Perché i giudici mandano ancora poche cause in mediazione?

L’art. 5-quater del d.lgs. 28/2010 consente al giudice di disporre la mediazione anche a causa già iniziata. Ma i numeri mostrano che questo strumento è ancora utilizzato meno di quanto potrebbe.

La mediazione demandata dal giudice è uno degli strumenti più interessanti della riforma della mediazione civile. L’idea è semplice: non tutte le cause sono uguali e non tutte le liti mostrano subito il proprio potenziale conciliativo. A volte, proprio durante il giudizio, dopo lo scambio degli atti, dopo una prima istruttoria, dopo l’emersione dei punti deboli delle rispettive posizioni, il giudice può essere nella condizione migliore per capire che quella controversia potrebbe essere risolta fuori dal processo.

È questo il senso dell’art. 5-quater del d.lgs. 28/2010: il giudice, anche in appello e fino alla precisazione delle conclusioni, può disporre con ordinanza motivata l’esperimento della mediazione, valutando la natura della causa, lo stato dell’istruzione, il comportamento delle parti e ogni altra circostanza. La mediazione demandata diventa condizione di procedibilità della domanda giudiziale. Inoltre, l’art. 5-quinquies valorizza la formazione del magistrato in materia di mediazione e prevede che le ordinanze di mediazione demandata e le controversie definite a seguito di esse siano oggetto di specifica rilevazione statistica. (Mondo ADR)

Sulla carta, quindi, lo strumento è forte. Non si tratta di un semplice invito informale, ma di un vero potere del giudice, costruito per intercettare le cause che possono essere gestite meglio attraverso un confronto negoziale assistito. Eppure, nella pratica, la mediazione demandata sembra ancora lontana dal diventare una prassi ordinaria del processo civile.

Cosa dicono i dati

Le statistiche ministeriali 2025 indicano che le mediazioni civili iscritte sono state circa 163.473. La maggior parte, il 78%, è costituita da mediazioni obbligatorie per legge; le mediazioni volontarie rappresentano circa l’8%; quelle demandate dal giudice circa il 13%. Il dato, però, va letto con attenzione: il Ministero precisa che, tra le mediazioni demandate dal giudice, l’85% è dovuto a improcedibilità per mancato rispetto dell’obbligo di esperire il tentativo di mediazione. (datiestatistiche.giustizia.it)

Questo significa che il numero delle vere mediazioni demandate “valutative”, cioè quelle in cui il giudice sceglie consapevolmente di mandare le parti in mediazione perché ritiene possibile una soluzione conciliativa, è molto più basso del dato complessivo. Le mediazioni demandate risultano pari a circa 20.294, cioè il 12,4% delle iscrizioni complessive, ma se l’85% dipende da improcedibilità, la quota residua riconducibile a una scelta discrezionale del giudice si riduce drasticamente. (datiestatistiche.giustizia.it)

In termini pratici, facendo una stima sul dato ministeriale, le mediazioni demandate “vere”, non collegate alla semplice necessità di sanare il mancato esperimento della mediazione obbligatoria, sarebbero intorno a poche migliaia di casi su oltre centosessantamila procedure annue. È un dato che impone una riflessione: lo strumento esiste, è stato rafforzato dalla riforma, ma viene ancora usato in misura limitata rispetto al potenziale.

Il problema non è la mediazione, ma la sua percezione nel processo

Il primo motivo è culturale. Molti giudici, come molti avvocati e molte parti, continuano a vedere la mediazione come qualcosa che appartiene alla fase precedente alla causa. Se la mediazione obbligatoria non è stata fatta, il giudice la dispone per ragioni di procedibilità. Se invece la causa è già partita regolarmente, la mediazione viene spesso percepita come un passaggio ulteriore, quasi esterno alla logica del processo.

Questo è probabilmente il nodo principale. La mediazione demandata non dovrebbe essere vista come una deviazione dal percorso processuale, ma come uno strumento di gestione della causa. In alcuni casi, mandare le parti in mediazione non significa rallentare il processo, ma evitare che il processo prosegua inutilmente per anni su una controversia che potrebbe essere risolta con un accordo ragionevole.

Il giudice, proprio perché conosce la causa, può vedere ciò che le parti spesso non vedono: il rischio probatorio, la sproporzione tra costi e risultato atteso, la presenza di interessi non traducibili bene in una sentenza, la possibilità di una soluzione più flessibile rispetto alla decisione giudiziale.

La paura di allungare i tempi

Un secondo motivo è la paura di appesantire il ruolo e allungare i tempi del processo. In molti uffici giudiziari il carico di lavoro è elevatissimo. Il giudice può essere portato a pensare che disporre la mediazione significhi fissare una nuova udienza, attendere l’esito del procedimento, gestire eventuali eccezioni sulla procedibilità, verificare se la mediazione sia stata effettivamente esperita e poi riprendere la causa.

Questa preoccupazione è comprensibile, ma non sempre fondata. Una mediazione ben selezionata può far risparmiare molto più tempo di quello che apparentemente consuma. Se una causa si chiude in mediazione, il fascicolo esce dal ruolo. Se anche non si chiude, la mediazione può chiarire i punti controversi, ridurre le domande, favorire accordi parziali, rendere più realistico il confronto successivo.

Il problema, dunque, non è mandare più cause in mediazione in modo indiscriminato. Il problema è mandare meglio in mediazione le cause giuste.

