Danno biologico: pubblicate le nuove tabelle di Roma e Milano

Sono state pubblicate le nuove tabelle per il risarcimento del danno non patrimoniale lesione all’integrità psico-fisica e dalla perdita-grave lesione del rapporto parentale dei Tribunali di Roma e di Milano.

Le pubblichiamo di seguito:

Tabelle 2011 Trib. Roma

Tabelle Roma nota esplicativa

Tabelle Roma Liquidazione del danno non patrimoniale da morte di un congiunto

Tabelle Milano 2011

Tabelle Milano nota esplicativa

Tabelle Milano – Invalidità temporanea e morte congiunto

Scontro durante la partita di calcetto: la società organizzatrice non è responsabile dei danni (Cassazione 7247/2011)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 16 febbraio – 30 marzo 2011, n. 7247

Presidente Preden – Relatore Segreto

Svolgimento del processo

Con sentenza del 28.5.2002, il Tribunale di Roma condannava la ACSI a pagare ai coniugi R.M. e F.A. , in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale sul figlio R.G. , la somma di Euro 25847,86, perché durante una partita di calcio di un torneo organizzato dalla convenuta, il minore, in uno scontro con altro minore partecipante alla partita, riportava trauma facciale con avulsione traumatica dell’incisivo sinistro e frattura del secondo incisivo. Il tribunale affermava la responsabilità della convenuta, quale organizzatrice del torneo tra minori, a norma dell’art. 2047 c.c..

La corte di appello di Roma, adita dalla convenuta, con sentenza depositata il 13.12.2005, rigettava la domanda, ritenendo che nella fattispecie, applicando i principi affermati dalla S.C. in tema di responsabilità aquiliana nelle competizioni sportive, era da escludere che il fatto del minore antagonista integrasse un fatto astrattamente illecito, con la conseguenza che non poteva esservi alcuna responsabilità per fatto dell’incapace a carico della convenuta.

Avverso questa sentenza hanno proposto ricorso per cassazione gli attori e R.G. , divenuto maggiorenne.

Resiste con controricorso la convenuta, entrambe le parti hanno presentato memorie.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano la violazione e mancata applicazione dell’art. 2047 c.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c..

Assumono i ricorrenti che la convenuta, nel portare i ragazzini del torneo a (OMISSIS) , aveva assunto un obbligo di vigilanza sugli stessi e che era mancata un’attività di controllo sui ragazzi, non avendoli ammoniti a tenere un comportamento leale durante la gara.

2. Con il secondo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c., ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c., in quanto la corte di merito ha applicato alla fattispecie i principi fissati dalla S.C. in tema di responsabilità aquiliana durante gare sportive tra professionisti, mentre nella fattispecie gli allievi erano dilettanti e minori, per cui doveva essere sottoposto a maggior controllo l’ardore agonistico.

3. I due motivi, essendo connessi vanno esaminati congiuntamente. Essi sono infondati.

Va, anzitutto, osservato quanto alla responsabilità del soggetto che ha la sorveglianza dell’incapace, che l’art. 2047 c.c. non fa riferimento al “fatto illecito” dell’incapace, ma esclusivamente al “fatto” e ciò conformemente all’art. 2046 c.c. che esclude l’imputabilità del “fatto dannoso” dell’incapace, salvo che l’incapacità dipenda da sua colpa. Invece l’art. 2048 c.c., in tema di responsabilità dei genitori e degli altri soggetti ivi indicati, presuppone che il danno sia stato cagionato da “fatto illecito” dei figli minori o delle persone soggette alla tutela. Il legislatore, seguendo l’ottica tradizionale, ha ritenuto che fosse risarcibile solo quel danno che derivasse da un atto qualificabile come doloso o colposo, per cui, non ritenendo di configurare una forma di responsabilità oggettiva a carico del soggetto incapace di intendere o di volere, non fa riferimento al “fatto illecito”, proprio per la mancanza dell’elemento psicologico.

4.1. Senonché, escluso questo elemento psicologico, per potersi avere la responsabilità del sorvegliante a norma dell’art. 2047, è tuttavia necessario che il fatto dell’incapace presenti tutte le altre caratteristiche di antigiuridicità, e cioè sia tale che, se fosse assistito da dolo o colpa, integrerebbe un fatto illecito. Proprio perché non ogni fatto dell’incapace espone il sorvegliante dello stesso all’obbligo del risarcimento (salva la prova liberatoria), ma solo quello che ha cagionato un danno ingiusto, è necessario che detto fatto sia antigiuridico e sia causativo della lesione di una posizione meritevole di tutela (Cass. 26/06/2001, n. 8740).

4.2. Ciò comporta che anche nel caso di cui all’art. 2047 c.c., contrariamente a quanto assumono i ricorrenti, il giudice deve anzitutto accertare se il comportamento dell’incapace sia oggettivamente antigiuridico e se esso sia stato causativo del danno lamentato.

Solo se sussiste detta antigiuridicità del comportamento dell’incapace, per effetto della presunzione disposta dall’art. 2047 c.c., sussisterà la responsabilità del soggetto, cui è affidata la sorveglianza dell’incapace, salva la prova liberatoria.

In altri termini, per quanto non sia espressamente previsto dalla norma in questione, emerge dall’intero sistema di responsabilità aquiliana che, perché il sorvegliante sia tenuto al risarcimento, è necessario che il danno sia “ingiusto”. Occorre cioè che il danno sia arrecato “non iure”, e cioè sia inferto in assenza di una causa giustificativa (Cass. 17/05/2004, n. 9345) e che si risolva nella lesione di un interesse rilevante per l’ordinamento, nel bilanciamento delle posizioni, valutate dal giudice di merito.

4.3. La responsabilità del sorvegliante è una responsabilità per fatto altrui (dell’incapace), ma, proprio per ciò, presuppone che tale fatto altrui debba essere ingiusto, nei termini suddetti.

5.1. Con corretta applicazione dell’art. 2047 c.c., pertanto la corte di merito ha preliminarmente accertato se potesse definirsi “ingiusto”, nei termini suddetti, il danno inferto a R.G. da altro minorenne con una “testata” nel corso di una partita di calcio tra minorenni organizzata dalla convenuta. Nella valutazione del comportamento la corte di merito ha applicato i principi affermati da questa Corte in tema di risarcimento di danni per responsabilità civile conseguente ad un infortunio sportivo.

5.2. Questa Corte ha affermato che qualora siano derivate lesioni personali ad un partecipante all’attività sportiva a seguito di un fatto posto in essere da un altro partecipante, il criterio per individuare in quali ipotesi il comportamento che ha provocato il danno sia esente da responsabilità civile sta nello stretto collegamento funzionale tra gioco ed evento lesivo, collegamento che va escluso se l’atto sia stato compiuto allo scopo di ledere, ovvero con una violenza incompatibile con le caratteristiche concrete del gioco, con la conseguenza che sussiste in ogni caso la responsabilità dell’agente in ipotesi di atti compiuti allo specifico scopo di ledere, anche se gli stessi non integrino una violazione delle regole dell’attività svolta; la responsabilità non sussiste invece se le lesioni siano la conseguenza di un atto posto in essere senza la volontà di ledere e senza la violazione delle regole dell’attività, e non sussiste neppure se, pur in presenza di violazione delle regole proprie dell’attività sportiva specificamente svolta, l’atto sia a questa funzionalmente connesso. In entrambi i casi, tuttavia il nesso funzionale con l’attività sportiva non è idoneo ad escludere la responsabilità tutte le volte che venga impiegato un grado di violenza o irruenza incompatibile con le caratteristiche dello sport praticato, ovvero col contesto ambientale nel quale l’attività sportiva si svolge in concreto, o con la qualità delle persone che vi partecipano (Cass. 08/08/2002, n. 12012; Cass. 22/10/2004, n. 20597).

