Cade e si rompe il femore: il supermercato è responsabile del danno quale custode (Cassazione 4476/2011)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 20 gennaio – 24 febbraio 2011, n. 4476
Presidente Preden – Relatore Amendola

Svolgimento del processo

I fatti di causa possono così ricostruirsi sulla base della sentenza impugnata.
M.P. C. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Roma S. s.r.l. chiedendo di essere risarcita dei danni subiti il 22 dicembre 1995 allorché, mentre si trovava all’interno di un supermercato gestito dalla convenuta, era caduta a causa di una chiazza di sapone colata sul pavimento da un flacone collocato sugli scaffali del grande magazzino, riportando la rottura del femore.
Con sentenza del 17 giungo 2002 il giudice adito rigettò la domanda.
Proposto dalla soccombente gravame, la Corte d’appello lo ha respinto in data 1 aprile 2005.
Avverso detta pronuncia propone ricorso per cassazione, illustrato anche da memoria, M.P. C., formulando tre motivi.
Resiste con controricorso S. s.r.l..

Motivi della decisione

1.1 Col primo motivo la ricorrente denuncia insufficienza della motivazione sul motivo di appello volto a far valere la responsabilità della controparte ex art. 2043 cod. civ., in relazione all’art. 112 cod. proc. civ..
Sostiene che la Corte territoriale, esaminati congiuntamente i due motivi di gravame con i quali era stata denunciata la mancata applicazione, rispettivamente, degli artt. 2043 e 2051 cod. civ., si era poi occupata soltanto dell’evocata responsabilità del custode. E invero il giudice d’appello, pur avendo dato per scontato, a differenza dei quello di prime cure, che la caduta della decotti era avvenuta a causa del liquido disperso per terra, aveva ritenuto l’evento dannoso addebitabile esclusivamente a negligenza della stessa infortunata, essendo l’ostacolo visibile, senza nulla dire, dunque, sulla mancata adozione di quelle cautele, quale segnalazione del pericolo e rimozione della sostanza, idonee a connotare in termini di colpa la condotta del gestore.
1.2 Col secondo mezzo l’impugnante lamenta violazione dell’art. 2051 cod. civ., anche in relazione all’art. 1176 cod. civ..
Considerato invero che, ai fini dell’applicabilità dell’art. 2051 cod. civ., all’attore incombe soltanto l’onere di provare il nesso di causalità tra la res in custodia e il danno subito, mentre spetta al custode dimostrare, per andare esente da responsabilità, l’imputabilità del pregiudizio al caso fortuito, erroneamente il decidente aveva assolto la controparte dalle istanze attrici sull’assunto che non fosse riscontrabile nella fattispecie alcuna insidia trabocchetto. Secondo l’esponente per affermare la responsabilità del custode non sarebbe assolutamente necessario provare la presenza di tali elementi, tanto più che la diligenza richiesta alla clientela di un supermercato è quella media, ex art. 1176 cod. civ. , propria del cittadino normalmente avveduto, e che il titolare di un grande magazzino ha certamente l’obbligo, ex art. 40 cod. pen., di rimuovere dal pavimento sostanze scivolose, così impedendo eventi dannosi per i clienti.
1.3 Col terzo mezzo la ricorrente deduce insufficienza della motivazione sul motivo di appello volto a far valere la responsabilità della controparte ex art. 2049 cod. civ., in relazione all’art. 112 cod. proc. civ.. La censura investe la risposta data dalla Corte territoriale al motivo di gravame col quale era stata impugnata la ritenuta insussistenza della responsabilità del titolare del supermercato per carenze nella manutenzione della struttura, argomentata sul rilievo che la stessa parte attrice aveva, in citazione, ammesso che il liquido era da poco fuoriuscito dal contenitore. Secondo l’esponente la motivazione sarebbe, sul punto, profondamente inappagante, considerato che il fatto causativo del danno era assolutamente prevedibile e niente affatto infrequente nella gestione dei supermercati.
2 Ragioni di ordine logico impongono di partire dall’esame delle critiche svolte nel secondo motivo di ricorso che, attenendo alla ricorrenza, nella fattispecie, di un’ipotesi di responsabilità aggravata per fatto proprio (nel senso che di qui a poco si chiarirà), hanno un rilievo potenzialmente assorbente, rispetto alle altre censure proposte.
Esse sono fondate per le ragioni che seguono.
3 I principi giuridici che, secondo la giurisprudenza di legittimità, governano la materia, possono così riassumersi: la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dall’art. 2051 cod. civ., prescinde dall’accertamento del carattere colposo dell’attività o del comportamento del custode e ha natura oggettiva, necessitando, per la sua configurabilità, del mero rapporto eziologico tra cosa ed evento; tale responsabilità prescinde, altresì, dall’accertamento della pericolosità della cosa e sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’insorgenza di agenti dannosi, essendo esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale idonea a interrompere del tutto il nesso causale tra cosa ed evento dannoso o da affiancarsi ad esso come ulteriore contributo utile nella produzione del pregiudizio (Cass. civ. 7 aprile 2010, n. 8229; Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279; Cass. civ. 5 dicembre 2008, n. 28811).
La radicale oggettivazione dell’ipotesi normativa, insita nella prospettiva adottata – che rende più congruo parlare di rischio da custodia (piuttosto che di colpa nella custodia) e di presunzione di responsabilità (piuttosto che di colpa presunta) – comporta che la responsabilità in questione non esige, per essere affermata, un’attività o una condotta colposa del custode, di talché, in definitiva, il custode negligente non risponde in modo diverso dal custode perito e prudente, se la cosa ha provocato danni a terzi (Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279).
4 Assodato, dunque, che la responsabilità ex art. 2051 cod. civ. è esclusa solamente dal caso fortuito -che, si ripete, è qualificazione incidente sul nesso causale e non sull’elemento psicologico dell’illecito (confr. Cass. civ. 7 luglio 2010, n. 16029; Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279) – in relazione a talune fattispecie può essere necessario stabilire se l’evento derivi in tutto o in parte dal comportamento dello stesso danneggiato. Ne consegue che corollario della regola sancita dall’art. 2051 cod. civ..
è quella dettata dall’art. 1227 cod. civ., comma 1.
Peraltro il giudizio sull’autonoma idoneità causale del fattore esterno ed estraneo a produrre l’evento deve in ogni caso essere adeguato alla natura ed alla pericolosità della cosa, sicché tanto meno essa è intrinsecamente pericolosa, tanto più la situazione di possibile pericolo è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione delle normali cautele da parte dello stesso danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, a partire; dall’uso improprio della cosa, fino all’eventuale interruzione del nesso eziologico tra la stessa e il danno e alla esclusione di ogni responsabilità del custode (cofr. Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279).
5 Venendo al caso di specie, secondo il giudice di merito il comportamento della danneggiata avrebbe avuto siffatta portata, perchè il liquido era visibile sul pavimento, di talché, esclusa la sussistenza di un’insidia o trabocchetto, e, in particolare, di un pericolo occulto e imprevedibile, la caduta era attribuibile esclusivamente a disattenzione della vittima.
Ritiene il collegio che tali argomentazioni facciano malgoverno dei principi innanzi enunciati.
E invero l’affermazione che il mancato avvistamento della chiazza di detersivo costituì elemento idoneo a interrompere il nesso di causalità, deve confrontarsi con la massima di comune esperienza per cui chi frequenta un supermercato ha la ragionevole aspettativa di circolare in un posto sicuro soprattutto con riferimento alla manutenzione del pavimento, essendo interesse anche del gestore che l’attenzione degli avventori sia catturata esclusivamente dai prodotti esposti.
In tale contesto è del tutto plausibile che il danno sofferto dalla C. sia stato casualmente connesso a un tipo di utilizzazione conforme alla funzione e alla destinazione tipiche della cosa in custodia di talché, nella predetta prospettiva, andranno nuovamente approfondite tutte le circostanze in cui avvenne la caduta.
In definitiva, in accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione che, nel decidere, si atterrà ai seguente principi di diritto:
– la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dall’art. 2051 cod. civ., prescinde dall’accertamento del carattere colposo dell’attività o del comportamento del custode e ha natura oggettiva, necessitando, per la sua configurabilità, del mero rapporto eziologico tra cosa ed evento;
tale responsabilità è esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale idonea a interrompere del tutto il nesso eziologico tra cosa ed evento dannoso o ad affiancarsi come ulteriore contributo utile nella produzione del danno;
– il giudizio sull’incidenza del comportamento del danneggiato nella produzione del danno non può prescindere dalla considerazione della natura della cosa e deve tener conto delle modalità che in concreto e normalmente ne caratterizzano la fruizione.
Resta assorbito l’esame degli altri motivi di ricorso.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese del giudizio di cassazione alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

 

L’assicurazione ha sessanta giorni per risarcire il danno, altrimenti è mala gestio (Cassazione 1083/2011)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 novembre 2010 – 18 gennaio 2011, n. 1083
Presidente Trifone – Relatore Amatucci

Svolgimento del processo

1.- Il 23.7.1981 il trentacinquenne M. P. morì per le lesioni riportate nello scontro tra il motociclo sul quale viaggiava ed un autocarro che, nell’immettersi nella strada regolarmente percorsa dal P. , aveva invaso la corsia opposta.
Con sentenza del 23.3.1983 il tribunale penale di Perugia condannò il conducente dell’autocarro A. B. alla pena di giustizia e, ritenutolo esclusivamente responsabile dell’incidente, lo condannò altresì, unitamente al responsabile civile G. C. A. , qualificato proprietario del mezzo, al risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede in favore dei congiunti, costituitisi parte civile. Riconobbe a favore della moglie del defunto, L. R., e dei figli, P. A.  e C. , una provvisionale di L. 25.000.000, versata dalla società assicuratrice del mezzo (Alleanza Securitas Esperia, poi Allsecures, in seguito Axa) il 18.8.1983 (o il 23.9.1983 secondo altra indicazione della sentenza impugnata). La sentenza fu confermata dalla corte d’appello il 29.3.1985. Il giudicato si formò il 18.12.1985 a seguito della declaratoria di inammissibilità del proposto ricorso per cassazione.
Nelle more, l’Azienda Autonoma Ferrovie dello Stato (in seguito FF.SS.) di cui il P.  era dipendente, costituì a favore dei predetti congiunti una rendita vitalizia del valore di L. 93.597.750 alla data dell’1.1.1982 e ne richiese il pagamento ad Axa in via surrogatoria. L’Axa versò alle FF.SS. L. 80.000.000 il 26.1.1984 e L. 44.925.840 il 26.7.1985, così esaurendo il massimale di polizza di L. 150.000.000.
2.- Il 22.6.1988 la R.  ed i figli P.  agirono giudizialmente innanzi al tribunale di Perugia nei confronti del B., del G. e dell’Axa adducendo l’insufficienza delle somme già percepite a titolo di risarcimento del danno e richiedendone la differenza.
Contumace il B., resistettero il G. e 1’Axa:
– il G. rappresentando che le FF.SS. avevano già giudizialmente domandato la condanna di tutti e tre i convenuti al pagamento della somma di L. 173.479.285, quale importo capitalizzato della rendita costituita in favore dei danneggiati, in surrogazione dei quali avevano agito; e chiedendo inoltre che Axa, della quale addusse la mala gestio, fosse condannata a tenerlo indenne anche oltre i limiti del massimale;
– l’Axa adducendo che gli importi richiesti dagli attori erano eccessivi e negando la mala gestio per aver tempestivamente pagato.
Con sentenza del 26.7.2001 il tribunale condannò il B. ed il G. al pagamento di L. 28.226.808 a titolo di risarcimento del danno morale, oltre alla rivalutazione ed agli interessi compensativi. Ritenne che il danno patrimoniale fosse pari a quanto già erogato dalle FF.SS., che l’Axa aveva versato l’intero massimale e che dovesse escludersene la responsabilità per mala gestio.
3.- La sentenza fu appellata autonomamente dagli attori e dal G. e, in via incidentale, dal B., che chiese il rigetto della domanda e di essere tenuto comunque indenne dall’Axa della somma di Euro 52.000 versata intanto agli attori.
Axa resistette.
Con sentenza n. 336 del 2005 la corte d’appello di Perugia ha confermato la sentenza di primo grado, solo riducendo il residuo credito degli attori per danno morale da L. 28.226.808 a L. 21.608.753 (pari ad Euro 11.159,99), affermando che anche Axa era tenuta alla rivalutazione ed agli interessi sulla somma di L. 25.000.000 e dichiarando cessata la materia del contendere tra gli attori stessi ed il B..
4.- Avverso la sentenza ricorrono per cassazione la R.  ed i P.  sulla base di tre motivi e, con autonomo ricorso, B. A. , che si affida a due motivi.
Al ricorso R.  – P.  resistono con distinti controricorsi l’Axa ed il G., che propone anche ricorso incidentale fondato su tre motivi, al quale resistono con controricorsi i ricorrenti principali ed Axa.
Al ricorso del B. resistono con controricorsi l’Axa ed il G., che propone ricorso incidentale fondato su tre motivi, al quale resiste con controricorso l’Axa.
I R.  – P. , il G. ed il B. hanno depositato memorie illustrative.

Motivi della decisione

I ricorsi vanno riuniti in quanto proposti avverso la stessa sentenza.

IL RICORSO R.  – P.  (R.G.N. 20196/06).

1.- Col primo motivo, deducendo violazione di norme di diritto e vizi della motivazione in riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5, i ricorrenti si dolgono che la corte d’appello abbia ritenuto che gli attori avessero formulato una domanda nuova, come tale inammissibile, col richiedere all’udienza di precisazione delle conclusioni del 16.6.1998 la somma di L. 402.206.000 (previa detrazione dell’importo di L. 25.000.000) per danno morale, invece originariamente indicato in L. 40.000.000, tra l’altro senza alcuna riserva di stile in ordine alla maggior somma che fosse per essere eventualmente risultata di giustizia.
Affermano che la diversa quantificazione della pretesa integra una mera emendatici e non una mutatio libelli e citano a sostegno dell’assunto Cass., nn. 4828/06, 1224/06, 26079/05 e 20683/05.
1.1.- La censura è fondata.
Costituisce principio consolidato quello secondo il quale la diversa quantificazione o specificazione della pretesa, fermi i suoi fatti costitutivi, non comporta prospettazione di una nuova causa petendi in aggiunta a quella dedotta in primo grado e, pertanto, non da luogo ad una domanda nuova. In tal senso si sono espresse, oltre alle sopraindicate sentenze citate dai ricorrenti, tra le altre, Cass. nn. 9266/10, 17977/07, 14961/06, 6338/00, 7275/97, 2693/91, 1743/90. La seconda, pronunciata in materia di responsabilità extracontrattuale in fattispecie nella quale era stato chiesto in citazione il risarcimento del danno morale per la perdita di un congiunto per un importo determinato, poi maggiorato all’udienza di precisazione delle conclusioni, ha in particolare affermato – con enunciazione che va anche in quest’occasione ribadita – che le variazioni puramente quantitative del petitum sono consentite in quanto, se non alterano i termini sostanziali della controversia e non introducono nuovi temi di indagine, non comportano alcuna violazione del principio del contraddittorio nè menomazione del diritto di difesa dell’altra parte.
Una volta escluso che l’incremento della somma richiesta (c.d. petitum mediato) integri una mutatio libelli, è del tutto irrilevante operare un raffronto – com’ha fatto la corte d’appello – tra quanto era stato orginariamente domandato al momento dell’atto di citazione e l’equivalente monetario alla data della precisazione delle conclusioni. Non questo è l’elemento determinante; ciò che conta è che, domandando una somma maggiore, non si introducano nuovi temi di indagine, tali da menomare il diritto della difesa dell’altra parte. E tanto va senz’altro escluso se, per esempio, l’incremento nominalistico della pretesa creditoria per il risarcimento del danno non patrimoniale sia, in sede di precisazione delle conclusioni, collegato a nuove tabelle intanto elaborate. La natura della tabella, che in non altro consiste che in un parametro di riferimento per la liquidazione equitativa del danno ex art. 1226 c.c., non integra un fatto nuovo per gli effetti che si stanno considerando, ma piuttosto un dato che si iscrive tra quelli di comune esperienza, dunque una regola di giudizio alla quale il giudice potrebbe (o dovrebbe) fare comunque ricorso indipendentemente dalla sollecitazione della parte.
La sentenza va dunque cassata non solo in riferimento alla operata diminuzione della somma liquidata a titolo di “danno morale” rispetto a quella riconosciuta dal tribunale in relazione ad operati raffronti comparativi con l’originaria espressione monetaria della voce di danno da parte degli attori, ma anche per aver ritenuto di non poter liquidare una somma maggiore, nei limiti del valore quale espresso in termini monetari alla data di precisazione delle conclusioni. Valore che – è il caso di chiarire in relazione alla natura dell’obbligazione risarcitoria – è suscettibile di essere a sua volta quantificato in una somma ancora maggiore alla data della sentenza, purchè non eccedente il valore corrispondente alla somma richiesta in sede di precisazione delle conclusioni. In termini ancora più chiari: nei debiti di valore il giudice deve tener conto anche della svalutazione monetaria che intervenga tra la data di precisazione delle conclusioni e quella della pronuncia.
2.- Col secondo motivo la sentenza è censurata per violazione di norme di diritto e vizi della motivazione in relazione alla errata conclusione che la corte d’appello aveva tratto dalla corretta premessa che, dopo le note sentenze della Corte costituzionale nn. 319/89, 356/91 e 485/91 in materia di azione surrogatoria da parte degli enti gestori delle assicurazioni sociali e l’estensione al danno morale operatane dalla giurisprudenza di legittimità, il risarcimento del danno (all’infortunato o ai suoi congiunti) da parte degli enti citati non priva più i danneggiati del diritto di chiedere all’assicuratore del danneggiante per la responsabilità civile il risarcimento dei danni che non costituiscono oggetto delle assicurazioni sociali, e dunque di quello biologico e morale (n.d.e.: ora, a seguito delle coeve decisioni delle sezioni unite nn. 26972 e ss. dell’11.11.2008, non patrimoniale tout court).
La corte, infatti, dopo aver riconosciuto che, essendo il diritto ancora controverso, quelle sentenze erano applicabili nella specie e che, di conseguenza, i danneggiati avevano titolo per chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale alla società assicuratrice nonostante la surrogazione operata dalle FF.SS. ed i conseguenti pagamenti effettuati dall’Axa al surrogante (e, in minima parte, alla Regione per spese ospedaliere), aveva erroneamente ritenuto di poter considerare quei versamenti liberatori per l’Axa ex art. 1189 c.c., per avere la stessa pagato al creditore apparente, quale sembravano essere le FF.SS, “essendo stata svelata – per così dire – la non corrispondenza tra realtà ed apparenza soltanto dalle successive sentenze della Corte costituzionale”.
2.1.- Anche questo motivo è fondato.
Correttamente i ricorrenti mettono in luce come la corte d’appello abbia finito per vanificare il portato precettivo delle sentenze della Consulta, realizzando proprio quella situazione pregiudizievole per i danneggiati che le Corti costituzionale e di cassazione hanno bollato come contraria ai principi fondamentali del nostro ordinamento. La prima, chiarendolo ancora con sentenza n. 37/94, la seconda con sentenze nn. 605/98 e 14638/00.
La questione è stata risolta, in caso sostanzialmente identico, dalla prima delle due sentenze citate dal ricorrente (cui adde, oltre a Cass. 14638/00, anche Cass. nn. 15431/04 e 14601/05), dalla quale è stato tratto il principio così sintetizzato nella relativa massima ufficiale tratta dalla pronuncia, che va anche in quest’occasione ribadito:
“La sentenza della Corte costituzionale 6 giugno 1989, n. 319 che ha dichiarato l’illegittimità della L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 28, commi 2, 3 e 4, nella parte in cui non esclude che gli enti gestori delle assicurazioni sociali, sostituendosi nel diritto del danneggiato verso l’assicuratore della responsabilità civile, possano esercitare l’azione surrogatoria con pregiudizio del diritto dell’assistito al risarcimento dei danni alla persona non altrimenti risarciti, ha fatto perdere efficacia alle norme dichiarate incostituzionali dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione, mentre non spiega effetto rispetto ai rapporti esauriti. La circostanza che, prima della dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma, L’Inail abbia dichiarato all’assicuratore di volersi surrogare nei diritti del danneggiato e suo assistito, di per sè, non è un fatto giuridico capace di rilevare come causa di esaurimento del rapporto e, quindi, come limite agli effetti della sentenza della Corte costituzionale. Infatti sino a quando il diritto del danneggiato verso l’assicuratore non è prescritto o in ordine ad esso non si sia formato un giudicato negativo, il giudice richiesto di pronunziare sull’esistenza del diritto non può attribuire effetto estintivo di tale diritto alla surrogazione esercitata dall’Inail perchè ciò significherebbe applicare la norma dichiarata costituzionalmente illegittima”.
In motivazione (sub 2.3.) la citata sentenza chiarisce anche che “il pagamento produce effetti in quanto è fatto al creditore, o a persona per lui legittimata riceverlo o a persona succedutagli nella titolarità del credito. Se il pagamento non è fatto al creditore, ma a persona che, secondo una norma di apparente legittimità, versa in una situazione che ne ha determinato la successione a lui nella titolarità del credito, l’effetto estintivo del credito cessa con la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma che dava rilievo a quella situazione. Il creditore che non ha ricevuto la prestazione ha diritto di pretenderla e il debitore che ha pagato ha diritto di ripetere da chi lo ha ricevuto il pagamento divenuto indebito”.
Il che risolve anche il problema relativo alla identificazione del soggetto abilitato alla ripetizione dell’indebito, che potrà essere domandata dalla società assicuratrice per la responsabilità civile all’ente surrogatosi nei diritti del danneggiato.
Va piuttosto dato conto dell’ulteriore affermazione della sentenza n. 605/98, laddove così prosegue: “Ciò sempre che il debitore non intenda sostenere che egli ha pagato a creditore apparente, che il proprio debito è rimasto estinto e spetta al creditore ripetere da chi lo ha ricevuto il pagamento da lui fatto (art. 1189 cod. civ.).
La ricorrente non ha però sostenuto – nel giudizio di merito nè perciò nel ricorso – che, quando essa ha eseguito il pagamento all’Inail, in ragione del fatto dell’esistenza della norma poi dichiarata costituzionalmente illegittima, da un lato l’Inail appariva legittimato in base a circostanze univoche a ricevere il pagamento dall’altro essa lo aveva eseguito in buona fede”.
L’affermazione, che peraltro costituisce un obiter dictum, non è suscettibile di essere interpretata nel senso che il problema, se si fosse posto, si sarebbe potuto risolvere nel senso della liberazione della società assicuratrice per aver pagato, in buona fede, a chi appariva legittimato a riceverlo in base a circostanze univoche ex art. 1189 c.c., comma 1, con l’ulteriore conseguenza che in ripetizione dovrebbe allora agire, ai sensi del secondo comma, il vero creditore (nella specie i congiunti danneggiati) nei confronti di chi ha ricevuto il pagamento (nella specie le surrogatesi FF.SS.).
La ragione ne è che il riferimento del primo comma alle “circostanze univoche” che ingenerano una situazione di apparenza non può essere estesa alle norme di diritto dalla quale dipenda la qualificazione di un soggetto come creditore, giacchè tanto interferirebbe, frustrandole, con le regole che disciplinano gli effetti degli atti normativi, la cui puntuale applicazione costituisce un principio cardine dell’ordinamento.
3.- Col terzo motivo sono dedotti violazione di legge e vizi della motivazione in riferimento alla avvenuta esclusione della sussistenza di un danno patrimoniale superiore alla capitalizzazione della rendita vitalizia liquidata dalle FF.SS..
Si sostiene l’erroneità storica e l’apoditticità razionale dell’affermazione della corte d’appello secondo la quale “la natura di azienda autonoma dello Stato, propria all’epoca delle Ferrovie, induce a ritenere, in mancanza di elementi obiettivamente apprezzabili di segno contrario, che la costituzione della rendita sia avvenuta in conformità alla normativa in materia”.
3.1.- Si tratta di un apprezzamento di fatto, la cui prospettata erroneità non è sindacabile in questa sede in relazione all’adeguatezza della motivazione che lo sorregge, contrassegnata dall’ulteriore osservazione fu della corte d’appello che nè in primo grado nè in sede di appello erano stati offerti elementi di prova di un maggior danno (così la sentenza impugnata a pag. 21, secondo capoverso).
Il motivo è respinto.