La difficoltà di selezionare le controversie mediabili

Non tutte le cause sono adatte alla mediazione demandata. Alcune richiedono una decisione giuridica netta; altre hanno una forte componente seriale; altre ancora sono dominate da questioni di principio sulle quali le parti non vogliono negoziare. Ma molte controversie civili hanno caratteristiche molto diverse: rapporti familiari patrimoniali, successioni, divisioni, condominio, locazioni, responsabilità professionale, contratti di durata, rapporti societari, controversie tra vicini, liti commerciali nelle quali le parti potrebbero avere interesse a preservare il rapporto.

La difficoltà sta proprio nell’individuare, dentro il ruolo, le cause che hanno un vero potenziale conciliativo. Questo richiede tempo, sensibilità, esperienza e anche una certa familiarità con le dinamiche negoziali. Non basta chiedersi se la causa sia “semplice” o “complessa”. A volte le cause semplici sono molto conflittuali e poco mediabili; altre volte le cause complesse, proprio perché costose e rischiose, sono perfette per una mediazione.

Il giudice dovrebbe poter valutare alcuni indici: la presenza di rapporti destinati a continuare, l’incertezza probatoria, la sproporzione tra costi e valore della lite, la possibilità di soluzioni non solo monetarie, l’esistenza di più questioni intrecciate, la disponibilità già emersa negli atti, il comportamento processuale delle parti, la presenza di margini economici o relazionali non esplorati.

Il problema dell’ordinanza motivata

L’art. 5-quater richiede un’ordinanza motivata. È una scelta comprensibile, perché la mediazione demandata incide sulla procedibilità della domanda e non dovrebbe essere disposta in modo automatico. Tuttavia, nella pratica, l’obbligo di motivazione può diventare un freno se il giudice non dispone di modelli agili, criteri condivisi e prassi consolidate.

Un’ordinanza ben fatta non deve essere lunga. Deve però spiegare perché, in quella specifica causa, la mediazione può essere utile: natura della controversia, stato dell’istruzione, condotta delle parti, possibilità di soluzioni negoziali, eventuale sproporzione tra prosecuzione del giudizio e interesse concreto. Se ogni ordinanza deve essere costruita da zero, è naturale che lo strumento venga usato meno. Se invece gli uffici adottano schemi ragionati, adattabili al caso concreto, la mediazione demandata può diventare una prassi più semplice e più efficace.

Qui il tema non è burocratico, ma organizzativo. La mediazione demandata funziona quando entra nella gestione ordinaria del fascicolo.

La formazione del magistrato è decisiva

La riforma ha colto un punto importante: la mediazione demandata richiede formazione. Non perché il giudice debba diventare mediatore, ma perché deve essere in grado di riconoscere quando una causa può essere utilmente inviata in mediazione. L’art. 5-quinquies richiama espressamente la formazione e l’aggiornamento del magistrato in materia di mediazione e collega anche il numero e la qualità degli affari definiti con ordinanza di mediazione o mediante accordi conciliativi agli indicatori di impegno, capacità e laboriosità. (Mondo ADR)

Questo passaggio è molto importante, ma richiede tempo per produrre effetti reali. Non basta prevedere la formazione nella norma. Occorre che la mediazione diventi parte della cultura del case management giudiziario. Il giudice deve poter vedere la mediazione non come un favore alle parti, né come un rinvio, ma come uno strumento tecnico per trattare meglio alcune controversie.

La formazione dovrebbe concentrarsi su casi concreti: quali cause mandare, quando mandarle, come motivare l’ordinanza, come evitare invii inutili, come valorizzare gli esiti della mediazione, come coordinare mediazione e istruttoria, come leggere i comportamenti delle parti.

Anche gli avvocati incidono molto

Un altro motivo riguarda l’atteggiamento degli avvocati. Se gli avvocati vivono la mediazione demandata come un ostacolo, una perdita di tempo o un mero adempimento, il giudice sarà meno incentivato a usarla. Se invece le difese arrivano preparate, con disponibilità reale a discutere, con documenti ordinati e con il cliente presente o rappresentato da soggetti muniti di effettivi poteri decisionali, la mediazione può produrre risultati.

Il punto non è chiedere all’avvocato di rinunciare alla tutela giudiziale. Al contrario: un avvocato preparato può usare la mediazione demandata come momento strategico. Può verificare il rischio della causa, misurare la posizione della controparte, costruire proposte, ottenere informazioni, valutare soluzioni che il giudice non potrebbe imporre con sentenza.

Se però la mediazione viene affrontata con l’unico obiettivo di ottenere un verbale negativo, il giudice ne percepisce l’inutilità e tenderà a disporla meno.

Mancano spesso dati di ritorno realmente utilizzabili

Le statistiche ministeriali sono preziose, ma per il giudice del singolo ufficio serve anche un dato più vicino alla propria esperienza. Quante cause demandate da quel Tribunale si chiudono? In quali materie? In quale fase? Con quali organismi? Dopo quali tipi di ordinanza? Con quali tempi? Con quali tassi di comparizione?

Il Ministero segnala che la rilevazione sulla mediazione civile è trimestrale e copre le diverse tipologie di mediazione: obbligatoria, volontaria e demandata dal giudice. I dati riguardano flussi, durata, esito dei procedimenti, materia, valore e tipologia di organismo. (datiestatistiche.giustizia.it) Questo è un patrimonio informativo importante, ma deve diventare sempre più leggibile e utile anche a livello locale.

