Risarcimento del danno

Testata all’avversario? I genitori sono responsabili (Cass. 26200/11)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 29 ottobre – 6 dicembre 2011, n. 26200

Presidente Amatucci – Relatore Vivaldi

Svolgimento del processo

P. e M.T. convenivano, davanti al Tribunale di Bologna, L. e G.N e N.P. chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti da M.T., all’epoca minorenne, ad opera di L.N., anch’egli minorenne, per un incidente verificatosi durante lo svolgimento di una partita di calcio.

I convenuti, costituitisi, contestavano il fondamento della domanda.

Il tribunale, con sentenza del 16.6.2003, dichiarava che l’infortunio si era verificato per colpa esclusiva di L.N. condannandolo al risarcimento dei danni, e rigettava le domande risarcitorie nei confronti dei genitori esercenti la potestà sul minore, escludendone la responsabilità ai sensi dell’art. 2048 c.c.

Ad eguale conclusione perveniva la Corte d’appello che, con sentenza del 30.8.2008, rigettava l’appello proposto dai T.

Questi ultimi hanno proposto ricorso per cassazione affidato ad un motivo illustrato da memoria.

Resistono con controricorso G.N. e N.P.

Motivi della decisione

Il ricorso è stato proposto per impugnare una sentenza pubblicata una volta entrato in vigore il d.Lgs- 15 febbraio 2006, n. 40, recante modifiche al codice di procedura civile in materia di ricorso per cassazione; con l’applicazione, quindi, delle disposizioni dettate nello stesso decreto al Capo I.

Secondo l’art. 366 bis c.p.c. – introdotto dall’art. 6 del decreto – i motivi di ricorso debbono essere formulati, a pena di inammissibilità, nel modo li descritto ed, in particolare, nei casi previsti dall’art. 360, n. 1), 2), 3) e 4, l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere con la formulazione di un quesito di diritto, mentre, nel caso previsto dall’art. 360, primo comma, n. 5), l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.

Segnatamente, nel caso previsto dall’art. 360 n. 5 c.p.c., l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Se. Un. 1 ottobre 2007, n. 20603; Cass 18 luglio 2007, n. 16002).

Il quesito, al quale si chiede che la Corte di cassazione risponda con l’enunciazione di un corrispondente principio di diritto che risolva il caso in esame, poi, deve essere formulato in modo tale da collegare il vizio denunciato alla fattispecie concreta (v. Sez. Un. 11 marzo 2008, n. 6420 che ha statuito l’inammissibilità, – a norma dell’art. 366 bis c.p.c. – del motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale e astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie, tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo od integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione del suddetto articolo).

La funzione propria del quesito di diritto – quindi –è quella di far comprendere alla Corte di legittimità, dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare (da ultimo Cass 7 aprile 2009, n. 8463; v. anche Sez. Un. ord. 27 marzo 2009, n. 7533).

Il ricorso rispetta i requisiti richiesti dall’art. 366 bis c.p.c.

Con unico motivo i ricorrenti denunciano la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2408 c.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.

Il motivo è fondato.

I criteri in base ai quali va imputata ai genitori la responsabilità per gli atti illeciti compiuti dai figli minori consistono, sia nel potere-dovere di esercitare la vigilanza sul comportamento dei figli stessi, sia anche, e soprattutto, nell’obbligo di svolgere adeguata attività formativa, impartendo ai figli l’educazione al rispetto delle regole della civile coesistenza, nei rapporti con il prossimo e nello svolgimento delle attività extrafamiliari (Cass. 13.3.2008 n. 7050; Cass. 20.10.2005 n. 20322; cass. 11.8.1997 n. 7459).

La norma dell’art. 2048 c.c. è costruita in termini di presunzione di colpa dei genitori (o dei soggetti ivi indicati).

In relazione al’interpretazione di tale disciplina, quindi, è necessario che i genitori, al fine di fornire una sufficiente prova liberatoria per superare la presunzione di colpa desumibile dalla norma, offrano, non la prova legislativamente predeterminata di non aver potuto impedire il fatto (e ciò perché si tratta di prova negativa), ma quella positiva di aver impartito al figlio una buona educazione e di aver esercitato su di lui una vigilanza adeguata, il tutto in conformità alle condizioni sociali, familiari, all’età, al carattere ed all’indole del minore (c. anche Cass. 14.3.2008, n. 7050).

Inoltre, l’inadeguatezza dell’educazione impartita e della vigilanza esercitata su di un minore, può essere ritenuta, in mancanza di prova contraria, dalle modalità dello stesso fatto illecito, che ben possono rivelare il grado di maturità e di educazione del minore, conseguenti al mancato adempimento dei doveri incombenti sui genitori, ai sensi dell’art. 147 c.c. (Cass. 7.8.2000 n. 10357).

Nella specie, non solo una tale prova liberatoria non è stata fornita, ma le modalità stesse del fatto sono tali da apparire suscettibili di essere interpretate come indice di un deficit educativo.

La sentenza non offre alcuna indicazione di una prova liberatoria fornita o richiesta dagli attuali resistenti; né una supposta mancata pronuncia sul punto è stata oggetto di rilievo da parte degli stessi in questa sede.

La ricostruzione del fatto operata dalla Corte di merito – come si ricava dalla sentenza impugnata – è del seguente tenore: «…il N., nel corso di una partita di calcio, ebbe a colpire con una violenta testata alla bocca il giocatore della squadra avversaria T. M. e ciò mentre il gioco era fermo e senza avere in precedenza subito un’aggressione da parte del T.».

Ora, in considerazione di questo accertamento in fatto – rilevante e non contestato -, la Corte si sarebbe dovuta porre il problema se un comportamento anomalo di tal genere, volontario e violento, in alcun modo giustificabile, per non essere stato neppure commesso durante una fase del gioco e nella concitazione del momento, ma a gioco fermo e deliberatamente, fosse indice di una educazione inadeguata rispetto ai dettami civili della vita di relazione e sportivi, la cui responsabilità – in difetto di una puntuale prova liberatoria – non poteva che ricadere presuntivamente sui genitori, venuti meno ai doveri sugli stessi incombenti ai sensi dell’art. 147 c.c..

Una corretta applicazione della norma dell’art. 2048 c.c. – sulla base delle considerazioni che precedono – avrebbe imposto un tale esame; ma di ciò non vi è traccia nella sentenza impugnata.

Erra, inoltre, la Corte di merito quando afferma «…Ne discende che in tale contesto non ha alcun rilievo l’educazione e la vigilanza spettante ai genitori in linea generale posto che gli stessi non avrebbero in alcun modo potuto intervenire nel corso della competizione sportiva per impartire direttive al figlio o comunque prevedere o impedire l’evento trattasi di un ambito del tutto escluso dal loro intervento, dovendosi il comportamento del N. attribuire in via esclusiva al soggetto stesso ben consapevole delle regole del gioco e del comportamento a cui avrebbe dovuto attenersi e che invece ha deliberatamente violato».

Nessun rilievo, infatti, acquista nell’economia della vicenda, né la impossibilità di intervento nel corso della competizione da parte dei genitori, né un dovere di vigilanza che, in questo caso, potrebbe ritenersi spettare agli organi sportivi.

Ciò che è rilevante è il difetto di un adeguato insegnamento educativo che ha permesso al minore di ritenere lecito od anche solo consentito – nell’ambito di un evento sportivo ed in assenza di una qualche giustificazione anche solo presunta – un comportamento così violento, impulsivo ed ingiustificato in danno di un altro minore, giocatore anch’egli.

Questa regola di diritto, d’altra parte, è il frutto di un bilanciamento di interessi contrapposti (balancing test) che, nel complesso giudizio sulla responsabilità per i danni ingiusti alla persona, intende allocare il rischio sul danneggiante, con le conseguenze indicate.

La sentenza impugnata è pertanto cassata, con rinvio della causa alla Corte di appello di Bologna, in diversa composizione, affinché decida la controversia uniformandosi al seguente principio di diritto: Ai sensi dell’art. 2048 c.c., i genitori sono responsabili dei danni cagionati dai figli minori che abitano con essi, per quanto concerne gli illeciti riconducibili ad oggettive carenze nell’attività educativa, che si manifestino nel mancato rispetto delle regole della civile coesistenza, vigenti nei diversi ambiti del contesto sociale in cui il soggetto si trovi ad operare.

Conclusivamente, il ricorso è accolto, la sentenza cassata e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione.

Le spese sono rimesse al giudice del rinvio.

P.Q.M.

La corte accoglie il ricorso. Cassa e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione.

Così deciso in data 28 ottobre 2011 in Roma, nella camera di consiglio della terza sezione civile della Corte di cassazione

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Scontro durante la partita di calcetto: la società organizzatrice non è responsabile dei danni (Cassazione 7247/2011)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 16 febbraio – 30 marzo 2011, n. 7247

Presidente Preden – Relatore Segreto

Svolgimento del processo

Con sentenza del 28.5.2002, il Tribunale di Roma condannava la ACSI a pagare ai coniugi R.M. e F.A. , in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale sul figlio R.G. , la somma di Euro 25847,86, perché durante una partita di calcio di un torneo organizzato dalla convenuta, il minore, in uno scontro con altro minore partecipante alla partita, riportava trauma facciale con avulsione traumatica dell’incisivo sinistro e frattura del secondo incisivo. Il tribunale affermava la responsabilità della convenuta, quale organizzatrice del torneo tra minori, a norma dell’art. 2047 c.c..

La corte di appello di Roma, adita dalla convenuta, con sentenza depositata il 13.12.2005, rigettava la domanda, ritenendo che nella fattispecie, applicando i principi affermati dalla S.C. in tema di responsabilità aquiliana nelle competizioni sportive, era da escludere che il fatto del minore antagonista integrasse un fatto astrattamente illecito, con la conseguenza che non poteva esservi alcuna responsabilità per fatto dell’incapace a carico della convenuta.

Avverso questa sentenza hanno proposto ricorso per cassazione gli attori e R.G. , divenuto maggiorenne.

Resiste con controricorso la convenuta, entrambe le parti hanno presentato memorie.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano la violazione e mancata applicazione dell’art. 2047 c.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c..

Assumono i ricorrenti che la convenuta, nel portare i ragazzini del torneo a (OMISSIS) , aveva assunto un obbligo di vigilanza sugli stessi e che era mancata un’attività di controllo sui ragazzi, non avendoli ammoniti a tenere un comportamento leale durante la gara.

2. Con il secondo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c., ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c., in quanto la corte di merito ha applicato alla fattispecie i principi fissati dalla S.C. in tema di responsabilità aquiliana durante gare sportive tra professionisti, mentre nella fattispecie gli allievi erano dilettanti e minori, per cui doveva essere sottoposto a maggior controllo l’ardore agonistico.

3. I due motivi, essendo connessi vanno esaminati congiuntamente. Essi sono infondati.

Va, anzitutto, osservato quanto alla responsabilità del soggetto che ha la sorveglianza dell’incapace, che l’art. 2047 c.c. non fa riferimento al “fatto illecito” dell’incapace, ma esclusivamente al “fatto” e ciò conformemente all’art. 2046 c.c. che esclude l’imputabilità del “fatto dannoso” dell’incapace, salvo che l’incapacità dipenda da sua colpa. Invece l’art. 2048 c.c., in tema di responsabilità dei genitori e degli altri soggetti ivi indicati, presuppone che il danno sia stato cagionato da “fatto illecito” dei figli minori o delle persone soggette alla tutela. Il legislatore, seguendo l’ottica tradizionale, ha ritenuto che fosse risarcibile solo quel danno che derivasse da un atto qualificabile come doloso o colposo, per cui, non ritenendo di configurare una forma di responsabilità oggettiva a carico del soggetto incapace di intendere o di volere, non fa riferimento al “fatto illecito”, proprio per la mancanza dell’elemento psicologico.

4.1. Senonché, escluso questo elemento psicologico, per potersi avere la responsabilità del sorvegliante a norma dell’art. 2047, è tuttavia necessario che il fatto dell’incapace presenti tutte le altre caratteristiche di antigiuridicità, e cioè sia tale che, se fosse assistito da dolo o colpa, integrerebbe un fatto illecito. Proprio perché non ogni fatto dell’incapace espone il sorvegliante dello stesso all’obbligo del risarcimento (salva la prova liberatoria), ma solo quello che ha cagionato un danno ingiusto, è necessario che detto fatto sia antigiuridico e sia causativo della lesione di una posizione meritevole di tutela (Cass. 26/06/2001, n. 8740).

