

Questo breve quadro meramente esemplificativo conduce a ritenere che una attenta e prudente analisi della realtà di ciascun caso può consentire di cogliere i casi nei quali vi è una particolare difficoltà della diagnosi, sovente accresciuta dall’urgenza; e di distinguere tale situazione da quelle in cui, invece, il medico è malaccorto, non si adopera per fronteggiare adeguatamente l’urgenza o tiene comportamenti semplicemente omissivi, tanto più quando la sua specializzazione gli impone di agire tempestivamente proprio in urgenza.

L’indirizzo espresso dalla pronunzia sopra indicata (Cass. IV, 21 giugno 2007, n. 39592, Rv. 237875) deve essere dunque ribadito. Ad esso la sentenza impugnata si è correttamente ispirata, compiendo una ponderazione che, come si è visto, ha tenuto conto della ambiguità della sintomatologia e dell’esito degli esami ematochimici; nonché della necessità di avviare con prontezza il paziente alla struttura sanitaria che, nella situazione data, appariva ragionevolmente dotata delle competenze ed attrezzature più adeguate in relazione alla prospettata patologia neurologica.

4. Occorre infine considerare che la pronunzia ha pure correttamente valutato il caso sotto il profilo eziologico, considerando, come si è sopra accennato, che la grave patologia del paziente (dissezione dell’aorta di tipo A) ha prognosi infausta e non avrebbe potuto comunque essere trattata con successo nelle strutture locali.

Pur essendosi in udienza preliminare, la decisione è stata assunta sulla base di dati di fatto ben acclarati ed alla stregua di principi di diritto corretti. La valutazione espressa dal Gup non avrebbe quindi potuto essere controvertita nella sede dibattimentale per effetto di nuove acquisizioni. Correttamente, quindi, è stata emessa sentenza di non luogo a procedere.

Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato. Segue per legge la condanna al pagamento delle spese processuali.

 P.Q.M.

 Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.