Senza dati di ritorno, il giudice non vede l’effetto concreto delle proprie ordinanze. Se invece un ufficio giudiziario sa che, in certe materie, le mediazioni demandate portano a definizioni significative, sarà più facile costruire prassi virtuose.

Un dato positivo: quando le parti entrano davvero in mediazione, gli accordi arrivano

Il punto più interessante è che la mediazione, quando viene effettivamente svolta, produce risultati non marginali. Nel 2025 la percentuale di procedimenti con aderente comparso al primo incontro è stata pari al 54,8%. In alcune materie la partecipazione è più alta: successioni ereditarie 67,2%, condominio 64%, divisione 62,9%, diritti reali 60,7%, locazione 56,5%. (datiestatistiche.giustizia.it)

MondoADR, commentando i dati del primo semestre 2025, evidenzia inoltre che, quando le parti decidono di sedersi davvero al tavolo della mediazione anche dopo il primo incontro, la percentuale di accordo raggiunto è stata pari al 52,7%. (Mondo ADR)

Questi numeri sono importanti perché smentiscono l’idea che la mediazione sia inutile in sé. Il problema, semmai, è portare le parti al tavolo giusto, nel momento giusto, con il giusto livello di preparazione. La mediazione demandata dovrebbe servire proprio a questo: intercettare le cause nelle quali, dopo l’avvio del giudizio, diventa più chiaro che una soluzione negoziale è possibile.

Perché la mediazione demandata dovrebbe essere usata di più

La mediazione demandata ha un valore particolare perché nasce dentro il processo, ma guarda fuori dal processo. Il giudice non abdica al proprio ruolo. Al contrario, lo esercita in modo più ampio: non decide subito, ma valuta se quella lite possa essere trattata meglio attraverso uno strumento diverso.

Ci sono controversie nelle quali la sentenza arriva troppo tardi, costa troppo, lascia comunque rapporti distrutti o risolve solo una parte del problema. In questi casi la mediazione può offrire soluzioni più adatte: pagamenti rateizzati, accordi tecnici, obblighi di fare, regolamentazione di rapporti futuri, scuse, modifiche contrattuali, divisioni concordate, compensazioni, interventi pratici, impegni reciproci.

Il processo decide domande. La mediazione può risolvere problemi. Questa differenza, in molte cause civili, è decisiva.

Cosa si potrebbe fare concretamente

Per aumentare l’uso della mediazione demandata non serve mandare tutto in mediazione. Servono criteri chiari e prassi intelligenti. Gli uffici giudiziari potrebbero lavorare su protocolli operativi, modelli di ordinanza motivata, formazione pratica dei magistrati, incontri periodici con avvocatura e organismi, monitoraggio locale degli esiti, individuazione delle materie più adatte, coinvolgimento dell’Ufficio per il processo nella selezione dei fascicoli potenzialmente mediabili.

Sarebbe utile anche valorizzare meglio il momento in cui la causa viene mandata in mediazione. Troppo presto, le parti possono non avere ancora chiari rischi e punti deboli. Troppo tardi, possono essere ormai irrigidite e avere già sostenuto costi rilevanti. In molte controversie, il momento migliore può essere dopo il primo scambio di atti, dopo la definizione del thema decidendum, dopo una prima valutazione delle prove o prima di un’istruttoria lunga e costosa.

La mediazione demandata non deve essere casuale. Deve essere mirata.

Conclusione

I giudici mandano ancora poche cause in mediazione ai sensi dell’art. 5-quater per una combinazione di ragioni: cultura processuale ancora centrata sulla decisione, timore di allungare i tempi, difficoltà di selezionare le cause mediabili, necessità di motivare l’ordinanza, mancanza di prassi organizzate, resistenze degli avvocati e insufficiente ritorno dei dati sugli esiti.

Eppure i numeri mostrano che la mediazione, quando le parti partecipano davvero, può funzionare. Il dato del 2025 sulle mediazioni demandate va letto con attenzione: la percentuale complessiva può sembrare significativa, ma gran parte di quel dato deriva dal recupero della mediazione obbligatoria non esperita. La vera mediazione demandata, quella fondata su una valutazione del giudice circa la possibilità di una soluzione conciliativa, resta ancora uno spazio da sviluppare.

Se vogliamo una giustizia civile più efficiente, non basta ampliare le materie obbligatorie. Bisogna anche aiutare i giudici a usare meglio l’art. 5-quater, gli avvocati a preparare meglio le mediazioni demandate e gli organismi a offrire percorsi realmente professionali. La mediazione demandata non è un rinvio inutile. Può essere, quando usata bene, uno dei punti più intelligenti di collegamento tra processo e soluzione del conflitto.

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La mediazione è inutile se non si raggiunge l’accordo? No, ecco perché

Anche quando non si chiude con una firma, una mediazione ben preparata può aiutare a capire meglio la lite, ridurre i rischi e creare le condizioni per un accordo successivo

Molte persone, e purtroppo anche molti professionisti, giudicano la mediazione con un criterio troppo semplice: se si raggiunge l’accordo, è andata bene; se non si raggiunge l’accordo, è stata una perdita di tempo. È un modo comprensibile di ragionare, ma è anche molto riduttivo. La mediazione, infatti, non serve solo a firmare un verbale di accordo. Serve a far emergere informazioni, a chiarire le posizioni, a misurare la reale disponibilità della controparte, a far capire al cliente i rischi della causa e, spesso, a preparare un accordo che arriverà dopo, magari quando le parti avranno avuto il tempo di riflettere.

