Perché una proposta ragionevole viene rifiutata?

Nelle trattative non contano soltanto i numeri: il modo, il momento e il significato di una proposta possono essere decisivi quanto il suo contenuto economico

di Luca Tantalo

Capita spesso, nelle trattative e nelle mediazioni, di assistere a una situazione apparentemente incomprensibile. Una delle parti formula una proposta che, guardata dall’esterno, sembra ragionevole: riduce sensibilmente la propria richiesta iniziale, tiene conto dei rischi del giudizio e magari si avvicina perfino a quello che potrebbe essere un risultato realistico della causa. Eppure l’altra parte la respinge quasi immediatamente. La prima reazione è spesso questa: «Non vogliono trattare». Qualche volta è vero. Molte altre volte, però, la spiegazione è diversa. Una proposta può essere economicamente sensata e negozialmente sbagliata: può arrivare nel momento meno adatto, essere formulata in modo da costringere chi la riceve ad ammettere implicitamente di avere avuto torto oppure ignorare interessi che nel fascicolo processuale non compaiono affatto. È uno degli aspetti più interessanti della negoziazione: non basta chiedersi se una proposta sia ragionevole, bisogna chiedersi se sia anche accettabile per chi deve riceverla.

Immaginiamo una controversia nella quale una parte chieda 200.000 euro e l’altra sostenga di non dovere nulla. Dopo mesi di discussioni, chi ha formulato la domanda iniziale propone di chiudere a 100.000 euro. Dal suo punto di vista ha compiuto una concessione enorme: ha dimezzato la pretesa e si aspetta che la controparte riconosca lo sforzo. Ma chi continua a ritenere di non dovere nulla può percepire quella stessa proposta in modo completamente diverso: non vede una riduzione di 100.000 euro, vede una richiesta di pagare 100.000 euro rispetto allo zero che considera corretto. Le parti stanno guardando lo stesso numero, ma non la stessa proposta. Ed è proprio qui che una trattativa può bloccarsi anche quando, dal punto di vista economico, esisterebbe uno spazio per l’accordo.

Il problema non è sempre il denaro

Nei fascicoli giudiziari leggiamo domande, eccezioni, contratti, fatture, perizie e richieste economiche. Molto raramente vi troviamo scritto che una delle parti vuole ricevere delle scuse, evitare di apparire debole davanti ai soci, preservare un rapporto commerciale, non dare l’impressione ai familiari di avere ceduto oppure semplicemente chiudere una vicenda che dura da anni. Eppure questi elementi possono determinare l’esito della trattativa. Una controversia ereditaria può sembrare interamente fondata sul valore di due immobili, mentre il vero conflitto nasce da una percezione di disparità risalente a molti anni prima; una lite societaria può apparire legata soltanto a un credito, mentre una delle parti attribuisce un valore molto maggiore alla riservatezza; in una controversia commerciale, un’impresa può essere più interessata alla continuità del rapporto che a qualche migliaio di euro in più o in meno.

Il giudice, salvo casi particolari, decide sulle domande che gli vengono sottoposte. Nella negoziazione, invece, possiamo lavorare anche su interessi che non potrebbero mai comparire nel dispositivo di una sentenza. È spesso lì che si trova lo spazio per una soluzione. C’è poi un elemento che nelle controversie molto conflittuali viene facilmente sottovalutato: una persona può rifiutare una soluzione economicamente conveniente perché, nel modo in cui viene proposta, accettarla significherebbe sentirsi sconfitta. Chi per tre anni ha sostenuto davanti ai familiari, ai soci o al consiglio di amministrazione che non avrebbe mai pagato un euro può avere enormi difficoltà ad accettare una proposta presentata come una resa, anche se quella stessa soluzione gli converrebbe. Non significa assecondare posizioni irragionevoli. Significa comprendere che la struttura e la forma dell’accordo possono essere parte sostanziale dell’accordo stesso. Una buona soluzione dovrebbe consentire, per quanto possibile, a entrambe le parti di spiegare a se stesse e agli altri perché abbiano fatto bene ad accettarla.

Anche le concessioni possono essere fatte male

Immaginiamo ora che una parte chieda 300.000 euro e, alla prima difficoltà, scenda immediatamente a 180.000. Potrebbe pensare di avere dato un segnale molto forte di disponibilità. La controparte potrebbe invece domandarsi: «Se è sceso così rapidamente di 120.000 euro, quanto può scendere ancora?». La concessione produce così l’effetto opposto a quello desiderato. È uno dei motivi per cui negoziare non significa semplicemente cercare il punto medio tra due numeri. Conta la progressione delle concessioni, conta la ragione per cui vengono fatte e conta il messaggio che trasmettono. Una concessione collegata a un elemento concreto – per esempio un documento emerso successivamente, un rischio processuale meglio valutato o una diversa modalità di pagamento – comunica qualcosa di molto diverso rispetto a una semplice riduzione della richiesta priva di spiegazione.

Anche il momento conta. La stessa proposta formulata all’inizio di una controversia e due anni dopo può ricevere risposte opposte. All’inizio le parti possono essere ancora fortemente convinte delle proprie ragioni, i rischi processuali appaiono astratti e nessuno ha ancora sostenuto costi significativi. Dopo una consulenza tecnica sfavorevole, una testimonianza meno efficace del previsto, un provvedimento interlocutorio inatteso o semplicemente due anni di causa, la percezione del rischio può cambiare radicalmente. Non significa che sia sempre meglio aspettare: spesso attendere significa soltanto aumentare costi e irrigidire le posizioni. Significa però che una buona strategia negoziale deve considerare anche quando una parte sia realmente pronta ad ascoltare una proposta.

Avere ragione e negoziare non sono in contraddizione

Una parte può avere un’ottima posizione giuridica e avere comunque interesse a raggiungere un accordo. Non c’è alcuna contraddizione. Una causa presenta sempre variabili: prova, tempi, costi, solvibilità della controparte, possibilità di impugnazione, concreta eseguibilità della futura sentenza. Una probabilità elevata di vittoria non equivale alla certezza, e anche una sentenza favorevole può arrivare quando il suo valore economico o strategico è ormai molto diminuito. La domanda «chi ha ragione?» resta quindi essenziale, ma in una trattativa deve essere accompagnata da un’altra: «Qual è la migliore alternativa che abbiamo se l’accordo non viene raggiunto?».

È proprio su questo confronto che una proposta dovrebbe essere valutata. Se offre meno di quanto sia realisticamente possibile ottenere attraverso l’alternativa giudiziale, rifiutarla può essere perfettamente razionale. Se invece elimina rischi rilevanti, anticipa il risultato e produce un esito complessivamente migliore, continuare la causa soltanto per ottenere una vittoria formale può essere molto costoso. Il compito dell’avvocato, in questo senso, non è soltanto difendere con forza la posizione del cliente, ma aiutarlo a distinguere l’obiettivo processuale dal risultato concreto che vuole raggiungere. Il cliente può arrivare chiedendo di «vincere la causa» e scoprire che ciò che realmente gli interessa è incassare rapidamente una somma, recuperare un immobile, uscire da una società, conservare un rapporto commerciale o eliminare definitivamente un rischio.

Il ruolo del mediatore

In mediazione questo lavoro può essere ancora più articolato, perché il mediatore ha la possibilità di lavorare separatamente con le parti e con i loro avvocati, esplorando aspetti che difficilmente emergerebbero in una trattativa diretta. Limitarsi a fare il postino delle offerte – «loro chiedono 100, voi offrite 60, proviamo 80» – significa utilizzare soltanto una parte minima delle possibilità della mediazione. Il lavoro più interessante consiste nel comprendere perché la distanza esista, quali rischi le parti stiano realmente valutando, quali interessi non siano ancora emersi e che cosa impedisca di accettare una soluzione che, dal punto di vista numerico, potrebbe essere già vicina.

Talvolta una trattativa si sblocca non quando cambia la cifra, ma quando cambia il significato attribuito a quella cifra. Prima di formulare una proposta importante conviene quindi chiedersi quale sia il vero obiettivo, quanto valga realisticamente l’alternativa giudiziale, quali rischi si sia disposti ad assumere, che cosa interessi realmente alla controparte e se la soluzione proposta le consenta di accettare senza percepirsi necessariamente come sconfitta. Conviene anche domandarsi se la concessione che stiamo facendo verrà riconosciuta come tale oppure interpretata semplicemente come debolezza e se quello sia davvero il momento più adatto per formularla.

In conclusione

Quando una proposta apparentemente ragionevole viene respinta, la spiegazione più semplice è pensare che l’altra parte sia irragionevole. Qualche volta lo è. Ma prima di arrivare a questa conclusione vale la pena chiedersi se il problema sia realmente il contenuto economico della proposta oppure il modo in cui è stata costruita, comunicata e percepita. Nelle controversie più complesse il punto di svolta arriva spesso quando si smette di chiedersi soltanto «quanto dobbiamo offrire?» e si comincia a chiedere «che cosa deve contenere una soluzione perché entrambe le parti possano considerarla migliore dell’alternativa?».

È una domanda molto più difficile. Ed è proprio per questo che negoziare è qualcosa di diverso dal dividere la differenza.

Se stai affrontando una controversia e vuoi valutare non soltanto la posizione giuridica, ma anche quale strategia possa consentire di raggiungere il risultato più efficace, è possibile sottopormi il caso e la documentazione disponibile. L’analisi può riguardare tanto l’eventuale contenzioso quanto le possibilità di negoziazione, mediazione o altra soluzione della controversia.

Per informazioni e assistenza: Studio Legale Tantalo, consulenza@studiotantalo.it, 06 32609190 anche WhatsApp, ltantalo.com.

Mio fratello ha ricevuto più di me: come si calcola davvero la lesione della legittima?

Cassazione n. 26011/2026: per verificare se un erede abbia ricevuto meno della quota che gli spetta non contano i valori catastali, ma il reale valore di mercato dei beni al momento dell’apertura della successione

Una casa al centro di Roma e un appartamento in periferia possono avere valori catastali non troppo diversi e valori di mercato lontanissimi. Lo stesso può accadere con un terreno agricolo che abbia concrete potenzialità edificatorie o con un immobile donato molti anni prima. Eppure, nelle controversie ereditarie, non è raro che il primo calcolo della presunta lesione della legittima venga fatto proprio partendo dalla dichiarazione di successione e dai valori catastali.

È un errore che può cambiare completamente il risultato.

La Corte di cassazione, con la sentenza n. 26011 del 30 settembre 2026, ribadisce un principio fondamentale: per stabilire se sia stata lesa la quota riservata a un legittimario occorre utilizzare il valore venale, cioè il reale valore di mercato dei beni, riferito al momento dell’apertura della successione. Il valore catastale non può sostituirlo.

Il caso deciso dalla Cassazione

La vicenda nasce da una successione testamentaria nella quale la defunta aveva attribuito beni determinati ai figli e ai nipoti e aveva inoltre disposto un legato immobiliare in favore delle nuore. Alcuni dei beneficiari sostennero che le attribuzioni testamentarie non rispettassero le rispettive quote di legittima.

Per verificare se vi fosse effettivamente una lesione, il Tribunale aveva però utilizzato, per la valutazione degli immobili, un criterio basato sostanzialmente sui valori catastali. Il ragionamento era apparentemente semplice: non sarebbe stato necessario conoscere il valore assoluto di ogni immobile, perché sarebbe bastato confrontare il rapporto tra i valori dei diversi beni assegnati.

Anche la Corte d’appello aveva ritenuto questo metodo adeguato.

La Cassazione non è d’accordo. Nel giudizio di riduzione il parametro deve essere il valore di mercato dei beni al momento dell’apertura della successione. Il giudice può naturalmente scegliere il metodo tecnico più adatto per ricostruire quel valore, considerando natura, ubicazione, consistenza, possibilità di sfruttamento e condizioni del mercato, ma il risultato cui deve tendere resta sempre il valore venale. Un criterio diverso può essere utilizzato soltanto se sia motivatamente idoneo, nel caso concreto, a esprimere proprio quel valore.

La conseguenza è importante: chi contesta l’utilizzo del valore catastale non deve anche dimostrare preventivamente che usando il valore di mercato il rapporto matematico tra tutti gli immobili sarebbe sicuramente cambiato. Prima vengono applicate le regole corrette; soltanto dopo si vede quale risultato producono.

Come si calcola la legittima

Quando esistono determinati familiari, il testatore non può disporre liberamente dell’intero patrimonio. Una quota dell’eredità è riservata dalla legge ai legittimari: il coniuge, i figli e, in assenza di figli, gli ascendenti nei casi previsti dalla legge.

Questo non significa che tutti debbano ricevere gli stessi beni o lo stesso importo. Il testatore può utilizzare la quota disponibile come preferisce e può attribuire agli eredi beni profondamente diversi. Per sapere se qualcuno abbia ricevuto meno del minimo che la legge gli garantisce bisogna però effettuare la cosiddetta riunione fittizia prevista dall’art. 556 c.c.

L’operazione, semplificando, è questa: si calcola il valore dei beni appartenenti al defunto al momento della morte, il cosiddetto relictum; si detraggono i debiti; si aggiunge fittiziamente il valore delle donazioni effettuate durante la vita, il donatum. Sul risultato vengono poi calcolate la quota disponibile e le quote riservate ai legittimari.

Facciamo un esempio volutamente semplice. Un padre vedovo lascia due figli. Alla sua morte possiede un appartamento che vale realmente 200.000 euro e non ha debiti. In precedenza aveva però donato all’altro figlio una villa che, alla data della morte, vale 800.000 euro. La massa di calcolo non è di 200.000 euro, ma di un milione. In presenza di due figli e senza coniuge, la quota riservata complessivamente ai figli è pari a due terzi e ciascuno ha diritto, come quota di riserva, a un terzo della massa: circa 333.333 euro. Il figlio che abbia ricevuto soltanto l’appartamento da 200.000 euro potrebbe quindi essere leso per oltre 133.000 euro, ferma naturalmente la necessità di verificare tutte le ulteriori circostanze del caso concreto.

Ecco perché la frase «nella dichiarazione di successione quell’immobile valeva soltanto 200.000 euro» può avere pochissima importanza nel giudizio civile.

Donazioni, nuda proprietà e terreni: perché il calcolo può diventare complicato

Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare soltanto ciò che esisteva ancora nel patrimonio al momento della morte. La riunione fittizia serve invece proprio a tenere conto anche delle donazioni compiute in vita. La Cassazione, con la sentenza n. 14211/2024, ha ribadito che devono essere considerate le donazioni rilevanti per il calcolo anche quando il beneficiario non sia un soggetto tenuto alla collazione. Riunione fittizia e collazione sono istituti diversi e confonderli può portare a risultati completamente sbagliati.

Anche le donazioni molto risalenti possono quindi incidere sulla verifica della legittima. E non basta necessariamente prendere il valore indicato nell’atto stipulato anni prima.

Pensiamo alla donazione della nuda proprietà con riserva di usufrutto a favore del genitore. La Cassazione ha chiarito che, ai fini della verifica della lesione della legittima, la donazione deve essere valutata secondo le regole proprie della successione, tenendo conto del consolidamento della piena proprietà conseguente alla morte dell’usufruttuario. È il principio affermato, tra le altre, da Cass. n. 20387/2008 e richiamato da Cass. n. 8507/2011.

Lo stesso vale per le caratteristiche urbanistiche di un terreno. Cass. n. 39368/2021 ha precisato che la stima deve fotografare la situazione esistente al momento dell’apertura della successione, ma deve fotografarla economicamente in modo corretto. Se già allora esisteva un procedimento urbanistico o una concreta possibilità capace di aumentare il valore del fondo, quell’elemento non può essere ignorato soltanto perché l’iter amministrativo si sia concluso successivamente.

Il criterio è quindi sempre lo stesso: non interessa un valore fiscale o puramente formale. Interessa quanto il bene valeva realmente sul mercato quando si è aperta la successione.

Quali beni devono essere inseriti nel calcolo?

La sentenza n. 26011/2026 contiene anche un altro principio molto utile nella pratica. Secondo la Cassazione, il legittimario che chiede di verificare la propria quota non deve indicare, per ciascun bene che ritiene appartenuto al defunto, l’intera storia del relativo titolo di acquisto. Ai fini dell’allegazione è sufficiente indicare i beni che devono essere ricompresi nella riunione fittizia: nell’indicazione è già implicita l’affermazione che appartenessero originariamente al de cuius.

Naturalmente, se l’appartenenza viene realmente contestata, il problema della prova può poi sorgere. Ma la Cassazione esclude che si debba automaticamente applicare lo stesso rigorosissimo onere probatorio richiesto in un’azione di rivendicazione. Nel giudizio di divisione, e a maggior ragione nella semplice operazione contabile prevista dall’art. 556 c.c., la questione deve essere valutata tenendo conto della particolare natura del rapporto tra i coeredi.

Anche questo è un passaggio importante, perché nelle successioni complesse non è raro che alcuni immobili siano intestati da molti anni, che la documentazione sia incompleta o che uno dei coeredi sostenga addirittura di avere acquistato determinati beni per usucapione.

Valore alla morte e valore al momento della divisione non sono sempre la stessa cosa

Bisogna poi evitare un’altra semplificazione.

Per stabilire se la legittima sia stata lesa, il riferimento è il valore della massa al momento dell’apertura della successione. Se il defunto è morto nel 2006 non possiamo semplicemente prendere il valore che gli immobili hanno oggi e utilizzarlo per stabilire quale fosse la quota spettante allora.

Può però accadere che la controversia duri molti anni e che, una volta accertata la lesione, il legittimario venga reintegrato mediante un conguaglio in denaro anziché attraverso l’attribuzione di beni in natura. Cass. n. 35738/2023 ha ricordato che, in questa diversa fase, il conguaglio può dover essere adeguato al mutato valore del bene affinché rappresenti realmente l’equivalente economico di ciò che il legittimario avrebbe dovuto ricevere.

Il momento della valutazione dipende quindi dall’operazione che stiamo compiendo: una cosa è calcolare la massa e accertare la lesione, altra cosa è stabilire come reintegrare concretamente il legittimario molti anni dopo.

Cosa fare prima di iniziare una causa

Quando un cliente mi dice «mio fratello ha avuto la villa e io soltanto un appartamento, quindi la mia legittima è stata certamente lesa», la risposta non può dipendere dalla semplice impressione che un bene sia più importante dell’altro.

Occorre ricostruire il patrimonio del defunto, verificare i beni esistenti al momento della morte, individuare i debiti, ricercare le donazioni compiute durante la vita, identificare tutti i legittimari e attribuire ai beni il valore corretto alla data che interessa.

Quando vi sono immobili, una perizia può essere decisiva. Ma il tecnico non deve limitarsi a stabilire quanto il bene valga oggi: può essere necessario ricostruirne il valore dieci, venti o anche più anni prima, considerando l’ubicazione, lo stato dell’immobile, la situazione urbanistica dell’epoca, le caratteristiche del mercato e ogni altra circostanza capace di incidere concretamente sul prezzo.

Qualche volta, completata questa ricostruzione, una lesione che sembrava evidente scompare. Altre volte accade esattamente il contrario: una successione apparentemente equilibrata rivela differenze molto rilevanti perché alcuni immobili erano stati considerati soltanto al valore catastale o perché erano state dimenticate precedenti donazioni.

Prima dell’azione di riduzione, quindi, fare correttamente i conti non è un passaggio accessorio. È il punto di partenza.

Se ti trovi in una situazione simile e non riesci a capire se la tua quota di legittima sia stata rispettata, puoi sottopormi il caso prima di decidere se iniziare una causa. Partendo dal testamento, dalla dichiarazione di successione, dagli eventuali atti di donazione e dalla documentazione relativa agli immobili, è possibile ricostruire la situazione e valutare quali diritti possano essere concretamente fatti valere.

Prima della causa c’è la mediazione

Le controversie in materia di successioni ereditarie rientrano tra quelle per le quali la legge prevede la mediazione come condizione di procedibilità. In questa materia, tuttavia, la mediazione può essere molto più di un semplice passaggio obbligatorio.

Una causa ereditaria può richiedere consulenze tecniche, accertamenti immobiliari, ricostruzione di donazioni molto risalenti, azioni di riduzione e successive operazioni divisionali. In mediazione è invece possibile lavorare contemporaneamente sull’intero problema: attribuire un immobile a uno degli eredi, prevedere conguagli, concordare una vendita, compensare diverse pretese o definire anche questioni che in giudizio richiederebbero procedimenti differenti.

Ma per negoziare seriamente bisogna presentarsi al tavolo conoscendo i numeri. Se ciascuno attribuisce agli immobili il valore che ritiene più conveniente, non esiste ancora una vera base negoziale.

