Tributario

Cassazione a Sezioni Unite: impugnabili gli estratti di ruolo.

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La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha statuito (confermando un principio già applicato da più parti) l’impugnabilità degli estratti di ruolo, emanando il seguente principio di diritto: “E’ ammissibile l’impugnazione della cartella (e/o del ruolo) che non sia stata (validamente) notificata e della quale il contribuente sia venuto a conoscenza attraverso l’estratto di ruolo rilasciato su sua richiesta dal concessionario, senza che a ciò sia di ostacolo il disposto dell’ultima parte del terzo comma dell’art. 19 d.lgs. n. 546 del 1992, posto che una lettura costituzionalmente orientata di tale norma impone di ritenere che la ivi prevista impugnabilità dell’atto precedente non notificato unitamente all’atto successivo notificato non costituisca l’unica possibilità di far valere l’invalidità della notifica di un atto del quale il contribuente sia comunque legittimamente venuto a conoscenza e pertanto non escluda la possibilità di far valere tale invalidità anche prima, nel doveroso rispetto del diritto del contribuente a non vedere senza motivo compresso, ritardato, reso più difficile ovvero più gravoso il proprio accesso alla tutela giurisdizionale quando ciò non sia imposto dalla stringente necessità di garantire diritti o interessi di pari rilievo rispetto ai quali si ponga un concreto problema di reciproca limitazione”.

Cassazione Sezioni Unite impugnabilità ruoli

Tributario: nullo l’accertamento basato sulla documentazione reperita presso l’abitazione / studio del Commercialista senza l’autorizzazione della Procura (Cassazione 6908/11)

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Corte di Cassazione, sez. Tributaria, sentenza 25 marzo 2011, n. 6908

Pres. Adamo – D’Alessandro

Svolgimento del processo

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate propongono ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio che, in riforma della pronuncia di primo grado, ha accolto il ricorso della società contro un avviso di irrogazione sanzioni per infedele dichiarazione, ritenendo illegittima l’acquisizione della documentazione su cui la rettifica si fonda, D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 52, in quanto avvenuta presso l’abitazione – studio di un commercialista senza l’autorizzazione del procuratore della Repubblica.

La società non si è costituita.

Motivi della decisione

 

1.- Il ricorso è ammissibile, ancorchè notificato oltre un anno dopo il deposito della sentenza impugnata, in ragione della sospensione dei termini di cui alla L. n. 289 del 2002, art. 16, comma 6. 2.- Con l’unico, complesso, motivo i ricorrenti deducono che la censura accolta sarebbe stata inammissibilmente formulata per la prima volta in appello e che comunque il luogo ove la documentazione è stata rinvenuta sarebbe stato lo studio del professionista, ove egli – che peraltro non ha sollevato alcuna obiezione all’ingresso della Finanza – aveva la sola residenza anagrafica ma non l’abitazione.

2.1.- Sotto il primo profilo il mezzo è inammissibile per difetto di autosufficienza, non essendo riportato il ricorso introduttivo al fine di dimostrare che la censura accolta dalla CTR non era stata in quella sede formulata.

2.2.- Sotto il secondo profilo il mezzo è infondato.

La circostanza che nell’immobile ove la perquisizione è stata eseguita il commercialista avesse “solo la residenza anagrafica”, senza in realtà abitarvi, è meramente affermato dai ricorrenti, senza alcuna prova. Resta il fatto che non è contestato che ivi il commercialista avesse (anche) la residenza e quindi sussiste la violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, comma 2, rilevata dal giudice tributano.

3.- Il ricorso va perciò rigettato.

Non vi è luogo a provvedere sulle spese, in difetto di attività difensiva da parte della società intimata.

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso.

