Sinistri

Chi viene investito fuori dalle strisce pedonali rischia il concorso di colpa. (Cass. 53399 del 5 marzo 2013)

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Secondo la Suprema Corte, è vero che i conducenti delle auto devono consentire ai pedoni che abbiano cominciato l’attraversamento di completare il passaggio, ma la vittima che non abbia rispettato l’obbligo di dare la precedenza ai conducenti delle vetture attraversando fuori delle strisce, rischia quanto meno il concorso di colpa.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 5 febbraio – 5 marzo 2013, n. 5399
Presidente Berruti – Relatore Cirillo

Svolgimento del processo

1. In data ….. E..L. , mentre stava procedendo all’attraversamento di una strada al di fuori delle strisce pedonali, veniva investita da un’autovettura di proprietà degli eredi di ….. condotta nell’occasione da ……., riportando gravi lesioni personali.
A seguito di ciò, la L. citava in giudizio, davanti al Tribunale di Roma, l’investitore e gli altri eredi di Sc.An. , nonché la s.p.a. HDI Assicurazioni, chiedendo il risarcimento dei danni.
Il Tribunale di Roma, con sentenza del 26 giugno 2002, dichiarava che l’incidente era da ascrivere nella misura del 70 per cento a responsabilità della L. e del rimanente 30 per cento a responsabilità di A..S. , condannando quest’ultimo e la società di assicurazione al pagamento della somma di lire 24.136.000, al netto del concorso di colpa.
2. Tale pronuncia veniva confermata dalla Corte d’appello di Roma, con sentenza del 16 dicembre 2008.
Osservava la Corte territoriale che dall’istruttoria svolta in primo grado erano emerse le seguenti decisive circostanze: 1) l’attraversamento era avvenuto in ora serale, in prossimità di una fermata di autobus e fuori dalle strisce pedonali, su di una strada a doppia corsia e priva di illuminazione, ossia in condizioni di “quasi totale oscurità”; 2) la L. era stata esitante nel completare l’attraversamento; 3) mentre alcune auto si erano fermate per favorire il passaggio dei pedoni, la macchina condotta dallo S. , in fase di sorpasso, era uscita dalla fila ed aveva investito la L. .
Doveva pertanto ritenersi, alla luce dell’art. 190, comma 5, del codice della strada, che la vittima non avesse rispettato l’obbligo di dare la precedenza ai conducenti delle vetture conseguente al fatto che l’attraversamento era avvenuto fuori delle strisce. Infatti, pur stabilendo l’art. 191, comma 2, cod. strada che, sulle strade prive di attraversamenti pedonali, i conducenti delle auto devono consentire ai pedoni che abbiano cominciato l’attraversamento di completare il passaggio, nella specie non era stato dimostrato che non vi fossero passaggi pedonali nel raggio di cento metri.
Allo stesso modo, però, il conducente investitore non aveva dimostrato di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, né di aver osservato le cautele necessarie in fase di sorpasso.
3. Avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma propone ricorso E..L. , con atto affidato ad un solo motivo.
Resiste con controricorso la società di assicurazione HDI.
Entrambe le parti hanno presentato memoria.

Motivi della decisione

1. Con l’unico motivo di ricorso si lamenta, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 190, comma 5, e 191, comma 2, cod. strada.
Rileva la ricorrente che il conducente dell’auto investitrice avrebbe violato, nella specie, numerose norme del codice della strada e che la responsabilità dell’incidente sarebbe da considerare integralmente a suo carico. La Corte d’appello, infatti, avrebbe errato nell’applicare l’art. 190, comma 5, anziché l’art. 191, comma 2, citato; in base a questa seconda disposizione, sulle strade sprovviste di attraversamenti pedonali, i conducenti delle autovetture devono consentire al pedone che ha intrapreso l’attraversamento di raggiungere il lato opposto della carreggiata in condizioni di sicurezza.
Nel caso in esame, quindi, lo S. avrebbe dovuto fermarsi per consentire alla L. – che aveva cominciato ad attraversare la strada – di giungere dall’altra parte.
2. Il motivo non è fondato.
La giurisprudenza di questa Corte ha affermato, anche nella vigenza del codice della strada precedente a quello oggi in vigore, che sul pedone che attraversi la strada al di fuori delle strisce pedonali grava l’obbligo di dare la precedenza ai veicoli (sentenze 23 agosto 1978, n. 3950, 21 gennaio 1982, n. 401, e 20 maggio 1993, n. 5732). Tuttavia, l’accertamento del comportamento colposo del pedone investito da un veicolo, quale che sia la gravità della colpa, non è stato ritenuto sufficiente per l’affermazione della sua esclusiva responsabilità, essendo pur sempre necessario che l’investitore vinca la presunzione di colpa posta a suo carico dall’art. 2054, primo comma, cod. civ., dimostrando di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Pertanto, anche nel caso in cui il pedone, che intenda attraversare la strada, là dove manchino le strisce pedonali, ometta di dare la precedenza ai veicoli che sopraggiungono ed inizi l’attraversamento distrattamente, è configurabile una concorrente responsabilità del conducente il veicolo investitore, ove risulti che questi abbia tenuto una velocità eccessiva o, comunque, non adeguata alle circostanze di tempo o di luogo, e non abbia rallentato o non abbia arrestato la marcia del veicolo (così la sentenza 21 aprile 1995, n. 4490).
Analogamente – e, per così dire, specularmente – questa Corte ha riconosciuto che, in ipotesi di investimento di un pedone, se pure il conducente del veicolo investitore non abbia fornito la prova idonea a vincere la presunzione di colpa che l’art. 2054, primo comma, cod. civ., pone nei suoi confronti, non è preclusa l’indagine, da parte del giudice di merito, in ordine al concorso di colpa del pedone investito, con la conseguenza che, allorquando siano accertate la pericolosità e l’imprudenza della condotta del pedone, la colpa di questi concorre, ai sensi dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., con quella presunta del conducente (così, nella vigenza dell’odierno codice della strada, la sentenza 8 agosto 2007, n. 17397, confermata dalla recente pronuncia 13 marzo 2012, n. 3966).
In altre parole, è compito del giudice di merito valutare la sussistenza delle eventuali rispettive responsabilità, tenendo presente che l’accertamento della colpa del conducente investitore non esclude, di per sé, quella del pedone, così come la dimostrazione della colpa di quest’ultimo non consente di ritenere pacifica l’assenza di colpa del conducente.
3. La Corte di merito si è attenuta scrupolosamente a tali criteri, dei quali ha fatto corretta applicazione.
Con motivazione coerente e sostenuta da logica impeccabile essa ha evidenziato, da un lato, le numerose responsabilità della L. , colpevole di aver attraversato una strada a largo scorrimento in ora serale in condizioni di quasi totale oscurità e al di fuori delle strisce pedonali, per di più tenendo un andamento incerto; dall’altro, la Corte di merito ha evidenziato la responsabilità del conducente del veicolo investitore, il quale aveva effettuato un sorpasso di un gruppo di auto che avevano rallentato la propria marcia proprio per consentire l’attraversamento dei pedoni, in tal modo investendo l’odierna ricorrente nei pressi della fermata dell’autobus.
A fronte di simile ricostruzione non assume alcuna decisiva rilevanza la critica sollevata dalla ricorrente circa la necessità di fare applicazione dell’art. 191, comma 2, anziché dell’art. 190, comma 5, cod. strada, dal momento che le due disposizioni non sono fra loro antitetiche. La previsione secondo cui i pedoni “che si accingono ad attraversare la carreggiata in zona sprovvista di attraversamenti pedonali devono dare la precedenza ai conducenti” non è in contrasto con quella per cui sulle strade prive di attraversamenti pedonali “i conducenti devono consentire al pedone, che abbia già iniziato l’attraversamento impegnando la carreggiata, di raggiungere il lato opposto in condizioni di sicurezza”; né può essere taciuto che la sentenza impugnata ha anche avuto cura di precisare che, nella specie, non era dimostrato il presupposto della mancanza di attraversamenti pedonali entro un raggio di cento metri (v. art. 190, comma 2, cod. strada).
La Corte d’appello, quindi, non ha fatto altro che procedere al riparto delle rispettive percentuali di colpa, sulla base di un corretto impianto logico-giuridico ed argomentativo. A fronte di simile motivazione le doglianze contenute nel ricorso si risolvono nel tentativo di ottenere da questa Corte di legittimità una nuova e non consentita ricostruzione dei fatti, finalizzata al raggiungimento di un esito più favorevole alla ricorrente.
4. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
A tale esito segue la condanna della parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in conformità ai soli parametri introdotti dal decreto ministeriale 20 luglio 2012, n. 140, sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 2.000, di cui Euro 200 per esborsi, oltre accessori di legge.

Sinistri stradali: cade in moto per la strada sporca: paga l’Anas (Cassazione 21508/11)

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Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 27 settembre – 18 ottobre 2011, n. 21508

Presidente Filadoro – Relatore Giacalone

In fatto e in diritto

1.1. L’A.N.A.S. S.p.A. propone ricorso per cassazione, sulla base di quattro motivi, avverso la sentenza della Corte di Appello di Catanzaro del 13 giugno 2009, che, riformando quella di primo grado, ha accolto la domanda degli A., volta ad ottenere il risarcimento dei danni riportati nel sinistro stradale occorso il … in (omissis), lungo la S.S. (omissis) , che ritenevano attribuibile all’ente proprietario della strada per non aver fatto rimuovere fango sterpaglie e sabbia accumulatisi a seguito delle notevoli piogge cadute nei giorni precedenti, così determinando lo sbandamento della Vespa 50 su cui viaggiavano A.L. e V.. Gli intimati resistono con controricorso e chiedono il rigetto del ricorso.

2.1. Con il primo motivo, l’ente ricorrente deduce falsa applicazione dell’art. 2051 c.c. e formula alla Corte il seguente quesito: “se la responsabilità dell’ente tenuto alla gestione ed alla manutenzione delle strade pubbliche per danni verificatisi agli utenti sia sempre ed in ogni caso inquadrabile nell’ipotesi di responsabilità speciale prevista dall’art. 2051 c.c., come ritenuto dalla Corte di Appello, ovvero se spetti al giudice del merito valutare prioritariamente, caso per caso, l’estensione della strada e la modalità di fruizione da parte dell’utenza, giungendo ad escludere l’inquadramento nell’art. 2051 c.c. in tutti i casi in cui l’evento si sia verificato in strade pubbliche di notevole estensione e grandemente trafficate, nelle quali risulta impossibile operare un controllo ed una vigilanza costanti ed uniformi”.