In conclusione

La sentenza della Cassazione n. 26011 del 30 settembre 2026 parte da una regola apparentemente semplice, ma dalle conseguenze molto concrete: per stabilire se la quota di legittima sia stata rispettata bisogna conoscere il reale valore di mercato dei beni al momento dell’apertura della successione. Il valore catastale non può essere utilizzato come scorciatoia.

Prima di dire che un figlio ha ricevuto troppo e un altro troppo poco bisogna quindi ricostruire il relictum, i debiti, le donazioni e il valore dei beni alla data corretta. Non quanto risultavano al Catasto. Non quanto valevano quando furono acquistati. E neppure, necessariamente, quanto valgono oggi. Quanto valevano quando si è aperta la successione.

Se hai il dubbio di avere ricevuto meno di quanto ti spettava, se un fratello o un altro erede ha ricevuto beni o donazioni di valore molto maggiore, oppure se è già sorta una contestazione sulla divisione dell’eredità, puoi contattarmi direttamente per esaminare il tuo caso e verificare quale soluzione sia concretamente percorribile.

Non è necessario sapere già se vi sia effettivamente una lesione della legittima: è proprio questo uno degli aspetti che possiamo verificare. L’esame può partire dalla documentazione che hai già a disposizione — testamento, dichiarazione di successione, atti di donazione, visure, perizie o documenti relativi agli immobili — per ricostruire il patrimonio, individuare gli eventuali squilibri e valutare se sia preferibile cercare una soluzione negoziale e in mediazione oppure, quando necessario, agire giudizialmente.

Per sottopormi il tuo caso puoi scrivere a consulenza@studiotantalo.it oppure contattare lo Studio al numero 06 32609190, anche tramite WhatsApp.

Studio Legale Tantalo

Precedenti richiamati

Cass. civ., sez. II, sent. 30 settembre 2026, n. 26011, valore venale dei beni, riunione fittizia e onere di allegazione.

Cass. civ., sez. II, sent. 22 maggio 2024, n. 14211, riunione fittizia e donazioni effettuate anche a soggetti non tenuti alla collazione.

Cass. civ., sez. II, sent. 21 dicembre 2023, n. 35738, momento della valutazione della massa ereditaria e reintegrazione della legittima.

Cass. civ., sez. II, sent. 10 dicembre 2021, n. 39368, valore dei beni all’apertura della successione e potenzialità urbanistiche.

Cass. civ., sez. II, sent. 14 aprile 2011, n. 8507, valore di mercato e donazione della nuda proprietà.

Cass. civ., sez. II, sent. 24 luglio 2008, n. 20387, donazione con riserva di usufrutto.

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Cassazione n. 26011/2026: per verificare se un erede abbia ricevuto meno della quota che gli spetta non contano i valori catastali, ma il reale valore di mercato dei beni al momento dell’apertura della successione

Una casa al centro di Roma e un appartamento in periferia possono avere valori catastali non troppo diversi e valori di mercato lontanissimi. Lo stesso può accadere con un terreno agricolo che abbia concrete potenzialità edificatorie o con un immobile donato molti anni prima. Eppure, nelle controversie ereditarie, non è raro che il primo calcolo della presunta lesione della legittima venga fatto proprio partendo dalla dichiarazione di successione e dai valori catastali.

È un errore che può cambiare completamente il risultato.

La Corte di cassazione, con la sentenza n. 26011 del 30 settembre 2026, ribadisce un principio fondamentale: per stabilire se sia stata lesa la quota riservata a un legittimario occorre utilizzare il valore venale, cioè il reale valore di mercato dei beni, riferito al momento dell’apertura della successione. Il valore catastale non può sostituirlo.

Il caso deciso dalla Cassazione

La vicenda nasce da una successione testamentaria nella quale la defunta aveva attribuito beni determinati ai figli e ai nipoti e aveva inoltre disposto un legato immobiliare in favore delle nuore. Alcuni dei beneficiari sostennero che le attribuzioni testamentarie non rispettassero le rispettive quote di legittima.

Per verificare se vi fosse effettivamente una lesione, il Tribunale aveva però utilizzato, per la valutazione degli immobili, un criterio basato sostanzialmente sui valori catastali. Il ragionamento era apparentemente semplice: non sarebbe stato necessario conoscere il valore assoluto di ogni immobile, perché sarebbe bastato confrontare il rapporto tra i valori dei diversi beni assegnati.

Anche la Corte d’appello aveva ritenuto questo metodo adeguato.

La Cassazione non è d’accordo. Nel giudizio di riduzione il parametro deve essere il valore di mercato dei beni al momento dell’apertura della successione. Il giudice può naturalmente scegliere il metodo tecnico più adatto per ricostruire quel valore, considerando natura, ubicazione, consistenza, possibilità di sfruttamento e condizioni del mercato, ma il risultato cui deve tendere resta sempre il valore venale. Un criterio diverso può essere utilizzato soltanto se sia motivatamente idoneo, nel caso concreto, a esprimere proprio quel valore.

La conseguenza è importante: chi contesta l’utilizzo del valore catastale non deve anche dimostrare preventivamente che usando il valore di mercato il rapporto matematico tra tutti gli immobili sarebbe sicuramente cambiato. Prima vengono applicate le regole corrette; soltanto dopo si vede quale risultato producono.

Come si calcola la legittima

Quando esistono determinati familiari, il testatore non può disporre liberamente dell’intero patrimonio. Una quota dell’eredità è riservata dalla legge ai legittimari: il coniuge, i figli e, in assenza di figli, gli ascendenti nei casi previsti dalla legge.

Questo non significa che tutti debbano ricevere gli stessi beni o lo stesso importo. Il testatore può utilizzare la quota disponibile come preferisce e può attribuire agli eredi beni profondamente diversi. Per sapere se qualcuno abbia ricevuto meno del minimo che la legge gli garantisce bisogna però effettuare la cosiddetta riunione fittizia prevista dall’art. 556 c.c.

L’operazione, semplificando, è questa: si calcola il valore dei beni appartenenti al defunto al momento della morte, il cosiddetto relictum; si detraggono i debiti; si aggiunge fittiziamente il valore delle donazioni effettuate durante la vita, il donatum. Sul risultato vengono poi calcolate la quota disponibile e le quote riservate ai legittimari.

Facciamo un esempio volutamente semplice. Un padre vedovo lascia due figli. Alla sua morte possiede un appartamento che vale realmente 200.000 euro e non ha debiti. In precedenza aveva però donato all’altro figlio una villa che, alla data della morte, vale 800.000 euro. La massa di calcolo non è di 200.000 euro, ma di un milione. In presenza di due figli e senza coniuge, la quota riservata complessivamente ai figli è pari a due terzi e ciascuno ha diritto, come quota di riserva, a un terzo della massa: circa 333.333 euro. Il figlio che abbia ricevuto soltanto l’appartamento da 200.000 euro potrebbe quindi essere leso per oltre 133.000 euro, ferma naturalmente la necessità di verificare tutte le ulteriori circostanze del caso concreto.

Ecco perché la frase «nella dichiarazione di successione quell’immobile valeva soltanto 200.000 euro» può avere pochissima importanza nel giudizio civile.

Donazioni, nuda proprietà e terreni: perché il calcolo può diventare complicato

Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare soltanto ciò che esisteva ancora nel patrimonio al momento della morte. La riunione fittizia serve invece proprio a tenere conto anche delle donazioni compiute in vita. La Cassazione, con la sentenza n. 14211/2024, ha ribadito che devono essere considerate le donazioni rilevanti per il calcolo anche quando il beneficiario non sia un soggetto tenuto alla collazione. Riunione fittizia e collazione sono istituti diversi e confonderli può portare a risultati completamente sbagliati.

Anche le donazioni molto risalenti possono quindi incidere sulla verifica della legittima. E non basta necessariamente prendere il valore indicato nell’atto stipulato anni prima.

Pensiamo alla donazione della nuda proprietà con riserva di usufrutto a favore del genitore. La Cassazione ha chiarito che, ai fini della verifica della lesione della legittima, la donazione deve essere valutata secondo le regole proprie della successione, tenendo conto del consolidamento della piena proprietà conseguente alla morte dell’usufruttuario. È il principio affermato, tra le altre, da Cass. n. 20387/2008 e richiamato da Cass. n. 8507/2011.

Lo stesso vale per le caratteristiche urbanistiche di un terreno. Cass. n. 39368/2021 ha precisato che la stima deve fotografare la situazione esistente al momento dell’apertura della successione, ma deve fotografarla economicamente in modo corretto. Se già allora esisteva un procedimento urbanistico o una concreta possibilità capace di aumentare il valore del fondo, quell’elemento non può essere ignorato soltanto perché l’iter amministrativo si sia concluso successivamente.

Il criterio è quindi sempre lo stesso: non interessa un valore fiscale o puramente formale. Interessa quanto il bene valeva realmente sul mercato quando si è aperta la successione.

Quali beni devono essere inseriti nel calcolo?

La sentenza n. 26011/2026 contiene anche un altro principio molto utile nella pratica. Secondo la Cassazione, il legittimario che chiede di verificare la propria quota non deve indicare, per ciascun bene che ritiene appartenuto al defunto, l’intera storia del relativo titolo di acquisto. Ai fini dell’allegazione è sufficiente indicare i beni che devono essere ricompresi nella riunione fittizia: nell’indicazione è già implicita l’affermazione che appartenessero originariamente al de cuius.

Naturalmente, se l’appartenenza viene realmente contestata, il problema della prova può poi sorgere. Ma la Cassazione esclude che si debba automaticamente applicare lo stesso rigorosissimo onere probatorio richiesto in un’azione di rivendicazione. Nel giudizio di divisione, e a maggior ragione nella semplice operazione contabile prevista dall’art. 556 c.c., la questione deve essere valutata tenendo conto della particolare natura del rapporto tra i coeredi.

Anche questo è un passaggio importante, perché nelle successioni complesse non è raro che alcuni immobili siano intestati da molti anni, che la documentazione sia incompleta o che uno dei coeredi sostenga addirittura di avere acquistato determinati beni per usucapione.

Valore alla morte e valore al momento della divisione non sono sempre la stessa cosa

Bisogna poi evitare un’altra semplificazione.

Per stabilire se la legittima sia stata lesa, il riferimento è il valore della massa al momento dell’apertura della successione. Se il defunto è morto nel 2006 non possiamo semplicemente prendere il valore che gli immobili hanno oggi e utilizzarlo per stabilire quale fosse la quota spettante allora.

Può però accadere che la controversia duri molti anni e che, una volta accertata la lesione, il legittimario venga reintegrato mediante un conguaglio in denaro anziché attraverso l’attribuzione di beni in natura. Cass. n. 35738/2023 ha ricordato che, in questa diversa fase, il conguaglio può dover essere adeguato al mutato valore del bene affinché rappresenti realmente l’equivalente economico di ciò che il legittimario avrebbe dovuto ricevere.

Il momento della valutazione dipende quindi dall’operazione che stiamo compiendo: una cosa è calcolare la massa e accertare la lesione, altra cosa è stabilire come reintegrare concretamente il legittimario molti anni dopo.

Cosa fare prima di iniziare una causa

Quando un cliente mi dice «mio fratello ha avuto la villa e io soltanto un appartamento, quindi la mia legittima è stata certamente lesa», la risposta non può dipendere dalla semplice impressione che un bene sia più importante dell’altro.

Occorre ricostruire il patrimonio del defunto, verificare i beni esistenti al momento della morte, individuare i debiti, ricercare le donazioni compiute durante la vita, identificare tutti i legittimari e attribuire ai beni il valore corretto alla data che interessa.

Quando vi sono immobili, una perizia può essere decisiva. Ma il tecnico non deve limitarsi a stabilire quanto il bene valga oggi: può essere necessario ricostruirne il valore dieci, venti o anche più anni prima, considerando l’ubicazione, lo stato dell’immobile, la situazione urbanistica dell’epoca, le caratteristiche del mercato e ogni altra circostanza capace di incidere concretamente sul prezzo.

Qualche volta, completata questa ricostruzione, una lesione che sembrava evidente scompare. Altre volte accade esattamente il contrario: una successione apparentemente equilibrata rivela differenze molto rilevanti perché alcuni immobili erano stati considerati soltanto al valore catastale o perché erano state dimenticate precedenti donazioni.

Prima dell’azione di riduzione, quindi, fare correttamente i conti non è un passaggio accessorio. È il punto di partenza.

Se ti trovi in una situazione simile e non riesci a capire se la tua quota di legittima sia stata rispettata, puoi sottopormi il caso prima di decidere se iniziare una causa. Partendo dal testamento, dalla dichiarazione di successione, dagli eventuali atti di donazione e dalla documentazione relativa agli immobili, è possibile ricostruire la situazione e valutare quali diritti possano essere concretamente fatti valere.

Prima della causa c’è la mediazione

Le controversie in materia di successioni ereditarie rientrano tra quelle per le quali la legge prevede la mediazione come condizione di procedibilità. In questa materia, tuttavia, la mediazione può essere molto più di un semplice passaggio obbligatorio.

Una causa ereditaria può richiedere consulenze tecniche, accertamenti immobiliari, ricostruzione di donazioni molto risalenti, azioni di riduzione e successive operazioni divisionali. In mediazione è invece possibile lavorare contemporaneamente sull’intero problema: attribuire un immobile a uno degli eredi, prevedere conguagli, concordare una vendita, compensare diverse pretese o definire anche questioni che in giudizio richiederebbero procedimenti differenti.

Ma per negoziare seriamente bisogna presentarsi al tavolo conoscendo i numeri. Se ciascuno attribuisce agli immobili il valore che ritiene più conveniente, non esiste ancora una vera base negoziale.

In conclusione

La sentenza della Cassazione n. 26011 del 30 settembre 2026 parte da una regola apparentemente semplice, ma dalle conseguenze molto concrete: per stabilire se la quota di legittima sia stata rispettata bisogna conoscere il reale valore di mercato dei beni al momento dell’apertura della successione. Il valore catastale non può essere utilizzato come scorciatoia.

Prima di dire che un figlio ha ricevuto troppo e un altro troppo poco bisogna quindi ricostruire il relictum, i debiti, le donazioni e il valore dei beni alla data corretta. Non quanto risultavano al Catasto. Non quanto valevano quando furono acquistati. E neppure, necessariamente, quanto valgono oggi. Quanto valevano quando si è aperta la successione.

Se hai il dubbio di avere ricevuto meno di quanto ti spettava, se un fratello o un altro erede ha ricevuto beni o donazioni di valore molto maggiore, oppure se è già sorta una contestazione sulla divisione dell’eredità, puoi contattarmi direttamente per esaminare il tuo caso e verificare quale soluzione sia concretamente percorribile.

Non è necessario sapere già se vi sia effettivamente una lesione della legittima: è proprio questo uno degli aspetti che possiamo verificare. L’esame può partire dalla documentazione che hai già a disposizione — testamento, dichiarazione di successione, atti di donazione, visure, perizie o documenti relativi agli immobili — per ricostruire il patrimonio, individuare gli eventuali squilibri e valutare se sia preferibile cercare una soluzione negoziale e in mediazione oppure, quando necessario, agire giudizialmente.

Per sottopormi il tuo caso puoi scrivere a consulenza@studiotantalo.it oppure contattare lo Studio al numero 06 32609190, anche tramite WhatsApp.

Studio Legale Tantalo

Precedenti richiamati

Cass. civ., sez. II, sent. 30 settembre 2026, n. 26011, valore venale dei beni, riunione fittizia e onere di allegazione.

Cass. civ., sez. II, sent. 22 maggio 2024, n. 14211, riunione fittizia e donazioni effettuate anche a soggetti non tenuti alla collazione.

Cass. civ., sez. II, sent. 21 dicembre 2023, n. 35738, momento della valutazione della massa ereditaria e reintegrazione della legittima.

Cass. civ., sez. II, sent. 10 dicembre 2021, n. 39368, valore dei beni all’apertura della successione e potenzialità urbanistiche.

Cass. civ., sez. II, sent. 14 aprile 2011, n. 8507, valore di mercato e donazione della nuda proprietà.

Cass. civ., sez. II, sent. 24 luglio 2008, n. 20387, donazione con riserva di usufrutto.

Ho garantito il debito di una società: posso contestare le clausole della fideiussione bancaria?

Le Sezioni Unite tornano sulle fideiussioni ABI: cosa cambia per le garanzie specifiche, per quelle stipulate fuori dal periodo 2002-2005 e per la decadenza prevista dall’art. 1957 c.c.

Un socio garantisce personalmente il finanziamento ottenuto dalla propria società. Un amministratore firma una fideiussione richiesta dalla banca per concedere un’apertura di credito. Un familiare presta garanzia per un mutuo o per un’altra operazione bancaria. Quando il debitore principale smette di pagare, la banca può rivolgersi direttamente al fideiussore e chiedergli somme anche molto elevate. A quel punto capita di scoprire che il contratto contiene clausole identiche o molto simili a quelle dello schema ABI esaminato dalla Banca d’Italia nel 2005.

Da anni queste clausole sono al centro di un vastissimo contenzioso. La domanda, però, non può essere ridotta alla formula “clausole ABI uguale fideiussione nulla”. La questione è molto più articolata e le Sezioni Unite della Corte di cassazione, con la sentenza n. 24825 del 28 agosto 2026, hanno appena fornito nuovi e importanti chiarimenti. La pronuncia riguarda, in particolare, le fideiussioni specifiche, quelle stipulate fuori dal periodo 2002-2005 e gli effetti della clausola di pagamento “a prima richiesta” sulla decadenza prevista dall’art. 1957 c.c.

Da dove nasce il problema delle cosiddette clausole ABI?

Nel 2005 la Banca d’Italia concluse un’istruttoria relativa allo schema ABI della “fideiussione a garanzia delle operazioni bancarie”, cioè della fideiussione omnibus. Si tratta della garanzia con la quale il fideiussore può obbligarsi, entro un importo massimo, per una pluralità di obbligazioni del debitore verso la banca, comprese quelle che potranno sorgere in futuro.

Il provvedimento n. 55 del 2 maggio 2005 non dichiarò genericamente illegittimo l’intero schema ABI. La Banca d’Italia accertò invece che tre specifiche disposizioni — gli artt. 2, 6 e 8 — “nella misura in cui vengano applicate in modo uniforme” contenevano previsioni in contrasto con l’art. 2, comma 2, lett. a), della legge n. 287/1990 sulla tutela della concorrenza. Le altre disposizioni dello schema non risultarono invece lesive della concorrenza.

Le tre clausole interessate erano quella di reviviscenza, quella di deroga all’art. 1957 c.c. e quella normalmente definita di sopravvivenza.

Cosa prevedeva la clausola di reviviscenza?

L’art. 2 dello schema ABI stabiliva, in sostanza, che il fideiussore fosse tenuto a rimborsare alla banca le somme che questa avesse incassato in pagamento delle obbligazioni garantite e che successivamente fosse stata costretta a restituire in conseguenza dell’annullamento, dell’inefficacia o della revoca di quei pagamenti o per altra ragione.

La garanzia, quindi, poteva “rivivere” rispetto a somme che erano già state pagate dal debitore ma che la banca aveva dovuto successivamente restituire. È da qui che deriva la denominazione di clausola di reviviscenza.

E la clausola di sopravvivenza?

È diversa dalla precedente e la distinzione è importante.

L’art. 8 dello schema ABI prevedeva che, qualora le obbligazioni garantite fossero dichiarate invalide, la fideiussione continuasse comunque a garantire l’obbligo del debitore di restituire alla banca le somme ricevute.

La reviviscenza riguarda quindi pagamenti già effettuati che la banca è costretta a restituire; la sopravvivenza opera invece rispetto all’invalidità dell’obbligazione principale e al conseguente obbligo restitutorio del debitore. La stessa Banca d’Italia descrive distintamente le due fattispecie nel provvedimento del 2005.

Perché è importante l’art. 1957 c.c.?

L’art. 1957 c.c. tutela il fideiussore impedendo, in linea generale, che rimanga indefinitamente esposto dopo la scadenza dell’obbligazione principale. La norma prevede che il creditore debba proporre le proprie istanze contro il debitore entro il termine previsto e continuarle con diligenza.

L’art. 6 dello schema ABI derogava a questa disciplina, liberando sostanzialmente la banca dal rispetto dei termini stabiliti dall’art. 1957. Anche questa previsione fu compresa tra quelle censurate dalla Banca d’Italia nel 2005.

L’effetto concreto può essere rilevantissimo: se la clausola derogatoria viene dichiarata nulla, torna ad applicarsi la disciplina codicistica. Ma, come vedremo, la nuova sentenza delle Sezioni Unite chiarisce che ciò non significa necessariamente che la banca debba avere iniziato una causa entro quel termine.

Le Sezioni Unite si erano già occupate delle fideiussioni ABI nel 2021

Il primo punto da tenere fermo è che la sentenza n. 24825/2026 non cancella quanto stabilito dalle Sezioni Unite con la fondamentale decisione n. 41994 del 2021.