Chi frequenta davvero le mediazioni lo sa bene: non tutte le procedure si chiudono nella stanza della mediazione. A volte l’incontro finisce con un verbale negativo, ma qualcosa è cambiato. Una parte ha capito che la propria posizione processuale è meno forte di quanto pensasse. Un avvocato ha raccolto un’informazione utile. Un cliente ha finalmente ascoltato, magari per la prima volta, quale sarebbe il costo reale di una causa. La controparte ha mostrato un’apertura che prima non c’era. E non è raro che, dopo qualche settimana, la trattativa riparta proprio da ciò che è accaduto in mediazione.

Il falso mito della mediazione “fallita”

Dire che una mediazione senza accordo è automaticamente fallita significa guardare solo al risultato finale, senza considerare il percorso. Certo, l’obiettivo principale della mediazione resta quello di cercare un accordo. Nessuno lo nega. Ma una procedura può essere utile anche quando l’accordo non arriva subito.

Pensiamo a una lite ereditaria, a una controversia condominiale, a una locazione, a una divisione, a un contratto non rispettato, a un rapporto commerciale ormai deteriorato. In molti casi, prima della mediazione le parti hanno una conoscenza parziale del problema. Ognuno ha ascoltato soprattutto il proprio racconto, le proprie ragioni, la propria rabbia, la propria convenienza. La mediazione costringe tutti, se gestita seriamente, a confrontarsi con un quadro più ampio: non solo “ho ragione”, ma “quanto mi costa dimostrarlo?”, “quanto tempo servirà?”, “quali prove ho davvero?”, “la controparte è solvibile?”, “quale risultato potrei ottenere in concreto?”, “che cosa succede se perdo?”.

Già questo, in molte controversie, è un risultato importante. Perché una causa iniziata senza avere compreso bene rischi, tempi e alternative è spesso una causa affrontata male.

La mediazione aiuta a capire meglio la lite

Una delle utilità meno considerate della mediazione è proprio questa: permette di capire meglio il conflitto. In giudizio le parti tendono a irrigidirsi nelle rispettive domande. L’attore chiede, il convenuto resiste, gli avvocati formulano eccezioni, il processo procede secondo regole necessarie ma rigide. In mediazione, invece, se il procedimento viene usato bene, può emergere qualcosa di diverso: il motivo reale della lite.

Non sempre il problema coincide con quello scritto nell’atto. In una lite tra fratelli per una successione, il nodo può non essere solo il valore di un immobile, ma la sensazione di essere stati esclusi o trattati ingiustamente. In una controversia condominiale, il problema può non essere solo la ripartizione di una spesa, ma la sfiducia verso l’amministratore o verso altri condomini. In una locazione, il punto può non essere soltanto il canone arretrato, ma il tempo necessario per rilasciare l’immobile o la possibilità di chiudere il rapporto senza aggravare ulteriormente i costi.

Capire questo non significa fare psicologia al posto del diritto. Significa fare bene il lavoro giuridico, perché una soluzione efficace deve tenere conto anche degli interessi concreti che stanno dietro alle posizioni formali.

Anche senza accordo, si possono ottenere informazioni utili

Un’altra ragione per cui la mediazione può essere utile anche senza accordo riguarda le informazioni. Durante il procedimento possono emergere elementi che difficilmente sarebbero emersi in una semplice lettera tra avvocati: la reale disponibilità economica della controparte, la presenza di altri soggetti interessati, l’urgenza di chiudere, la debolezza di una prova, la possibilità di una soluzione diversa dal pagamento immediato, la necessità di coinvolgere un tecnico, un amministratore, un familiare, una banca o un terzo.

Naturalmente la mediazione è coperta da regole di riservatezza e non può essere trasformata in uno strumento scorretto per acquisire prove da usare in giudizio. Ma questo non toglie che, sul piano strategico, l’incontro possa aiutare gli avvocati e le parti a comprendere meglio il terreno della controversia. A volte si scopre che la controparte non vuole davvero andare fino in fondo. Altre volte si capisce che, invece, non c’è alcuno spazio serio di trattativa e che la causa è inevitabile. Anche questo è utile: evita illusioni e permette di impostare meglio la fase successiva.

Il cliente capisce meglio il rischio della causa

Uno degli aspetti più importanti della mediazione riguarda il cliente. Spesso il cliente arriva convinto di avere pienamente ragione. È normale. Ha vissuto la vicenda dal proprio punto di vista, ha accumulato frustrazione, ha investito energie e denaro, e si aspetta che il diritto gli dia una risposta netta. Ma la causa raramente è un percorso privo di rischi.

In mediazione, se l’avvocato lavora bene e il mediatore aiuta le parti a ragionare, il cliente può comprendere meglio alcuni elementi: la differenza tra ciò che ritiene giusto e ciò che può provare, la distanza tra il danno percepito e il danno risarcibile, il costo emotivo ed economico del giudizio, la possibilità che una sentenza arrivi dopo anni, l’incertezza dell’esecuzione, il rischio di spese legali e soccombenza.

Questo non significa spaventare il cliente o spingerlo ad accettare qualsiasi proposta. Significa renderlo più consapevole. Una scelta negoziale fatta dopo avere capito bene i rischi è molto diversa da una rinuncia frettolosa. E anche quando l’accordo non si raggiunge, il cliente esce spesso con una visione più realistica della controversia.