5.3. Non vi è ragione per discostarsi da tale principio.

Né esso può essere mutato solo per la minor età degli atleti. Tale minore età (salva l’ipotesi che escluda in radice la praticabilità di quello sport da parte di atleti minori per la sua pericolosità) andrà valutata solo nell’ambito delle concrete caratteristiche in cui l’irruenza sportiva è stata espletata, e quindi costituisce una delle qualità delle persone che partecipano alla competizione e che il giudice di merito deve valutare al fine di affermare o escludere che vi sia bilanciamento tra il grado di irruenza applicato e la normalità dello sport praticato in quelle circostanze.

Nella fattispecie il giudice di appello ha tenuto conto che si trattava di una partita di calcio tra giovanissimi giocatori; che lo scontro è avvenuto nell’ambito del gioco ed era a questo collegato; che non vi era volontà di ledere, che tutti i giocatori erano dilettanti; che, tenuto conto di tutte le circostanze, il grado di irruenza dello scontro era compatibile con le caratteristiche di una partita di calcio.

Trattasi di una valutazione fattuale, di esclusiva competenza del giudice di merito, che non risulta censurata a norma dell’art. 360 n. 5 c.p.c..

6. Essendo esclusa l’ingiustizia del danno, e quindi l’antigiuridicità del fatto (se fosse stato assistito da colpa o dolo nell’ipotesi che l’autore non fosse stato incapace), correttamente la corte di merito ha escluso l’esistenza degli elementi costitutivi dell’illecito civile di cui all’art. 2043 c.c. e la responsabilità della convenuta a norma dell’art. 2047 c.c..

7. Il rigetto dei primi due motivi di ricorso comporta il rigetto anche del terzo motivo, con cui i ricorrenti censurano l’impugnata sentenza per aver rigettato l’appello incidentale relativo al rigetto da parte del tribunale della domanda di risarcimento del danno fisiognomico.

8. Il ricorso va rigettato ed i ricorrenti vanno condannati in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di cassazione sostenute dalla resistente e liquidate in complessivi Euro 1700,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

 

 

 

Obbligazioni argentine: banca responsabile se il cliente non firma il questionario di profilazione (Trib. Bari 10/1/2011)

Tribunale di Bari, sez. IV Civile, sentenza 10 gennaio 2011, n. 280

Presidente Lucafò – Relatore Lenoci

Fatto e diritto

1. Con atto di citazione ex art. 2 d. lgs.17 gennaio 2003, n. 5, notificato in data il giugno 2007, XXXX, XXXX e XXXX hanno convenuto in giudizio dinanzi a questo Tribunale la Banca XXXXX, chiedendo che fosse accertata la violazione, da parte della convenuta, degli artt. 21 co.1, lett. a) e b) d.lgs. n. 58/98, 28, comma 1, lett. a) e b), 27, 28 comma 2, 29 commi 1, 2, 3 del regolamento di attuazione del T.U.I.F. di cui alla delibera Consob n. 11522/98 e successive modifiche, nonchè degli artt. 1218, 1343, 1375 e 1418 c.c., e che, previa declaratoria di nullità del contratto di investimento in bonds della Repubblica di Argentina, la Banca convenuta fosse condannata alla restituzione, in favore di essi attori, della somma investita, maggiorata di interessi e rivalutazione monetaria; in via subordinata, che – previa risoluzione del contratto di acquisto per grave inadempimento contrattuale della convenuta – quest’ultima fosse condannata alla restituzione, in favore di essi attori, del capitale investito, maggiorato di interessi e rivalutazione monetaria; in ogni caso, che la Banca fosse condannata al risarcimento del danno, articolato nelle voci del lucro cessante (consistito nel mancato percepimento degli interessi contrattuali e nel mancato lucro per il reimpiego delle somme a decorrere dalla data di mancato rimborso e pari almeno al tasso bot tempo per tempo vigente) e del pregiudizio morale, quest’ultimo quantificato in euro 5.000,00, ovvero al pagamento di quella diversa somma ritenuta di Giustizia, da liquidarsi anche in via equitativa. Il tutto col favore delle spese, da distrarsi in favore del procuratore costituito dichiaratosi antistatario.

Instauratosi il contraddittorio, si è costituita in giudizio la Banca XXXX, la quale ha contestato la fondatezza della domanda, invocandone il rigetto, e spiegando domanda riconvenzionale volta alla restituzione dei titoli acquistati, con condanna degli attori alla rifusione delle spese e competenze di lite.

Notificata dagli attori istanza di fissazione di udienza, fissata l’udienza dinanzi al Collegio della 11 sezione civile ed espletata l’istruzione probatoria, mediante assunzione di prova testimoniale, la causa è stata rimessa dinanzi alla IV sezione civile, giusta decreto del Presidente del Tribunale del 22 luglio 2009, n. 70.

All’udienza collegiale del 20 dicembre .2010 il Tribunale si è riservato per la decisione, sulle conclusioni rassegnate a verbale dai procuratori delle parti.

2. È pacifico, alla stregua delle convergenti allegazioni delle parti, che tra gli allori e la Banca XXXX si sia concluso, in data 5 giugno 1996, un contratto denominato “lettera di apertura di deposito titoli” ed un contratto (denominato lettera di incarico”) per la negoziazione, la ricezione e la trasmissione di ordini su strumenti finanziari.

In particolare, con quest’ultimo contratto gli investitori/attori hanno conferito all’intermediario l’incarico di: a) negoziare valori mobiliari di cui agli ordini di compravendita che saranno impartiti, secondo i termini e le condizioni ivi previsti; b) sottoscrivere i valori mobiliari, in sede di collocamento e/o distribuzione di cui agli ordini che saranno impartiti, secondo i termini e le condizioni ivi previsti; c) raccogliere gli ordini dl acquisto e di vendita di valori mobiliari che saranno impartiti secondo i termini e le condizioni ivi previsti.

Dal documento in esame risulta che gli attori non hanno ritenuto di fornire informazioni richieste sulla loro situazione finanziaria e sui loro obiettivi di investimento, nonostante che sia stato loro chiarito che tale accertamento era compiuto nel loro esclusivo interesse.

Si tratta indubbiamente di un c.d. contratto-quadro, volto a regolare un nascente rapporto giuridico continuativo fra le parti relativo ad attività di prestazione di servizi di investimento.

3. Ciò posto, in data 28 marzo 1998 la sig.ra XXX impartì alla Banca convenuta l’ordine di acquistare un quantitativo di obbligazioni Argentina Rep. 30OT09, codice ISIN XS0084832483, per un valore di nominali Lire 150.000.000, al miglior prezzo ottenibile sul mercato.

In data 29 maggio 1998, la sig.ra XXX ordinò l’acquisto di un ulteriore quantitativo di obbligazioni Argentina Rep. 21AP08, codice ISIN XS0086333472, per un valore di nominali euro 67.000,00, al miglior prezzo ottenibile sul mercato.

Seguirono, il 10 giugno 1998 e l’1 febbraio 2000, due ulteriori ordini, impartiti sempre dalla XXX, aventi ad oggetto l’acquisto di obbligazioni emesse dalla Repubblica argentina, per un valore, rispettivamente, di nominali euro 150.000,00 ed euro 26.000,00 (codici ISIN X0086333472 e XS0105572837).

In data 10 marzo 2000, gli attori sottoscrissero presso la filiale della Banca convenuta un dossier titoli n. 14/21495814/3, nel quale affluirono tutti i titoli già acquistati, ed in pari data stipularono con la Banca XXXX un nuovo contratto di negoziazione, ricezione e trasmissione di ordini su strumenti finanziari, reiterando il rifiuto, già manifestato in occasione della stipula del precedente contratto-quadro, di fornire le informazioni richieste dalla Banca in ordine alla loro situazione finanziaria.

In data 19 luglio 2001, la sig.ra XXX ordinò l’acquisto del titolo Argentina Rep 7DC04, per un valore di nominali euro 29.000,00, codice ISIIN DE0004500558;

ancora, in data 7 settembre 2001, la stessa XXX impartì un ulteriore ordine di acquisto di obbligazioni Argentina Rep 7DC04, per un valore di nominali euro 58.000,00, codice ISIN DE0004500558.