In quella occasione la Cassazione stabilì che i contratti di fideiussione stipulati “a valle” di un’intesa anticoncorrenziale sono, in linea generale, parzialmente nulli per le sole clausole che riproducono quelle dell’intesa vietata. La regola, quindi, non è la nullità automatica dell’intera fideiussione.

L’intero contratto può essere travolto soltanto quando, applicando l’art. 1419 c.c., risulti che le parti non lo avrebbero concluso senza la parte colpita da nullità. Le Sezioni Unite del 2021 hanno indicato la nullità parziale come soluzione ordinaria, in coerenza con il principio di conservazione del contratto; la nullità dell’intero negozio rappresenta invece un esito ulteriore che richiede i presupposti stabiliti dall’art. 1419 c.c.

È quindi sbagliato affermare, senza ulteriori verifiche, che la presenza delle tre clausole determini automaticamente la nullità totale della garanzia.

Cosa aggiunge allora la sentenza n. 24825 del 2026?

La nuova decisione affronta problemi che la sentenza del 2021 aveva lasciato aperti e sui quali, negli anni successivi, si erano formati orientamenti non completamente uniformi.

Il primo riguarda il periodo temporale. Cosa succede se la fideiussione è stata stipulata prima o dopo il periodo 2002-2005 considerato nell’accertamento della Banca d’Italia?

Il secondo riguarda il tipo di fideiussione. Il provvedimento del 2005 aveva esaminato lo schema della fideiussione omnibus: cosa accade invece quando la garanzia è specifica, cioè riferita a una determinata posizione debitoria?

Il terzo riguarda l’art. 1957 c.c.: se è nulla la clausola che esonerava la banca dal rispetto di quella disposizione, una clausola distinta di pagamento “a prima richiesta” consente comunque al creditore di impedire la decadenza con una semplice richiesta stragiudiziale?

Le Sezioni Unite rispondono a tutte e tre le questioni.

Una fideiussione stipulata dopo il 2005 può essere ancora contestata?

Sì, ma non automaticamente.

Le Sezioni Unite stabiliscono che, anche quando la fideiussione sia stata stipulata in un momento anteriore o successivo al periodo 2002-2005, il giudice deve verificare se il modello negoziale utilizzato sia effettivamente riconducibile a un’intesa o a una pratica concordata con effetti restrittivi della concorrenza.

Il fatto che il contratto sia del 2010, del 2015 o di un altro anno non esclude quindi, da solo, la possibilità di applicare la disciplina antitrust. Ma cambia radicalmente il problema della prova.

Il provvedimento della Banca d’Italia n. 55/2005 può essere utilizzato come elemento probatorio, ma le Sezioni Unite precisano espressamente che, quando si esce dal suo ambito temporale, non è sufficiente da solo. Il giudice deve ricostruirne contenuto e portata e valutare gli ulteriori elementi acquisiti al processo.

Quindi basta confrontare la fideiussione con il vecchio modulo ABI?

No. È probabilmente la conseguenza pratica più importante della decisione.

Se una fideiussione stipulata fuori dal periodo preso in considerazione dalla Banca d’Italia contiene parole identiche alle clausole dello schema ABI, questa coincidenza è certamente rilevante, ma non consente da sola di concludere che il contratto derivi da un’intesa anticoncorrenziale operante anche in quel diverso momento storico.

Le Sezioni Unite richiedono un accertamento concreto del giudice sulla riconducibilità del modello utilizzato a un’intesa o pratica concordata restrittiva della concorrenza. Il provvedimento del 2005 rimane un elemento importante, ma fuori dal proprio ambito temporale deve essere accompagnato da ulteriori elementi probatori.

Questo rende molto meno convincente una contestazione costruita esclusivamente sul confronto grafico tra il contratto firmato e il vecchio modello ABI.

E se la fideiussione garantisce un solo finanziamento?

Anche in questo caso la risposta delle Sezioni Unite è significativa.

Il provvedimento Banca d’Italia del 2005 aveva direttamente a oggetto lo schema della fideiussione omnibus. La sentenza n. 24825/2026 affronta invece espressamente il caso della fideiussione specifica che riproduca le clausole di reviviscenza, sopravvivenza e deroga all’art. 1957 c.c.

La Corte esclude che la natura specifica della garanzia sia sufficiente, di per sé, a renderla estranea alla problematica antitrust. Anche in questo caso il giudice deve verificare se il modello negoziale utilizzato sia riconducibile a un’intesa o pratica concordata con effetti restrittivi della concorrenza.

Non esiste quindi una regola secondo cui “solo le fideiussioni omnibus possono essere contestate”.

Ma neppure vale la regola opposta: la presenza delle tre clausole in una fideiussione specifica non comporta automaticamente la loro nullità. Il provvedimento Banca d’Italia del 2005, proprio perché riguardava un diverso ambito oggettivo, costituisce anche in questo caso un elemento probatorio che, da solo, non risolve la controversia.

Cosa significa concretamente “elemento di prova da solo non sufficiente”?

Significa che non si può utilizzare il provvedimento del 2005 come una sorta di certificato universale di nullità applicabile a qualsiasi fideiussione bancaria contenente quelle clausole, indipendentemente dalla data e dal tipo di garanzia.

Il giudice deve verificare se, nel diverso ambito temporale o oggettivo della controversia concreta, il contratto possa effettivamente essere ricondotto a un’intesa o a una pratica concordata restrittiva della concorrenza.

Le Sezioni Unite non forniscono nella massima un elenco chiuso dei documenti o degli elementi che devono necessariamente essere prodotti. Per questo sarebbe improprio trasformare la sentenza in una nuova formula automatica del tipo “bastano tre contratti di altre banche” oppure “serve necessariamente una determinata perizia”.

Il principio è un altro: fuori dall’ambito direttamente accertato dalla Banca d’Italia, occorre una prova ulteriore rispetto al solo provvedimento n. 55/2005.

Se vengono dichiarate nulle le clausole ABI, cade tutta la fideiussione?

Di regola, no.

Qui resta pienamente valido il principio delle Sezioni Unite n. 41994/2021. Una volta accertato che determinate clausole del contratto “a valle” riproducono quelle dell’intesa anticoncorrenziale, la conseguenza ordinaria è la nullità parziale di quelle clausole.

Il resto della fideiussione continua a produrre effetti, salvo che venga dimostrato, secondo l’art. 1419 c.c., che senza le clausole nulle il contratto non sarebbe stato concluso.

Questo passaggio è fondamentale soprattutto per chi riceve una richiesta di pagamento: ottenere la nullità di una clausola può avere effetti molto importanti, ma non significa necessariamente che l’intero debito del garante scompaia.

Bisogna capire quale conseguenza concreta produca l’eliminazione della singola clausola nel rapporto specifico.

La nullità della deroga all’art. 1957 libera automaticamente il fideiussore?

No. Ed è qui che interviene il terzo importante principio stabilito dalla sentenza n. 24825/2026.

Supponiamo che venga accertata la nullità della clausola con cui il fideiussore aveva rinunciato alla tutela dell’art. 1957 c.c. La disciplina del codice civile torna allora ad applicarsi. Potrebbe sembrare che la banca, per evitare la decadenza, debba necessariamente iniziare entro il termine previsto un procedimento giudiziario.

Le Sezioni Unite chiariscono invece che, se nel contratto è presente anche una distinta clausola di “pagamento a prima richiesta”, il creditore può evitare la decadenza mediante un’istanza stragiudiziale inviata tempestivamente al garante. Non è quindi necessariamente richiesta, in questa ipotesi, l’instaurazione di un’azione giudiziaria entro quel termine.

È un principio estremamente rilevante nella pratica.

Ma la clausola “a prima richiesta” non era tra quelle censurate dalla Banca d’Italia?

No. Anche questo particolare merita attenzione.

Nel provvedimento del 2005 la Banca d’Italia sottolineò l’importanza della clausola di pagamento “a prima richiesta” per il funzionamento della garanzia bancaria e non la incluse tra le disposizioni ritenute lesive della concorrenza. Il provvedimento concluse infatti che soltanto gli artt. 2, 6 e 8 dello schema ABI, se applicati uniformemente, erano in contrasto con la disciplina antitrust.

Per questo la nuova sentenza può attribuire alla clausola “a prima richiesta”, se presente e valida nel singolo contratto, un effetto autonomo anche dopo l’eliminazione della diversa clausola di deroga all’art. 1957.

Sono due pattuizioni che non devono essere confuse.

Cosa significa “a prima richiesta” ai fini dell’art. 1957?

La sentenza del 2026 affronta un problema molto specifico e occorre evitare di attribuirle effetti più ampi di quelli effettivamente decisi.

Le Sezioni Unite stabiliscono che, ai fini di evitare la decadenza prevista dall’art. 1957 c.c., la presenza della clausola di pagamento a prima richiesta consente al creditore di attivarsi con una richiesta stragiudiziale rivolta al garante entro il termine previsto dalla norma, anche quando la compresente clausola di esenzione dai termini dell’art. 1957 sia stata dichiarata nulla per violazione della normativa antitrust.

La sentenza non deve quindi essere banalizzata nell’affermazione che qualunque clausola “a prima richiesta” elimini tutte le tutele del fideiussore. Il principio riguarda specificamente le modalità con le quali il creditore può impedire la decadenza ex art. 1957.

Un esempio pratico

Una società ottiene nel 2014 un finanziamento di 250.000 euro. L’amministratore presta una fideiussione personale specificamente riferita a quel finanziamento. Nel modulo compaiono clausole sostanzialmente corrispondenti a quelle di reviviscenza, sopravvivenza e deroga all’art. 1957 dello schema ABI.

La società smette successivamente di pagare e la banca si rivolge al garante.

Il fideiussore non può limitarsi ad affermare: “Ci sono le tre clausole ABI, quindi la mia fideiussione è nulla”.

La garanzia è specifica, non omnibus, ed è stata stipulata nel 2014, quindi fuori dal periodo 2002-2005 direttamente interessato dal provvedimento Banca d’Italia. Secondo le Sezioni Unite, il giudice deve comunque valutare la possibile riconducibilità del modello negoziale a un’intesa o pratica concordata restrittiva della concorrenza, ma il provvedimento del 2005, da solo, non è sufficiente a dimostrarlo.

Supponiamo poi che, all’esito dell’accertamento, venga dichiarata nulla la clausola di deroga all’art. 1957. Non per questo il fideiussore può ancora concludere automaticamente di essere liberato. Se nel contratto è presente una valida clausola di pagamento a prima richiesta e la banca ha tempestivamente inviato al garante un’istanza stragiudiziale, la nuova sentenza stabilisce che tale richiesta può essere sufficiente a evitare la decadenza.

È proprio questo esempio a dimostrare perché le fideiussioni bancarie non possano essere valutate attraverso formule prestampate.

E se la banca ha già ottenuto un decreto ingiuntivo?

Molte controversie sulle fideiussioni sorgono proprio quando il garante riceve un decreto ingiuntivo, un precetto o una formale richiesta di pagamento.

In queste situazioni non basta verificare se nel contratto compaiano le parole “reviviscenza”, “art. 1957” o “prima richiesta”. È necessario ricostruire l’intero rapporto: data della fideiussione, natura omnibus o specifica, contenuto effettivo delle clausole, obbligazione garantita, momento della sua scadenza e atti compiuti dalla banca nei confronti del debitore e del garante.

Dopo la sentenza n. 24825/2026 diventa ancora più importante verificare anche la prova disponibile dell’eventuale intesa anticoncorrenziale quando la fideiussione sia collocata fuori dall’ambito direttamente esaminato nel 2005.

E, se viene invocato l’art. 1957 c.c., occorre controllare non soltanto quando la banca si sia attivata, ma anche come lo abbia fatto e se il contratto contenga una valida clausola di pagamento a prima richiesta.

Le tre cose da controllare immediatamente

La prima è la data della fideiussione. Se ricade fuori dal periodo 2002-2005, il provvedimento della Banca d’Italia può essere utilizzato, ma non basta da solo a dimostrare l’intesa anticoncorrenziale nel diverso periodo.

La seconda è il tipo di garanzia. Anche una fideiussione specifica può essere interessata dalla questione antitrust, ma, poiché il provvedimento del 2005 riguardava lo schema omnibus, anche l’estensione al diverso ambito oggettivo richiede l’accertamento indicato dalle Sezioni Unite.

La terza è l’intero contenuto del contratto. Se viene eliminata la deroga all’art. 1957, bisogna verificare se sopravviva una clausola di pagamento a prima richiesta e se la banca abbia inviato tempestivamente una richiesta al garante.

Gli errori da evitare

Il primo è credere che la coincidenza testuale con il modello ABI comporti automaticamente la nullità dell’intera fideiussione. Le Sezioni Unite del 2021 hanno indicato come regola la nullità parziale delle clausole interessate, salvo il diverso risultato eventualmente derivante dall’art. 1419 c.c.

Il secondo è pensare che le fideiussioni stipulate dopo il 2005 non possano più essere interessate dalla disciplina antitrust. La sentenza del 2026 esclude questa conclusione: il giudice può compiere l’accertamento anche per contratti anteriori o successivi, ma il provvedimento del 2005 non basta da solo.

Il terzo è ritenere che la problematica riguardi esclusivamente le fideiussioni omnibus. La nuova pronuncia affronta espressamente anche le fideiussioni specifiche.

Il quarto è pensare che la nullità della deroga all’art. 1957 determini automaticamente la liberazione del garante se la banca non ha iniziato una causa entro il termine. In presenza di una clausola di pagamento a prima richiesta, una tempestiva istanza stragiudiziale al garante può essere sufficiente.

Il quinto è affidarsi a contestazioni standard senza esaminare il singolo contratto e la documentazione del rapporto.

Cosa cambia davvero dopo il 28 agosto 2026?

La sentenza n. 24825/2026 non elimina la tutela riconosciuta ai fideiussori e non ribalta il principio affermato nel 2021. Lo rende più preciso.

Le fideiussioni specifiche e quelle stipulate fuori dal periodo 2002-2005 non sono automaticamente escluse dall’applicazione della disciplina antitrust. Ma neppure possono beneficiare automaticamente dell’accertamento contenuto nel provvedimento Banca d’Italia del 2005.

Il giudice deve verificare concretamente se il modello negoziale utilizzato sia riconducibile a un’intesa o pratica concordata con effetti restrittivi della concorrenza. Quando ci si trova fuori dall’ambito temporale o oggettivo direttamente esaminato dall’Autorità, quel provvedimento è un elemento di prova, ma non è sufficiente da solo.

La sentenza chiarisce inoltre un secondo aspetto di grande rilievo pratico: la nullità della clausola che derogava all’art. 1957 non impedisce alla distinta clausola di pagamento a prima richiesta di produrre i propri effetti. Se questa è presente, la banca può impedire la decadenza mediante una tempestiva istanza stragiudiziale rivolta al garante.

In conclusione

La domanda corretta non è più: “La mia fideiussione contiene le clausole ABI, quindi è nulla?”

Le domande da porsi sono diverse.

Quando è stata stipulata la garanzia? È omnibus oppure specifica? Riproduce realmente le clausole dello schema ABI? Esistono gli elementi necessari per dimostrare che il modello utilizzato sia riconducibile a un’intesa o pratica concordata restrittiva della concorrenza? Quali clausole potrebbero essere colpite da nullità? L’eliminazione di quelle clausole produce un effetto concreto sulla pretesa della banca? È presente una clausola di pagamento a prima richiesta? E quando e in quale forma la banca si è attivata?

Il provvedimento Banca d’Italia del 2005 resta fondamentale, ma aveva un preciso ambito: stabilì che gli artt. 2, 6 e 8 dello schema ABI della fideiussione omnibus, nella misura in cui fossero applicati uniformemente, erano contrari alla normativa antitrust.

Le Sezioni Unite del 2021 hanno stabilito che, quando vi sia effettivamente un contratto “a valle” dell’intesa vietata, la conseguenza ordinaria è la nullità parziale delle clausole riproduttive dell’intesa, salva l’applicazione dell’art. 1419 c.c.

Le Sezioni Unite del 2026 aggiungono ora che l’accertamento può riguardare anche fideiussioni specifiche e contratti stipulati fuori dal periodo 2002-2005, ma in questi casi il provvedimento amministrativo, da solo, non basta. E chiariscono che la clausola di pagamento a prima richiesta può consentire alla banca di evitare la decadenza ex art. 1957 con una richiesta stragiudiziale tempestivamente inviata al garante.

La conseguenza pratica è chiara: una fideiussione bancaria va esaminata integralmente e caso per caso. Né il fideiussore né la banca possono affidarsi a formule automatiche.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

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Non siamo sposati e ci lasciamo: dobbiamo andare in tribunale per regolare i figli?

Affidamento, tempi di permanenza, mantenimento e spese: oggi anche i genitori non coniugati possono raggiungere un accordo con la negoziazione assistita, senza iniziare una causa

Due persone convivono per anni, hanno uno o più figli e poi decidono di separarsi. Non essendoci un matrimonio, non esiste naturalmente una separazione legale da chiedere al giudice. Rimane però tutto ciò che riguarda i figli: con chi vivranno prevalentemente, quanto tempo trascorreranno con ciascun genitore, come verranno organizzate vacanze e festività, chi sosterrà le spese, quale sarà l’eventuale assegno mensile e come saranno ripartite le spese straordinarie. Per molto tempo, anche quando i genitori erano perfettamente d’accordo, la strada normale per dare stabilità giuridica a queste condizioni era rivolgersi al tribunale. Oggi non è più necessariamente così.

L’art. 6, comma 1-bis, del d.l. 132/2014, introdotto nell’ambito della riforma della giustizia civile, consente espressamente anche ai genitori di figli nati fuori dal matrimonio di concludere una convenzione di negoziazione assistita, con almeno un avvocato per parte, per raggiungere una soluzione consensuale sulle modalità di affidamento e mantenimento dei figli minori. Lo stesso strumento può essere utilizzato per il mantenimento dei figli maggiorenni non ancora economicamente autosufficienti e per modificare condizioni stabilite in precedenza.

Essere sposati o non esserlo non cambia i diritti dei figli

È il primo punto da chiarire. Dal punto di vista dei rapporti con i genitori, non esistono figli di serie A e figli di serie B a seconda che siano nati all’interno o fuori dal matrimonio. Quando una coppia si separa, devono essere tutelati allo stesso modo il diritto del figlio a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e il suo diritto a essere mantenuto, educato, istruito e assistito.

La differenza riguarda semmai il procedimento. I coniugi devono regolare anche il loro rapporto matrimoniale attraverso separazione e, eventualmente, divorzio. Due genitori non sposati non hanno invece alcun vincolo matrimoniale da sciogliere: devono disciplinare esclusivamente l’esercizio della responsabilità genitoriale e gli aspetti economici riguardanti i figli.

La riforma ha quindi eliminato una differenza procedurale poco comprensibile: se i genitori sono d’accordo, anche quelli non coniugati possono oggi utilizzare la negoziazione assistita invece di iniziare necessariamente un procedimento davanti al tribunale.

Che cosa si può stabilire nell’accordo?

L’accordo deve essere costruito sulle esigenze concrete della famiglia. Non basta scrivere genericamente che “il figlio sarà affidato a entrambi”: più le regole sono chiare, minore è il rischio che sei mesi dopo nascano discussioni su ciò che ciascun genitore riteneva di avere concordato.

Si possono quindi disciplinare l’affidamento, il collocamento o la residenza abituale del figlio, i tempi di permanenza presso ciascun genitore, i giorni della settimana, i fine settimana, le vacanze scolastiche, il Natale, la Pasqua e il periodo estivo. Le indicazioni operative delle Procure richiedono infatti che, in presenza di figli, siano individuati l’affidamento, il collocamento e i tempi di frequentazione con ciascun genitore.

Naturalmente va regolato anche il mantenimento. L’accordo può prevedere un assegno periodico a carico di uno dei genitori, stabilirne modalità e decorrenza e disciplinare la partecipazione alle spese straordinarie. Il punto non è necessariamente dividere ogni costo al 50 per cento: la contribuzione deve essere costruita tenendo conto delle condizioni economiche dei genitori, delle esigenze del figlio e dell’organizzazione complessiva della famiglia.

Affidamento condiviso significa metà del tempo con ciascun genitore?

No. È uno degli equivoci più frequenti.

L’affidamento condiviso riguarda anzitutto l’esercizio della responsabilità genitoriale e la partecipazione di entrambi alle decisioni più importanti per il figlio. Non significa automaticamente che il minore debba trascorrere esattamente sette giorni con la madre e sette con il padre oppure dividere matematicamente ogni mese a metà.