4.2. Ciò comporta che anche nel caso di cui all’art. 2047 c.c., contrariamente a quanto assumono i ricorrenti, il giudice deve anzitutto accertare se il comportamento dell’incapace sia oggettivamente antigiuridico e se esso sia stato causativo del danno lamentato.

Solo se sussiste detta antigiuridicità del comportamento dell’incapace, per effetto della presunzione disposta dall’art. 2047 c.c., sussisterà la responsabilità del soggetto, cui è affidata la sorveglianza dell’incapace, salva la prova liberatoria.

In altri termini, per quanto non sia espressamente previsto dalla norma in questione, emerge dall’intero sistema di responsabilità aquiliana che, perché il sorvegliante sia tenuto al risarcimento, è necessario che il danno sia “ingiusto”. Occorre cioè che il danno sia arrecato “non iure”, e cioè sia inferto in assenza di una causa giustificativa (Cass. 17/05/2004, n. 9345) e che si risolva nella lesione di un interesse rilevante per l’ordinamento, nel bilanciamento delle posizioni, valutate dal giudice di merito.

4.3. La responsabilità del sorvegliante è una responsabilità per fatto altrui (dell’incapace), ma, proprio per ciò, presuppone che tale fatto altrui debba essere ingiusto, nei termini suddetti.

5.1. Con corretta applicazione dell’art. 2047 c.c., pertanto la corte di merito ha preliminarmente accertato se potesse definirsi “ingiusto”, nei termini suddetti, il danno inferto a R.G. da altro minorenne con una “testata” nel corso di una partita di calcio tra minorenni organizzata dalla convenuta. Nella valutazione del comportamento la corte di merito ha applicato i principi affermati da questa Corte in tema di risarcimento di danni per responsabilità civile conseguente ad un infortunio sportivo.

5.2. Questa Corte ha affermato che qualora siano derivate lesioni personali ad un partecipante all’attività sportiva a seguito di un fatto posto in essere da un altro partecipante, il criterio per individuare in quali ipotesi il comportamento che ha provocato il danno sia esente da responsabilità civile sta nello stretto collegamento funzionale tra gioco ed evento lesivo, collegamento che va escluso se l’atto sia stato compiuto allo scopo di ledere, ovvero con una violenza incompatibile con le caratteristiche concrete del gioco, con la conseguenza che sussiste in ogni caso la responsabilità dell’agente in ipotesi di atti compiuti allo specifico scopo di ledere, anche se gli stessi non integrino una violazione delle regole dell’attività svolta; la responsabilità non sussiste invece se le lesioni siano la conseguenza di un atto posto in essere senza la volontà di ledere e senza la violazione delle regole dell’attività, e non sussiste neppure se, pur in presenza di violazione delle regole proprie dell’attività sportiva specificamente svolta, l’atto sia a questa funzionalmente connesso. In entrambi i casi, tuttavia il nesso funzionale con l’attività sportiva non è idoneo ad escludere la responsabilità tutte le volte che venga impiegato un grado di violenza o irruenza incompatibile con le caratteristiche dello sport praticato, ovvero col contesto ambientale nel quale l’attività sportiva si svolge in concreto, o con la qualità delle persone che vi partecipano (Cass. 08/08/2002, n. 12012; Cass. 22/10/2004, n. 20597).

5.3. Non vi è ragione per discostarsi da tale principio.

Né esso può essere mutato solo per la minor età degli atleti. Tale minore età (salva l’ipotesi che escluda in radice la praticabilità di quello sport da parte di atleti minori per la sua pericolosità) andrà valutata solo nell’ambito delle concrete caratteristiche in cui l’irruenza sportiva è stata espletata, e quindi costituisce una delle qualità delle persone che partecipano alla competizione e che il giudice di merito deve valutare al fine di affermare o escludere che vi sia bilanciamento tra il grado di irruenza applicato e la normalità dello sport praticato in quelle circostanze.

Nella fattispecie il giudice di appello ha tenuto conto che si trattava di una partita di calcio tra giovanissimi giocatori; che lo scontro è avvenuto nell’ambito del gioco ed era a questo collegato; che non vi era volontà di ledere, che tutti i giocatori erano dilettanti; che, tenuto conto di tutte le circostanze, il grado di irruenza dello scontro era compatibile con le caratteristiche di una partita di calcio.

Trattasi di una valutazione fattuale, di esclusiva competenza del giudice di merito, che non risulta censurata a norma dell’art. 360 n. 5 c.p.c..

6. Essendo esclusa l’ingiustizia del danno, e quindi l’antigiuridicità del fatto (se fosse stato assistito da colpa o dolo nell’ipotesi che l’autore non fosse stato incapace), correttamente la corte di merito ha escluso l’esistenza degli elementi costitutivi dell’illecito civile di cui all’art. 2043 c.c. e la responsabilità della convenuta a norma dell’art. 2047 c.c..

7. Il rigetto dei primi due motivi di ricorso comporta il rigetto anche del terzo motivo, con cui i ricorrenti censurano l’impugnata sentenza per aver rigettato l’appello incidentale relativo al rigetto da parte del tribunale della domanda di risarcimento del danno fisiognomico.

8. Il ricorso va rigettato ed i ricorrenti vanno condannati in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di cassazione sostenute dalla resistente e liquidate in complessivi Euro 1700,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

 

 

 

Naso rotto per colpa del nuotatore “contromano”: risponde del danno anche il gestore della piscina (Cassazione 6695/2011)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 22 febbraio – 23 marzo 2011, n. 6695

Presidente Filadoro – Relatore Spagna Musso

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato in data 2.4.98, A.M.D. conveniva innanzi al Tribunale di Alessandria C.G. ed il Gruppo Sportivo…. per sentirli condannare, in solido, al risarcimento dei danni subiti a seguito di un incidente avvenuto in data (OMISSIS) presso la piscina comunale di … gestita dalla ….

In particolare, sosteneva l’attrice che, durante un corso di nuoto presso detta piscina, gestito appunto dalla …., era stata colpita al naso dal C. , il quale stava nuotando nella medesima corsia e in senso contrario al suo.

Si costituiva il C. , affermando che il fatto era avvenuto non volontariamente in occasione di una pratica sportiva e chiedendo, in subordine, la condanna di L.F. , nella qualità di titolare del gruppo sportivo ……, a manlevarlo da ogni domanda rivolta nei suoi confronti; in seguito si costituiva anche detto L. .

L’adito Tribunale, con sentenza depositata in data 29.3.2004, escludeva ogni responsabilità del C. mentre affermava la responsabilità risarcitoria del gruppo sportivo… non regolando le spese nel rapporto tra il C. e le altre parti. Avverso detto ultimo capo della sentenza proponeva appello il C. , chiedendo la condanna dell’una o dell’altra parte (o di entrambe in solido) alla rifusione delle spese.

Costituitisi entrambi gli appellati (e proponendo la A. e il gruppo sportivo …. appello incidentale) la Corte d’Appello di Torino, con la decisione in esame depositata in data 18.10.2005 cosi statuiva: “rigetta l’appello principale interposto da C.G. avverso la sentenza n. 222, emessa il 24-29.3.2004 dal Tribunale i Alessandria; in parziale accoglimento dell’appello incidentale interposto da M.D..A. e dal Gruppo Sportivo …….. e in parziale riforma della sentenza n. 222, emessa il 24-29.3.2004 dal Tribunale di Alessandria:

dichiara tenuti e condanna, in solido fra loro, C.G. e il Gruppo Sportivo 3…….. a pagare a A.M.D. a titolo di risarcimento danni la somma di Euro 5.600,00”.

Ricorre per cassazione il C. con tre motivi, resiste con controricorso la D. .

Motivi della decisione

Con il primo motivo si deduce violazione dell’art. 2043 c.c., comportando l’attività sportiva accettazione del rischio.

Con il secondo motivo si deduce violazione dell’art. 1460 c.c.; si afferma in particolare che la Corte d’Appello ha poi del tutto erroneamente ritenuto che il C. avrebbe dovuto, a fronte dell’inadempimento della ..Nuoto V., consistente nella disorganizzazione e pericolosità delle modalità con cui il corso veniva gestito, rifiutare la propria prestazione e servirsi del principio sancito dall’art. 1460 c.c., e cioè sollevare l’eccezione non rite adimplenti contractus.

Con il terzo motivo si deduce la violazione dell’art. 41 c.p. in relazione al nesso causale.

Il ricorso non merita accoglimento in relazione – a tutte le suesposte doglianze.

Deve premettersi che la Corte di merito ha, con sufficienti e logiche argomentazioni dato conto della ratio decidendi adottata in ordine alla responsabilità non solo del gruppo sportivo … ma anche del C. , affermando, tra l’altro, che “il C. non può quindi pretendersi esente da responsabilità per il solo fatto di aver seguito le indicazioni fornite dall’istruttrice: le teste V. (la cui attendibilità è comunque scarsa dal momento che si tratta del soggetto che in concreto agiva per conto del Gruppo Sportivo ……..e del cui fatto questo deve rispondere ai sensi dell’art. 204 9 c.c.) ha comunque confermato che il C. stava eseguendo l’attività natatoria a delfino secondo i tempi e le prescrizioni da essa impartiti.

Il C. infatti aveva la capacità di rendersi conto della pericolosità della situazione in cui stava nuotando e non poteva limitarsi ad eseguire supinamente e pedissequamente quanto gli veniva indicato dall’istruttore del Gruppo Sportivo ….. se ciò, come era nel caso concreto, comportava rischi per l’incolumità di altre persone”.

Tale motivazione è senz’ altro condivisibile dovendosi,. nella vicenda in esame, correttamente ritenere sussistente sia la responsabilità del Gruppo sportivo ex art. 2049 c.c. che, dell’organizzare il corso di nuoto avrebbe dovuto predisporre modalità organizzative idonee ad evitare “gli scontri” in vasca (ad esempio evitando l’attività sportiva di più nuotatori non in un unico senso), sia del C. che, ex art. 2043 c.c., ha compiuto un’attività natatoria non improntata a criteri di perizia e diligenza.

Ne consegue che, come detto, non fondati sono i motivi del ricorso in quanto, a fronte dell’esaustiva motivazione, tende a un non consentito riesame di elementi e circostanze di fatto (tra cui le modalità dell’incidente e il nesso causale tra l’attività del C. e i danni in oggetto), non ulteriormente valutabili nella presente sede.

Deve aggiungersi che inammissibile, in particolare, è il secondo motivo non risultando assolutamente applicabile alla fattispecie in esame l’eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., non vertendosi in tema di responsabilità contrattuale e con riguardo a un rapporto a prestazioni corrispettive.

In relazione alla natura della controversia sussistono giusti motivi per compensare le spese della presente fase.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

Disservizi telefonici: Telecom Italia deve risarcire il legale inspiegabilmente cancellato dall’elenco del telefono (Cassazione 1418 del 2011)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 15 dicembre 2010 – 21 gennaio 2011, n. 1418
Presidente Filadoro

