Sentenze

Nell’opposizione a d.i. il disconoscimento dei documenti va fatto con l’opposizione stessa (Cassazione 27233 del 16 novembre 2017)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 5 ottobre – 16 novembre 2017, n. 27233
Presidente Petitti – Relatore Scarpa

Fatti di causa e ragioni della decisione

La E. s.r.l. ha proposto ricorso per cassazione, articolato in due motivi, avverso la sentenza del Tribunale di Larino n. 265/2014 del 10 dicembre 2014.
Resiste con controricorso il Condominio (omissis) .
La sentenza impugnata ha respinto l’appello proposto dalla stessa E. s.r.l. avverso la sentenza n. 338/2011 del Giudice di pace di Termoli, che aveva rigettato l’opposizione al decreto ingiuntivo emesso il 20 aprile 2010 su domanda del Condominio (omissis) per spese condominiali scadute, pari ad Euro 1.539,32.
Il Tribunale di Larino, per quanto qui rilevi, ha affermato come mancasse un disconoscimento chiaro e circostanziato di non conformità tra le copie dei documenti prodotti dal Condominio a sostegno della domanda monitoria e i rispettivi originali, essendosi l’opponente limitata a dedurre che si trattasse di fotocopie. Il Tribunale ha poi negato rilievo alle contestazioni sulla validità delle deliberazioni delle assemblee condominiali, trattandosi di questioni estranee alla sede del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo.
Il primo motivo di ricorso della E. s.r.l. deduce violazione e falsa applicazione ed interpretazione degli artt. 633 e 634 c.p.c. quanto alla idoneità probatoria del documenti esibiti dal Condominio (…) in fase monitoria, giacché essi mancavano di autenticità, assumendo che “la contestazione e la impugnazione dei documenti sono stati totali”.
Il secondo motivo di ricorso contesta la violazione degli artt. 163 e ss. c.p.c. in relazione all’art. 36 c.p.c., essendo nullo il decreto ingiuntivo per le ragioni di cui al primo motivo e perciò per difetto di specifica azione da parte del Condominio.
Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere rigettato per manifesta infondatezza, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380-bis c.p.c., in relazione all’art. 375, comma 1, n. 5), c.p.c., il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.
I due motivi di ricorso possono essere esaminati congiuntamente, in quanto entrambi asserenti il difetto di valida ed idonea prova scritta ai fini dell’emissione del decreto ingiuntivo per il pagamento delle spese condominiali oggetto di lite.
Tutte le censure evidenziano palesi difetti dei necessari caratteri di tassatività specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata, risolvendosi in una critica generica della sentenza del Tribunale di Larino.
È in ogni caso da ribadire che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo concernente il pagamento di contributi per spese, il condominio soddisfa l’onere probatorio su esso gravante con la produzione del verbale dell’assemblea condominiale in cui sono state approvate le spese, nonché dei relativi documenti (Cass. Sez. 2, 29 agosto 1994, n. 7569). Nello stesso giudizio di opposizione, il condomino opponente non può far valere questioni attinenti alla validità della delibera condominiale di approvazione dello stato di ripartizione, ma solo questioni riguardanti l’efficacia di quest’ultima. Per quanto detto, tale delibera costituisce, infatti, titolo sufficiente del credito del condominio e legittima non solo la concessione del decreto ingiuntivo, ma anche la condanna del condominio a pagare le somme nel processo oppositorio a cognizione piena ed esauriente, il cui ambito è, dunque, ristretto alla verifica della (perdurante) esistenza della deliberazione assembleare di approvazione della spesa e di ripartizione del relativo onere (Cass. Sez. U., 18 dicembre 2009, n. 26629). Quando il condominio abbia così provato il proprio credito, spetta al singolo condomino, in ottemperanza a quanto previsto dall’art. 2697 c.c., l’onere di provare l’effettivo pagamento del proprio contributo.
Il Tribunale ha poi fatto corretta applicazione del principio, più volte affermato da questa Corte, per cui, in relazione all’art. 2719 c.c. (che esige l’espresso disconoscimento della conformità con l’originale delle copie fotografiche o fotostatiche), applicabile tanto all’ipotesi di disconoscimento della conformità della copia al suo originale, quanto a quella di disconoscimento della autenticità di scrittura o di sottoscrizione, nel silenzio della norma in merito ai modi e ai termini in cui i due suddetti disconoscimenti debbano avvenire, opera per entrambi la disciplina degli artt. 214 e 215 c.p.c., con la conseguenza che la copia fotostatica non autenticata si ha per riconosciuta (tanto nella sua conformità all’originale quanto nella scrittura e sottoscrizione) se la parte comparsa non la disconosca, in modo formale, e quindi specifico e non equivoco, alla prima udienza, ovvero nella prima risposta successiva alla sua produzione. Alla stregua di tale principio, nell’ambito di un procedimento a contraddittorio differito quale quello che si origina da un decreto ingiuntivo, la “prima risposta” deve essere individuata nell’atto di opposizione (e con la formulazione delle difese in seno a detto atto), atteso che, con tale opposizione, si dà inizio non ad un autonomo processo, ma ad una fase di quello già iniziato con la notificazione del ricorso e del pedissequo decreto, sì da configurarsi essa stessa come “la prima risposta” del debitore, dopo che questi sia stato messo in grado di esaminare i documenti depositati in cancelleria e posti a fondamento dell’istanza (e del provvedimento) monitorio (Cass. Sez. 3, 17/07/2008, n. 19680; si vedano anche Cass. Sez. 6 – 3, 04/02/2014, n. 2374; Cass. Sez. 5, 28/01/2004, n. 1525). La ricorrente EDI.M. s.r.l., non ha indicato specificamente, nel suo primo motivo di censura, come impostole dall’art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c., in quali termini avesse contestato in modo formale e specifico nell’atto di opposizione la conformità agli originali delle copie fotostatiche prodotte dal condominio a sostegno del ricorso per ingiunzione, affermando, piuttosto, che “la contestazione e la impugnazione dei documenti sono stati totali”. Nell’esposizione sommaria dei fatti di causa, la ricorrente ha peraltro integralmente trascritto il contenuto dell’atto di opposizione, e da esso risulta soltanto un generico disconoscimento di “tutte le fotocopie depositate”, e in particolare “della delibera”, in quanto non certificate come autenticate da pubblici ufficiali a ciò abilitati. Anche da tale lettura, manca quindi l’indicazione specifica sia dei documenti esibiti che si intendessero contestare, sia degli aspetti per i quali si assumeva che differissero dagli originali, riducendosi il tutto ad una negazione astratta dell’efficacia probatoria delle copie non autenticate (cfr. Cass. Sez. 3, 03/04/2014, n. 7775; Cass. Sez. 3, 12/04/2016, n. 7105).
Il ricorso va perciò rigettato e la ricorrente va condannata a rimborsare al controricorrente Condominio le spese del giudizio di cassazione.
Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione integralmente rigettata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rimborsare al controricorrente le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 1.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