I tempi devono essere costruiti in funzione dell’interesse concreto del figlio: età, scuola, distanza tra le abitazioni, attività extrascolastiche, organizzazione lavorativa dei genitori e rapporti familiari. In alcune situazioni può funzionare una permanenza sostanzialmente paritaria; in altre può essere preferibile individuare una residenza prevalente presso uno dei genitori, assicurando comunque all’altro tempi ampi e significativi.

La stessa disciplina della negoziazione assistita impone agli avvocati di informare le parti dell’importanza per il minore di trascorrere tempi adeguati con ciascuno dei genitori.

E il mantenimento?

Anche su questo punto è meglio evitare formule standard. Non esiste una tariffa fissa per il mantenimento di un figlio e non esiste una regola secondo cui il genitore con il reddito maggiore debba sempre pagare una determinata percentuale.

Devono essere considerate le esigenze attuali del figlio, il tenore di vita goduto durante la convivenza familiare, i tempi di permanenza presso ciascun genitore, le risorse economiche di entrambi e il valore economico delle attività di cura svolte direttamente. Per questo, nelle procedure di negoziazione assistita con figli, le Procure richiedono normalmente documentazione reddituale che consenta al Pubblico Ministero di valutare la congruità dell’accordo. La Procura di Lecce, per esempio, richiede le dichiarazioni dei redditi dell’ultimo triennio di entrambi i genitori; analoghe indicazioni sono adottate da altri uffici.

È importante disciplinare bene anche le spese straordinarie. Scrivere soltanto “al 50%” può non bastare: bisogna sapere quali spese richiedono il preventivo accordo dei genitori e quali, per natura o urgenza, possono essere sostenute senza una preventiva autorizzazione. Molti tribunali e ordini professionali hanno adottato protocolli proprio per ridurre il contenzioso su questo punto.

Possiamo stabilire che non venga pagato alcun assegno?

È possibile costruire un sistema nel quale ciascun genitore provveda direttamente alle esigenze del figlio durante i periodi nei quali vive con lui, ma non basta chiamarlo “mantenimento diretto” perché sia necessariamente adeguato.

Se esiste una forte differenza tra i redditi, se i tempi di permanenza non sono equilibrati oppure se uno dei genitori sostiene stabilmente una quota molto maggiore delle spese ordinarie, può essere necessario prevedere anche un contributo periodico perequativo.

Il criterio rimane sempre l’interesse del figlio. I genitori possono trovare soluzioni molto flessibili, ma non possono utilizzare l’accordo per rinunciare a diritti che appartengono al figlio e non a loro.

Serve un solo avvocato per entrambi?

No. Nella negoziazione assistita familiare la legge richiede almeno un avvocato per parte. Ogni genitore deve quindi essere assistito dal proprio difensore.

La ragione è evidente: anche quando esiste un buon rapporto personale e l’intenzione comune è evitare una causa, i genitori possono avere interessi differenti sulla misura del mantenimento, sui tempi con i figli, sulla casa o su altre condizioni. La funzione della negoziazione è proprio consentire che questi interessi vengano discussi e composti in un contesto cooperativo, ma con ciascuna parte assistita autonomamente.

Questo distingue la negoziazione assistita anche dalla mediazione familiare. Nella prima gli avvocati assistono e rappresentano le rispettive parti per arrivare a un accordo giuridico; la mediazione familiare è invece un diverso percorso, condotto da un professionista terzo e imparziale, rivolto soprattutto alla comunicazione e alla riorganizzazione delle relazioni familiari. La legge prevede infatti che gli avvocati informino le parti anche della possibilità di ricorrere alla mediazione familiare.

Se siamo già d’accordo su tutto, perché non scrivere semplicemente un accordo tra noi?

Due genitori possono certamente organizzarsi spontaneamente, e nella maggior parte delle famiglie separate moltissime decisioni quotidiane vengono prese informalmente. Ma un accordo privato sottoscritto soltanto dai genitori non ha gli stessi effetti dell’accordo raggiunto con la procedura prevista dall’art. 6.

La negoziazione assistita consente invece di ottenere un accordo che, una volta completato il controllo previsto dalla legge, produce gli effetti e tiene luogo del corrispondente provvedimento giudiziale in materia di affidamento e mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio. Non è quindi semplicemente una promessa tra due persone: prende il posto del provvedimento che altrimenti dovrebbe essere richiesto al giudice.

È una differenza molto importante soprattutto quando, in futuro, una delle parti non rispetta quanto concordato.

Chi controlla che l’accordo tuteli davvero i figli?

Il fatto che non sia necessario iniziare un processo non significa che l’accordo venga lasciato alla totale disponibilità dei genitori.

Quando vi sono figli minori, figli maggiorenni incapaci, portatori di handicap grave o economicamente non autosufficienti, l’accordo raggiunto deve essere trasmesso entro dieci giorni al Procuratore della Repubblica presso il tribunale competente. Il Pubblico Ministero verifica se le condizioni corrispondano all’interesse dei figli. Se la valutazione è positiva, autorizza l’accordo.

Se invece ritiene che l’accordo non risponda all’interesse dei figli, oppure considera opportuno procedere al loro ascolto, il Procuratore lo trasmette entro cinque giorni al Presidente del tribunale. Quest’ultimo deve fissare entro i successivi trenta giorni la comparizione delle parti e provvedere senza ritardo.

È quindi una procedura extragiudiziale, ma non priva di controllo pubblico. E quel controllo non riguarda la convenienza dell’accordo per il padre o per la madre: riguarda innanzitutto i figli.

Il figlio deve essere necessariamente ascoltato?

No. Non esiste un automatismo per cui ogni negoziazione assistita debba comportare l’audizione del minore.

È però la stessa legge a prevedere che il Pubblico Ministero possa ritenere opportuno procedere all’ascolto e, in tal caso, trasmetta l’accordo al Presidente del tribunale.

Il punto è particolarmente delicato perché il diritto del minore a essere ascoltato nelle questioni che lo riguardano non significa trasferire su di lui la responsabilità della decisione. Non dovrebbe essere il figlio a “scegliere” tra il padre e la madre. Le sue opinioni devono essere considerate in funzione dell’età e della capacità di discernimento, mentre la responsabilità delle decisioni rimane degli adulti e, quando necessario, dell’autorità giudiziaria.

E la casa familiare?

Anche l’utilizzazione della casa nella quale vive il figlio può entrare nella regolamentazione complessiva quando è collegata al suo collocamento e al suo interesse. Proprio un decreto del Tribunale di Bologna del 15 maggio 2024 ha riguardato un accordo di negoziazione assistita tra genitori non sposati che prevedeva l’assegnazione alla madre, collocataria del figlio minore, della casa familiare di proprietà esclusiva del padre.

Bisogna però distinguere l’assegnazione della casa nell’interesse del figlio da un vero trasferimento della proprietà dell’immobile. Lo stesso art. 6 stabilisce che eventuali patti di trasferimento immobiliare contenuti nell’accordo hanno effetti obbligatori.

È quindi uno dei punti nei quali la redazione dell’accordo richiede particolare attenzione: “chi resta nella casa” e “chi diventa proprietario della casa” sono questioni giuridicamente molto diverse.

Possiamo regolare anche i rapporti economici tra noi due?

La negoziazione assistita familiare prevista dall’art. 6, comma 1-bis, ha come oggetto specifico l’affidamento e il mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio, il mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti e le successive modifiche.

Non bisogna quindi confondere la regolamentazione dei figli con la sistemazione di tutti i rapporti patrimoniali eventualmente esistenti tra due ex conviventi. Può essere necessario affrontare separatamente questioni come la proprietà di un immobile acquistato insieme, la restituzione di somme, un finanziamento comune o la divisione di altri beni.

Questo non impedisce naturalmente di cercare una soluzione consensuale anche a tali controversie, eventualmente utilizzando gli strumenti negoziali consentiti dall’ordinamento. Significa soltanto che non tutto ciò che riguarda economicamente due ex partner diventa, per il solo fatto che abbiano dei figli, una condizione dell’accordo familiare dell’art. 6.

E se nostro figlio è già maggiorenne?

La negoziazione assistita non riguarda soltanto i figli minori. La legge consente ai genitori di utilizzarla anche per disciplinare il mantenimento dei figli maggiorenni nati fuori dal matrimonio che non abbiano ancora raggiunto l’autosufficienza economica e per modificare condizioni già stabilite.

La disposizione contempla inoltre espressamente la possibilità di utilizzare la negoziazione per determinare l’assegno di mantenimento richiesto direttamente ai genitori dal figlio maggiorenne economicamente non autosufficiente. È quindi possibile che il rapporto oggetto dell’accordo non sia più soltanto quello tra padre e madre, ma coinvolga direttamente il figlio maggiorenne titolare della relativa pretesa.

Naturalmente, “maggiorenne” non significa automaticamente “economicamente indipendente”, così come il mantenimento non è destinato necessariamente a proseguire senza limiti. Ogni situazione deve essere valutata concretamente.

Se abbiamo già un provvedimento del tribunale possiamo cambiarlo con la negoziazione?

Sì. È un altro vantaggio importante della riforma.

L’art. 6, comma 1-bis, consente espressamente di utilizzare la negoziazione assistita anche per modificare condizioni già determinate.

Pensiamo a due genitori che cinque anni prima abbiano ottenuto un provvedimento giudiziale quando il figlio frequentava la scuola primaria. Nel frattempo possono essere cambiati gli orari scolastici, il luogo di lavoro dei genitori, le rispettive condizioni economiche, la residenza o le esigenze dello stesso ragazzo. Se entrambi riconoscono che le vecchie condizioni non funzionano più, non è necessario iniziare automaticamente una nuova controversia giudiziaria: possono cercare di modificarle consensualmente con la negoziazione assistita.

Lo stesso principio vale per l’assegno di mantenimento quando siano intervenuti cambiamenti rilevanti nelle condizioni economiche o familiari.

E se non troviamo l’accordo?

La negoziazione assistita non può trasformarsi in uno strumento per imporre una soluzione.

Se uno dei genitori non accetta le condizioni proposte oppure se le posizioni rimangono troppo lontane, sarà necessario rivolgersi al tribunale competente affinché sia il giudice a stabilire le modalità di affidamento e mantenimento sulla base dell’interesse dei figli.

Lo stesso vale quando l’accordo raggiunto non supera il controllo del Pubblico Ministero e non viene successivamente definito in modo consensuale.

Il vantaggio della negoziazione assistita non consiste quindi nella certezza di raggiungere sempre un accordo. Consiste nella possibilità, quando esiste un terreno comune, di costruire direttamente una soluzione familiare con l’assistenza dei rispettivi avvocati, evitando di trasformare necessariamente la fine della relazione di coppia in una causa.

Perché può essere una soluzione migliore?

Quando vi sono figli, la separazione della coppia non pone fine al rapporto tra i genitori. Per molti anni continueranno a dover parlare di scuola, salute, vacanze, sport, spese e decisioni importanti. Una soluzione imposta dal giudice può essere indispensabile quando il conflitto è insanabile, ma non dovrebbe essere automaticamente la prima scelta quando padre e madre sono ancora in grado di discutere.

Un buon accordo non deve limitarsi a stabilire chi “vince” il sabato sera o chi paga cento euro in più al mese. Deve cercare di prevedere il funzionamento concreto della famiglia dopo la separazione e ridurre le occasioni di conflitto futuro.

È proprio in questo senso che la negoziazione assistita può essere particolarmente utile: conserva la necessaria assistenza legale di entrambe le parti, mantiene il controllo del Pubblico Ministero sull’interesse dei figli, ma lascia ai genitori uno spazio molto maggiore per costruire una soluzione adatta alla propria famiglia.

In conclusione

Due genitori non sposati che decidono di separarsi non devono necessariamente iniziare una causa per regolare affidamento e mantenimento dei figli. Se riescono a raggiungere una soluzione condivisa, l’art. 6 del d.l. 132/2014 consente oggi di utilizzare la negoziazione assistita con almeno un avvocato per parte. L’accordo viene sottoposto al controllo del Procuratore della Repubblica e, se autorizzato, produce gli effetti e tiene luogo del corrispondente provvedimento giudiziale.

Si possono così disciplinare in modo preciso i tempi con ciascun genitore, il collocamento, il mantenimento, le spese e gli altri aspetti direttamente collegati alla vita dei figli; ed è possibile utilizzare lo stesso strumento anche successivamente per modificare condizioni che non siano più adeguate.

Non sempre una famiglia che cambia ha bisogno di un giudice che decida. Quando esistono responsabilità, informazioni corrette e la volontà di trovare un equilibrio, può essere molto più utile costruire un accordo destinato a funzionare nella vita quotidiana. Il vero risultato, soprattutto quando ci sono dei figli, non è ottenere condizioni migliori dell’altro genitore: è riuscire a creare condizioni che abbiano buone possibilità di essere rispettate da entrambi.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

Tag: genitori non sposati, figli nati fuori dal matrimonio, negoziazione assistita, affidamento figli, mantenimento figli, genitori separati, affidamento condiviso, spese straordinarie figli, casa familiare, diritto di famiglia, accordo genitori, Luca Tantalo, ADR Center

Ho scritto “ok” su WhatsApp: ho concluso un contratto?

Messaggi, screenshot, e-mail e vocali: quando una chat può dimostrare un accordo, un debito o un incarico e quando invece non basta

Un’impresa invia su WhatsApp un preventivo da 8.000 euro e il cliente risponde: “Va bene, procedete”. Un professionista indica il proprio compenso e riceve un “confermato”. Un debitore, sollecitato per il pagamento, scrive: “Lo so, ti devo ancora 5.000 euro e te li restituisco entro settembre”. Quando nasce una controversia, non è raro sentir dire: “Era soltanto un messaggio WhatsApp, non ho firmato niente”. Ma una conversazione in chat non è affatto priva di conseguenze giuridiche. In molti casi può costituire una prova importante e, quando il contratto non richiede una forma particolare, lo scambio di messaggi può anche documentare la proposta e la successiva accettazione. Il punto, però, è evitare gli automatismi: non ogni “ok” conclude un contratto e non ogni screenshot dimostra da solo tutto ciò che una parte sostiene.

Quando si conclude un contratto?

La regola generale è contenuta nell’art. 1326 c.c.: il contratto è concluso nel momento in cui chi ha formulato la proposta ha conoscenza dell’accettazione dell’altra parte. L’accettazione deve essere conforme alla proposta; se contiene modifiche, equivale invece a una nuova proposta. Inoltre, se il proponente ha richiesto una determinata forma per l’accettazione, una risposta effettuata in forma diversa non produce l’effetto previsto. (Def Finanze)

Per molti contratti la legge non impone una particolare forma a pena di nullità. In questi casi ciò che conta è verificare se le parti abbiano effettivamente raggiunto un accordo sugli elementi necessari del rapporto. Uno scambio WhatsApp può quindi assumere una rilevanza molto concreta: se una proposta è sufficientemente determinata e il destinatario la accetta senza riserve, il fatto che l’accettazione sia stata inviata attraverso una chat non la rende automaticamente inefficace.

Pensiamo a un messaggio del tipo: “Per la sostituzione degli infissi il prezzo complessivo è 7.500 euro, montaggio compreso, lavori il 15 settembre” seguito dalla risposta “Confermo, va bene così”. È molto diverso da una conversazione nella quale si discute genericamente del lavoro, si ipotizzano prezzi diversi e, in mezzo a numerosi messaggi, compare un semplice “ok”. Il significato giuridico di una frase dipende dal contesto nel quale è stata utilizzata.

Quindi un semplice “ok” può essere vincolante?

Può esserlo, ma non perché la parola “ok” possieda un particolare valore giuridico. Bisogna stabilire che cosa il destinatario stesse accettando. Se il messaggio precedente contiene una proposta completa e inequivoca, la risposta può manifestare l’accettazione. Se invece alcuni elementi essenziali sono ancora da concordare, oppure dall’intera conversazione emerge che le parti stavano soltanto trattando, la stessa parola può avere tutt’altro significato.

È quindi sbagliato isolare un singolo messaggio. Nei rapporti conclusi attraverso WhatsApp, e-mail o altri sistemi di messaggistica, normalmente deve essere esaminata l’intera sequenza delle comunicazioni: ciò che viene scritto prima, la risposta ricevuta e, spesso, anche il comportamento successivo delle parti.

WhatsApp può essere utilizzato come prova in una causa?

Sì. L’art. 2712 c.c. comprende espressamente tra le prove le riproduzioni informatiche e stabilisce che esse formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate se la parte contro la quale sono prodotte non ne disconosce la conformità. (Def Finanze)

La Cassazione, con l’ordinanza n. 1254 del 18 gennaio 2025, ha ribadito che i messaggi WhatsApp e gli SMS conservati nella memoria di un telefono sono utilizzabili come prova documentale e possono essere acquisiti anche mediante la riproduzione fotografica della chat, quindi attraverso screenshot, ferma la necessità di verificarne provenienza e attendibilità. La Corte ha inoltre ricondotto WhatsApp ed e-mail prive di firma alle riproduzioni informatiche dell’art. 2712 c.c., precisando però che esse non acquistano per questo l’efficacia della scrittura privata prevista dall’art. 2702 c.c. (Mister Lex)

La distinzione è importante: dire che una chat è utilizzabile come prova non significa equipararla automaticamente a un contratto sottoscritto con firma autografa o digitale.

Che cosa aveva deciso realmente la Cassazione nel 2025?

La vicenda esaminata dall’ordinanza n. 1254/2025 riguardava il pagamento di 28.050 euro richiesto per la fornitura e l’installazione di serramenti. Nella decisione di merito il contenuto di un messaggio WhatsApp del committente era stato utilizzato insieme ad altri elementi, in particolare una testimonianza e la documentazione relativa ai costi, per ricostruire il corrispettivo concordato.

La Cassazione non ha quindi affermato che “uno screenshot basta sempre a provare un contratto”. Nel caso concreto, il messaggio aveva un ruolo più limitato: corroborava altri elementi di prova. È proprio questa la lezione più utile della sentenza. La chat può essere estremamente importante, ma il suo peso dipende dal contenuto, dalla provenienza, dalle eventuali contestazioni e dal complesso delle altre prove disponibili. (Mister Lex)

Se contesto lo screenshot, non vale più nulla?

Anche qui la risposta richiede precisione. Se la riproduzione informatica non viene disconosciuta, opera l’efficacia prevista dall’art. 2712 c.c. Il disconoscimento idoneo a incidere su tale efficacia, secondo la Cassazione, non può però limitarsi a una generica affermazione come “contesto tutto” o “gli screenshot si possono modificare”: deve essere chiaro, circostanziato ed esplicito e indicare gli elementi per i quali la rappresentazione non corrisponderebbe alla realtà. (Mister Lex)

Neppure un valido disconoscimento determina necessariamente la completa inutilizzabilità della chat. La Cassazione distingue infatti il regime dell’art. 2712 c.c. dal disconoscimento della scrittura privata previsto dall’art. 215 c.p.c.: anche dopo la contestazione della riproduzione, il giudice può accertarne la conformità mediante altri mezzi di prova, comprese le presunzioni. (Mister Lex)

Questo è un passaggio importante anche nella pratica. Non basta negare genericamente di aver scritto un messaggio quando numero di telefono, contenuto della conversazione, risposte successive e altri documenti convergono tutti nella stessa direzione.

È sufficiente produrre uno screenshot?

La Cassazione ne ammette espressamente l’utilizzabilità, ma questo non significa che sia sempre prudente conservare soltanto una fotografia dello schermo. Se la controversia ha un valore significativo, è preferibile mantenere anche la conversazione originale e, quando possibile, il dispositivo sul quale è conservata.

Lo screenshot può infatti tagliare una parte del dialogo, non mostrare con chiarezza data e ora oppure non consentire di comprendere ciò che precede e segue la frase prodotta. Conservare la conversazione completa permette invece di ricostruirne meglio il contesto e facilita la verifica della provenienza e dell’attendibilità richiesta dalla giurisprudenza. (Mister Lex)

È quindi utile effettuare un’esportazione della chat, conservare eventuali allegati e non cancellare i messaggi originali quando si comprende che sta nascendo una controversia. Per questioni di particolare importanza economica o probatoria potranno poi essere valutate modalità di acquisizione più rigorose.

Un preventivo accettato via WhatsApp può diventare un contratto?

Può accadere, ma bisogna esaminare il contenuto del preventivo e della risposta. Se il documento inviato indica con sufficiente precisione prestazioni, corrispettivo e condizioni essenziali e il destinatario lo accetta senza modifiche, lo scambio può documentare l’accordo, purché si tratti di un contratto per il quale la legge non richieda una particolare forma.