IL RICORSO INCIDENTALE G. (R.G. 25879/06).

4.- Va preliminarmente rilevato che l’eccezione di inammissibilità del ricorso del G., per tardività, sollevata da Axa è infondata alla luce delle assorbenti enunciazioni di Cass., sezioni unite, 27.11.2007, n. 24762.
È stato affermato che sulla base del principio dell’interesse all’impugnazione, l’impugnazione incidentale tardiva è sempre ammissibile, a tutela della reale utilità della parte, tutte le volte che l’impugnazione principale metta in discussione l’assetto di interessi derivante dalla sentenza alla quale il coobbligato solidale aveva prestato acquiescenza; conseguentemente, è ammissibile, sia quando rivesta la forma della controimpugnazione rivolta contro il ricorrente principale, sia quando rivesta le forme della impugnazione adesiva rivolta contro la parte investita dell’impugnazione principale, anche se fondata sugli stessi motivi fatti valere dal ricorrente principale, atteso che, anche nelle cause scindibili, il suddetto interesse sorge dall’impugnazione principale, la quale, se accolta, comporterebbe una modifica dell’assetto delle situazioni giuridiche originariamente accettate dal coobbligato solidale.
L’unico termine da rispettare è quello di cui all’art. 371 c.p.c.. E non si afferma che sia stato violato.
5. – Col primo motivo il ricorrente si duole deducendo violazione di legge in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4 – che la corte d’appello lo abbia ritenuto comproprietario dell’autocarro alla data (23.7.1981) dell’incidente mortale provocato dal suo conducente benchè l’automezzo fosse ricompreso nel ramo d’azienda conferito il 27.11.1980 nella società a responsabilità limitata Dinamica Umbra.
5.1.- Il motivo è infondato in relazione al giudicato formatosi il 18.12.1985 sulla sentenza (penale) di condanna generica anche del G. al risarcimento, in qualità di responsabile civile.
L’erroneo riferimento contenuto in sentenza alle norme del codice di procedura penale entrato in vigore successivamente alla data sopra indicata non infirmano la correttezza della decisione anche alla stregua delle norme previgenti (art. 27 c.p.p. del 1930), sicchè va solo corretta la motivazione sul punto.
6.- Col secondo motivo la sentenza è censurata per violazione di norme di diritto e per vizio della motivazione nella parte in cui ha escluso che fosse “ravvisabile la mala gestio prospettata dal G., considerato che la compagnia, a fronte della dichiarazione di surroga delle Ferrovie dello Stato, non avrebbe potuto effettuare altri versamenti a favore di danneggiati” (così la sentenza impugnata, a pagina 24).
Il ricorrente G. sostiene che tale motivazione è erronea in diritto in quanto la dichiarazione di surrogazione delle FF.SS. non impediva all’assicuratrice Axa di considerare le ulteriori pretese dei danneggiati e si duole della apoditticità della risposta data ai motivi di appello con i quali egli aveva censurato la sentenza di primo grado laddove il tribunale aveva conferito rilievo, per escludere la responsabilità dell’assicuratore per mala gestio, al fatto che “la penale responsabilità del B. era stata definitivamente acclarata solo il 29.3.1985 e che la compagnia, almeno sino al 18.10.1983, non poteva valutare il danno nel suo complesso a causa della mancata precisazione dell’ammontare della rivalsa da parte delle FF.SS.”.
Senonchè – si afferma in ricorso – la Corte di legittimità ha chiarito che una responsabilità contrattuale per inadempimento dell’assicuratore nei confronti dell’assicurato è configurabile anche indipendentemente dalla definizione del giudizio penale che abbia coinvolto il danneggiante assicurato (Cass. 5531/97), essendo dovere dell’assicuratore attivarsi entro 60 giorni per acquisire i dati dai quali desumere la responsabilità dell’assicurato e la congruità delle pretese del danneggiato, per soddisfarne senza ritardi il diritto al risarcimento. Nella specie, la responsabilità del B. risultava evidente dal rapporto e dalla sentenza di primo grado (impugnata solo in punto di attenuanti generiche) e le FF.SS. avevano sin dall’8.9.1982 (documento 8 del fascicolo di parte) invitato l’assicuratore a versare L. 103.072.125 a tacitazione di ogni loro pretesa; sicchè, se la compagnia assicuratrice avesse concluso una transazione che senz’altro presentava i caratteri della ragionevolezza, avrebbe avuto a disposizione ulteriori L. 47.000.000 rispetto al massimale, sufficienti a soddisfare allora le pretese dei danneggiati, e non avrebbe esposto l’assicurato G. al rischio di dover affrontare in proprio le conseguenze economiche del dilatorio comportamento dell’assicuratore per il danno eccedente il massimale (Cass., n. 2276/05).
Del resto, il colpevole ritardo della compagnia era stato ravvisato dalla corte d’appello in ordine al pagamento della provvisionale proprio in ragione della evidenza della responsabilità del B., quale chiaramente risultava sin dall’inizio della vicenda.
6.1.- Obietta tra l’altro Axa che, anche a voler ammettere che l’impugnazione del B. avverso la sentenza penale di primo grado riguardasse solo le attenuanti, rimaneva pur sempre operante la diffida delle FF.SS. che aveva esercitato la surroga ex art. 1916 c.c., ponendo così un ostacolo insormontabile alla definizione delle pretese risarcitorie degli eredi P. . Un accordo transattivo coi P.  – afferma – sarebbe stato inopponibile alle FF.SS., con conseguente obbligo dell’Axa di pagare alle Ferrovie quanto le stesse avevano anticipato ai P. .
6.2.- Il motivo è fondato.
Secondo la L. n. 990 del 1969, art. 28 (applicabile ratione temporis), il rapporto assicurativo tra danneggiato e assicuratore della responsabilità civile ed il rapporto previdenziale tra danneggiato ed ente di assicurazione sociale si coordinano attraverso lo schema della surrogazione legale (art. 1203 cod. civ., n. 5) e nel concorso dei seguenti atti;
nel rapporto assicurativo, l’assicuratore deve chiedere al danneggiato se ha diritto a prestazioni in quello previdenziale. Se il danneggiato risponde affermativamente, l’assicuratore accantona la somma prevedibilmente corrispondente alla prestazione spettante al danneggiato-assistito nel rapporto previdenziale e chiede all’ente se vuole valersi del diritto di surrogarsi al danneggiato. L’ente deve rendere dichiarazione positiva nei successivi 45 giorni;
– nel rapporto previdenziale, l’ente corrisponde la prestazione ed ha diritto di surrogarsi nei limiti della prestazione corrisposta: in questi limiti, con il pagamento nel rapporto previdenziale, l’ente è surrogato in quello assicurativo al danneggiato; l’assicuratore della responsabilità civile può e deve solo pagare all’ente la somma che questo dichiara d’aver prestato nel rapporto previdenziale.
Al complesso di atti appena descritto la L. n. 990 del 1969, art. 28, ricollega l’effetto di estinguere, nel rapporto assicurativo, il diritto del danneggiato verso l’assicuratore, nei limiti della somma che lo stesso danneggiato ha già percepito dall’ente nel rapporto previdenziale.
Non è dunque corretta in diritto l’affermazione della corte d’appello che l’assicuratore, “a fronte della dichiarazione di surroga delle Ferrovie dello Stato, non avrebbe potuto effettuare altri versamenti a favore di danneggiati”. Il versamento sarebbe stato invece possibile per la parte eccedente la richiesta delle FF.SS., segnatamente alla luce del rilievo che la costituzione della rendita da parte delle Ferrovie afferiva esclusivamente al danno patrimoniale e che queste, nel 1982, avevano richiesto ad Axa un versamento di circa L. 102 milioni a tacitazione delle proprie pretese in via surrogatoria, sicchè sarebbero risultati ulteriori L. 43 milioni immediatamente disponibili rispetto al massimale di L. 150 milioni.
Non è stato dalla corte d’appello apprezzato – ed in tal senso la motivazione della sentenza impugnata è certamente carente (anche) alla stregua del (finora) consolidato orientamento sul punto – se, già a quella data, o quantomeno a quella successiva del 23.3.1983, non sussistessero i presupposti per una completa valutazione da parte di Axa della responsabilità esclusiva del B.e del danno subito dai superstiti, e per la conseguente soddisfazione delle aspettative risarcitorie dei danneggiati.
È stato, infatti, più volte chiarito che se il massimale era capiente all’epoca del sinistro ma è divenuto insufficiente a coprire l’intero danno per effetto della svalutazione intanto intervenuta durante la mora dell’assicuratore, questi dovrà tenere indenne l’assicurato in misura pari all’intero danno subito dal danneggiato, quale che ne sia l’ammontare, configurandosi come mala gestio in senso proprio, nei confronti dell’assicurato, il colpevole ritardo col quale l’assicuratore abbia soddisfatto il credito del danneggiato. Nell’ambito del rapporto assicurativo, tale colpevole ritardo da parte dell’assicuratore – superato il più risalente orientamento secondo il quale esso era configurabile solo una volta che fosse stata giudizialmente o negozialmente accertata la responsabilità dell’assicurato, nonchè quantificato l’ammontare delle somme dovute al terzo danneggiato (Cass., nn. 4240/96, 7330/95, 3503/91, 1193/89, 4518/85, 1440/80) – è allo stato fatto coincidere col momento nel quale la società assicuratrice sia stata posta in grado di valutare, usando l’ordinaria diligenza, la fondatezza della richiesta risarcitoria del danneggiato ed abbia tuttavia omesso, in violazione degli obblighi di correttezza e buona fede nell’adempimento del contratto di assicurazione verso l’assicurato, di mettere a disposizione il massimale o la parte di esso sufficiente a risarcire il danno, o di concludere favorevoli accordi transattivi con il danneggiato (cfr., ex multis, Cass., nn. 6461/96, 4867/98, 10696/99, 7557/01, 1885/02, 2195/04, 11597/04, 24747/07).
Già alla stregua di tale consolidato indirizzo, come s’è appena osservato, la sentenza è censurabile per non avere accertato se Axa non fosse stata posta in grado di apprezzare la fondatezza delle pretese risarcitorie dei danneggiati quando ancora il massimale sarebbe stato sufficiente a risarcirli; in tale ottica, la corte territoriale avrebbe anche dovuto considerare che, quando l’inadempimento dell’assicuratore sia addotto dall’assicurato e consista nel ritardo col quale questi abbia risarcito il danneggiato, la prova della non imputabilità del ritardo grava (ex art. 1218 c.c.) sull’assicuratore, tenuto a dimostrare la propria correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.) nell’esecuzione del contratto di assicurazione.
6.3.- Ma il collegio ritiene di dover fare talune considerazioni ulteriori, volte ad elidere la possibile discrasia fra il momento, certo, nel quale la mora sussiste nei confronti del danneggiato (60 giorni dopo la richiesta risarcitoria avanzata nelle forme previste dalla legge) nel rapporto indennitario e quello – che sulla base dell’attuale orientamento è del tutto incerto in relazione al variegato atteggiarsi dei singoli casi – nel quale un colpevole ritardo dell’assicuratore è ravvisabile nei confronti dell’assicurato nell’ambito del rapporto assicurativo.
Il fatto stesso che, nel rapporto indennitario, la legge conceda 60 giorni all’assicuratore per determinarsi in ordine al risarcimento da corrispondere al danneggiato è sintomatico della tipizzazione del tempo considerato necessario perchè siano compiuti gli accertamenti del caso; o, comunque, del lasso temporale al di là del quale le conseguenze negative dell’omesso risarcimento vengono poste a carico dell’assicuratore.
Ora, se la cautela con la quale l’assicuratore gestisca la pratica evitando di erogare somme che in ipotesi possano poi risultare non dovute ai danneggiati, trova la sua ovvia spiegazione nel timore di non riuscire poi a recuperarle, tanto non può ridondare a carico del responsabile/assicurato che venga assumendo un’esposizione diretta progressivamente più grave man mano che, per il decorrere del tempo senza che i danneggiati siano stati risarciti, il massimale di polizza (o di legge) vada perdendo la sua capacità satisfattiva delle pretese di chi ha diritto al risarcimento. Si creerebbe altrimenti, segnatamente nei casi di eventi molto gravi che abbiano causato danni di entità prossima al massimale, un possibile incentivo/economico per l’assicuratore a ritardare il risarcimento, alimentato dalla consapevolezza del limite della propria responsabilità entro il massimale e di quella esclusiva dell’assicurato per l’eccedenza.
L’assicurato si determina d’altronde al contratto (al di là dell’obbligo di dotarsi di una copertura assicurativa nei limiti del massimale di legge) allo specifico scopo di trasferire sull’assicuratore il rischio delle conseguenze patrimoniali del fatto produttivo di danno di cui debba rispondere; mentre l’eventualità che la menzionata cautela dell’assicuratore mira ad evitare costituisce, in realtà, un rischio d’impresa, compensato dal premio che l’assicurato paga senza alcuna possibilità di incidere sulle scelte dell’assicuratore al quale abbia correttamente fornito i necessari elementi valutativi sulle modalità e sulle conseguenze del sinistro.
Va conseguentemente enunciato il seguente principio di diritto: “al di fuori dei casi di responsabilità dell’assicurato che abbia omesso di fornire all’assicuratore tutte le informazioni di cui disponga ed utili all’apprezzamento del fatto, va posto a carico dell’assicuratore il rischio della sopravvenuta incapienza del massimale per omesso risarcimento del danno entro 60 giorni dalla richiesta del danneggiato. In tale caso l’assicuratore è quindi tenuto a tenere indenne l’assicurato, nell’ambito del rapporto assicurativo, di tutto quanto questi debba direttamente corrispondere al danneggiato in eccedenza rispetto al massimale tardivamente versato”.
7. – Col terzo motivo il ricorrente incidentale G. – deducendo violazione di norme di diritto e vizio della motivazione – svolge censure analoghe a quelle formulate col secondo motivo del ricorso principale R.  – P.  e si duole inoltre che la corte d’appello abbia escluso il vincolo di solidarietà dell’assicuratore con gli altri responsabili (B. e G.) in ordine a quanto dovuto ai danneggiati, oltre i limiti del massimale per interessi e rivalutazione, sull’ammontare dell’intero danno e non già soltanto sul minor importo di L. 25.000.000.
7.1.- Il primo profilo della censura è fondato per le stesse ragioni esposte sopra sub 2.1.
Il secondo lo è alla luce del consolidato principio secondo il quale il ritardo dell’assicuratore nei confronti del danneggiato comporta, in caso di incapienza originaria o sopravvenuta del massimale, che dalla data di costituzione in mora o da quella in cui il massimale sia diventato insufficiente siano comunque dovuti al danneggiato interessi e maggior danno da svalutazione (ex art. 1224 c.c., commi 1 e 2) sulla somma costituente il limite dell’obbligazione (di valuta) dell’assicuratore nei suoi confronti.

IL RICORSO B.(R.G.N. 25644.06)

8.- In relazione all’eccezione di inammissibilità di Axa, va ribadito che il ricorso è ammissibile per le stesse ragioni sopra indicate sub 4.
9.- Col primo motivo la sentenza è censurata per le stesse ragioni di cui sopra, sub 2.1. ed è per le medesime ragioni fondato.
Resta impregiudicata nel giudizio di rinvio la subordinata domanda del B.di essere tenuto indenne di quanto versato a titolo transattivo ai R.  – P.  (Euro 52.000).
Va detto che infondatamente si sostiene in memoria (a pagina 9, in fine) che la corte d’appello avrebbe “dichiarato la responsabilità solidale del sig. B. per le pretese e le causali dedotte dagli attori in giudizio, nonostante l’intervenuta transazione”. La corte d’appello s’è infatti limitata a dichiarare cessata la materia del contendere tra i R.  – P.  ed il B.. E lo ha fatto (come si legge alla sesta riga di pagina 24 della sentenza) “in conformità alla richiesta delle stesse parti”.
10.- Col secondo motivo il ricorrente si duole – deducendo violazione a falsa applicazione degli artt. 2049 e 2054 c.c., e vizio della motivazione – che la corte d’appello abbia considerato irrilevante il titolo della responsabilità del G.; che andava invece individuato in relazione all’art. 2049 c.c., con conseguente responsabilità del G. nei suoi confronti per non avere, stipulando un’assicurazione per la r.c.a. con massimale di sole L. 150.000.000, adeguatamente tutelato il proprio dipendente in ordine al rischio di responsabilità per danni arrecati a terzi nell’esercizio dell’attività di conducente dell’autocarro.
10.1.- La censura è infondata, non essendo dal ricorrente affermato che egli avesse svolto una domanda di tal tipo nei confronti del G., sicchè la corte d’appello non era investita della questione relativa all’individuazione del titolo della responsabilità del G. nel rapporto processuale (non instauratosi) B.- G., ma solo della sussistenza della responsabilità del G. nel rapporto tra gli attori ed il medesimo; ed a quei fini il titolo era del tutto irrilevante in relazione al giudicato formatosi in punto di responsabilità, come rivelato sopra, sub 5.1.

L’ALTRO RICORSO INCIDENTALE G. (R.G.N. 25880/06)

11.- Il ricorso, identico a quello recante il n. 25879/06, deve essere dichiarato inammissibile in virtù del principio di consumazione dell’impugnazione.

Conclusioni

12.- Vanno conclusivamente accolti i primi due motivi del ricorso R.  – P. , il secondo ed terzo motivo del primo ricorso G. ed il primo motivo del ricorso B..
Tutti gli altri motivi sono respinti. Il secondo ricorso G. è, come detto, inammissibile.
La sentenza è cassata in relazione alle censure accolte, con rinvio alla stessa corte d’appello in diversa composizione, che regolerà anche le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.
La Corte di Cassazione

riunisce i ricorsi; accoglie il primo ed il secondo motivo del ricorso di L. R., A. P.e C. P. e rigetta il terzo; accoglie il secondo ed il terzo motivo del ricorso n. 25579/06 di C. A. G. e rigetta il primo; dichiara inammissibile il ricorso n. 25580/06 del medesimo G.; accoglie il primo motivo del ricorso di A.B. e rigetta il secondo; cassa in relazione alle o censure accolte e rinvia, anche per le spese, alla corte d’appello di Perugia in diversa composizione.
Così deciso in Roma, il 9 novembre 2010.
Depositato in Cancelleria il 18 gennaio 2011

Cartelle esattoriali ed ipoteca nulla: il Tribunale di Genova condanna l’Agente per la riscossione al risarcimento del danno (sentenza 3 dicembre 2010)

Tribunale di Genova, sez. II Civile, sentenza 3 dicembre 2010
Giudice Gibelli

Osserva

Gli attori agiscono quali eredi del padre, e per F. E. del coniuge, per ottenere il risarcimento dal danno patito a seguito di una esecuzione immobiliare promossa dalla convenuta avverso il loro dante causa.
In particolare gli stessi lamentano che la concessionaria della riscossione abbia agito in via esecutiva per la soddisfazione di crediti tributari vantati corrispondenti alle seguenti intimazioni di pagamento.
1. Intimazione … dell’importo di euro 72,53
2. Intimazione … dell’importo di euro 1461,91
3. Intimazione … dell’importo di euro 425,64
4. Intimazione … dell’importo di euro 32,01
In relazione alla prima cartella l’esecuzione (principiata con pignoramento del 26.8.05 notificato il 30.5) risulterebbe illegittima per violazione del art. 76 comma 1 del d.p.r. 602/73 per essere l’importo posto in esecuzione inferiore al limite per il quale è ammesso il ricorso del concessionario all’espropriazione immobiliare.
In relazione a tutti gli altri titoli, invece, il vizio consisterebbe nella violazione dell’art. 77 comma 2 del testo già detto in quanto l’esecuzione non sarebbe stata preceduta dalla iscrizione necessaria ratione valoris di garanzia ipotecaria sull’immobile la cui capitalizzazione della redita catastale era notevolmente superiore al rapporto minimo con il credito azionato legittimante la vendita forzata.
1. Essendosi in ogni caso conclusa la procedura esecutiva con l’aggiudicazione dell’immobile in data 63.2.06, ancora contestavano che, al momento del pignoramento, risultavano notificate le prime due intimazioni sebbene fosse decorso oltre un anno dalla notifica della cartella ( art. 50 comma 2 del d.p.r. 603/73).
Inoltre denunciavano ulteriori vizi del corso della procedura come il fatto che il primo incanto si fosse tenuto in data non correttamente comunicata né oggetto di regolare pubblicità.
Infine risulterebbe che al momento della vendita fosse già scaduto il termine di validità del pignoramento.
Quanto a profili di danno gli attori lamentano il versamento di euro 200.000,00 agli aggiudicatari al fine di ottenere la loro rinunzia alla aggiudicazione, somma ulteriore rispetto alla restituzione di quanti dagli stessi versato alla procedure, oltre alle spese legali ed al danno morale patito dal de cuius costretto ad una strenua difesa (non necessaria) della propria abitazione.
Le circostanze di cui sopra risultano documentalmente provate e sostanzialmente fondate, risultando il contrasto diretto colle norme di legge menzionate della condotta del concessionario resa palese dagli atti della procedura esecutiva.
La figura della responsabilità del creditore procedente per abuso nell’attività esecutiva è ormai consolidata (da ultimo Cassazione civile sez. III 03 settembre 2007 n. 18533 ; Cassazione civile sez. III 07 maggio 2007: n. 10299) e, nel caso, la violazione da parte del concessionario di servizio pubblico pare ancor più chiara stante la limitazione nel libero perseguimento del proprio interesse derivante dalla funzione pubblica.
Quanto al danno lamentato risulta sicuramente dovuto l’onorario dell’avv. M. interamente sborsato per l’esistenza di una procedure esecutiva immobiliare che non avrebbe dovuto venir ad esistenza.
Circa il consistente esborso effettuato per il recupero dell’immobile si deve osservare quanto segue.
In linea teorica la procedura esecutiva non avrebbe dovuto produrre altro danno all’esecutato che la somma recuperata dal creditore e le spese vive derivanti dalla perdita dell’immobile (ricerche per nuovo acquisto, trasloco etc.) Infatti il prezzo di vendita deve esser stimato per equo ed il compenso in eccesso spetterebbe al debitore rappresentando il controvalore del cespite perduto.
Nel caso invece il riacquisto è stato effettuato non solo colla restituzione agli acquirenti di quanto versato alla procedura, ma col versamento di 200.000 euro ulteriori.
Può dirsi che con quanto sopra il creditore del risarcimento ha volontariamente ed ingiustificatamente aggravato il danno?
A giudizio dello scrivente, nel caso, no. L’azione recuperatoria del de cuius risulta infatti intesa a riguadagnare la proprietà della casa di abitazione, casa nella quale egli risiedeva in costanza di grave e documentata malattia, casa sicuramente collegata alla storia famigliare.
2 – 3. Nel contesto suddetto, parrebbe forse eccessivo un “riscatto” a prezzo doppio di quello di marcato pieno, ma il “riscatto” a prezzo quasi doppio di un valore di assegnazione in sede di asta giudiziaria non pare un aggravamento ingiustificato.
Inoltre, in via extracontrattuale, il debitore risponde anche per le conseguenze imprevedibili dell’illecito.
Non appare dovuto il valore del credito incassato dalla concessionaria.
Per rivendicare lo stesso come danno è necessario dimostrare non solo che la procedura fu illegittima, ma anche che la somma non era dovuta del tutto.
La suddetta prova è mancata.
E’ invece dovuto un danno morale azionabile iure ereditario dagli odierni attori.
Alla luce dei principi di cui a Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008 la condotta illecita infatti si presenta nella duplice veste di “aggressione ai beni dell’abitazione di proprietà e del domicilio” che appaiono dotati di tutela costituzionale, e di abuso della facoltà di agire in giudizio. Per detto abuso l’art. 96 c.p.c. consente un risarcimento ulteriore rispetto alla vittoria del capitale ed accessori di lite ed al recupero delle spese. Sia pure in via non esplicita si tratta quindi di norma speciale che autorizza espressamente “anche” la liquidazione di un danno non patrimoniale.
Il timore e l’ansia indotta in persona malata riguardo alla perdita della propria abitazione paiono di consistente entità ed il risarcimento equo si stima nella somma di euro 30.000,00.
Alla condanna nel merito della contumace segue la condanna alla rifusione delle spese di lite del giudizio che si liquidano in euro 808,00 per esborsi, euro 1.801,00 per diritti ed euro 5.000,00 per onorar, oltre a rimborso forfetario, iva e cpa.