Il ruolo dell’avvocato: non andare solo “a fare il verbale negativo”

La mediazione funziona molto meglio quando gli avvocati la preparano. Andare in mediazione solo per dire “non ci sono margini” e ottenere il verbale negativo è, nella maggior parte dei casi, un’occasione sprecata. A volte è inevitabile, perché davvero non ci sono le condizioni minime per trattare. Ma non dovrebbe essere l’approccio di partenza.

Preparare una mediazione significa parlare prima con il cliente, chiarire obiettivi minimi e massimi, valutare le alternative, selezionare i documenti utili, immaginare possibili soluzioni, capire quali informazioni possono essere condivise e quali no, decidere come presentare la posizione senza chiudere subito ogni spazio. Significa anche preparare il cliente al fatto che mediare non vuol dire mostrarsi deboli, ma cercare di governare il conflitto in modo intelligente.

Un avvocato che sa usare bene la mediazione non rinuncia alla tutela del proprio assistito. Al contrario, la amplia. Perché non offre al cliente una sola strada, quella della causa, ma lo aiuta a valutare anche soluzioni più rapide, riservate e spesso più concrete.

Gli accordi che arrivano dopo il verbale negativo

C’è poi un fenomeno molto frequente, ma poco raccontato: gli accordi che arrivano dopo. La mediazione si chiude formalmente senza accordo, le parti tornano a casa, gli avvocati riprendono i contatti, qualcuno rivede la propria posizione, il cliente rilegge i numeri, un familiare interviene, il rischio della causa diventa più chiaro. E a quel punto la trattativa riparte.

Questo accade perché la mediazione, anche quando non produce subito una firma, può mettere in movimento il conflitto. Prima dell’incontro le parti erano ferme nelle rispettive posizioni; dopo, magari, hanno capito che una soluzione è possibile, anche se non era ancora matura. In alcune controversie serve tempo. Serve far decantare la rabbia, verificare documenti, acquisire una stima, parlare con altri soggetti, valutare un piano di pagamento o una diversa modalità di esecuzione dell’accordo.

Per questo è sbagliato giudicare una mediazione solo dal verbale finale. A volte quel verbale dice “mancato accordo”, ma nella realtà ha aperto una strada.

Quando la mediazione serve anche alla causa

Ci sono casi in cui l’accordo non arriva e la causa deve proseguire o iniziare. Anche in queste situazioni, però, la mediazione può essere stata utile. Può avere chiarito quali punti sono davvero controversi e quali no. Può avere fatto emergere che una parte contesta solo una parte della pretesa. Può avere ristretto il campo delle questioni tecniche. Può avere reso evidente la necessità di una consulenza. Può avere mostrato quale documento manca o quale argomento sarà centrale davanti al giudice.

In altre parole, una mediazione ben condotta può aiutare anche a litigare meglio, se proprio si deve litigare. Non nel senso di alimentare il conflitto, ma nel senso di evitare una causa confusa, emotiva e dispersiva. Dopo una buona mediazione, spesso gli avvocati sanno meglio dove concentrare la difesa.

La mediazione non è una formalità

Il punto, allora, è culturale. La mediazione non dovrebbe essere vissuta come un ostacolo prima del processo, né come un modulo da riempire. È uno spazio in cui le parti possono fare qualcosa che nel processo è molto più difficile: parlarsi, anche duramente, ma con un metodo; ragionare sui rischi; confrontare alternative; immaginare soluzioni che una sentenza non potrebbe costruire.

Una sentenza può dire chi ha ragione e chi ha torto. Un accordo può prevedere tempi, modalità, pagamenti rateali, impegni reciproci, riservatezza, scambi, rinunce parziali, soluzioni pratiche e creative. Non sempre questo è possibile. Ma quando lo è, la mediazione offre uno strumento che il processo, per sua natura, non può sostituire completamente.

Conclusione

Una mediazione senza accordo non è necessariamente una mediazione inutile. Può essere stata mal gestita, certo. Può essere stata usata solo come adempimento, e allora avrà prodotto poco o nulla. Ma se è stata preparata, se le parti hanno partecipato davvero, se gli avvocati hanno lavorato con metodo e se il mediatore ha saputo guidare il confronto, anche un mancato accordo può avere valore.

Può aiutare a capire meglio la lite, a valutare i rischi, a ridurre le questioni, a preparare meglio la causa o a costruire le condizioni per un accordo successivo. In fondo, la mediazione non serve solo a chiudere una controversia. Serve anche a guardarla con maggiore lucidità.

E spesso, proprio da quella lucidità, nasce la soluzione.

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Mediazione: il grande vantaggio di avere subito un titolo esecutivo

Quando si parla di mediazione civile e commerciale, spesso l’attenzione si concentra sulla possibilità di evitare una causa, ridurre i tempi, contenere i costi e trovare una soluzione più soddisfacente rispetto alla sentenza. Tutto vero. Ma c’è un aspetto ancora più importante, che molte parti non considerano fino in fondo: l’accordo raggiunto in mediazione può diventare immediatamente un titolo esecutivo.