Se invece il cosiddetto preventivo è soltanto indicativo, lascia aperte questioni essenziali oppure la risposta contiene riserve — “va bene il prezzo, ma dobbiamo ancora concordare i lavori” — non si può concludere automaticamente che il contratto sia perfezionato. L’art. 1326 c.c. prevede espressamente che un’accettazione non conforme alla proposta equivalga a una nuova proposta. (Def Finanze)

La definizione utilizzata dalle parti non è quindi decisiva: chiamare un documento “preventivo” non significa che sia sempre privo di effetti, così come intitolarlo “contratto” non risolve da solo il problema della sua validità.

E se per quel contratto la legge richiede la forma scritta?

Qui la situazione cambia e occorre particolare attenzione. L’art. 1325 c.c. considera la forma un requisito del contratto quando la legge la prescrive sotto pena di nullità, mentre l’art. 1350 c.c. indica una serie di atti che devono essere stipulati per iscritto, tra i quali i principali contratti relativi alla proprietà e agli altri diritti reali immobiliari. (Brocardi.it)

Per i documenti informatici interviene il Codice dell’amministrazione digitale. L’art. 20, comma 1-bis, stabilisce quando il documento informatico soddisfa il requisito della forma scritta e possiede l’efficacia prevista dall’art. 2702 c.c.; negli altri casi, la sua idoneità a soddisfare il requisito della forma scritta e il suo valore probatorio sono valutabili in giudizio in relazione alle caratteristiche di sicurezza, integrità e immodificabilità. (Normattiva)

Esiste però una regola ancora più rigorosa per gli atti dell’art. 1350, primo comma, nn. 1-12 c.c. L’art. 21, comma 2-bis, del Codice dell’amministrazione digitale stabilisce che, se tali scritture private sono formate come documento informatico, devono essere sottoscritte, a pena di nullità, con firma elettronica qualificata o firma digitale. Una normale conversazione WhatsApp non può quindi sostituire, per esempio, la forma necessaria per una compravendita immobiliare. (Normattiva)

La regola pratica è fondamentale: una chat può essere prova di ciò che le parti si sono dette, ma il fatto che abbia valore probatorio non significa necessariamente che soddisfi la forma che la legge richiede per la validità di un determinato negozio.

E il preliminare per comprare una casa?

Anche qui non bisogna affidarsi a formule semplicistiche. L’art. 1351 c.c. stabilisce che il contratto preliminare è nullo se non è fatto nella stessa forma che la legge prescrive per il contratto definitivo. Di conseguenza, quando il preliminare riguarda una compravendita immobiliare soggetta a forma scritta, non basta normalmente uno scambio informale di messaggi WhatsApp per sostituire il documento richiesto.

La chat può comunque essere utile per ricostruire le trattative, le richieste delle parti, eventuali impegni preparatori o altri fatti rilevanti. Ma una cosa è provare che vi siano state trattative molto avanzate, altra è dimostrare che sia stato validamente concluso un contratto preliminare.

Una chat può provare un debito?

Può fornire un elemento probatorio molto significativo. Supponiamo che una persona scriva: “Quando mi restituisci i 10.000 euro che ti ho prestato?” e riceva come risposta: “Adesso non riesco, a settembre ti restituisco i primi 5.000”. Quel secondo messaggio proviene dalla persona alla quale viene attribuito il debito e può assumere un peso rilevante nella ricostruzione del rapporto.

Lo stesso può accadere con frasi come “riconosco la cifra ma non riesco a pagarla tutta”, “ti chiedo altri due mesi” oppure con la proposta di un piano di rientro. Non è però corretto affermare in astratto che qualsiasi risposta costituisca automaticamente un riconoscimento di debito con determinati effetti giuridici. Bisogna esaminare le parole effettivamente utilizzate e il contesto nel quale sono state scritte.

La stessa Cassazione, nella sentenza n. 19622 del 16 luglio 2024, ha valorizzato congiuntamente diversi elementi — causali dei bonifici, e-mail, registrazione di una conversazione e una scrittura di riconoscimento del debito — mostrando ancora una volta come la prova di un rapporto economico possa derivare dalla convergenza di più documenti e circostanze. (Doctrine)

Una normale e-mail ha valore probatorio?

Sì, ma anche in questo caso occorre distinguere tra utilizzabilità come prova ed efficacia di una scrittura privata sottoscritta. Nell’ordinanza n. 1254/2025 la Cassazione ha ribadito che il messaggio di posta elettronica privo di firma, come il messaggio WhatsApp, costituisce un documento elettronico rappresentativo di fatti o dati giuridicamente rilevanti e può rientrare nell’art. 2712 c.c. (Mister Lex)

Diverso è il caso di un documento informatico munito delle firme elettroniche e dei requisiti previsti dal Codice dell’amministrazione digitale. Non è quindi corretto trattare come perfettamente equivalenti una normale e-mail, una PEC, un PDF firmato digitalmente e un messaggio WhatsApp: sono tutti strumenti digitali, ma hanno caratteristiche tecniche e conseguenze giuridiche differenti.

E i messaggi vocali?

Anche un messaggio vocale può avere rilevanza probatoria. L’art. 2712 c.c. menziona espressamente le registrazioni fonografiche e, più in generale, le rappresentazioni meccaniche di fatti e cose. (Def Finanze)

Se una persona invia spontaneamente un vocale nel quale conferma una determinata circostanza, il contenuto può quindi essere utilizzato nel quadro probatorio, naturalmente a condizione che se ne possano verificare la provenienza e l’integrità. Anche in questo caso è preferibile conservare il file originale e la conversazione nella quale è inserito, anziché limitarsi a predisporre autonomamente una trascrizione.

La trascrizione rende più agevole la lettura, ma non sostituisce necessariamente l’originale quando nasce una contestazione sul contenuto effettivo della registrazione.

Posso cancellare il messaggio dopo averlo inviato?

La cancellazione non elimina automaticamente ciò che è già accaduto. Il destinatario può avere effettuato uno screenshot, esportato la conversazione, inoltrato il messaggio o comunque conservarne una copia. E soprattutto, se attraverso quella comunicazione è già stata validamente manifestata una volontà negoziale, la successiva eliminazione dalla chat non equivale automaticamente a revocarla né a sciogliere il contratto eventualmente concluso.

Bisogna quindi evitare l’idea, piuttosto diffusa, che “elimina per tutti” abbia un effetto giuridico equivalente alla cancellazione del passato. È una funzione tecnica dell’applicazione, non uno strumento previsto dal codice civile per annullare dichiarazioni o contratti.

Posso produrre in giudizio una conversazione privata?

Il carattere privato di una conversazione non significa, di per sé, che essa non possa essere utilizzata per esercitare o difendere un diritto. Anche la disciplina sulla protezione dei dati contempla il trattamento necessario per accertare, esercitare o difendere un diritto in sede giudiziaria. Questo, però, non giustifica una utilizzazione indiscriminata dei dati: devono essere rispettati i principi di pertinenza e necessità rispetto alla concreta finalità difensiva. (Garante Privacy)

Soprattutto, utilizzare una chat nel contesto di una controversia è cosa molto diversa dal pubblicarla su Facebook, Instagram o altri social. La necessità di tutelare un proprio diritto può giustificare determinati trattamenti nell’ambito difensivo; non attribuisce automaticamente il diritto di diffondere pubblicamente conversazioni private contenenti dati personali propri o altrui.

E nel processo penale?

Anche nel processo penale le conversazioni digitali possono assumere valore probatorio, ma le regole di acquisizione devono essere tenute distinte da quelle civilistiche. Una decisione recente, Cassazione penale n. 6024, deliberata il 18 settembre 2025 e depositata il 13 febbraio 2026, ha ritenuto utilizzabili come prova documentale gli screenshot e i supporti digitali contenenti WhatsApp, SMS e altre comunicazioni consegnati spontaneamente agli investigatori da una persona che aveva partecipato alla conversazione. In quella situazione la Corte ha escluso la necessità del decreto di sequestro previsto dall’art. 254 c.p.p., rimettendo comunque al giudice la verifica dell’attendibilità del contenuto e della credibilità della fonte. (Mister Lex)

Non bisogna però trasformare questo principio in una regola generale sull’acquisizione di qualsiasi telefono o corrispondenza digitale: la sentenza riguarda specificamente la consegna spontanea da parte di uno dei partecipanti alla comunicazione.

Gli errori più frequenti

Il primo è pensare che un messaggio non possa avere conseguenze perché manca una firma. Nei contratti a forma libera ciò che conta è l’accordo e una conversazione digitale può documentarlo. Il secondo è l’errore opposto: pensare che qualsiasi “ok” equivalga automaticamente a un contratto. Bisogna sempre verificare se esistesse una vera proposta, sufficientemente determinata, e che cosa esattamente sia stato accettato.

Il terzo è confondere il valore probatorio della chat con l’idoneità a soddisfare una forma richiesta a pena di nullità. Per determinati negozi, soprattutto immobiliari, le regole sono molto più rigorose. Il quarto è produrre soltanto uno screenshot ritagliato cancellando la conversazione originale. Il quinto è contestare genericamente un messaggio senza indicare in che cosa sarebbe falso o alterato. Il sesto è dimenticare che messaggi, e-mail e vocali devono essere letti insieme alle altre prove e alle condotte successive delle parti.

Come comportarsi quando un accordo importante nasce su WhatsApp?

La cosa migliore è ridurre l’ambiguità. Se una trattativa si è svolta attraverso decine di messaggi, conviene riepilogare chiaramente quanto concordato: “Confermo quanto stabilito: lavori indicati nel preventivo del 25 agosto, prezzo complessivo di 6.500 euro, inizio il 10 settembre e saldo alla fine dei lavori”. Una risposta altrettanto chiara evita molte discussioni future.

Per accordi di valore significativo è comunque preferibile predisporre un documento organico che disciplini oggetto, prezzo, termini, responsabilità e ogni altra condizione rilevante. E quando la legge richiede una particolare forma, quella forma deve essere rispettata: WhatsApp non offre scorciatoie.

Se invece la controversia è già nata, non bisogna cancellare nulla. È opportuno conservare l’intera conversazione, gli allegati, i vocali, le e-mail collegate e ogni documento che possa consentire di ricostruire il rapporto nel suo complesso.

In conclusione

Dire “era solo WhatsApp” oggi ha ben poco significato giuridico. I messaggi WhatsApp, gli SMS e le e-mail possono essere utilizzati come prove documentali e la Cassazione ha espressamente confermato l’utilizzabilità degli screenshot, purché siano verificabili provenienza e attendibilità. Se non vengono validamente disconosciute, le riproduzioni informatiche possono inoltre avere l’efficacia prevista dall’art. 2712 c.c.; anche dopo un disconoscimento, però, il giudice può accertarne la conformità attraverso altri elementi di prova. (Mister Lex)

Quando il contratto è a forma libera, uno scambio sufficientemente chiaro può documentare proposta e accettazione e quindi assumere un ruolo decisivo nel dimostrare che l’accordo è stato raggiunto. Quando invece la legge prescrive una determinata forma a pena di nullità, bisogna rispettare le specifiche regole previste dal codice civile e, per i documenti informatici, dal Codice dell’amministrazione digitale. In particolare, una semplice chat non sostituisce i requisiti richiesti per i principali negozi immobiliari. (Normattiva)

La regola pratica può allora essere riassunta in poche parole: prima di scrivere “confermato”, “accetto”, “procedi” o “ti pagherò”, conviene leggere bene ciò a cui si sta rispondendo. Quel messaggio che oggi sembra informale potrebbe diventare, domani, uno dei documenti più importanti di una causa.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

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Posso lasciare una recensione negativa? Dal 2026 ci sono nuove regole

Hotel, ristoranti e strutture turistiche: quando una recensione è lecita, quando può essere rimossa e dove finisce il diritto di critica

Una notte in albergo è stata pessima, il ristorante non ha mantenuto ciò che prometteva, la camera era sporca oppure il servizio è risultato molto diverso da quello pubblicizzato. Tornati a casa, si apre Google, Booking o un’altra piattaforma e si racconta ciò che è accaduto. È un comportamento ormai normalissimo, ma dal 7 aprile 2026 in Italia esistono nuove regole specifiche sulle recensioni online nel settore della ristorazione e del turismo.

La legge 11 marzo 2026, n. 34 ha introdotto per la prima volta una disciplina espressamente dedicata alla lotta contro le false recensioni. Una recensione, per rientrare nei requisiti di liceità previsti dalla nuova normativa, deve provenire da chi abbia effettivamente utilizzato il servizio, essere pertinente all’esperienza vissuta, essere pubblicata entro trenta giorni e non essere ottenuta in cambio di sconti, benefici o altre utilità. Dopo due anni dalla pubblicazione, inoltre, la legge considera la recensione non più attuale e quindi non più lecita secondo questa disciplina. (Senato)

Questo, però, non significa affatto che non si possano più pubblicare recensioni negative. Al contrario, raccontare correttamente un’esperienza insoddisfacente rimane perfettamente possibile. Il problema nasce quando la recensione è falsa, riguarda un’esperienza mai vissuta, contiene accuse di fatti inesistenti, diventa gratuitamente offensiva oppure non rispetta i nuovi requisiti previsti per i settori interessati.

A quali recensioni si applica la nuova legge?

Il primo equivoco da evitare è pensare che le nuove regole riguardino qualsiasi recensione pubblicata su internet.

Non è così. Il Capo IV della legge n. 34 del 2026 è espressamente dedicato alle imprese della ristorazione e alle strutture del settore turistico situate in Italia, comprese quelle ricettive e termali, nonché alle attrazioni turistiche offerte sul territorio italiano. Parliamo quindi, ad esempio, di ristoranti, alberghi, residence, B&B e altre strutture ricettive, terme e attrazioni turistiche. (Ministero del Turismo)

La nuova disciplina specifica non riguarda invece, in quanto tale, la recensione lasciata a un avvocato, a un medico, a un concessionario d’auto, a un negozio di abbigliamento o a un’impresa edile. In questi settori continuano naturalmente ad applicarsi le norme generali sulla tutela del consumatore, sulle pratiche commerciali scorrette, sulla responsabilità civile e sulla diffamazione.

La distinzione è importante perché in rete si leggono spesso riassunti secondo i quali dal 2026 “tutte le recensioni devono essere pubblicate entro trenta giorni”. La legge n. 34 del 2026 non dice questo per qualsiasi attività economica: introduce quella particolare disciplina per il settore turistico e della ristorazione.

Entro quanto tempo bisogna pubblicare la recensione?

La novità forse più sorprendente riguarda il termine. L’art. 19 stabilisce che la recensione online è lecita, secondo la nuova disciplina, se viene rilasciata non oltre trenta giorni dalla data di utilizzo del prodotto o di fruizione del servizio. (Doctrine)

Il legislatore ha evidentemente voluto privilegiare recensioni vicine temporalmente all’esperienza vissuta, riducendo il rischio di commenti pubblicati a distanza di molto tempo, quando i ricordi possono essere meno precisi o le condizioni della struttura possono essere cambiate.

Se quindi soggiorno in un albergo dal 10 al 15 agosto e voglio descrivere la mia esperienza, è opportuno farlo entro trenta giorni dalla fruizione del servizio. Non conviene aspettare mesi.

Questo termine non deve però essere confuso con un termine per presentare una querela, un reclamo o una richiesta di risarcimento. Riguarda la liceità della recensione online ai sensi di questa particolare normativa. I termini per esercitare eventuali diritti contro il professionista seguono regole completamente diverse.

Bisogna avere lo scontrino o la fattura per poter recensire?

No. Anche questo punto va chiarito.

La legge non stabilisce che soltanto chi possieda uno scontrino o una fattura possa scrivere una recensione. Prevede invece che la recensione accompagnata da evidenze del rilascio di documentazione fiscale si presuma autentica. (Mister Lex)

È una differenza importante. La ricevuta rappresenta una prova particolarmente forte del fatto che vi sia stata realmente una prestazione, ma la sua assenza non rende automaticamente falsa la recensione.

Pensiamo a una famiglia che soggiorna in albergo: la prenotazione e la fattura potrebbero essere intestate soltanto a uno dei componenti, mentre anche gli altri hanno personalmente utilizzato la struttura. Oppure al cliente di un ristorante che abbia partecipato a una cena pagata da un’altra persona. Il punto centrale della norma è l’effettiva e personale fruizione del servizio, non necessariamente l’intestazione del documento fiscale.

Naturalmente, se nasce una contestazione, poter dimostrare la propria presenza con prenotazione, ricevuta, pagamento, e-mail, fotografie o altra documentazione rende molto più semplice provare che la recensione nasce da un’esperienza reale.

Una recensione negativa è perfettamente lecita?

Può esserlo certamente. La legge contro le false recensioni non attribuisce ad alberghi e ristoranti un diritto a ricevere soltanto giudizi positivi.

Un cliente può scrivere che la camera era sporca, che ha aspettato un’ora per essere servito, che il personale è stato scortese, che la piscina pubblicizzata era chiusa o che ritiene il rapporto qualità-prezzo pessimo, purché distingua correttamente tra fatti e valutazioni personali.

Questo è un punto giuridicamente importante. Dire “ho aspettato un’ora prima di ricevere il primo piatto” significa riferire un fatto che, se contestato, dovrebbe poter essere sostenuto come vero. Dire invece “per me il servizio è stato pessimo” esprime un giudizio personale.

Il diritto di critica ammette per sua natura valutazioni soggettive e anche severe. La Cassazione continua però a distinguere la critica dalla falsa attribuzione di fatti: il giudizio può essere aspro, ma deve poggiare su un nucleo fattuale vero o ragionevolmente ritenuto tale e non trasformarsi in un’aggressione gratuita alla reputazione. (Corte di Cassazione)

Posso scrivere “sono dei truffatori”?

È proprio qui che una recensione rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso.

Una cosa è descrivere un comportamento: “mi è stato addebitato un servizio che, secondo il contratto, ritenevo compreso nel prezzo”. Altra cosa è concludere: “sono truffatori”.

Attribuire a qualcuno una truffa, un furto, una frode, condizioni igieniche pericolose o altre condotte specifiche significa affermare fatti molto gravi. Se tali affermazioni non sono vere e dimostrabili, il rischio di una contestazione per diffamazione e di una richiesta di risarcimento aumenta considerevolmente.

È quindi quasi sempre preferibile raccontare precisamente ciò che è accaduto e lasciare che siano i lettori a formarsi il proprio giudizio. Una recensione dettagliata è anche molto più utile di una sequenza di insulti.

Scrivere “avevo prenotato una camera vista mare e mi è stata assegnata una camera affacciata sul parcheggio; ho chiesto la sostituzione e mi è stata negata” è informativo. Scrivere soltanto “ladri, disonesti, vergogna” fornisce pochissime informazioni agli altri utenti e può creare molti più problemi a chi lo pubblica.

E se la recensione racconta fatti veri ma usa toni molto duri?

La verità del fatto è fondamentale, ma non consente automaticamente qualsiasi forma espressiva.

Nel diritto di critica assume rilievo anche la cosiddetta continenza, cioè il rapporto tra il contenuto della critica e il modo in cui viene formulata. Non significa che una recensione debba essere gentile o diplomatica. Una persona profondamente insoddisfatta può utilizzare espressioni severe, ironiche o polemiche. Il limite viene superato quando il linguaggio diventa un’aggressione personale gratuita e non aggiunge nulla alla descrizione dell’esperienza.

La regola pratica è abbastanza semplice: criticare il servizio è molto più sicuro che insultare la persona.

“Il comportamento del direttore mi è sembrato arrogante e assolutamente inadeguato” è un giudizio sull’esperienza. Un insulto personale scollegato dai fatti ha una funzione diversa e può non essere protetto dal diritto di critica.

Chi non ha utilizzato il servizio può lasciare una recensione?

Per i settori soggetti alla nuova legge, il principio è chiaro: la recensione deve provenire da chi abbia effettivamente e personalmente utilizzato il servizio o la prestazione. Una recensione qualificata come verificata è espressamente considerata illecita se non proviene da una persona fisica che abbia realmente usufruito del servizio. (Senato)

Questo colpisce uno dei fenomeni più dannosi per le attività economiche: le recensioni scritte da persone che non sono mai state clienti, magari amici di un concorrente, conoscenti coinvolti in una lite o utenti mobilitati attraverso i social per abbassare artificialmente la valutazione di una struttura.

Se ho avuto una controversia con un ristorante, quindi, non posso invitare dieci amici a lasciargli una stella “per solidarietà” se quelle persone non vi hanno mai mangiato.

Allo stesso modo, il titolare non può organizzare una serie di recensioni entusiastiche scritte da amici, dipendenti o conoscenti che non hanno realmente usufruito del servizio.

È vietato offrire uno sconto in cambio della recensione?

La legge considera non lecita la recensione quando sia frutto della concessione o della promessa di sconti, benefici o altre utilità da parte del fornitore o dei suoi intermediari. (Mister Lex)

La disposizione merita attenzione perché non riguarda soltanto il pagamento diretto di una recensione falsa. Anche formule apparentemente più innocenti come “lascia una recensione e riceverai uno sconto” entrano nel problema dell’incentivazione.