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Cassazione a Sezioni Unite: impugnabili gli estratti di ruolo.

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La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha statuito (confermando un principio già applicato da più parti) l’impugnabilità degli estratti di ruolo, emanando il seguente principio di diritto: “E’ ammissibile l’impugnazione della cartella (e/o del ruolo) che non sia stata (validamente) notificata e della quale il contribuente sia venuto a conoscenza attraverso l’estratto di ruolo rilasciato su sua richiesta dal concessionario, senza che a ciò sia di ostacolo il disposto dell’ultima parte del terzo comma dell’art. 19 d.lgs. n. 546 del 1992, posto che una lettura costituzionalmente orientata di tale norma impone di ritenere che la ivi prevista impugnabilità dell’atto precedente non notificato unitamente all’atto successivo notificato non costituisca l’unica possibilità di far valere l’invalidità della notifica di un atto del quale il contribuente sia comunque legittimamente venuto a conoscenza e pertanto non escluda la possibilità di far valere tale invalidità anche prima, nel doveroso rispetto del diritto del contribuente a non vedere senza motivo compresso, ritardato, reso più difficile ovvero più gravoso il proprio accesso alla tutela giurisdizionale quando ciò non sia imposto dalla stringente necessità di garantire diritti o interessi di pari rilievo rispetto ai quali si ponga un concreto problema di reciproca limitazione”.

Cassazione Sezioni Unite impugnabilità ruoli

La Cassazione conferma la nullità dell’iscrizione di ipoteca senza avviso.

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La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4917 del 19 febbraio 2015, depositata l’11 marzo, conferma (sulla stregua delle Sezioni Unite, sentenza 19667 del 2014), che sono nulle le iscrizioni ipotecarie, effettuate da Equitalia, senza specifico avviso al contribuente.