P.Q.M.

Il tribunale, visto l’art. 281 sexies del c.p.c., ogni contraria istanza disattesa,
Condanna parte convenuta a versare agli attori, creditori in solido, la somma di euro 239.600,00 (duecentotrentanovemilaseicento) oltre a rivalutazione monetaria ed interessi legali sulla somma via via rivalutata dai singoli esborsi al saldo (per i danni patrimoniali) e dalla vendita al saldo per i danni morali;
Condanna il convenuto alla rifusione delle spese di lite liquidate come in parte motiva ed in misura integrale.

La scuola sci risponde dell’infortunio dell’alunna se non prova che il fatto non è imputabile al maestro (Cassazione 2559/2011)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 10 dicembre 2010 – 3 febbraio 2011, n. 2559
Presidente Amatucci – Relatore D’Amico

Svolgimento del processo

M..P.A. , in proprio e nella qualità di esercente la potestà genitoriale sulla figlia minore E..P. conveniva dinanzi al Tribunale di Bolzano la Scuola Ski – Snowbord Schule Dolomites per sentirla condannare al risarcimento del danno subito a causa dell’infortunio del quale era rimasta vittima la stessa P.E. , durante una lezione collettiva di sci, sotto la direzione e la sorveglianza di un maestro istruttore della medesima scuola.
Quest’ultima si costituiva negando la propria responsabilità per il sinistro.
Il Tribunale respingeva la domanda attrice, condannando la P. a rifondere alla convenuta le spese processuali. Deduceva il Giudice che l’attrice aveva l’onere di provare, oltre all’esistenza del danno, anche il nesso di causalità fra quest’ultimo e l’inadempimento del maestro. Tale prova non era stata tuttavia offerta, mentre la Scuola aveva provato che il corso si svolgeva su una pista classificata come pista blu (facile).
Avverso tale sentenza proponeva appello M..P.A. .
Si costituiva la Scuola Ski – Snowbord Schule Dolomites insistendo per il rigetto dell’appello.
La Corte d’Appello di Trento – Sezione distaccata di Bolzano, respingeva l’appello proposto dalla P. avverso la sentenza del Tribunale e condannava l’appellante a rifondere all’appellata le spese processuali.
Proponeva ricorso per cassazione M..P.A. con tre motivi.
Resisteva con controricorso la Scuola Ski – Snowbord Schule Dolomites.
Le parti hanno presentato memorie.

Motivi della decisione

Con il primo motivo parte ricorrente denuncia “Violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 2697, 2727 ss. c.c. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.”.
Il secondo motivo verte sulla “sussistenza di obblighi accessori di protezione e di garanzia, discendenti dal dovere di buona fede oggettiva, inadempiuti dalla debitrice scuola di sci: violazione e falsa applicazione degli artt. 1375 e 1175 c.c. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c.”.
I due motivi, strettamente connessi, devono essere congiuntamente esaminati.
Ad avviso di M..P.A. la Corte d’Appello di Trento ha erroneamente interpretato l’art. 1218 c.c. e sulla base di tale errata interpretazione ha ritenuto che incombeva sulla danneggiata l’onere di provare l’inadempimento della controparte e il nesso causale fra l’inadempimento stesso e il danno.
Sostiene altresì parte ricorrente che la motivazione della sentenza impugnata risulta erronea per avere il Giudice dell’appello omesso di valutare come la scuola di sci si sia resa inadempiente agli obblighi di protezione assunti ex contrada nei confronti della minore P.E. , optando per una restrittiva interpretazione del contenuto negoziale in esame.
Entrambi i motivi sono fondati.
Non v’è dubbio che l’affidamento di un bambino di cinque anni ad una scuola di sci perché gli siano impartite lezioni (il che integra un contratto) comporti a carico della scuola l’assunzione di obbligazioni di protezione volte a garantirne l’incolumità. Ed è altresì ovvio che, per quanta cautela sia profusa dal maestro di sci, è pur sempre possibile che l’allievo cada, per l’intrinseca natura dell’attività che la scuola è richiesta di svolgere e perché costituisce dato di comune esperienza che non è dato imparare a sciare senza incappare mai in cadute.
Sulla base di tali dati sarebbe erroneo sia assumere che, per il solo fatto della caduta, la scuola sia responsabile delle lesioni riportate dall’allievo; sia che, comunque, poiché una caduta è altamente probabile sicché può essere considerata come un rischio accettato, delle lesioni subite dal minore la scuola non debba mai rispondere. Si tratterà invece di stabilire se la scuola abbia adempiuto le obbligazioni volte a garantire la sicurezza dell’allievo, per quanto è possibile.
Il problema è costituito dalla distribuzione degli oneri probatorii se, cioè, debba la scuola provare di aver fatto quanto doveva per salvaguardare la sicurezza (relativa) dell’allievo sicché l’incidente non possa essere imputato alla stessa o al maestro della cui azione risponde; o se debba l’allievo (e, per lui, chi ne ha la potestà genitoriale) provare l’inadempimento della scuola.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, invero, nelle controversie instaurate per il risarcimento del danno da autolesione nei confronti dell’istituto scolastico e dell’insegnante, è applicabile il regime probatorio desumibile dall’art. 1218 c.c. (Cass., 3.3.2010, n. 5067). Alla stregua di tale disposizione, in tema di prova dell’inadempimento di una obbligazione, il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l’adempimento deve soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento. Anche nel caso in cui sia dedotto non l’inadempimento dell’obbligazione, ma il suo inesatto adempimento, al creditore istante sarà sufficiente la mera allegazione dell’inesattezza dell’adempimento (per violazione di doveri accessori, come quello di informazione, ovvero per mancata osservanza dell’obbligo di diligenza), gravando ancora una volta sul debitore l’onere di dimostrare l’avvenuto, esatto adempimento (Cass., S.U., 30.10.2001, n.13533).
Dal vincolo negoziale sorto a seguito dell’accoglimento della domanda di iscrizione all’istituto scolastico e dalla conseguente ammissione dell’allievo alla scuola sorge infatti a carico del medesimo istituto l’obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l’allievo procuri danno a se stesso. Nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche l’insegnante assume quindi uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l’allievo si procuri da solo un danno alla persona (Cass., 3.3.2010, n. 5067; Cass., 18.11.2005, n. 24456).
L’errore della corte d’appello consiste, dunque, nell’aver ritenuto che dell’inadempimento dovesse dar prova il creditore della prestazione. Esso è, in realtà, addotto per il fatto stesso che sia proposta una domanda di risarcimento per le lesioni conseguite ad una caduta e non v’è bisogno che sia prospettato in relazione ad eventi specifici, che la parte (madre del bambino) ovviamente ignora e che non versa nella possibilità di conoscere. Compete invece alla scuola provare che le lesioni sono state conseguenza di un fatto alla stessa non imputabile.
Nulla impedisce che la prova possa essere data anche a mezzo di presunzioni. Anzi, il procedimento di inferenza induttiva deve essere adeguato al contesto.
Ma se la prova manchi e la causa della caduta resti dunque ignota, il sistema impone che le conseguenze patrimoniali negative del fatto siano subite da chi abbia oggettivamente assunto la posizione di inadempiente e non del creditore della prestazione.
Con il terzo ed ultimo motivo parte ricorrente denuncia infine “Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5, in punto alla liquidazione delle spese di entrambi i gradi di giudizio”.
Il motivo è assorbito.
In conclusione, i primi due motivi devono essere accolti con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte d’Appello di Trento, in diversa composizione, che deciderà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi due motivi del ricorso e dichiara assorbito il terzo. Cassa e rinvia alla Corte ‘Appello di Trento in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione.

Condominio: le spese di manutenzione del lastrico solare gravano su tutti i condomini (Cassazione 941/2011)

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 9 dicembre 2010 – 17 gennaio 2011, n. 941
Presidente Triola – Relatore Mazziotti Di Celso

Svolgimento del processo

L.C. e B. C. convenivano in giudizio G. R., L. T. C., S. F. e il condominio di via … di Roma chiedendone la condanna al rimborso delle spese sostenute per l’esecuzione di lavori necessari ad eliminare le infiltrazioni idriche manifestatesi nei box e nelle mura perimetrali. Gli attori esponevano: di essere proprietari di un appartamento al primo piano dell’edificio condominiale in questione con annesso piano di calpestio esterno; di aver ricevuto pressione dai proprietari dei box sottostanti al detto piano di calpestio di eliminare le cause dei fenomeni infiltrativi; di aver proceduto ai necessari lavori per eliminare l’inconveniente sostenendo la spesa complessiva di L. 48.077.00 per lavori sul lastrico e di L. 1.300.000 per opere relative al muro perimetrale; di aver quindi diritto al rimborso della quota pari ai 2/3 della spesa relativa ai lastrico dai proprietari dei box sottostanti ed al rimborso ex art. 1123 cc della spesa sostenuta per il muro perimetrale del condominio.
I convenuti si costituivano e chiedevano il rigetto della domanda.
Con sentenza n. 30565/2002 l’adito tribunale di Roma, eseguita la disposta c.t.u. rigettava la domanda rilevando che nella specie non era applicabile l’art. 1126 c.c. posto che detto articolo riguardava il criterio di ripartizione delle spese di riparazione del lastrico conseguenti alla sua vetustà mentre le infiltrazioni in questione dovevano imputarsi a vizi costruttivi indebitamente tollerali dagli attori che non avevano agito nei confronti del costruttore.
Avverso la detta sentenza i soccombenti attori proponevano appello al quale resistevano tutti gli appellati.
Con sentenza 2/3/2005 la corte di appello di Roma, in accoglimento del gravame e in riforma del”impugnata decisione, condannava R. G., L. T. C., S. F. e il condominio a versare agli appellanti le somme per ciascun appellato determinate. La corte di appello osservava: che il lastrico solare a livello e l’adiacente giardino svolgevano la funzione di copertura dei box del fabbricato per cui l’obbligo di provvedere alla sua riparazione o ricostruzione gravava anche sui condomini proprietari dei box con ripartizione delle relative spese secondo i criteri di cui all’art. 1126 c.c. non rilevando a tal fine la necessità, con gli interventi riparatori, del ripristino delle strutture preesistenti o della modifica o dell’integrazione in conseguenza dei vizi o della carenze costruttive originarie: che, come emergeva dalla c.t.u., le infiltrazioni non erano dovute a cattiva o negligente manutenzione imputabile ai proprietari del lastrico solare; che le opere eseguite dagli appellanti avevano in parte risolto il problema delle infiltrazioni in quanto finalizzate alla impermeabilizzazione ex novo del lastrico solare: che pertanto i proprietari dei box sottostanti il lastrico avevano l’obbligo di contribuire, in proporzione delle rispettive quote, alle spese (determinate dal c.t.u. in L. 38.552.800) sostenute dagli appellanti secondo le disposizioni di cui all’art. 1226 c.c.; che quindi gli appellati andavano condannati al pagamento in favore degli appellanti delle somme per ciascuno determinate sulla base delle rispettive quote millesimali; che il condominio andava condannato al pagamento in favore degli appellanti – per la spesa sostenuta per le mura perimetrali – di L. 1.300.00 previa detrazione della quota spettante agli stessi appellanti a norma dell’art. 1123 c.c..
La cassazione della sentenza della corte di appello di Roma è stata chiesta da G. R. e da L. T. C. con ricorso affidato a due motivi. B. C. e L.C. hanno resistito con controricorso ed hanno depositato memoria. Gli intimati S. F. e condominio di via … di Roma non hanno svolto attività difensiva in sede di legittimità.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso il R. e la T. C. denunciano violazione dell’art. 1134 c.c. deducendo che il C. e la C. hanno sostenuto spese per cose comuni senza la preventiva autorizzazione dell’amministratore o del condominio per cui il giudice di appello avrebbe dovuto far riferimento al citato art. 1134 c.c. e non agli artt. 1123 e 1126 che si riferiscono solo al criterio di ripartizione e presuppongono l’imputabilità della spesa ai condomini. La detta questione è stata affrontata nella comparsa di costituzione in primo grado per cui i condomini non sono tenuti a rimborsare una spesa decisa unilateralmente – e senza autorizzazione – da uno solo di essi.
La censura non puo’ trovare accoglimento in quanto relativa ad una questione che dalla lettura della sentenza impugnata non risulta (nè è stato dedotto dai ricorrenti) essere stata riproposta in appello, come pur sarebbe stato necessario, ex art. 346 c.p.c..
Al riguardo è sufficiente osservare che, come è noto, le domande proposte in via subordinata e ritenute assorbite dall’accoglimento della domanda principale, pur non necessitando di riproposizione attraverso una impugnazione incidentale, devono comunque essere richiamate in maniera esplicita in qualsiasi scritto del giudizio di secondo grado, entro l’udienza di precisazione delle conclusioni, pena l’effetto di tacita rinuncia sancito dall’art. 346 c.p.c.. Detto onere non risulta essere stato rispettato dai ricorrenti.
Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano violazione dell’articolo 1126 ex. e vizi di motivazione sostenendo che nella specie – come affermato dal giudice di primo grado – non è applicabile il detto articolo dovendosi attribuire la causa delle infiltrazioni non a “vetustà” ma a vizi costruttivi dell’immobile come peraltro ammesso dagli stessi attori nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado. Il C. e la C. sono quindi colpevoli per il mancato azionamento della garanzia prevista dalla legge nei confronti del costruttore e non possono far valere nei confronti degli altri condomini diritti che avrebbero dovuto far valere verso il costruttore. Nella sentenza impugnata tale fondamentale aspetto della controversia non risulta affrontato, nulla argomentandosi in merito alla questione dei vizi strutturali o di costruzione. La corte di appello non ha spiegato le ragioni per le quali, in contrasto con il tribunale, ha ritenuto imputabile ai C. la responsabilità per la mancala eliminazione delle cause del danno conseguente alla indebita tolleranza manifestata in ordine a difetti originari di progettazione o di esecuzione di opera.
Anche questo motivo deve essere disatteso posto che la corte di appello ha fatto corretta applicazione dei seguenti principi piu’ volte affermati nella giurisprudenza di legittimità:
– i singoli proprietari delle varie unità immobiliari comprese in un edificio condominiale, sono a norma dell’art. 1317 c.c., (salvo che risulti diversamente dal titolo) comproprietari delle parti comuni, tra le quali il lastrico solare, assumendone la custodia con il correlativo obbligo di manutenzione;
– il lastrico solare, anche se attribuito in uso esclusivo o di proprietà esclusiva di uno dei condomini, svolge funzione di copertura del fabbricato e percio’ l’obbligo di provvedere alla sua riparazione o ricostruzione, sempre che non derivi da fatto imputabile soltanto a detto condomino, grava su tutti i condomini, con ripartizione delle relative spese secondo i criteri di cui all’art. 1126 c.c.; di conseguenza il condominio risponde, quale custode ex art. 2051 c.c., dei danni che siano derivati al singolo condomino o a terzi per difetto di manutenzione del lastrico solare, non rilevando a tal fine che i necessari interventi riparatori o ricostruttivi non consistano in un mero ripristino delle strutture preesistenti, ma esigano una specifica modifica od integrazione in conseguenza di vizi o carenze costruttive originarie, salva in questo caso l’azione di rivalsa nei confronti del costruttore-venditore;
– in tema di condominio di edifici il lastrico solare – anche se attribuito in uso esclusivo, o di proprietà esclusiva di uno dei condomini – svolge funzione di copertura del fabbricato e percio’, l’obbligo di provvedere alla sua riparazione o ricostruzione, sempre che non derivi da fatto imputabile soltanto a detto condomino, grava su tutti, con ripartizione delle spese secondo i criteri di cui all’art. 1126 c.c.. Ne consegue che il condominio, quale custode ex 2051 c.c. – in persona dell’amministratore, rappresentante di tutti i condomini tenuti ad effettuare la manutenzione, ivi compreso il proprietario del lastrico o colui che ne ha l’uso esclusivo – risponde dei danni che siano derivati al singolo condomino o a terzi per difetto di manutenzione del lastrico solare. A tal fine i criteri di ripartizione delle spese necessarie non incidono sulla legittimazione dei condominio nella sua interezza e del suo amministratore, comunque tenuto a provvedere alla conservazione dei diritti inerenti alle parti comuni dell’edificio ai sensi dell’art. 1130 c.c..
– l’obbligo del singolo condomino di contribuire in misura proporzionale al valore della sua unità immobiliare alle spese necessarie per la manutenzione e riparazione delle parti comuni dell’edificio e alla rifusione dei danni subiti dai singoli condomini nelle loro unità immobiliari, a causa dell’omessa manutenzione o riparazione delle parti comuni, trova la sua fonte nella comproprietà delle parti comuni dell’edificio e non nella specifica condotta illecita ad esso attribuibile, potendo tale condotta, ove provata, esclusivamente far sorgere a suo carico l’obbligo di risarcire il danno complessivamente prodotto ex art. 2043 c.c.. Tale principio trova applicazione anche quando i danni derivino da vizi e carenze costruttive dell’edificio, salva l’azione di rivalsa, ove possibile, nei confronti del costruttore.
– il lastrico solare anche se attribuito in uso esclusivo o di proprietà esclusiva di uno dei condomini, svolge funzione di copertura del fabbricato e percio’ l’obbligo di provvedere alla sua riparazione o ricostruzione, sempre che non derivi da fatto imputabile soltanto a detto condomino, grava su tutti i condomini, con ripartizione delle relative spese secondo i criteri di cui all’art. 1126 c.c. di conseguenza il condominio risponde, quale custode ex art. 2051 c.c. dei danni che siano derivati al singolo condomino o a terzi per difetto di manutenzione del lastrico solare non rilevando a tal fine che i necessari interventi riparatori o ricostruttivi non consistano in un mero ripristino delle strutture preesistenti, ma esigano una specifica modifica od integrazione in conseguenza di vizio carenze costruttive originarie.
La Corte d’appello ha puntualmente applicato al caso di specie i detti principi affrontando specificamente – al contrario di quanto dedotto dai ricorrenti nel motivo in esame – la diversa tesi fatta propria dal primo giudice e ritenuta infondata alla luce dei sopra riportati principi. La corte di merito ha peraltro evidenziato che, comunque, come chiarito dal c.t.u., le opere eseguite dai C. – C. avevano riguardato “la risoluzione delle problematiche infiltrative in quanto effettivamente finalizzate alla impermeabilizzazione ex nova del lastrico solare ed al conseguente ripristino dei luoghi senza introduzione di particolari innovazioni o miglioramenti rispetto allo stato ante operam se non l’abbattimento della vetustà dei materiali”.
Da cio’ l’infondatezza sotto tutti gli aspetti della censura in esame: del tutto insussistenti sono pertanto le asserite violazioni di legge e i lamentati vizi di motivazione.
Il ricorso va di conseguenza rigettato con la condanna dei soccombenti ricorrenti in solido al pagamento, in favore dei resistenti, delle spese del giudizio di cassazione liquidate nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento, in favore dei resistenti B. C. e C. L., delle spese del giudizio di cassazione che liquida in complessivi Euro 200,00, oltre Euro 2.000.00 a titolo di onorari ed oltre accessori come per legge.

Responsabilità sanitaria: per la Cassazione sono responsabili dei danni al nascituro la clinica, l’equipe ed il ginecologo (Cassazione 23347/2011).