Il principio è comprensibile: una recensione dovrebbe rappresentare liberamente l’esperienza del cliente, non essere il risultato di un vantaggio economico promesso in cambio della sua pubblicazione.

Ancora più netto è l’art. 20, che vieta l’acquisto e la cessione, a qualsiasi titolo e anche tra imprenditori e intermediari, di recensioni online, apprezzamenti o interazioni. Per la violazione sono richiamati i poteri investigativi e sanzionatori dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, ferma restando l’eventuale responsabilità penale quando ne ricorrano autonomamente i presupposti. (Senato)

Cosa succede dopo due anni?

È una delle parti più innovative e discutibili della nuova normativa.

L’art. 19 stabilisce che, per significativa mancanza di attualità, la recensione non è più lecita decorsi due anni dalla sua pubblicazione. (Senato)

Questo non significa, però, che allo scoccare del secondo anno tutte le recensioni scompaiano automaticamente da Google, Booking o dalle altre piattaforme. La legge prevede che il legale rappresentante della struttura, o un suo delegato, possa segnalare la recensione che non rispetta più i requisiti di liceità utilizzando la procedura prevista dal Digital Services Act, al fine di ottenerne la rimozione. (Doctrine)

Il meccanismo ha una logica particolare. Un giudizio negativo su un albergo scritto quattro o cinque anni prima potrebbe riferirsi a una gestione diversa, a camere successivamente ristrutturate o a servizi completamente cambiati. La legge ha scelto quindi di attribuire un peso specifico all’attualità dell’informazione.

Peraltro, la nuova disciplina non si applica alle recensioni già pubblicate prima della sua entrata in vigore, il 7 aprile 2026. (Confcommercio Ascom Bologna)

L’albergatore può far cancellare una recensione semplicemente perché non gli piace?

No.

Il fatto che una recensione sia molto negativa, abbassi la media della struttura o possa scoraggiare altri clienti non costituisce di per sé una ragione sufficiente per ottenerne la rimozione.

La nuova legge attribuisce alla struttura la possibilità di segnalare le recensioni che non rispettano i requisiti previsti: per esempio perché pubblicate da chi non ha usufruito del servizio, perché non pertinenti, incentivate, tardive o non più attuali secondo il limite biennale. La segnalazione finalizzata alla rimozione deve inoltre inserirsi nelle procedure previste dal Digital Services Act. (Senato)

Rimangono naturalmente le altre ipotesi nelle quali un contenuto può essere contestato perché diffamatorio, falso o comunque illecito secondo le regole generali.

Ma una recensione autentica, tempestiva, pertinente e correttamente formulata non diventa illecita soltanto perché il titolare non condivide il giudizio del cliente.

Se l’albergo mi offre un rimborso può chiedermi di cancellare la recensione?

Bisogna distinguere.

Le parti di una controversia possono certamente trovare un accordo economico sui problemi verificatisi durante il soggiorno. Un albergo può riconoscere un rimborso, una riduzione del prezzo o un altro importo per chiudere un reclamo.

Diverso è costruire o condizionare una recensione attraverso la promessa di un vantaggio. La nuova normativa vuole precisamente impedire che il contenuto delle recensioni venga comprato o influenzato economicamente.

Quando esiste una vera controversia tra cliente e struttura, è quindi molto più corretto tenere distinti i due piani: da una parte l’eventuale accordo sulla pretesa economica, dall’altra la gestione della recensione. Se l’accordo deve comprendere anche specifici impegni sulla pubblicazione o rimozione di contenuti, la clausola va valutata con attenzione alla luce delle norme applicabili e del caso concreto.

Una recensione anonima è vietata?

La legge concentra l’attenzione sull’effettività dell’esperienza, non introduce semplicemente una regola generale secondo cui ogni recensione debba mostrare pubblicamente nome, cognome e documento dell’autore.

Ciò che conta è che la recensione provenga realmente da una persona fisica che abbia utilizzato il servizio e che esistano sistemi idonei a contrastare quelle costruite artificialmente. Proprio sulle modalità operative di verifica l’AGCM ha avviato il 30 giugno 2026 una consultazione pubblica per le linee guida previste dall’art. 21 della legge, conclusasi il 15 luglio. Alla data del 26 agosto 2026, sul sito dell’Autorità risulta ancora pubblicato lo schema posto in consultazione e non risulta ancora pubblicato un successivo testo definitivo delle linee guida. (AGCM)

Questo è un punto da seguire, perché le linee guida dovranno concretizzare molti aspetti relativi ai sistemi di verifica e alle modalità con cui le imprese possono assicurare il rispetto dei nuovi requisiti.

Cosa deve fare chi vuole pubblicare una recensione negativa?

La strategia più semplice è anche quella giuridicamente più prudente: raccontare i fatti.

Conviene pubblicare la recensione tempestivamente, descrivere soltanto l’esperienza realmente vissuta, distinguere ciò che è accaduto dalle proprie valutazioni e conservare la documentazione. Prenotazione, fattura, scontrino, fotografie, e-mail e messaggi possono essere molto utili se la struttura contesta successivamente quanto scritto.

Se il problema è stato segnalato durante il soggiorno o la cena, è utile dirlo: “Ho segnalato il problema alla reception alle ore 18 e mi è stato risposto che non era possibile cambiare camera”. È molto più efficace di un insulto e offre a chi legge un’informazione concreta.

È inoltre preferibile evitare accuse di reati o comportamenti disonesti quando ciò che si vuole realmente raccontare è un disservizio contrattuale. Non tutto ciò che è scorretto, spiacevole o contestabile è una “truffa”.

Una recensione ben scritta non è quella meno severa. È quella che rende comprensibile perché il giudizio sia severo.

Cosa deve fare l’impresa davanti a una recensione falsa?

Anche il titolare dovrebbe evitare reazioni impulsive.

Prima di minacciare querele o richieste di risarcimento è opportuno verificare se il recensore sia effettivamente un cliente, confrontare ciò che scrive con prenotazioni e documentazione disponibile e distinguere le affermazioni fattuali dai giudizi soggettivi.

Se emerge che la persona non ha mai utilizzato il servizio, che la recensione è stata pubblicata fuori dai requisiti previsti dalla legge o che ricorrono gli altri presupposti di illiceità, potrà essere attivata la procedura di segnalazione alla piattaforma. Se invece il contenuto attribuisce falsamente fatti lesivi della reputazione, potranno essere valutati anche gli strumenti civilistici e penali previsti dall’ordinamento.

Ma la risposta pubblica alla recensione rimane spesso il primo strumento reputazionale. Una replica calma, precisa e documentata può essere più efficace, agli occhi dei futuri clienti, di una reazione aggressiva.

Le nuove regole eliminano il problema delle recensioni false?

Difficilmente una legge può eliminare da sola il fenomeno.

Il mercato delle recensioni artificiali comprende profili fittizi, pacchetti di interazioni, campagne coordinate e meccanismi tecnologicamente sempre più sofisticati. La legge n. 34 del 2026 introduce però principi molto chiari: chi recensisce deve avere realmente vissuto l’esperienza; la recensione deve essere tempestiva e pertinente; non può essere comprata o incentivata; le strutture devono poter segnalare contenuti che non rispettano questi requisiti. (Ministero del Turismo)

Allo stesso tempo, la nuova disciplina non deve diventare uno strumento per eliminare le critiche sgradite. Una recensione negativa autentica è utile proprio perché consente agli altri consumatori di conoscere anche ciò che non ha funzionato.

La tutela della reputazione dell’impresa e la libertà di critica del cliente devono quindi continuare a essere bilanciate.

In conclusione

Dal 7 aprile 2026, per alberghi, ristoranti e altre attività comprese nel settore turistico interessato dalla legge, le recensioni online hanno regole nuove. Devono provenire da persone che abbiano realmente utilizzato il servizio, essere pubblicate entro trenta giorni, riguardare l’esperienza effettivamente vissuta e non essere ottenute attraverso sconti o altri vantaggi. Dopo due anni, secondo la nuova disciplina, perdono il requisito dell’attualità e possono essere segnalate per la rimozione. (Senato)

Ma il principio più importante rimane semplice: una recensione negativa non è una recensione illecita.

Il cliente ha diritto di raccontare che la propria esperienza è stata pessima, anche con parole molto critiche. Deve però raccontare fatti veri, distinguere le proprie opinioni dalle accuse fattuali e non utilizzare la recensione come occasione per un’aggressione personale. Dall’altra parte, l’impresa ha diritto di difendersi dalle recensioni inventate, manipolate o pubblicate da persone che non hanno mai utilizzato il servizio.

Le stelle contano, ma contano ancora di più le parole con cui si spiega perché quelle stelle siano state assegnate.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

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Caparra o acconto: se la compravendita salta, chi tiene i soldi?

Due parole che sembrano simili, ma possono cambiare completamente le conseguenze di una proposta d’acquisto o di un preliminare

Quando si firma una proposta per acquistare una casa o un contratto preliminare, quasi sempre viene versata una somma di denaro. Nel linguaggio comune la si chiama indifferentemente “anticipo”, “acconto” o “caparra”, come se le tre espressioni indicassero la stessa cosa.

Non è così.

Scrivere che 20.000 euro vengono versati a titolo di acconto oppure a titolo di caparra confirmatoria può produrre conseguenze completamente diverse se l’affare non arriva al rogito. Nel primo caso quella somma rappresenta essenzialmente un’anticipazione del prezzo; nel secondo svolge anche una funzione di garanzia rispetto all’adempimento del contratto.

Per questo, quando una compravendita salta, la domanda “chi tiene i soldi?” non può essere risolta semplicemente chiedendosi chi abbia materialmente effettuato il bonifico. Bisogna leggere ciò che le parti hanno firmato, capire quale funzione abbiano attribuito alla somma e, soprattutto, stabilire perché il contratto non sia stato eseguito.

Che cos’è un semplice acconto?

L’acconto è una parte del prezzo pagata anticipatamente. Se un appartamento costa 300.000 euro e al preliminare l’acquirente versa 20.000 euro a titolo di acconto, al momento del rogito rimarranno normalmente da pagare 280.000 euro.

L’acconto, però, non svolge di per sé la funzione prevista dall’art. 1385 c.c. per la caparra confirmatoria. Se il contratto viene successivamente risolto, la somma versata come semplice anticipo deve in linea di principio essere restituita. La parte che abbia subito l’inadempimento potrà chiedere il risarcimento dei danni, ma dovrà farlo secondo le regole ordinarie e dimostrare l’esistenza e l’entità del pregiudizio subito.

Questo è un punto importante. Il venditore non può automaticamente dire: “L’acquirente non compra più, quindi tengo l’acconto”. Potrà avere diritto al risarcimento del danno, anche eventualmente superiore a quella somma, ma il semplice fatto di avere materialmente ricevuto il denaro non trasforma l’acconto in una penale o in una caparra.

La caparra confirmatoria funziona diversamente

La caparra confirmatoria è disciplinata dall’art. 1385 del codice civile. Quando il contratto viene regolarmente eseguito, anche la caparra può essere imputata alla prestazione dovuta e quindi, in una compravendita, essere normalmente sottratta dal prezzo ancora da pagare. La differenza emerge soprattutto quando una delle parti non adempie.

Se è inadempiente chi ha versato la caparra, la parte non inadempiente può recedere dal contratto e trattenerla. Se, invece, è inadempiente chi ha ricevuto la caparra, l’altra parte può recedere e chiedere il doppio della somma versata.

Facciamo un esempio. L’acquirente versa 20.000 euro di caparra confirmatoria. Se è lui a rendersi inadempiente, il venditore, ricorrendone i presupposti, può recedere e trattenere i 20.000 euro. Se invece è il venditore a non rispettare il contratto, l’acquirente può recedere e chiedere 40.000 euro complessivi.

Non occorre, utilizzando questo meccanismo, dimostrare che il danno effettivamente subito sia esattamente pari alla caparra. È proprio questo uno dei vantaggi pratici della previsione: le conseguenze economiche dell’inadempimento sono predeterminate attraverso la somma concordata.

Ma basta che una parte cambi idea?

Qui nasce uno degli equivoci più frequenti.

La caparra confirmatoria non attribuisce automaticamente un diritto di ripensamento. Non significa: “Posso uscire dal contratto quando voglio e, al massimo, perdo la caparra”.

Se l’acquirente ha assunto un impegno vincolante e successivamente decide semplicemente di non acquistare più, il suo comportamento può costituire inadempimento. Ma questo è molto diverso dall’avere contrattualmente il diritto di recedere pagando un prezzo per farlo.

La caparra confirmatoria tutela contro l’inadempimento. Non compra, di per sé, la libertà di cambiare idea.

Esiste invece una caparra che consente di ripensarci

È la cosiddetta caparra penitenziale, disciplinata dall’art. 1386 c.c.

In questo caso il contratto prevede espressamente un diritto di recesso per una o entrambe le parti e la caparra rappresenta il corrispettivo di quel diritto. Chi ha versato la caparra e decide legittimamente di recedere la perde; chi l’ha ricevuta e utilizza il proprio diritto di recesso deve restituirne il doppio.

La differenza è fondamentale. Nella caparra confirmatoria si discute di inadempimento. Nella caparra penitenziale, invece, la parte esercita un diritto previsto dal contratto e quindi non sta violando l’accordo.

Per questo non è sufficiente trovare nel contratto la parola “caparra”. Bisogna capire di quale caparra si tratti e che cosa abbiano realmente previsto le parti.

“Caparra confirmatoria e acconto prezzo”: è una contraddizione?

Questa formula compare frequentemente nelle proposte immobiliari e nei preliminari e può creare confusione. In realtà le due funzioni possono operare in momenti diversi.

La stessa somma qualificata come caparra confirmatoria, se tutto procede regolarmente, viene normalmente imputata al prezzo. Se invece interviene l’inadempimento di una delle parti e viene utilizzato il rimedio previsto dall’art. 1385 c.c., assume la funzione propria della caparra.

Non bisogna quindi pensare che, siccome la somma sarà scalata dal prezzo al rogito, essa sia necessariamente un semplice acconto. È il contenuto dell’accordo a determinare la disciplina applicabile.

Proprio per questo formule poco chiare come “anticipo/caparra”, “deposito”, “somma a garanzia” o altre espressioni utilizzate senza precisione possono creare un contenzioso che sarebbe stato facilmente evitabile scrivendo correttamente il contratto.

Se c’è la caparra posso chiedere anche tutti gli altri danni?

Non automaticamente.

L’art. 1385 offre alla parte non inadempiente due strade diverse. Può utilizzare il meccanismo semplificato della caparra, recedendo e trattenendo quella ricevuta oppure chiedendo il doppio di quella versata. In alternativa può chiedere l’esecuzione del contratto o la sua risoluzione e domandare il risarcimento del danno secondo le regole generali.

La seconda strada può essere conveniente quando il danno reale è sensibilmente superiore alla caparra, ma comporta anche la necessità di dimostrarlo.

Supponiamo che il venditore non rispetti un preliminare nel quale ha ricevuto una caparra di 10.000 euro. L’acquirente potrebbe scegliere, se ne ricorrono i presupposti, di recedere e chiedere il doppio, quindi 20.000 euro. Ma se, per effetto dell’inadempimento, sostiene di avere subito un danno molto maggiore, potrebbe valutare la diversa strada della risoluzione e del risarcimento secondo le regole ordinarie.

La scelta del rimedio non dovrebbe quindi essere effettuata automaticamente inviando una PEC nella quale si scrive semplicemente “chiedo il doppio della caparra”. Prima bisogna verificare il contratto, la gravità dell’inadempimento e le conseguenze economiche concrete.

Se il venditore non si presenta al rogito, deve sempre restituire il doppio?

Anche questa affermazione è troppo semplice.

Il mancato rogito può dipendere da situazioni molto diverse. Il venditore potrebbe essersi semplicemente rifiutato di vendere, ma potrebbero anche essere emersi problemi urbanistici o catastali, una difficoltà temporanea eliminabile, un comportamento dell’acquirente che ha impedito la stipula oppure una controversia su un obbligo che ciascuna parte sostiene spettasse all’altra.

Per utilizzare il meccanismo della caparra confirmatoria occorre individuare un inadempimento imputabile alla controparte e sufficientemente rilevante nel rapporto contrattuale. Non ogni ritardo o irregolarità consente automaticamente di sciogliere il contratto pretendendo il doppio della caparra.

Prima di dichiarare il recesso è quindi importante ricostruire con precisione chi doveva fare cosa, entro quale termine e quale comportamento abbia concretamente impedito la conclusione della compravendita.

E se l’acquirente non ottiene il mutuo?

È uno dei casi più frequenti e la risposta dipende soprattutto da come è stata scritta la proposta o il preliminare.

Se l’acquisto è subordinato espressamente all’ottenimento di un mutuo attraverso una valida condizione sospensiva, il mancato finanziamento può impedire che il contratto produca definitivamente i propri effetti secondo quanto stabilito dalla clausola. In tal caso non si può automaticamente trattare l’acquirente come inadempiente soltanto perché la banca non ha concesso il prestito.

Molto diversa è la situazione dell’acquirente che firma una proposta vincolante senza alcuna condizione relativa al finanziamento e successivamente scopre di non riuscire a ottenere il mutuo. La mancanza del denaro necessario per pagare il prezzo non libera normalmente, da sola, dall’obbligo contrattuale assunto.

È una delle ragioni per cui la clausola relativa al mutuo deve essere letta e scritta con particolare attenzione prima della firma.

Nel blog abbiamo già affrontato il problema, sotto un altro profilo, nell’articolo dedicato a quando matura la provvigione dell’agenzia immobiliare, perché anche il rapporto tra proposta accettata, condizione sospensiva e mancato mutuo può incidere sul diritto del mediatore al compenso.

La proposta di acquisto può essere già vincolante

Un altro errore consiste nel pensare che fino al “vero preliminare” sia sempre possibile tirarsi indietro.

Una proposta di acquisto sottoscritta dall’acquirente e successivamente accettata dal venditore può già creare un vincolo contrattuale, quando contiene gli elementi necessari e dalla sua formulazione emerge la volontà delle parti di obbligarsi alla futura compravendita.

Bisogna quindi leggere il documento prima della firma, non quando nasce il problema.

La circostanza che nel modulo sia previsto un successivo preliminare o che il rogito debba avvenire mesi dopo non significa necessariamente che ciò che si firma oggi sia privo di effetti.

Lo stesso vale per la somma consegnata all’agenzia insieme alla proposta: occorre verificare quando e a quali condizioni essa diventerà caparra, quando potrà essere consegnata al venditore e che cosa accadrà nel caso in cui la proposta non venga accettata o la condizione sospensiva non si realizzi.

Chi decide chi è inadempiente?

Se le parti non sono d’accordo, non basta che una di esse dichiari unilateralmente che “la colpa è dell’altra”.

È frequente che il venditore sostenga che l’acquirente non abbia ottenuto il mutuo per propria responsabilità e l’acquirente risponda che il finanziamento è stato negato perché mancavano documenti relativi all’immobile. Oppure che l’acquirente rifiuti di stipulare perché ritiene esistente un abuso edilizio, mentre il venditore considera la questione irrilevante o già sanata.

Il diritto a trattenere la caparra o a ottenerne il doppio dipende quindi anche dall’accertamento dell’inadempimento.

Per questo è pericoloso spendere immediatamente la somma ricevuta o considerare definitivamente acquisito il doppio soltanto perché è stata inviata una dichiarazione di recesso. Se la controparte contesta i presupposti, la questione può dover essere risolta attraverso un accordo oppure dal giudice.

Cosa bisogna controllare prima di firmare?

Prima di versare una somma in occasione di una proposta o di un preliminare conviene verificare almeno questi aspetti:

  • se la somma sia qualificata come acconto, caparra confirmatoria o caparra penitenziale;
  • quando il denaro verrà consegnato al venditore;
  • se l’acquisto sia subordinato al mutuo;
  • entro quale data debba essere ottenuto il finanziamento;
  • che cosa accada se emergano irregolarità dell’immobile;
  • quale sia il termine previsto per il rogito e se sia stato qualificato come essenziale;
  • quali obblighi debbano essere adempiuti dal venditore prima della stipula;
  • se siano previste ulteriori somme da versare prima dell’atto definitivo.

Dieci minuti dedicati a queste clausole prima della firma possono evitare una controversia su decine di migliaia di euro.

La caparra non risolve automaticamente ogni controversia

La funzione della caparra confirmatoria è proprio quella di rafforzare il vincolo contrattuale e offrire alla parte non inadempiente un rimedio particolarmente efficace. L’art. 1385 c.c. stabilisce chiaramente il diritto di trattenere la caparra o di richiederne il doppio quando ricorrono i presupposti previsti dalla norma.