4. Le summenzionate operazioni sono state eseguite, ad eccezione della prima (avvenuta, come detto, in data 2 marzo 1998), sotto la vigenza del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, testo unico in materia di intermediazione finanziaria, e della deliberazione CONSOB 1° luglio 1998, n. 11522 (quest’ultima ora abrogata e sostituita dalla Deliberazione Consob 29 ottobre 2007, n. 16190).

A tal proposito, rileva il Collegio che l’all. 21 T.U.F., nel tutelare non solo l’interesse economico dei clienti, ma anche quello dell’integrità dei mercati, prevede una serie di obblighi di diligenza, di correttezza e di trasparenza a carico dell’intermediario, che si estrinsecano nei confronti della clientela mediante una articolata attività di acquisizione di tulle le informazioni necessarie e mediante una costante informazione della stessa in ordine ai possibili investimenti.

Gli artt. 26 e 28 del regolamentò Consob 11522/1998 (espressione della c.d. know your customer rule) declinano ulteriormente gli obblighi di informazione che gravano sugli intermediari, sancendo, dal lato attivo, un obbligo di conoscenza degli strumenti finanziari, dei servizi, nonchè dei prodotti di aversi dai servizi di investimento propri o di terzi da essi stesso offerti, adeguata al tipo di prestazione da fornire, con obbligo di operare al fine di contenere i costi a carico degli investitori e di ottenere da ogni servizio d’investimento il miglior risultato possibile, anche in relazione al livello di rischio prescelto dall’investitore, ed imponendo (all. 28), prima della stipula del contratto di gestione e di consulenza in materia di investimento e prima dell’inizio della prestazione dei servizi di investimento e dei servizi accessoria questi collegati, di richiedere all’investitore notizie circa la sua esperienza in materia di investimenti in strumenti finanziari, la sua situazione finanziaria, i suoi obiettivi di investimento, nonchè circa la sua propensione al rischio, e di consegnare agli investitori il documento generale sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari.

Nel caso di specie, il primo contratto-quadro è stato stipulato prima dell’entrata in vigore della normativa di cui al T.U.F., e in esso non sono indicati specifici obblighi di informazione e cautela imposto all’intermediario.

Ai sensi dell’art. 1374 c.c., tuttavia, il contratto obbliga le parti non solo a quanto è nel medesimo espresso, ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo la legge ovvero, in mancanza, secondo gli usi e l’equità. In forza delÌart. 1375 c.c., inoltre, il contratto deve essere eseguito secondo buona fede.

Ora, non vi è dubbio che tale contratto-quadro debba essere integrato, ai fini della sua attuazione, dalla normativa generale e di dettaglio, prima prevista dall’art. 6 della 1. 2 gennaio 1991, n. 1 (vigente all’epoca della conclusione del contrattoquadro), e, successivamente, dagli artt. 21 ss. Del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 (T.U.F.) e 26 ss. deliberazione Consob n. 11522/1998, che sono espressione del più ampio principio della buona fede di cui all’art. 1375 c.c. e la cui violazione, pertanto, costituisce inadempimento ditale contratto-quadro.

In particolare, l’art. 28, 1° co., del regolamento Consob 11522/1998, prevede a carico dell’intermediario e prima dell’avvio dell’operazione di investimento l’obbligo di chiedere all’investitore notizie circa la sua esperienza in materia di investimenti e strumenti finanziari, la sua situazione finanziaria, i suoi obiettivi di investimento nonchè circa la sua propensione al rischio, con l’ulteriore obbligo di far constare nel contratto l’eventuale rifiuto del cliente di fornire notizie.

Sempre ai sensi della suddetta norma, l’operatore deve consegnare agli investitori il documento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari.

Ai sensi dell’art. 28, 2° co., dello stesso regolamento, gli intermediari finanziari non possono effettuare o consigliare operazioni o prestare il servizio di gestione, se non dopo avere fornito all’ investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazione della specifica operazioni o del servizio, da cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento o disinvestimento.

Gli obblighi informativi previsti da tale normativa diventano ancora più stringenti con l’art. 29 del regolamento Consob, che impone all’intermediario finanziario di astenersi dall’effettuare con o per conto degli investitori operazioni, anche se espressamente impartite dal cliente, rispetto a costui non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza e dimensione, salvo la ripetizione scritta dell’ordine, in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute (c.d. suitability rule).

Infine, l’all. 26, 1° co., lett. e) del reg. Consob 11522/1998 prevede la c.d. know you merchandise rule, imponendo agli operatori di acquisire essi stessi una conoscenza degli strumenti finanziari, dei servizi nonchè dei prodotti diversi dai servizi di investimento, propri o di terzi, da essi stessi offerti, adeguata al tipo di prestazione da fornire.

È quindi sull’adempimento di tali doveri, discendenti dalla normativa in esame, che deve essere valutato il comportamento della banca, tenendo presente, altresì, che, a norma dell’art. 23, 6° co., d. lgs. 58/1998, incombe sulla banca l’onere di provare di avere adempiuto con la specifica diligenza professionale richiesta ed un soggetto che opera nella qualità professionale di intermediario.

Va a questo punto evidenziato che, secondo la prevalente giurisprudenza formatasi in materia, gli obblighi informativi in questione possono ritenersi concretamente adempititi soltanto quando l’investitore abbia pienamente compreso le caratteristiche dell’operazione, atteso che «la conoscenza deve essere una conoscenza effettiva e l’intermediario o il promotore devono verificare che il cliente abbia compreso le caratteristiche essenziali dell’operazione proposta non solo con riguardo ai relativi costi e rischi patrimoniali ma anche con riferimento alla sua adeguatezza» (tra le altre Trib. Firenze 30 maggio 2004; Trib. Roma 8 ottobre 2004).

Ne consegue che l’investitore non professionale deve avere ricevuto dall’intermediario e deve avere compreso le necessarie informazioni sui rischi dello strumento finanziario trattato, connessi alla eventualità che gli interessi non gli vengano pagati o addirittura che il capitale non gli venga più rimborsato. La cogenza ditali obblighi non si affievolisce neppure quando 1′ investitore abbia una conoscenza approfondita dei mercati finanziari oppure una esperienza in pregresse operazioni, non contemplando la normativa di settore alcuna distinzione tra clienti esperti o meno, salvo che l’investitore non rivesta la qualifica, che nella specie non ricorre, di operatore qualificato.

5. Orbene, passando ad esaminare partitamente le plurime doglianze sollevate dagli attori, va anzitutto evidenziato, con riferimento alla mancata consegna del documento sui rischi generali degli investimenti a tutti i cointestatari del deposito, che tale documento risulta effettivamente consegnato alla sola XXX (invero, soltanto in occasione della sottoscrizione, in data 10.3.2000, del successivo contratto quadro, la Banca consegnò il documento de quo anche agli altri due contraenti). Tale omissione non integra, tuttavia, nella specie, un inadempimento colpevole della banca, giusta la disposizione dell’art. 12 del contratto di deposito, che faculta l’intermediario, nel caso di contestazione del deposito a più persone, ad eseguire le comunicazioni e le notificazioni ad uno solo dei cointestatari, con pieno effetto nei confronti degli altri (v. doc. 1, fascicolo convenuta). D’altro canto, il documento venne consegnato alla sig.ra XXX, ovvero a colei che impartì personalmente gli ordini dedotti in giudizio, sicchè nessuna carenza informativa risulta concretamente prospettabile. Non va sottaciuta, poi, l’insufficiente valenza dimostrativa del documento in esame ai fini della prova, da parte dell’intermediario, dell’esatto adempimento dei propri obblighi informativi.