2.2. la censura è infondata. In realtà, l’Ente ricorrente invoca un orientamento giurisprudenziale ormai superato e che non tiene conto dell’evoluzione della giurisprudenza in sibiecta materia a partire dalla nota pronuncia n. 156 del 10.5.1999 della Corte costituzionale. Questa, infatti, affermò il principio che alla P.A. non era applicabile la disciplina normativa dettata dall’art. 2051 c.c., solo allorquando “sul bene di sua proprietà non sia possibile – per la notevole estensione di esso e le modalità di uso, diretto e generale, da parte di terzi – un continuo, efficace controllo, idoneo ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per gli utenti”. Ne deriva che, secondo tale autorevole interprete, il fattore decisivo per l’applicabilità della disciplina ex art. 2051 c.c. debba individuarsi nella possibilità o meno di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, con la conseguenza che l’impossibilità di siffatto potere non potrebbe ricollegarsi puramente e semplicemente alla notevole estensione del bene e all’uso generale e diretto da parte dei terzi, da considerarsi meri indici di tale impossibilità, ma all’esito di una complessa indagine condotta dal giudice di merito con riferimento al caso singolo, che tenga in debito conto innanzitutto gli indici suddetti. In questa direzione si è orientata negli ultimi anni la giurisprudenza di questa Corte, i cui più recenti arresti hanno segnalato, con particolare riguardo al demanio stradale, la necessità che la configurabilità della possibilità in concreto della custodia debba essere indagata non soltanto con riguardo all’estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che lo connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche acquistano rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti, rilevando ancora, quanto alle strade comunali, come figura sintomatica della possibilità del loro effettivo controllo, la circostanza che le stesse si trovino all’interno della perimetrazione del centro abitato <v. Cass. n. 21328 e 21329/10; 12695/10; 24529/09; 9546/09; 3651/06; 15384/06). Nella specie, la Corte territoriale, condividendo espressamente tale indirizzo ha affermato – quanto alle premesse in diritto – che, riconducendo la responsabilità del custode della strada nell’ambito della responsabilità presunta ex art. 2051 e. e, si valorizzano adeguatamente, in ordine alla colpa, le circostanze relative alla custodia delle strade, ossia i caratteri dell’estensione e dell’uso diretto della cosa da parte della collettività, che non attengono alla struttura della fattispecie e possono valere ad escludere la presunzione di responsabilità gravante sul custode solo ove questi dia la prova che l’evento dannoso presenta i caratteri dell’imprevedibilità e della inevitabilità. In fatto (e sempre coerentemente con l’orientamento qui ribadito), ha ritenuto che la responsabilità dell’ente nella determinazione del sinistro dipendesse dal mancato intervento manutentivo diretto alla rimozione del fango e dei detriti dalla sede stradale, su un’arteria importante di raccordo di Catanzaro, sulla quale i detriti erano stati trasportati dalle piogge torrenziali verificatesi il 3.8.1995, senza che il giorno successivo, in cui si verificò il sinistro, fossero stati rimossi o, quantomeno, fosse stata predisposta un’idonea segnalazione del pericolo. Non vi è dubbio, infatti, che, tenuto conto della natura e della tipologia delle cause determinanti il danno, il custode doveva ritenersi nella specie obbligato a controllare lo stato della strada ed a mantenerla in condizioni ottimali d’impiego, dato che la presenza di fango e detriti a seguito di pioggia torrenziale rappresentava fattore di rischio conosciuto o conoscibile a priori dal custode (Cass. n. 12449/08; Cass. n. 8377/09, in motivazione).

3.1. Con il secondo motivo, l’ente deduce insufficiente motivazione sul fatto controverso e decisivo della riconducibilità del sinistro verificatosi al comportamento imprudente della conducente del motociclo così come allegato e provato dall’ente medesimo; si tratterebbe di fatto decisivo, perché la sua prova costituisce elemento idoneo ad escludere la responsabilità di esso ente gestore della strada ai sensi dell’art. 2051 c.c..

3.2. La censura ed il relativo momento di sintesi sono privi di pregio, non potendo il dedotto vizio di omessa motivazione consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello prospettato dalle parti. Si deve, infatti, ribadire che, quanto alla valutazione delle prove adottata dai giudici di merito, il sindacato di legittimità non può investire il risultato ricostruttivo in sé, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, (Cass. n. 12690/10, in motivazione; n. 5797/05; 15693/04). Del resto, i vizi motivazionali denunciabili in Cassazione non possono consistere nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove dato dal giudice del merito rispetto a quello preteso dalla parte, spettando solo a detto giudice individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge in cui un valore legale è assegnato alla prova (Cass. n. 6064/08; nonché Cass. n. 26886/08 e 21062/09, in motivazione).

4.1. Con il terzo motivo, il ricorrente deduce violazione dell’art. 2059 c.c. e chiede alla Corte “se in caso di risarcimento del danno patrimoniale derivante da lesioni riportate a seguito di atto illecito, astrattamente rientrante in fattispecie di reato, il giudice possa riconoscere il risarcimento del danno biologico, e, in percentuale su quest’ultimo, il risarcimento del danno morale, così come operato dalla Corte di Appello ovvero se si debba ritenere che, in tali fattispecie, il danno morale costituisce una componente normale del primo, per cui, ne è precluso il risarcimento quante volte si sia proceduto al risarcimento del danno biologico”.

4.2. Con il quarto motivo, l’ente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2059 e 2697 c.c. perché la Corte territoriale, liquidandolo in una percentuale di quello biologico, avrebbe considerato il danno morale sussistente in re ipsa, senza tenere conto che nessun elemento probatorio, neanche di carattere presuntivo, era stato allegato dai danneggiati.

4.3. Le censure – che possono trattarsi congiuntamente, data l’intima connessione – si rivelano entrambe infondate. I principi espressi dalle Sezioni unite di questa Corte con la sentenza n. 26972 del 2008 e con le ulteriori coeve decisioni – in ordine alla funzione solo descrittiva delle categorie di danno non. patrimoniale tradizionalmente individuate ed all’esigenza di evitare duplicazioni risarcitorie -non autorizzano la conclusione che siano per ciò stesso da riformare tutte le sentenze contenenti liquidazioni che a quelle categorie abbiano fatto riferimento. Quel che rileva é che non siano state risarcite due volte le medesime conseguenze pregiudizievoli, ad esempio ricomprendendo la sofferenza psichica sia nel danno “biologico” che in quello “morale”; ma se, liquidando il complessivo danno non patrimoniale attraverso il riferimento a tradizionali sottocategorie anche tabellari, il giudice abbia avuto riguardo a pregiudizi diversi, la decisione non può considerarsi erronea in diritto (Cass. n. 6750/11) senza contare che anche di recente si è ribadito peraltro nulla vieta che il danno morale sia liquidato in proporzione al danno biologico (Cass. n. 702/10). Nella specie non si sostiene che la sofferenza psichica fosse stata già considerata nella liquidazione del danno “biologico”, come inteso prima delle richiamate sentenze delle Sezioni unite.

5. Ne deriva il rigetto del ricorso. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

 P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 1.800, di cui Euro 1.600, per onorario, oltre spese generali ed accessori di legge.

 

Incidenti stradali: il motociclista che sorpassa da destra i veicoli fermi non ha diritto al risarcimento (Cass. 14099/11)

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Corte Cassazione, sez. III Civile, sentenza 11 maggio – 27 giugno 2011, n. 14099

Presidente Petti – Relatore D’Amico

Svolgimento del processo

A. A. convenne in giudizio dinanzi al Giudice di Pace di Viareggio, B. B, C. C. e l’U.C.I., nelle rispettive qualità di proprietario, conducente di un camper di targa tedesca ed Ufficio preposto a fornire garanzia assicurativa in caso di danno cagionato da veicolo di targa straniera, al fine di sentirli condannare in solido al risarcimento dei danni materiali ed alla persona che asseriva di aver subito a causa di un incidente stradale causato dalla apertura di uno sportello del suddetto camper.

Interveniva D. D. proprietaria del ciclomotore sul quale viaggiava A. A.

Il Giudice di Pace di Viareggio rigettava preliminarmente l’eccezione di improponibilità della domanda proposta dall’attore; condannava i convenuti al risarcimento del danno imputando interamente la responsabilità dell’urto all’apertura dello sportello; dichiarava l’inammissibilità dell’intervento tardivamente proposto da D. D.

Proponeva appello l’U.C.I.

Resistevano A. A. e D. D.

Il Tribunale di Lucca, in riforma della sentenza di primo grado, respingeva la domanda proposta da A. A. avverso l’U.C.I. sostenendo che la condotta imprudente del primo costituiva una violazione della norma di cui all’art. 148 C.d,S. in quanto aveva effettuato un superamento a destra del veicolo fermo. Condannava il A. A. a restituire all’U.C.I. le somme percepite in base alla suddetta sentenza.

Propongono ricorso per cassazione A. A. e D. D., con tre motivi.

Resiste con controricorso l’U.C.I. – Ufficio Centrale Italiano.

 Motivi della decisione

Preliminarmente si dichiara inammissibile il ricorso di D. D. per non avere impugnato la sentenza del Giudice di pace con la quale il suo intervento era stato dichiarato tardivamente proposto.

Con il primo motivo del ricorso parte ricorrente denuncia “Falsa applicazione dell’art. 148 c.d.s.”.

Sostiene A. A. che la decisione del Tribunale appare meritevole di censura in riferimento all’applicazione della disposizione di cui all’art. 148 del Codice della strada la quale disciplina la c.d. manovra di sorpasso: il suo comportamento non costituì infatti un “sorpasso” in senso tecnico, bensì un “superamento” di auto ferme al semaforo.

Il motivo non può essere accolto.