In allegato la sentenza integrale: Cassazione 4917 del 2015 ipoteca

Qui, invece, la sentenza a Sezioni Unite del 2014: Cassazione Sezioni Unite 19667 del 2014 ipoteca

Divorzio: la convivenza temporanea non è sintomo di riconciliazione (Cass. 23786/2014)

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Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 7 ottobre – 24 dicembre 2014, n. 27386
Presidente Di Palma – Relatore Acierno

Fatto e diritto

“La Corte d’Appello di Milano, confermando la sentenza di primo grado che aveva pronunciato lo scioglimento del matrimonio contratto da M. C. M. e F. C., rigettava l’appello promosso dalla M., affermando che:
– Non vi era alcuna prova della dedotta riconciliazione tra le parti e della conseguente insussistente della condizione temporale richiesta dall’art. 3 I. n. 898 dei 1970 dal momento che il C. usava la casa coniugale come alloggio quando usciva dal carcere ove era detenuto
– Doveva confermarsi la statuizione di rigetto della domanda di assegnazione della casa coniugale, non essendovi figli minori o comunque economicamente dipendenti dai genitori;
– Doveva confermarsi il rigetto della domanda di assegno divorzile, dal momento che il C. era privo di redditi e la M. svolgeva attività lavorativa;
– Doveva ritenersi inammissibile la domanda promossa dalla resistente per ottenere la restituzione dell’importo di E 30.000, da lei anticipati per la ristrutturazione della casa coniugale, in quanto non si ravvisava connessione ex art.. 40 cod. proc. civ. con la domanda di divorzio.
Avverso tale provvedimento proponeva ricorso in cassazione la M., affidandosi a quattro motivi di doglianza:
– Violazione e falsa applicazione (ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ.) dell’art. 3 L. 898/1970 e successive modifiche, per avere la Corte d’Appello statuito lo scioglimento del matrimonio dei coniugi prescindendo dall’effettivo accertamento dei presupposti richiesti dalla legge summenzionata, in particolare non era stata rilevata la mancanza del requisito dell’ininterrotta separazione, necessario ai sensi dell’art. 3, comma 2 della predetta legge, per la proposizione della domanda di divorzio. Secondo la ricorrente, i coniugi sarebbero tornati a convivere dopo la sentenza di separazione pur essendoci stati dei periodi in cui il C. era stato detenuto.
– Violazione e falsa applicazione (ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ.) dell’art. 192 cod. civ., in ordine al diritto dei coniuge alla restituzione delle somme anticipate per la ristrutturazione della casa coniugale per non avere la Corte d’Appello rilevato che, essendoci un regime di separazione dei beni, il C., non proprietario del bene per la cui ristrutturazione erano stati effettuati esborsi con denaro appartenente alla sola M., doveva restituire le somme da questa anticipate essendo state prelevate “dal patrimonio personale ed impiegate in spese ed investimenti del patrimonio comune” (art. 192, III c., cod. civ.).
– Omessa, contraddittoria, insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia (ex art. 360 n. 5 cod. proc. civ.), in relazione al denegato assegno divorzile. La Corte d’Appello avrebbe omesso, secondo la ricorrente, l’esame delle reali condizioni economiche del C., che ha sia la disponibilità dell’immobile sia un contratto di lavoro subordinato, mentre nella sentenza oggetto del ricorso, si legge che egli non avrebbe redditi che possono consentirgli di aiutare l’ex coniuge.