6. Non sussiste neppure il denunciato conflitto di interessi, vietato dagli artt. 21, comma 1, lett. e), t.u.i.f. e 27 Reg. Consob, occorrendo, a tal fine, che l’intermediario persegua, contemporaneamente all’operazione, un interesse – nella specie non emerso – ulteriore e diverso da quello tipico del contratto di investimento, e non automaticamente prospettabile per il solo fatto che la negoziazione sia avvenuta in contropartita diretta.

7. A questo punto, deve procedersi alla valutazione della natura e del tipo di obbligazioni acquistate dagli attori.

Trattasi di titoli di stato della Repubblica Argentina, rispetto ai quali già a partire dal 1998 si erano posti problemi di criticità e rischio di insolvenza.

In particolare, come già evidenziato da questo Tribunale in precedenti pronunzie (v., ex plurimis, Trib. Bari, sent. 18 ottobre 2010), in quell’anno il P.I.L. del Paese manifestava una contrazione, che successivamente ha assunto un andamento altalenante fino all’inizio del 200l, epoca a partire dalla quale il decremento era stato progressivo ed era sfociato drasticamente nel default.

Va rilevato, a tal proposito, che le emissioni dei prestiti obbligazioni collocate, come quella in esame, attraverso il private placement, sono accompagnate dalle Offering circulars, documenti nei quali alla descrizione del regolamento si affianca anche l’informativa sulle condizioni economiche e finanziarie dell’emittente.

Peraltro, nei mercati internazionali l’indicatore maggiormente utilizzato per la valutazione della solvibilità del debito pubblico di un Paese è il giudizio di rating, valutazione emessa da società specializzate avente carattere indipendente.

Nella specie, i giudizi di rating assegnati alla Repubblica Argentina dalle principali agenzie specializzate (Moody, Standard & Poor’s), pur se con valori attestati su posizioni diverse, avevano, in maniera sostanzialmente concorde, classificato tale mittente nella categoria “speculativa”, almeno a partire dall’anno 1997.

Sulla base di tali considerazioni, pertanto, non vi è dubbio che all’epoca in cui venne effettuata la prima operazione di investimento la banca fosse a conoscenza della elevata rischiosità delle obbligazioni emesse dalla Repubblica Argentina o, comunque, avrebbe dovuto essere a conoscenza di tale circostanza, essendo l’intermediario, quale operatore professionale altamente qualificato, obbligato esso stesso, in primo luogo, a conoscere adeguatamente la natura dei titoli intermediati.

Del resto, a conferma della rilevante rischiosità dei titoli in esame, depone l’elevato rendimento da essi previsto.

In linea generale, infatti, nei casi in cui il livello del rischio di credito percepito dal mercato è elevato, cresce in misura corrispondente la misura del rendimento che l’emittente dovrà corrispondere. Non a caso il parametro del rendimento rappresenta l’elemento di più immediata percezione del grado di rischio di un titolo obbligazionario.

Il tasso cedolare applicato ai titoli in questione oscillava dall’8% al 10,37 annuo, di gran lunga più elevato dei Buoni Poliennali del Tesoro Italiano emessi nello stesso periodo, che prevedevano un tasso del 3,75% annuo, a fronte di un a indubbia maggiore solvibilità dello Stato italiano.

Trattasi pertanto, di titoli a rischio molto elevato, inadeguato al profilo di rischio proprio degli attori, essendo del tutto inilevante la circostanza che costoro avessero eseguito progressi investimenti rischiosi (sulla perdurante in ipotesi di inadeguatezza dell’operazione, salvo che vi sia un’autorizzazione per iscritto del cliente, pur quando questi abbia acquistato in precedenza altri titoli a rischio, cfr., Cass. 25.6.2008, n. 17340).

8. Senonchè, con riferimento agli acquisti eseguiti a far data dal 29 maggio 1998, l’investitrice venne avvertita della inadeguatezza della operazione e, ciò nondimeno, autorizzò la negoziazione, sottoscrivendo di volta in volta gli ordini impartiti. L’attrice, XXX, non ha ritualmente disconosciuto la propria sottoscrizione; deve ritenersi, pertanto, che la Banca sia puntualmente attenuta al disposto di cui all’art. 29 Reg. Consob, che, nell’imporre un dovere di astensione a carico dell’intermediario nel caso di operazione inadeguata, consente di darvi corso ugualmente soltanto mediante un ordine del cliente impartito in forma scritta.

A diverse conclusioni deve pervenirsi con riferimento al primo ordine di negoziazione, recante la data del 2 marzo 1998. Esso non contiene alcuna avvertenza circa l’inadeguatezza dell’operazione, sebbene l’investimento dovesse considerarsi altamente speculativo e, pertanto, non consono al profilo di rischio del cliente, alla luce delle argomentazioni sopra evidenziate. Nè vale obiettare, come assume la Banca, che siffatto obbligo non fosse attuale alla data dell’acquisto dal momento che l’art. 6 del regolamento Consob approvato con delibera a 10943 del 30 settembre 1997 (applicabile ratione temporis), già aveva previsto il divieto degli intermediari autorizzati di astenersi dall’effettuare per conto degli investitori operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensioni, aggiungendo, al terzo comma, che quando ricevono da un investitore disposizioni relative ad una operazione non adeguata, essi lo informano di tale circostanza e delle ragioni per cui non è opportuno procedere alla sua esecuzione, e che, qualora l’investitore intenda comunque dare corso all’operazione, gli stessi possono eseguire l’operazione stessa solo sulla base di un ordine impartito per iscritto ovvero, nel caso di ordini telefonici, registrato su nastro magnetico, in cui sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute. Non appare condivisibile, in assenza di disposizioni transitorie contrarie, la tesi svolta dalla Banca, secondo cui la vigenza dei suddetti oneri formali sarebbe stata differita alla data del 1 luglio 1998, dal momento che la delibera Consob n. 11254/98 ha fissato tale soglia temporale al fine di consentire l’adeguamento dei contratti di investimento già in essere (v. art.36, comma 3, reg. Consob 10943/97), con ciò alludendo, inequivocabilmente, al contratto c.d. quadro, e non anche agli ordini di negoziazione, rispetto ai quali, pertanto, era già pienamente operante il divieto di astensione dal compimento di operazioni inadeguate in assenza di ordine scritto.

Si è trattato, in conclusione, con riferimento all’acquisto del 2,3,1998, di un investimento assolutamente inconsapevole, in cui sono ravvisabili gravissimi inadempimenti della Banca, con riferimento agli obblighi di valutazione dell’adeguatezza dell’operazione e di astensione dal compimento di operazioni inadeguate imposti dal contratto-quadro, come integrato dalla normativa di settore (T.U.F. E deliberazione Consob citata).

9. A questo punto, deve essere evidenziato che non è ravvisabile, nella specie, una nullità del contratto di investimento, in quanto, secondo l’orientamento giurisprudenziale più recente, dalla violazione dei doveri di comportamento che la legge pone a carico dei soggetti autorizzati alla prestazione dei servizi d’investimento finanziario discende non già la nullità del contratto concluso in violazione di tali regole, bensì la responsabilità precontrattuale dell’ intermediario – con conseguente obbligo di risarcimento dei danni – per le violazioni in sede di formazione del contratto d’intermediazione destinato a regolare i successivi rapporti tra le parti (c.d. contratto-quadro), ovvero la responsabilità contrattuale, con relativo obbligo risarcitorio ed eventuale risoluzione del predetto contratto, per le violazioni riguardanti le operazioni d’investimento o disinvestimento compiute in esecuzione del contratto d’intermediazione finanziaria in questione, ma non la nullità di quest’ultimo o dei singoli atti negoziali conseguenti, in difetto di previsione nonnativa in tal senso (Cass. 19 dicembre 2007, n. 26724).

Conseguentemente, la domanda di nullità proposta deve essere rigettata.