Svolgimento del processo

Con sentenza 1 giugno – 10 settembre 2005 la Corte d’appello di Ancona, in riforma della decisione del locale Tribunale del 7 febbraio – 4 giugno 2002, condannava la TELECOM Italia spa al pagamento della somma di Euro 70.000,00 (settantamila/00) in favore dell’avvocato M.S.  , a titolo di risarcimento danni conseguenti al disservizio causato dalla società telefonica sulle utenze telefoniche intestate allo studio dell’attore in tutto l’anno 1995.
Avverso tale decisione TELECOM Italia ha proposto ricorso per cassazione sorretto da sette, distinti, motivi, cui resiste lo S.  con controricorso.
TELECOM ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione o falsa applicazione degli articoli 2697 codice civile, 115, 116 e 117 c.p.c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c., nonché contraddittorietà della motivazione e travisamento dei fatti, ex art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c. in relazione all’asserita prova dell’accordo relativo alle modalità di inserimento nell’elenco 1995/1996 ed al conseguente inadempimento della TELECOM, violazione dell’art. 26 co. II del D.M. Poste e Telecomunicazioni 484 del 1988 e degli articoli 1218 e 1453 c.c..
Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione degli articoli 2697 c.c. e 115, 116 e 117 c.p.c. in relazione all’art. 360, primo comma, n.3 c.p.c., contraddittorietà della motivazione e travisamento dei fatti ex art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c., in relazione alla inclusione – tra gli obblighi contrattuali di TELECOM – anche di quello relativo alla fornitura di informazioni attraverso il c.d. “Servizio 12″ ed al conseguente inadempimento della TELECOM sul punto; nonché violazione dell’art. 26 co. II del D.M. Poste e Telecomunicazioni n. 484 del 1988 e degli articoli 1218 e 1453 c.c..
Con il terzo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 2697 c.c., 115, 116 e 117 c.p.c. in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c., contraddittorietà della motivazione e travisamento dei fatti ex art. 360, primo comma, n.5 c.p.c.. La ricorrente ribadisce quanto già rilevato, nel secondo motivo di ricorso, sotto il diverso profilo del vizio della motivazione, sottolineando che il servizio “12” non era assolutamente ricompreso tra gli obblighi a carico del gestore dal Regolamento di servizio. Tra l’altro, il costo di questo servizio è posto a carico del soggetto che ricerca l’utente (e non dell’utente ricercato da questi).
In effetti, l’art. 26 del Regolamento prevede quale urica forma di pubblicità dell’abbonato solo la pubblicazione annuale del numero telefonico e dell’utente nell’elenco telefonico, e null’altro.
I primi tre motivi di ricorso devono essere esaminati congiuntamente, in quanto connessi tra di loro.
Con motivazione del tutto adeguata, che sfugge a tutte le censure di violazione di norme di legge e di vizi della motivazione denunciati, i giudici di appello hanno riconosciuto – anche sulla base delle dichiarazioni rese dalla parte convenuta in comparsa di risposta nel giudizio di primo grado – che, in contrasto con gli accordi intercorsi con il gestore, il numero telefonico dello studio dell’avv. S.  non risultava dall’elenco telefonico e che anche dal servizio dell’elenco abbonati la unica informazione accessibile era quella relativa al numero di fax dello stesso.
La Corte territoriale ha ritenuto, con accertamento anche esso non censurabile, che il servizio “12” costituisse una prestazione facente parte del rapporto contrattuale con l’utente (anche se il costo di esso è posto a carico del richiedente la informazione). “Le informazioni tramite esso (servizio “12”) rese sì risolvono – hanno accertato i giudici di appello – in un vantaggio ed agevolazione per lo stesso abbonato, oltre che per la generalità degli utenti, laddove consentono o facilitano le sue comunicazioni telefoniche, e comunque formano oggetto di una prestazione promessa, prestazione a cui inoltre corrispondono evidenti interessi di contropartita economica da parte del gestore”.
Infine, la Corte territoriale ha ritenuto la esistenza di un nesso di causalità tra il disservizio e la riduzione di lavoro denunciata dallo S.  , sulle base delle dichiarazioni rese dai testi. Ed ha ritenuto provato sia il danno patrimoniale da perdita degli affari, che quello relativo alla lesione alla immagine professionale. Tale danno all’immagine veniva in rilievo sotto il profilo dell’avviamento professionale, risolvendosi in un effetto di opinione negativa presso la clientela e dunque nel suo sviamento.
Uno studio legale, dotato solo di un’unica linea di telefono-fax, offriva di sé, e del professionista, una immagine poco efficiente e poco affidabile, immagine tanto più negativa per uno studio di avvocato penalista (quale era appunto l’avv. S.  ) la cui efficienza ed affidabilità si misurano anche sulla facile reperibilità in ragione delle emergenze e delle urgenze proprie di quel settore di affari giudiziari.
Si tratta, anche in questo caso, di una conclusione logicamente motivata, esente da qualsiasi vizio logico od errore giuridico.
Con il quarto motivo la società ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 41 codice penale, 1218, 1223 e 1226 c.c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c., nonché illogicità della motivazione in relazione all’art. 360, primo comma, n.5 c.p.c. con riferimento alla esistenza del nesso eziologico tra i presunti inadempimenti ed il lamentato danno.
La censura relativa all’accertamento del nesso eziologico tra inadempimento della società elettrica e danno è inammissibile, risolvendosi in una richiesta di diversa interpretazione delle risultanze processuali, inammissibile in questa sede.
Con il quinto motivo si deduce la violazione o falsa applicazione degli articoli 1218, 1226 e 2697 codice civile, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c.; illogicità della motivazione, ex art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c. in relazione alla ritenuta sussistenza di un danno ed alla sua conseguente determinazione in via equitativa ed in misura omnicomprensiva, sia per il danno all’immagine che per il danno da lucro cessante.
Con il sesto motivo la ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. ovvero dell’art. 346 c.p.c. in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c.; violazione o falsa applicazione degli articoli 1223 e 1226 cc; illogicità della motivazione ex art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c. in relazione al riconoscimento degli interessi legali, cumulati alla rivalutazione monetaria dalla data del fatto alla pubblicazione della sentenza di appello.
Il quinto ed il sesto motivo di ricorso, da esaminare congiuntamente in quanto connessi tra di loro, non sono fondati.
I giudici di appello hanno provveduto ad una liquidazione del danno in via equitativa, in moneta attuale e tenendo conto di interessi e rivalutazione maturati “medio tempore”.
Qualora sia provata, come nel caso dì specie, l’esistenza del danno, il giudice può far ricorso alla valutazione equitativa non solo quando è impossibile stimarne con precisione l’entità, ma anche quando, in relazione alla peculiarità del caso concreto, la precisa determinazione dì esso sia difficoltosa. Sulla base di tale principio, da ritenere consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, deve convenirsi che, nel caso di specie, la liquidazione del danno non poteva essere effettuata che in via equitativa.
Le censure formulate dalla ricorrente – in ordine alla mancata produzione di dati relativi ai mancati guadagni relativi all’anno 1995 – non tiene conto del tempo (notoriamente) intercorrente dalla data di conferimento dell’incarico a quella della percezione dell’onorario.
La produzione della dichiarazione dei redditi dell’anno in cui ebbe a verificarsi il disservizio lamentato sarebbe, dunque, stata priva di qualsiasi rilevanza ai fini indicati.
I giudici di appello, pertanto, correttamente avevano fatto riferimento alle dichiarazioni rese da numerosi testimoniali, i quali avevano riferito in ordine al fatto che, proprio a causa del disservizio telefonico, si erano rivolti ad altri studi professionali per affari penali urgenti.
Con il settimo motivo si deduce la violazione o falsa applicazione degli articoli 91 e 92 c.p.c. in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 codice di procedura civile; illogicità della motivazione ex art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c. in relazione al riconoscimento della totale soccombenza della società convenuta nonostante la liquidazione di una somma inferiore al domandato.
Questo ultimo motivo di ricorso è anche esso inammissibile, considerato che ì giudici di appello hanno motivato la propria decisione sul punto, sottolineando, tra l’altro, che la liquidazione delle spese processuali veniva effettuata solo sulla base della somma riconosciuta (ciò sia in riferimento al giudizio di primo grado che a quello di secondo grado).
Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato con la condanna della società ricorrente al pagamento delle spese, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Condanna la società ricorrente al pagamento delle spese che liquida in Euro 3.200,00 (tremiladuecento/00) di cui Euro 3.000,00 (tremila/00) per onorari di avvocato, oltre spese generali ed accessori di legge.

Mobbing: il lavoratore demansionato a seguito di un cambio della dirigenza ha diritto alla reintegra nelle precedenti mansioni ed al risarcimento (Trib. Tivoli 3470/2010)

Postato il

Tribunale di Tivoli, sez. lavoro, sentenza 10 dicembre – 21 dicembre 2010, n. 3470
Giudice Zaccardi