– Violazione e falsa applicazione (ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ.) dell’art. 5 L. 898/1970 e successive modifiche in relazione al denegato assegno divorzile. La Corte d’Appello, soffermandosi solo sull’esame della situazione reddituale delle parti, avrebbe omesso di valutare le ragioni oggettive per cui la ricorrente non potrebbe procurarsi un reddito, né tantomeno si era valutato il contributo personale dato alla conduzione familiare. Secondo la difesa della ricorrente questa, essendosi dedicata sempre alla famiglia, non avrebbe potuto acquisire negli anni capacità tecniche e professionali né conseguire una specializzazione.
Il primo motivo è manifestamente infondato. La convivenza ripresa dopo la separazione ed idonea ad interromperla, non deve essere caratterizzata dalla temporaneità, dovendosi ricostituire concretamente il preesistente vincolo coniugale, nella sua essenza materiale e spirituale, di certo non realizzabile se l’altro coniuge si trova in carcere. La giurisprudenza di legittimità si è espressa su un caso simile affermando un principio fondamentale: “Nella disciplina della cessazione degli effetti civili del matrimonio, il pregresso stato di separazione tra i coniugi (concretante un vero e proprio requisito dell’azione, ex art. 3 n. 2 della legge n. 898 del 1970) può legittimamente dirsi interrotto nel caso in cui si sia concretamente e durevolmente ricostituito il preesistente nucleo familiare nell’insieme dei suoi rapporti materiali e spirituali sì da ridar vita al pregresso vincolo coniugale, e non anche quando il riavvicinamento dei coniugi, pur con la ripresa della convivenza e dei rapporti sessuali, rivesta caratteri di temporaneità ed occasionalità (principio affermato dalla S.C. con riferimento ad una vicenda di riavvicinamento coniugale concretatosi nel semplice ripristino della convivenza per un limitato periodo di tempo in conseguenza dello stato di detenzione domiciliare del marito)” (Cass. sentenza n. 1227 del 04/02/2000). Nella specie come rilevato dalla Corte d’Appello con apprezzamento di fatto incensurabile, la coabitazione peraltro non continuativa non era fondata su una riconciliazione provvisoria o definitiva ma esclusivamente sulla base delle esigenze abitative occasionali del C.. Il secondo motivo di ricorso risulta manifestamente inammissibile. L’art. 40 cod. proc. civ., permette di concentrare nello stesso processo, domande soggette a riti diversi, soltanto però qualora vi siano specifiche ipotesi di connessione, elencate negli artt. 31, 32, 34, 35 e 36. La domanda di divisione dei beni immobili, di restituzione di beni mobili, di restituzione e pagamento di somme, sono soggette al rito ordinario, mentre la domanda di divorzio è soggetta al rito camerale; le prime sono domande non legate dal vincolo della connessione e dei tutto autonome rispetto alla domanda di divorzio (Cass. sentenza n. 10356 del 17/05/2005; Cass. sentenza n. 6660 del 15/05/2001; Cass. sentenza n. 266 del 12/01/2000).
Il terzo motivo è inammissibile richiedendo alla Corte il riesame della valutazione dei fatti non consentito in sede di giudizio di legittimità (S.U. 24148 del 2013).
Il quarto motivo risulta manifestamente infondato. Il giudice dei merito non è tenuto a fornire di una puntuale giustificazione nella propria decisione, di tutti, contemporaneamente e nella stessa misura, i parametri di riferimento indicati dall’art. 5, comma 6 I. n. 898 del 1970 (Cass. sentenza n. 2546 del 05/02/2014; Cass. sentenza n. 7601 del 04/04/2011), essendo sufficiente che motivi adeguatamente in ordine alla selezione prescelta. Nella specie è stato ritenuto con motivazione adeguata che la mancanza di redditi fosse dovuta alla detenzione in carcere mentre le contrastanti  affermazioni della ricorrente sono state meramente dichiarate.
Ove si condividano i predetti rilievi, il ricorso va respinto”.
Rilevato che il Collegio aderisce senza rilievi alla relazione depositata;