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 29 novembre 2010 – 1 febbraio 2011, n. 2334

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Roma, con sentenza 27 giugno 2002, accertava la responsabilità della Casa di cura V.P. di Roma e del chirurgo ginecologico, Dott. M.T. , nella determinazione delle lesioni gravi subite dalla neonata A..C., nonché dell’ulteriore evento morte, avvenuto a distanza di nove anni dalla nascita, condannandoli entrambi in solido al risarcimento dei danni subiti dai genitori, C..C. e R..F. , e dal fratello M.C. , sia in proprio che in qualità di eredi.
Il Tribunale accoglieva, inoltre, le domande di manleva proposte da entrambi i danneggianti nei confronti delle rispettive compagnie di assicurazione, assolvendo invece la terza convenuta, P.I., sul rilievo che la stessa, nella sua qualifica di levatrice, non aveva contribuito a cagionare l’evento.
Proponeva appello avverso tale decisione la Casa di cura V.P., gestita dalla società a responsabilità limitata, P., sottolineando che la ricostruzione del primo giudice aveva erroneamente considerato in colpa la clinica nonostante l’intervento di taglio cesareo fosse stato eseguito in conformità delle tecniche condivise dalla scienza medica.
Il primo giudice aveva posto in evidenza la mancanza di strutture adeguate per l’assistenza della neonata all’interno della Casa di cura, ma non aveva considerato che le sofferenze fetali, antecedenti al ricovero, erano avvenute del tutto al di fuori del controllo della clinica e dei suoi sanitari.
I congiunti della C. si costituivano in giudizio, chiedevano il rigetto dell’appello e con appello incidentale sollecitavano la riforma della decisione di primo grado, con la condanna della P. che aveva accompagnato la partoriente nella clinica ed alla quale la stessa si era affidata dopo aver rilevato la mancanza di movimenti del feto. Gli stessi appellanti incidentali riproponevano tutti gli argomenti svolti nel giudizio di primo grado relativamente alla responsabilità della Casa di Cura e del medico, Dott. T.  anche per quanto riguardava il periodo precedente al ricovero.
Il ginecologo, Dott. T., rilevava, a sua volta – costituendosi in giudizio – la mancata integrazione nel giudizio di primo grado del contraddittorio nei confronti degli altri operatori sanitari, in particolare dell’anestesista e del pediatra, ai quali doveva addebitarsi, in effetti, il mancato intervento sulla neonata subito dopo il parto.
Il dottor T. contestava la propria responsabilità ed in subordine chiedeva la riduzione del risarcimento riconosciuto a suo carico.
Le compagnie di assicurazione si costituivano in giudizio. L’AXA, in particolare, deduceva che il massimale di polizza era di duecento milioni, precisando che per persona sinistrata doveva intendersi ogni soggetto che avesse subito il sinistro (e che non potevano considerarsi persone sinistrate i genitori della neonata).
La Corte d’appello di Roma rigettava l’appello principale proposto da P. s.r.l. nei confronti di C.C. e F.R. .
Accoglieva, invece, l’appello incidentale proposto dal Dott. T.M. e dalla Italiana Assicurazioni, rigettando le domande proposte nei loro confronti dai genitori di A.C. .
Accoglieva, infine, l’appello incidentale della AXA, dichiarando che il massimale generale di polizza era di 750.000.000 di lire per ogni sinistro e di lite 200.000.000 per ogni persona danneggiata (ivi compresa la minore, il cui risarcimento era stato riconosciuto “iure successionis” al fratello ed ai genitori).
Una prima responsabilità i giudici di appello rilevavano in quanto accaduto il giorno precedente al parto. L’esame cardiotocografico del (OMISSIS) (del quale non vi era traccia negli atti della clinica) aveva dato esito non tranquillizzante, tanto che la partoriente era stata invitata a ripresentarsi al mattino successivo per essere sottoposta a parto cesareo.
Il riscontro di un tracciato che deponeva per la sussistenza di sofferenza fetale avrebbe dovuto consigliare i medici della clinica a trattenere la F. al fine di controllarla ad intervalli regolari, ove la situazione si fosse fatta critica.
Disinvoltamente, la partoriente era stata invitata a ripresentarsi il giorno successivo, quando avendo il tracciato del nuovo esame segnalato gravi anomalie, e la paziente era stata finalmente sottoposta a taglio cesareo.
Osservavano i giudici di appello che, per quanto riguardava il ginecologo Dott. T., era pacifico che lo stesso non fosse presente in clinica la sera precedente al taglio cesareo.
Poiché il taglio cesareo era stato eseguito in modo regolare e nel breve volgere di una ora dal ricovero, egli non poteva essere considerato responsabile del ritardo con il quale la partoriente era stata sottoposta ad intervento.
Del resto, aggiungevano gli stessi giudici, al momento della nascita della neonata, l’intervento chirurgico non poteva dirsi ancora concluso, occorrendo ancora provvedere alla estrazione della placenta, alla pulizia della cavità uterina, alla chiusura della breccia uterina, al controllo dell’emostasi ed, infine, alla chiusura della parete addominale.
La stessa circostanza che il ginecologo fosse impegnato in tutte queste altre attività, escludeva, ad avviso della Corte territoriale, che lo stesso potesse occuparsi della neonata, soprattutto tenendo conto che erano presenti figure professionali dotate di migliori e specifiche cognizioni tecniche.
Per quanto riguardava le manovre di rianimazione primaria (certamente non eseguite sulla neonata) la Corte di appello sottolineava che le stesse sarebbero state piuttosto di competenza del pediatra e dell’anestesista, che tuttavia non erano stati chiamati in giudizio.
In sintesi, poiché l’intervento di taglio cesareo non aveva provocato di per sé alcun danno cerebrale, dovuto alla sofferenza prenatale pregressa, e rilevato che non era emersa alcuna responsabilità del ginecologo nella scelta di rimandare a casa la partoriente la sera precedente,e poiché per i fatti successivi alla nascita il dottor T. non poteva dirsi responsabile, i giudici di appello riformavano la decisione di primo grado sul punto.
Quanto alla liquidazione del danno, la stessa era effettuata dai giudici di appello con i criteri equitativi seguiti dalla giurisprudenza di merito, tenuto conto del gravissimo danno arrecato alla neonata, ridotta – a causa dalla sofferenza fetale – ad una via quasi vegetativa durata ben nove anni, con la necessaria assistenza dei genitori fino alla data della morte della bambina, ed il conseguente sconvolgimento della vita dei genitori e l’intenso dolore patito.
Avverso tale decisione la P. s.r.l. ha proposto ricorso per cassazione sorretto da sette motivi.
Resiste con controricorso la Italiana assicurazioni, AXA Assicurazioni e C..C. e R..F. (in proprio e quale esercenti la potestà genitoriale sul figlio minore C.M. , con controricorso).
Sia l’AXA assicurazioni che i genitori della minore deceduta hanno proposto ricorso incidentale, cui resistono la Italiana Assicurazioni e la società P. a r.l.

P.,  la rispettiva compagnia di assicurazione, e Italiana assicurazioni hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Deve preliminarmente disporsi la riunione dei ricorsi proposti contro la medesima decisione. Con il primo motivo la ricorrente principale, P. s.r.l., denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 324 e 112 c.p.c. (vizio di extrapetizione).
Ad avviso della ricorrente principale, la Corte d’appello sarebbe incorsa nel vizio di extrapetizione, affermando la responsabilità della clinica nella fase precedente al ricovero ed al parto. Infatti, il Tribunale aveva espressamente escluso ogni responsabilità della Clinica per quanto riguarda la fase pre-ricovero: ed in mancanza di precisa impugnazione sul punto, tale pronuncia doveva considerarsi passata in giudicato.
Con il secondo motivo, la ricorrente principale deduce, sotto altro profilo, la violazione dell’art. 112 c.c. (extrapetizione) nonché violazione degli artt. 101, 102 e 103 c.p.c. (difetto di contraddittorio).
La originaria domanda degli attori era circoscritta alla incompetenza della ostetrica, alla insufficienza della casa di cura per le apparecchiature, soprattutto per la mancanza di incubatrice, ed alla negligenza del ginecologo.
A seguito della istruttoria compiuta, erano stati discolpati la ostetrica (già in primo grado) e il ginecologo (a seguito della decisione di appello).
La Casa di cura non era risultata inadeguata né carente di attrezzatura, ma era stata condannata per la presunta negligenza del pediatra e dell’anestesista, rimasti entrambi al di fuori del giudizio.
Il quesito di diritto con il quale si conclude il secondo motivo è del seguente tenore: “Dica la Corte di Cassazione se – come sostenuto – la Corte di appello sia incorsa nel vizio di extrapetizione in relazione alle originarie domande attoree e se vi sia stata violazione del contraddittorio e delle disposizioni sul litisconsorzio in relazione alla assenza dal giudizio dell’anestesista e del pediatra”.
I due motivi, da esaminare congiuntamente in quanto connessi tra di loro, sono privi di fondamento.
1. Osserva il Collegio:
I giudici di appello hanno esaminato la domanda proposta dagli attori, sulla base delle conclusioni formulate nell’atto introduttivo, evidenziando che sia la Casa di Cura che il dottor T. (ma anche i danneggiati che avevano proposto appello incidentale, in relazione al rigetto della domanda proposta contro la P. ) avevano criticato – seppur da parti diverse – la ricostruzione dei fatti operata dal Tribunale, il quale aveva condannato la Casa di cura in solido con il dottor T. al risarcimento dei danni.
Tutte le questioni relative alla responsabilità del medico e della Casa di Cura dovevano ritenersi all’esame dei giudici di appello, in considerazione delle opposte censure sollevate in ordine alla decisione di primo grado.
I coniugi C. e F. non avevano l’onere di riproporre la questione della responsabilità della Casa di Cura e del Dott. T. , con specifico riferimento alla condotta precedente al ricovero.
Essi, infatti, erano risultati pienamente vittoriosi in relazione alla domanda di risarcimento proposta e dunque avevano solo l’onere di riproporre la questione al giudice di appello ai sensi dell’art. 346 c.p.c..
I giudici di appello hanno affrontato la questione della responsabilità della struttura sanitaria per la mancanza dei doverosi interventi protettivi, anteriori e successivi al parto, e relativi alla assistenza della salute della neonata.
L’inadempimento, prospettato dagli attori nell’atto introduttivo del giudizio, riguardava la responsabilità diretta della clinica che non è stata in grado di giustificarlo.
Nella comparsa di risposta dei coniugi C. e F. in grado di appello si legge: “neppure condividiamo le conclusioni cui perviene il Tribunale riguardo l’esame eseguito la sera precedente il parto, la sera del (OMISSIS) , che, al contrario di quanto sostenuto in sentenza, è pacificamente riconosciuto (essere) avvenuto presso la Casa di Cura, tanto che ad esso fanno riferimento sia il T. sia la P. , nelle rispettive comparse di risposta redatte in prime cure, addirittura assumendo la circostanza come punto di forza, al fine di sostenere la cura con cui sarebbe stato eseguito il caso”.
La Corte territoriale ha interpretato la domanda prospettata nell’atto di citazione come rivolta ad ottenere il riconoscimento della piena responsabilità tanto della Casa di cura che del ginecologo, in relazione alle gravi negligenze dimostrate dalla struttura e dalla intera equipe sanitaria per tutto quanto accaduto prima e dopo il parto.
In particolare, secondo gli originari attori, la colpa del dottor T. (medico di fiducia della F.) sarebbe consistita, innanzi tutto, nel fatto di non avere indirizzato la partoriente verso un centro dotato di apparecchiature idonee, nel non avere trattenuto la F. la sera del (OMISSIS) , ed infine, per non avere – il ginecologo – eseguito personalmente tutte le manovre di rianimazione necessarie sulla neonata (in mancanza di attività svolta da anestesista e pediatra-neonatologo).
Deve necessariamente concludersi che il “devolutum” in sede di appello riguardava l’accertamento della responsabilità del medico T. , oltre che di quella della Casa di cura.
Le censure formulate con i primi due motivi del ricorso principale sono, dunque, prive di fondamento.
Non sussiste, pertanto, il vizio di ultrapetizione denunciato.
Non sussiste neppure la dedotta violazione del principio del contraddittorio, in relazione al contenuto della domanda originaria, rivolta nei confronti della casa di cura, del ginecologo e della ostetrica.
Nel caso di giudizio instaurato dal soggetto danneggiato nei confronti di uno (o solo di alcuni), e non di tutti i corresponsabili dell’evento lesivo, nessuna violazione del principio del contraddittorio può dirsi consumata, alla luce della regola generale, dettata in tema di solidarietà passiva, secondo la quale non sussiste alcuna ipotesi di litisconsorzio necessario per il soddisfacimento giudiziale di tale tipo di obbligazioni, e non v’ha, del pari, obbligo, per il danneggiato, di evocare in giudizio tutti i responsabili (fermo restando il diritto di costoro di esercitare, nello stesso giudizio, il diritto di regresso nei confronti di altri soggetti non evocati dall’attore), regola che incontra una deroga nel solo caso della sussistenza di una responsabilità, in capo ad uno dei danneggianti, che dipenda dalla responsabilità di altro (o altri) codanneggiante: ipotesi, questa ultima, non prospettata nel caso in esame.
3. Con il terzo motivo, la P.  s.r.l. denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, nonché travisamento dei fatti e dei presupposti, contraddittorietà (art. 360 n. 5 c.p.c.).
Ciò che la ricorrente principale contesta non è già la sussistenza di una sofferenza fetale risalente almeno al giorno precedente quello del parto, bensì la attribuzione alla clinica, senza alcun elemento probatorio e tantomeno documentale, della responsabilità per non essere intervenuta la sera prima del parto.
Non vi era alcuna traccia del fatto che l’esame cardiotomografico fosse stato effettuato il giorno (OMISSIS) proprio presso la Casa di cura.
Nonostante ciò, i giudici di appello avevano attribuito rilievo determinante a tale visita, così incorrendo in un palese vizio di motivazione anche per travisamento dei presupposti di fatto.
4. Con il quarto motivo, la ricorrente principale deduce la violazione dell’art. 2697 c.c. in materia di onere della prova (art. 360 n.3 c.p.c.).
Le censure formulate con il precedente punto erano tali da configurare anche la violazione di legge sopra indicata.
I giudici di appello avevano ritenuto sussistente l’esame cardiografico della sera precedente al parto, riconoscendo che lo stesso era stato eseguito presso la Casa di cura pur in assenza di qualsiasi prova al riguardo e nonostante la espressa contestazione da parte della Clinica.
Il quesito di diritto formulato è del seguente testuale tenore: “Dica la Suprema Corte se la Corte di appello sia incorsa nella violazione dell’art. 2697 c.c. dando per provati a vantaggio degli originari attori – due fatti – l’esistenza dell’esame cardiotocografico della sera prima del parto e la effettuazione dello stesso presso la Clinica V.P. – contestati dalla Clinica e rimasti privi di prove, sia documentali che orali, invertendo in tal modo l’onere della prova”.
5. Con il quinto motivo, si deduce ancora omessa, insufficiente e contraddittorietà motivazione (art. 360 n. 5 c.p.c.).
Analoghi vizi della motivazione sono formulati dalla ricorrente principale con riferimento alla responsabilità della Clinica per il comportamento della equipe medica, dopo la nascita della neonata (peraltro già ritenuta dal giudice di primo grado e censurata in sede di appello).
I giudici di appello avevano, infatti, escluso la inadeguatezza delle apparecchiature esistenti presso la Casa di cura ed un colpevole ritardo nel trasferimento della neonata ad altro ospedale specializzato.
Ciò nonostante, gli stessi giudici avevano ritenuto una responsabilità a carico del personale sanitario della Clinica, che pure aveva provveduto alla ventilazione con A., ed al successivo trasferimento patologia neonatale.
6. Con il sesto motivo, la ricorrente principale deduce motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria (art. 360 n. 5 c.p.c.).
La Corte territoriale era stata condannata in base ad una riconosciuta responsabilità postoperatoria, nonostante che gli stessi consulenti tecnici di ufficio avessero concluso che il danno cerebrale alla neonata dipendesse dalla sofferenza neonatale pregressa.
Se il danno cerebrale era precedente al ricovero (come era risultato anche dalla presenza di zone infartuate del feto) non si comprende come questo danno potesse essere stato cagionato dalla condotta negligente del pediatra o dell’anestesista in fase postoperatoria.
Questi sanitari, infatti, nulla avrebbero potuto fare in presenza di una situazione già così gravemente compromessa.
7. Con il settimo motivo, la P. deduce motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria in merito alla quantificazione del danno (art. 360 n.5 c.p.c.).
Se la sofferenza prenatale era effettivamente risalente ad un periodo precedente al ricovero, doveva considerarsi estremamente contraddittorio addebitare alla Casa di cura la causazione di questo danno, attribuendolo, in modo del tutto generico, all’anestesista ed al pediatra, i quali erano intervenuti solo dopo la nascita.
I motivi del ricorso principale, dal terzo al settimo devono essere esaminati congiuntamente insieme con il primo motivo del ricorso incidentale proposto da C..C. e R..F. . Con questo motivo i ricorrenti incidentali denunciano omessa motivazione su un fatto controverso e decisivo per quanto riguarda l’accertamento della responsabilità del Dott. T. (art. 360 n.5 c.p.c.), esclusa dalla Corte territoriale (che ha accolto sul punto l’appello incidentale del Dott. T. ).
Ad avviso dei ricorrenti incidentali, i giudici di appello avevano attentamente esaminato l’opera professionale svolta dal Dott. T., in quanto medico ginecologo, senza spendere – tuttavia – una sola parola sull’addebito relativo alla violazione dei cosiddetti “doveri di protezione” che riguardano anche la fase precedente al ricovero ed al parto.
Ad avviso dei ricorrenti incidentali, escludendo ogni responsabilità a carico del Dott. T., i giudici di appello non avrebbero tenuto conto del mancato rispetto di quel reticolo di doveri di informazione e di cura del proprio assistito, che avrebbe dovuto imporre al ginecologo di avvisare i coniugi C. e F. della situazione organizzativa e funzionale della casa di cura verso la quale egli li stava indirizzando, nonché di attivarsi, nella inerzia della clinica, subito dopo la effettuazione degli accertamenti che avevano posto in evidenza una possibile sofferenza del feto.
Sia la ostetrica P., che il ginecologo T., medico di fiducia della F. , in effetti, erano stretti collaboratori della Casa di cura.
L’esame cardiotocografico del (OMISSIS) era stato certamente eseguito presso la Casa di cura (come quelli del (OMISSIS) ) ed era stato consegnato al T. che aveva ammesso di essere a conoscenza del suo contenuto, quanto meno al momento del ricovero.
Da ultimo, ad avviso dei ricorrenti incidentali, nell’inerzia del personale della Clinica (anestesista e pediatra), subito dopo il parto, in considerazione della gravità delle condizioni della neonata, il Dott. T. avrebbe dovuto compiere direttamente (o quanto meno sollecitarne il compimento) delle necessarie manovre di assistenza della neonata, ed in caso di impossibilità di adeguate cure, avrebbe dovuto disporre l’immediato ricovero della partoriente o del neonato presso altro centro autorizzato.
Ritiene il Collegio che il primo motivo del ricorso incidentale dei coniugi C. e F. sia fondato e infondati i motivi dal terzo al settimo del ricorso principale P. s.r.l.
Con motivazione del tutto adeguata, i giudici di appello hanno ritenuto che sulla responsabilità della Casa di cura non potesse sussistere alcun dubbio.
La F. aveva scelto per il parto la Casa di cura V.P. e la sera del (OMISSIS) , accompagnata dalla ostetrica P., si era recata presso la clinica, avendo avvertito una diminuzione dei movimenti fetali.
L’esame cardiotocografico, del quale non vi era traccia agli atti (ma che certamente era stata eseguito presso la Casa di Cura V.P.), non era stato affatto tranquillizzante, tanto che la paziente era stata invitata a ripresentarsi il giorno successivo.
Per quanto non sia nota la persona fisica che ebbe ad eseguire tale tracciato, ha sottolineato la Corte d’appello, il comportamento negligente tenuto dalla equipe medica prima e dopo l’intervento era da considerare imputabile alla Casa di cura.
Proprio un risultato di questo genere dell’esame avrebbe dovuto indurre a trattenere la partoriente al fine di controllarla ad intervalli regolari, in tal modo consentendo un intervento tempestivo ove la situazione si fosse fatta critica.
In altre parole, sarebbe stato necessario impostare un programma di monitoraggio assiduo della F. al fine di poter intervenire tempestivamente, con un taglio cesareo, all’insorgere della sofferenza fetale.
Ha concluso la sentenza impugnata “il non aver predisposto un tale piano costituisce in colpa la clinica per i danni conseguenti al ritardo nella esecuzione del parto cesareo”.
La colpa della struttura doveva essere ravvisata proprio nel fatto che non furono adottate tutte le cautele al momento del primo esame.
Tali circostanze sono state ricostruite dai giudici di appello sulla base delle dichiarazioni rese dalla stessa F. in sede di anamnesi, quando l’evento non si era ancora verificato, e risultavano confermate dalla testimonianza resa dalla P. (che pure avrebbe avuto un interesse contrario).
A questa responsabilità doveva aggiungersi una ulteriore responsabilità della clinica per il comportamento della equipe medica, in particolare dopo la nascita della neonata.
I consulenti tecnici avevano accertato che non era stata eseguita alcuna manovra di rianimazione primaria, aggravando le patologie ed eseguendo il trasferimento in sede attrezzata con ritardo. In particolare, i consulenti nominati dall’ufficio avevano accertato che la neonata non era stata incubata con respirazione assistita: ciò che avrebbe consentito una immediata ossigenazione e ridotto le conseguenze patologiche poi riscontrate. La neonata, infine, era stata avviata ad un centro dotato di idonee attrezzature con un ritardo di oltre quattro ore. (ore 14,40 Ospedale Policlinico).
Per ciò che riguarda la quantificazione dei danni, che ad avviso della ricorrente principale sarebbero da imputare esclusivamente ad un periodo precedente al ricovero (e quindi non imputabili in alcun modo alla Casa di cura), si rinvia a quanto rilevato dai giudici di appello in ordine al comportamento negligente tenuto dal personale medico della Clinica dopo l’esame del (OMISSIS).
Le censure di vizi della motivazione, denunciate con il primo motivo del ricorso incidentale C. -F. , sono fondate anche alla luce della giurisprudenza di questa Corte relativa all’inadempimento contrattuale.
Si richiama la giurisprudenza in materia di responsabilità professionale medica, secondo la quale (Cass. 19 maggio 1999 n. 4852): “La responsabilità del medico in ordine al danno subito dal paziente presuppone la violazione dei doveri inerenti allo svolgimento della professione, tra cui il dovere di diligenza da valutarsi in riferimento alla natura della specifica attività esercitata; tale diligenza non è quella del buon padre di famiglia ma quella del debitore qualificato ai sensi dell’art. 117 6, secondo comma cod.civ. che comporta il rispetto degli accorgimenti e delle regole tecniche obbiettivamente connesse all’esercizio della professione e ricomprende pertanto anche la perizia; la limitazione di responsabilità alle ipotesi di dolo e colpa grave di cui all’art. 2236, secondo comma cod.civ. non ricorre con riferimento ai danni causati per negligenza o imperizia ma soltanto per i casi implicanti risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà che trascendono la preparazione media o non ancora sufficientemente studiati dalla scienza medica; quanto all’onere probatorio, spetta al medico provare che il caso era di particolare difficoltà e al paziente quali siano state le modalità di esecuzione inidonee ovvero a questi spetta provare che l’intervento era di facile esecuzione e al medico che l’insuccesso non è dipeso da suo difetto di diligenza”.
Ed ancora (Cass. S.U. 11 gennaio 2008 n. 577): “In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”.
Per quanto riguarda il caso di specie, deve rilevarsi che il primo contatto ebbe a verificarsi con la clinica V.P. e con il ginecologo T. il (OMISSIS) , quando l’ostetrica P. , amica e levatrice, ebbe ad accompagnare la F. dal ginecologo della Clinica perché la partoriente avvertiva la diminuzione dei movimenti fetali.
Il contatto ebbe a proseguire il giorno successivo, (OMISSIS) , alle ore 10,40, quando avvenne il ricovero contrattualmente convenuto e nel breve volgere di un’ora la partoriente fu sottoposta a taglio cesareo.
Nella equipe medico – accanto al ginecologo chirurgo di fiducia, Dott. T. (chiamato in giudizio), vi erano l’anestesista rianimatore e il pediatra neonatologo, entrambi forniti dalla clinica (questi ultimi non convenuti in giudizio dagli attori).
Eseguito a regola d’arte il taglio cesareo, il chirurgo ebbe a completare l’intervento sulla F. , mentre gli altri medici ebbero ad occuparsi delle neonata.
Non venne, tuttavia, eseguita alcuna manovra di rianimazione sulla neonata (ha accertato la Corte territoriale): in tal modo ebbero ad aggravarsi le patologie neurologiche e non fu eseguita alcun intervento di rianimazione assistita per favorire la respirazione e la ossigenazione del cervello e ridurre le conseguenze patologiche poi riscontrate.
Solo alle 14,30 (e dunque circa tre ore dopo il parto) la clinica provvedette a trasferire la neonata, in stato di sofferenza ischemica grave, presso il Centro Specialistico Policlinico (OMISSIS), da cui la neonata venne dimessa in data (OMISSIS) (dopo quattro mesi) con la diagnosi di “asfissia perinatale convulsiva”.
La piccola A. – in stato semivegetativo – ebbe a sopravvivere nove anni, decedendo per arresto respiratorio il (OMISSIS) , in conseguenza delle malattie neurologiche che ebbero ad accompagnarla sino alla morte.
I giudici di appello hanno escluso ogni responsabilità del Dott. T. , per la considerazione che lo stesso non avrebbe contribuito in alcun modo allo stato di sofferenza manifestatosi anteriormente alla nascita.
Gli stessi giudici hanno aggiunto che per quanto riguarda il periodo successivo al taglio cesareo, nessuna responsabilità era da attribuire al dottor T. .
Altri sarebbero stati i medici che avrebbero dovuto provvedere alle manovre di rianimazione.
Questi medici (il neonatologo-pediatra e l’anestesista-rianimatore) non erano stati chiamati in giudizio.
Entrambi gli argomenti svolti dai giudici di appello si prestano a facili critiche, sulla base del rilievo che – in ogni caso – il dottor T. avrebbe avuto l’obbligo di intervenire personalmente in caso di inerzia degli altri componenti la equipe medica (per quanto riguarda l’attività successiva al parto).
Per quanto riguarda invece il periodo precedente, la responsabilità del dottor T. avrebbe dovuto essere valutata dai giudici di appello per avere lo stesso, eventualmente, indirizzato la partoriente presso una struttura priva di idonee attrezzature per i neonati, e sotto altro profilo, per non avere immediatamente disposto il ricovero della F. , una volta avuta comunicazione dei risultati dell’esame del (OMISSIS) , programmando invece la esecuzione del parto cesareo per le ore 10,30 del giorno successivo.
La sentenza impugnata deve pertanto essere cassata con rinvio ad altro giudice, il quale dovrà ricostruire la successione degli eventi e valutare quale comportamento il medico dottor T. avrebbe potuto tenere nella situazione data per rispondere in modo adeguato alle evenienze che il parto era venuto presentando ed, ancor prima, se il dottor T. possa essere considerato responsabile per avere indirizzato la partoriente presso una Clinica priva delle necessarie attrezzature, ovvero per avere ritardato colpevolmente l’intervento cesareo dopo l’esito dell’esame cardiotocografico del (OMISSIS) , che avrebbe invece consigliato l’immediato ricovero.
È appena il caso di ricordare che in un caso che presenta alcune analogie con quello di specie, questa Corte ha ritenuto: “correttamente motivata la decisione di merito la quale abbia qualificato in termini di colpa grave la condotta del medico ostetrico che, dinanzi ad un arresto della progressione del feto al momento del parto, abbia atteso più di tre ore prima di predisporre ed effettuare un intervento cesareo” (Cass. 9 maggio 2000 n. 5881).
I motivi dal secondo al quarto del ricorso incidentale C. -F. , espressamente indicati come condizionati, sono assorbiti in conseguenza dell’accoglimento del primo motivo del ricorso incidentale.
Il ricorso incidentale AXA è inammissibile perché privo dei prescritti quesiti di diritto (tutti i motivi dal primo al quarto, relativo al massimale complessivo di polizza, riguardano infatti la violazione di norme di diritto).
Conclusivamente il ricorso incidentale C. -F. deve essere accolto nei limiti sopra indicati (con assorbimento degli altri motivi).
Il ricorso principale di P. e quello incidentale di AXA devono essere rigettati.
La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione alle censure accolte, con rinvio ad altro giudice che provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi, accoglie il ricorso incidentale C. e F. per quanto di ragione, e rigetta gli altri ricorsi.