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato il 4.6.2003 e notificato alla C.d.S. s.p.a., parte ricorrente, premesso di essere dipendente della resistente in epigrafe sin dal 1986, ha esposto di avere svolto, dal 1989 al 12 novembre 2000, mansioni di responsabile della segreteria. In tale veste ella gestiva la corrispondenza, gli archivi, i rapporti con le Asl (alle quali la convenuta forniva e fornisce i propri servizi e prodotti), fungeva da segretaria nei consigli di amministrazione, seguiva le scadenze delle case di cura, sottoscriveva richieste di assenze e permessi di altri dipendenti. Tale posizione di elevato rilievo le era stata conferita anche per la fiducia che il Consigliere Delegato della s.p.a. dott. F. M. nutriva in lei, spesso attribuendole incarichi contraddistinti da particolare riservatezza.
Il 17.7.1998, poi, le era stato riconosciuto l’inquadramento al VII livello del CCNL centri di sanità privati (doc. 3 fascicolo della ricorrente).
In data 1 maggio 2000 il rag. A. P. era subentrato al dott. M. e, sin dall’insediamento, la nuova amministrazione aveva assunto nei suoi confronti un atteggiamento di marcata ostilità, tale da connotare, da subito, gli estremi del mobbing.
Quest’ultimo, in particolare, sarebbe stato integrato dai seguenti comportamenti ascrivibili alla datrice di lavoro: a) richiami a tutti i colleghi, con inviti espressi a non dare seguito a richieste dell’attrice, anche se legittime; b) assegnazione di compiti dequalificanti, in precedenza affidati  a dipendenti di livello inferiore, rispettivamente quinto o sesto del CCNL centri di sanità privati, a seconda dei casi; c) ripetute contestazioni disciplinari, sempre infondate, tanto da non essere mai seguite da alcun provvedimento sanzionatorio; d) minacce di licenziamento, il 14.6.2000 e il 3.7.2000 da parte del rag. P.; e) richiesta di ben sedici visite fiscali in occasione della malattia depressiva della ricorrente, causata proprio dalla situazione di costrittività lavorativa della quale era vittima, tale da causarle un malore nel novembre 2000; f) privazione degli strumenti necessari per l’espletamento del lavoro, come un terminale e il collegamento con la rete informatica della società; f) mancato invito, unica in azienda, alla cerimonia di saluto del 20 dicembre 2001, organizzata prima delle festività natalizie di quell’anno; g) spostamento dell’ufficio, dalla segreteria della direzione a un disimpegno adibito a magazzino ove erano ammassati numerosi fascicoli.
In merito al demansionamento, la società vi aveva proceduto con ordine di servizio n. 21 del 7.11.2000 (documento 8 allegato al ricorso), con il quale l’attrice medesima era stata assegnata alle mansioni di addetta ad un non meglio definito Ufficio acquisti ed a funzioni amministrative varie, nemmeno accennate con un minimo di determinatezza. Il provvedimento si caratterizzava per la genericità della motivazione, contenendo un mero richiamo di stile ad “esigenze tecnico-organizzative e produttive di questa Amministrazione”. In pratica, si trattava di svolgere solo compiti esecutivi, senza alcuna qualificazione professionale e, quindi, decisamente inferiori a quelli assolti in precedenza.
Tutto ciò esposto, la ricorrente ha allegato di avere contratto una sindrome depressiva e una diminuzione della vista a causa del mobbing subito, di avere sofferto circa 8 mesi di inabilità temporanea totale e una diminuzione permanente dell’integrità psicofisica pari al 40% della totale.
L’attrice, pertanto, ha chiesto accertarsi l’illiceità del demansionamento patito e ha domandato la condanna della C.d.S. s.p.a. al risarcimento: a) del danno patrimoniale, per lesione della qualificazione professionale, da liquidarsi in € 32.167,95 oltre accessori, o nella diversa somma ritenuta di giustizia; b) del danno non patrimoniale, biologico, morale e esistenziale, da liquidarsi in € 84.039,416 per il biologico e in € 42.019,708 per le altre due voci, il tutto oltre accessori. In ogni caso con condanna alle spese di lite.
In merito alla quantificazione del pregiudizio patrimoniale patito, la ricorrente ha invocato l’indirizzo giurisprudenziale (sostenuto anche dalla Corte di Cassazione, con sentenza n. 10/2002) in virtù del quale il danno, in caso di demansionamento, possa essere liquidato in una percentuale della retribuzione globale lorda percepita. Nella specie, la misura equa coinciderebbe con il 50%.
Si è costituita la convenuta, contestando fermamente di avere mai posto in essere alcun atteggiamento ostile nei riguardi dell’attrice. Quest’ultima, semmai, sin dall’avvicendamento nella gestione del maggio 2000, aveva cominciato a relazionarsi con la direzione aziendale per il tramite di avvocati, con un approccio sempre frontale; nell’ambiente di lavoro, poi aveva preso a rivolgersi verso i vertici aziendali con un tono di sfida, con espressioni del tipo: “io ho salvato questa azienda, altrimenti andavate in galera”.
Nessuna dequalificazione professionale sarebbe, poi, mai stata imposta alla ricorrente. L’adibizione all’Ufficio Acquisti, infatti, doveva considerarsi come occasione di valorizzazione, tenuto conto che la medesima C.d.S. è una società che cura circa 550 pazienti e occupa 420 dipendenti, cosicché la gestione degli approvvigionamenti è funzione che, date le dimensioni produttive, richiede adeguata professionalità e comporta notevoli responsabilità. Non a caso, il volume degli acquisti nel 2003 era stato pari ad € 44.452, mentre per le forniture elettromedicali e la strumentazione di laboratorio – settore nel quale la ricorrente era stata assegnata a supporto – la convenuta aveva speso nel medesimo esercizio € 578.343.
In via preliminare, la resistente ha domandato l’autorizzazione a chiamare in garanzia la propria compagnia assicuratrice, Aurora Assicurazioni s.p.a..
Quest’ultima, evocata in giudizio, si è costituita domandando rigettarsi l’istanza di manleva, per non essere, la responsabilità civile oggetto della domanda principale nel presente giudizio, coperta dalla polizza emessa in favore della C.d.S. s.p.a.. Nel merito e, in subordine, la Compagnia ha chiesto il rigetto del ricorso richiamandosi alle deduzioni dell’assicurata.
Nel corso dell’istruttoria si è proceduto all’escussione, nell’udienza del 7.3.2006, dei testi M. F. e P.C.; poiché l’udienza era stata fissata per tale data a seguito di anticipazione, non comunicata tempestivamente alla convenuta e alla terza chiamata, il teste M. è stato nuovamente sentito il 22.2.2008, mentre il teste Pisani è stato escusso alla presenza di tutte le parti il 21.4.2009; sono stati, inoltre, assunti i testimoni M. F., J. C., V.P.L.A., C. Umberto, P. D. e P. M., nonché è stata disposta ed eseguita consulenza tecnica medico-legale sulla persona della ricorrente.
Nelle note autorizzate depositate il 30.11.2010 la resistente  ha eccepito l’improcedibilità del ricorso, per essere stato lo stesso notificato oltre il termine di cui all’articolo 415, quarto comma, c.p.c., nonché ha dichiarato di non accettare il contraddittorio sulla domanda della ricorrente di condanna della convenuta medesima al risarcimento del danno professionale, pretesa avanzata, secondo l’intimata, per la prima volta nella fase conclusiva del procedimento.
All’udienza del 10.12.2010, previa discussione orale, il giudice si è ritirato in camera di consiglio ed all’esito ha dato lettura del dispositivo di cui in epigrafe.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente devono essere rigettate le eccezioni preliminari sollevate dalla resistente C.d.S. s.p.a. nelle note conclusive autorizzate depositate il 30.11.2010.
In merito all’eccezione di improcedibilità, deve rilevarsi che, a seguito del deposito del ricorso, effettuato il 4.6.2003, il giudice ha emesso il  pedissequo decreto di fissazione di udienza il 27.6.2003. La notifica dell’atto introduttivo e del provvedimento di fissazione dell’udienza di cui all’articolo 420 c.p.c. si è perfezionata il 22.7.2003. La ricorrente, dunque, non ha puntualmente osservato il termine di dieci giorni, decorrenti dall’emissione del decreto di fissazione, sancito dall’articolo 415, quarto comma, c.p.c. e la convenuta ne trae la conseguenza dell’improcedibilità del ricorso.
Ciò, sulla base della sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, 30 luglio 2008, n. 20604.
L’eccezione non può essere accolta. Innanzitutto deve osservarsi, come del resto replicato nell’udienza di discussione del 10.12.2010 dalla difesa della ricorrente, come la fattispecie esaminata dalla Suprema Corte nel caso invocato fosse differente rispetto all’ attuale. In quell’occasione, infatti, la notificazione del ricorso e del pedissequo decreto non tanto erano state eseguite in ritardo rispetto al termine decorrente dal provvedimento di fissazione, quanto piuttosto mancava proprio la notifica (sul punto vedasi anche Corte Costituzionale, sentenza n. 60 del 2010).
Nel caso oggetto del presente giudizio, invece, se è vero che non è stato osservato il termine di cui al quarto comma dell’articolo 415 c.p.c., non di meno è stato rispettato quello di cui al successivo quinto comma, a norma del quale ricorso e decreto di fissazione devono essere notificati almeno 30 giorni prima dell’udienza di discussione.
Infatti, a fronte di una convocazione dinanzi al giudice del lavoro per la data del 24.9.2004, la notificazione del ricorso e del decreto è stata eseguita il 27.6.2003.
Ritiene questo giudice che, nella fattispecie in esame, non possa essere pronunciata l’improcedibilità della domanda.
Ciò, innanzitutto perché il termine di cui all’articolo 415, quarto comma, non è assistito da nessuna decadenza e, in virtù della regola generale di cui all’articolo 152 c.p.c., non può essere ritenuta la perentorietà ove non prevista espressamente dal legislatore, o dal giudice, purché autorizzato quest’ultimo dalla legge.
In secondo luogo, mentre i 30 giorni prima dell’udienza rappresentano un termine a difesa, cosicché la loro violazione comprimerebbe il diritto della parte resistente di preparare adeguatamente le proprie tesi difensive, non si vede quale menomazione alla sfera della parte medesima possa derivare ove l’atto introduttivo e la fissazione dell’udienza siano partecipati oltre i 10 giorni successivi all’emissione del provvedimento del giudice, ma sempre nel rispetto di quel lasso minimo che il codice ha individuato come essenziale alla difesa dell’intimato.
Appare dunque, da una lettura sistematica dei commi quarto e quinto dell’articolo 415, che il primo contenga una previsione ordinatoria, volta a sollecitare un tempestivo impulso all’instaurazione del contraddittorio, mentre al secondo sia affidata la delimitazione massima del termine, decorso il quale, la notifica del ricorso debba considerarsi inidonea alla valida evocazione del convenuto per l’udienza fissa dal giudice.
Anche perché, se l’improcedibilità conseguisse all’infrazione del termine di cui al quarto comma, non si vede quale interesse potrebbe soddisfare la successiva previsione del quinto comma.
Ne consegue che, nel caso di specie, non sussiste alcuna improcedibilità, proprio perché validamente instaurato il contraddittorio entro il termine di cui al quinto comma dell’articolo 415 c.p.c..
Parimenti non meritevole di accoglimento è l’eccezione di inammissibilità della domanda di condanna al risarcimento del danno patrimoniale da dequalificazione professionale. Già nel ricorso, infatti, si menzionavano puntualmente gli elementi costitutivi della pretesa di cui all’articolo 163, terzo comma, c.p.c., individuati nel demansionamento dal VII livello a compiti che in precedenza era svolti solo da personale di quinto o sesto livello e nel passaggio, della ricorrente, dalla responsabilità della segreteria della direzione aziendale all’espletamento di compiti marginali, passaggio realizzato con l’ordine di servizio n. 21 del 7.11.2000.
A fronte di tali condotte, si chiede, nell’atto introduttivo, la condanna risarcitoria al danno patrimoniale che, nella narrativa del ricorso, è inequivocabilmente ricondotto casualmente proprio al demansionamento.
In tale contesto, non può condividersi l’assunto secondo il quale la domanda sarebbe stata avanzata per la prima volta nella fase conclusiva del giudizio e, quindi, tardivamente.
Nel merito, il ricorso deve essere accolto per le ragioni che seguono.
Venendo in primo luogo alla domanda di accertamento dell’illiceità del demansionamento subito dall’attrice, con conseguente condanna della convenuta al risarcimento del danno patrimoniale per dequalificazione professionale, deve rilevarsi come alla ricorrente, con lettera del 17.7.1998, fosse stata riconosciuta la settima qualifica del CCNL centri di sanità privati.
Ella, come riferito dal testimone M. F., consigliere delegato di amministrazione sino all’1 maggio 2000 (qualità non contestata tra le parti), per il rapporto di fiducia che l’aveva subito legata al medesimo teste, aveva assunto, all’interno della segreteria, un ruolo di coordinamento: “Di fatto, la ricorrente si avvaleva delle altre due dipendenti ed era lei che valutava la compatibilità delle loro richieste di permessi o ferie rispetto alle esigenze della segreteria, apponendovi una sigla”.
All’attrice, sempre nel racconto di M., erano stati affidati compiti di particolare qualificazione e responsabilità, come la tenuta del registro di smaltimento dei rifiuti speciali, l’aggiornamento dei contratti di assicurazione relativi ai professionisti esterni che si alternavano nella struttura, l’informatizzazione della documentazione relativa ai passaggi dei materiali speciali da smaltire, l’aggiornamento dei crediti presso la Regione.
Tale quadro di mansioni dimostra come alla ricorrente fosse stato assegnato un complesso di funzioni delicate, alcune delle quali di particolare rilievo, soprattutto in considerazione delle responsabilità civili e delle conseguenze patrimoniali che il negligente espletamento ad opera della P. avrebbe potuto causare all’azienda (si pensi alla tenuta del registro dei rifiuti speciali e alla gestione delle assicurazioni dei professionisti esterni, per un centro di cura che segue 550 pazienti, dato allegato dalla stessa resistente).
Sempre il testimone M. ha spiegato come l’attrice facesse diretto riferimento a lui e poi, ricevute le istruzioni, fosse ella a girarle alle colleghe della segreteria.
Che alla P. fossero state riconosciute una posizione ed una fiducia speciali, nell’ambito della segreteria, a diretto contatto con il management, si desume anche dalla circostanza riferita dal teste M., citato dalla resistente, il quale, nell’udienza del 19.12.2006 ha dichiarato che “in due o tre occasioni è stata anche segretaria del Consiglio di amministrazione e dell’Assemblea dei Soci”.
C. A., poi, sindacalista delegato della CGIL, ha raccontato che: “Tutto ciò che dovevo dire all’amministratore passava da lei. Protocollava anche le richieste di appuntamenti. 7) Quanto entravo in quegli uffici incontravo lei, poi M.… il mio riferimento era sempre la P.”.
La ricorrente, in sintesi, sino alla permanenza della gestione affidata a M. era a diretto contatto con l’amministrazione, svolgeva compiti di particolare responsabilità, poteva partecipare alle sedute degli organi di gestione, rappresentava l’interfaccia del consigliere delegato all’interno dell’azienda, vagliava richieste di ferie e permessi delle colleghe. Il tutto, con un inquadramento al VII livello del CCNL centri di sanità.
Cambiata gestione e subentrata la nuova amministrazione, facente capo alla figura del rag. P., le fu comunicato il 7.11.2000 l’ordine di servizio n. 21, documento 8 del fascicolo di parte attorea, con il quale, in vista di non altrimenti specificate “esigenze tecnico – organizzative e produttive di questa Amministrazione”, l’attrice stessa venne assegnata, quale addetta, all’ufficio Acquisti ed a funzioni amministrative “varie”.
Il teste M., sentito nell’udienza del 19.12.2006, ha spiegato trattarsi di compiti di qualificata autonomia. Al riguardo, il nuovo Consigliere delegato, rag. P., aveva convocato l’attuale attrice, alla presenza del testimone medesimo e le aveva illustrato la nuova organizzazione della segreteria amministrativa, spiegando che la ricorrente si sarebbe dovuta occupare della gestione delle nuove attività, delle fatture e della contabilità del poliambulatorio. Nella successiva udienza del 28.9.2007, però, entrando nel dettaglio delle nuove mansioni della P., lo stesso testimone ha circoscritto i compiti della ricorrente essenzialmente: a) all’acquisto del materiale di cancelleria ed economato, per un valore di circa 44.000 euro annui; b) al settore delle apparecchiature mediche.
Per queste ultime, però, non sussiste alcuna autonomia in capo all’attrice, se è vero che, come riferito dal teste M., al fine dell’acquisto è decisiva (come del resto appare naturale) la valutazione del medico competente e che la firma finale è del medesimo testimone, in qualità di direttore amministrativo.
In ordine alle forniture della cucina, del bar e del guardaroba, poi, decide in autonomia P. D., come affermato dal medesimo nell’assunzione quale teste nell’udienza del 15.1.2010.
La contabilità del personale, poi, è curata direttamente da P. M., teste escusso il 15.1.2010, il quale ha precisato di fare, a sua volta, riferimento a J. C., capo del personale.
Dall’insieme delle testimonianze assunte sul punto delle attuali mansioni, dunque, è emersa in capo alla ricorrente un’autonomia solo quanto agli acquisti di cancelleria. Tale settore, attenendo a beni di consumo, è di rilievo praticamente marginale. Infatti, se è vero che il fatturato annuo della Centro di Sanità s.p.a. per acquisti di cancelleria ammonta a 44.000 euro circa, elemento fattuale non contestato tra le parti, deve considerarsi come tale importo, rispetto al volume di affari di un’azienda di 420 dipendenti e 550 pazienti, sia marginale e, soprattutto, si componga della somma di una serie di acquisti, ciascuno di valore presumibilmente non rilevante.
Non può, quindi, dirsi che alla ricorrente siano attualmente assegnati compiti di qualificazione e responsabilità, da svolgersi in posizione di autonomia. Ella è dedita, autonomamente, soltanto ad una serie di ordini di valore modesto, avuto riguardo all’entità dell’organizzazione aziendale della datrice di lavoro e di nessuna responsabilità, se è vero che si tratta, a prescindere dal valore, di curare l’approvvigionamento di materiale di cancelleria.
Al di fuori dell’ambito ultimo menzionato, poi, decidono e firmano altri. La ricorrente, dunque, se è coinvolta in procedimenti che sfociano in scelte, lo è solo in veste meramente esecutiva, senza che sia risultato un apporto di concetto, tale da rendere le mansioni attuali equivalenti a quelle svolte con la vecchia gestione.
Non è comparabile, infatti, la situazione precedente (nella quale alla P. erano affidati, in una posizione di staff a diretto contatto con il management, la tenuta del registro di smaltimento dei rifiuti speciali, l’aggiornamento dei contratti di assicurazione relativi ai professionisti esterni che si alternavano nella struttura, l’informatizzazione della documentazione relativa ai passaggi dei materiali speciali da smaltire, l’aggiornamento dei crediti presso la Regione, la segreteria di consigli di amministrazione o assemblee di soci e il coordinamento del personale di segreteria), con l’attuale, nella quale la ricorrente si occupa solo dell’acquisto del materiale di cancelleria e, per il resto, assolve compiti meramente esecutivi.
L’attrice, in definitiva, dopo aver svolto, almeno dal 17.7.1998 al 7.11.2000 (e quindi ben oltre il limite temporale del trimestre di cui all’articolo 2103 c.c.) mansioni di settimo livello, è stata restituita a compiti amministrativi semplici, pari a quelli rivestiti ai tempi dell’assunzione, corrispondenti (l’allegazione della ricorrente sul punto non è stata contestata) alla VI qualifica del CCNL centri di sanità privati.
Sussiste, dunque, il lamentato illecito demansionamento. Pertanto deve essere condannata la resistente a reintegrare la ricorrente nelle mansioni precedentemente svolte o in altre equivalenti.
Dalla condotta illecita della convenuta deriva anche l’obbligo di risarcire il danno causato alla qualificazione professionale dell’attrice. Tale pregiudizio, in ossequio al consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, ha natura patrimoniale e può essere liquidato secondo un criterio equitativo.