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso.

Il termine per l’opposizione alle sanzioni amministrative decorre dal ritiro dell’atto (Cass. 13583/2014)

Postato il

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 13583 del 13 giugno 2014, conferma che il termine di 60 giorni, per l’opposizione alle sanzioni amministrative, decorre dalla data del deposito dell’atto, mentre la data della consegna per la notifica ha effetto solo per il notificante.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 20 maggio – 13 giugno 2014, n. 13583
Presidente Relatore Petitti

Fatto e diritto

Ritenuto che, con ricorso depositato il 18 aprile 2011, B.P. proponeva opposizione avverso il verbale di contestazione per violazione del codice della strada, emesso dal Comando di Polizia Municipale di Torre del Greco, notificatole in data 15 febbraio 2011, e da essa ritirato presso il competente ufficio postale il successivo 17 febbraio;
che con ordinanza del 27 aprile 2011 il Giudice di Pace di Torre del Greco dichiarava inammissibile il ricorso, sul presupposto che lo stesso era stato depositato decorsi i 60 giorni dalla notifica del verbale di contravvenzione, avvenuta in data 15 febbraio 2011;
che avverso tale provvedimento la B. propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi;
che con il primo motivo la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione, ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ., degli artt. 22 e 23 della legge n. 689 del 1981, nonché carenza di motivazione su un fatto decisivo per il giudizio, ex art. 360 n. 5 cod. proc. civ.;
che con il secondo motivo, la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 149 cod. proc. civ., ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ.;
che l’intimato Comune di Torre del Greco non ha svolto difese;
che, essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione del ricorso in camera di consiglio è stata redatta relazione ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., che è stata comunicata alle parti.
Considerato che il relatore designato ha formulato la seguente proposta di decisione, che è stata comunicata alle parti:
«[(…)] Il ricorso, i cui due motivi possono essere trattati congiuntamente per evidenti ragioni di connessione, è fondato.
Come statuito dalla giurisprudenza di questa Corte, “l’atto di opposizione a verbale di contravvenzione al Codice della Strada deve essere depositato, a pena di inammissibilità, nel termine di 60 giorni dalla contestazione o dalla notificazione della contravvenzione stessa, essendo il termine di 60 giorni espressamente recepito dall’art. 204 bis del Codice della Strada, così come introdotto dalla legge n. 214 del 2003” (Cass. n. 23380 del 2007).
Quanto al dies a quo per la decorrenza del termine, questa Corte si è pronunciata nel senso che in tema di notificazione a mezzo del servizio postale, a seguito delle pronunzie n. 477 del 2002 e n. 28 del 2004 della Corte Costituzionale, la notificazione a mezzo posta deve ritenersi tempestiva per il notificante al solo compimento
delle formalità direttamente impostegli dalla legge. Tale principio si fonda sull’illegittimità costituzionale di un’interpretazione che addebiti al notificante l’esito intempestivo di un procedimento notificatorio sottratto ai suoi poteri quanto alle attività a lui non riferibili. Ne consegue che, essendo il deposito del piego nell’ufficio postale nei casi di cui all’art. 8, secondo comma, della legge n. 890 del 1992 compito demandato al preposto alla consegna, la notifica si perfeziona per il notificante al momento della consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario e non anche in quello, successivo, del deposito del piego raccomandato nell’ufficio postale, che costituisce attività estranea al notificante. Resta fermo in ogni caso per il destinatario il principio che la produzione degli effetti che alla notificazione stessa sono ricollegati è condizionata al       perfezionamento    del     procedimento notificatorio nei suoi confronti e che, ove a favore o a carico di costui la legge preveda termini o adempimenti o comunque conseguenze dalla notificazione decorrenti, gli stessi debbono comunque calcolarsi o correlarsi al momento in cui la notifica si perfeziona nei suoi confronti (Cass. n. 21409 del 2004; Cass., S.U., n. 321 del 1999). Nel caso di specie la ricorrente aveva ricevuto avviso di raccomandata in data 15 febbraio 2010, aveva provveduto al ritiro dell’atto presso il competente ufficio postale in data 17 febbraio 2011, e aveva poi proposto opposizione in data 18 aprile 2011, entro il sessantesimo giorno, così come previsto dall’art. 204-bis del codice della Strada. Si ritiene, quindi, che il ricorso possa essere trattato in camera di consiglio ed essere ivi accolto»;
che il Collegio condivide la proposta di decisione;
che il ricorso deve quindi essere accolto, con conseguente cassazione dell’ordinanza impugnata e con rinvio, anche per le spese del giudizio di legittimità, al Giudice di pace di Torre del Greco in persona di diverso giudicante.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa l’ordinanza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, al Giudice di pace di Torre del Greco, in persona di diverso giudicante.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 20 maggio 2014.

Condominio: per la Cassazione sì alle modifiche se non c’è disagio al godimento degli altri (sentenza 4499 del 2014)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 30 gennaio – 25 febbraio 2014, n. 4499

Presidente Triola – Relatore Correnti

 Svolgimento del processo

Con ricorso 12.8.2003 R.M. chiese al tribunale di Bergamo di essere reintegrato nel possesso, quale partecipante al condominio M. di Bergamo, del locale adibito all’ubicazione delle macchine e dei quadri elettrici dei due ascensori installati nell’edificio (l’uno condominiale e l’altro di esclusiva proprietà di E.L.) che il convenuto aveva parzialmente occupato realizzandovi, nella parte corrispondente ai macchinari del suo ascensore, un vano chiuso destinato alla corsa dell’ascensore privato, prolungata di un piano.

Nella resistenza del convenuto si costituì il condominio M. chiedendo a sua volta la reintegrazione.

Il tribunale, previa CTU, dichiarò inammissibile l’intervento del condominio e respinse la domanda del M., decisione appellata dai soccombenti.

La Corte di appello di Brescia, con sentenza 29.4.2008, respinse l’appello del condominio ed accolse quello del M. condannando L. a ripristinare lo stato originario del locale al quinto piano dell’edificio in Bergamo via Milano 3 e ad adottare i provvedimenti necessari alla reintegra sul presupposto che l’intervento del condominio era tardivo e che l’iniziativa del L. aveva concretamente realizzato uno spoglio impedendo o comunque restringendo il godimento pro indiviso di una parte del locale adibito all’ubicazione delle macchine e dei quadri elettrici pertinenti tanto all’ascensore condominiale che a quello di esclusiva proprietà dell’appellato.

Il ctu aveva accertato che il locale è condominiale e che in passato erano alloggiati i motori ed i quadri elettrici dei due ascensori mentre attualmente, in seguito all’esecuzione di opere deliberate unilateralmente da L., era interessato da una parte perimetrale in cartongesso su struttura in ferro per il tamponamento del vano corsa dell’ascensore dell’appellato prolungato di un piano.

Ricorre L. con tre motivi, resiste M.

Le parti hanno presentato memorie.