Investimenti: per la Cassazione (1741/2011) la S.I.M. risponde dell’illecito del promotore finanziario.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 10 dicembre 2010 – 25 gennaio 2011, n. 1741

Presidente Amatucci – Relatore Amendola

Svolgimento del processo

I fatti di causa possono essere così ricostruiti sulla base della sentenza impugnata.
Con citazione del 30 ottobre 2001 L..D.  convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Trieste BNL Investimenti S.I.M. p.a. (di seguito BNL S.I.M.) e T..R.  chiedendone la condanna al risarcimento dei danni nella misura di Euro 432.671,06, oltre rivalutazione e interessi.
Espose che negli anni 1995/1996 aveva eseguito, su indicazioni del R.  , il quale, all’epoca promotore finanziario monomandatario della BNL, le aveva proposto alcuni investimenti all’estero, versamenti di rilevanti somme, parte a mezzo di bonifici in favore di BNL Fiduciaria Gestioni e di GE.FIN. S.A. di San Marino, parte a mezzo di assegni bancari consegnati direttamente al R.  e da lui incassati; che, insospettita dalla mancanza di comunicazioni da parte della BNL, aveva contattato la società, la quale le aveva comunicato di non avere riscontrato la sua posizione e di non avere più alcun rapporto di collaborazione col R..,che gli assegni da questi consegnatile, a fronte della sua richiesta di disinvestimento, erano andati protestati; che il R.  , tratto a giudizio per rispondere del reato di cui all’art. 646 cod. proc. civ. in suo danno, aveva patteggiato; che lo stesso era stato altresì cancellato dall’albo dei promotori per disposizione della CONSOB; che di tali fatti erano responsabili in solido il R.  e BNL, ex art. 5 legge 2 gennaio 1991, n. 1, poi sostituito dall’art. 23 d.lgs. 23 luglio 1996, n. 415 e successivamente dall’art. 31 d.lgs. n. 58 del 1998.
BNL, costituitasi in giudizio, contestò l’avversa pretesa, chiedendo e ottenendo di chiamare in causa, per esserne manlevata in caso di soccombenza, Lloyds di Londra, società con la quale aveva stipulato una polizza assicurativa per la responsabilità civile, nonché GE.FIN. S.A.
I chiamati in causa, a loro volta, chiesero il rigetto delle domande azionate nei loro confronti.
Con sentenza del 5 febbraio 2004 il giudice adito condannò i convenuti, in solido tra loro, al pagamento in favore dell’attrice, della somma di Euro 276.859r00, oltre interessi; ordinò a Lloyds di Londra di tenere indenne BNL, nei limiti dell’80% di quanto liquidato alla D.  ; condannò il R.  a rimborsare a BNL quanto quest’ultima avrebbe pagato per effetto della sentenza.
Proposto gravame principale da BNL Investimenti s.p.a. e incidentale da Lloyds di Londra, la Corte d’appello di Trieste, in data 26 aprile 2006, lo ha accolto, per l’effetto rigettando la domanda proposta da L..D.
Avverso detta pronuncia propone ricorso per cassazione D.L.  , formulando quattro motivi con pedissequi quesiti e notificando l’atto a RASBANK s.p.a., a T..R.  , a LLOYDS di Londra e a GEFIN S.A.
Resistono con due distinti controricorsi RASBANK S.A. e LLOYDS, già LLOYDS di Londra.
Tutte le parti hanno depositato memoria.

Motivi della decisione

1.1 Col primo motivo l’impugnante lamenta violazione degli artt. 5, comma A, legge 2 gennaio 1991, n. 1; 23, d.lgs. 23 luglio 1996, n. 415; 31 d.lgs. n. 58 del 1998; 2049 e 2697 cod. civ..
Oggetto delle critiche è l’assunto del giudice di merito secondo cui, tenuto conto del disposto delle norme innanzi menzionate – volte a sancire la responsabilità solidale della società di intermediazione per gli eventuali danni arrecati a terzi nello svolgimento delle incombenze affidate ai promotori finanziari – era necessario, per potere affermare la responsabilità della S.I.M., che la dazione di denaro fosse avvenuta all’esclusivo fine (perseguito dal risparmiatore), di effettuare le operazioni di investimento proposte dal promotore, nell’ambito dei prodotti della S.I.M. che lo (aveva) preposto alle relative incombenze, fermo peraltro che l’onere di provare la predetta circostanza gravava su colui che la invocava, e cioè sullo stesso risparmiatore, trattandosi di fatto costitutivo della pretesa risarcitoria.
1/ impugnante sostiene invece che la responsabilità prevista dalle norme innanzi menzionate, di contenuto sostanzialmente sovrapponile, è di natura indiretta e, in definitiva, oggettiva, con conseguente onere del danneggiato di provare il solo nesso di occasionalità necessaria tra fatto illecito del preposto ed esercizio delle mansioni affidategli, e non anche una specifica finalità di investimento in prodotti della SIM per la quale aveva operato il promotore, spettando dunque alla società preponente la prova liberatoria della natura esclusivamente personale del rapporto instauratosi tra promotore e risparmiatore.
Secondo l’esponente, gli artt. 5, legge 2 gennaio 1991, n. 1, 23, comma 3, d.lgs. 23 luglio 1996 e 31, comma 3, d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, avrebbero cioè un contenuto normativo sostanzialmente contiguo al disposto dell’art. 2049 cod. civ., donde l’applicabilità, alla fattispecie dedotta in giudizio, dei principi elaborati in parte qua dalla giurisprudenza, in conformità a quanto ripetutamente statuito dal Supremo Collegio.
In tale prospettiva la Curia territoriale avrebbe dovuto fermarsi alla considerazione che l’attività di promotore del R.  , che aveva già curato diversi investimenti per la D.  , aveva agevolato la commissione del fatto illecito, offrendogli l’occasione di accreditarsi presso la cliente, e tanto a prescindere dagli strumenti finanziari nel cui acquisto erano stati spesi i risparmi dell’investitrice.
1.2 Col secondo mezzo la ricorrente denuncia violazione degli artt. 5, comma 4, legge 2 gennaio 1991, n. 1; 23;d.lgs. 23 luglio 1996, n. 415; 31, d.lgs. n. 58 del 1998; 2049 e 1227 cod. civ.. Le censure si appuntano contro la valorizzazione dell’irregolarità dei versamenti effettuati dalla risparmiatrice, pur non nuova a simili operazioni, in chiave di insussistenza di qualsivoglia prova del necessario nesso tra fatto produttivo del danno e incombenze al cui svolgimento il R.  era stato preposto dalla SIM.
A confutazione delle argomentazioni svolte dalla Corte d’appello, ricorda l’impugnante che, secondo la giurisprudenza di legittimità, l’irregolarità dei mezzi di pagamento non è valutabile in termini di interruzione del nesso di occasionalità necessaria, ma tutt’al più, in concorso con altri elementi, ai fini della valutazione della colpa delle parti, ex art. 1227 cod. civ. E tanto nell’ottica che l’intermediario non può scaricare sul risparmiatore il rischio della violazione di regole di comportamento gravanti sui promotori della cui opera essa si avvale.
1.3 Col terzo motivo l’impugnante lamenta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in punto di valutazione delle prove.
Ribadito che, in ogni caso, non spettava all’attrice dimostrare la finalizzazione dei suoi versamenti all’acquisto di prodotti finanziari della SIM di riferimento del promotore, evidenzia l’esponente come i prospetti prodotti in giudizio e riportati in ricorso, in due casi sottoscritti anche dal promotore, specificamente menzionassero l’intenzione della risparmiatrice di effettuare un investimento in linea monetaria/obbligazionaria BNL, di talché, a fronte di tale materiale probatorio non era sostenibile che la finalità perseguita dalla D.  fosse quella di eseguire un prestito personale al promotore.
1.4 Col quarto mezzo si deduce omessa considerazione di un fatto decisivo, ai fini della valutazione del nesso di occasionalità necessaria, quale la delibera della CONSOB di radiazione del R.       dall’Albo dei promotori finanziari, delibera adottata proprio a seguito di segnalazione, per iniziativa della stessa SIM ora convenuta in giudizio, dei fatti oggetto del presente giudizio, con conseguente insostenibilità dell’assunto secondo cui le dazioni di danaro sarebbero state eseguite a fini personali e non di investimento.
2 Le censure, che si prestano a essere esaminate congiuntamente, per la loro stretta connessione, sono fondate.
Occorre muovere dalla considerazione che gli artt. 5, comma 4, legge 2 gennaio 1991, n. 1, 23, d.lgs 24 febbraio 1998, n. 415, e 31, comma 3, d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, via via succedutisi nel tempo, pongono a carico dell’intermediario la responsabilità solidale per gli eventuali danni arrecati a terzi nello svolgimento delle incombenze affidate ai promotori finanziari anche se tali danni siano conseguenti a responsabilità accertata in sede penale.
Non interessa in questa sede soffermarsi a discutere se quella così configurata sia o meno una forma di responsabilità oggettiva, né indagare, in astratto, sui suoi rapporti sistematici con la responsabilità contemplata, in via generale, dall’art. 2049 cod. civ. a carico dei padroni e dei committenti per i fatti illeciti imputabili ai domestici e ai commessi, ancorché la giurisprudenza di questa Corte ne abbia ripetutamente sottolineato l’appartenenza alla medesima area concettuale (confr. Cass. civ. 24 luglio 2009, n. 17393).
Preme invece rimarcare che la suindicata responsabilità dell’intermediario preponente, la quale pur sempre presuppone che il fatto illecito del promotore sia legato da un nesso di occasionalità necessaria all’esercizio delle incombenze a lui facenti capo (cfr. Cass. n. 20588 del 2004 e Cass. 10580 del 2002), trova la sua ragion d’essere, per un verso, nel fatto che l’agire del promotore è uno degli strumenti dei quali l’intermediario si avvale nell’organizzazione della propria impresa, traendone benefici ai quali è ragionevole far corrispondere i rischi, secondo l’antica regola per cui ubi commoda et eius incommoda; per altro verso, e in termini più specifici, nell’esigenza di offrire una adeguata garanzia ai destinatari delle offerte fuori sede loro rivolte dall’intermediario per il tramite del promotore, giacché appunto per le caratteristiche di questo genere di offerte la buona fede dei clienti può più facilmente esserne sorpresa e aggirata (confr. Cass. civ. 7 aprile 2006, n. 8229).
Se dunque la trasparente ratio legis è quella di rafforzare la garanzia del risparmiatore e se, in tale ottica, il legislatore ha avuto cura di precisare che la commissione di un illecito penale da parte del promotore non può essere invocata dal soggetto abilitato come causa di interruzione del nesso di causalità (perché di questo, in definitiva, si tratta), l’assunto secondo cui per affermare la responsabilità della S.I.M. è necessario che la dazione di denaro sia avvenuta all’esclusivo fine, perseguito dal risparmiatore, di effettuare le operazioni di investimento nell’ambito dei prodotti della stessa preponente – assunto che costituisce uno dei postulati intorno ai quali ruota l’impianto argomentativo della sentenza impugnata – è invincibilmente errato.
È sufficiente al riguardo considerare che gli indici ermeneutici non solo non avvalorano tale lettura, ma piuttosto la smentiscono, nella misura in cui il meccanismo normativo appare congegnato in modo da responsabilizzare l’intermediario nei riguardi dei comportamenti di soggetti – quali sono i promotori – che egli medesimo sceglie, della cui opera si avvale per il perseguimento dei suoi interessi imprenditoriali, e sui quali, conseguentemente, nessuno meglio dell’intermediario è concretamente in grado di esercitare efficaci forme di controllo, di talché nulla autorizza ad attribuire all’inciso nello svolgimento delle incombenze affidate ai promotori finanziari una valenza limitativa della tutela dell’investitore alle sole operazioni aventi ad oggetto strumenti finanziari della S.I.M. preponente.
3 Pure condivisibili sono le critiche formulate alla pretesa insussistenza di ogni prova in ordine alla finalizzazione dei versamenti effettuati dalla D. .all’acquisto di prodotti finanziari, in ragione della irregolarità degli stessi.
Sul punto, questa Corte ha più volte ribadito che le disposizioni regolamentari che la Consob è stata chiamata a dettare, in base al disposto degli artt. 5, comma 8, legge 2 gennaio 1991, n. 1, 23, comma 6, d.lgs. 23 luglio 1996, n. 415 e 31^d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, in ordine alle regole che i promotori devono osservare nel riceversi somme di denaro dai loro clienti, sono consustanzialmente dirette a porre obblighi di comportamento in capo al promotore e traggono la propria fonte da prescrizioni di legge, come quelle citate, espressamente volte a tutelare gli interessi del risparmiatore, di talché non è logicamente postulabile che esse, viceversa, si traducano in un onere di diligenza a carico di quest’ultimo, tale per cui l’eventuale violazione di detta prescrizione ad opera del promotore si risolva in un addebito di colpa (concorrente, se non addirittura esclusiva) a carico del cliente danneggiato dall’altrui atto illecito.
In sostanza, l’implicito presupposto dal quale muovono tutte le disposizioni volte a conformare a regole prefissate il comportamento di intermediari e promotori è proprio l’insufficienza delle tradizionali forme di tutela dell’investitore affidate alla mera sottoscrizione di moduli e formulari, di talché, ove si ammettesse la possibilità per l’intermediario di scaricare in tutto o in parte sull’investitore il rischio della violazione di regole di comportamento gravanti sui promotori, si finirebbe per vanificare lo scopo della normativa.
In tale contesto, ancorché non sia stata affatto negata, in assoluto, la possibilità di applicare l’art. 1227 cod. civ. (comma 1 o 2, a seconda dei casi), qualora l’intermediario provi che vi sia stata, se non addirittura collusione, quanto meno una consapevole e fattiva acquiescenza del cliente alla violazione, da parte del promotore, di regole di condotta su quest’ultimo gravanti, si è tuttavia escluso sia che la mera allegazione del fatto che il cliente abbia consegnato al promotore finanziario somme di denaro con modalità difformi da quelle con cui quest’ultimo sarebbe stato legittimato a riceverle valga, in caso d’indebita appropriazione di dette somme da parte del promotore, ad interrompere il nesso di causalità esistente tra lo svolgimento dell’attività del promotore finanziario medesimo e la consumazione dell’illecito, e quindi precluda la possibilità d’invocare la responsabilità solidale dell’intermediario preponente; sia che un tal fatto possa essere addotto dall’intermediario come concausa del danno subito dall’investitore in conseguenza dell’illecito consumato dal promotore al fine di ridurre l’ammontare del risarcimento dovuto (confr. Cass. civ. n. 8229 del 2006 e n. 17393 del 2009 cit.).
4 Deriva da quanto sin qui detto che l’approccio del giudice di merito al materiale istruttorio acquisito è stato fuorviato da un equivoco di fondo in ordine alla incidenza della allegata irregolarità di alcuni dei mezzi di pagamento utilizzati dall’investitore per l’acquisto dei prodotti finanziari. A ciò aggiungasi che la mancata considerazione del provvedimento di radiazione del R.  adottato dalla CONSOB, acquisito agli atti del giudizio, implica certamente un vizio di motivazione, trattandosi di documento, se non decisivo, certamente potenzialmente significativo del livello di coinvolgimento del preponente nella vicenda dedotta in giudizio.
In definitiva, in accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio alla Corte d’appello di Trieste, in diversa composizione che provvederà anche sulle spese del presente giudizio e che nel decidere, oltre a tener conto del provvedimento di radiazione testé menzionato, si atterrà ai seguenti principi di diritto:
1) gli artt. 5, comma 4, legge 2 gennaio 1991, n. 1; 23 d.lgs 24 febbraio 1998, n. 415, e 31, comma 3, d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, che pongono a carico dell’intermediario la responsabilità solidale per gli eventuali danni arrecati a terzi nello svolgimento delle incombenze affidate ai promotori finanziari anche se tali danni siano conseguenti a responsabilità accertata in sede penale, richiedono, ai fini della sussistenza della responsabilità del soggetto abilitato, un rapporto di necessaria occasionalità tra incombenze affidate e fatto del promotore, rapporto che, non aprioristicamente limitato alle sole negoziazioni che abbiano ad oggetto prodotti finanziari della S.I.M. preponente, è ravvisabile in tutte le ipotesi in cui il comportamento del promotore rientri nel quadro delle attività funzionali all’esercizio delle incombenze allo stesso affidate;
b) la circostanza che il cliente abbia consegnato al promotore finanziario somme di denaro con modalità difformi da quelle con cui quest’ultimo sarebbe stato legittimato a riceverle, non vale, in caso di indebita appropriazione di dette somme da parte del promotore, a interrompere il nesso di causalità esistente tra lo svolgimento dell’attività del promotore finanziario e la consumazione dell’illecito, e non preclude, pertanto, la possibilità di invocare la responsabilità solidale dell’intermediario preponente. Un tal fatto, in mancanza di altri elementi di giudizio, neppure può essere tout court individuato quale concausa del danno subito dall’investitore, in conseguenza dell’illecito consumato dal promotore, al fine di ridurre l’ammontare del risarcimento dovuto.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Trieste in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione

Equitalia Gerit ha iscritto un fermo amministrativo ad un mio cliente per due cartelle annullate, nonostante abbia notificato loro le sentenze a maggio del 2010: ora mi diverto un pò.

Voi dite che se li definissi un’associazione a delinquere si offenderebbero? In quale altro modo definire qualcuno che a maggio del 2010 riceve la notifica di due sentenze che annullano due cartelle esattoriali e ciò nonostante, a gennaio del 2011,  iscrive un fermo amministrativo con tutte le conseguenze che ben conosciamo?

Questa volta, per quel che mi riguarda, hanno passato il segno: lunedì mattina deposito la denuncia in Procura e poi inizio la causa per il risarcimento del danno; ovviamente, sarà mia cura informare tutti gli organi di informazione.