10. Deve invece parlarsi di inadempimento colposo della Banca agli obblighi informativi derivanti dal contratto quadro, come integrato dalla normativa in precedenza richiamata, che comporta la risoluzione del singolo ordine di acquisto e la condanna della Banca convenuta alla restituzione della somma investita, pari a lire 150.000.000 (euro 77.470,00)

Da tale importo vanno detratte le somme riscosse, nella misura indicata dalla Banca, e non contes4a dagli attori, pari ad euro 12.455,49 (7.032,69 + 5.422,80).

Gli stessi sono peraltro restituire i titoli in loro possesso in favore della Banca convenuta, che ha avanzato, in via riconvenzionale, apposita domanda in tal senso.

Trattandosi di debito di valuta, alla somma suddetta devono aggiungersi gli interessi legali dalla data della domanda. Null’altro compete a titolo di risarcimento del maggior danno, non essendovi prova che gli attori avrebbero in alternativa operato un investimento con rendite superiori al tasso di interesse legale cx art.1224, 2° co., c.c..

Parimenti infondata è la domanda di risarcimento del danno morale, secondo la quantificazione operata dagli attori, posto che il danno non patrimoniale da inadempimento contrattuale è risarcibile nella sola ipotesi – nella specie, invero, neppure dedotta – in cui il fatto illecito abbia leso un diritto della persona costituzionalmente tutelato (Cass. SS.UU., 11.11.2008, n. 26972).

La Banca convenuta va quindi condannata al pagamento, in favore degli attori, della somma di euro 65.014,51, oltre interessi legali dalla data della domanda.

L’accoglimento parziale della domanda attorea giustifica la compensazione delle spese in misura di 1/3, con obbligo della Banca convenuta di rifondere agli attori il residuo ammontare, secondo la liquidazione effettuata in dispositivo.

P.Q.M

Il Tribunale, in composizione collegiale, definitivamente pronunciando nella causa civile n. 7028/2007 R.G. sulla domanda proposta da XXX, XXX e XXX nei confronti della Banca XXXX così provvede;

1) accoglie la domanda di risoluzione del contratto di investimento in obbligazioni della Repubblica Argentina concluso sulla base di ordine di acquisto del 2 marzo 1998 (cod. ISIN : XS0084832483) e, per l’effetto, condanna la Banca XXXX alla restituzione, in favore degli attori, della somma di euro 65.014,51, oltre ad interessi legali dalla data della domanda sino al soddisfo;

2) in accoglimento della domanda riconvenzionale, condanna gli attori a restituire alla Banca XXXX i titoli relativi al suddetto ordine di acquisto;

3) rigetta ogni altra domanda;

4) compensa le spese di lite in misura di 1/3;

5) condanna la Banca XXXX alla riffisione, in favore di XXX, XXX e XXX, dei restanti 2/3 delle spese del presente giudizio, che si liquidano (già decurtate di 1/3) in euro 3.810,00, di cui euro 240,00 per esborsi, euro 1.570,00 per diritti ed euro 2.000,00 per onorari, oltre rimborso spese generali, C.A.P. ed I.V.A..

Naso rotto per colpa del nuotatore “contromano”: risponde del danno anche il gestore della piscina (Cassazione 6695/2011)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 22 febbraio – 23 marzo 2011, n. 6695

Presidente Filadoro – Relatore Spagna Musso

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato in data 2.4.98, A.M.D. conveniva innanzi al Tribunale di Alessandria C.G. ed il Gruppo Sportivo…. per sentirli condannare, in solido, al risarcimento dei danni subiti a seguito di un incidente avvenuto in data (OMISSIS) presso la piscina comunale di … gestita dalla ….

In particolare, sosteneva l’attrice che, durante un corso di nuoto presso detta piscina, gestito appunto dalla …., era stata colpita al naso dal C. , il quale stava nuotando nella medesima corsia e in senso contrario al suo.

Si costituiva il C. , affermando che il fatto era avvenuto non volontariamente in occasione di una pratica sportiva e chiedendo, in subordine, la condanna di L.F. , nella qualità di titolare del gruppo sportivo ……, a manlevarlo da ogni domanda rivolta nei suoi confronti; in seguito si costituiva anche detto L. .

L’adito Tribunale, con sentenza depositata in data 29.3.2004, escludeva ogni responsabilità del C. mentre affermava la responsabilità risarcitoria del gruppo sportivo… non regolando le spese nel rapporto tra il C. e le altre parti. Avverso detto ultimo capo della sentenza proponeva appello il C. , chiedendo la condanna dell’una o dell’altra parte (o di entrambe in solido) alla rifusione delle spese.

Costituitisi entrambi gli appellati (e proponendo la A. e il gruppo sportivo …. appello incidentale) la Corte d’Appello di Torino, con la decisione in esame depositata in data 18.10.2005 cosi statuiva: “rigetta l’appello principale interposto da C.G. avverso la sentenza n. 222, emessa il 24-29.3.2004 dal Tribunale i Alessandria; in parziale accoglimento dell’appello incidentale interposto da M.D..A. e dal Gruppo Sportivo …….. e in parziale riforma della sentenza n. 222, emessa il 24-29.3.2004 dal Tribunale di Alessandria:

dichiara tenuti e condanna, in solido fra loro, C.G. e il Gruppo Sportivo 3…….. a pagare a A.M.D. a titolo di risarcimento danni la somma di Euro 5.600,00”.

Ricorre per cassazione il C. con tre motivi, resiste con controricorso la D. .

Motivi della decisione

Con il primo motivo si deduce violazione dell’art. 2043 c.c., comportando l’attività sportiva accettazione del rischio.

Con il secondo motivo si deduce violazione dell’art. 1460 c.c.; si afferma in particolare che la Corte d’Appello ha poi del tutto erroneamente ritenuto che il C. avrebbe dovuto, a fronte dell’inadempimento della ..Nuoto V., consistente nella disorganizzazione e pericolosità delle modalità con cui il corso veniva gestito, rifiutare la propria prestazione e servirsi del principio sancito dall’art. 1460 c.c., e cioè sollevare l’eccezione non rite adimplenti contractus.

Con il terzo motivo si deduce la violazione dell’art. 41 c.p. in relazione al nesso causale.

Il ricorso non merita accoglimento in relazione – a tutte le suesposte doglianze.

Deve premettersi che la Corte di merito ha, con sufficienti e logiche argomentazioni dato conto della ratio decidendi adottata in ordine alla responsabilità non solo del gruppo sportivo … ma anche del C. , affermando, tra l’altro, che “il C. non può quindi pretendersi esente da responsabilità per il solo fatto di aver seguito le indicazioni fornite dall’istruttrice: le teste V. (la cui attendibilità è comunque scarsa dal momento che si tratta del soggetto che in concreto agiva per conto del Gruppo Sportivo ……..e del cui fatto questo deve rispondere ai sensi dell’art. 204 9 c.c.) ha comunque confermato che il C. stava eseguendo l’attività natatoria a delfino secondo i tempi e le prescrizioni da essa impartiti.

Il C. infatti aveva la capacità di rendersi conto della pericolosità della situazione in cui stava nuotando e non poteva limitarsi ad eseguire supinamente e pedissequamente quanto gli veniva indicato dall’istruttore del Gruppo Sportivo ….. se ciò, come era nel caso concreto, comportava rischi per l’incolumità di altre persone”.

Tale motivazione è senz’ altro condivisibile dovendosi,. nella vicenda in esame, correttamente ritenere sussistente sia la responsabilità del Gruppo sportivo ex art. 2049 c.c. che, dell’organizzare il corso di nuoto avrebbe dovuto predisporre modalità organizzative idonee ad evitare “gli scontri” in vasca (ad esempio evitando l’attività sportiva di più nuotatori non in un unico senso), sia del C. che, ex art. 2043 c.c., ha compiuto un’attività natatoria non improntata a criteri di perizia e diligenza.