Nulla l’ipoteca per crediti inferiori ad 8.000 € (CTP Roma 51/05/11)

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Seguendo una tendenza ormai consolidata, la Commissione Tributaria Provinciale di Roma, con la sentenza che riportiamo di seguito, ha dichiarato ancora una volta la nullità delle ipoteche iscritte per crediti inferiori ad 8.000 Euro. Sarebbe interessante monitorare quante ipoteche Equitalia ha iscritto illegittimamente…

Commissione Tributaria Provinciale di Roma, sez. V, sentenza 28 gennaio – 9 febbraio 2011, n. 51
Presidente Castellucci – Relatore Di Martino

Fatto

La ricorrente impugnava un provvedimento di iscrizione ipotecaria, relativo a cartella esattoriali per totali Euro 156.678,77 avente ad oggetto immobili da questa posseduti.
Quale principale motivo di ricorso evidenziava come la quasi totalità della richiesta, ovvero Euro 152.915,01 era relativa ad una cartella di pagamento oggetto di autonoma impugnazione ed annullata, da questa Commissione, con la sentenza n. 267/01/09 del 15/05/2009, depositata il 29/05/2009.
Rilevava quindi come il debito residuo, inferiore ai quattromila Euro, non fosse sufficiente a legittimare il provvedimento adottato e ne chiedeva l’annullamento.
Il Concessionario, costituitosi in giudizio, riteneva infondato il ricorso in quanto non provato il passaggio in giudicato della sentenza n. 267/01/09.
Per il resto evidenziata come dovesse ritenersi adottabile il provvedimento opposto anche per importi inferiori agli ottomila Euro.
Chiedeva pertanto il rigetto del ricorso.

Diritto

Rilevava il Collegio come la sentenza n. 267/01/09 chiaramente disponga l’annullamento della cartella di pagamento n. registro 1994.
Questa, pertanto, dalla data di emissione di tale sentenza e fino ad una diversa pronuncia di altro e sovraordinato organo giurisdizionale, non esiste e non può essere posta in riscossione.
Va poi rilevato, nel merito, che la norma dell’art. 77 del DPR n. 602/73, utilizzata dall’Agente per la Riscossione per la l’iscrizione ipotecaria in discussione, trova collocazione nella sezione IV del decreto, rubricata “Disposizioni particolari in materia di espropriazione immobiliare”.
E’ dunque di tutta evidenza che lo strumento dell’iscrizione ipotecaria, sia che ad esso si intenda attribuire natura di misura cautelare o di misura esecutiva, esplica i suoi effetti e trova possibilità di attuazione unicamente nell’ambito del procedimento espropriativo immobiliare e nella misura in cui questo possa essere esperito.
Ciò posto occorre richiamare l’attenzione sulla norma contenuta nel precedente articolo 76, rubricato “Espropriazione Immobiliare”, che testualmente recita:
“Il concessionario può procedere all’espropriazione immobiliare se l’importo complessivo del credito per cui si procede supera complessivamente ottomila Euro”.
L’apposizione di un limite quantitativo del credito da superare, per poter ricorrere a tale tipo di esecuzione risponde, all’evidenza, a principi di logicità e ragionevolezza tesi ad evitare una sproporzione tra entità del diritto tutelato e danno patrimoniale arrecato al debitore.
E ciò atteso che l’Agente per la riscossione, per i crediti di entità minore, può attivare gli altri strumenti esecutivi disciplinati dalla norma, ed in particolare l’esecuzione mobiliare e, se del caso, il pignoramento presso terzi.
E’ poi evidente che, in assenza delle condizioni necessari per poter procedere all’esecuzione immobiliare, non possano trovare applicazione tutti gli istituti accessori a tale azione esecutiva, primo tra i quali appunto l’iscrizione ipotecaria.
Nel caso in esame il credito complessivo per il quale l’Agente della Riscossione può procedere esecutivamente è inferiore ad Euro 4.000,00 e, quindi, molto lontano dalla soglia degli ottomila Euro necessari per aprire la via all’espropriazione immobiliare.
Non si ravvisa quindi il motivo dell’iscrizione ipotecaria in assenza della possibilità di procedere alla vendita dell’immobile.
Va sul punto evidenziato come tale indirizzo sia stato prima sancito dalla Suprema Corte di Cassazione e poi normativamente recepito con disposizione, detenuta nell’art. 3, comma 2 ter, della Legge n. 73/2010.
A tale disposizione non può essene ascritta alcuna valenza innovativa essendo unicamente ad introdurre nel sistema delle norme il principio consolidandosi sull’ampia giurisprudenza di merito e legittimità di ogni stato e grado ed all’evidente fine di rendere chiara anche all’Agente della Riscossione, ed al di là di ogni possibile valutazione interpretativa, l’illegittimità dell’iscrizione ipotecaria per crediti inferiori a tale limite.
Sotto tale profilo, quindi, il provvedimento impugnato si palesa adottato in assenza dei necessari presupposti di diritto.
Per quanto attiene le spese del giudizio, valutate le motivazioni di ricorso e considerata la mancata attivazione degli istituti dell’autotutela da parte della convenuta, queste, ai sensi dell’art. 15 del D.L.vo n. 546/92, vengono liquidate nella misura indicata in dispositivo.
Il Collegio infine ordina agli uffici competenti di provvedere all’immediata cancellazione dell’ipoteca iscritta senza oneri per la ricorrente.
La commissione.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso e condanna il Concessionario al pagamento delle spese di giudizio che si liquidano in complessivi Euro 1.500,00 di cui Euro 100,00 per le spese oltre accessori di legge.