Questo significa che l’accordo non è soltanto un impegno morale, una promessa o una semplice scrittura privata tra le parti. Se redatto correttamente e sottoscritto secondo le modalità previste dalla legge, il verbale di mediazione consente alla parte adempiente di agire direttamente in esecuzione forzata nel caso in cui l’altra parte non rispetti gli obblighi assunti. In altre parole, se una parte si obbliga a pagare una somma, rilasciare un immobile, consegnare un bene, fare o non fare qualcosa, e poi non adempie, l’altra parte non deve necessariamente iniziare una nuova causa per ottenere una sentenza: può utilizzare l’accordo come base per procedere esecutivamente.

Il riferimento centrale è l’art. 12 del D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28. La norma prevede che, quando tutte le parti aderenti alla mediazione sono assistite dagli avvocati, l’accordo sottoscritto dalle parti e dagli stessi avvocati costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, per l’esecuzione per consegna e rilascio, per l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l’iscrizione di ipoteca giudiziale. Gli avvocati, inoltre, attestano e certificano la conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico. Negli altri casi, l’accordo può acquistare efficacia esecutiva attraverso l’omologazione del Presidente del Tribunale.

È una previsione molto forte, perché avvicina l’accordo di mediazione, sotto il profilo dell’efficacia pratica, a una sentenza o ad altri titoli esecutivi. La differenza, però, è enorme: la sentenza arriva dopo un processo, spesso lungo, costoso e incerto; l’accordo di mediazione nasce invece da una soluzione costruita dalle parti, con l’assistenza dei rispettivi avvocati e con l’aiuto del mediatore.

Il titolo esecutivo: perché cambia tutto

Per comprendere il vantaggio, bisogna partire da una domanda semplice: che cosa succede se una parte non rispetta l’accordo?

In una normale scrittura privata, se il debitore non paga o se una parte non esegue quanto promesso, l’altra deve spesso iniziare un giudizio per ottenere un titolo. Dovrà quindi notificare un atto, affrontare un processo, attendere una decisione, sopportare tempi e costi ulteriori. Solo alla fine, ottenuta una sentenza o un decreto ingiuntivo, potrà eventualmente procedere con pignoramento, rilascio, esecuzione di obblighi di fare o altre forme di esecuzione.

Con l’accordo di mediazione, invece, questo passaggio può essere evitato. Se l’accordo è titolo esecutivo, la parte creditrice può agire direttamente sulla base del verbale. Questo rende la mediazione particolarmente efficace non solo come strumento di composizione della lite, ma anche come strumento di tutela concreta del risultato raggiunto.

Il punto è essenziale: non basta trovare un accordo; bisogna trovare un accordo che possa essere fatto rispettare. La forza della mediazione sta proprio qui. Le parti costruiscono una soluzione negoziale, ma quella soluzione può avere una tenuta giuridica molto forte.

Un accordo più rapido di una sentenza e spesso più utile

Il processo ha una caratteristica inevitabile: alla fine decide un terzo. Il giudice accoglie o rigetta domande, condanna, accerta, dichiara. La sentenza può essere favorevole o sfavorevole, ma difficilmente riesce a costruire soluzioni flessibili, personalizzate e adattate agli interessi concreti delle parti.

In mediazione, invece, l’accordo può contenere molto di più di una semplice condanna al pagamento. Le parti possono prevedere pagamenti rateali, garanzie, termini differenziati, obblighi reciproci, consegne, rilasci, trasferimenti, rinunce, regolamentazione di rapporti futuri, impegni di riservatezza, modifiche contrattuali, soluzioni commerciali, modalità operative e clausole di salvaguardia.

Questo è un vantaggio enorme. Una sentenza guarda principalmente al passato: accerta chi ha ragione e chi ha torto rispetto a una lite già sorta. L’accordo di mediazione, invece, può guardare anche al futuro: può chiudere il conflitto e, nello stesso tempo, disciplinare ciò che dovrà accadere dopo.

Se poi quell’accordo è anche titolo esecutivo, la sua utilità aumenta ulteriormente. Le parti non hanno soltanto una soluzione più rapida e più flessibile; hanno anche uno strumento immediatamente utilizzabile in caso di inadempimento.

L’accordo non è appellabile come una sentenza

Un altro vantaggio molto importante, che spesso viene sottovalutato, è che l’accordo di mediazione non è appellabile.

Questo non significa che sia totalmente intangibile in ogni caso. L’accordo resta pur sempre un atto negoziale e, come tale, in ipotesi particolari potrebbe essere contestato per vizi propri, ad esempio nullità, annullabilità, dolo, errore, violenza, incapacità, violazione di norme imperative o altre patologie del consenso o del contenuto. Ma non esiste un “appello” dell’accordo di mediazione paragonabile all’appello contro una sentenza.

Questa differenza è decisiva. Quando si ottiene una sentenza di primo grado, la lite spesso non è davvero finita. La parte soccombente può proporre appello; dopo l’appello può esservi un ricorso per cassazione; in alcuni casi possono passare molti anni prima che la decisione diventi definitiva. Anche una sentenza favorevole, quindi, può aprire una nuova fase di incertezza.

L’accordo di mediazione, invece, se validamente concluso, chiude la controversia senza secondo grado di giudizio. Non c’è una parte che “perde” e impugna la decisione di un giudice; ci sono due o più parti che accettano una soluzione e si vincolano reciprocamente. Proprio per questo, l’accordo ha una stabilità pratica molto forte: non è il primo capitolo di un nuovo contenzioso, ma dovrebbe essere la conclusione della lite.