A seguito di un accertamento di fatto l’impugnata sentenza ha infatti ritenuto che il A. A. ha posto in essere un vero e proprio sorpasso tenendo un comportamento colpevole mentre nessun rimprovero può essere rivolto alla passeggera del camper per aver aperto lo sportello nella convinzione che nessun veicolo potesse provenire da destra.

Con secondo motivo del ricorso si denuncia “violazione dell’art. 157 co. 7 c.d.s.” sostenendo che chiunque apra la portiera di un veicolo ha l’obbligo di assicurarsi preventivamente di poter compiere liberamente tale manovra, in modo tale che dalla stessa non possa derivare un pericolo per gli altri utenti della strada.

Il motivo deve essere rigettato.

L’impugnata sentenza, con indagine di fatto, ha ritenuto che, in relazione al sinistro per cui è causa nessun rimprovero può muoversi al soggetto che ha aperto lo sportello sul lato destro del veicolo, non potendo configurarsi in capo a quest’ultimo un dovere di tener conto dell’altrui comportamento in violazione di norme di legge.

Con il terzo motivo si lamenta “insufficienza della motivazione in ordine alla manovra di apertura dello sportello”.

Si ritiene che la decisione del Tribunale di Lucca è censurabile riguardo all’insufficienza della motivazione sull’affermata legittimità della manovra di apertura dello sportello anteriore destro del camper da parte della trasportata.

Il motivo è infondato.

La motivazione è congrua e si tratta in ogni caso di accertamento di fatto insindacabile in sede di legittimità se, come nella specie, congruamente motivato.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato con condanna di parte ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che si liquidano come in dispositivo.

 Per questi motivi

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che si liquidano in complessivi euro 1.600,00 di cui 1.400,00 per onorari, oltre rimborso forfettario delle spese generali ed accessori come per legge.

 

 

L’assicurazione ha sessanta giorni per risarcire il danno, altrimenti è mala gestio (Cassazione 1083/2011)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 novembre 2010 – 18 gennaio 2011, n. 1083
Presidente Trifone – Relatore Amatucci

Svolgimento del processo

1.- Il 23.7.1981 il trentacinquenne M. P. morì per le lesioni riportate nello scontro tra il motociclo sul quale viaggiava ed un autocarro che, nell’immettersi nella strada regolarmente percorsa dal P. , aveva invaso la corsia opposta.
Con sentenza del 23.3.1983 il tribunale penale di Perugia condannò il conducente dell’autocarro A. B. alla pena di giustizia e, ritenutolo esclusivamente responsabile dell’incidente, lo condannò altresì, unitamente al responsabile civile G. C. A. , qualificato proprietario del mezzo, al risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede in favore dei congiunti, costituitisi parte civile. Riconobbe a favore della moglie del defunto, L. R., e dei figli, P. A.  e C. , una provvisionale di L. 25.000.000, versata dalla società assicuratrice del mezzo (Alleanza Securitas Esperia, poi Allsecures, in seguito Axa) il 18.8.1983 (o il 23.9.1983 secondo altra indicazione della sentenza impugnata). La sentenza fu confermata dalla corte d’appello il 29.3.1985. Il giudicato si formò il 18.12.1985 a seguito della declaratoria di inammissibilità del proposto ricorso per cassazione.
Nelle more, l’Azienda Autonoma Ferrovie dello Stato (in seguito FF.SS.) di cui il P.  era dipendente, costituì a favore dei predetti congiunti una rendita vitalizia del valore di L. 93.597.750 alla data dell’1.1.1982 e ne richiese il pagamento ad Axa in via surrogatoria. L’Axa versò alle FF.SS. L. 80.000.000 il 26.1.1984 e L. 44.925.840 il 26.7.1985, così esaurendo il massimale di polizza di L. 150.000.000.
2.- Il 22.6.1988 la R.  ed i figli P.  agirono giudizialmente innanzi al tribunale di Perugia nei confronti del B., del G. e dell’Axa adducendo l’insufficienza delle somme già percepite a titolo di risarcimento del danno e richiedendone la differenza.
Contumace il B., resistettero il G. e 1’Axa:
– il G. rappresentando che le FF.SS. avevano già giudizialmente domandato la condanna di tutti e tre i convenuti al pagamento della somma di L. 173.479.285, quale importo capitalizzato della rendita costituita in favore dei danneggiati, in surrogazione dei quali avevano agito; e chiedendo inoltre che Axa, della quale addusse la mala gestio, fosse condannata a tenerlo indenne anche oltre i limiti del massimale;
– l’Axa adducendo che gli importi richiesti dagli attori erano eccessivi e negando la mala gestio per aver tempestivamente pagato.
Con sentenza del 26.7.2001 il tribunale condannò il B. ed il G. al pagamento di L. 28.226.808 a titolo di risarcimento del danno morale, oltre alla rivalutazione ed agli interessi compensativi. Ritenne che il danno patrimoniale fosse pari a quanto già erogato dalle FF.SS., che l’Axa aveva versato l’intero massimale e che dovesse escludersene la responsabilità per mala gestio.
3.- La sentenza fu appellata autonomamente dagli attori e dal G. e, in via incidentale, dal B., che chiese il rigetto della domanda e di essere tenuto comunque indenne dall’Axa della somma di Euro 52.000 versata intanto agli attori.
Axa resistette.
Con sentenza n. 336 del 2005 la corte d’appello di Perugia ha confermato la sentenza di primo grado, solo riducendo il residuo credito degli attori per danno morale da L. 28.226.808 a L. 21.608.753 (pari ad Euro 11.159,99), affermando che anche Axa era tenuta alla rivalutazione ed agli interessi sulla somma di L. 25.000.000 e dichiarando cessata la materia del contendere tra gli attori stessi ed il B..
4.- Avverso la sentenza ricorrono per cassazione la R.  ed i P.  sulla base di tre motivi e, con autonomo ricorso, B. A. , che si affida a due motivi.
Al ricorso R.  – P.  resistono con distinti controricorsi l’Axa ed il G., che propone anche ricorso incidentale fondato su tre motivi, al quale resistono con controricorsi i ricorrenti principali ed Axa.
Al ricorso del B. resistono con controricorsi l’Axa ed il G., che propone ricorso incidentale fondato su tre motivi, al quale resiste con controricorso l’Axa.
I R.  – P. , il G. ed il B. hanno depositato memorie illustrative.

Motivi della decisione

I ricorsi vanno riuniti in quanto proposti avverso la stessa sentenza.

IL RICORSO R.  – P.  (R.G.N. 20196/06).