Motivi della decisione

 Col primo motivo si lamenta violazione degli artt. 1102 e 1120 cc col quesito se per stabilire se le modificazioni e/o innovazioni apportate dal singolo condomino alla cosa comune consentite dalla legge sia o meno necessario accertare se abbiano comportato un impedimento agli altri condomini di fame parimenti uso, con ulteriori specificazioni.

Col secondo motivo si denunzia omessa motivazione con specifico riferimento all’affermazione che l’intervento avrebbe causato limitazioni al diritto d’uso del M., senza momento di sintesi.

Col terzo motivo si deduce omessa motivazione sulla mancata rinnovazione della ctu.

La prima censura merita accoglimento con assorbimento delle altre.

La sentenza ha affermato che l’iniziativa del L. aveva concretamente realizzato uno spoglio impedendo o comunque restringendo il godimento pro indiviso di una parte del locale adibito all’ubicazione delle macchine e dei quadri elettrici pertinenti tanto all’ascensore condominiale che a quello di esclusiva proprietà dell’appellato. Il ctu aveva accertato che il locale è condominiale e che in passato erano alloggiati i motori ed i quadri elettrici dei due ascensori mentre attualmente, in seguito all’esecuzione di opere deliberate unilateralmente da L., era interessato da una parte perimetrale in cartongesso su struttura in ferro per il tamponamento del vano corsa dell’ascensore dell’appellato prolungato di un piano.

Detto accertamento in fatto, così come descritto, non dimostra l’appropriazione da parte del L. di una parte comune per fini personali, posto che non si altera la destinazione del bene, ma se ne fa un uso più intenso che non pregiudica il pari uso e non provoca un pregiudizio concreto, attesa la particolare natura del locale e del godimento pro indiviso.

Donde la cassazione con rinvio per un nuovo esame.

 P.Q.M.

 La Corte accoglie il primo motivo, dichiara assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia per nuovo esame e per le spese alla Corte di appello di Brescia, altra sezione.

Usucapione: per la Cassazione la “mera diffida” non è atto idoneo a sospendere o interrompere il possesso (Cass. 1071/2014)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 17 dicembre 2013 – 20 gennaio 2014, n. 1071

Presidente Goldoni – Relatore Bursese

 Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 17.4.1989 C.F. evocava in giudizio A.V. e L.V.M. , esponendo di essere proprietario di un fondo sito nella via (omissis) , confinante ad Est con il fondo di proprietà dei convenuti e che entrambi i fondi erano gravati da reciproca servitù di passaggio per raggiungere le aree destinate al parcheggio dei veicoli, come stabilito nell’atto pubblico d’acquisto stipulato in data 3.6.1968 notaio Ielo e in conformità con l’art. 40 della legge regionale n. 19/72. Deduceva quindi che i convenuti avevano realizzato un muro di confine tra i due fondi, che impediva l’esercizio della servitù in questione, per cui chiedeva la loro condanna ad eliminare ogni ostacolo impeditivo del suo diritto di passaggio, oltre al risarcimento del danno.

Si costituivano gli A. – L.V. eccependo la prescrizione estintiva ventennale della servitù in questione, rilevando nel merito l’insussistenza della servitù stessa e la carenza di utilitas.

L’adito Tribunale di Gela, con sentenza n.307/03 rigettava la domanda del Cantaro, ritenendo in specie che la tale servitù doveva ritenersi prescritta per non uso ultraventennale di cui all’art. 1073 c.c..

Avverso la predetta sentenza proponeva appello il Cantaro deducendo che in ogni caso il termine prescrizionale in parola non si era verificato perché il dies a quo non decorreva all’atto di stipula del menzionato rogito di vendita, che prevedeva la nascita della servitù in discorso, ma solo dall’approvazione da parte della competente Commissione edilizia di Mazzarino del progetto edilizio definitivo relativo al terreno acquistato e cioè dalla data del 12.9.1968. L’adita Corte d’Appello di Caltanissetta, con sentenza n. 170/2007 depos. in data 3.6.2007, rigettava il gravame, confermando la sentenza impugnata e ribadendo l’avvenuta prescrizione della servitù per decorrenza del termine ventennale previsto dall’ari. 1073 c.c., che era certamente maturato alla data di notifica dell’atto introduttivo del primo giudizio e ciò anche con riferimento ad un preteso atto interruttivo della prescrizione (cd. atto stragiudiziale di diffida di rispettare la destinazione della servitù di passaggio sull’area destinata a parcheggio) notificato in data 17.11.98 agli appellati, quando la prescrizione si era maturata; veniva altresì rigettata la domanda di risarcimento danni non ravvisandosi i presupposti per il suo accoglimento.

Per la cassazione la suddetta decisione ricorre il C. sulla base di 4 mezzi; gli intimati non hanno svolto difese.