In termini, recentemente, Cassazione, sentenza 26.2.2009, n. 2652: “in caso di accertato demansionamento professionale del lavoratore in violazione dell’art. 2103 cod. civ., il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del relativo danno, avente natura patrimoniale e il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico – giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto”.
In ordine ai parametri utilizzabili per la liquidazione equitativa del danno, la Corte di Cassazione, con sentenza 10/2002, ha chiarito come possa farsi riferimento ad una percentuale della retribuzione globale lorda spettante al danneggato, in misura da determinarsi tenendo conto di tutte le circostanze del caso.
La ricorrente, al riguardo, ha chiesto di liquidarsi il ristoro in una somma pari al 50% delle retribuzioni lorde corrisposte alla lavoratrice durante tutto il periodo di durata della condotta illecita. La convenuta ha rilevato come detta percentuale sia stata riconosciuta (Tribunale di Milano, 22.12.2001) solo nel caso di un giornalista televisivo nazionale il quale aveva subito il demansionamento per 16 anni, durante i quali era stato escluso da apparizioni radiotelevisive, ipotesi ben diversa, quanto agli effetti pregiudizievoli, rispetto al caso attualmente in esame.
Ritiene il giudice che, nella fattispecie, sia congrua una determinazione del danno risarcibile in misura corrispondente al 25% della retribuzione globale lorda percepita dalla ricorrente durante il protrarsi dell’inadempimento della datrice al dovere di cui all’articolo 2103 c.c..
Tale percentuale appare adeguata perché, se è vero che non si è in presenza, nel caso della P., di una giornalista televisiva protagonista di frequenti apparizioni in video, non di meno, deve essere adeguatamente soppesato lo svuotamento di qualificazione e responsabilità che la lavoratrice ha vissuto passando da una posizione di staff, coordinamento di colleghi e diretto contatto con il management di una grande società, all’assegnazione a compiti esecutivi o di acquisto della cancelleria.
Inoltre, non può non tenersi conto, ai fini della liquidazione, dle percoso professionale dell’interessata. Al riguardo del quale, deve osservarsi che l’inquadramento al VII livello era stato ottenuto sin dal luglio 1998 e, certamente, già in precedenza la ricorrente aveva assunto quella centralità della propria figura che il M. le aveva conferito. Detto testimone, infatti, ha precisato di avere rivestito la carica di direttore amministrativo sin da giugno 1989 e che l’attrice era stata chiamata, nei mesi successivi, presso la segreteria di direzione, nella quale aveva presto cominciato a conquistare progressivamente la fiducia del M., poi nominato Consigliere delegato nel 1990.
Appare, dunque, evidente, come la posizione di rilievo all’interno dell’azienda, che la ricorrente lamenta essere stata svuotata con il demansionamento oggetto del presente giudizio, fosse stata acquisita sin da molto tempo prima del 1998.
Dall’entità dello svuotamento della professionalità della ricorrente e dal pregresso percorso lavorativo della medesima deriva quindi, a parere di questo giudice, la congruità di una liquidazione del danno patrimoniale alla qualificazione professionale in una somma pari al 25% delle retribuzioni globali lorde percepite in costanza di inadempimento, da parte della datrice di lavoro, all’obbligo di cui all’articolo 2103 c.c..
Come periodo di riferimento si prende in considerazione quello indicato nei conteggi, i quali tengono conto delle retribuzioni da maggio 2000 ad aprile 2003.
Quanto al termine iniziale, se ne ritiene la correttezza perché dalle deposizioni assunte e sopra riportate emerge come la ricorrente fosse stata progressivamente svuotata sin dall’arrivo della nuova gestione, avvenuto a maggio 2000. E’ lo stesso teste M., di parte resistente, infatti, ad avere dichiarato come la nuova collocazione della ricorrente, presso l’Ufficio Acquisti, fosse stata conseguente alla riorganizzazione della segreteria e che tale processo riorganizzativi fosse stato concepito all’epoca dell’insediamento del management facente capo al rag. P..
Circa il termine finale, sicuramente è congruo il limite di aprile 2003, posto che il demansionamento, all’epoca del deposito del ricorso  (giugno 2003) e, in corso di causa, era ancora in corso (e non risulta che sia cessato).
Ne consegue che, quantificate in ricorso le retribuzioni da maggio 2000 a aprile 2003 in € 64.335,90 lordi, importo non specificamente contestato dalla convenuta, può riconoscersi a titolo di ristoro del danno patrimoniale patito dall’attrice l’importo di € 16.083,98, pari al 25% di tale ammontare.
Su tale somma competono, dal giorno della domanda, valente come costituzione in mora (trattandosi di responsabilità contrattuale) e coincidente con la notifica del ricorso, 22.7.2003, interessi e rivalutazione monetaria.
Parimenti meritevole di accoglimento, per le ragioni e nei limiti che seguono, è la domanda dell’attrice di condanna della convenuta C.d.S. s.p.a. al risarcimento del danno non patrimoniale, che nell’atto introduttivo si imputa al ristoro del pregiudizio biologico, nonché di quelli morale ed esistenziale subiti per effetto del mobbing al quale la medesima P. sarebbe stata sottoposta da maggio 2000 sino (almeno) al deposito del ricorso.
Affinché sussista il mobbing (o costrittività organizzativa), il quale si atteggia come violazione del dovere del datore di assicurare al lavoratore condizioni sane di svolgimento della prestazione lavorativa, ai sensi dell’articolo 2087 c.c., secondo l’indirizzo giurisprudenziale che questo giudice ritiene condivisibile è necessario che, oltre all’elemento oggettivo, rappresentato da una vessazione o emarginazione della vittima nell’ambiente di lavoro, non occasionale e, al contrario, tale da assurgere a connotati di sistematicità, si riscontri anche quello soggettivo, consistente nell’intento persecutorio (di recente, Cassazione, sentenza n. 7382 del 2010).
Secondo il menzionato orientamento, il lavoratore che alleghi di essere soggetto a mobbing, ha l’onere di fornire rigorosa prova della sussistenza di entrambi i profili. Al riguardo, sotto il profilo obiettivo, possono assumere rilievo fattori quali la durata della condotta, la natura e la gravità degli atti, la quantità dei medesimi, oltre che, evidentemente, aperte dichiarazioni di ostilità espressamente formulate (ipotesi certamente più rara dal punto di vista statistico).
L’intenzione persecutoria, poi, può senz’altro essere provata mediante ricorso a un quadro indiziario, purché però, per regola generale desumibile dall’articolo 2729 c.c., si tratti di indizi gravi, precisi e concordanti, univocamente cospiranti nel senso della presenza di una volontà di emarginare il dipendente.
Più facile é il caso, non ricorrente nella fattispecie in esame, nel quale al lavoratore sia sottratta qualsiasi mansione, condotta che, a ben vedere, nella prospettiva probatoria circa la sussistenza dell’elemento soggettivo del mobbing, non si pone su un mero piano indiziario, essendo addirittura potenzialmente idonea a fornire la prova diretta della volontà di emarginare.
Così sintetizzato il quadro, alla luce del quale valutare le risultanze istruttorie, è opinione di questo giudice che nel presente giudizio sia stata raggiunta la prova di entrambi gli elementi, oggettivo e soggettivo, costitutivi del mobbing.
Innanzitutto viene in considerazione il demansionamento subito dalla ricorrente sin dal momento dell’insediamento della nuova dirigenza aziendale.
Al riguardo del quale, non può non osservarsi come il passaggio, dalla responsabilità della segreteria di direzione all’Ufficio Acquisti, sia stato accompagnato da uno spostamento fisico della postazione lavorativa della ricorrente, dai locali del management ad una sorta di disimpegno ubicato dinanzi ad un bagno e lontano dalla precedente collocazione.
Sul punto, appare credibile la deposizione del testimone C., il quale è l’unico ad avere fornito una descrizione precisa della nuova sistemazione logistica della P. e, proprio per tale precisione nei dettagli, è sembrato il teste più in grado di riferire su tale specifico punto della controversia. Egli ha dichiarato: “L’Ufficio acquisti si trovava, entrando, in fondo al corridoio a destra. Aprendo una porta, c’erano sulla destra in ordine prima il bagno poi l’ufficio acquisti dove stava la P. e anche la sorella. C’era poi una porta che dava sull’ufficio adiacente. Non sono sicuro che fosse prima l’ufficio del personale. Nella stanza c’erano degli armadi. Io dentro al bagno non sono mai entrato. Se si lavorava in accettazione, allora tesoreria, per andare in bagno occorreva passare nell’ambiente ove si trovava l’Ufficio acquisti”.
In contrario non sembrano decisive le deposizioni assunte su iniziativa della resistente C.d.S. s.p.a., le quali sono state espresse con margini di dubbio, in modo non attendibile e, in ogni caso, senza un livello di precisione paragonabile a quello del teste C..
In particolare, P. M., il quale ha dichiarato di avere occupato, prima della P., la postazione poi affidata alla medesima, ha riferito: “Io vi sono stato dal 1998 al 2000-2001 e sono stato avvicendato in quella sistemazione dalla P.. Ricordo che l’ufficio era molto grande e era stato diviso in due tra contabilità generale e contabilità personale. Non ricordo esattamente se quando c’ero io o quando é arrivata la P., ma forse per un certo periodo, anche se breve, sono stato anche io con quella divisione”.
Al di là della premessa “non ricordo esattamente” e del dubbio insito nell’espressione “forse”, detta deposizione non appare credibile laddove il testimone, il quale afferma di ricordare che ad un certo punto sia stata effettuata una divisione degli spazi, non ricordi se egli fosse ancora in quel locale.
Ritiene il giudice che il processo mnemonico porti normalmente gli individui a fissare nella memoria con maggiore stabilità e precisione le vicende che si riferiscono a se stessi. Cosicché, è strano che un soggetto ricordi un ambiente e, al contempo,  non abbia conservato mentalmente l’immagine di sé in quel contesto spaziale. Ciò, soprattutto qualora si tratti di una postazione di lavoro, nella quale, se si è stati presenti, si sono trascorsi lassi di tempo prolungati nel corso di più giornate. La memoria, del resto, ci porta a ricordare i luoghi con il punto di vista dal quale li abbiamo osservati. Pertanto la deposizione di P. appare decisamente poco attendibile.
Né la prova, contraria rispetto a quella offerta dalla ricorrente con il testimone C., può farsi derivare dalla testimonianza di P. D., il quale, riguardo alla nuova collocazione della P., da un lato non ha riportato quel novero di dettagli invece forniti dal menzionato  teste della ricorrente, dall’altro non si è espresso in termini di certezza: “Mi sembra che prima ci fosse l’ufficio del personale. Nello stesso locale, subito entrando a destra, c’é la porta del bagno”.
Alla luce del quadro probatorio così descritto, ritiene il giudice che sia stata raggiunta la prova che l’attrice, insieme con l’assegnazione delle nuove mansioni, sia stata spostata, dai locali della direzione ad un disimpegno che il personale deve attraversare per recarsi in bagno.
Non é dubitabile che un simile spostamento, in qualsiasi contesto lavorativo, possa essere letto come un forte regresso della posizione del lavoratore nella gerarchia aziendale. I colleghi della P., infatti, l’hanno vista passare dalle stanze del management ad un locale decentrato e situato davanti ai servizi igienici.
Certamente si tratta di un indizio dell’intento di emarginare la dipendente.
Inoltre, non è contestato tra le parti che l’attrice, la quale prima del 2000 (quindi in quattordici anni di servizio) non aveva mai subito alcuna contestazione disciplinare, ne abbia ricevute, nel 2001 (si vedano documenti da 10 a 20 del fascicolo di parte attorea), ben tre e che a nessuna di queste sia mai seguita l’irrogazione di alcuna sanzione disciplinare.
Ancora, è incontestato tra le parti che, in seguito all’assenza per malattia protrattasi per circa 8 mesi e dalla ricorrente casualmente collegata alla costrittività organizzativa lavorativa subita, alla P. siano state inviate addirittura sedici visite fiscali. Una simile quantità di richieste di interventi dell’INPS avrebbe forse potuto essere evitata, soprattutto perché l’azienda, evidentemente, decorsa qualche settimana dall’inizio dell’assenza, era perfettamente in grado di rappresentarsi le condizioni di depressione nelle quali versava l’attuale attrice e, conseguentemente, avrebbe almeno potuto diradare le visite.
Ritiene il giudice che, già tale quadro indiziario, letto complessivamente, sarebbe idoneo a dimostrare sia la sussistenza dell’elemento oggettivo (persecuzione della dipendente), sia di quello subiettivo (intento persecutorio).
Non si nega che ciascuno indizio, in quanto tale si presterebbe, se isolatamente considerato, a duplice lettura. Così l’assegnazione di nuove mansioni, in astratto potrebbe rispondere a esigenze organizzative dell’azienda e non necessariamente alla volontà di emarginare la lavoratrice.
Allo stesso modo, lo spostamento della postazione, potrebbe interpretarsi come imposto dalla necessità di un maggior coordinamento con gli altri dipendenti con i quali la ricorrente si deve relazionare per l’espletamento dei suoi compiti nell’Ufficio Acquisti.
Ancora, le ripetute richieste di visite fiscali potrebbero solo significare normale esercizio di una prerogativa datoriale; le contestazioni disciplinari non seguite da sanzioni potrebbero astrattamente dimostrare la particolare tolleranza della resistente.
Ma, se si leggono insieme i quattro indizi sinora accertati, il risultato che se ne trae è univocamente nel senso che la ricorrente abbia subito un prolungato mobbing, da maggio 2000 almeno sino al deposito del ricorso.
La P., infatti, ha subito uno svuotamento delle mansioni in precedenza affidatele; è stata spostata dai locali del potere aziendale ad un disimpegno posto davanti ai servizi igienici; ha subito tre contestazioni disciplinari per episodi ai quali nemmeno la datrice di lavoro ha attribuito valenza tale da giustificare l’applicazione di una sanzione; assente per malattia, ha ricevuto sedici visite fiscali.
Ma l’orizzonte probatorio, già sufficientemente chiaro, si illumina ancor di più alla luce di due ulteriori elementi.
La testimone V.P.L.A., all’epoca dei fatti nella segreteria amministrativa della resistente insieme con la P., ha riferito di avere percepito nell’ambiente di lavoro il segnale che fosse conveniente evitare di intrattenersi con la ricorrente: “Mi fu consigliato di non intranenermi con la ricorrente, ciò da una collega di lavoro. Non so se la signora C. o la signora M.”. Tale deposizione appare credibile perché la testimone, al momento dell’escussione ancora dipendente della resistente, certamente non avrebbe avuto alcun interesse a rendere falsa testimonianza contro la datrice di lavoro, ipotesi che la giurisprudenza ha addirittura qualificato come astrattamente integrante gli estremi della giusta causa di licenziamento (Corte di Cassazione, sentenza n. 2626 del 9.3.1998).
E, che l’ambiente di lavoro fosse apertamente ostile nei confronti dell’attrice, è reso ancor più palese dalla frase che il Capo del Personale, J. C., ebbe a proferire rivolgendosi alla P. in una riunione, in presenza di più persone: “Zitta tu, non capisci un cazzo”, secondo il testimone C., “Tu stai zitta perché non capisci niente” a detta del medesimo teste J..
Che il turpiloquio sia stato usato o meno non rileva.
Ciò che conta sono l’atteggiamento arrogante del preposto al personale aziendale, il quale pretendeva di levare la parola alla dipendente in una discussione aperta alla presenza di più intervenuti e le motivazioni addotte, che facevano leva sull’incapacità dell’interessata, la quale veniva dunque additata dinanzi ai colleghi come persona, l’opinione della quale non meritasse di essere ascoltata.
Non vi è dubbio che il mobbing, già dimostrato mediante la prova del demansionamento, dello spostamento dell’ufficio, delle contestazioni disciplinari e delle visite fiscali, sia ancor più lampante in seguito alla dimostrazione che a una dipendente fosse stato consigliato di non avere  a che fare con la ricorrente e che il capo del personale avesse offeso quest’ultima in presenza di più persone.
In tale contesto, non assume la benché minima gravità, né si pone in termini di inadempimento all’obbligo di de fedeltà l’episodio raccontato dal teste P.: “Un giorno stavo facendo delle fotocopie, nel corridoio antistante l’ufficio della P.. Sentii urlare, non sapevo chi fosse dentro ma poi vidi uscire M.. La voce urlante era della P.. Disse che aveva salvato la clinica e proferì parole del tipo di quelle che mi ha letto il giudice (ossia di avere salvato l’azienda in occasione di una verifica fiscale)”.
L’avere, infatti, rivendicato meriti, seppure urlando con il Direttore Amministrativo, a prescindere dalla fondatezza o meno delle ragioni di vanto e, senza contare che l’espressione usata non era affatto offensiva, al più potrebbe rivestire, in costanza di grave e prolungato mobbing, gli estremi della reazione proporzionata al fatto ingiusto altrui e, come tale, non illecita.
Dalla condotta di costrittività lavorativa e organizzativa che la ricorrente ha provato di avere subito, ne è derivato, secondo la stessa, un danno biologico, morale e esistenziale, del quale la P. ha chiesto il risarcimento.
Pertanto è stata disposta ed eseguita consulenza tecnica di ufficio medico legale sulla persona dell’attrice, onde accertare se la medesima abbia contratto patologie (in particolare sindrome depressiva e ipovisus), se le stesse siano causalmente collegabili alla situazione lavorativa, se altre concause possano avere influito e in che misura possa avere inciso la predisposizione psicologica dell’interessata.
Il consulente tecnico di ufficio, con valutazione immune da vizi logici o di metodo e che, quindi, questo giudice ritiene pienamente utilizzabile ai fini della decisione, ha accertato in capo alla ricorrente la sussistenza di un disturbo ansioso depressivo riscontrato da novembre 2000 e stabilizzatosi nel 2005, dal quale deriva una menomazione permanente dell’integrità fisica pari al 3% della totale.
Tale patologia è in rapporto di causalità diretta con il mobbing subito.
Infatti, tra i disturbi psicosomatici che normalmente e più frequentemente si riscontrano nei soggetti esposti a costrittività organizzativa, rientrano ipertensione arteriosa, tachicardia, tremori, tutti sintomi documentati dalla ricorrente dal novembre 2000 mediante le certificazioni e le cartelle prodotte (documenti da 25 a 35 e da 69 a 74 del fascicolo di parte attorea).
Detta sintomatologia, prolungata nel tempo, è normalmente causa di sindrome depressiva, la quale può sfociare nello stato attivo e diventare, come nella fattispecie, malattia suscettibile di valutazione in chiave medico legale.
In altri termini, tra il mobbing e la patologia della ricorrente sussiste un nesso di causalità poiché, nella normalità dei casi, dalla costrittività organizzativa sul luogo di lavoro scaturiscono spesso ipertensione arteriosa, tachicardia, tremori e a questi sintomi segue la depressione, la quale, normalmente, può portare allo stato attivo e diventare malattia valutabile in termini medico legali di percentuale di invalidità.
Nel caso oggetto del presente giudizio, dunque, la successione cronologica immediata tra mobbing e depressione attiva, riscontrata in capo alla P., trova copertura in una legge statistica di probabilità.
Né, nel caso di specie, la c.t.u. o l’istruttoria hanno dato conto di altre possibili concause della patologia; ciò, sia per mancanza di precedenti anteriori al 2000, sia per l’accertamento condotto direttamente dallo psicologo ausiliario del c.t.u.. Il coadiutore ha sottoposto la ricorrente ad esame diretto e ne ha tratto la conclusione che la P. abbia seguito un ordinario percorso evolutivo nelle proprie relazioni affettive e sociali, prima in famiglia poi nei sentimenti, che ella sia attualmente legata sentimentalmente e non disposta male verso l’interazione personale e sociale.