Ne consegue che, come detto, non fondati sono i motivi del ricorso in quanto, a fronte dell’esaustiva motivazione, tende a un non consentito riesame di elementi e circostanze di fatto (tra cui le modalità dell’incidente e il nesso causale tra l’attività del C. e i danni in oggetto), non ulteriormente valutabili nella presente sede.

Deve aggiungersi che inammissibile, in particolare, è il secondo motivo non risultando assolutamente applicabile alla fattispecie in esame l’eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., non vertendosi in tema di responsabilità contrattuale e con riguardo a un rapporto a prestazioni corrispettive.

In relazione alla natura della controversia sussistono giusti motivi per compensare le spese della presente fase.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

Sì al risarcimento da stress per un’auto rimossa illegittimamente (Cassazione 6712/2011)

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 5 novembre 2010 – 23 marzo 2011, n. 6712

Presidente Settimj – Relatore De Chiara

Svolgimento del processo

La sig.ra M.S.D.C. propose, nei confronti del Comune di Palermo e dell’AMAT – Azienda speciale per la mobilità (ora AMAT s.p.a.), ricorso ai sensi dell’art. 22 l. 24 novembre 1981, n. 689 avverso il verbale di accertamento della violazione degli artt. 158, 159 e 140 codice della strada (sosta su attraversamento pedonale) elevato il 13 maggio 2004 da un ausiliare del traffico dipendente dell’AMAT. Sostenne che l’ausiliare del traffico autore del verbale era privo di delega del Sindaco e chiese anche il rimborso di quanto versato per ottenere la restituzione della propria autovettura, rimossa a seguito dell’accertamento, nonché il risarcimento dei danno.

Il Comune rimase contumace e resistette in giudizio la sola AMAT.

L’adito Giudice di pace di Palermo accolse il ricorso osservando: a) che il verbale non recava i “precisi motivi” dell’omissione della contestazione immediata dell’illecito, giustificata con il solo riferimento all’assenza del trasgressore; b) che l’ausiliare del traffico procedente era privo di delega; c) che il verbale non era stato notificato in originale o copia autentica. Annullato, quindi, il verbale, condannò gli enti convenuti, in solido, al rimborso delle spese di svincolo dell’autovettura e al pagamento di Euro 200,00 “a causa dello stress subito” dalla opponente, all’epoca incinta, nella ricerca del veicolo illegittimamente rimosso.

L’AMAT s.p.a. ha quindi proposto ricorso per cassazione per sette motivi, cui la sig.ra S.D.C. ha resistito con controricorso. Il Comune di Palermo, nei confronti del quale questa Corte aveva disposto l’integrazione del contraddittorio, tempestivamente eseguita dalla ricorrente, non ha svolto difese.

Il P.M. ha concluso per iscritto, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., in via principale per la declaratoria d’ufficio della radicale carenza di legittimazione passiva dell’AMAT, con condanna della opponente alle spese di entrambi i gradi del giudizio, e in via subordinata per l’accoglimento del ricorso.

Motivi della decisione

1. – Va preliminarmente disattesa l’eccezione di tardività del ricorso formulata dalla controricorrente sul rilievo che la notifica di esso è stata eseguita il 15 novembre 2005, sessantunesimo giorno successivo alla notifica della sentenza impugnata.

Quella che rileva, infatti, è la data della richiesta della notificazione (cfr., per tutte, Cass. Sez. Un. 458/2005), che nella specie risale all’8 novembre 2005, ampiamente rientrante nel termine di sessanta giorni previsto dall’art. 325 c.p.c..

2. – Va altresì disattesa la richiesta, formulata dal P.M. in via principale, di definire il giudizio con declaratoria d’ufficio del difetto di legittimazione passiva dell’AMAI essendo il Comune l’unico legittimato a resistere all’opposizione avverso il verbale.

Se è vero, infatti, che legittimato a resistere all’opposizione al verbale era soltanto il Comune, quale amministrazione cui l’atto era riferibile, è pur vero che questi era stato convenuto nel giudizio di primo grado e che la legittimazione passiva dell’AMAT sussiteva quanto alle domande di rimborso delle spese di svincolo dell’autovettura e di risarcimento del danno, dato che la relativa condanna veniva richiesta anche nei suoi confronti.

Il difetto di legittimazione passiva dell’AMAT quanto all’opposizione al verbale, d’altra parte, non è rilevabile d’ufficio anche in sede di legittimità: non si tratta, infatti, di rilevare una carenza di contraddittorio, dato che il soggetto passivamente legittimato – il Comune – è stato convenuto sin dal primo grado di giudizio.

3. – Vanno quindi esaminati con priorità il terzo e quarto motivo di ricorso, tra loro connessi.

3.1. – Con il terzo motivo, denunciando violazione di norme di diritto, si censura la statuizione secondo cui “l’ausiliare del traffico, non essendo delegato dal Sindaco se non per l’accertamento delle violazioni relative all’uso delle schede parcheggio (…) e, quindi, con carenza di delega per la rimozione dei veicoli, non avrebbe potuto e dovuto procedere alla rimozione”. Si sostiene che il verbalizzante era in realtà titolare di delega anche a disporre la rimozione dei veicoli in divieto di sosta, delega rilasciata con ordinanza sindacale 14 aprile 2003, n. 90 agli ausiliari del traffico dipendenti dell’AMAT, la quale ben può essere presa in considerazione in sede di legittimità trattandosi di “atto pubblico equiparabile alla legge”.

3.2. – Con il quarto motivo si denuncia l’inadeguatezza della motivazione addotta sul punto nella sentenza impugnata.

3.3. – Detti motivi sono infondati.

Per un verso, infatti, la delega, essendo uno specifico provvedimento amministrativo (da emettere in favore di “personale nominativamente designato”, come prevede l’art. 68, comma 2, l. 23 dicembre 1999, n. 488) e non un atto normativo, doveva essere prodotta in giudizio dall’amministrazione interessata (il che, secondo la sentenza impugnata, non è avvenuto) e non poteva essere acquisita d’ufficio dal. giudice di merito, né può essere prodotta o esaminata per la prima volta in sede di legittimità. Per altro verso, l’evidenziata mancanza di delega costituisce ragione sufficiente a giustificare la statuizione di cui trattasi.

4. – Vanno quindi esaminati il primo, il secondo e il quinto motivo di ricorso.

4.1. – Con il primo motivo, denunciando violazione di norme di diritto, si censura l’affermazione dell’illegittimità del verbale per la mancanza di indicazione delle ragioni giustificative dell’omissione della contestazione immediata dell’illecito nonostante l’espressa menzione dell’assenza del trasgressore.

4.2. – Con il secondo motivo si ripropone, in sostanza, la stessa questione sotto il profilo del vizio di motivazione.

4.3. – Con il quinto motivo si denuncia l’extrapetizione con riguardo all’ulteriore ragione di illegittimità del verbale ritenuta dal giudice, consistente nella nullità della sua notificazione non eseguita mediante consegna di originale o copia conforme.

4.4. – Tutte le predette censure sono inammissibili.

Il Giudice di pace, invero, ha annullato il verbale anche per il difetto di delega del verbalizzante ad eseguire l’accertamento della violazione di cui trattasi. Tanto risulta dall’affermazione contenuta nella prima parte del passo della sentenza sopra testualmente riportato, secondo cui l’ausiliare non era “delegato dal Sindaco se non per l’accertamento della violazioni relative all’uso delle schede parcheggio” (e dunque non per l’accertamento di altre violazioni, come la sosta su attraversamento pedonale), ed è confermato (ad onta di qualche possibile incertezza derivante dal riferimento, nel medesimo passo della sentenza, alla carenza di delega per la rimozione) dal collegamento del passaggio finale della motivazione, in cui il giudice chiarisce di dovere accogliere il ricorso “in ogni sua parte”, con il contenuto del ricorso stesso così come riferito nella narrativa della medesima sentenza, in base al quale l’unico motivo di opposizione consisteva appunto nella denuncia del difetto di legittimazione dell’ausiliario per difetto di delega “ad elevare contravvenzioni”, oltre che a disporre la rimozione del mezzo.