1.- Col primo motivo, deducendo violazione di norme di diritto e vizi della motivazione in riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5, i ricorrenti si dolgono che la corte d’appello abbia ritenuto che gli attori avessero formulato una domanda nuova, come tale inammissibile, col richiedere all’udienza di precisazione delle conclusioni del 16.6.1998 la somma di L. 402.206.000 (previa detrazione dell’importo di L. 25.000.000) per danno morale, invece originariamente indicato in L. 40.000.000, tra l’altro senza alcuna riserva di stile in ordine alla maggior somma che fosse per essere eventualmente risultata di giustizia.
Affermano che la diversa quantificazione della pretesa integra una mera emendatici e non una mutatio libelli e citano a sostegno dell’assunto Cass., nn. 4828/06, 1224/06, 26079/05 e 20683/05.
1.1.- La censura è fondata.
Costituisce principio consolidato quello secondo il quale la diversa quantificazione o specificazione della pretesa, fermi i suoi fatti costitutivi, non comporta prospettazione di una nuova causa petendi in aggiunta a quella dedotta in primo grado e, pertanto, non da luogo ad una domanda nuova. In tal senso si sono espresse, oltre alle sopraindicate sentenze citate dai ricorrenti, tra le altre, Cass. nn. 9266/10, 17977/07, 14961/06, 6338/00, 7275/97, 2693/91, 1743/90. La seconda, pronunciata in materia di responsabilità extracontrattuale in fattispecie nella quale era stato chiesto in citazione il risarcimento del danno morale per la perdita di un congiunto per un importo determinato, poi maggiorato all’udienza di precisazione delle conclusioni, ha in particolare affermato – con enunciazione che va anche in quest’occasione ribadita – che le variazioni puramente quantitative del petitum sono consentite in quanto, se non alterano i termini sostanziali della controversia e non introducono nuovi temi di indagine, non comportano alcuna violazione del principio del contraddittorio nè menomazione del diritto di difesa dell’altra parte.
Una volta escluso che l’incremento della somma richiesta (c.d. petitum mediato) integri una mutatio libelli, è del tutto irrilevante operare un raffronto – com’ha fatto la corte d’appello – tra quanto era stato orginariamente domandato al momento dell’atto di citazione e l’equivalente monetario alla data della precisazione delle conclusioni. Non questo è l’elemento determinante; ciò che conta è che, domandando una somma maggiore, non si introducano nuovi temi di indagine, tali da menomare il diritto della difesa dell’altra parte. E tanto va senz’altro escluso se, per esempio, l’incremento nominalistico della pretesa creditoria per il risarcimento del danno non patrimoniale sia, in sede di precisazione delle conclusioni, collegato a nuove tabelle intanto elaborate. La natura della tabella, che in non altro consiste che in un parametro di riferimento per la liquidazione equitativa del danno ex art. 1226 c.c., non integra un fatto nuovo per gli effetti che si stanno considerando, ma piuttosto un dato che si iscrive tra quelli di comune esperienza, dunque una regola di giudizio alla quale il giudice potrebbe (o dovrebbe) fare comunque ricorso indipendentemente dalla sollecitazione della parte.
La sentenza va dunque cassata non solo in riferimento alla operata diminuzione della somma liquidata a titolo di “danno morale” rispetto a quella riconosciuta dal tribunale in relazione ad operati raffronti comparativi con l’originaria espressione monetaria della voce di danno da parte degli attori, ma anche per aver ritenuto di non poter liquidare una somma maggiore, nei limiti del valore quale espresso in termini monetari alla data di precisazione delle conclusioni. Valore che – è il caso di chiarire in relazione alla natura dell’obbligazione risarcitoria – è suscettibile di essere a sua volta quantificato in una somma ancora maggiore alla data della sentenza, purchè non eccedente il valore corrispondente alla somma richiesta in sede di precisazione delle conclusioni. In termini ancora più chiari: nei debiti di valore il giudice deve tener conto anche della svalutazione monetaria che intervenga tra la data di precisazione delle conclusioni e quella della pronuncia.
2.- Col secondo motivo la sentenza è censurata per violazione di norme di diritto e vizi della motivazione in relazione alla errata conclusione che la corte d’appello aveva tratto dalla corretta premessa che, dopo le note sentenze della Corte costituzionale nn. 319/89, 356/91 e 485/91 in materia di azione surrogatoria da parte degli enti gestori delle assicurazioni sociali e l’estensione al danno morale operatane dalla giurisprudenza di legittimità, il risarcimento del danno (all’infortunato o ai suoi congiunti) da parte degli enti citati non priva più i danneggiati del diritto di chiedere all’assicuratore del danneggiante per la responsabilità civile il risarcimento dei danni che non costituiscono oggetto delle assicurazioni sociali, e dunque di quello biologico e morale (n.d.e.: ora, a seguito delle coeve decisioni delle sezioni unite nn. 26972 e ss. dell’11.11.2008, non patrimoniale tout court).
La corte, infatti, dopo aver riconosciuto che, essendo il diritto ancora controverso, quelle sentenze erano applicabili nella specie e che, di conseguenza, i danneggiati avevano titolo per chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale alla società assicuratrice nonostante la surrogazione operata dalle FF.SS. ed i conseguenti pagamenti effettuati dall’Axa al surrogante (e, in minima parte, alla Regione per spese ospedaliere), aveva erroneamente ritenuto di poter considerare quei versamenti liberatori per l’Axa ex art. 1189 c.c., per avere la stessa pagato al creditore apparente, quale sembravano essere le FF.SS, “essendo stata svelata – per così dire – la non corrispondenza tra realtà ed apparenza soltanto dalle successive sentenze della Corte costituzionale”.
2.1.- Anche questo motivo è fondato.
Correttamente i ricorrenti mettono in luce come la corte d’appello abbia finito per vanificare il portato precettivo delle sentenze della Consulta, realizzando proprio quella situazione pregiudizievole per i danneggiati che le Corti costituzionale e di cassazione hanno bollato come contraria ai principi fondamentali del nostro ordinamento. La prima, chiarendolo ancora con sentenza n. 37/94, la seconda con sentenze nn. 605/98 e 14638/00.
La questione è stata risolta, in caso sostanzialmente identico, dalla prima delle due sentenze citate dal ricorrente (cui adde, oltre a Cass. 14638/00, anche Cass. nn. 15431/04 e 14601/05), dalla quale è stato tratto il principio così sintetizzato nella relativa massima ufficiale tratta dalla pronuncia, che va anche in quest’occasione ribadito:
“La sentenza della Corte costituzionale 6 giugno 1989, n. 319 che ha dichiarato l’illegittimità della L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 28, commi 2, 3 e 4, nella parte in cui non esclude che gli enti gestori delle assicurazioni sociali, sostituendosi nel diritto del danneggiato verso l’assicuratore della responsabilità civile, possano esercitare l’azione surrogatoria con pregiudizio del diritto dell’assistito al risarcimento dei danni alla persona non altrimenti risarciti, ha fatto perdere efficacia alle norme dichiarate incostituzionali dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione, mentre non spiega effetto rispetto ai rapporti esauriti. La circostanza che, prima della dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma, L’Inail abbia dichiarato all’assicuratore di volersi surrogare nei diritti del danneggiato e suo assistito, di per sè, non è un fatto giuridico capace di rilevare come causa di esaurimento del rapporto e, quindi, come limite agli effetti della sentenza della Corte costituzionale. Infatti sino a quando il diritto del danneggiato verso l’assicuratore non è prescritto o in ordine ad esso non si sia formato un giudicato negativo, il giudice richiesto di pronunziare sull’esistenza del diritto non può attribuire effetto estintivo di tale diritto alla surrogazione esercitata dall’Inail perchè ciò significherebbe applicare la norma dichiarata costituzionalmente illegittima”.
In motivazione (sub 2.3.) la citata sentenza chiarisce anche che “il pagamento produce effetti in quanto è fatto al creditore, o a persona per lui legittimata riceverlo o a persona succedutagli nella titolarità del credito. Se il pagamento non è fatto al creditore, ma a persona che, secondo una norma di apparente legittimità, versa in una situazione che ne ha determinato la successione a lui nella titolarità del credito, l’effetto estintivo del credito cessa con la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma che dava rilievo a quella situazione. Il creditore che non ha ricevuto la prestazione ha diritto di pretenderla e il debitore che ha pagato ha diritto di ripetere da chi lo ha ricevuto il pagamento divenuto indebito”.
Il che risolve anche il problema relativo alla identificazione del soggetto abilitato alla ripetizione dell’indebito, che potrà essere domandata dalla società assicuratrice per la responsabilità civile all’ente surrogatosi nei diritti del danneggiato.
Va piuttosto dato conto dell’ulteriore affermazione della sentenza n. 605/98, laddove così prosegue: “Ciò sempre che il debitore non intenda sostenere che egli ha pagato a creditore apparente, che il proprio debito è rimasto estinto e spetta al creditore ripetere da chi lo ha ricevuto il pagamento da lui fatto (art. 1189 cod. civ.).
La ricorrente non ha però sostenuto – nel giudizio di merito nè perciò nel ricorso – che, quando essa ha eseguito il pagamento all’Inail, in ragione del fatto dell’esistenza della norma poi dichiarata costituzionalmente illegittima, da un lato l’Inail appariva legittimato in base a circostanze univoche a ricevere il pagamento dall’altro essa lo aveva eseguito in buona fede”.
L’affermazione, che peraltro costituisce un obiter dictum, non è suscettibile di essere interpretata nel senso che il problema, se si fosse posto, si sarebbe potuto risolvere nel senso della liberazione della società assicuratrice per aver pagato, in buona fede, a chi appariva legittimato a riceverlo in base a circostanze univoche ex art. 1189 c.c., comma 1, con l’ulteriore conseguenza che in ripetizione dovrebbe allora agire, ai sensi del secondo comma, il vero creditore (nella specie i congiunti danneggiati) nei confronti di chi ha ricevuto il pagamento (nella specie le surrogatesi FF.SS.).
La ragione ne è che il riferimento del primo comma alle “circostanze univoche” che ingenerano una situazione di apparenza non può essere estesa alle norme di diritto dalla quale dipenda la qualificazione di un soggetto come creditore, giacchè tanto interferirebbe, frustrandole, con le regole che disciplinano gli effetti degli atti normativi, la cui puntuale applicazione costituisce un principio cardine dell’ordinamento.
3.- Col terzo motivo sono dedotti violazione di legge e vizi della motivazione in riferimento alla avvenuta esclusione della sussistenza di un danno patrimoniale superiore alla capitalizzazione della rendita vitalizia liquidata dalle FF.SS..
Si sostiene l’erroneità storica e l’apoditticità razionale dell’affermazione della corte d’appello secondo la quale “la natura di azienda autonoma dello Stato, propria all’epoca delle Ferrovie, induce a ritenere, in mancanza di elementi obiettivamente apprezzabili di segno contrario, che la costituzione della rendita sia avvenuta in conformità alla normativa in materia”.
3.1.- Si tratta di un apprezzamento di fatto, la cui prospettata erroneità non è sindacabile in questa sede in relazione all’adeguatezza della motivazione che lo sorregge, contrassegnata dall’ulteriore osservazione fu della corte d’appello che nè in primo grado nè in sede di appello erano stati offerti elementi di prova di un maggior danno (così la sentenza impugnata a pag. 21, secondo capoverso).
Il motivo è respinto.

IL RICORSO INCIDENTALE G. (R.G. 25879/06).