 

Mobbing: il lavoratore demansionato a seguito di un cambio della dirigenza ha diritto alla reintegra nelle precedenti mansioni ed al risarcimento (Trib. Tivoli 3470/2010)

Tribunale di Tivoli, sez. lavoro, sentenza 10 dicembre – 21 dicembre 2010, n. 3470
Giudice Zaccardi

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato il 4.6.2003 e notificato alla C.d.S. s.p.a., parte ricorrente, premesso di essere dipendente della resistente in epigrafe sin dal 1986, ha esposto di avere svolto, dal 1989 al 12 novembre 2000, mansioni di responsabile della segreteria. In tale veste ella gestiva la corrispondenza, gli archivi, i rapporti con le Asl (alle quali la convenuta forniva e fornisce i propri servizi e prodotti), fungeva da segretaria nei consigli di amministrazione, seguiva le scadenze delle case di cura, sottoscriveva richieste di assenze e permessi di altri dipendenti. Tale posizione di elevato rilievo le era stata conferita anche per la fiducia che il Consigliere Delegato della s.p.a. dott. F. M. nutriva in lei, spesso attribuendole incarichi contraddistinti da particolare riservatezza.
Il 17.7.1998, poi, le era stato riconosciuto l’inquadramento al VII livello del CCNL centri di sanità privati (doc. 3 fascicolo della ricorrente).
In data 1 maggio 2000 il rag. A. P. era subentrato al dott. M. e, sin dall’insediamento, la nuova amministrazione aveva assunto nei suoi confronti un atteggiamento di marcata ostilità, tale da connotare, da subito, gli estremi del mobbing.
Quest’ultimo, in particolare, sarebbe stato integrato dai seguenti comportamenti ascrivibili alla datrice di lavoro: a) richiami a tutti i colleghi, con inviti espressi a non dare seguito a richieste dell’attrice, anche se legittime; b) assegnazione di compiti dequalificanti, in precedenza affidati  a dipendenti di livello inferiore, rispettivamente quinto o sesto del CCNL centri di sanità privati, a seconda dei casi; c) ripetute contestazioni disciplinari, sempre infondate, tanto da non essere mai seguite da alcun provvedimento sanzionatorio; d) minacce di licenziamento, il 14.6.2000 e il 3.7.2000 da parte del rag. P.; e) richiesta di ben sedici visite fiscali in occasione della malattia depressiva della ricorrente, causata proprio dalla situazione di costrittività lavorativa della quale era vittima, tale da causarle un malore nel novembre 2000; f) privazione degli strumenti necessari per l’espletamento del lavoro, come un terminale e il collegamento con la rete informatica della società; f) mancato invito, unica in azienda, alla cerimonia di saluto del 20 dicembre 2001, organizzata prima delle festività natalizie di quell’anno; g) spostamento dell’ufficio, dalla segreteria della direzione a un disimpegno adibito a magazzino ove erano ammassati numerosi fascicoli.
In merito al demansionamento, la società vi aveva proceduto con ordine di servizio n. 21 del 7.11.2000 (documento 8 allegato al ricorso), con il quale l’attrice medesima era stata assegnata alle mansioni di addetta ad un non meglio definito Ufficio acquisti ed a funzioni amministrative varie, nemmeno accennate con un minimo di determinatezza. Il provvedimento si caratterizzava per la genericità della motivazione, contenendo un mero richiamo di stile ad “esigenze tecnico-organizzative e produttive di questa Amministrazione”. In pratica, si trattava di svolgere solo compiti esecutivi, senza alcuna qualificazione professionale e, quindi, decisamente inferiori a quelli assolti in precedenza.
Tutto ciò esposto, la ricorrente ha allegato di avere contratto una sindrome depressiva e una diminuzione della vista a causa del mobbing subito, di avere sofferto circa 8 mesi di inabilità temporanea totale e una diminuzione permanente dell’integrità psicofisica pari al 40% della totale.
L’attrice, pertanto, ha chiesto accertarsi l’illiceità del demansionamento patito e ha domandato la condanna della C.d.S. s.p.a. al risarcimento: a) del danno patrimoniale, per lesione della qualificazione professionale, da liquidarsi in € 32.167,95 oltre accessori, o nella diversa somma ritenuta di giustizia; b) del danno non patrimoniale, biologico, morale e esistenziale, da liquidarsi in € 84.039,416 per il biologico e in € 42.019,708 per le altre due voci, il tutto oltre accessori. In ogni caso con condanna alle spese di lite.
In merito alla quantificazione del pregiudizio patrimoniale patito, la ricorrente ha invocato l’indirizzo giurisprudenziale (sostenuto anche dalla Corte di Cassazione, con sentenza n. 10/2002) in virtù del quale il danno, in caso di demansionamento, possa essere liquidato in una percentuale della retribuzione globale lorda percepita. Nella specie, la misura equa coinciderebbe con il 50%.
Si è costituita la convenuta, contestando fermamente di avere mai posto in essere alcun atteggiamento ostile nei riguardi dell’attrice. Quest’ultima, semmai, sin dall’avvicendamento nella gestione del maggio 2000, aveva cominciato a relazionarsi con la direzione aziendale per il tramite di avvocati, con un approccio sempre frontale; nell’ambiente di lavoro, poi aveva preso a rivolgersi verso i vertici aziendali con un tono di sfida, con espressioni del tipo: “io ho salvato questa azienda, altrimenti andavate in galera”.
Nessuna dequalificazione professionale sarebbe, poi, mai stata imposta alla ricorrente. L’adibizione all’Ufficio Acquisti, infatti, doveva considerarsi come occasione di valorizzazione, tenuto conto che la medesima C.d.S. è una società che cura circa 550 pazienti e occupa 420 dipendenti, cosicché la gestione degli approvvigionamenti è funzione che, date le dimensioni produttive, richiede adeguata professionalità e comporta notevoli responsabilità. Non a caso, il volume degli acquisti nel 2003 era stato pari ad € 44.452, mentre per le forniture elettromedicali e la strumentazione di laboratorio – settore nel quale la ricorrente era stata assegnata a supporto – la convenuta aveva speso nel medesimo esercizio € 578.343.
In via preliminare, la resistente ha domandato l’autorizzazione a chiamare in garanzia la propria compagnia assicuratrice, Aurora Assicurazioni s.p.a..
Quest’ultima, evocata in giudizio, si è costituita domandando rigettarsi l’istanza di manleva, per non essere, la responsabilità civile oggetto della domanda principale nel presente giudizio, coperta dalla polizza emessa in favore della C.d.S. s.p.a.. Nel merito e, in subordine, la Compagnia ha chiesto il rigetto del ricorso richiamandosi alle deduzioni dell’assicurata.
Nel corso dell’istruttoria si è proceduto all’escussione, nell’udienza del 7.3.2006, dei testi M. F. e P.C.; poiché l’udienza era stata fissata per tale data a seguito di anticipazione, non comunicata tempestivamente alla convenuta e alla terza chiamata, il teste M. è stato nuovamente sentito il 22.2.2008, mentre il teste Pisani è stato escusso alla presenza di tutte le parti il 21.4.2009; sono stati, inoltre, assunti i testimoni M. F., J. C., V.P.L.A., C. Umberto, P. D. e P. M., nonché è stata disposta ed eseguita consulenza tecnica medico-legale sulla persona della ricorrente.
Nelle note autorizzate depositate il 30.11.2010 la resistente  ha eccepito l’improcedibilità del ricorso, per essere stato lo stesso notificato oltre il termine di cui all’articolo 415, quarto comma, c.p.c., nonché ha dichiarato di non accettare il contraddittorio sulla domanda della ricorrente di condanna della convenuta medesima al risarcimento del danno professionale, pretesa avanzata, secondo l’intimata, per la prima volta nella fase conclusiva del procedimento.
All’udienza del 10.12.2010, previa discussione orale, il giudice si è ritirato in camera di consiglio ed all’esito ha dato lettura del dispositivo di cui in epigrafe.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente devono essere rigettate le eccezioni preliminari sollevate dalla resistente C.d.S. s.p.a. nelle note conclusive autorizzate depositate il 30.11.2010.
In merito all’eccezione di improcedibilità, deve rilevarsi che, a seguito del deposito del ricorso, effettuato il 4.6.2003, il giudice ha emesso il  pedissequo decreto di fissazione di udienza il 27.6.2003. La notifica dell’atto introduttivo e del provvedimento di fissazione dell’udienza di cui all’articolo 420 c.p.c. si è perfezionata il 22.7.2003. La ricorrente, dunque, non ha puntualmente osservato il termine di dieci giorni, decorrenti dall’emissione del decreto di fissazione, sancito dall’articolo 415, quarto comma, c.p.c. e la convenuta ne trae la conseguenza dell’improcedibilità del ricorso.
Ciò, sulla base della sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, 30 luglio 2008, n. 20604.
L’eccezione non può essere accolta. Innanzitutto deve osservarsi, come del resto replicato nell’udienza di discussione del 10.12.2010 dalla difesa della ricorrente, come la fattispecie esaminata dalla Suprema Corte nel caso invocato fosse differente rispetto all’ attuale. In quell’occasione, infatti, la notificazione del ricorso e del pedissequo decreto non tanto erano state eseguite in ritardo rispetto al termine decorrente dal provvedimento di fissazione, quanto piuttosto mancava proprio la notifica (sul punto vedasi anche Corte Costituzionale, sentenza n. 60 del 2010).
Nel caso oggetto del presente giudizio, invece, se è vero che non è stato osservato il termine di cui al quarto comma dell’articolo 415 c.p.c., non di meno è stato rispettato quello di cui al successivo quinto comma, a norma del quale ricorso e decreto di fissazione devono essere notificati almeno 30 giorni prima dell’udienza di discussione.
Infatti, a fronte di una convocazione dinanzi al giudice del lavoro per la data del 24.9.2004, la notificazione del ricorso e del decreto è stata eseguita il 27.6.2003.
Ritiene questo giudice che, nella fattispecie in esame, non possa essere pronunciata l’improcedibilità della domanda.
Ciò, innanzitutto perché il termine di cui all’articolo 415, quarto comma, non è assistito da nessuna decadenza e, in virtù della regola generale di cui all’articolo 152 c.p.c., non può essere ritenuta la perentorietà ove non prevista espressamente dal legislatore, o dal giudice, purché autorizzato quest’ultimo dalla legge.
In secondo luogo, mentre i 30 giorni prima dell’udienza rappresentano un termine a difesa, cosicché la loro violazione comprimerebbe il diritto della parte resistente di preparare adeguatamente le proprie tesi difensive, non si vede quale menomazione alla sfera della parte medesima possa derivare ove l’atto introduttivo e la fissazione dell’udienza siano partecipati oltre i 10 giorni successivi all’emissione del provvedimento del giudice, ma sempre nel rispetto di quel lasso minimo che il codice ha individuato come essenziale alla difesa dell’intimato.
Appare dunque, da una lettura sistematica dei commi quarto e quinto dell’articolo 415, che il primo contenga una previsione ordinatoria, volta a sollecitare un tempestivo impulso all’instaurazione del contraddittorio, mentre al secondo sia affidata la delimitazione massima del termine, decorso il quale, la notifica del ricorso debba considerarsi inidonea alla valida evocazione del convenuto per l’udienza fissa dal giudice.
Anche perché, se l’improcedibilità conseguisse all’infrazione del termine di cui al quarto comma, non si vede quale interesse potrebbe soddisfare la successiva previsione del quinto comma.
Ne consegue che, nel caso di specie, non sussiste alcuna improcedibilità, proprio perché validamente instaurato il contraddittorio entro il termine di cui al quinto comma dell’articolo 415 c.p.c..
Parimenti non meritevole di accoglimento è l’eccezione di inammissibilità della domanda di condanna al risarcimento del danno patrimoniale da dequalificazione professionale. Già nel ricorso, infatti, si menzionavano puntualmente gli elementi costitutivi della pretesa di cui all’articolo 163, terzo comma, c.p.c., individuati nel demansionamento dal VII livello a compiti che in precedenza era svolti solo da personale di quinto o sesto livello e nel passaggio, della ricorrente, dalla responsabilità della segreteria della direzione aziendale all’espletamento di compiti marginali, passaggio realizzato con l’ordine di servizio n. 21 del 7.11.2000.
A fronte di tali condotte, si chiede, nell’atto introduttivo, la condanna risarcitoria al danno patrimoniale che, nella narrativa del ricorso, è inequivocabilmente ricondotto casualmente proprio al demansionamento.
In tale contesto, non può condividersi l’assunto secondo il quale la domanda sarebbe stata avanzata per la prima volta nella fase conclusiva del giudizio e, quindi, tardivamente.
Nel merito, il ricorso deve essere accolto per le ragioni che seguono.
Venendo in primo luogo alla domanda di accertamento dell’illiceità del demansionamento subito dall’attrice, con conseguente condanna della convenuta al risarcimento del danno patrimoniale per dequalificazione professionale, deve rilevarsi come alla ricorrente, con lettera del 17.7.1998, fosse stata riconosciuta la settima qualifica del CCNL centri di sanità privati.
Ella, come riferito dal testimone M. F., consigliere delegato di amministrazione sino all’1 maggio 2000 (qualità non contestata tra le parti), per il rapporto di fiducia che l’aveva subito legata al medesimo teste, aveva assunto, all’interno della segreteria, un ruolo di coordinamento: “Di fatto, la ricorrente si avvaleva delle altre due dipendenti ed era lei che valutava la compatibilità delle loro richieste di permessi o ferie rispetto alle esigenze della segreteria, apponendovi una sigla”.
All’attrice, sempre nel racconto di M., erano stati affidati compiti di particolare qualificazione e responsabilità, come la tenuta del registro di smaltimento dei rifiuti speciali, l’aggiornamento dei contratti di assicurazione relativi ai professionisti esterni che si alternavano nella struttura, l’informatizzazione della documentazione relativa ai passaggi dei materiali speciali da smaltire, l’aggiornamento dei crediti presso la Regione.
Tale quadro di mansioni dimostra come alla ricorrente fosse stato assegnato un complesso di funzioni delicate, alcune delle quali di particolare rilievo, soprattutto in considerazione delle responsabilità civili e delle conseguenze patrimoniali che il negligente espletamento ad opera della P. avrebbe potuto causare all’azienda (si pensi alla tenuta del registro dei rifiuti speciali e alla gestione delle assicurazioni dei professionisti esterni, per un centro di cura che segue 550 pazienti, dato allegato dalla stessa resistente).
Sempre il testimone M. ha spiegato come l’attrice facesse diretto riferimento a lui e poi, ricevute le istruzioni, fosse ella a girarle alle colleghe della segreteria.
Che alla P. fossero state riconosciute una posizione ed una fiducia speciali, nell’ambito della segreteria, a diretto contatto con il management, si desume anche dalla circostanza riferita dal teste M., citato dalla resistente, il quale, nell’udienza del 19.12.2006 ha dichiarato che “in due o tre occasioni è stata anche segretaria del Consiglio di amministrazione e dell’Assemblea dei Soci”.
C. A., poi, sindacalista delegato della CGIL, ha raccontato che: “Tutto ciò che dovevo dire all’amministratore passava da lei. Protocollava anche le richieste di appuntamenti. 7) Quanto entravo in quegli uffici incontravo lei, poi M.… il mio riferimento era sempre la P.”.
La ricorrente, in sintesi, sino alla permanenza della gestione affidata a M. era a diretto contatto con l’amministrazione, svolgeva compiti di particolare responsabilità, poteva partecipare alle sedute degli organi di gestione, rappresentava l’interfaccia del consigliere delegato all’interno dell’azienda, vagliava richieste di ferie e permessi delle colleghe. Il tutto, con un inquadramento al VII livello del CCNL centri di sanità.
Cambiata gestione e subentrata la nuova amministrazione, facente capo alla figura del rag. P., le fu comunicato il 7.11.2000 l’ordine di servizio n. 21, documento 8 del fascicolo di parte attorea, con il quale, in vista di non altrimenti specificate “esigenze tecnico – organizzative e produttive di questa Amministrazione”, l’attrice stessa venne assegnata, quale addetta, all’ufficio Acquisti ed a funzioni amministrative “varie”.
Il teste M., sentito nell’udienza del 19.12.2006, ha spiegato trattarsi di compiti di qualificata autonomia. Al riguardo, il nuovo Consigliere delegato, rag. P., aveva convocato l’attuale attrice, alla presenza del testimone medesimo e le aveva illustrato la nuova organizzazione della segreteria amministrativa, spiegando che la ricorrente si sarebbe dovuta occupare della gestione delle nuove attività, delle fatture e della contabilità del poliambulatorio. Nella successiva udienza del 28.9.2007, però, entrando nel dettaglio delle nuove mansioni della P., lo stesso testimone ha circoscritto i compiti della ricorrente essenzialmente: a) all’acquisto del materiale di cancelleria ed economato, per un valore di circa 44.000 euro annui; b) al settore delle apparecchiature mediche.
Per queste ultime, però, non sussiste alcuna autonomia in capo all’attrice, se è vero che, come riferito dal teste M., al fine dell’acquisto è decisiva (come del resto appare naturale) la valutazione del medico competente e che la firma finale è del medesimo testimone, in qualità di direttore amministrativo.
In ordine alle forniture della cucina, del bar e del guardaroba, poi, decide in autonomia P. D., come affermato dal medesimo nell’assunzione quale teste nell’udienza del 15.1.2010.
La contabilità del personale, poi, è curata direttamente da P. M., teste escusso il 15.1.2010, il quale ha precisato di fare, a sua volta, riferimento a J. C., capo del personale.
Dall’insieme delle testimonianze assunte sul punto delle attuali mansioni, dunque, è emersa in capo alla ricorrente un’autonomia solo quanto agli acquisti di cancelleria. Tale settore, attenendo a beni di consumo, è di rilievo praticamente marginale. Infatti, se è vero che il fatturato annuo della Centro di Sanità s.p.a. per acquisti di cancelleria ammonta a 44.000 euro circa, elemento fattuale non contestato tra le parti, deve considerarsi come tale importo, rispetto al volume di affari di un’azienda di 420 dipendenti e 550 pazienti, sia marginale e, soprattutto, si componga della somma di una serie di acquisti, ciascuno di valore presumibilmente non rilevante.
Non può, quindi, dirsi che alla ricorrente siano attualmente assegnati compiti di qualificazione e responsabilità, da svolgersi in posizione di autonomia. Ella è dedita, autonomamente, soltanto ad una serie di ordini di valore modesto, avuto riguardo all’entità dell’organizzazione aziendale della datrice di lavoro e di nessuna responsabilità, se è vero che si tratta, a prescindere dal valore, di curare l’approvvigionamento di materiale di cancelleria.
Al di fuori dell’ambito ultimo menzionato, poi, decidono e firmano altri. La ricorrente, dunque, se è coinvolta in procedimenti che sfociano in scelte, lo è solo in veste meramente esecutiva, senza che sia risultato un apporto di concetto, tale da rendere le mansioni attuali equivalenti a quelle svolte con la vecchia gestione.
Non è comparabile, infatti, la situazione precedente (nella quale alla P. erano affidati, in una posizione di staff a diretto contatto con il management, la tenuta del registro di smaltimento dei rifiuti speciali, l’aggiornamento dei contratti di assicurazione relativi ai professionisti esterni che si alternavano nella struttura, l’informatizzazione della documentazione relativa ai passaggi dei materiali speciali da smaltire, l’aggiornamento dei crediti presso la Regione, la segreteria di consigli di amministrazione o assemblee di soci e il coordinamento del personale di segreteria), con l’attuale, nella quale la ricorrente si occupa solo dell’acquisto del materiale di cancelleria e, per il resto, assolve compiti meramente esecutivi.
L’attrice, in definitiva, dopo aver svolto, almeno dal 17.7.1998 al 7.11.2000 (e quindi ben oltre il limite temporale del trimestre di cui all’articolo 2103 c.c.) mansioni di settimo livello, è stata restituita a compiti amministrativi semplici, pari a quelli rivestiti ai tempi dell’assunzione, corrispondenti (l’allegazione della ricorrente sul punto non è stata contestata) alla VI qualifica del CCNL centri di sanità privati.
Sussiste, dunque, il lamentato illecito demansionamento. Pertanto deve essere condannata la resistente a reintegrare la ricorrente nelle mansioni precedentemente svolte o in altre equivalenti.
Dalla condotta illecita della convenuta deriva anche l’obbligo di risarcire il danno causato alla qualificazione professionale dell’attrice. Tale pregiudizio, in ossequio al consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, ha natura patrimoniale e può essere liquidato secondo un criterio equitativo.
In termini, recentemente, Cassazione, sentenza 26.2.2009, n. 2652: “in caso di accertato demansionamento professionale del lavoratore in violazione dell’art. 2103 cod. civ., il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del relativo danno, avente natura patrimoniale e il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico – giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto”.
In ordine ai parametri utilizzabili per la liquidazione equitativa del danno, la Corte di Cassazione, con sentenza 10/2002, ha chiarito come possa farsi riferimento ad una percentuale della retribuzione globale lorda spettante al danneggato, in misura da determinarsi tenendo conto di tutte le circostanze del caso.
La ricorrente, al riguardo, ha chiesto di liquidarsi il ristoro in una somma pari al 50% delle retribuzioni lorde corrisposte alla lavoratrice durante tutto il periodo di durata della condotta illecita. La convenuta ha rilevato come detta percentuale sia stata riconosciuta (Tribunale di Milano, 22.12.2001) solo nel caso di un giornalista televisivo nazionale il quale aveva subito il demansionamento per 16 anni, durante i quali era stato escluso da apparizioni radiotelevisive, ipotesi ben diversa, quanto agli effetti pregiudizievoli, rispetto al caso attualmente in esame.
Ritiene il giudice che, nella fattispecie, sia congrua una determinazione del danno risarcibile in misura corrispondente al 25% della retribuzione globale lorda percepita dalla ricorrente durante il protrarsi dell’inadempimento della datrice al dovere di cui all’articolo 2103 c.c..
Tale percentuale appare adeguata perché, se è vero che non si è in presenza, nel caso della P., di una giornalista televisiva protagonista di frequenti apparizioni in video, non di meno, deve essere adeguatamente soppesato lo svuotamento di qualificazione e responsabilità che la lavoratrice ha vissuto passando da una posizione di staff, coordinamento di colleghi e diretto contatto con il management di una grande società, all’assegnazione a compiti esecutivi o di acquisto della cancelleria.
Inoltre, non può non tenersi conto, ai fini della liquidazione, dle percoso professionale dell’interessata. Al riguardo del quale, deve osservarsi che l’inquadramento al VII livello era stato ottenuto sin dal luglio 1998 e, certamente, già in precedenza la ricorrente aveva assunto quella centralità della propria figura che il M. le aveva conferito. Detto testimone, infatti, ha precisato di avere rivestito la carica di direttore amministrativo sin da giugno 1989 e che l’attrice era stata chiamata, nei mesi successivi, presso la segreteria di direzione, nella quale aveva presto cominciato a conquistare progressivamente la fiducia del M., poi nominato Consigliere delegato nel 1990.
Appare, dunque, evidente, come la posizione di rilievo all’interno dell’azienda, che la ricorrente lamenta essere stata svuotata con il demansionamento oggetto del presente giudizio, fosse stata acquisita sin da molto tempo prima del 1998.
Dall’entità dello svuotamento della professionalità della ricorrente e dal pregresso percorso lavorativo della medesima deriva quindi, a parere di questo giudice, la congruità di una liquidazione del danno patrimoniale alla qualificazione professionale in una somma pari al 25% delle retribuzioni globali lorde percepite in costanza di inadempimento, da parte della datrice di lavoro, all’obbligo di cui all’articolo 2103 c.c..
Come periodo di riferimento si prende in considerazione quello indicato nei conteggi, i quali tengono conto delle retribuzioni da maggio 2000 ad aprile 2003.
Quanto al termine iniziale, se ne ritiene la correttezza perché dalle deposizioni assunte e sopra riportate emerge come la ricorrente fosse stata progressivamente svuotata sin dall’arrivo della nuova gestione, avvenuto a maggio 2000. E’ lo stesso teste M., di parte resistente, infatti, ad avere dichiarato come la nuova collocazione della ricorrente, presso l’Ufficio Acquisti, fosse stata conseguente alla riorganizzazione della segreteria e che tale processo riorganizzativi fosse stato concepito all’epoca dell’insediamento del management facente capo al rag. P..
Circa il termine finale, sicuramente è congruo il limite di aprile 2003, posto che il demansionamento, all’epoca del deposito del ricorso  (giugno 2003) e, in corso di causa, era ancora in corso (e non risulta che sia cessato).
Ne consegue che, quantificate in ricorso le retribuzioni da maggio 2000 a aprile 2003 in € 64.335,90 lordi, importo non specificamente contestato dalla convenuta, può riconoscersi a titolo di ristoro del danno patrimoniale patito dall’attrice l’importo di € 16.083,98, pari al 25% di tale ammontare.
Su tale somma competono, dal giorno della domanda, valente come costituzione in mora (trattandosi di responsabilità contrattuale) e coincidente con la notifica del ricorso, 22.7.2003, interessi e rivalutazione monetaria.
Parimenti meritevole di accoglimento, per le ragioni e nei limiti che seguono, è la domanda dell’attrice di condanna della convenuta C.d.S. s.p.a. al risarcimento del danno non patrimoniale, che nell’atto introduttivo si imputa al ristoro del pregiudizio biologico, nonché di quelli morale ed esistenziale subiti per effetto del mobbing al quale la medesima P. sarebbe stata sottoposta da maggio 2000 sino (almeno) al deposito del ricorso.
Affinché sussista il mobbing (o costrittività organizzativa), il quale si atteggia come violazione del dovere del datore di assicurare al lavoratore condizioni sane di svolgimento della prestazione lavorativa, ai sensi dell’articolo 2087 c.c., secondo l’indirizzo giurisprudenziale che questo giudice ritiene condivisibile è necessario che, oltre all’elemento oggettivo, rappresentato da una vessazione o emarginazione della vittima nell’ambiente di lavoro, non occasionale e, al contrario, tale da assurgere a connotati di sistematicità, si riscontri anche quello soggettivo, consistente nell’intento persecutorio (di recente, Cassazione, sentenza n. 7382 del 2010).
Secondo il menzionato orientamento, il lavoratore che alleghi di essere soggetto a mobbing, ha l’onere di fornire rigorosa prova della sussistenza di entrambi i profili. Al riguardo, sotto il profilo obiettivo, possono assumere rilievo fattori quali la durata della condotta, la natura e la gravità degli atti, la quantità dei medesimi, oltre che, evidentemente, aperte dichiarazioni di ostilità espressamente formulate (ipotesi certamente più rara dal punto di vista statistico).
L’intenzione persecutoria, poi, può senz’altro essere provata mediante ricorso a un quadro indiziario, purché però, per regola generale desumibile dall’articolo 2729 c.c., si tratti di indizi gravi, precisi e concordanti, univocamente cospiranti nel senso della presenza di una volontà di emarginare il dipendente.
Più facile é il caso, non ricorrente nella fattispecie in esame, nel quale al lavoratore sia sottratta qualsiasi mansione, condotta che, a ben vedere, nella prospettiva probatoria circa la sussistenza dell’elemento soggettivo del mobbing, non si pone su un mero piano indiziario, essendo addirittura potenzialmente idonea a fornire la prova diretta della volontà di emarginare.
Così sintetizzato il quadro, alla luce del quale valutare le risultanze istruttorie, è opinione di questo giudice che nel presente giudizio sia stata raggiunta la prova di entrambi gli elementi, oggettivo e soggettivo, costitutivi del mobbing.
Innanzitutto viene in considerazione il demansionamento subito dalla ricorrente sin dal momento dell’insediamento della nuova dirigenza aziendale.
Al riguardo del quale, non può non osservarsi come il passaggio, dalla responsabilità della segreteria di direzione all’Ufficio Acquisti, sia stato accompagnato da uno spostamento fisico della postazione lavorativa della ricorrente, dai locali del management ad una sorta di disimpegno ubicato dinanzi ad un bagno e lontano dalla precedente collocazione.
Sul punto, appare credibile la deposizione del testimone C., il quale è l’unico ad avere fornito una descrizione precisa della nuova sistemazione logistica della P. e, proprio per tale precisione nei dettagli, è sembrato il teste più in grado di riferire su tale specifico punto della controversia. Egli ha dichiarato: “L’Ufficio acquisti si trovava, entrando, in fondo al corridoio a destra. Aprendo una porta, c’erano sulla destra in ordine prima il bagno poi l’ufficio acquisti dove stava la P. e anche la sorella. C’era poi una porta che dava sull’ufficio adiacente. Non sono sicuro che fosse prima l’ufficio del personale. Nella stanza c’erano degli armadi. Io dentro al bagno non sono mai entrato. Se si lavorava in accettazione, allora tesoreria, per andare in bagno occorreva passare nell’ambiente ove si trovava l’Ufficio acquisti”.
In contrario non sembrano decisive le deposizioni assunte su iniziativa della resistente C.d.S. s.p.a., le quali sono state espresse con margini di dubbio, in modo non attendibile e, in ogni caso, senza un livello di precisione paragonabile a quello del teste C..
In particolare, P. M., il quale ha dichiarato di avere occupato, prima della P., la postazione poi affidata alla medesima, ha riferito: “Io vi sono stato dal 1998 al 2000-2001 e sono stato avvicendato in quella sistemazione dalla P.. Ricordo che l’ufficio era molto grande e era stato diviso in due tra contabilità generale e contabilità personale. Non ricordo esattamente se quando c’ero io o quando é arrivata la P., ma forse per un certo periodo, anche se breve, sono stato anche io con quella divisione”.
Al di là della premessa “non ricordo esattamente” e del dubbio insito nell’espressione “forse”, detta deposizione non appare credibile laddove il testimone, il quale afferma di ricordare che ad un certo punto sia stata effettuata una divisione degli spazi, non ricordi se egli fosse ancora in quel locale.