Ma la parte più difficile, nei casi concreti, è spesso stabilire se quei presupposti esistano davvero.

Bisogna distinguere l’inadempimento dal legittimo esercizio di una condizione contrattuale, il semplice ritardo dal rifiuto definitivo di adempiere, l’acconto dalla caparra, il recesso per inadempimento dal diritto convenzionale di ripensamento.

Ed è proprio quando queste distinzioni vengono ignorate che una compravendita saltata si trasforma rapidamente in una seconda controversia: quella sulla sorte del denaro già versato.

In conclusione

Acconto e caparra non sono sinonimi.

L’acconto è essenzialmente un’anticipazione del prezzo e non attribuisce, da solo, il diritto di trattenerlo in caso di inadempimento. La caparra confirmatoria, invece, consente alla parte non inadempiente, quando ne ricorrano i presupposti, di recedere trattenendo la somma ricevuta oppure di chiedere il doppio di quella versata. La caparra penitenziale appartiene ancora a un’altra categoria: è il prezzo di un diritto di recesso espressamente previsto dal contratto.

Per questo la domanda “se salta la vendita, perdo la caparra?” non ha una risposta valida per tutti.

Prima bisogna leggere ciò che è stato firmato. Poi bisogna capire perché l’affare è saltato e a chi sia imputabile il mancato adempimento. Soltanto a quel punto è possibile stabilire chi debba restituire il denaro, chi possa trattenerlo e se vi sia diritto a una somma ulteriore.

Nelle compravendite immobiliari, una parola scritta nel posto giusto prima della firma può valere molte migliaia di euro dopo.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

Tag: caparra confirmatoria, acconto, preliminare di compravendita, proposta di acquisto, caparra penitenziale, doppio della caparra, mutuo negato, compravendita immobiliare, inadempimento, rogito, diritto immobiliare, Luca Tantalo, ADR Center

La mediazione non è tutta uguale: perché scegliere ADR Center può fare la differenza

Quando nasce una controversia, la prima reazione è spesso quella di pensare alla causa. Si raccolgono i documenti, si ricostruiscono i fatti, si valutano le responsabilità e si immagina che soltanto un giudice possa stabilire chi abbia ragione.

In altri casi, soprattutto quando la legge impone il preventivo esperimento della mediazione, il procedimento viene considerato come un semplice passaggio obbligatorio: un incontro formale da svolgere prima di poter finalmente iniziare il giudizio.

Entrambe queste impostazioni rischiano di trascurare una possibilità concreta.

La mediazione, quando è organizzata e gestita seriamente, non è una formalità né una trattativa improvvisata. È un procedimento nel quale le parti possono comprendere meglio il conflitto, valutare i rischi della causa e costruire una soluzione capace di tenere conto di esigenze che una sentenza, per sua natura, non potrebbe prendere in considerazione.

Perché questo accada, tuttavia, non basta presentare una domanda presso un organismo qualsiasi. La scelta dell’organismo e, soprattutto, del mediatore può incidere profondamente sullo svolgimento e sull’esito della procedura.

La mediazione non consiste nel dividere la differenza

Uno degli equivoci più diffusi è che il mediatore debba limitarsi a mettere le parti nella stessa stanza e cercare un compromesso matematico tra le rispettive richieste.

Non è così.

Il mediatore non è un giudice, non emette una decisione e non stabilisce chi abbia torto o ragione. Non è neppure un arbitro che propone automaticamente una soluzione intermedia.

Il suo compito è aiutare le parti e i loro avvocati a comprendere il conflitto nella sua interezza, facendo emergere non soltanto le pretese giuridiche formalmente formulate, ma anche gli interessi economici, personali, familiari e organizzativi che spesso si trovano dietro quelle pretese.

Due fratelli possono discutere sulla divisione di un immobile, mentre il vero conflitto riguarda anni di assistenza prestata a un genitore. Due soci possono contestarsi voci di bilancio, ma il problema reale può essere la perdita di fiducia reciproca. Un condomino può chiedere un risarcimento, ma desiderare soprattutto che vengano finalmente eseguiti i lavori necessari a eliminare definitivamente il problema.

Una sentenza può decidere la questione giuridica. La mediazione può affrontare anche tutto ciò che si trova intorno e dietro quella questione.

Perché la scelta dell’organismo è importante

L’organismo di mediazione non dovrebbe limitarsi a ricevere la domanda, convocare le parti e nominare un professionista.

Una struttura efficiente deve assistere le parti durante l’intero procedimento, organizzare correttamente gli incontri, gestire le comunicazioni, agevolare la partecipazione da remoto e individuare un mediatore adeguato alla natura e alla complessità della controversia.

ADR Center opera da molti anni nel settore della gestione e della risoluzione delle controversie ed è presente su tutto il territorio nazionale. Le procedure possono essere svolte in presenza presso le sedi disponibili oppure online, consentendo la partecipazione di parti, avvocati, consulenti e rappresentanti che si trovino in città diverse.

La dimensione nazionale non è soltanto un elemento organizzativo. È particolarmente utile quando la controversia coinvolge soggetti residenti in regioni differenti, società con sedi lontane, immobili situati in un luogo diverso da quello in cui vivono le parti oppure professionisti che devono collegarsi da più città.

Scegliere un organismo strutturato significa quindi ridurre gli ostacoli logistici e poter concentrare il procedimento sul vero problema da risolvere.

Il mediatore è il cuore del procedimento

Nella mediazione il fattore umano è essenziale.

La preparazione giuridica è importante, ma da sola non basta. Un buon mediatore deve saper ascoltare, formulare le domande appropriate, riconoscere gli ostacoli alla trattativa e comprendere quando le parti stiano discutendo del vero problema e quando, invece, si stiano fermando su questioni soltanto apparenti.

Deve saper gestire momenti di forte tensione, mantenere la fiducia di tutti i partecipanti e aiutare le parti a valutare realisticamente le conseguenze di un mancato accordo.

È inoltre necessario comprendere quando sia utile mantenere tutti attorno allo stesso tavolo e quando sia preferibile incontrare separatamente le parti. Le sessioni riservate consentono spesso di affrontare liberamente timori, aspettative, margini negoziali e difficoltà che non potrebbero essere esposti in una riunione congiunta.

Il mediatore deve infine essere concreto. Non basta favorire il dialogo: occorre aiutare le parti a trasformare le disponibilità generiche in proposte precise, sostenibili e applicabili.

La possibilità di scegliere un mediatore con esperienza

Nelle procedure ADR Center le parti possono indicare il mediatore che ritengono più adatto, ferma restando la necessità di verificare l’indipendenza, l’imparzialità e l’assenza di incompatibilità rispetto alla specifica controversia.

Si tratta di una possibilità importante, perché non tutte le mediazioni sono uguali e non tutte richiedono lo stesso metodo.

Una divisione ereditaria presenta dinamiche molto diverse rispetto a una controversia bancaria, societaria, immobiliare o condominiale. In alcuni casi prevalgono gli aspetti tecnici e giuridici; in altri il principale ostacolo è costituito dai rapporti personali deteriorati nel tempo.

La possibilità di indicare un mediatore conosciuto per esperienza, metodo e competenze permette alle parti e agli avvocati di affrontare la procedura con maggiore consapevolezza.

Posso gestire mediazioni in tutta Italia

La mediazione non è necessariamente legata alla città in cui il mediatore svolge abitualmente la propria attività professionale.

Attraverso ADR Center posso essere nominato mediatore in procedure promosse in tutta Italia, non soltanto a Roma. Posso quindi gestire controversie presso le diverse sedi territoriali dell’organismo oppure mediante incontri in videoconferenza, con la partecipazione di parti e avvocati collegati da qualunque città.

Questo significa, ad esempio, che una controversia relativa a un immobile situato a Milano, a un’eredità aperta a Napoli, a una società con sede a Bologna o a un condominio situato in un’altra regione può essere gestita senza che la distanza costituisca un ostacolo.

La videoconferenza consente di svolgere incontri congiunti e sessioni separate mantenendo la riservatezza e la struttura tipica del procedimento. Quando invece la natura del conflitto o le esigenze delle parti rendono preferibile un confronto diretto, gli incontri possono essere organizzati in presenza presso una delle sedi ADR Center.

La possibilità di operare su tutto il territorio nazionale è particolarmente utile per gli avvocati che abbiano già partecipato a una mediazione da me gestita e desiderino indicarmi anche in una successiva controversia radicata in un’altra città.

La competenza territoriale della procedura non coincide quindi necessariamente con il luogo in cui il mediatore ha il proprio studio. Ciò che conta è che la mediazione sia amministrata dall’organismo nel rispetto della normativa e che il professionista nominato possa svolgere l’incarico con indipendenza, imparzialità e disponibilità.

La mediazione è un percorso, non un singolo incontro

Un altro equivoco frequente riguarda il primo incontro.

Molti immaginano che la mediazione debba esaurirsi in pochi minuti, con una semplice dichiarazione di disponibilità o indisponibilità a trattare. Ma le controversie complesse non possono essere comprese e risolte in modo serio durante una riunione puramente formale.

Una mediazione efficace richiede spesso un percorso.

Può essere necessario acquisire documenti, verificare dati contabili, richiedere una stima, approfondire una questione tecnica, ottenere una delibera societaria oppure consentire alle parti di confrontarsi con familiari, soci, amministratori o altri soggetti coinvolti nella decisione.

In una divisione ereditaria, ad esempio, può essere necessario ricostruire donazioni, spese, disponibilità bancarie e valori immobiliari. In una controversia condominiale può essere opportuno coinvolgere un tecnico per individuare l’origine del danno e i lavori necessari. In una lite societaria può essere indispensabile esaminare bilanci, contratti e prospettive future dell’impresa.

Gli incontri successivi non costituiscono una perdita di tempo, ma possono rappresentare la condizione necessaria per formulare proposte realmente consapevoli.

Il ruolo degli avvocati

Una buona mediazione richiede anche una partecipazione attiva e competente degli avvocati.

L’avvocato non deve limitarsi ad accompagnare la parte o a ripetere le argomentazioni che inserirebbe in un atto giudiziario. Deve aiutare il cliente a comprendere la propria posizione giuridica, i rischi della causa, i costi, i tempi e le conseguenze delle diverse alternative.

La presenza degli avvocati garantisce inoltre che le eventuali intese siano formulate in modo preciso, completo e giuridicamente efficace.

Quando mediatore e avvocati collaborano correttamente, nel rispetto dei rispettivi ruoli, la trattativa può evolversi molto più rapidamente. Il mediatore gestisce la comunicazione e il processo negoziale; gli avvocati tutelano le parti, valutano le proposte e contribuiscono alla redazione dell’accordo.

La mediazione non indebolisce quindi il ruolo dell’avvocato. Al contrario, richiede un’assistenza legale particolarmente consapevole e strategica.

La comodità degli incontri online

La mediazione online ha reso il procedimento molto più accessibile.

Le parti possono partecipare senza affrontare viaggi, trasferte e giornate sottratte al lavoro. Questo è particolarmente rilevante quando i soggetti coinvolti vivono in città diverse o quando la controversia riguarda imprese, amministratori, tecnici e professionisti dislocati sul territorio nazionale.

Gli incontri online non impediscono al mediatore di svolgere sessioni separate e riservate. Il procedimento può mantenere la stessa articolazione della mediazione in presenza, con momenti congiunti e colloqui individuali.

La tecnologia, naturalmente, non sostituisce il metodo del mediatore. Serve però a eliminare le difficoltà organizzative che potrebbero impedire o ritardare il confronto.

La possibilità di gestire le procedure a distanza mi consente di seguire mediazioni in tutta Italia con continuità, organizzando gli incontri in funzione delle esigenze concrete dei partecipanti.

Soluzioni che una sentenza non potrebbe adottare

La principale forza della mediazione è la possibilità di costruire soluzioni personalizzate.

In una causa relativa a un credito, il giudice può condannare una parte al pagamento di una somma. In mediazione si possono concordare una rateizzazione, una garanzia, la compensazione con altri rapporti economici, una nuova fornitura o una revisione del contratto.

In una divisione ereditaria, il giudice può disporre la vendita di un bene o assegnarlo secondo le regole previste dalla legge. Le parti, invece, possono regolare contemporaneamente immobili, denaro, beni mobili, spese sostenute negli anni, assistenza prestata ai genitori e modalità di gestione dei rapporti futuri.

In una controversia condominiale, una decisione giudiziaria può accertare una responsabilità e riconoscere un risarcimento. L’accordo di mediazione può anche stabilire quali lavori debbano essere effettuati, entro quale termine, da quale impresa, con quali controlli e con quale ripartizione delle spese.

La soluzione non viene imposta da un soggetto esterno, ma costruita dalle persone che dovranno rispettarla e attuarla.

Costi, tempi e prevedibilità

Ogni controversia ha un costo che non è soltanto economico.

Una causa può durare anni, assorbire energie, deteriorare rapporti familiari o commerciali e generare un’incertezza difficile da sostenere. Anche una sentenza favorevole può arrivare quando il rapporto tra le parti è ormai definitivamente compromesso oppure quando il risultato ha perso parte della propria utilità.

La mediazione consente generalmente di affrontare il problema in tempi più contenuti e con costi conoscibili in anticipo.

Naturalmente, nessun organismo e nessun mediatore possono garantire il raggiungimento dell’accordo. La decisione finale appartiene sempre alle parti.

Anche una mediazione che non si concluda positivamente può però avere una funzione utile. Può servire a chiarire le questioni realmente controverse, a comprendere la posizione dell’altra parte, a ridurre le distanze e ad affrontare l’eventuale giudizio con maggiore consapevolezza.

La mia esperienza come mediatore

Dopo oltre quindici anni di attività e più di cinquemila procedure gestite, ho imparato che quasi nessuna controversia è esattamente come appare nella domanda di mediazione.

Dietro una richiesta economica possono esserci un’esigenza di riconoscimento, una comunicazione interrotta, una promessa non rispettata, un errore mai ammesso o il timore che accettare un accordo venga considerato un segno di debolezza.

Il lavoro del mediatore consiste nel comprendere questi elementi senza perdere di vista il diritto, i numeri e la concretezza della trattativa.

Il metodo che utilizzo si basa soprattutto sull’ascolto e sulle domande. Prima di cercare una soluzione è necessario capire che cosa impedisca realmente alle parti di trovarla.

Non esistono formule automatiche e non esistono accordi standard. Ogni mediazione deve essere costruita sulla specifica controversia, sulle persone coinvolte, sui loro interessi e sulle alternative concretamente disponibili.

La possibilità di svolgere mediazioni ADR Center in tutta Italia mi consente di applicare questo metodo anche a controversie lontane dalla mia sede professionale, mantenendo continuità, disponibilità e attenzione personale nella gestione di ogni procedimento.

Perché scegliere ADR Center

Scegliere ADR Center significa affidare la procedura a un organismo con esperienza, presenza nazionale, strumenti organizzativi adeguati e mediatori selezionati.

Significa poter svolgere gli incontri in presenza oppure online, indicare un mediatore con competenze ed esperienza coerenti con la controversia e affrontare la procedura con un’organizzazione capace di assistere parti e avvocati durante tutto il percorso.

Significa soprattutto non considerare la mediazione come un ostacolo da superare prima della causa, ma come una concreta opportunità per risolvere il problema.

ADR Center non può promettere che ogni procedura si concluderà con un accordo. Può però creare le condizioni affinché il tentativo sia serio, professionale e realmente orientato alla ricerca di una soluzione.

È questa la differenza tra partecipare formalmente a una mediazione e provare davvero a risolvere una controversia.

Domande frequenti

È possibile scegliere il mediatore?

Le parti possono indicare il mediatore che ritengono più adatto tra quelli inseriti negli elenchi dell’organismo. La nomina è comunque subordinata alla verifica dell’indipendenza, dell’imparzialità e dell’assenza di incompatibilità.

Posso indicare Luca Tantalo come mediatore anche fuori Roma?

Sì. Posso gestire procedure ADR Center in tutta Italia, sia online sia presso le sedi territoriali dell’organismo, compatibilmente con le regole di nomina e con l’assenza di situazioni di incompatibilità.

La mediazione può svolgersi interamente online?

Sì. Gli incontri possono essere svolti in videoconferenza, comprese le sessioni separate e riservate. Verbali e accordi possono essere sottoscritti con gli strumenti previsti dalla normativa.

È necessario raggiungere un accordo al primo incontro?

No. Quando esistono concrete possibilità di trattativa, possono essere programmati ulteriori incontri per acquisire documenti, valutare proposte, svolgere approfondimenti tecnici e verificare le condizioni dell’accordo.

Il mediatore può imporre una soluzione?

No. Il mediatore non emette una sentenza e non impone decisioni. Aiuta le parti a comunicare, comprendere i rischi e individuare possibili soluzioni.

L’accordo di mediazione è vincolante?

Sì. L’accordo sottoscritto dalle parti è vincolante e, quando ricorrono le condizioni previste dalla legge, può costituire titolo esecutivo.

La mediazione è utile anche quando non è obbligatoria?

Sì. La mediazione volontaria è particolarmente utile quando le parti desiderano evitare i tempi e i costi della causa, preservare una relazione personale o commerciale oppure costruire una soluzione più articolata di quella ottenibile con una sentenza.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

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Mediazione civile: senza avvocati preparati si perde gran parte del suo valore

La presenza dei legali non è un peso formale, ma una garanzia per le parti, per la qualità della trattativa e per la solidità dell’accordo

La mediazione civile viene spesso descritta come uno spazio più semplice, più rapido e meno conflittuale rispetto al processo. È vero, ma questa semplicità non deve essere fraintesa. La mediazione non è una conversazione informale tra persone che provano a mettersi d’accordo, non è una riunione nella quale basta “vedere cosa succede” e non è un luogo in cui la competenza giuridica diventa secondaria. Al contrario, proprio perché in mediazione le parti possono costruire soluzioni molto più flessibili di quelle ottenibili in giudizio, la presenza degli avvocati è fondamentale.

L’assistenza legale non serve soltanto nei casi in cui la legge la richiede. Serve sempre, anche nella mediazione volontaria, perché ogni accordo nasce dentro un quadro di diritti, obblighi, rischi, prove, responsabilità e conseguenze economiche che le parti difficilmente riescono a valutare da sole. Il mediatore aiuta le parti a comunicare, a chiarire gli interessi, a superare gli stalli e a cercare una possibile soluzione; l’avvocato tutela la parte, valuta la convenienza dell’accordo, misura i rischi della causa, controlla la tenuta giuridica delle clausole e impedisce che una soluzione apparentemente ragionevole si trasformi, dopo pochi mesi, in un nuovo problema.

Per questo non c’è alcuna contrapposizione tra mediazione e avvocati. Una buona mediazione ha bisogno di buoni mediatori, ma ha anche bisogno di avvocati preparati, presenti, consapevoli del proprio ruolo e capaci di negoziare. Quando i legali partecipano bene, la mediazione diventa più seria, più efficace e più sicura per tutti.

La parte deve essere protetta proprio mentre cerca l’accordo

Cercare un accordo non significa abbassare le difese. In mediazione la parte espone interessi, valuta ipotesi, ascolta proposte, fa concessioni, misura alternative e prende decisioni che possono incidere in modo rilevante sul proprio patrimonio, sulla propria famiglia, sulla propria attività o sui propri rapporti futuri. Pensare che tutto questo possa essere fatto senza assistenza legale, o con una presenza solo marginale dell’avvocato, è un errore.

La parte coinvolta in una lite è spesso emotivamente esposta. Può avere paura, rabbia, fretta, bisogno di chiudere, desiderio di rivalsa o eccessiva fiducia nella propria posizione. Può sottovalutare i punti deboli della causa oppure sopravvalutare una proposta solo perché consente di mettere fine a una situazione pesante. L’avvocato serve anche a questo: a riportare la decisione su un piano razionale, a distinguere ciò che è giuridicamente fondato da ciò che è solo percepito come giusto, a spiegare quali rischi si corrono se non si trova un accordo e quali rischi si corrono se lo si accetta male.

La mediazione funziona quando la parte è libera di scegliere. Ma la libertà vera richiede informazione, consapevolezza e protezione. Un accordo accettato senza comprenderne gli effetti non è un buon accordo; una rinuncia sottoscritta senza valutare ciò che si perde non è una soluzione; una clausola scritta male può diventare l’inizio di una nuova controversia. La presenza dell’avvocato serve a evitare tutto questo.