Non sussiste, in sintesi, alcun elemento che possa far ritenere che la predisposizione interiore o l’anamnesi della ricorrente abbiano influito sull’insorgenza della patologia riscontrata in capo alla medesima.
Il c.t.u., invece, ha escluso che la diminuzione di vista sia in nesso causale con il mobbing. A tale risultato l’ausiliario del giudice è pervenuto con valutazione del tutto immune da censure attinenti al metodo o alla logica. La catena della causalità tra mobbing e ipovisus, infatti, avrebbe postulato che dall’ipertensione arteriosa fossero derivati acuti problemi vascolari agli occhi e che, da questi, fosse scaturito il danno oculare.
Nella specie, però la sequenza è interrotta, poiché la ricorrente non ha prodotto la fluorangiografia dalla quale si sarebbe potuta desumere la causa vascolare del pregiudizio alla vista. Vi è, quindi, la prova del mobbing, nonché che esso abbia dato causa all’ipertensione e che questa abbia originato problemi vascolari, ma manca il collegamento tra questi ultimi e il danno oculare.
Alla luce delle considerazioni che seguono, la diminuzione dell’integrità psicofisica della ricorrente, conseguente al mobbing, deve essere accertata nella percentuale del 3%.
Alla stessa va aggiunta, al fine della completa determinazione del pregiudizio patito dall’attrice, il danno biologico temporaneo.
Sono documentati (si vedano i certificati prodotti con i numeri da 25 a 34 del fascicolo della ricorrente), infatti e non costituiscono oggetto di contestazione, 254 giorni di malattia, durante i quali, dunque, la ricorrente fu messa totalmente non in grado di espletare la propria prestazione lavorativa. E ciò, a causa di quelle stesse patologie che hanno luogo al danno permanente all’integrità psicofisica.
In conclusione, per effetto della violazione del precetto generale contenuto nell’articolo 2087 c.c. da parte della C.d.S. s.p.a., l’attrice ha contratto una sindrome depressiva acuta con danno permanente nell’integrità psicofisica nella misura del 3% della totale e con un un’invalidità temporanea totale per 254 giorni.
Così accertati i fatti, deve essere scrutinata preliminarmente l’ammissibilità della domanda di condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno subito per effetto di una malattia professionale.
In dottrina e in giurisprudenza, infatti, si è affermato che, successivamente all’entrata in vigore dell’articolo 13 del decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 28, il quale ha sancito l’indennizzabilità, in precedenza esclusa (a partire dalla sentenza n. 87 del 1991 della Corte di Cassazione), del danno biologico a carico dell’INAIL, non sarebbe più ammessa la domanda risarcitoria nei confronti del datore di lavoro, potendo il danneggiato domandare soltanto l’indennizzo all’Istituto previdenziale. Ciò perché, in virtù dell’articolo 10 del D.P.R. 1124/1965, l’imprenditore che provveda ad assicurare contro gli infortuni sul lavoro il proprio lavoratore, è esonerato dalla responsabilità civile per gli infortuni che il dipendente subisca nel rendere la propria opera.
Tale esonero, in sostanza, varrebbe a realizzare una sorta di transazione sociale, in virtù della quale, dei costi complessivi necessari per assicurare la copertura dei lavoratori contro il rischio di incidenti lavorativi, le imprese dovrebbero addossarsi quelli per l’assicurazione sociale e in cambio, una volta assolto il relativo onere, non potrebbero essere chiamate a rispondere di danni ulteriori rispetto a quelli indennizzati dall’INAIL.
Tale ordine di idee, però, è stato confutato con argomenti che a questo giudice appaiono convincenti. Si è infatti osservato, in dottrina e in giurisprudenza (tra le altre, Corte di Appello di Torino, 29.11.2004), che il menzionato articolo 10 del D.P.R. 1124/1965, del quale nessuno dubita circa l’attuale vigenza, prevede altresì che il datore di lavoro possa essere chiamato a rispondere del danno differenziale, ossia della differenza tra l’indennizzo liquidato o liquidabile dall’INAIL e il pregiudizio civilistico risarcibile. E, se la norma è tuttora in vigore, non può non esserlo in tutta la propria portata precettiva, dovendosi escludere che possa ritenersi ancora vigente la sola regola dell’esonero e non quella della risarcibilità del differenziale.
Inoltre, l’articolo 10 D.P.R. 1124/1965 sancisce sì l’esonero del datore di lavoro, ma fa salvi i casi nei quali vi sia responsabilità penale del datore di lavoro accertata con sentenza passata in giudicato. Sul significato del richiamo al giudicato penale, la Cassazione ha chiarito (sentenza 10035/2004, tra le altre) come la condanna in sede penale sia richiesta solo per escludere totalmente l’esonero, mentre, in ogni caso, qualora sussista una colpa datoriale ex art. 2087 c.c., opererà il cosiddetto esonero parziale, in virtù del quale l’imprenditore risponde del danno differenziale.
Del resto, la Corte Costituzionale ha affermato chiaramente, con la sentenza 485 del 1991, la necessità di una tutela integrale, sul piano risarcitorio, del diritto alla salute tutelato dall’articolo 32 della Costituzione, cosicché non sarebbe costituzionalmente legittimo l’articolo 10 del D.P.R. 1124, qualora dovesse essere interpretato nel senso di limitare il ristoro del danneggiato all’indennizzo INAIL, con esclusione di altri eventuali danni civilisticamente rilevanti. Ancora, siffatta interpretazione urterebbe con l’articolo 3 della Costituzione, poiché al pregiudizio biologico subito sul luogo di lavoro sarebbe assegnata una protezione minore rispetto a quello patito in qualsiasi altra occasione diversa dall’attività lavorativa, con evidente irragionevole disparità di trattamento.
Peraltro, sul tema della cosiddetta transazione sociale, non può non osservarsi che l’indennizzo INAIL realizza un sistema di assicurazione sociale, rilevante al fine di proteggere gli individui dal bisogno, in attuazione dei fini di cui all’articolo 38 della Costituzione. Il risarcimento integrale del danno biologico, invece, attua l’articolo 32 della Costituzione, cosicché la necessità di una piena ed effettiva tutela della salute prescinde dall’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e trae aliunde la propria giustificazione, senza che possa invocarsi il meccanismo previdenziale allo scopo di escludere il risarcimento del danno differenziale.
Alla stregua delle considerazioni che precedono, ritiene il giudicante che, anche in seguito all’entrata in vigore dell’articolo 13 del decreto legislativo 23 febbraio 2000, n. 38, spetti al lavoratore il risarcimento del danno differenziale.
La conclusione non sembra che possa essere sovvertita in seguito alla pubblicazione della sentenza del Consiglio di Stato, sezione VI, n. 1576 del 2009, con la quale sono state annullate le istruzioni dell’INAIL del 2003.
L’Istituto previdenziale, con circolare del 17 dicembre 2003, aveva stabilito che tutte le situazioni di “costrittività organizzativa” – per esempio: lo svuotamento di mansioni o la mancata assegnazione degli strumenti di lavoro – così come quelle di “mobbing strategico” (gli atteggiamenti strategicamente ostili delle aziende per promuovere l’allontanamento di soggetti in qualche modo scomodi), purché ricollegabili a finalità professionali, dovessero rientrare nel rischio tutelato.
Il Tribunale amministrativo del Lazio, con la sentenza n. 5454 del 4 luglio 2005, aveva annullato la circolare dell’INAIL sostenendo che “Il mobbing non può essere considerato in via automatica come una malattia professionale e in quanto tale indennizzabile dall’INAIL, dovendo sempre essere provata l’esistenza della causa di lavoro”.
Il Consiglio di Stato, con la menzionata decisione, respinse l’appello sull’assunto che le patologie oggetto della circolare non potessero essere considerate come malattie professionali.
Secondo la sentenza 1576, la malattia professionale non tabellata può essere indennizzata soltanto ove trovi la propria derivazione eziologica nell’esercizio di una delle lavorazioni di cui all’art. 1 del d.P.R. n. 1124 del 1965. E, anche dopo l’introduzione del sistema misto l’intervento dell’INAIL, dovrebbe ritenersi pur sempre condizionato all’esistenza di un “rischio specifico” e propriamente alla sussistenza di quello specifico rischio che inerisce soltanto allo svolgimento di una delle lavorazioni, preventivamente e presuntivamente considerate pericolose dal legislatore, tipizzate dall’art. 1 del Testo Unico  in sede di determinazione delle attività protette del sistema previdenziale.
In tale prospettiva, “il criterio determinativo del rischio rimane pur sempre connesso alla enucleabilità di un segmento del ciclo produttivo e non anche ad una fase dell’iniziativa imprenditoriale che costituisce il presupposto immanente e generale dell’intera attività produttiva, qual è l’organizzazione del lavoro”.
Non sembra che tale ordine di idee possa essere condiviso.
Esso, innanzitutto, contrasta con la consolidata elaborazione giurisprudenziale del d.P.R. n. 1124 del 1965.
Come si è acutamente osservato in dottrina, infatti, l’art. 1 del Testo Unico, in concorso con il successivo art. 4, svolge propriamente la funzione di delimitare l’ambito di applicazione soggettiva dell’assicurazione obbligatoria: ritaglia cioè l’area soggettiva di accesso alla tutela facendo uso del doppio criterio selettivo basato sul riferimento alla pericolosità presunta della lavorazione (art. 1) ed alla natura del rapporto giuridico o al titolo in base al quale l’attività viene svolta dal soggetto (art. 4).
Una volta determinato l’accesso alla tutela, il giudizio di pericolosità presunta dell’attività lavorativa cessa di svolgere una funzione selettiva degli eventi che danno effettivamente titolo – sul piano oggettivo – alla copertura assicurativa pubblica.
Questa distinta funzione è infatti specificamente svolta dalle nozioni di infortunio sul lavoro e di malattia professionale, che, secondo il richiamato orientamento dottrinale, che si ritiene condivisibile hanno consumato un distacco definitivo dalla originaria logica selettiva basata sulla inerenza alla specifica lavorazione, ovvero al rischio professionale specifico.
Sempre in dottrina, si è osservato che l’impostazione del Consiglio di Stato lascia perplessi anche per la difficoltà di “separare la lavorazione dall’organizzazione del lavoro” in quanto “ciò che è organizzazione per il datore visto dal lato del lavoratore pare si possa chiamare sempre lavorazione”; inoltre sarebbe incongruo sostenere che se da una certa organizzazione del lavoro derivi una patologia di carattere fisico, l’evento sarebbe indennizzabile, mentre se dalla stessa organizzazione derivi una patologia di carattere psichico la medesima non sarebbe coperta da assicurazione.
Ancora, il decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, offre rilievo al nesso “inevitabile” tra organizzazione del lavoro e salute psichica del lavoratore, laddove, ai fini della valutazione dei rischi, esige che essa riguardi tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell’Accordo europeo dell’8 ottobre 2004.
E non sembra possibile sostenere che un fattore di rischio che deve essere necessariamente valutato dall’impresa a fini di prevenzione diventi poi irrilevante nel momento in cui debba essere valutato a fini indennitari.
Dalle considerazioni che precedono deve ritenersi che non sia preclusa l’azione nei confronti dell’INAIL per ottenere l’indennizzo ai sensi del decreto legislativo n. 38 del 2000.
Ne consegue che, nei confronti del datore di lavoro, il dipendente ben possa agire per il risarcimento del danno differenziale.
Nella fattispecie, in esame, dunque, occorre individuare e liquidare il danno civilisticamente risarcibile e sottrarre l’importo dell’indennizzo che spetta o spetterebbe alla danneggiata.
Sul punto, l’attuale assetto della giurisprudenza di legittimità risultante dalla sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 delle Sezioni Unite può essere così riassunto: oltre al risarcimento del danno patrimoniale, spetta al danneggiato il ristoro di quei danni (tra i quali il biologico e il morale) non patrimoniali che corrispondano alla lesione di interessi tutelati dalla Costituzione, o da norme di legge, ovvero ancora da convenzioni internazionali alle quali lo Stato italiano abbia dato esecuzione.
Sono, poi, risarcibili, quei pregiudizi che, in virtù dell’apertura propria dell’articolo 2 della Costituzione, corrispondano, alla stregua dell’evoluzione delle valutazioni della realtà sociale, ad interessi strettamente inerenti la persona umana.
E’, nei termini descritti, che opera il principio di tipicità dei danni non patrimoniali risarcibili sancito dalle Sezioni unite nel 2008.
Così impostati i termini della questione, quanto all’individuazione dei pregiudizi degni di ristoro nel presente giudizio, deve ricordarsi che il danno alla salute, in virtù dell’articolo 32 della Costituzione e della menzionata sentenza n. 485 del 1991 della Corte Costituzionale, non può non trovare piena tutela. Parimenti, è risarcibile il danno cosiddetto morale, il quale pure attiene ad un diritto inviolabile della persona ovvero all’integrità morale, quale massima espressione della dignità umana, desumibile dall’art. 2 della Costituzione in relazione all’art. 1 della Carta di Nizza, contenuta nel Trattato di Lisbona, ratificato dall’Italia con legge 2 agosto 2008 n. 190.
Ne deriva che, nel caso di specie, la Centro di Sanità s.p.a. deve essere condannata a risarcire, innanzitutto, il danno biologico per l’invalidità permanente al 3% accertata dal c.t.u..
Al fine della liquidazione, può essere utilizzata la tabella per la liquidazione del danno biologico del tribunale di Milano, comunemente richiamata in questo ufficio. Tale documento appare, infatti, corrispondere all’indirizzo  della Cassazione, espresso con la predetta sentenza 11 novembre 2008, n. 26972, secondo il quale il risarcimento del singolo punto percentuale di invalidità non può essere liquidato forfettariamente in modo standardizzato, ma deve presentare un adeguato grado di corrispondenza alle peculiarità del caso. In tale senso appare particolarmente apprezzabile il meccanismo della personalizzazione della liquidazione, risultante dalla mera applicazione dei punti, attraverso il criterio di un aumento sino al 30% e non vincolato ad una determinata percentuale.
La menzionata tabella di Milano per il 2009 prevede, per il danno biologico permanente al 3% per una donna compresa tra 41 e 50 anni, una liquidazione di € 3.606,75, pari ad 1.202,25 per ciascun punto, moltiplicati per 3, somma che appare congrua in difetto di indici di personalizzazione emersi dall’istruttoria.
Quanto al danno morale, per il quale la richiamata giurisprudenza delle sezioni Unite del 2008 non esclude una liquidazione in una percentuale del biologico, ma soltanto a condizione che non si tratti di una valutazione standard e compiuta a priori, nel caso di specie si ritiene congruo un risarcimento in misura doppia rispetto a quello riferibile alla lesione del diritto alla salute.
Non è dubitabile, infatti, che per una lavoratrice esposta per anni a mobbing, dal quale derivi una sindrome depressiva, sia molto più intenso il pregiudizio al bene dell’integrità morale, quotidianamente messo a repentaglio dalla costrittività organizzativa, rispetto a quello connesso ad una diminuzione dell’integrità psicofisica di assai lieve entità.
Va aggiunto che, il criterio adottato dalle Tabelle del Tribunale di Milano, secondo il quale è il danno morale a rappresentare normalmente una percentuale di quello alla salute e non viceversa, appare strutturato rispetto ad una condizione di normalità, che si presenta soprattutto nelle controversie aventi ad oggetto sinistri, nelle quali la sofferenza è frutto della malattia e, quindi, è logico che essa sia ristorata in saggio percentuale sul biologico.
Nel mobbing del lavoratore, seguito da depressione attiva, il percorso è inverso; in detto ambito, infatti, è il patimento psicologico derivato dalla costrittività organizzativa lavorativa a generare la patologia medico legale, cosicché è del tutto coerente, con tale successione invertire, il rapporto percentuale.
Pertanto ritiene il giudice che, nella fattispecie in esame, possano essere liquidati alla ricorrente € 8.493,90 per il ristoro del danno non patrimoniale connesso alla lesione della salute e dell’integrità morale.
Tale importo si ottiene moltiplicando € 3606,75 (pari a tre punti di invalidità per una donna di età compresa tra 41 e 50 anni) per tre (considerando il valore doppio del pregiudizio morale, che va ad aggiungersi a tale somma) e, il risultato del prodotto (10.820,25) per il demoltiplicatore (0,785) di cui alle menzionate tabelle di Milano, collegato all’età specifica dell’attrice, 44 anni (compiuta dalla ricorrente al momento del deposito del ricorso, essendo ella nata il 18.3.1959 ed essendo stato l’atto introduttivo depositato il 4.6.2003).
Per l’invalidità temporanea, quantificata in 254 giorni di totale, si ritiene equa la misura di € 100 al giorno, somma pressoché corrispondente al minimo delle tabelle di Milano per il 2009, in difetto di elementi personalizzanti che ne suggeriscano una più alta liquidazione. Ne deriva un importo di € 25.400, dal quale però, atteso il carattere differenziale (in difetto di condanna penale con sentenza passata in giudicato) del danno che si deve liquidare a carico del datore di lavoro, può trovare ristoro solo la differenza tra il pregiudizio temporaneo alla salute risarcibile e l’indennizzo per inabilità temporanea che la ricorrente avrebbe percepito qualora fosse stata presentata la denuncia da parte della danneggiante.
Al riguardo, il sistema di cui agli articolo 110 e seguenti del D.P.R. 1124/1965 prevede che competa, per l’inabilità temporanea totale, un’indennità pari, dal quarto al novantesimo giorno di malattia (quindi per 87 giorni) al 60% della retribuzione globale lorda giornaliera percepita negli ultimi 15 giorni e, dal centoventunesimo dì (nella specie, sino al duecentocinquantaquattresimo, ossia per 164 giorni) al 75% della medesima retribuzione.
Quest’ultima, per la P., si può desumere dalla busta paga di aprile 2003, documento 79 del fascicolo di parte attorea, la quale reca la somma di € 1.553,79 per tutto il mese (e quindi di € 51,78 al dì, ammontare ottenibile dividendo 1.553,79 per trenta). Cosicché, moltiplicando il 60% di 51,78 (retribuzione giornaliera lorda) per 87 giorni e sommando tale prodotto (2.702,92) a quello che si ricava moltiplicando il 75% di 51,78 per 164 (6.368,94), si calcola l’indennità che la ricorrente avrebbe potuto percepire dall’INAIL a causa della malattia professionale contratta per l’inabilità temporanea.
Detto valore è pari ad € 9.071,86.
Per le considerazioni espresse in precedenza, l’indennità che alla ricorrente sarebbe spettata dall’INAIL va detratta (atteso il carattere differenziale del danno che si ritiene di dover liquidare nel presente giudizio) dal danno all’integrità psicofisica temporaneo liquidabile astrattamente. Sottraendo € 9.071,86 alla somma di € 25.400 si ottiene l’ammontare di € 16.328,14.
Il totale del danno non patrimoniale risarcibile, dunque, è pari alla sommatoria di € 8.493,90 (per il danno permanente) ed € 16.328,14 (per il temporaneo) e ammonta, conclusivamente, ad € 24.822,04.
Su tale ammontare competono interessi e rivalutazione monetaria sino alla protrazione dell’illecito, certamente posto in essere almeno fino al giorno precedente il deposito del ricorso, ossia fino al 3.6.2003.
La condanna della resistente impone di scrutinare la domanda di chiamata in garanzia che la stessa ha indirizzato alla Aurora Assicurazioni s.p.a..
Tale pretesa non è fondata.
Come si evince dalla polizza, prodotta sub 5 dalla Compagnia, quest’ultima si era obbligata a coprire, a titolo di assicurazione della responsabilità civile verso prestatori di lavoro, soltanto i danni derivanti da infortuni sul lavoro, restando espressamente escluse le malattie professionali.
Non vi è dubbio che, nella specie, non si verta nell’ambito della copertura. La depressione alla P., infatti, non è derivata da una causa improvvisa e violenta, bensì è il frutto di una condizione lavorativa protrattasi per anni.
Spese di lite, liquidate in dispositivo, nonché di c.t.u., liquidate con separato provvedimento, secondo soccombenza.
Tali i motivi del dispositivo in epigrafe.