Ritiene il giudice che il processo mnemonico porti normalmente gli individui a fissare nella memoria con maggiore stabilità e precisione le vicende che si riferiscono a se stessi. Cosicché, è strano che un soggetto ricordi un ambiente e, al contempo,  non abbia conservato mentalmente l’immagine di sé in quel contesto spaziale. Ciò, soprattutto qualora si tratti di una postazione di lavoro, nella quale, se si è stati presenti, si sono trascorsi lassi di tempo prolungati nel corso di più giornate. La memoria, del resto, ci porta a ricordare i luoghi con il punto di vista dal quale li abbiamo osservati. Pertanto la deposizione di P. appare decisamente poco attendibile.
Né la prova, contraria rispetto a quella offerta dalla ricorrente con il testimone C., può farsi derivare dalla testimonianza di P. D., il quale, riguardo alla nuova collocazione della P., da un lato non ha riportato quel novero di dettagli invece forniti dal menzionato  teste della ricorrente, dall’altro non si è espresso in termini di certezza: “Mi sembra che prima ci fosse l’ufficio del personale. Nello stesso locale, subito entrando a destra, c’é la porta del bagno”.
Alla luce del quadro probatorio così descritto, ritiene il giudice che sia stata raggiunta la prova che l’attrice, insieme con l’assegnazione delle nuove mansioni, sia stata spostata, dai locali della direzione ad un disimpegno che il personale deve attraversare per recarsi in bagno.
Non é dubitabile che un simile spostamento, in qualsiasi contesto lavorativo, possa essere letto come un forte regresso della posizione del lavoratore nella gerarchia aziendale. I colleghi della P., infatti, l’hanno vista passare dalle stanze del management ad un locale decentrato e situato davanti ai servizi igienici.
Certamente si tratta di un indizio dell’intento di emarginare la dipendente.
Inoltre, non è contestato tra le parti che l’attrice, la quale prima del 2000 (quindi in quattordici anni di servizio) non aveva mai subito alcuna contestazione disciplinare, ne abbia ricevute, nel 2001 (si vedano documenti da 10 a 20 del fascicolo di parte attorea), ben tre e che a nessuna di queste sia mai seguita l’irrogazione di alcuna sanzione disciplinare.
Ancora, è incontestato tra le parti che, in seguito all’assenza per malattia protrattasi per circa 8 mesi e dalla ricorrente casualmente collegata alla costrittività organizzativa lavorativa subita, alla P. siano state inviate addirittura sedici visite fiscali. Una simile quantità di richieste di interventi dell’INPS avrebbe forse potuto essere evitata, soprattutto perché l’azienda, evidentemente, decorsa qualche settimana dall’inizio dell’assenza, era perfettamente in grado di rappresentarsi le condizioni di depressione nelle quali versava l’attuale attrice e, conseguentemente, avrebbe almeno potuto diradare le visite.
Ritiene il giudice che, già tale quadro indiziario, letto complessivamente, sarebbe idoneo a dimostrare sia la sussistenza dell’elemento oggettivo (persecuzione della dipendente), sia di quello subiettivo (intento persecutorio).
Non si nega che ciascuno indizio, in quanto tale si presterebbe, se isolatamente considerato, a duplice lettura. Così l’assegnazione di nuove mansioni, in astratto potrebbe rispondere a esigenze organizzative dell’azienda e non necessariamente alla volontà di emarginare la lavoratrice.
Allo stesso modo, lo spostamento della postazione, potrebbe interpretarsi come imposto dalla necessità di un maggior coordinamento con gli altri dipendenti con i quali la ricorrente si deve relazionare per l’espletamento dei suoi compiti nell’Ufficio Acquisti.
Ancora, le ripetute richieste di visite fiscali potrebbero solo significare normale esercizio di una prerogativa datoriale; le contestazioni disciplinari non seguite da sanzioni potrebbero astrattamente dimostrare la particolare tolleranza della resistente.
Ma, se si leggono insieme i quattro indizi sinora accertati, il risultato che se ne trae è univocamente nel senso che la ricorrente abbia subito un prolungato mobbing, da maggio 2000 almeno sino al deposito del ricorso.
La P., infatti, ha subito uno svuotamento delle mansioni in precedenza affidatele; è stata spostata dai locali del potere aziendale ad un disimpegno posto davanti ai servizi igienici; ha subito tre contestazioni disciplinari per episodi ai quali nemmeno la datrice di lavoro ha attribuito valenza tale da giustificare l’applicazione di una sanzione; assente per malattia, ha ricevuto sedici visite fiscali.
Ma l’orizzonte probatorio, già sufficientemente chiaro, si illumina ancor di più alla luce di due ulteriori elementi.
La testimone V.P.L.A., all’epoca dei fatti nella segreteria amministrativa della resistente insieme con la P., ha riferito di avere percepito nell’ambiente di lavoro il segnale che fosse conveniente evitare di intrattenersi con la ricorrente: “Mi fu consigliato di non intranenermi con la ricorrente, ciò da una collega di lavoro. Non so se la signora C. o la signora M.”. Tale deposizione appare credibile perché la testimone, al momento dell’escussione ancora dipendente della resistente, certamente non avrebbe avuto alcun interesse a rendere falsa testimonianza contro la datrice di lavoro, ipotesi che la giurisprudenza ha addirittura qualificato come astrattamente integrante gli estremi della giusta causa di licenziamento (Corte di Cassazione, sentenza n. 2626 del 9.3.1998).
E, che l’ambiente di lavoro fosse apertamente ostile nei confronti dell’attrice, è reso ancor più palese dalla frase che il Capo del Personale, J. C., ebbe a proferire rivolgendosi alla P. in una riunione, in presenza di più persone: “Zitta tu, non capisci un cazzo”, secondo il testimone C., “Tu stai zitta perché non capisci niente” a detta del medesimo teste J..
Che il turpiloquio sia stato usato o meno non rileva.
Ciò che conta sono l’atteggiamento arrogante del preposto al personale aziendale, il quale pretendeva di levare la parola alla dipendente in una discussione aperta alla presenza di più intervenuti e le motivazioni addotte, che facevano leva sull’incapacità dell’interessata, la quale veniva dunque additata dinanzi ai colleghi come persona, l’opinione della quale non meritasse di essere ascoltata.
Non vi è dubbio che il mobbing, già dimostrato mediante la prova del demansionamento, dello spostamento dell’ufficio, delle contestazioni disciplinari e delle visite fiscali, sia ancor più lampante in seguito alla dimostrazione che a una dipendente fosse stato consigliato di non avere  a che fare con la ricorrente e che il capo del personale avesse offeso quest’ultima in presenza di più persone.
In tale contesto, non assume la benché minima gravità, né si pone in termini di inadempimento all’obbligo di de fedeltà l’episodio raccontato dal teste P.: “Un giorno stavo facendo delle fotocopie, nel corridoio antistante l’ufficio della P.. Sentii urlare, non sapevo chi fosse dentro ma poi vidi uscire M.. La voce urlante era della P.. Disse che aveva salvato la clinica e proferì parole del tipo di quelle che mi ha letto il giudice (ossia di avere salvato l’azienda in occasione di una verifica fiscale)”.
L’avere, infatti, rivendicato meriti, seppure urlando con il Direttore Amministrativo, a prescindere dalla fondatezza o meno delle ragioni di vanto e, senza contare che l’espressione usata non era affatto offensiva, al più potrebbe rivestire, in costanza di grave e prolungato mobbing, gli estremi della reazione proporzionata al fatto ingiusto altrui e, come tale, non illecita.
Dalla condotta di costrittività lavorativa e organizzativa che la ricorrente ha provato di avere subito, ne è derivato, secondo la stessa, un danno biologico, morale e esistenziale, del quale la P. ha chiesto il risarcimento.
Pertanto è stata disposta ed eseguita consulenza tecnica di ufficio medico legale sulla persona dell’attrice, onde accertare se la medesima abbia contratto patologie (in particolare sindrome depressiva e ipovisus), se le stesse siano causalmente collegabili alla situazione lavorativa, se altre concause possano avere influito e in che misura possa avere inciso la predisposizione psicologica dell’interessata.
Il consulente tecnico di ufficio, con valutazione immune da vizi logici o di metodo e che, quindi, questo giudice ritiene pienamente utilizzabile ai fini della decisione, ha accertato in capo alla ricorrente la sussistenza di un disturbo ansioso depressivo riscontrato da novembre 2000 e stabilizzatosi nel 2005, dal quale deriva una menomazione permanente dell’integrità fisica pari al 3% della totale.
Tale patologia è in rapporto di causalità diretta con il mobbing subito.
Infatti, tra i disturbi psicosomatici che normalmente e più frequentemente si riscontrano nei soggetti esposti a costrittività organizzativa, rientrano ipertensione arteriosa, tachicardia, tremori, tutti sintomi documentati dalla ricorrente dal novembre 2000 mediante le certificazioni e le cartelle prodotte (documenti da 25 a 35 e da 69 a 74 del fascicolo di parte attorea).
Detta sintomatologia, prolungata nel tempo, è normalmente causa di sindrome depressiva, la quale può sfociare nello stato attivo e diventare, come nella fattispecie, malattia suscettibile di valutazione in chiave medico legale.
In altri termini, tra il mobbing e la patologia della ricorrente sussiste un nesso di causalità poiché, nella normalità dei casi, dalla costrittività organizzativa sul luogo di lavoro scaturiscono spesso ipertensione arteriosa, tachicardia, tremori e a questi sintomi segue la depressione, la quale, normalmente, può portare allo stato attivo e diventare malattia valutabile in termini medico legali di percentuale di invalidità.
Nel caso oggetto del presente giudizio, dunque, la successione cronologica immediata tra mobbing e depressione attiva, riscontrata in capo alla P., trova copertura in una legge statistica di probabilità.
Né, nel caso di specie, la c.t.u. o l’istruttoria hanno dato conto di altre possibili concause della patologia; ciò, sia per mancanza di precedenti anteriori al 2000, sia per l’accertamento condotto direttamente dallo psicologo ausiliario del c.t.u.. Il coadiutore ha sottoposto la ricorrente ad esame diretto e ne ha tratto la conclusione che la P. abbia seguito un ordinario percorso evolutivo nelle proprie relazioni affettive e sociali, prima in famiglia poi nei sentimenti, che ella sia attualmente legata sentimentalmente e non disposta male verso l’interazione personale e sociale.
Non sussiste, in sintesi, alcun elemento che possa far ritenere che la predisposizione interiore o l’anamnesi della ricorrente abbiano influito sull’insorgenza della patologia riscontrata in capo alla medesima.
Il c.t.u., invece, ha escluso che la diminuzione di vista sia in nesso causale con il mobbing. A tale risultato l’ausiliario del giudice è pervenuto con valutazione del tutto immune da censure attinenti al metodo o alla logica. La catena della causalità tra mobbing e ipovisus, infatti, avrebbe postulato che dall’ipertensione arteriosa fossero derivati acuti problemi vascolari agli occhi e che, da questi, fosse scaturito il danno oculare.
Nella specie, però la sequenza è interrotta, poiché la ricorrente non ha prodotto la fluorangiografia dalla quale si sarebbe potuta desumere la causa vascolare del pregiudizio alla vista. Vi è, quindi, la prova del mobbing, nonché che esso abbia dato causa all’ipertensione e che questa abbia originato problemi vascolari, ma manca il collegamento tra questi ultimi e il danno oculare.
Alla luce delle considerazioni che seguono, la diminuzione dell’integrità psicofisica della ricorrente, conseguente al mobbing, deve essere accertata nella percentuale del 3%.
Alla stessa va aggiunta, al fine della completa determinazione del pregiudizio patito dall’attrice, il danno biologico temporaneo.
Sono documentati (si vedano i certificati prodotti con i numeri da 25 a 34 del fascicolo della ricorrente), infatti e non costituiscono oggetto di contestazione, 254 giorni di malattia, durante i quali, dunque, la ricorrente fu messa totalmente non in grado di espletare la propria prestazione lavorativa. E ciò, a causa di quelle stesse patologie che hanno luogo al danno permanente all’integrità psicofisica.
In conclusione, per effetto della violazione del precetto generale contenuto nell’articolo 2087 c.c. da parte della C.d.S. s.p.a., l’attrice ha contratto una sindrome depressiva acuta con danno permanente nell’integrità psicofisica nella misura del 3% della totale e con un un’invalidità temporanea totale per 254 giorni.
Così accertati i fatti, deve essere scrutinata preliminarmente l’ammissibilità della domanda di condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno subito per effetto di una malattia professionale.
In dottrina e in giurisprudenza, infatti, si è affermato che, successivamente all’entrata in vigore dell’articolo 13 del decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 28, il quale ha sancito l’indennizzabilità, in precedenza esclusa (a partire dalla sentenza n. 87 del 1991 della Corte di Cassazione), del danno biologico a carico dell’INAIL, non sarebbe più ammessa la domanda risarcitoria nei confronti del datore di lavoro, potendo il danneggiato domandare soltanto l’indennizzo all’Istituto previdenziale. Ciò perché, in virtù dell’articolo 10 del D.P.R. 1124/1965, l’imprenditore che provveda ad assicurare contro gli infortuni sul lavoro il proprio lavoratore, è esonerato dalla responsabilità civile per gli infortuni che il dipendente subisca nel rendere la propria opera.
Tale esonero, in sostanza, varrebbe a realizzare una sorta di transazione sociale, in virtù della quale, dei costi complessivi necessari per assicurare la copertura dei lavoratori contro il rischio di incidenti lavorativi, le imprese dovrebbero addossarsi quelli per l’assicurazione sociale e in cambio, una volta assolto il relativo onere, non potrebbero essere chiamate a rispondere di danni ulteriori rispetto a quelli indennizzati dall’INAIL.
Tale ordine di idee, però, è stato confutato con argomenti che a questo giudice appaiono convincenti. Si è infatti osservato, in dottrina e in giurisprudenza (tra le altre, Corte di Appello di Torino, 29.11.2004), che il menzionato articolo 10 del D.P.R. 1124/1965, del quale nessuno dubita circa l’attuale vigenza, prevede altresì che il datore di lavoro possa essere chiamato a rispondere del danno differenziale, ossia della differenza tra l’indennizzo liquidato o liquidabile dall’INAIL e il pregiudizio civilistico risarcibile. E, se la norma è tuttora in vigore, non può non esserlo in tutta la propria portata precettiva, dovendosi escludere che possa ritenersi ancora vigente la sola regola dell’esonero e non quella della risarcibilità del differenziale.
Inoltre, l’articolo 10 D.P.R. 1124/1965 sancisce sì l’esonero del datore di lavoro, ma fa salvi i casi nei quali vi sia responsabilità penale del datore di lavoro accertata con sentenza passata in giudicato. Sul significato del richiamo al giudicato penale, la Cassazione ha chiarito (sentenza 10035/2004, tra le altre) come la condanna in sede penale sia richiesta solo per escludere totalmente l’esonero, mentre, in ogni caso, qualora sussista una colpa datoriale ex art. 2087 c.c., opererà il cosiddetto esonero parziale, in virtù del quale l’imprenditore risponde del danno differenziale.
Del resto, la Corte Costituzionale ha affermato chiaramente, con la sentenza 485 del 1991, la necessità di una tutela integrale, sul piano risarcitorio, del diritto alla salute tutelato dall’articolo 32 della Costituzione, cosicché non sarebbe costituzionalmente legittimo l’articolo 10 del D.P.R. 1124, qualora dovesse essere interpretato nel senso di limitare il ristoro del danneggiato all’indennizzo INAIL, con esclusione di altri eventuali danni civilisticamente rilevanti. Ancora, siffatta interpretazione urterebbe con l’articolo 3 della Costituzione, poiché al pregiudizio biologico subito sul luogo di lavoro sarebbe assegnata una protezione minore rispetto a quello patito in qualsiasi altra occasione diversa dall’attività lavorativa, con evidente irragionevole disparità di trattamento.
Peraltro, sul tema della cosiddetta transazione sociale, non può non osservarsi che l’indennizzo INAIL realizza un sistema di assicurazione sociale, rilevante al fine di proteggere gli individui dal bisogno, in attuazione dei fini di cui all’articolo 38 della Costituzione. Il risarcimento integrale del danno biologico, invece, attua l’articolo 32 della Costituzione, cosicché la necessità di una piena ed effettiva tutela della salute prescinde dall’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e trae aliunde la propria giustificazione, senza che possa invocarsi il meccanismo previdenziale allo scopo di escludere il risarcimento del danno differenziale.
Alla stregua delle considerazioni che precedono, ritiene il giudicante che, anche in seguito all’entrata in vigore dell’articolo 13 del decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 38, spetti al lavoratore il risarcimento del danno differenziale.
La conclusione non sembra che possa essere sovvertita in seguito alla pubblicazione della sentenza del Consiglio di Stato, sezione VI, n. 1576 del 2009, con la quale sono state annullate le istruzioni dell’INAIL del 2003.
L’Istituto previdenziale, con circolare del 17 dicembre 2003, aveva stabilito che tutte le situazioni di “costrittività organizzativa” – per esempio: lo svuotamento di mansioni o la mancata assegnazione degli strumenti di lavoro – così come quelle di “mobbing strategico” (gli atteggiamenti strategicamente ostili delle aziende per promuovere l’allontanamento di soggetti in qualche modo scomodi), purché ricollegabili a finalità professionali, dovessero rientrare nel rischio tutelato.
Il Tribunale amministrativo del Lazio, con la sentenza n. 5454 del 4 luglio 2005, aveva annullato la circolare dell’INAIL sostenendo che “Il mobbing non può essere considerato in via automatica come una malattia professionale e in quanto tale indennizzabile dall’INAIL, dovendo sempre essere provata l’esistenza della causa di lavoro”.
Il Consiglio di Stato, con la menzionata decisione, respinse l’appello sull’assunto che le patologie oggetto della circolare non potessero essere considerate come malattie professionali.
Secondo la sentenza 1576, la malattia professionale non tabellata può essere indennizzata soltanto ove trovi la propria derivazione eziologica nell’esercizio di una delle lavorazioni di cui all’art. 1 del d.P.R. n. 1124 del 1965. E, anche dopo l’introduzione del sistema misto l’intervento dell’INAIL, dovrebbe ritenersi pur sempre condizionato all’esistenza di un “rischio specifico” e propriamente alla sussistenza di quello specifico rischio che inerisce soltanto allo svolgimento di una delle lavorazioni, preventivamente e presuntivamente considerate pericolose dal legislatore, tipizzate dall’art. 1 del Testo Unico  in sede di determinazione delle attività protette del sistema previdenziale.
In tale prospettiva, “il criterio determinativo del rischio rimane pur sempre connesso alla enucleabilità di un segmento del ciclo produttivo e non anche ad una fase dell’iniziativa imprenditoriale che costituisce il presupposto immanente e generale dell’intera attività produttiva, qual è l’organizzazione del lavoro”.
Non sembra che tale ordine di idee possa essere condiviso.
Esso, innanzitutto, contrasta con la consolidata elaborazione giurisprudenziale del d.P.R. n. 1124 del 1965.
Come si è acutamente osservato in dottrina, infatti, l’art. 1 del Testo Unico, in concorso con il successivo art. 4, svolge propriamente la funzione di delimitare l’ambito di applicazione soggettiva dell’assicurazione obbligatoria: ritaglia cioè l’area soggettiva di accesso alla tutela facendo uso del doppio criterio selettivo basato sul riferimento alla pericolosità presunta della lavorazione (art. 1) ed alla natura del rapporto giuridico o al titolo in base al quale l’attività viene svolta dal soggetto (art. 4).
Una volta determinato l’accesso alla tutela, il giudizio di pericolosità presunta dell’attività lavorativa cessa di svolgere una funzione selettiva degli eventi che danno effettivamente titolo – sul piano oggettivo – alla copertura assicurativa pubblica.
Questa distinta funzione è infatti specificamente svolta dalle nozioni di infortunio sul lavoro e di malattia professionale, che, secondo il richiamato orientamento dottrinale, che si ritiene condivisibile hanno consumato un distacco definitivo dalla originaria logica selettiva basata sulla inerenza alla specifica lavorazione, ovvero al rischio professionale specifico.
Sempre in dottrina, si è osservato che l’impostazione del Consiglio di Stato lascia perplessi anche per la difficoltà di “separare la lavorazione dall’organizzazione del lavoro” in quanto “ciò che è organizzazione per il datore visto dal lato del lavoratore pare si possa chiamare sempre lavorazione”; inoltre sarebbe incongruo sostenere che se da una certa organizzazione del lavoro derivi una patologia di carattere fisico, l’evento sarebbe indennizzabile, mentre se dalla stessa organizzazione derivi una patologia di carattere psichico la medesima non sarebbe coperta da assicurazione.
Ancora, il decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, offre rilievo al nesso “inevitabile” tra organizzazione del lavoro e salute psichica del lavoratore, laddove, ai fini della valutazione dei rischi, esige che essa riguardi tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell’Accordo europeo dell’8 ottobre 2004.
E non sembra possibile sostenere che un fattore di rischio che deve essere necessariamente valutato dall’impresa a fini di prevenzione diventi poi irrilevante nel momento in cui debba essere valutato a fini indennitari.
Dalle considerazioni che precedono deve ritenersi che non sia preclusa l’azione nei confronti dell’INAIL per ottenere l’indennizzo ai sensi del decreto legislativo n. 38 del 2000.
Ne consegue che, nei confronti del datore di lavoro, il dipendente ben possa agire per il risarcimento del danno differenziale.
Nella fattispecie, in esame, dunque, occorre individuare e liquidare il danno civilisticamente risarcibile e sottrarre l’importo dell’indennizzo che spetta o spetterebbe alla danneggiata.
Sul punto, l’attuale assetto della giurisprudenza di legittimità risultante dalla sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 delle Sezioni Unite può essere così riassunto: oltre al risarcimento del danno patrimoniale, spetta al danneggiato il ristoro di quei danni (tra i quali il biologico e il morale) non patrimoniali che corrispondano alla lesione di interessi tutelati dalla Costituzione, o da norme di legge, ovvero ancora da convenzioni internazionali alle quali lo Stato italiano abbia dato esecuzione.
Sono, poi, risarcibili, quei pregiudizi che, in virtù dell’apertura propria dell’articolo 2 della Costituzione, corrispondano, alla stregua dell’evoluzione delle valutazioni della realtà sociale, ad interessi strettamente inerenti la persona umana.
E’, nei termini descritti, che opera il principio di tipicità dei danni non patrimoniali risarcibili sancito dalle Sezioni unite nel 2008.
Così impostati i termini della questione, quanto all’individuazione dei pregiudizi degni di ristoro nel presente giudizio, deve ricordarsi che il danno alla salute, in virtù dell’articolo 32 della Costituzione e della menzionata sentenza n. 485 del 1991 della Corte Costituzionale, non può non trovare piena tutela. Parimenti, è risarcibile il danno cosiddetto morale, il quale pure attiene ad un diritto inviolabile della persona ovvero all’integrità morale, quale massima espressione della dignità umana, desumibile dall’art. 2 della Costituzione in relazione all’art. 1 della Carta di Nizza, contenuta nel Trattato di Lisbona, ratificato dall’Italia con legge 2 agosto 2008 n. 190.
Ne deriva che, nel caso di specie, la Centro di Sanità s.p.a. deve essere condannata a risarcire, innanzitutto, il danno biologico per l’invalidità permanente al 3% accertata dal c.t.u..
Al fine della liquidazione, può essere utilizzata la tabella per la liquidazione del danno biologico del tribunale di Milano, comunemente richiamata in questo ufficio. Tale documento appare, infatti, corrispondere all’indirizzo  della Cassazione, espresso con la predetta sentenza 11 novembre 2008, n. 26972, secondo il quale il risarcimento del singolo punto percentuale di invalidità non può essere liquidato forfettariamente in modo standardizzato, ma deve presentare un adeguato grado di corrispondenza alle peculiarità del caso. In tale senso appare particolarmente apprezzabile il meccanismo della personalizzazione della liquidazione, risultante dalla mera applicazione dei punti, attraverso il criterio di un aumento sino al 30% e non vincolato ad una determinata percentuale.
La menzionata tabella di Milano per il 2009 prevede, per il danno biologico permanente al 3% per una donna compresa tra 41 e 50 anni, una liquidazione di € 3.606,75, pari ad 1.202,25 per ciascun punto, moltiplicati per 3, somma che appare congrua in difetto di indici di personalizzazione emersi dall’istruttoria.
Quanto al danno morale, per il quale la richiamata giurisprudenza delle sezioni Unite del 2008 non esclude una liquidazione in una percentuale del biologico, ma soltanto a condizione che non si tratti di una valutazione standard e compiuta a priori, nel caso di specie si ritiene congruo un risarcimento in misura doppia rispetto a quello riferibile alla lesione del diritto alla salute.
Non è dubitabile, infatti, che per una lavoratrice esposta per anni a mobbing, dal quale derivi una sindrome depressiva, sia molto più intenso il pregiudizio al bene dell’integrità morale, quotidianamente messo a repentaglio dalla costrittività organizzativa, rispetto a quello connesso ad una diminuzione dell’integrità psicofisica di assai lieve entità.
Va aggiunto che, il criterio adottato dalle Tabelle del Tribunale di Milano, secondo il quale è il danno morale a rappresentare normalmente una percentuale di quello alla salute e non viceversa, appare strutturato rispetto ad una condizione di normalità, che si presenta soprattutto nelle controversie aventi ad oggetto sinistri, nelle quali la sofferenza è frutto della malattia e, quindi, è logico che essa sia ristorata in saggio percentuale sul biologico.
Nel mobbing del lavoratore, seguito da depressione attiva, il percorso è inverso; in detto ambito, infatti, è il patimento psicologico derivato dalla costrittività organizzativa lavorativa a generare la patologia medico legale, cosicché è del tutto coerente, con tale successione invertire, il rapporto percentuale.
Pertanto ritiene il giudice che, nella fattispecie in esame, possano essere liquidati alla ricorrente € 8.493,90 per il ristoro del danno non patrimoniale connesso alla lesione della salute e dell’integrità morale.
Tale importo si ottiene moltiplicando € 3606,75 (pari a tre punti di invalidità per una donna di età compresa tra 41 e 50 anni) per tre (considerando il valore doppio del pregiudizio morale, che va ad aggiungersi a tale somma) e, il risultato del prodotto (10.820,25) per il demoltiplicatore (0,785) di cui alle menzionate tabelle di Milano, collegato all’età specifica dell’attrice, 44 anni (compiuta dalla ricorrente al momento del deposito del ricorso, essendo ella nata il 18.3.1959 ed essendo stato l’atto introduttivo depositato il 4.6.2003).
Per l’invalidità temporanea, quantificata in 254 giorni di totale, si ritiene equa la misura di € 100 al giorno, somma pressoché corrispondente al minimo delle tabelle di Milano per il 2009, in difetto di elementi personalizzanti che ne suggeriscano una più alta liquidazione. Ne deriva un importo di € 25.400, dal quale però, atteso il carattere differenziale (in difetto di condanna penale con sentenza passata in giudicato) del danno che si deve liquidare a carico del datore di lavoro, può trovare ristoro solo la differenza tra il pregiudizio temporaneo alla salute risarcibile e l’indennizzo per inabilità temporanea che la ricorrente avrebbe percepito qualora fosse stata presentata la denuncia da parte della danneggiante.
Al riguardo, il sistema di cui agli articolo 110 e seguenti del D.P.R. 1124/1965 prevede che competa, per l’inabilità temporanea totale, un’indennità pari, dal quarto al novantesimo giorno di malattia (quindi per 87 giorni) al 60% della retribuzione globale lorda giornaliera percepita negli ultimi 15 giorni e, dal centoventunesimo dì (nella specie, sino al duecentocinquantaquattresimo, ossia per 164 giorni) al 75% della medesima retribuzione.
Quest’ultima, per la P., si può desumere dalla busta paga di aprile 2003, documento 79 del fascicolo di parte attorea, la quale reca la somma di € 1.553,79 per tutto il mese (e quindi di € 51,78 al dì, ammontare ottenibile dividendo 1.553,79 per trenta). Cosicché, moltiplicando il 60% di 51,78 (retribuzione giornaliera lorda) per 87 giorni e sommando tale prodotto (2.702,92) a quello che si ricava moltiplicando il 75% di 51,78 per 164 (6.368,94), si calcola l’indennità che la ricorrente avrebbe potuto percepire dall’INAIL a causa della malattia professionale contratta per l’inabilità temporanea.
Detto valore è pari ad € 9.071,86.
Per le considerazioni espresse in precedenza, l’indennità che alla ricorrente sarebbe spettata dall’INAIL va detratta (atteso il carattere differenziale del danno che si ritiene di dover liquidare nel presente giudizio) dal danno all’integrità psicofisica temporaneo liquidabile astrattamente. Sottraendo € 9.071,86 alla somma di € 25.400 si ottiene l’ammontare di € 16.328,14.
Il totale del danno non patrimoniale risarcibile, dunque, è pari alla sommatoria di € 8.493,90 (per il danno permanente) ed € 16.328,14 (per il temporaneo) e ammonta, conclusivamente, ad € 24.822,04.
Su tale ammontare competono interessi e rivalutazione monetaria sino alla protrazione dell’illecito, certamente posto in essere almeno fino al giorno precedente il deposito del ricorso, ossia fino al 3.6.2003.
La condanna della resistente impone di scrutinare la domanda di chiamata in garanzia che la stessa ha indirizzato alla Aurora Assicurazioni s.p.a..
Tale pretesa non è fondata.
Come si evince dalla polizza, prodotta sub 5 dalla Compagnia, quest’ultima si era obbligata a coprire, a titolo di assicurazione della responsabilità civile verso prestatori di lavoro, soltanto i danni derivanti da infortuni sul lavoro, restando espressamente escluse le malattie professionali.
Non vi è dubbio che, nella specie, non si verta nell’ambito della copertura. La depressione alla P., infatti, non è derivata da una causa improvvisa e violenta, bensì è il frutto di una condizione lavorativa protrattasi per anni.
Spese di lite, liquidate in dispositivo, nonché di c.t.u., liquidate con separato provvedimento, secondo soccombenza.
Tali i motivi del dispositivo in epigrafe.