Poiché la statuizione del difetto di delega, sufficiente da sola a giustificare la decisione di annullamento dei verbale, è stata – come si è visto – malamente censurata dalla ricorrente solo con il primo e secondo motivo e, dunque, è rimasta in piedi, perde di interesse l’esame delle censure, svolte con i motivi ora in questione, relativi ad ulteriori, autonome ragioni di illegittimità del verbale affermate nella sentenza impugnata.

5. – Anche il sesto ed il settimo motivo di ricorso sono connessi e vanno perciò esaminati congiuntamente.

5.1. – Con il sesto motivo, denunciando violazione dell’art. 115 c.p.c., la ricorrente deduce (dopo aver dichiarato di prescindere dal difetto di qualsiasi riscontro dell’affermazione del. giudice che la opponente all’epoca dell’accertamento era incinta e perciò era stata costretta ad abbandonare la sua autovettura) il difetto di prova dell’asserito stress subito dalla opponente nella ricerca del veicolo rimosso e del conseguente danno, di cui non v’era alcuna traccia fattuale o documentazione sanitaria.

5.2. – Con il settimo motivo si denuncia nuovamente, questa volta sotto la rubrica del vizio di motivazione, l’apoditticità della statuizione di risarcimento del danno basata sulla mera, non riscontrata affermazione dello stress subite dalla opponente nella ricerca dell’autovettura rimossa.

5.3. – I motivi sono inammissibili.

La ricorrente non pone la questione di diritto della risarcibilità del danno da stress accertato dal Giudice di pace; pone, invece, una questione di fatto, quella dell’insussistenza, in concreto, di uno stress cagionato alla opponente dalla rimozione e conseguente ricerca della propria autovettura. Quindi deduce, nella sostanza, una censura di vizio di motivazione.

Sennonché l’affermazione che la ricerca del proprio veicolo rimosso provochi stress non può affatto dirsi, del tutto ingiustificata. – e in quanto tale censurabile in sede di legittimità per vizio di motivazione – alla luce della comune esperienza.

6. – Il ricorso va pertanto respinto.

Le spese processuali, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese processuali, liquidate in Euro 800,00, di cui 600,00 per onorari, oltre spese generali ed accessori di legge

Danno da cose in custodia: la società Autostrade non è responsabile per i danni causati da un birillo “schizzato” sulla corsia (Cassazione 4484/2011)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 20 gennaio – 24 febbraio 2011, n. 4484
Presidente Preden – Relatore Amatucci

Svolgimento del processo

1.- Con sentenza n. 5578/03 il giudice di pace di Roma rigettò la domanda di    D.V.M. nei confronti di Autostrade s.p.a. volta al risarcimento del danno patito per la rottura del radiatore (e la successiva fusione del motore) della propria autovettura, provocata da un birillo spartitraffico che delimitava una corsia chiusa al traffico sull’autostrada Al nel tratto (OMISSIS) e che era “schizzato” al centro della cortesia che egli stava percorrendo.
2.- Il tribunale di Roma ha rigettato il gravame del soccombente con sentenza n. 19338/05, avverso la quale il  D.V. ricorre per cassazione affidandosi a due motivi, cui Autostrade s.p.a. resiste con controricorso illustrato anche da memoria.

Motivi della decisione

1.- Il Collegio ha disposto che la motivazione sia redatta in forma semplificata.
2.- Col primo motivo il ricorrente si duole che il tribunale abbia ritenuto che la responsabilità della società convenuta ex art. 2051 c.c. fosse stata inammissibilmente dedotta per la prima volta in appello; col secondo censura la decisione, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 2051 e 2697 c.c. ed ogni possibile tipo di vizio della motivazione, per essere stata esclusa la responsabilità della società Autostrade in base ad entrambi i possibili criteri di imputazione; assume, in particolare, che la convenuta non aveva offerto la prova del fortuito per gli effetti di cui all’art. 2051 c.c..
3.- Il ricorso è infondato.
L’inammissibilità per difetto di interesse del primo motivo direttamente discende dal rilievo che il tribunale, pur avendo effettivamente affermato a pag. 10 della sentenza che la responsabilità da cosa in custodia era stata invocata solo in secondo grado, tanto ha fatto in esito alla disamina della fattispecie anche alla luce dell’art. 2051 c.c. esplicitamente chiarendo che la conclusione cui doveva addivenirsi era, in ogni caso, quella del rigetto della domanda e facendo dichiaratamente applicazione dei principi enunciati da questa corte con sentenza n. 298 del 2003 (seguita dalla giurisprudenza successiva), che ha appunto ritenuto l’art. 2051 c.c. applicabile anche al gestore di autostrade.
S’è in quella occasione chiarito che “nell’applicazione del principio occorre peraltro distinguere le situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze dell’autostrada, da quelle provocate dagli stessi utenti ovvero da una repentina e non specificamente prevedibile alterazione dello stato della cosa, che pongano a repentaglio l’incolumità degli utenti e l’integrità del loro patrimonio. Mentre, invero, per le situazioni del primo tipo, l’uso generalizzato e l’estensione della res costituiscono dati in via generale irrilevanti in ordine al concreto atteggiarsi della responsabilità del custode, per quelle del secondo tipo dovrà configurarsi il fortuito tutte le volte che l’evento dannoso presenti i caratteri della imprevedibilità e della inevitabilità; come accade quando esso si sia verificato prima che l’ente proprietario o gestore, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata al fine di garantire un intervento tempestivo, potesse rimuovere o adeguatamente segnalare la straordinaria situazione di pericolo determinatasi, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere”.
Di tale principio il tribunale ha fatto corretta applicazione laddove, dopo averlo enunciato, ha concluso che l’improvviso rotolamento di un birillo (di cui non si contesta il legittimo impiego) non era nè prevedibile nè rimediabile; e che, dunque, il danno provocato dalla cosa era dovuto al fortuito. Lo stesso ricorrente, del resto, facendo riferimento in atto introduttivo alla circostanza che il birillo fosse “schizzato” al centro della corsia, ha implicitamente escluso che in quella posizione esso già da tempo si trovasse e che, dunque, la società Autostrade avrebbe avuto modo di eliminare la situazione di pericolo repentinamente determinatasi.
Si tratta di un apprezzamento di fatto, assolutamente ragionevole e del tutto adeguatamente motivato. Nè il ricorrente sostiene di aver mai prima rappresentato la possibilità evocata in questa sede: (addirittura) che la violenta proiezione del birillo potesse essere stata provocata dagli operatori del cantiere stradale in atto sulla corsia non percorribile (così il ricorso, a pagina 17, secondo capoverso).
È, infine, del tutto irrilevante che alle censurate conclusioni sulla riconducibilità dell’evento dannoso al fortuito il tribunale sia pervenuto sulla base delle risultanze comunque acquisite, anzichè in esito ad articolazioni probatorie della convenuta.
4.- Il ricorso è respinto.
Le spese, compensate in appello, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte di Cassazione rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, che liquida in Euro 2.700, di cui 2.500 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

Cade e si rompe il femore: il supermercato è responsabile del danno quale custode (Cassazione 4476/2011)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 20 gennaio – 24 febbraio 2011, n. 4476
Presidente Preden – Relatore Amendola

Svolgimento del processo

I fatti di causa possono così ricostruirsi sulla base della sentenza impugnata.
M.P. C. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Roma S. s.r.l. chiedendo di essere risarcita dei danni subiti il 22 dicembre 1995 allorché, mentre si trovava all’interno di un supermercato gestito dalla convenuta, era caduta a causa di una chiazza di sapone colata sul pavimento da un flacone collocato sugli scaffali del grande magazzino, riportando la rottura del femore.
Con sentenza del 17 giungo 2002 il giudice adito rigettò la domanda.
Proposto dalla soccombente gravame, la Corte d’appello lo ha respinto in data 1 aprile 2005.
Avverso detta pronuncia propone ricorso per cassazione, illustrato anche da memoria, M.P. C., formulando tre motivi.
Resiste con controricorso S. s.r.l..