4.- Va preliminarmente rilevato che l’eccezione di inammissibilità del ricorso del G., per tardività, sollevata da Axa è infondata alla luce delle assorbenti enunciazioni di Cass., sezioni unite, 27.11.2007, n. 24762.
È stato affermato che sulla base del principio dell’interesse all’impugnazione, l’impugnazione incidentale tardiva è sempre ammissibile, a tutela della reale utilità della parte, tutte le volte che l’impugnazione principale metta in discussione l’assetto di interessi derivante dalla sentenza alla quale il coobbligato solidale aveva prestato acquiescenza; conseguentemente, è ammissibile, sia quando rivesta la forma della controimpugnazione rivolta contro il ricorrente principale, sia quando rivesta le forme della impugnazione adesiva rivolta contro la parte investita dell’impugnazione principale, anche se fondata sugli stessi motivi fatti valere dal ricorrente principale, atteso che, anche nelle cause scindibili, il suddetto interesse sorge dall’impugnazione principale, la quale, se accolta, comporterebbe una modifica dell’assetto delle situazioni giuridiche originariamente accettate dal coobbligato solidale.
L’unico termine da rispettare è quello di cui all’art. 371 c.p.c.. E non si afferma che sia stato violato.
5. – Col primo motivo il ricorrente si duole deducendo violazione di legge in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4 – che la corte d’appello lo abbia ritenuto comproprietario dell’autocarro alla data (23.7.1981) dell’incidente mortale provocato dal suo conducente benchè l’automezzo fosse ricompreso nel ramo d’azienda conferito il 27.11.1980 nella società a responsabilità limitata Dinamica Umbra.
5.1.- Il motivo è infondato in relazione al giudicato formatosi il 18.12.1985 sulla sentenza (penale) di condanna generica anche del G. al risarcimento, in qualità di responsabile civile.
L’erroneo riferimento contenuto in sentenza alle norme del codice di procedura penale entrato in vigore successivamente alla data sopra indicata non infirmano la correttezza della decisione anche alla stregua delle norme previgenti (art. 27 c.p.p. del 1930), sicchè va solo corretta la motivazione sul punto.
6.- Col secondo motivo la sentenza è censurata per violazione di norme di diritto e per vizio della motivazione nella parte in cui ha escluso che fosse “ravvisabile la mala gestio prospettata dal G., considerato che la compagnia, a fronte della dichiarazione di surroga delle Ferrovie dello Stato, non avrebbe potuto effettuare altri versamenti a favore di danneggiati” (così la sentenza impugnata, a pagina 24).
Il ricorrente G. sostiene che tale motivazione è erronea in diritto in quanto la dichiarazione di surrogazione delle FF.SS. non impediva all’assicuratrice Axa di considerare le ulteriori pretese dei danneggiati e si duole della apoditticità della risposta data ai motivi di appello con i quali egli aveva censurato la sentenza di primo grado laddove il tribunale aveva conferito rilievo, per escludere la responsabilità dell’assicuratore per mala gestio, al fatto che “la penale responsabilità del B. era stata definitivamente acclarata solo il 29.3.1985 e che la compagnia, almeno sino al 18.10.1983, non poteva valutare il danno nel suo complesso a causa della mancata precisazione dell’ammontare della rivalsa da parte delle FF.SS.”.
Senonchè – si afferma in ricorso – la Corte di legittimità ha chiarito che una responsabilità contrattuale per inadempimento dell’assicuratore nei confronti dell’assicurato è configurabile anche indipendentemente dalla definizione del giudizio penale che abbia coinvolto il danneggiante assicurato (Cass. 5531/97), essendo dovere dell’assicuratore attivarsi entro 60 giorni per acquisire i dati dai quali desumere la responsabilità dell’assicurato e la congruità delle pretese del danneggiato, per soddisfarne senza ritardi il diritto al risarcimento. Nella specie, la responsabilità del B. risultava evidente dal rapporto e dalla sentenza di primo grado (impugnata solo in punto di attenuanti generiche) e le FF.SS. avevano sin dall’8.9.1982 (documento 8 del fascicolo di parte) invitato l’assicuratore a versare L. 103.072.125 a tacitazione di ogni loro pretesa; sicchè, se la compagnia assicuratrice avesse concluso una transazione che senz’altro presentava i caratteri della ragionevolezza, avrebbe avuto a disposizione ulteriori L. 47.000.000 rispetto al massimale, sufficienti a soddisfare allora le pretese dei danneggiati, e non avrebbe esposto l’assicurato G. al rischio di dover affrontare in proprio le conseguenze economiche del dilatorio comportamento dell’assicuratore per il danno eccedente il massimale (Cass., n. 2276/05).
Del resto, il colpevole ritardo della compagnia era stato ravvisato dalla corte d’appello in ordine al pagamento della provvisionale proprio in ragione della evidenza della responsabilità del B., quale chiaramente risultava sin dall’inizio della vicenda.
6.1.- Obietta tra l’altro Axa che, anche a voler ammettere che l’impugnazione del B. avverso la sentenza penale di primo grado riguardasse solo le attenuanti, rimaneva pur sempre operante la diffida delle FF.SS. che aveva esercitato la surroga ex art. 1916 c.c., ponendo così un ostacolo insormontabile alla definizione delle pretese risarcitorie degli eredi P. . Un accordo transattivo coi P.  – afferma – sarebbe stato inopponibile alle FF.SS., con conseguente obbligo dell’Axa di pagare alle Ferrovie quanto le stesse avevano anticipato ai P. .
6.2.- Il motivo è fondato.
Secondo la L. n. 990 del 1969, art. 28 (applicabile ratione temporis), il rapporto assicurativo tra danneggiato e assicuratore della responsabilità civile ed il rapporto previdenziale tra danneggiato ed ente di assicurazione sociale si coordinano attraverso lo schema della surrogazione legale (art. 1203 cod. civ., n. 5) e nel concorso dei seguenti atti;
nel rapporto assicurativo, l’assicuratore deve chiedere al danneggiato se ha diritto a prestazioni in quello previdenziale. Se il danneggiato risponde affermativamente, l’assicuratore accantona la somma prevedibilmente corrispondente alla prestazione spettante al danneggiato-assistito nel rapporto previdenziale e chiede all’ente se vuole valersi del diritto di surrogarsi al danneggiato. L’ente deve rendere dichiarazione positiva nei successivi 45 giorni;
– nel rapporto previdenziale, l’ente corrisponde la prestazione ed ha diritto di surrogarsi nei limiti della prestazione corrisposta: in questi limiti, con il pagamento nel rapporto previdenziale, l’ente è surrogato in quello assicurativo al danneggiato; l’assicuratore della responsabilità civile può e deve solo pagare all’ente la somma che questo dichiara d’aver prestato nel rapporto previdenziale.
Al complesso di atti appena descritto la L. n. 990 del 1969, art. 28, ricollega l’effetto di estinguere, nel rapporto assicurativo, il diritto del danneggiato verso l’assicuratore, nei limiti della somma che lo stesso danneggiato ha già percepito dall’ente nel rapporto previdenziale.
Non è dunque corretta in diritto l’affermazione della corte d’appello che l’assicuratore, “a fronte della dichiarazione di surroga delle Ferrovie dello Stato, non avrebbe potuto effettuare altri versamenti a favore di danneggiati”. Il versamento sarebbe stato invece possibile per la parte eccedente la richiesta delle FF.SS., segnatamente alla luce del rilievo che la costituzione della rendita da parte delle Ferrovie afferiva esclusivamente al danno patrimoniale e che queste, nel 1982, avevano richiesto ad Axa un versamento di circa L. 102 milioni a tacitazione delle proprie pretese in via surrogatoria, sicchè sarebbero risultati ulteriori L. 43 milioni immediatamente disponibili rispetto al massimale di L. 150 milioni.
Non è stato dalla corte d’appello apprezzato – ed in tal senso la motivazione della sentenza impugnata è certamente carente (anche) alla stregua del (finora) consolidato orientamento sul punto – se, già a quella data, o quantomeno a quella successiva del 23.3.1983, non sussistessero i presupposti per una completa valutazione da parte di Axa della responsabilità esclusiva del B.e del danno subito dai superstiti, e per la conseguente soddisfazione delle aspettative risarcitorie dei danneggiati.
È stato, infatti, più volte chiarito che se il massimale era capiente all’epoca del sinistro ma è divenuto insufficiente a coprire l’intero danno per effetto della svalutazione intanto intervenuta durante la mora dell’assicuratore, questi dovrà tenere indenne l’assicurato in misura pari all’intero danno subito dal danneggiato, quale che ne sia l’ammontare, configurandosi come mala gestio in senso proprio, nei confronti dell’assicurato, il colpevole ritardo col quale l’assicuratore abbia soddisfatto il credito del danneggiato. Nell’ambito del rapporto assicurativo, tale colpevole ritardo da parte dell’assicuratore – superato il più risalente orientamento secondo il quale esso era configurabile solo una volta che fosse stata giudizialmente o negozialmente accertata la responsabilità dell’assicurato, nonchè quantificato l’ammontare delle somme dovute al terzo danneggiato (Cass., nn. 4240/96, 7330/95, 3503/91, 1193/89, 4518/85, 1440/80) – è allo stato fatto coincidere col momento nel quale la società assicuratrice sia stata posta in grado di valutare, usando l’ordinaria diligenza, la fondatezza della richiesta risarcitoria del danneggiato ed abbia tuttavia omesso, in violazione degli obblighi di correttezza e buona fede nell’adempimento del contratto di assicurazione verso l’assicurato, di mettere a disposizione il massimale o la parte di esso sufficiente a risarcire il danno, o di concludere favorevoli accordi transattivi con il danneggiato (cfr., ex multis, Cass., nn. 6461/96, 4867/98, 10696/99, 7557/01, 1885/02, 2195/04, 11597/04, 24747/07).
Già alla stregua di tale consolidato indirizzo, come s’è appena osservato, la sentenza è censurabile per non avere accertato se Axa non fosse stata posta in grado di apprezzare la fondatezza delle pretese risarcitorie dei danneggiati quando ancora il massimale sarebbe stato sufficiente a risarcirli; in tale ottica, la corte territoriale avrebbe anche dovuto considerare che, quando l’inadempimento dell’assicuratore sia addotto dall’assicurato e consista nel ritardo col quale questi abbia risarcito il danneggiato, la prova della non imputabilità del ritardo grava (ex art. 1218 c.c.) sull’assicuratore, tenuto a dimostrare la propria correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.) nell’esecuzione del contratto di assicurazione.
6.3.- Ma il collegio ritiene di dover fare talune considerazioni ulteriori, volte ad elidere la possibile discrasia fra il momento, certo, nel quale la mora sussiste nei confronti del danneggiato (60 giorni dopo la richiesta risarcitoria avanzata nelle forme previste dalla legge) nel rapporto indennitario e quello – che sulla base dell’attuale orientamento è del tutto incerto in relazione al variegato atteggiarsi dei singoli casi – nel quale un colpevole ritardo dell’assicuratore è ravvisabile nei confronti dell’assicurato nell’ambito del rapporto assicurativo.
Il fatto stesso che, nel rapporto indennitario, la legge conceda 60 giorni all’assicuratore per determinarsi in ordine al risarcimento da corrispondere al danneggiato è sintomatico della tipizzazione del tempo considerato necessario perchè siano compiuti gli accertamenti del caso; o, comunque, del lasso temporale al di là del quale le conseguenze negative dell’omesso risarcimento vengono poste a carico dell’assicuratore.
Ora, se la cautela con la quale l’assicuratore gestisca la pratica evitando di erogare somme che in ipotesi possano poi risultare non dovute ai danneggiati, trova la sua ovvia spiegazione nel timore di non riuscire poi a recuperarle, tanto non può ridondare a carico del responsabile/assicurato che venga assumendo un’esposizione diretta progressivamente più grave man mano che, per il decorrere del tempo senza che i danneggiati siano stati risarciti, il massimale di polizza (o di legge) vada perdendo la sua capacità satisfattiva delle pretese di chi ha diritto al risarcimento. Si creerebbe altrimenti, segnatamente nei casi di eventi molto gravi che abbiano causato danni di entità prossima al massimale, un possibile incentivo/economico per l’assicuratore a ritardare il risarcimento, alimentato dalla consapevolezza del limite della propria responsabilità entro il massimale e di quella esclusiva dell’assicurato per l’eccedenza.
L’assicurato si determina d’altronde al contratto (al di là dell’obbligo di dotarsi di una copertura assicurativa nei limiti del massimale di legge) allo specifico scopo di trasferire sull’assicuratore il rischio delle conseguenze patrimoniali del fatto produttivo di danno di cui debba rispondere; mentre l’eventualità che la menzionata cautela dell’assicuratore mira ad evitare costituisce, in realtà, un rischio d’impresa, compensato dal premio che l’assicurato paga senza alcuna possibilità di incidere sulle scelte dell’assicuratore al quale abbia correttamente fornito i necessari elementi valutativi sulle modalità e sulle conseguenze del sinistro.
Va conseguentemente enunciato il seguente principio di diritto: “al di fuori dei casi di responsabilità dell’assicurato che abbia omesso di fornire all’assicuratore tutte le informazioni di cui disponga ed utili all’apprezzamento del fatto, va posto a carico dell’assicuratore il rischio della sopravvenuta incapienza del massimale per omesso risarcimento del danno entro 60 giorni dalla richiesta del danneggiato. In tale caso l’assicuratore è quindi tenuto a tenere indenne l’assicurato, nell’ambito del rapporto assicurativo, di tutto quanto questi debba direttamente corrispondere al danneggiato in eccedenza rispetto al massimale tardivamente versato”.
7. – Col terzo motivo il ricorrente incidentale G. – deducendo violazione di norme di diritto e vizio della motivazione – svolge censure analoghe a quelle formulate col secondo motivo del ricorso principale R.  – P.  e si duole inoltre che la corte d’appello abbia escluso il vincolo di solidarietà dell’assicuratore con gli altri responsabili (B. e G.) in ordine a quanto dovuto ai danneggiati, oltre i limiti del massimale per interessi e rivalutazione, sull’ammontare dell’intero danno e non già soltanto sul minor importo di L. 25.000.000.
7.1.- Il primo profilo della censura è fondato per le stesse ragioni esposte sopra sub 2.1.
Il secondo lo è alla luce del consolidato principio secondo il quale il ritardo dell’assicuratore nei confronti del danneggiato comporta, in caso di incapienza originaria o sopravvenuta del massimale, che dalla data di costituzione in mora o da quella in cui il massimale sia diventato insufficiente siano comunque dovuti al danneggiato interessi e maggior danno da svalutazione (ex art. 1224 c.c., commi 1 e 2) sulla somma costituente il limite dell’obbligazione (di valuta) dell’assicuratore nei suoi confronti.