L’agevolazione prima casa non spetta al contribuente che ha donato un immobile alla moglie con la quale è in comunione legale, e contestualmente ne ha acquistato un altro (CTR Roma 46/2011)

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Commissione Tributaria Regionale di Roma, sez. IXXX, sentenza 14 ottobre 2010 – 1° febbraio 2011, n. 46
Presidente Picozza – Relatore Zema

Svolgimento del processo

G. S. con ricorso dell’11/07/’07 impugnava, l’avviso di liquidazione ed irrogazione sanzioni notificato il 16/04/’07 con il quale l’Agenzia delle Entrate di Roma 4,  in relazione al contratto di compravendita stipulato 11/05/’04, elevava l’aliquota IVA al 10% invece del 4% applicato, poiché l’acquirente risultava proprietario di altro immobile nel Comune di Roma e quindi non poteva beneficiare della riduzione prevista nella tariffa dall’art. 1 DPR 131/’86 per la c.d. prima casa.
Eccepiva il ricorrente: la indicazione, nell’avviso, dell’unità di Reggio Calabria per informazioni e riesame del provvedimento; l’omesso invio dell’invito a comparire; il difetto di motivazione e I’infondatezza della rettifica poiché egli aveva ceduto il 50% di proprietà del precedente immobile alla stessa moglie in comunione di beni.
Resisteva l’Ufficio e la Commissione tributaria provinciale di
Roma, con sentenza n. 318/08/2009, rigettava il ricorso ritenendo corretto l’operato dell’ufficio e che la donazione effettuata alla moglie non liberava il donante essendo i coniugi, in comunione di beni, solidalmente titolari dei beni stessi.
Appella il contribuente lamentando l’omesso esame delle questioni preliminari per violazione degli artt. 5, 4 e 6 del D. lgs. n.218/’97 e cioè il mancato invito a comparire, l’indicazione di un Ufficio a Reggio Calabria per il riesame dell’atto, la mancata convocazione entro 15 giorni a seguito della istanza di accertamento con adesione, nonché il difetto di motivazione dell’avviso per non aver chiarito quali fossero i due requisiti mancanti per usufruire delle agevolazioni. Nel merito occorreva considerare che i coniugi avevano acquistato nel 1997 pro quota del 50% un immobile a Roma in via; il contribuente donava il proprio 50% alla moglie e lo stesso giorno acquistava, con l’atto de11/05/’04 in questione, l’immobile di via dichiarando che l’acquisto avveniva con denaro derivante dalla vendita di beni personali e pertanto gli immobili acquistati erano esclusi dalla comunione legale.
Al momento del nuovo acquisto, perciò, egli non era titolare neppure in comunione con il coniuge di diritti reali su altra casa. Chiede in riforma della sentenza dichiararsi la illegittimità dell’avviso e nel merito annullarlo, vinte le spese.
Contro deduce l’Agenzia che nell’ipotesi di accertamento l’invito a comparire o alla definizione con adesione non è obbligatorio e l’impugnazione comporta rinuncia alla istanza di definizione.
L’Ufficio competente, indicato per ricevere l’impugnazione, è quello di Roma e non di Reggio Calabria; infatti il contribuente ha presentato a Roma sia l’istanza di adesione, sia il ricorso.
Nel merito la donazione della quota alla moglie in regime di comunione legale non è idoneo ad escludere quel bene dal regime di comunione. E non è prevista la possibilità per un coniuge di rinunziare efficacemente alla contitolarità di un singolo bene. Le eventuali modifiche del regime di comunione devono riguardare il regime patrimoniale complessivo. L’art. 210 comma 3 c.c. dispone che l’eguaglianza delle quote della comunione legale non è derogabile trattandosi di obblighi di natura pubblicistica  (Cass. n.2954/03).
I coniugi in comunione sono solidalmente titolari del patrimonio ed un coniuge non può validamente rinunziare alla comproprietà di singoli beni, non appartenenti alle categorie elencate dall’art. 179 c.c., salvo modificare nel suo complesso il regime patrimoniale (Corte Cost. sent. 311/’88). Occorrerebbe inoltre considerare che la donazione della quota non aveva altra giustificazione se non quella di eludere la normativa fiscale (Cass. 30055/’08).
La motivazione dell’avviso era sufficientemente chiara con riferimento alla proprietà di un immobile in Roma ed all’acquisto di altro immobile con le agevolazioni di prima casa.
Chiede la conferma della sentenza impugnata con vittoria di spese.
Alla pubblica udienza vengono ascoltati il difensore del contribuente ed il rappresentante dell’ufficio.