 Motivi della decisione

 1 – Con il primo motivo si denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 167 c.p.c. nonché il vizio di motivazione. Secondo il ricorrente la domanda riconvenzionale contenente l’eccezione di prescrizione della servitù era stata tardivamente proposta nella comparsa di risposta in data 5.5.1989 e quindi successivamente alla prima udienza di comparizione; pertanto tale riconvenzionale doveva essere dunque dichiarata inammissibile dal primo giudice. A conclusione del motivo viene posto il seguente quesito di diritto:

“La domanda riconvenzionale del convenuto va proposta, nel procedimento avanti al pretore, con il primo atto responsivo ed entro la prima udienza di comparizione fissata dall’attore. La successione temporale degli atti processuali esclude che tempestività della riconvenzionale e la Corte territoriale avrebbe dovuto dichiarare inammissibile la domanda”.

2-Con il 2 motivo il ricorrente denunzia la violazione dell’art. 167 c.p.c. e la contraddittorietà della motivazione: la censura si riferisce alle conclusioni contenute nella comparsa di costituzione dei convenuti in primo grado in cui – secondo l’esponente – mancava la proposizione di una vera e propria domanda di estinzione della servitù di passaggio in parola, non essendo sufficiente indicare che il loro fondo era libero ed esente da vincoli reali.

Il motivo si conclude con il seguente quesito di diritto ex art.366 bis:

“il convenuto in actio confessoria…che intenda in via riconvenzionale eccepire la prescrizione della servitù…deve, a pena di inammissibilità, proporre l’eccezione nel primo atto difensivo e indicare nell’atto in modo specifico le richieste di merito e le proprie conclusioni”; Il convenuto altresì che intenda proporre domanda riconvenzionale ….deve specificatamente indicare nelle proprie conclusioni la domanda di merito relativa”;

“Ai fini dell’ammissibilità dell’eccezione di prescrizione di servitù ai sensi dell’art. 1073 c.c. non è sufficiente indicare nelle conclusioni che il fondo è libero ed esente da vicoli reali”.

Le due censure che precedono – congiuntamente esaminate essendo strettamente connesse – sono entrambe infondate.

Intanto i motivi in esame non risultano in precedenza formulati e non sono autosufficienti; sono dunque inammissibili. D’altra parte i convenuti odierni intimati non hanno proposto – come risulta dagli atti, direttamente esaminabili trattandosi di errores in procedendo – una domanda riconvenzionale vera e propria di declaratoria dell’avvenuta prescrizione della servitù, quanto piuttosto di un’eccezione di prescrizione, comunque proponibile in base alla legge processuale vigente ratione temporis. Secondo questa S.C.: “L’eccezione di prescrizione, trattandosi di eccezione in senso proprio, essendo rivolta unicamente al rigetto della domanda avversaria, può essere proposta anche in grado di appello ai sensi dell’art. 345 c.p.c. nel testo anteriore alla legge 26 novembre 1990, n. 353, art. 52” (Cass. 3, n. 1074 del 01/02/2000; Cass. Sez. 3, n. 1074 del 01/02/2000). Nella fattispecie dunque la formulazione della predetta domanda o eccezione di prescrizione ha il solo fine di paralizzare la pretesa avversaria (Cass. n. 4629 del 22.2.13; Cass. n. 14765 del 03/09/2012).

3 – Con il 3 motivo l’esponente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1029, 1062, 1073 c.c. nonché il vizio di motivazione: a suo avviso “la Corte territoriale ha fatto malgoverno delle carte processuali, pervenendo alla conclusione che, prendendo in esame la successione cronologia degli atti processuali ed extraprocessuale, sia intervenuta la prescrizione estintiva del diritto di servitù”. Invero emerge proprio dagli atti che la domanda introduttiva venne proposta prima della scadenza del termine previsto dall’art. 1073 c.c..

Invero il dies a quo non decorreva – come ritenuto dalla Corte – dalla data del 31.5.1968 (data del parere favorevole della Commissione Edilizia); trattasi di presupposto erroneo “in quanto il parere della Commissione edilizia del 31.5.68 non costituiva parametro temporale utile e certo, trattandosi di servitù per un vantaggio futuro ad un fondo, secondo il disposto dell’art. 1029 c.c., che prescrive che la servitù non abbia effetto se non dal giorno in cui la costruzione non sia eseguita”. In effetti occorreva a tal fine fare riferimento al fatto che la costruzione non era stata iniziata alla data del 6.6.69 e quindi anche a voler seguire il percorso motivazionale della Corte d’Appello, a quella data non si era verificata la situazione giuridica determinante la sussistenza della servitù, ciò che sarebbe avvenuto solo con la realizzazione della costruzione. La censura si conclude con il seguente articolato quesito di diritto di cui all’art. 366 bis c.p.c.:

“In tema di servitù futura ai sensi dell’art. 1029 c.c. il termine di prescrizione ex art. 1073 c.c. decorre dalla data di costruzione e non di rilascio delle autorizzazioni amministrative; la domanda giudiziale è tempestiva se proposta nel termine di cui all’art. 1073 c.c.; l’atto interruttivo della prescrizione ex art. 2943 c.c. può essere costituito anche dalla dichiarazione ricettizia che manifesti da parte del titolare del diritto l’intenzione di esercitare tale diritto anche mediante lettera raccomandata di diffida all’eliminazione di ostacoli all’esercizio della servitù”.

Secondo l’esponente, pertanto, nella fattispecie si verserebbe nell’ipotesi di costituzione di “servitù futura” ex art. 1029 c.c. (servitù per vantaggio futuro) per cui la servitù sorgeva dalla data di costruzione dell’edificio e non da quella precedente, di rilascio delle autorizzazioni e concessioni amministrative ad aedificandum. Ma tale doglianza non ha pregio ed è anzi inammissibile, trattandosi di motivo nuovo, che non risulta in precedenza mai proposto.

È peraltro il caso di ricordare in questa sede, che ai fini dell’interruzione e sospensione dell’usucapione vige il principio della tassatività degli atti interruttivi, costituiti dalla perdita materiale del potere di fatto sulla cosa o da specifici atti giudiziali, per cui la “mera diffida a riconsegnare la res da altri posseduta, non può ritenersi atto idoneo a sospendere o interrompere il possesso ai fini dell’usucapione ex artt. 2943 e 1165 c.c. cioè la perdita materiale del potere di fatto sul bene.

Secondo questa S.C. “in tema di usucapione, poiché, con il rinvio fatto dall’art. 1165 cod. civ. all’art 2943 cod. civ., risultano tassativamente elencati gli atti interruttivi del possesso, non è consentito attribuire efficacia interruttiva ad atti diversi da quelli stabiliti dalla legge, con la conseguenza che non può riconoscersi tale efficacia se non ad atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, ovvero ad atti giudiziali diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente” (Cass. n. 16234 del 25/07/2011).

4 – Con il 4 motivo infine l’esponente denunzia la violazione di cui agli artt. 2043, 2056 e 1126 c.c. nonché il vizio di motivazione:

L’esponente si duole del rigetto della domanda di risarcimento del danno conseguente alla lesione della servitù, che a suo dire non si poteva ritenere assorbita dalla declaratoria di prescrizione dell’actio confessoria servitutis. Peraltro il supposto danno poteva essere comunque liquidato in via equitativa e quindi la domanda non era generica come ritenuto dal giudice a quo.

Il motivo si conclude con il seguente quesito:

“il risarcimento del danno conseguente alla lesione di diritto del creditore può essere esercitato nel termine di prescrizione del diritto leso e può essere determinato, in assenza di criteri certi di liquidazione ai sensi dell’art. 1226 c.c. ed in relazione al comportamento delle parti, limitato o ridotto ai sensi dell’art. 2056 c.c.”.

La doglianza non ha pregio. Occorre rilevare che la Corte ha ritenuto la domanda di risarcimento dei danni di “assoluta genericità ….per la mancanza di qualunque allegazione specifica sia in ordine alla natura che all’entità dei danni reclamati””. A fronte di tale assorbente considerazione, non sembrerebbe potersi invocare – come fa il ricorrente – una possibile quanto generica valutazione equitativa del danno stesso, ai sensi dell’art. 1226 c.c. perché l’interessato ha pur sempre l’onere di allegare gli elementi di fatto costituenti i fattori costitutivi dell’ammontare dei danni liquidandi, ciò che nella fattispecie egli non ha mai fatto.

Invero, secondo questa S.C.: “…. la liquidazione del danno in via equitativa, che può aver luogo soltanto in caso di impossibilità o difficoltà di una precisa prova sull’ammontare e sull’entità del danno subito, non esonera l’interessato dall’obbligo di offrire gli elementi probatori sulla sussistenza del medesimo – la quale costituisce il presupposto indispensabile per una valutazione equitativa – per consentire che l’apprezzamento equitativo sia, per quanto possibile, limitato alla funzione di colmare solo le inevitabili lacune al fine della precisa liquidazione del danno (Cass. n. 15585 del 11/07/2007; Cass. n. 13288 del 07/06/2007; Cass. n. 8213 del 04/04/2013).

In definitiva il ricorso dev’essere rigettato. Nulla per le spese processuali non avendo gli intimati svolto alcuna attività difensiva.

 P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso.

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