Anche nella mediazione volontaria l’avvocato è decisivo

Nelle mediazioni obbligatorie e in quelle demandate dal giudice, la presenza degli avvocati è prevista dalla legge. Ma il punto più importante è culturale, non solo normativo: l’assistenza legale è utile anche quando non è obbligatoria. Anzi, proprio nelle mediazioni volontarie, dove le parti scelgono spontaneamente di provare a risolvere il conflitto, il ruolo dell’avvocato può essere decisivo per trasformare quella scelta in un risultato concreto.

Una mediazione volontaria può riguardare una lite contrattuale, una divisione ereditaria, una controversia societaria, una questione familiare, un problema condominiale, un rapporto commerciale, un danno, una compravendita, una locazione o una responsabilità professionale. In tutti questi casi le parti possono avere interesse a trovare una soluzione rapida, riservata e meno costosa del processo, ma devono anche sapere se l’accordo è conveniente, se è giuridicamente possibile, se tutela davvero i loro interessi e se potrà essere eseguito.

L’avvocato non deve entrare in mediazione per impedire l’accordo o per trasformare il tavolo in un’udienza. Deve entrarci per dare forza e qualità alla trattativa. Deve aiutare il cliente a capire quando conviene insistere, quando conviene aprire, quando una proposta è insufficiente, quando una concessione è solo apparente e quando una soluzione negoziata può dare più di una sentenza.

Il legale non deve soltanto conoscere il diritto: deve saper negoziare

La presenza dell’avvocato è indispensabile, ma non basta una presenza passiva. In mediazione il legale non può limitarsi a ripetere le difese già scritte negli atti, né può usare la stessa logica del processo. La mediazione richiede una competenza ulteriore: la capacità di negoziare.

Saper negoziare non significa essere deboli, fare sconti o cercare l’accordo a qualsiasi costo. Significa preparare la trattativa, conoscere la migliore alternativa al mancato accordo, valutare i rischi del giudizio, distinguere le posizioni dagli interessi, costruire opzioni, formulare proposte efficaci, gestire le emozioni, utilizzare criteri oggettivi e comprendere quali elementi possano creare valore per entrambe le parti.

Un avvocato che non sa negoziare rischia di ridurre la mediazione a una prova di forza. Arriva, espone la pretesa massima, contesta tutto, dichiara che il cliente ha ragione e attende che l’altra parte ceda. Questo approccio può sembrare rassicurante, ma spesso produce il risultato opposto: irrigidisce la controparte, impedisce al mediatore di lavorare, blocca lo scambio di informazioni e fa perdere occasioni che avrebbero potuto chiudere la lite in modo vantaggioso.

Un avvocato che sa negoziare, invece, non rinuncia alla fermezza. Sa quando mostrare i punti forti della posizione, ma sa anche quando ascoltare; sa usare il diritto non come minaccia sterile, ma come criterio di realtà; sa aiutare il cliente a non confondere la soddisfazione emotiva con il risultato utile. In mediazione, la differenza tra un avvocato semplicemente presente e un avvocato realmente competente può decidere l’esito dell’intero procedimento.

La preparazione della mediazione è parte dell’assistenza legale

Una buona mediazione non inizia quando le parti entrano nella stanza. Inizia prima, nello studio dell’avvocato. Il cliente deve essere preparato al procedimento, deve capire il ruolo del mediatore, deve conoscere i margini della trattativa, deve sapere quali informazioni condividere, quali obiettivi perseguire e quali limiti non superare. Presentarsi senza preparazione significa esporsi a decisioni improvvisate.

L’avvocato deve valutare con il cliente la forza della domanda, la tenuta delle prove, i tempi prevedibili del giudizio, i costi, i rischi di soccombenza, la possibilità di esecuzione della sentenza e le conseguenze pratiche del conflitto. Deve anche chiarire quali interessi sono davvero prioritari. In molte controversie, infatti, il denaro è solo una parte del problema: contano i tempi, la riservatezza, le garanzie, la continuità dei rapporti, la chiusura definitiva della lite, la reputazione, la gestione fiscale, il rischio di insolvenza o la necessità di evitare ulteriori procedimenti.

Senza questa preparazione, la parte arriva in mediazione con una posizione rigida, ma non con una strategia. E una posizione rigida non è una strategia. È spesso solo il modo più rapido per non trovare alcuna soluzione.

L’avvocato dà qualità all’accordo

Il momento più delicato della mediazione non è sempre quello in cui le parti si avvicinano. Spesso è quello in cui l’accordo deve essere scritto. Un’intesa raggiunta faticosamente può essere rovinata da clausole ambigue, scadenze imprecise, obblighi non determinati, rinunce formulate male, garanzie mancanti o conseguenze dell’inadempimento non previste.

Qui il ruolo dell’avvocato è insostituibile. L’accordo deve indicare con chiarezza chi deve fare cosa, entro quando, con quali modalità e con quali conseguenze in caso di mancato rispetto. Se si tratta di pagamenti, bisogna disciplinare importi, rate, scadenze, modalità, eventuale decadenza dal beneficio del termine e garanzie. Se si tratta di obblighi di fare, occorre precisare attività, tempi, standard di esecuzione e verifiche. Se vi sono rinunce, quietanze o transazioni, devono essere costruite in modo coerente con l’intera vicenda. Se l’accordo incide su immobili, società, successioni o rapporti complessi, vanno valutati anche gli adempimenti ulteriori.

Un accordo di mediazione ben redatto può avere una forza molto rilevante. Nei casi previsti, quando le parti sono assistite dagli avvocati e l’accordo è sottoscritto anche dai legali, esso può costituire titolo esecutivo. Questo significa che la presenza degli avvocati non è soltanto utile durante la trattativa, ma incide anche sulla forza giuridica del risultato finale.

La mediazione, quindi, non serve solo a “fare pace”. Serve a costruire un accordo che funzioni. E un accordo funziona quando è chiaro, eseguibile, sostenibile e giuridicamente solido.

Il legale protegge anche dalla cattiva mediazione

La mediazione è uno strumento straordinario, ma non ogni proposta è buona solo perché nasce in mediazione. Ci sono accordi squilibrati, condizioni non sostenibili, rinunce eccessive, pagamenti privi di garanzie, impegni formulati in modo generico e soluzioni che sembrano chiudere la lite ma lasciano aperti problemi decisivi. L’avvocato serve anche a evitare che il desiderio di chiudere prevalga sulla tutela reale del cliente.

Questo è un punto importante. Difendere il cliente in mediazione non significa ostacolare l’accordo; significa impedire che l’accordo sia sbagliato. L’avvocato deve saper dire sì quando la soluzione è conveniente, ma deve saper dire no quando la proposta non regge, quando manca una garanzia, quando l’impegno dell’altra parte è troppo incerto o quando il cliente sta accettando per stanchezza qualcosa che lo danneggerà.

La mediazione non richiede accordi a ogni costo. Richiede accordi consapevoli. E la consapevolezza, nelle controversie giuridiche, passa necessariamente attraverso l’assistenza legale.

La presenza dei legali aiuta anche il mediatore

Un mediatore esperto può aiutare moltissimo le parti, ma non sostituisce gli avvocati. Il mediatore è imparziale, non assiste una parte contro l’altra, non dà consulenza individuale e non può diventare il garante degli interessi particolari di ciascuno. La sua funzione è facilitare il dialogo, aiutare le parti a esplorare le opzioni, governare il conflitto e accompagnare il procedimento verso una possibile soluzione.

Quando gli avvocati sono preparati e collaborano correttamente al processo negoziale, il mediatore può lavorare molto meglio. Le questioni giuridiche vengono chiarite, i rischi processuali sono valutati con maggiore realismo, le proposte vengono formulate in modo più preciso e l’accordo finale può essere costruito con maggiore sicurezza. La presenza dei legali non rallenta la mediazione; se i legali conoscono il proprio ruolo, la rende più efficace.

Il problema nasce quando l’avvocato vive la mediazione come una perdita di tempo o come una minaccia al processo. In quel caso il procedimento si impoverisce. Ma quando il legale entra in mediazione con preparazione, capacità negoziale e consapevolezza strategica, diventa uno degli elementi decisivi per il successo del percorso.

Mediazione e avvocati non sono mondi separati

Per troppo tempo si è raccontata la mediazione come alternativa agli avvocati o, comunque, come uno spazio nel quale il diritto dovesse fare un passo indietro. È una rappresentazione sbagliata. La mediazione non elimina il diritto: lo colloca dentro un percorso più ampio, nel quale accanto alla regola giuridica contano anche interessi, tempi, costi, relazioni, rischi e soluzioni pratiche.

L’avvocato moderno non può essere soltanto un tecnico del processo. Deve essere anche un consulente strategico del conflitto. Deve sapere quando conviene agire in giudizio, quando conviene trattare, quando conviene proporre una mediazione volontaria, quando conviene accettare una mediazione demandata come opportunità e quando invece è necessario proseguire nel contenzioso. Il cliente non ha bisogno di qualcuno che conosca un solo strumento; ha bisogno di qualcuno che sappia scegliere lo strumento giusto.

In questa prospettiva, la formazione alla negoziazione diventa essenziale. Non è un ornamento professionale, ma una competenza centrale. In ADR Center lavoriamo da anni proprio su questo: formare mediatori e professionisti capaci di gestire il conflitto, negoziare in modo efficace e costruire soluzioni sostenibili. La mediazione dà il meglio quando al tavolo siedono parti consapevoli, mediatori preparati e avvocati capaci non solo di difendere, ma anche di negoziare.

Il principio da ricordare

La presenza degli avvocati in mediazione è fondamentale in ogni caso: quando è obbligatoria, quando è demandata dal giudice e anche quando la mediazione è scelta volontariamente dalle parti. Il legale tutela il cliente, valuta il rischio giuridico, prepara la strategia, aiuta a leggere la convenienza dell’accordo, negozia le condizioni e garantisce che il testo finale sia chiaro, efficace ed eseguibile.

La mediazione senza assistenza legale rischia di diventare una trattativa fragile. La mediazione con avvocati impreparati rischia di diventare una formalità inutile. La mediazione con avvocati competenti, presenti e capaci di negoziare può invece diventare uno degli strumenti più efficaci per risolvere una controversia.

Il punto finale è semplice: in mediazione l’avvocato non è un accessorio, ma una garanzia. Non serve solo a controllare le norme, ma a proteggere la parte mentre cerca una soluzione. E proprio perché la mediazione può produrre accordi forti, rapidi e personalizzati, la presenza di legali preparati non riduce il valore del procedimento: lo rende possibile.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

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Termini a ritroso: se la scadenza cade di sabato, non si va al lunedì ma al venerdì

La Cassazione n. 21992/2026 ribadisce una regola semplice, ma decisiva: nei termini calcolati prima di un’udienza, la proroga opera all’indietro, non in avanti

Ci sono regole processuali che sembrano puramente tecniche, ma che possono decidere l’esito di una causa. Una di queste riguarda il calcolo dei termini “a ritroso”, cioè di quei termini che non si contano partendo da oggi verso una scadenza futura, ma tornando indietro da una data già fissata, normalmente l’udienza. L’ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione lavoro, n. 21992 del 26 giugno 2026 è interessante proprio perché ribadisce una regola che ogni avvocato dovrebbe avere ben presente: quando un termine a ritroso scade di sabato o in un giorno festivo, non si proroga al lunedì successivo, ma si anticipa al primo giorno non festivo precedente.

La questione può sembrare minima, ma non lo è affatto. Nel caso deciso dalla Corte, la differenza tra il venerdì e il sabato ha determinato la decadenza dell’INPS dall’appello incidentale, la cassazione senza rinvio della sentenza d’appello sul punto e il passaggio in giudicato della decisione di primo grado nella parte favorevole alla società ricorrente. Un solo giorno, quindi, ha cambiato il risultato processuale.

Il caso: appello incidentale notificato di sabato

La vicenda nasce da un giudizio relativo a una comunicazione preventiva di iscrizione ipotecaria. In primo grado il Tribunale di Messina aveva dichiarato illegittime diverse cartelle e avvisi di addebito oggetto di impugnazione. In appello, Riscossione Sicilia aveva proposto impugnazione principale e l’INPS aveva spiegato appello incidentale, contestando la decisione di primo grado nella parte in cui aveva ritenuto illegittima la comunicazione preventiva di iscrizione ipotecaria rispetto a sei avvisi di addebito.

Il problema riguardava la tempestività dell’appello incidentale dell’INPS. L’udienza di discussione in appello era fissata per il 19 gennaio 2021; la memoria contenente l’appello incidentale era stata notificata il 9 gennaio 2021, cioè nel decimo giorno antecedente l’udienza, che però cadeva di sabato. La Corte d’appello di Messina aveva ritenuto tempestiva la notifica, ragionando come se la scadenza del sabato potesse essere prorogata al lunedì successivo. La Cassazione ha invece corretto nettamente questa impostazione: nei termini a ritroso, la proroga non può andare in avanti, perché così verrebbe ridotto l’intervallo minimo che la legge vuole garantire alla controparte.

La conseguenza è molto chiara: il termine non scadeva sabato 9 gennaio e non poteva certo essere considerato prorogato a lunedì 11 gennaio; doveva invece considerarsi anticipato a venerdì 8 gennaio 2021. La notifica effettuata il 9 gennaio era quindi tardiva e l’INPS era decaduta dalla possibilità di proporre appello incidentale.

Termini in avanti e termini a ritroso: la differenza è decisiva

Per comprendere la decisione occorre distinguere bene due situazioni. Quando un termine si calcola “in avanti”, partendo da un atto o da una data iniziale, la regola generale è quella ordinaria: se la scadenza cade in un giorno festivo, il termine è prorogato al primo giorno seguente non festivo; lo stesso vale, per gli atti processuali compiuti fuori udienza, quando la scadenza cade di sabato. È quanto prevede l’art. 155 c.p.c., secondo cui la scadenza festiva slitta al primo giorno non festivo successivo e la stessa proroga si applica ai termini che scadono nella giornata del sabato. (Gazzetta Ufficiale)

Diverso è il caso dei termini a ritroso. Qui il termine serve a garantire che un determinato atto sia compiuto un certo numero di giorni prima dell’udienza o di un’altra data futura. Se l’atto deve essere notificato almeno dieci giorni prima dell’udienza, quei dieci giorni non sono un favore per chi deve compiere l’atto, ma una garanzia per chi deve riceverlo e organizzare la propria difesa. Spostare in avanti la scadenza significherebbe accorciare proprio quello spazio temporale che la legge vuole assicurare.

L’esempio della sentenza è perfetto. Udienza fissata per il 19 gennaio; termine di dieci giorni prima; il decimo giorno cade il 9 gennaio, sabato. Se si consentisse la notifica lunedì 11 gennaio, la controparte riceverebbe l’atto soltanto otto giorni prima dell’udienza. La proroga al lunedì, che nei termini ordinari tutela chi deve compiere l’atto, nei termini a ritroso danneggerebbe invece chi deve riceverlo. Per questo la scadenza si sposta all’indietro, al venerdì precedente.

Il sabato non regala tempo: nei termini a ritroso lo toglie

Il messaggio pratico della Cassazione può essere riassunto così: quando si calcola un termine a ritroso, il sabato non consente di guadagnare tempo, ma impone di anticipare l’adempimento. È una regola che riguarda molti adempimenti processuali e che diventa particolarmente importante quando l’atto da depositare o notificare è assistito da una decadenza.

Nel caso dell’art. 436 c.p.c., relativo al rito del lavoro, l’appellato deve costituirsi almeno dieci giorni prima dell’udienza e, se intende proporre appello incidentale, deve farlo nella memoria difensiva. La Cassazione qualifica il termine come acceleratorio e perentorio, perché la sua inosservanza comporta la decadenza dalla facoltà di proporre l’appello incidentale.

Non basta, quindi, che l’atto sia stato formato, depositato o notificato “più o meno” in prossimità del termine. Se il termine minimo previsto dalla legge non è rispettato, l’impugnazione incidentale non può essere esaminata. Nel caso concreto, l’errore della Corte d’appello è consistito proprio nell’avere applicato a un termine a ritroso la logica dei termini ordinari, spostando la scadenza in avanti anziché indietro.

La regola vale anche con il processo telematico

Un passaggio importante dell’ordinanza riguarda il processo telematico. Si potrebbe pensare che, poiché oggi molti atti possono essere depositati o notificati telematicamente anche in giorni e orari nei quali la cancelleria fisica non è aperta, la regola del sabato abbia perso parte della sua importanza. La Cassazione esclude questa lettura.

Secondo la Corte, le modalità di compimento dell’atto non incidono sulla regola di calcolo del termine. Anche per gli atti depositati o notificati telematicamente, se il termine a ritroso cade di sabato o in un giorno festivo, la scadenza deve essere anticipata al giorno non festivo precedente. Il punto non è la possibilità materiale di inviare l’atto tramite strumenti telematici, ma la tutela dell’intervallo temporale che la legge riconosce alla controparte.

Questo chiarimento è molto utile, perché uno degli errori più frequenti consiste nel confondere la possibilità tecnica di compiere un atto con la sua tempestività processuale. Il PCT può consentire un deposito in una certa data, ma non rende automaticamente tempestivo ciò che, secondo le regole di computo, è ormai tardivo.

Perché il ricorso per cassazione, invece, era tempestivo

La stessa ordinanza offre anche il confronto opposto. La società ricorrente aveva notificato il ricorso per cassazione il lunedì successivo alla scadenza del termine semestrale, che cadeva di sabato. In quel caso, però, il termine era un termine ordinario calcolato in avanti. La proroga al primo giorno non festivo successivo era quindi corretta e il ricorso è stato ritenuto tempestivo.

La distinzione è essenziale: se il termine decorre verso il futuro, il sabato sposta la scadenza al lunedì; se il termine si calcola all’indietro rispetto a un’udienza, il sabato anticipa la scadenza al venerdì. La medesima norma sul computo dei termini produce quindi effetti opposti, perché diversa è la funzione del termine.

La conseguenza dell’errore: decadenza e cassazione senza rinvio

Accolto il secondo motivo di ricorso, la Cassazione ha ritenuto assorbite le altre questioni. L’appello incidentale dell’INPS era tardivo e non poteva essere esaminato. Ne è derivata la cassazione senza rinvio della sentenza d’appello limitatamente alle statuizioni conseguenti a quell’appello incidentale.

L’effetto pratico è stato rilevante: venuto meno l’appello incidentale dell’INPS, si è formato il giudicato interno sulla pronuncia di primo grado che aveva dichiarato illegittima la comunicazione preventiva di iscrizione ipotecaria in relazione ai sei avvisi di addebito. La Corte ha anche condannato l’INPS al pagamento delle spese del grado di appello e del giudizio di cassazione.

La decisione dimostra che le eccezioni processuali non sono formalismi inutili. Il rispetto dei termini è parte essenziale del diritto di difesa e il loro errato calcolo può rendere irrilevante anche una questione sostanziale potenzialmente importante.

Una regola pratica per non sbagliare

Quando si ha davanti un termine processuale, la prima domanda non deve essere soltanto “quanti giorni ho?”, ma “da dove devo iniziare a contarli?”. Se il termine decorre da una comunicazione, da una notificazione o dalla pubblicazione di un provvedimento, normalmente si ragiona in avanti. Se invece il termine è collegato a un’udienza o a una data futura prima della quale l’atto deve essere compiuto, si ragiona a ritroso.

Nel primo caso, se la scadenza cade di sabato o in un giorno festivo, si va avanti al primo giorno non festivo successivo. Nel secondo caso, se la scadenza cade di sabato o in un giorno festivo, si torna indietro al primo giorno non festivo precedente. Questa è la regola che evita l’abbreviazione del termine minimo di difesa della controparte.

La prudenza, naturalmente, suggerisce di non arrivare mai all’ultimo giorno, soprattutto quando si tratta di impugnazioni, appelli incidentali, memorie o atti soggetti a decadenza. Ma la prudenza non basta se il criterio di calcolo è sbagliato. Una notifica fatta di sabato può sembrare tempestiva a chi guarda soltanto il calendario; può essere invece tardiva se quel sabato è il giorno di scadenza di un termine calcolato a ritroso.

Una pronuncia tecnica, ma molto utile

L’ordinanza n. 21992/2026 non introduce un principio nuovo, ma ribadisce con chiarezza un orientamento già affermato dalla Cassazione e lo applica a un caso nel quale l’errore aveva inciso concretamente sull’esito del giudizio. Proprio per questo è una decisione utile: ricorda che il processo civile è fatto anche di regole di metodo, e che la corretta gestione dei termini può essere decisiva quanto la fondatezza delle ragioni sostanziali.

Il principio finale è semplice: nei termini a ritroso, il sabato non sposta la scadenza al lunedì, ma al venerdì precedente. Chi deve compiere l’atto deve anticipare; chi lo riceve deve poter disporre dell’intero spazio temporale che la legge gli garantisce. Confondere le due direzioni significa esporsi a una decadenza che, come in questo caso, può travolgere l’intera impugnazione incidentale.

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