Motivi della decisione

L’appello del contribuente è infondato.
Le eccezioni preliminari appaiono pretestuose e defatigatorie.
Come correttamente ricorda l’ufficio, nel caso in esame di rettifica e di accertamento per violazione del DPR n.131/’86 non è previsto alcun invito preventivo, né è previsto a pena di nullità neppure la convocazione a seguito della istanza di accertamento con adesione, tanto più che l’impugnazione comporta rinuncia alla istanza ai sensi dell’art. 6 comma 3 del D. lgs. 218/’97.
L’avviso di liquidazione riportava esattamente le indicazioni richieste dall’art. 7 dello Statuto del contribuente e cioè la Commissione tributaria provinciale e l’Ufficio di Roma 4 competenti, nonché l’indicazione dell’Ufficio ove ottenere informazioni sia pure telefoniche presso l’unità delocalizzata di Reggio Calabria.
L’avviso era comunque sufficientemente motivato indicando le ragioni dell’accertamento e le norme violate, tanto che il contribuente aveva potuto difendersi indicando specificamente nel ricorso tutte le questioni relative.
L’appello non può essere accolto neppure nel merito.
Come deciso dai primi Giudici, in regime di comunione legale tra coniugi, la donazione della quota di un singolo bene alla propria moglie non è idoneo ad escludere quel bene dalla comunione, poiché le eventuali modifiche devono riguardare, nelle debite forme di legge, il regime patrimoniale complessivo e non possono efficacemente limitarsi ad un singolo bene. Altrimenti la comunione legale sarebbe modificabile secondo l’opzione estemporanea di ciascuno dei coniugi in relazione all’acquisto di singoli beni e ciò contrasterebbe con la funzione pubblicistica dell’istituto (Cass. 27/2/2003 n.2954). Inoltre l’art. 210 comma 3 c.c., stabilisce che non sono derogabili le norme
della comunione legale relative alla amministrazione ed all’uguaglianza delle quote.
Per quanto esposto l’appello va rigettato; si ritiene, per altro, di compensare le spese giudiziali.