IL RICORSO B.(R.G.N. 25644.06)

8.- In relazione all’eccezione di inammissibilità di Axa, va ribadito che il ricorso è ammissibile per le stesse ragioni sopra indicate sub 4.
9.- Col primo motivo la sentenza è censurata per le stesse ragioni di cui sopra, sub 2.1. ed è per le medesime ragioni fondato.
Resta impregiudicata nel giudizio di rinvio la subordinata domanda del B.di essere tenuto indenne di quanto versato a titolo transattivo ai R.  – P.  (Euro 52.000).
Va detto che infondatamente si sostiene in memoria (a pagina 9, in fine) che la corte d’appello avrebbe “dichiarato la responsabilità solidale del sig. B. per le pretese e le causali dedotte dagli attori in giudizio, nonostante l’intervenuta transazione”. La corte d’appello s’è infatti limitata a dichiarare cessata la materia del contendere tra i R.  – P.  ed il B.. E lo ha fatto (come si legge alla sesta riga di pagina 24 della sentenza) “in conformità alla richiesta delle stesse parti”.
10.- Col secondo motivo il ricorrente si duole – deducendo violazione a falsa applicazione degli artt. 2049 e 2054 c.c., e vizio della motivazione – che la corte d’appello abbia considerato irrilevante il titolo della responsabilità del G.; che andava invece individuato in relazione all’art. 2049 c.c., con conseguente responsabilità del G. nei suoi confronti per non avere, stipulando un’assicurazione per la r.c.a. con massimale di sole L. 150.000.000, adeguatamente tutelato il proprio dipendente in ordine al rischio di responsabilità per danni arrecati a terzi nell’esercizio dell’attività di conducente dell’autocarro.
10.1.- La censura è infondata, non essendo dal ricorrente affermato che egli avesse svolto una domanda di tal tipo nei confronti del G., sicchè la corte d’appello non era investita della questione relativa all’individuazione del titolo della responsabilità del G. nel rapporto processuale (non instauratosi) B.- G., ma solo della sussistenza della responsabilità del G. nel rapporto tra gli attori ed il medesimo; ed a quei fini il titolo era del tutto irrilevante in relazione al giudicato formatosi in punto di responsabilità, come rivelato sopra, sub 5.1.

L’ALTRO RICORSO INCIDENTALE G. (R.G.N. 25880/06)

11.- Il ricorso, identico a quello recante il n. 25879/06, deve essere dichiarato inammissibile in virtù del principio di consumazione dell’impugnazione.

Conclusioni

12.- Vanno conclusivamente accolti i primi due motivi del ricorso R.  – P. , il secondo ed terzo motivo del primo ricorso G. ed il primo motivo del ricorso B..
Tutti gli altri motivi sono respinti. Il secondo ricorso G. è, come detto, inammissibile.
La sentenza è cassata in relazione alle censure accolte, con rinvio alla stessa corte d’appello in diversa composizione, che regolerà anche le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.
La Corte di Cassazione

riunisce i ricorsi; accoglie il primo ed il secondo motivo del ricorso di L. R., A. P.e C. P. e rigetta il terzo; accoglie il secondo ed il terzo motivo del ricorso n. 25579/06 di C. A. G. e rigetta il primo; dichiara inammissibile il ricorso n. 25580/06 del medesimo G.; accoglie il primo motivo del ricorso di A.B. e rigetta il secondo; cassa in relazione alle o censure accolte e rinvia, anche per le spese, alla corte d’appello di Perugia in diversa composizione.
Così deciso in Roma, il 9 novembre 2010.
Depositato in Cancelleria il 18 gennaio 2011

Incidenti stradali: per la Cassazione il CID, da solo, non fa piena prova (739/2011).

Postato il

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIFONE  Francesco                            –  Presidente   –

Dott. UCCELLA  Fulvio                               –  Consigliere  –

Dott. CHIARINI Maria Margherita                     –  Consigliere  –

Dott. SPIRITO  Angelo                               –  Consigliere  –

Dott. LEVI     Giulio                          –  rel. Consigliere  –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 29967-2006 proposto da:

L.P. S.R.L. IN LIQUIDAZIONE (OMISSIS) in  persona  del liquidatore   e  legale  rappresentante  pro  tempore   Sig. F. L.,  elettivamente domiciliata in ROMA, VIA  CAIO  MARIO  13, presso  lo  studio  dell’avvocato LONGO MAURO, che la  rappresenta  e difende giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

L.M.T., C.S.T. S.P.A. – CENTRO SERVIZI TORO S.P.A.;

– intimati –

avverso  la sentenza n. 20042/2005 del TRIBUNALE di ROMA 12^  SEZIONE CIVILE,   emessa  il  3/6/2005,  depositata  il  22/09/2005,   R.G.N.50508/2003;

udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del21/10/2010 dal Consigliere Dott. GIULIO LEVI;

udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. GOLIA AURELIO che ha concluso per il rigetto.

Fatto

Con atto di citazione regolarmente notificato, la S.r.l. in liquidazione “L.P.” impugnava davanti al Tribunale di Roma la sentenza del Giudice di Pace 6.6.2002, con cui questi aveva respinto la domanda della società stessa contro L.M. T. e la S.p.A. Lloyd Adriatico, dei quali aveva chiesto la condanna al risarcimento dei danni subiti a seguito del sinistro verificatosi in Roma il 26.12.1999.

Il Tribunale di Roma con sentenza 24.10.200 rigettava l’appello e condannava la S.r.l. in liquidazione “L.P.” al rimborso delle spese. Ricorre per Cassazione la S.r.l. in liquidazione “L.P.” con tre motivi. Non resiste l’intimata.

Deposita memoria la ricorrente.

Diritto

Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 2733 c.c. e art. 2228 c.p.c., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia assume che nel caso si tratta di erronea valutazione delle prove, in particolare per quanto riguarda la confessione (art. 2733 c.c.).

Si è detto al riguardo dal S.C. che nel giudizio promosso dal danneggiato nei confronti dell’assicuratore della responsabilità civile da circolazione stradale, il responsabile del danno, che deve essere chiamato nel giudizio sin dall’inizio, assume la veste di litisconsorte necessario, poichè la controversia deve svolgersi in maniera unitaria tra i tre soggetti del rapporto processuale (danneggiato, assicuratore e responsabile del danno) e coinvolge inscindibilmente sia il rapporto di danno, originato dal fatto illecito dell’assicurato, sia il rapporto assicurativo, con la derivante necessità che il giudizio deve concludersi con una decisione uniforme per tutti i soggetti che vi partecipano. Pertanto, avuto riguardo alle dichiarazioni confessorie rese dal responsabile del danno, deve escludersi che, nel giudizio instaurato ai sensi della L. n. 990 del 1969, art. 18, sia nel caso in cui sia stata proposta soltanto l’azione diretta che nell’ipotesi in cui sia stata avanzata anche la domanda di condanna nei confronti del responsabile del danno, si possa pervenire ad un differenziato giudizio di responsabilità in base alle suddette dichiarazioni, in ordine ai rapporti tra responsabile e danneggiato, da un lato, e danneggiato ed assicuratore dall’altro. Conseguentemente, va ritenuto che la dichiarazione confessoria, contenuta nel modulo di constatazione amichevole del sinistro (cosiddetto C.I.D.), resa dal responsabile del danno proprietario del veicolo assicurato e – come detto – litisconsorte necessario, non ha valore di piena prova nemmeno nei confronti del solo confitente, ma deve essere liberamente apprezzata dal giudice, dovendo trovare applicazione la norma di cui all’art. 2733 c.c., comma 3, secondo la quale, in caso di litisconsorzio necessario, la confessione resa da alcuni soltanto dei litisconsorti è, per l’appunto, liberamente apprezzata dal giudice (Cass., 5.5.2006, n. 10311).

Tanto premesso, ha osservato la sentenza impugnata che erano stati prodotti un preventivo e una fattura, documenti entrambi anteriori al preteso sinistro; che era inverosimile “coincidenza del casuale scontro tra due autovetture assicurate presso la stessa Agenzia della stessa Compagnia Assicuratrice; che dalla C.T.U. era emerse che l’autovettura dell’attrice era stata di proprietà della convenuta;

che sussisteva, come pure accertato dal C.T.U., incompatibilità di alcuni dei punti di danno riscontrati sui due veicoli; che la L., all’epoca del sinistro, era legata da rapporti di lavoro con la società attrice.