Questo è uno dei motivi per cui la mediazione può essere più conveniente anche quando una parte ritiene di avere buone possibilità di vincere in giudizio. Vincere una causa, infatti, non significa necessariamente incassare subito, ottenere subito il rilascio di un immobile o vedere immediatamente eseguita la decisione. Significa spesso entrare in una fase ulteriore, fatta di impugnazioni, tempi di attesa e, talvolta, successiva esecuzione forzata. Con un accordo di mediazione ben costruito, invece, le parti possono chiudere la controversia in modo stabile e, se necessario, eseguibile.

Il vantaggio economico: meno tempo, meno rischio, più controllo

Il titolo esecutivo in mediazione offre anche un vantaggio economico evidente. Ogni causa ha un costo, non soltanto in termini di compensi professionali e contributo unificato, ma anche in termini di tempo, energie, incertezza, distrazione dalla propria attività, tensione personale e rischio di soccombenza.

La mediazione consente alle parti di mantenere il controllo sulla soluzione. In giudizio, una volta avviato il processo, il risultato dipende dalla decisione del giudice, dalle prove, dalle eccezioni, dalle interpretazioni giuridiche, dai tempi dell’ufficio e dalle possibili impugnazioni. In mediazione, invece, le parti possono valutare direttamente costi e benefici dell’accordo, misurare il rischio del processo e decidere se una soluzione immediata sia preferibile rispetto a una vittoria futura ma incerta.

Il fatto che l’accordo possa diventare titolo esecutivo rende questa valutazione ancora più concreta. Non si tratta di scegliere tra “accordarsi” e “avere tutela”. Si tratta di scegliere una tutela diversa: più rapida, più flessibile e spesso più efficace.

A ciò si aggiungono anche le agevolazioni fiscali previste per la mediazione. Gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento sono esenti dall’imposta di bollo e da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura; inoltre il verbale contenente l’accordo è esente dall’imposta di registro entro il limite di valore di 100.000 euro, mentre l’imposta è dovuta per la parte eccedente.

Pagamenti rateali: perché il titolo esecutivo è fondamentale

Uno dei casi più frequenti in mediazione è l’accordo che prevede un pagamento rateale. Succede spesso nelle controversie condominiali, locatizie, ereditarie, commerciali, bancarie, professionali o tra soci. Il debitore non riesce a pagare tutto subito, ma può impegnarsi a versare una somma in più rate; il creditore, dal canto suo, può accettare una dilazione pur di evitare tempi e rischi del giudizio.

In questi casi, il titolo esecutivo è essenziale. Se il debitore paga regolarmente, l’accordo funziona e la lite è chiusa. Se invece smette di pagare, il creditore non deve ricominciare da capo: può utilizzare il verbale come titolo per agire esecutivamente.

Questo rende molto più sicura anche la concessione di una dilazione. Il creditore può accettare un pagamento nel tempo sapendo di avere già in mano uno strumento forte in caso di inadempimento. Il debitore, allo stesso tempo, sa che l’accordo non è una semplice dichiarazione di intenti, ma un impegno serio, giuridicamente efficace.

Naturalmente, perché questo funzioni davvero, l’accordo deve essere scritto bene. Devono essere indicati con precisione importi, scadenze, modalità di pagamento, eventuale decadenza dal beneficio del termine, interessi, conseguenze dell’inadempimento, spese, eventuali garanzie e obblighi accessori. Un accordo generico rischia di creare problemi proprio nella fase esecutiva. Un accordo chiaro, invece, riduce le contestazioni e rende più semplice l’eventuale azione forzata.

Rilascio di immobili e obblighi diversi dal pagamento

Il titolo esecutivo non serve soltanto per recuperare somme di denaro. L’art. 12 del D.Lgs. 28/2010 richiama anche l’esecuzione per consegna e rilascio e l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare. Questo aspetto è molto importante.

Pensiamo a una controversia locatizia in cui il conduttore si impegni a rilasciare l’immobile entro una certa data. Oppure a una lite tra comproprietari, in cui una parte si impegni a consegnare documenti, chiavi o beni. O ancora a una controversia condominiale, societaria o commerciale in cui vengano assunti obblighi specifici di comportamento.

Anche in questi casi, la mediazione può consentire di costruire una soluzione molto più precisa rispetto a una sentenza. Le parti possono stabilire tempi, modalità, condizioni, obblighi reciproci e conseguenze dell’inadempimento. Se poi l’accordo è titolo esecutivo, quegli obblighi possono essere fatti valere con maggiore efficacia.

È uno dei motivi per cui la mediazione è particolarmente utile nelle controversie in cui il vero interesse della parte non è soltanto “vincere”, ma ottenere un risultato pratico: liberare un immobile, regolare l’uso di un bene comune, definire rapporti tra eredi, disciplinare pagamenti, sciogliere una comunione, chiudere un rapporto contrattuale, evitare nuovi conflitti.

L’ipoteca giudiziale: un ulteriore strumento di garanzia

L’accordo di mediazione, quando costituisce titolo esecutivo, è valido anche per l’iscrizione di ipoteca giudiziale. Anche questo è un profilo di grande rilievo pratico.

In presenza di un credito riconosciuto nell’accordo, la possibilità di iscrivere ipoteca può rafforzare notevolmente la posizione del creditore. Non sempre le parti vogliono arrivare subito all’esecuzione forzata; talvolta l’obiettivo è garantire il pagamento nel tempo. L’ipoteca consente di presidiare il credito e può favorire il rispetto dell’accordo, soprattutto quando sono previsti pagamenti differiti o rateali.