Motivi della decisione

1.1 Col primo motivo la ricorrente denuncia insufficienza della motivazione sul motivo di appello volto a far valere la responsabilità della controparte ex art. 2043 cod. civ., in relazione all’art. 112 cod. proc. civ..
Sostiene che la Corte territoriale, esaminati congiuntamente i due motivi di gravame con i quali era stata denunciata la mancata applicazione, rispettivamente, degli artt. 2043 e 2051 cod. civ., si era poi occupata soltanto dell’evocata responsabilità del custode. E invero il giudice d’appello, pur avendo dato per scontato, a differenza dei quello di prime cure, che la caduta della decotti era avvenuta a causa del liquido disperso per terra, aveva ritenuto l’evento dannoso addebitabile esclusivamente a negligenza della stessa infortunata, essendo l’ostacolo visibile, senza nulla dire, dunque, sulla mancata adozione di quelle cautele, quale segnalazione del pericolo e rimozione della sostanza, idonee a connotare in termini di colpa la condotta del gestore.
1.2 Col secondo mezzo l’impugnante lamenta violazione dell’art. 2051 cod. civ., anche in relazione all’art. 1176 cod. civ..
Considerato invero che, ai fini dell’applicabilità dell’art. 2051 cod. civ., all’attore incombe soltanto l’onere di provare il nesso di causalità tra la res in custodia e il danno subito, mentre spetta al custode dimostrare, per andare esente da responsabilità, l’imputabilità del pregiudizio al caso fortuito, erroneamente il decidente aveva assolto la controparte dalle istanze attrici sull’assunto che non fosse riscontrabile nella fattispecie alcuna insidia trabocchetto. Secondo l’esponente per affermare la responsabilità del custode non sarebbe assolutamente necessario provare la presenza di tali elementi, tanto più che la diligenza richiesta alla clientela di un supermercato è quella media, ex art. 1176 cod. civ. , propria del cittadino normalmente avveduto, e che il titolare di un grande magazzino ha certamente l’obbligo, ex art. 40 cod. pen., di rimuovere dal pavimento sostanze scivolose, così impedendo eventi dannosi per i clienti.
1.3 Col terzo mezzo la ricorrente deduce insufficienza della motivazione sul motivo di appello volto a far valere la responsabilità della controparte ex art. 2049 cod. civ., in relazione all’art. 112 cod. proc. civ.. La censura investe la risposta data dalla Corte territoriale al motivo di gravame col quale era stata impugnata la ritenuta insussistenza della responsabilità del titolare del supermercato per carenze nella manutenzione della struttura, argomentata sul rilievo che la stessa parte attrice aveva, in citazione, ammesso che il liquido era da poco fuoriuscito dal contenitore. Secondo l’esponente la motivazione sarebbe, sul punto, profondamente inappagante, considerato che il fatto causativo del danno era assolutamente prevedibile e niente affatto infrequente nella gestione dei supermercati.
2 Ragioni di ordine logico impongono di partire dall’esame delle critiche svolte nel secondo motivo di ricorso che, attenendo alla ricorrenza, nella fattispecie, di un’ipotesi di responsabilità aggravata per fatto proprio (nel senso che di qui a poco si chiarirà), hanno un rilievo potenzialmente assorbente, rispetto alle altre censure proposte.
Esse sono fondate per le ragioni che seguono.
3 I principi giuridici che, secondo la giurisprudenza di legittimità, governano la materia, possono così riassumersi: la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dall’art. 2051 cod. civ., prescinde dall’accertamento del carattere colposo dell’attività o del comportamento del custode e ha natura oggettiva, necessitando, per la sua configurabilità, del mero rapporto eziologico tra cosa ed evento; tale responsabilità prescinde, altresì, dall’accertamento della pericolosità della cosa e sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’insorgenza di agenti dannosi, essendo esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale idonea a interrompere del tutto il nesso causale tra cosa ed evento dannoso o da affiancarsi ad esso come ulteriore contributo utile nella produzione del pregiudizio (Cass. civ. 7 aprile 2010, n. 8229; Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279; Cass. civ. 5 dicembre 2008, n. 28811).
La radicale oggettivazione dell’ipotesi normativa, insita nella prospettiva adottata – che rende più congruo parlare di rischio da custodia (piuttosto che di colpa nella custodia) e di presunzione di responsabilità (piuttosto che di colpa presunta) – comporta che la responsabilità in questione non esige, per essere affermata, un’attività o una condotta colposa del custode, di talché, in definitiva, il custode negligente non risponde in modo diverso dal custode perito e prudente, se la cosa ha provocato danni a terzi (Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279).
4 Assodato, dunque, che la responsabilità ex art. 2051 cod. civ. è esclusa solamente dal caso fortuito -che, si ripete, è qualificazione incidente sul nesso causale e non sull’elemento psicologico dell’illecito (confr. Cass. civ. 7 luglio 2010, n. 16029; Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279) – in relazione a talune fattispecie può essere necessario stabilire se l’evento derivi in tutto o in parte dal comportamento dello stesso danneggiato. Ne consegue che corollario della regola sancita dall’art. 2051 cod. civ..
è quella dettata dall’art. 1227 cod. civ., comma 1.
Peraltro il giudizio sull’autonoma idoneità causale del fattore esterno ed estraneo a produrre l’evento deve in ogni caso essere adeguato alla natura ed alla pericolosità della cosa, sicché tanto meno essa è intrinsecamente pericolosa, tanto più la situazione di possibile pericolo è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione delle normali cautele da parte dello stesso danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, a partire; dall’uso improprio della cosa, fino all’eventuale interruzione del nesso eziologico tra la stessa e il danno e alla esclusione di ogni responsabilità del custode (cofr. Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279).
5 Venendo al caso di specie, secondo il giudice di merito il comportamento della danneggiata avrebbe avuto siffatta portata, perchè il liquido era visibile sul pavimento, di talché, esclusa la sussistenza di un’insidia o trabocchetto, e, in particolare, di un pericolo occulto e imprevedibile, la caduta era attribuibile esclusivamente a disattenzione della vittima.
Ritiene il collegio che tali argomentazioni facciano malgoverno dei principi innanzi enunciati.
E invero l’affermazione che il mancato avvistamento della chiazza di detersivo costituì elemento idoneo a interrompere il nesso di causalità, deve confrontarsi con la massima di comune esperienza per cui chi frequenta un supermercato ha la ragionevole aspettativa di circolare in un posto sicuro soprattutto con riferimento alla manutenzione del pavimento, essendo interesse anche del gestore che l’attenzione degli avventori sia catturata esclusivamente dai prodotti esposti.
In tale contesto è del tutto plausibile che il danno sofferto dalla C. sia stato casualmente connesso a un tipo di utilizzazione conforme alla funzione e alla destinazione tipiche della cosa in custodia di talché, nella predetta prospettiva, andranno nuovamente approfondite tutte le circostanze in cui avvenne la caduta.
In definitiva, in accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione che, nel decidere, si atterrà ai seguente principi di diritto:
– la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dall’art. 2051 cod. civ., prescinde dall’accertamento del carattere colposo dell’attività o del comportamento del custode e ha natura oggettiva, necessitando, per la sua configurabilità, del mero rapporto eziologico tra cosa ed evento;
tale responsabilità è esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale idonea a interrompere del tutto il nesso eziologico tra cosa ed evento dannoso o ad affiancarsi come ulteriore contributo utile nella produzione del danno;
– il giudizio sull’incidenza del comportamento del danneggiato nella produzione del danno non può prescindere dalla considerazione della natura della cosa e deve tener conto delle modalità che in concreto e normalmente ne caratterizzano la fruizione.
Resta assorbito l’esame degli altri motivi di ricorso.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese del giudizio di cassazione alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.