Ha osservato, quindi, la sentenza impugnata che la confessione giudiziale della convenuta L. era assolutamente inidonea a provare la avanzata pretesa.

Si tratta, all’evidenza, di giudizio di merito a seguito di apprezzamento di fatti, che non è censurabile in Cassazione. Il motivo deve essere quindi rigettato.

Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia assume che il Tribunale non ha in alcun modo tenuto conto dei dati probatori acquisiti nel corso del giudizio di primo grado, sia in riferimento alla confessione giudiziale, sia in riferimento alle risultanze della C.T.U..

Come innanzi già indicato si tratta di valutazioni di fatto non censurabili in Cassazione per cui il motivo deve essere rigettato.

Con il terzo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Assume che, a prescindere dall’esito del giudizio, sussistevano ampie e giustificate ragioni che avrebbero dovuto condurre ad una decisione di compensazione delle spese di lite.

Questo S.C. al riguardo ha osservato che al di fuori dei casi di soccombenza reciproca, i “giusti motivi” di compensazione totale o parziale delle spese previsti dall’art. 92 cod. proc. civ. possono essere evincibili anche dal complessivo tenore della sentenza, con riguardo alla particolare complessità sia degli aspetti sostanziali che processuali, ma se nessuno di tali presupposti sussiste deve applicarsi il generale principio della condanna alle spese della parte soccombente, non potendo trovare luogo l’esercizio del potere discrezionale giudiziale di compensazione (Cass., 30.3.2010, n. 7766).

Il ricorso va dunque rigettato.

In mancanza di difese svolte dalla parte intimata non vi è luogo a pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 21 ottobre 2010.

Depositato in Cancelleria il 14 gennaio 2011

 

Incidenti stradali: per la Cassazione (sentenza 745 del 2011) nel caso del pedone investito che chiede il risarcimento al Fondo di Garanzia “la prova del fatto costitutivo della pretesa risarcitoria, quanto all’avvenuto evento ad opera di ignoti, non richiede da parte della vittima un comportamento di non comune diligenza”

Postato il

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 16 dicembre 2010 – 14 gennaio 2011, n. 745
Presidente Trifone – Relatore Levi

Svolgimento del processo

Con citazione innanzi al tribunale di Santa Maria Capua Vetere dell’aprile 1998 F..I. conveniva in giudizio la società Assicurazioni Generali spa, nella qualità di impresa designata dal Fondo di garanzia per le vittime della strada (FGVS) per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni subiti per le lesioni riportate nel sinistro stradale verificatosi il (OMISSIS)      .
Esponeva che, mentre camminava in (OMISSIS)                       , era stato investito da un’autovettura, che, dopo l’impatto, si era allontanata e gli aveva così impedito di identificare sia il veicolo investitore che il suo guidatore.
La convenuta società di assicurazione contrastava la domanda e ne chiedeva il rigetto.
All’esito dell’espletata prova orale, il tribunale rigettava la domanda e la decisione, sul gravame del soccombente, era confermata dalla sentenza pubblicata il 13 settembre 2005 della Corte d’appello di Napoli, che condannava F..I.               alle spese del grado capovolta.
Ai fini che ancora interessano i giudici dell’appello premesso che in caso di investimento da parte di un veicolo rimasto sconosciuto la responsabilità del Fondo deve essere esclusa qualora la mancata identificazione del mezzo investitore sia da attribuire a dolo o colpa del danneggiato – ritenevano che dall’espletata prova orale erano emerse le seguenti circostanze:
dopo l’impatto l’autovettura dell’investitore si era fermata accanto al pedone e da essa erano discesi sia il guidatore che un passeggero;
costoro non si erano subito allontanati, ma avevano sostato accanto a I.F.                per un pò di tempo, sino a quanto erano sopraggiunte altre due persone;
queste avevano constatato che l’infortunato era perfettamente cosciente, tanto che esse erano state da lui riconosciute;
i due testi sopravvenuti sul posto avevano ricevuto dai due passeggeri dell’autovettura investitrice l’assicurazione era stato già richiesto l’intervento urgente di un’ambulanza.
La Corte partenopea, sulla scorta dei suddetti fatti, considerava che l’infortunato aveva avuto a disposizione tutto il tempo necessario per identificare il mezzo investitore e che lo stesso “se pure sofferente non richiese ai suoi conoscenti di annotare almeno il numero di targa del veicolo che lo aveva investito”, per cui confermava la conclusione cui era giunto in primo grado il tribunale di attribuire la mancata identificazione del mezzo alla esclusiva condotta negligente di F..I.              .
Il giudice del merito, inoltre, sottolineando la sussistenza di una “evidente discrepanza” tra le dichiarazioni rese da I.F.                ai Carabinieri e quanto riferito dai due testimoni suoi conoscenti, aggiungeva che la circostanza “induce a nutrire dubbi sulla stessa effettiva presenza dei due testimoni sul luogo del fatto e sulla attendibilità delle loro affermazioni, con la conseguenza che deve ritenersi privo di qualsiasi prova l’asserito investimento ad opera di un veicolo non identificato”.
Per la cassazione della sentenza F..I.               ha proposto ricorso affidato a due mezzi.
Ha resistito con controricorso la società Generali Assicurazioni spa, nella indicata qualità, la quale ha anche presentato memoria.

Motivi della decisione

Con il primo motivo d’impugnazione – denunciando la violazione e la falsa applicazione della norma di cui all’art. 19 lett. a) della legge n. 990 del 1969 nonché il vizio di motivazione sul punto – il ricorrente deduce che non sussiste un obbligo di particolare diligenza in capo al soggetto danneggiato per l’individuazione del veicolo investitore e che il giudice del gravame, in relazione alle fornite prove, aveva omesso di valutare se, per la precaria sua situazione fisica e psichica per quanto gli era accaduto, ad esso ricorrente potesse addebitarsi a colpa il non avere identificato l’autovettura investitrice, tenuto conto della normale esigibilità di tale onere e del fatto.
Con il secondo motivo d’impugnazione il ricorrente, in relazione all’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., deduce il vizio in iudicando e in decidendum della sentenza d’appello nella parte in cui essa, dopo aver dato per certo che l’incidente si era verificato, pone in dubbio l’effettiva presenza sul posto dei testimoni escussi e da ciò desume che non sarebbe stata data la dimostrazione che vi sia stato realmente il preteso investimento del pedone ad opera di un veicolo non identificato.
Le censure, che vanno esaminate congiuntamente in logica connessione, sono fondate.
A giustificazione del rigetto della domanda la Corte di merito assume due distinte rationes decidendo.
La prima è quella secondo cui una diversa condotta di maggiore diligenza da parte dell’infortunato avrebbe certamente consentito di identificare l’autovettura investitrice, onde, non avendo I.F. assolto a tale suo onere, il fatto costitutivo della sua pretesa, quanto all’elemento relativo all’avvenuto sinistro da parte di veicolo “rimasto sconosciuto”, non poteva ritenersi dimostrato.
Il secondo argomento, in base al quale il giudice del merito pure ha ritenuto di non potere accogliere l’istanza risarcitoria siccome proposta, è quello per cui il dubbio sulla effettiva presenza sul posto dei due testimoni induceva a ritenere i testi inattendibili e, perciò, neppure dimostrato l’asserito investimento ad opera di veicolo non identificato.
Questo giudice di legittimità ha già stabilito {ex plurimis: Cass., n. 24449/2005) che in caso di azione diretta proposta, ai sensi dell’art. 19 lett. a) della legge n. 990 del 1969, nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di garanzia per il risarcimento dei danni cagionati da veicolo non identificato, ma per il quale vi è obbligo di assicurazione, la prova può essere fornita dal danneggiato anche sulla base di mere “tracce ambientali” o di “dichiarazioni orali”, non essendo alla vittima richiesto di mantenere un comportamento di non comune diligenza ovvero di complessa ed onerosa attuazione, avuto riguardo alle sue condizioni psicofisiche ed alle circostanze del caso concreto.
È stato anche precisato che la norma citata prevede una situazione di mero fatto implicante l’esistenza del sinistro come fatto storico e che, al fine di evitare frodi assicurative, viene richiesta anche la verifica delle condizioni psicofisiche del danneggiato e la prova della compatibilità tra le lesioni e la dinamica dell’incidente, senza che risulti tuttavia consentito pervenire a configurare a carico dello stesso danneggiato un obbligo di collaborazione “eccessivo” rispetto alle sue “risorse”, che finisca con il trasformarlo “in un investigatore privato o necessariamente in un querelante”.
Orbene, in applicazione delle suddette regole di diritto, risulta chiaro che delle due adottate rationes decidendi è inconciliabile l’affermata contestualità, evidente essendo o che l’investimento da parte di ignoti non si è affatto verificato, come sembra potersi evincere dal secondo argomento della sentenza impugnata, per cui, in tal caso, altro non doveva venire all’esame del giudicante quanto a pretesa condotta negligente dell’infortunato; ovvero che l’investimento ad opera di ignoti sia realmente accaduto, come ammette in modo tutt’altro che implicito il giudice del gravame, che, su tale presupposto, ritiene di dovere anche esaminare se poteva, nella specie, essere esigibile una condotta dell’infortunato improntata a collaborazione doverosa e compatibile alle sue condizioni fisiche e psichiche.
Per tale rilevata intrinseca contraddittorietà della motivazione la denunciata sentenza deve essere cassata con rinvio per nuovo esame alla medesima Corte d’appello di Napoli in diversa composizione, che, deciderà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione e che, per il caso di ritenuta sussistenza dell’investimento ad opera di ignoti, valuterà anche circa l’esigibilità di una diversa condotta di collaborazione dell’infortunato in applicazione della seguente regola di diritto:
“In caso di azione diretta proposta, ai sensi dell’art. 19 lett. a) della legge n. 990 del 1969, nei confronti dell’impresa designata dal Fondo di garanzia per il risarcimento dei danni cagionati da veicolo non identificato, la prova del fatto costitutivo della pretesa risarcitoria, quanto all’avvenuto evento ad opera di ignoti, non richiede da parte della vittima un comportamento di non comune diligenza ovvero di complessa ed onerosa attuazione diretto all’identificazione del responsabile, dovendosi al riguardo valutare la esigibilità di un idoneo suo comportamento avuto riguardo alle sue condizioni psicofisiche ed alle circostanze del caso concreto”.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Napoli in diversa composizione.

