La Suprema Corte conferma un principio destinato a incidere su moltissimi verbali per eccesso di velocità
Con l’ordinanza n. 8797 dell’8 aprile 2026, la Seconda Sezione civile della Corte di Cassazione torna su un tema ormai centrale nel contenzioso sulle sanzioni stradali: la differenza tra approvazione e omologazione degli apparecchi di rilevamento della velocità.
La risposta della Corte è netta: ai fini della validità dell’accertamento dell’eccesso di velocità, non è sufficiente che l’autovelox sia stato approvato dal Ministero; occorre che sia debitamente omologato, perché è solo a questa condizione che le risultanze dell’apparecchiatura possono assumere valore di prova nei confronti dell’automobilista.
La decisione si inserisce in un orientamento ormai consolidato, inaugurato in modo particolarmente significativo dall’ordinanza n. 10505/2024, secondo cui l’approvazione ministeriale non può essere considerata equivalente all’omologazione prevista dall’art. 142, comma 6, del Codice della strada.
Il caso deciso dalla Cassazione
La vicenda nasce dall’opposizione proposta da un avvocato contro un verbale elevato dalla Polizia Locale del Comune di Quero Vas, per violazione dell’art. 142, comma 7, Codice della strada. L’infrazione era stata accertata mediante apparecchiatura fissa di rilevazione della velocità.
Il Giudice di Pace aveva accolto l’opposizione, ritenendo decisiva la circostanza che l’apparecchiatura risultasse approvata, ma non anche omologata. Il Tribunale di Belluno, in grado di appello, aveva invece riformato la decisione, sostenendo la sostanziale equivalenza funzionale tra approvazione e omologazione.
La Cassazione ha cassato la sentenza del Tribunale, accogliendo il primo motivo di ricorso.
Il passaggio centrale dell’ordinanza è molto chiaro: l’art. 142, comma 6, Codice della strada stabilisce che, per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità, sono considerate fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate. La norma non parla di apparecchiature semplicemente approvate. E, osserva la Corte, quando il dato testuale è chiaro, non vi è spazio per interpretazioni estensive o correttive.
Approvazione e omologazione non sono la stessa cosa
Il punto più importante della decisione è proprio questo: approvazione e omologazione non sono sinonimi.
La Corte richiama l’art. 45, comma 6, Codice della strada e l’art. 192 del regolamento di esecuzione, sottolineando che il sistema normativo distingue le due procedure.
L’omologazione riguarda i prototipi delle apparecchiature le cui caratteristiche fondamentali sono già indicate dal regolamento; una volta verificata la conformità, l’apparecchio può essere prodotto in serie e utilizzato come fonte di prova.
L’approvazione, invece, riguarda apparecchiature le cui caratteristiche fondamentali non sono già compiutamente previste dal regolamento. Essa consente la produzione del dispositivo secondo le caratteristiche approvate, ma non sostituisce, secondo la Cassazione, l’omologazione richiesta per attribuire efficacia probatoria alle rilevazioni.
La differenza non è quindi solo terminologica. È una differenza di funzione, di garanzia e di valore probatorio.
Il limite delle circolari e della prassi amministrativa
Altro passaggio molto rilevante dell’ordinanza riguarda il valore delle circolari e dei pareri ministeriali.
La Corte afferma che pareri del MIT, circolari amministrative o prassi operative diffuse non possono modificare il contenuto di una norma primaria. Se l’art. 142, comma 6, Codice della strada richiede l’omologazione, non è possibile sostenere, sulla base di atti amministrativi o di prassi interne, che sia sufficiente l’approvazione.
È un’affermazione importante non solo per il contenzioso sugli autovelox, ma anche in termini generali: la pubblica amministrazione non può, attraverso circolari o interpretazioni interne, ridurre il livello di garanzia previsto dalla legge.
Un orientamento ormai consolidato
L’ordinanza n. 8797/2026 non è isolata. La stessa Cassazione richiama numerosi precedenti, tra cui Cass. n. 10505/2024, Cass. n. 20913/2024, Cass. n. 20492/2024, Cass. n. 1332/2025, Cass. n. 13996/2025, Cass. n. 26251/2025 e Cass. n. 31876/2025.
In particolare, Cass. n. 31876/2025 ha ribadito che l’accertamento eseguito con apparecchio approvato ma non omologato è illegittimo, perché l’approvazione preventiva non è equipollente all’omologazione ministeriale prescritta dall’art. 142, comma 6, Codice della strada.
Anche la giurisprudenza penale risulta orientata nello stesso senso, come ricordato dalla stessa ordinanza in commento, che richiama Cass. pen. n. 10365/2025.
Le conseguenze pratiche
La conseguenza pratica è evidente: quando una sanzione per eccesso di velocità è fondata su un rilevamento effettuato mediante autovelox, l’amministrazione deve essere in grado di dimostrare non soltanto la taratura, il corretto funzionamento o l’approvazione dello strumento, ma anche la sua omologazione.
Non basta, dunque, produrre il decreto di approvazione ministeriale. Non basta sostenere che l’apparecchio sia stato regolarmente installato o periodicamente verificato. Se manca l’omologazione, secondo questo orientamento della Cassazione, viene meno il presupposto necessario perché quella rilevazione possa costituire prova dell’infrazione.
Naturalmente, ogni verbale va esaminato nel caso concreto: occorre verificare il tipo di apparecchiatura utilizzata, la documentazione prodotta dall’amministrazione, le modalità di accertamento, la tempestività dell’opposizione e gli eventuali ulteriori profili di illegittimità.
Ma il principio affermato dalla Cassazione è ormai molto forte: la prova dell’eccesso di velocità richiede un apparecchio omologato, non semplicemente approvato.
Una decisione importante anche per i Comuni
La pronuncia ha un impatto significativo anche per gli enti locali.
Per anni, molte amministrazioni hanno fatto affidamento sulla sostanziale equivalenza tra approvazione e omologazione, anche sulla base di circolari ministeriali e prassi operative. La Cassazione, però, sta chiarendo in modo sempre più fermo che questa equivalenza non può essere sostenuta sul piano giuridico.
Il tema non è meramente formale. L’autovelox è uno strumento che incide direttamente sulla posizione del cittadino: può determinare una sanzione pecuniaria, la decurtazione di punti dalla patente e, nei casi più gravi, ulteriori conseguenze amministrative. Per questo, il legislatore ha previsto che la misurazione della velocità possa costituire fonte di prova solo se effettuata con apparecchiature dotate delle garanzie richieste dalla legge.
Conclusione
L’ordinanza n. 8797/2026 conferma un principio semplice, ma decisivo: quando la legge richiede l’omologazione, l’amministrazione non può sostituirla con l’approvazione.
La differenza tra i due istituti non può essere cancellata da circolari, prassi o interpretazioni amministrative. E non può essere l’automobilista a subire le conseguenze dell’eventuale incertezza normativa o organizzativa dell’amministrazione.
La Cassazione, con questa nuova pronuncia, consolida dunque un orientamento destinato a incidere in modo rilevante sul contenzioso in materia di autovelox: la rilevazione della velocità è valida solo se effettuata con apparecchiatura debitamente omologata.
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