P.Q.M.

il giudice unico del Tribunale di Tivoli così decide:
– accoglie il ricorso, accerta l’illegittimità del demansionamento subito dalla ricorrente e condanna la resistente CS s.p.a. a reintegrare la ricorrente nelle mansioni precedentemente svolte, o in altre equivalenti e corrispondenti ad un inquadramento al VII livello del CCNL vigente per le case di cura private, personale non medico;
– condanna la resistente CS s.p.a. al risarcimento del danno patrimoniale causato per effetto dell’illegittimo demansionamento, liquidato in € 16.083,98 oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dal 22.7.2003 al saldo;
– condanna la resistente CS s.p.a. al risarcimento del danno non patrimoniale, liquidato in € 24.822,04 oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dal 3.6.2003 al saldo;
– rigetta la domanda della resistente Centro Sanità s.p.a. di chiamata in garanzia della Aurora Assicurazioni s.p.a.;
– condanna la resistente C.S. s.p.a. al pagamento delle spese di lite in favore delle altre parti, liquidate in € 10.000 ciascuna per onorari e diritti oltre spese generali, iva e cpa.;
– pone il compenso del c.t.u., liquidato con separato provvedimento, definitivamente a carico della C.d.S. s.p.a..
Così deciso in Tivoli, il 10.12.2010.