Sinistri stradali: il danneggiato ha la possibilità di chiedere di essere integralmente risarcito da uno solo dei corresponsabili (Cassazione 291 del 2011).

Postato il Aggiornato il

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 novembre 2010 – 10 gennaio 2011, n. 291
Presidente Trifone – Relatore Amendola

Svolgimento del processo

A..R. e P..M. , in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale sulla figlia minore R.R. , convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Milano B.E. , L’Abeille – Compagnia Italiana di Assicurazioni s.p.a. e SAI – Società Assicuratrice Industriale s.p.a., chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni subiti nell’incidente verificatosi il (OMISSIS) allorché l’autovettura sulla quale viaggiavano, condotta da A..R. , era stata violentemente tamponata prima da un veicolo rimasto sconosciuto, e poi dall’Alfa 75 guidata dal B. .
I convenuti, costituitisi in giudizio, contestarono le avverse pretese.
Con sentenza del 5 luglio 2001 il Tribunale di Milano, dichiarata la concorrente responsabilità, per la quota di un terzo, del B. , e per la quota di due terzi di A..R. nella causazione del sinistro, condannò il B. e il suo assicuratore AXA s.p.a. al risarcimento dei danni subiti dai R. , in ragione di un terzo.
Proposto gravame da R..R. e da P..M. , la Corte d’appello, in data 6 giugno 2005, lo ha respinto.
Avverso detta pronuncia propongono ricorso per cassazione R.R. e P..M. articolando due motivi e notificando l’atto a E..B. , Axa Assicurazioni (già Abeille s.p.a.) Fondiaria – SAI s.p.a. e A..R. .
Solo AXA Assicurazioni s.p.a. ha resistito con controricorso, mentre nessuna attività difensiva hanno svolto gli altri intimati.

Motivi della decisione

1.1 Col primo motivo le ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione del comb. disp. degli artt. 1292 e 2055 cod. civ., anche in relazione all’art. 345 cod. proc. civ. La censura ha ad oggetto l’affermazione della Certe territoriale secondo cui la domanda volta ad ottenere la condanna di E..B. al risarcimento integrale dei danni, quale condebitore tenuto in solido con R.A. , vettore delle appellanti, sarebbe nuova e quindi inammissibile. Tanto sul rilievo che gli attori avevano evocato in giudizio l’impresa designata S.A.I. s.p.a. (per l’automobilista rimasto sconosciuto), il B. e la compagnia assicuratrice dello stesso; che,. esclusa ogni responsabilità del guidatore rimasto sconosciuto e determinata nella misura di un terzo quella del B. , la doglianza con la quale R..R. e M.P. si erano lamentate in sede di gravame che quest’ultimo e AXA s.p.a. non fossero stati condannati al risarcimento integrale dei danni presupponeva un diverso rapporto di solidarietà; che, invero, passata in giudicato la esclusione della solidarietà inizialmente invocata, non restava che la responsabilità individuale del B. , accertata nella misura di un terzo.
Secondo le esponenti tali argomentazioni violerebbero il principio per cui il creditore di una obbligazione al cui adempimento sono solidalmente tenute più persone può chiedere a una sola di esse il risarcimento dell’intero danno.
1.2 Col secondo mezzo le impugnanti lamentano violazione dell’art. 91 cod. proc. civ. con riferimento alla loro condanna al pagamento delle spese processuali, evidenziando che queste dovevano invece essere poste a carico della controparte e distratte a favore dell’avvocato Beniamino Sangiorgio, che si era dichiarato antistatario.
2 Il primo motivo di ricorso è fondato.
Per consolidata giurisprudenza di legittimità la persona danneggiata in conseguenza di un fatto illecito imputabile a più persone legate dal vincolo della solidarietà (quali sono, in ipotesi di sinistro stradale, i responsabili dello scontro, nei confronti del terzo trasportato in uno dei veicoli coinvolti) può pretendere la totalità della prestazione risarcitoria anche da uno solo dei coobbligati, perché la diversa gravità delle rispettive colpe di costoro e l’eventuale diseguale efficienza causale di esse può avere rilevanza soltanto ai fini della ripartizione interna del peso del risarcimento tra i corresponsabili (confr. Cass. civ. 5 ottobre 2004, n. 19934).
Tanto premesso, si tratta ora di stabilire se, qualora, come nella specie, il danneggiato abbia agito per far valere la responsabilità di un solo soggetto nella produzione del danno e nel corso del giudizio si pervenga all’affermazione della concorrente responsabilità di quel soggetto e di altro non originariamente convenuto, il danneggiato stesso possa in appello chiedere la condanna all’intero risarcimento del primo, ex art. 2055 cod. civ., o se tale domanda debba considerarsi inammissibile perché nuova.
La soluzione della questione dipende dai principi testé esposti e, più in generale, dai canoni fondamentali in tema di obbligazioni solidali, dettati dagli artt. 1292 e segg. cod. civ.: di tali canoni invero l’art. 2055 c.c. – a tenor del quale, se il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate in solido al risarcimento del danno – rappresenta una particolare applicazione in tema di fatti illeciti. Infatti, come innanzi esplicitato, la graduazione delle colpe ha mera funzione di ripartizione interna tra i coobbligati della somma versata a titolo di risarcimento del danno e non elide affatto la solidarietà tra loro esistente. Sicché, la circostanza che il danneggiato si sia rivolto in giudizio contro uno solo degli autori del fatto dannoso (o, addirittura, abbia agito in maniera tale da escludere del tutto la responsabilità dell’altro) non comporta rinuncia alcuna alla solidarietà tra tutti coloro ai quali lo stesso fatto dannoso risulti in definitiva imputabile.
Per queste ragioni non può condividersi il convincimento del giudice di merito e cioè che la domanda di integrale risarcimento proposta nei confronti di uno dei coobbligati sia nuova sotto il pirofilo della causa petendi: la natura solidale intrinseca all’obbligazione da fatto illecito imputabile a più persone cede solo a fronte di una specifica rinunzia del creditore danneggiato. Il che comporta che, anche se la richiesta di graduazione delle colpe sia stata ritualmente introdotta non dal danneggiato, ma da colui che originariamente è stato chiamato a rispondere in via esclusiva del fatto illecito, e il dibattito processuale si sia correttamente svolto su questo tema, nessuna mutazione della causa petendi può ritenersi verificata ad opera del danneggiato che, in sede di gravame, senza contestare l’accertato concorso di colpa, insista tuttavia nella richiesta di integrale risarcimento nei confronti del solo corresponsabile evocato in giudizio.
3 A ciò aggiungasi, a confutazione dei rilievi formulati in controricorso, che l’unicità del fatto dannoso richiesta dall’art. 2055 cod. civ. ai fini della configurabilità della responsabilità solidale degli autori dell’illecito va intesa in senso non assoluto, ma relativo, sicché tale responsabilità, volta a rafforzare la garanzia del danneggiato e non ad alleviare la responsabilità degli autori dell’illecito, ricorre pur se il fatto dannoso sia derivato da più azioni o omissioni, dolose o colpose, costituenti fatti illeciti distinti, e anche diversi, sempre che le singole azioni o omissioni, legate da un vincolo di interdipendenza, abbiano concorso in maniera efficiente alla produzione del danno, a nulla rilevando, a differenza di quanto accade in campo penalistico, l’assenza di un collegamento psicologico tra le stesse. A norma dell’art. 41, comma secondo, cod. pen., invero, l’imputabilità del fatto dannoso a taluno degli autori delle condotte illecite va esclusa solo laddove a uno solo degli antecedenti causali debba essere riconosciuta efficienza determinante ed assorbente, con conseguente degradazione del legame eziologico tra l’evento dannoso e gli altri fatti al rango di mere occasioni, mentre non contrasta con tale principio la disposizione dell’art. 187, capoverso, cod. pen., la quale, statuendo per i condannati per uno stesso reato l’obbligo in solido al risarcimento del danno, non esclude la responsabilità solidale di soggetti che non siano colpiti da alcuna condanna o siano colpiti da condanna per reati diversi o siano taluni colpiti da condanna e altri no.
In sostanza, ai fini della applicazione dell’art. 2055 cod. civ., è da ritenersi sufficiente la consumazione di un unico fatto dannoso, alla cui produzione abbiano concorso, con efficacia causale, più condotte, tale unicità dovendo essere valutata esclusivamente con riferimento alla posizione soggettiva del danneggiato, e non anche intesa come identità delle azioni degli autori del danno, ovvero delle norme giuridiche da essi violate, così che risulta del tutto irrilevante che le condotte lesive si manifestino, tra loro, come autonome o meno, ovvero che siano o meno identici i titoli delle singole responsabilità (confr. Cass. civ. 12 marzo 2010, n. 6041; Cass. civ., 2 luglio 1997, n. 5944).
4 Ne deriva che, in accoglimento del primo motivo di ricorso, nel quale resta assorbito il secondo, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, che, nel decidere, si atterrà al seguente principio di diritto: la graduazione delle colpe tra i soggetti responsabili di un medesimo fatto illecito, avendo soltanto la funzione di ripartire internamente tra i coobbligati l’obbligazione risarcitoria, non elimina affatto la solidarietà tra loro esistente, di talché la circostanza che il danneggiato si sia rivolto in giudizio contro uno solo degli autori del fatto dannoso (o che abbia agito in maniera tale da escludere del tutto la responsabilità dell’altro) non comporta la rinuncia alla solidarietà esistente tra tutte le persone alle quali lo stesso fatto dannoso sia imputabile, sicché, se anche nel corso del giudizio emerga la graduazione di colpa tra i vari corresponsabili, ciò non preclude al danneggiato la possibilità di chiedere di essere integralmente risarcito da uno solo dei corresponsabili.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese del giudizio di cassazione alla Corte d’appello di Milano in diversa composizione.