P.Q.M.

il giudice unico del Tribunale di Tivoli così decide:
– accoglie il ricorso, accerta l’illegittimità del demansionamento subito dalla ricorrente e condanna la resistente CS s.p.a. a reintegrare la ricorrente nelle mansioni precedentemente svolte, o in altre equivalenti e corrispondenti ad un inquadramento al VII livello del CCNL vigente per le case di cura private, personale non medico;
– condanna la resistente CS s.p.a. al risarcimento del danno patrimoniale causato per effetto dell’illegittimo demansionamento, liquidato in € 16.083,98 oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dal 22.7.2003 al saldo;
– condanna la resistente CS s.p.a. al risarcimento del danno non patrimoniale, liquidato in € 24.822,04 oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dal 3.6.2003 al saldo;
– rigetta la domanda della resistente Centro Sanità s.p.a. di chiamata in garanzia della Aurora Assicurazioni s.p.a.;
– condanna la resistente C.S. s.p.a. al pagamento delle spese di lite in favore delle altre parti, liquidate in € 10.000 ciascuna per onorari e diritti oltre spese generali, iva e cpa.;
– pone il compenso del c.t.u., liquidato con separato provvedimento, definitivamente a carico della C.d.S. s.p.a..
Così deciso in Tivoli, il 10.12.2010.

Incidenti stradali: per la Cassazione (sentenza 745 del 2011) nel caso del pedone investito che chiede il risarcimento al Fondo di Garanzia “la prova del fatto costitutivo della pretesa risarcitoria, quanto all’avvenuto evento ad opera di ignoti, non richiede da parte della vittima un comportamento di non comune diligenza”

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 16 dicembre 2010 – 14 gennaio 2011, n. 745
Presidente Trifone – Relatore Levi

Svolgimento del processo

Con citazione innanzi al tribunale di Santa Maria Capua Vetere dell’aprile 1998 F..I. conveniva in giudizio la società Assicurazioni Generali spa, nella qualità di impresa designata dal Fondo di garanzia per le vittime della strada (FGVS) per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni subiti per le lesioni riportate nel sinistro stradale verificatosi il (OMISSIS)      .
Esponeva che, mentre camminava in (OMISSIS)                       , era stato investito da un’autovettura, che, dopo l’impatto, si era allontanata e gli aveva così impedito di identificare sia il veicolo investitore che il suo guidatore.
La convenuta società di assicurazione contrastava la domanda e ne chiedeva il rigetto.
All’esito dell’espletata prova orale, il tribunale rigettava la domanda e la decisione, sul gravame del soccombente, era confermata dalla sentenza pubblicata il 13 settembre 2005 della Corte d’appello di Napoli, che condannava F..I.               alle spese del grado capovolta.
Ai fini che ancora interessano i giudici dell’appello premesso che in caso di investimento da parte di un veicolo rimasto sconosciuto la responsabilità del Fondo deve essere esclusa qualora la mancata identificazione del mezzo investitore sia da attribuire a dolo o colpa del danneggiato – ritenevano che dall’espletata prova orale erano emerse le seguenti circostanze:
dopo l’impatto l’autovettura dell’investitore si era fermata accanto al pedone e da essa erano discesi sia il guidatore che un passeggero;
costoro non si erano subito allontanati, ma avevano sostato accanto a I.F.                per un pò di tempo, sino a quanto erano sopraggiunte altre due persone;
queste avevano constatato che l’infortunato era perfettamente cosciente, tanto che esse erano state da lui riconosciute;
i due testi sopravvenuti sul posto avevano ricevuto dai due passeggeri dell’autovettura investitrice l’assicurazione era stato già richiesto l’intervento urgente di un’ambulanza.
La Corte partenopea, sulla scorta dei suddetti fatti, considerava che l’infortunato aveva avuto a disposizione tutto il tempo necessario per identificare il mezzo investitore e che lo stesso “se pure sofferente non richiese ai suoi conoscenti di annotare almeno il numero di targa del veicolo che lo aveva investito”, per cui confermava la conclusione cui era giunto in primo grado il tribunale di attribuire la mancata identificazione del mezzo alla esclusiva condotta negligente di F..I.              .
Il giudice del merito, inoltre, sottolineando la sussistenza di una “evidente discrepanza” tra le dichiarazioni rese da I.F.                ai Carabinieri e quanto riferito dai due testimoni suoi conoscenti, aggiungeva che la circostanza “induce a nutrire dubbi sulla stessa effettiva presenza dei due testimoni sul luogo del fatto e sulla attendibilità delle loro affermazioni, con la conseguenza che deve ritenersi privo di qualsiasi prova l’asserito investimento ad opera di un veicolo non identificato”.
Per la cassazione della sentenza F..I.               ha proposto ricorso affidato a due mezzi.
Ha resistito con controricorso la società Generali Assicurazioni spa, nella indicata qualità, la quale ha anche presentato memoria.

Motivi della decisione

Con il primo motivo d’impugnazione – denunciando la violazione e la falsa applicazione della norma di cui all’art. 19 lett. a) della legge n. 990 del 1969 nonché il vizio di motivazione sul punto – il ricorrente deduce che non sussiste un obbligo di particolare diligenza in capo al soggetto danneggiato per l’individuazione del veicolo investitore e che il giudice del gravame, in relazione alle fornite prove, aveva omesso di valutare se, per la precaria sua situazione fisica e psichica per quanto gli era accaduto, ad esso ricorrente potesse addebitarsi a colpa il non avere identificato l’autovettura investitrice, tenuto conto della normale esigibilità di tale onere e del fatto.
Con il secondo motivo d’impugnazione il ricorrente, in relazione all’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., deduce il vizio in iudicando e in decidendum della sentenza d’appello nella parte in cui essa, dopo aver dato per certo che l’incidente si era verificato, pone in dubbio l’effettiva presenza sul posto dei testimoni escussi e da ciò desume che non sarebbe stata data la dimostrazione che vi sia stato realmente il preteso investimento del pedone ad opera di un veicolo non identificato.
Le censure, che vanno esaminate congiuntamente in logica connessione, sono fondate.
A giustificazione del rigetto della domanda la Corte di merito assume due distinte rationes decidendo.
La prima è quella secondo cui una diversa condotta di maggiore diligenza da parte dell’infortunato avrebbe certamente consentito di identificare l’autovettura investitrice, onde, non avendo I.F. assolto a tale suo onere, il fatto costitutivo della sua pretesa, quanto all’elemento relativo all’avvenuto sinistro da parte di veicolo “rimasto sconosciuto”, non poteva ritenersi dimostrato.
Il secondo argomento, in base al quale il giudice del merito pure ha ritenuto di non potere accogliere l’istanza risarcitoria siccome proposta, è quello per cui il dubbio sulla effettiva presenza sul posto dei due testimoni induceva a ritenere i testi inattendibili e, perciò, neppure dimostrato l’asserito investimento ad opera di veicolo non identificato.
Questo giudice di legittimità ha già stabilito {ex plurimis: Cass., n. 24449/2005) che in caso di azione diretta proposta, ai sensi dell’art. 19 lett. a) della legge n. 990 del 1969, nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di garanzia per il risarcimento dei danni cagionati da veicolo non identificato, ma per il quale vi è obbligo di assicurazione, la prova può essere fornita dal danneggiato anche sulla base di mere “tracce ambientali” o di “dichiarazioni orali”, non essendo alla vittima richiesto di mantenere un comportamento di non comune diligenza ovvero di complessa ed onerosa attuazione, avuto riguardo alle sue condizioni psicofisiche ed alle circostanze del caso concreto.
È stato anche precisato che la norma citata prevede una situazione di mero fatto implicante l’esistenza del sinistro come fatto storico e che, al fine di evitare frodi assicurative, viene richiesta anche la verifica delle condizioni psicofisiche del danneggiato e la prova della compatibilità tra le lesioni e la dinamica dell’incidente, senza che risulti tuttavia consentito pervenire a configurare a carico dello stesso danneggiato un obbligo di collaborazione “eccessivo” rispetto alle sue “risorse”, che finisca con il trasformarlo “in un investigatore privato o necessariamente in un querelante”.
Orbene, in applicazione delle suddette regole di diritto, risulta chiaro che delle due adottate rationes decidendi è inconciliabile l’affermata contestualità, evidente essendo o che l’investimento da parte di ignoti non si è affatto verificato, come sembra potersi evincere dal secondo argomento della sentenza impugnata, per cui, in tal caso, altro non doveva venire all’esame del giudicante quanto a pretesa condotta negligente dell’infortunato; ovvero che l’investimento ad opera di ignoti sia realmente accaduto, come ammette in modo tutt’altro che implicito il giudice del gravame, che, su tale presupposto, ritiene di dovere anche esaminare se poteva, nella specie, essere esigibile una condotta dell’infortunato improntata a collaborazione doverosa e compatibile alle sue condizioni fisiche e psichiche.
Per tale rilevata intrinseca contraddittorietà della motivazione la denunciata sentenza deve essere cassata con rinvio per nuovo esame alla medesima Corte d’appello di Napoli in diversa composizione, che, deciderà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione e che, per il caso di ritenuta sussistenza dell’investimento ad opera di ignoti, valuterà anche circa l’esigibilità di una diversa condotta di collaborazione dell’infortunato in applicazione della seguente regola di diritto:
“In caso di azione diretta proposta, ai sensi dell’art. 19 lett. a) della legge n. 990 del 1969, nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di garanzia per il risarcimento dei danni cagionati da veicolo non identificato, la prova del fatto costitutivo della pretesa risarcitoria, quanto all’avvenuto evento ad opera di ignoti, non richiede da parte della vittima un comportamento di non comune diligenza ovvero di complessa ed onerosa attuazione diretto all’identificazione del responsabile, dovendosi al riguardo valutare la esigibilità di un idoneo suo comportamento avuto riguardo alle sue condizioni psicofisiche ed alle circostanze del caso concreto”.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Napoli in diversa composizione.