Buche stradali e insidia: per la Cassazione (24149 del 2010), non vi è responsabilità del Comune se è provato l’eccesso di velocità.

Postato il

Cassazione – Sezione terza – sentenza 4 – 29 novembre 2010, n. 24149
Presidente Morelli – Relatore Lanzillo
Ricorrente Servidio

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 533/2005 la Corte di appello di Catanzaro, confermando la sentenza emessa in primo grado dal Tribunale di Palmi, ha respinto la domanda proposta da F.S. contro il Comune di Grisolia, per ottenere il risarcimento dei danni conseguiti ad un incidente stradale occorsogli alla guida della sua autovettura, a causa del dissesto del fondo stradale provocato da lavori in corso.
Il Comune aveva chiamato in causa il Consorzio di Bonifica della Valle del Lao, a cui erano stati affidati i lavori, e quest’ultima ha chiamato a sua volta la s.r.l. S., appaltatrice dei lavori, che è rimasta contumace.
La Corte di appello ha ritenuto che i lavori in corso fossero visibili e non costituissero insidia, e che – essendosi la vettura ribaltata in conseguenza dell’impatto con una cunetta – l’incidente andava imputato ad eccesso di velocità.
Il S. propone due motivi di ricorso per cassazione.
Resistono il Comune ed il Consorzio di Bonifica, con separati controricorsi.

Motivi della decisione

1. – Deve essere preliminarmente respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso ai sensi dell’art. 366bis cod. proc. civ., sollevata dal Comune sul rilievo che il ricorrente non ha formulato i quesiti di diritto.
La sentenza impugnata è stata depositata il 14 giugno 2005, prima che entrasse in vigore il nuovo art. 366bis, che pertanto non è applicabile al ricorso in oggetto (art. 27 d. lgs. n. 40 del 2006).
2. – Con il primo motivo, denunciando violazione dell’art. 2051 cod. civ., il ricorrente lamenta che la Corte di appello si sia discostata dal più recente orientamento giurisprudenziale, che riconduce la responsabilità della pubblica amministrazione per gli incidenti su strada pubblica ai principi in tema di responsabilità per i danni da cose in custodia (art. 2051 cod. civ.), in forza dei quali grava sul custode una presunzione di responsabilità che può essere vinta solo dalla prova che l’incidente è derivato da causa costituente caso fortuito: prova il cui onere è a carico del custode.
Assume che i convenuti nei giudizi di merito non hanno fornito alcuna prova del genere; che anzi tutti i testimoni hanno confermato che il fondo stradale era dissestato e che non vi era segnalazione dei lavori in corso. Parimenti non dimostrato sarebbe l’eccesso di velocità che gli è stato imputato.
3. – Con il secondo motivo denuncia violazione degli art. 2043 e 2697 cod. civ., nonché omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, nella parte in cui la Corte di appello ha posto a suo carico l’onere di dimostrare che la situazione del fondo stradale costituiva pericolo occulto e non prevedibile (c.d. insidia o trabocchetto).
4. – I due motivi, che possono essere congiuntamente esaminati perché connessi, sono inammissibili, poiché mettono in questione accertamenti in fatto della Corte di merito, che rendono ultronee le censure in diritto.
La sentenza impugnata – pur avendo esaminato e valutato i fatti sulla base di una giurisprudenza ormai superata, che individuava la responsabilità dell’ente pubblico solo nel caso in cui il difetto di manutenzione del fondo stradale venisse a costituire insidia – ha poi soggiunto che in ogni caso le modalità del sinistro sono state tali da dimostrare che la condotta di guida dell’automobilista – la cui auto si è ribaltata in conseguenza dell’impatto con il fondo stradale dissestato – è stata talmente imprudente, per eccesso di velocità, da interrompere il nesso causale fra la presenza dei lavori, ancorché non segnalati, ed il danno che ne è conseguito (cfr. pag. 11-12 della sentenza).
Ha cioè ravvisato nel comportamento dell’automobilista una causa idonea ad escludere la responsabilità del Comune anche ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., considerato che, com’è noto, anche il comportamento colposo del danneggiato può rivestire gli estremi del caso fortuito, idoneo ad interrompere il nesso causale.
Trattasi di ricostruzione in fatto, fondata sul discrezionale potere del giudice di merito di valutare gli elementi di prova, che non è suscettibile di riesame in questa sede di legittimità e relativamente alla quale il ricorrente non prospetta illogicità od incongruenze della motivazione tali da giustificare l’annullamento della sentenza impugnata.
5. – Il ricorso deve essere rigettato.
6. – Considerata la natura della controversia e le ragioni della decisione, si ravvisano giusti motivi per compensare le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte di cassazione rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione.

Il Tribunale di Roma (sentenza n. 20023 dell’11 ottobre 2010) ribadisce la responsabilità della scuola per l’infortunio dell’alunno.

Postato il

In un caso che ci ha interessato direttamente, con la sentenza n. 20023 dell’11 ottobre 2010, la II Sezione del Tribunale di Roma ha ribadito un orientamento consolidato, statuendo la responsabilità di un istituto scolastico per l’infortunio occorso ad un’alunna, che a causa di un colpo subito da un banco di scuola sollevato e sospinto da un compagno, aveva subito la frattura di un dito con asportazione dell’unghia. Il fatto era avvenuto in presenza delle maestre.

Al di là della discutibile quantificazione del danno, dovuta ad una CTU piuttosto superficiale, ciò che interessa maggiormente è che il Tribunale ha applicato l’art. 2048 del Codice Civile, quello che prevede che i precettori e gli insegnanti “sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi….nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza” e sono liberati dalla responsabilità “soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto”. Di conseguenza, detto articolo pone una presunzione di responsabilità a carico della scuola, che può essere dimostrata solo con la dimostrazione, che spetta al convenuto, di avere esercitato la sorveglianza con la diligenza necessaria ad impedire il fatto; anzi, l’elemento di prova determinante, secondo il Tribunale, è stata proprio la relazione del Dirigente scolastico. Invece, la scuola non ha fornito tale prova  di diligenza e quindi di assoluta imprevedibilità ed inevitabilità del fatto, ed è stata condannata al risarcimento del danno, salvo poi essere manlevata dalla compagnia assicurativa.

Di seguito la sentenza integrale:

Sentenza 20023 del 2010 Trib. Roma