P Q M

La Commissione tributaria regionale del Lazio Sez. 29 rigetta l’appello del contribuente. Spese compensate.

 

Cartelle esattoriali nulle se notificate via posta: un’altra sentenza della CTP Milano

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La sentenza n. 264/9/10 della CTP di Milano ha ribadito un principio che si va ormai consolidando, e cioè quello dell’inesistenza giuridica, con le ovvie conseguenze, della cartella esattoriale notificata via posta.

Si ringrazia l’avv. Matteo Sances (www.studiolegalesances.it) per la segnalazione e per la sentenza integrale, che pubblichiamo di seguito:

SentCTPMilano264del14.6.10Cartellenulleperposta

Sull’intimazione di pagamento di natura tributaria sono competenti a decidere le Commissioni Tributarie, a prescindere dal tipo di rilievo sollevato. (Cass. sez. unite 1865/2011)

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Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 11 – 27 gennaio 2011, n. 1865
Presidente Vittoria – Relatore Tirelli

Fatto e diritto

rilevato che in data 8/3/2 00 6 la spa Rileno (oggi Equitalia) ha notificato alla srl M. un’intimazione di pagamento di Euro 94.722,65;
che la M. ha preposto opposizione davanti al Tribunale di Lecco;
che dopo aver qualificato l’azione come opposizione agli atti,esecutivi, quest’ultimo ha declinato la giurisdizione perché la causa rientrava nel novero di quelle devolute alla cognizione delle Commissioni Tributarie;
che la M. ha proposto ricorso per cassazione, chiedendo alla Suprema Corte di voler cassare l’impugnata sentenza ed accogliere l’opposizione con vittoria di spese ed onorari;
che la spa Equitalia, nel frattempo subentrata alla Rileno, non ha svolto attività difensiva;
che così riassunte le rispettive posizioni delle parti e premesso, altresì, che la ricorrente non ha contestato la natura tributaria del debito di cui le ora stato intimato il pagamento, osserva il Collegio che con sentenza n. 8279/2008 queste Sezioni Unite hanno già stabilito che “a norma dell’art. 2 del D.lgs 31 dicembre 1992, n. 546, come modificato dall’art. 12 della legge 26 dicembre 2001, n. 448, sono sottratte alla giurisdizione del giudice tributario le sole controversie attinenti alla fase dell’esecuzione forzata”, per cui “ne consegue che l’impugnazione degli atti prodromici quali la cartella esattoriale o l’avviso di mora o l’intimazione di pagamento ex art. 50 del DPR n. 602/1973 è devoluta alla cognizione delle Commissioni Tributarie;
che tanto puntualizzato, rimane unicamente da aggiungere che quella delle Commissioni Tributarie costituisce una giurisdizione di carattere generale, che si radica in base alla materia indipendentemente dal contenuto dei motivi opposti all’atto impositivo (C. Cass. 2007/7388 e 2009/17943);
che in applicazione di tali principi, che il Collegio condivide e ribadisce, va dunque affermato che la controversia diretta all’annullamento di un’intimazione di pagamento ex art. 50 del DPR n. 602/1973, appartiene alla giurisdizione del giudice tributario qualunque sia la natura dei vizi denunciati dal contribuente;
che il ricorso va, dunque, rigettato e le parti rimesse davanti alla Commissione Tributaria Provinciale competente per territorio, cui spetterà di valutare anche la rilevanza e la fondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata dalla M. con riferimento alla idoneità della vigente normativa a “permettere al contribuente che avesse ricevuto, come nel caso di specie, la notifica di un’intimazione di pagamento senza aver preventivamente ricevuto anche la notifica di alcuna cartella esattoriale, di poter oggettivamente conoscere sia l’autorità davanti la quale proporre un’eventuale impugnazione sia il termine utile entro cui la stessa avrebbe dovuto essere presentata”;
che non occorre provvedere sulle spese, stante il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimata.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, dichiara la giurisdizione delle Commissioni Tributarie, rigetta il ricorso e rimette le parti davanti alla Commissione Tributaria Provinciale competente per territorio.