Anche qui, però, è fondamentale la qualità della redazione dell’accordo. Il credito deve essere determinato o determinabile, gli obblighi devono essere chiari e il contenuto deve essere strutturato in modo da poter essere utilizzato senza incertezze.

L’importanza dell’assistenza degli avvocati

La mediazione non è una trattativa informale. Quando si vuole ottenere un accordo realmente efficace, l’assistenza degli avvocati è determinante.

Gli avvocati non servono soltanto a “firmare” il verbale. Servono a verificare che l’accordo sia valido, completo, equilibrato e concretamente eseguibile. Devono controllare che non vi siano clausole ambigue, obblighi impossibili, termini incerti, rinunce formulate male, problemi fiscali, effetti non voluti o difficoltà future di esecuzione.

Inoltre, proprio ai fini dell’efficacia esecutiva immediata, la legge attribuisce agli avvocati un ruolo centrale: essi attestano e certificano la conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico. Questo rende evidente che la mediazione non è un percorso alternativo al diritto, ma un modo diverso di usare il diritto per arrivare a una soluzione più efficiente.

Un accordo di mediazione ben scritto deve essere comprensibile per le parti, ma anche tecnicamente solido. Deve poter essere eseguito, registrato se necessario, trascritto quando occorre, coordinato con eventuali profili fiscali, societari, successori, immobiliari o condominiali.

Attenzione agli accordi che devono essere trascritti

In alcune materie, soprattutto quando l’accordo riguarda diritti reali immobiliari, divisioni, usucapione, trasferimenti o altri atti soggetti a trascrizione, possono essere necessari ulteriori adempimenti. In particolare, quando l’accordo deve essere trascritto nei registri immobiliari, occorre rispettare le forme richieste dalla legge e, normalmente, è necessaria l’autenticazione delle sottoscrizioni da parte di un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.

Questo non riduce il valore della mediazione; al contrario, dimostra che la mediazione può essere utilizzata anche per operazioni molto rilevanti, purché sia gestita correttamente. In questi casi è importante coordinare il lavoro dell’avvocato con quello del notaio, in modo che l’accordo non solo chiuda la lite, ma produca tutti gli effetti giuridici desiderati.

La mediazione come scelta strategica, non come ripiego

Spesso le parti arrivano in mediazione pensando che sia solo un passaggio obbligatorio prima della causa. È un errore. La mediazione può essere molto di più: può essere il luogo in cui ottenere un risultato che il processo, da solo, non sempre riesce a dare.

La possibilità di avere un titolo esecutivo cambia completamente la prospettiva. La mediazione non è una rinuncia alla tutela, ma una forma di tutela anticipata e concordata. Non è un compromesso debole, ma può diventare un accordo forte, immediatamente azionabile e non soggetto ai tempi delle impugnazioni proprie del processo.

Per molte controversie, questo è il vero vantaggio. Invece di attendere anni per una sentenza di primo grado, poi eventualmente altri anni per l’appello e poi ancora la fase esecutiva, le parti possono costruire un accordo in tempi molto più brevi, dargli efficacia esecutiva e chiudere definitivamente il conflitto.

Naturalmente, non tutte le controversie si prestano allo stesso modo a una soluzione conciliativa. Ci sono casi in cui il giudizio è inevitabile. Ma in moltissime situazioni la domanda corretta non dovrebbe essere: “Chi vincerà la causa?”. La domanda più utile dovrebbe essere: “Qual è il risultato concreto che mi serve, in quanto tempo posso ottenerlo e con quali rischi?”.

Da questo punto di vista, un accordo di mediazione che costituisce titolo esecutivo può essere molto più conveniente di una sentenza futura, incerta e appellabile.

Conclusione

Il grande valore della mediazione non sta soltanto nella possibilità di trovare un accordo, ma nella possibilità di trovare un accordo giuridicamente forte. Quando il verbale di mediazione costituisce titolo esecutivo, le parti non si limitano a chiudere la lite: costruiscono uno strumento che può essere utilizzato direttamente in caso di inadempimento.

Questo offre vantaggi evidenti: tempi più brevi, minori costi, maggiore controllo sul risultato, soluzioni più flessibili, stabilità dell’accordo, assenza di un appello come accade per le sentenze e possibilità di procedere esecutivamente se gli obblighi non vengono rispettati.

Per questo la mediazione dovrebbe essere valutata non come un passaggio formale o come un’alternativa debole al processo, ma come uno strumento moderno, efficace e spesso più adatto a realizzare l’interesse concreto delle parti.

Ovviamente, è necessario rivolgersi ad un ottimo organismo: vi aspetto in Adr Center, in tutta Italia!

Per informazioni e consulenze, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

ADR Center: la mediazione fatta da chi ci crede davvero

Storia, persone, strumenti online e formazione internazionale: perché ADR Center è molto più di un organismo di mediazione

Quando si parla di mediazione, spesso si pensa solo a un passaggio obbligatorio prima della causa.

Un modulo da depositare, un primo incontro da fare, un verbale da ottenere, un adempimento da rispettare.

In realtà, la mediazione è molto di più. È un modo diverso di affrontare i conflitti. Più rapido, più concreto, più umano e spesso anche più efficace rispetto alla strada giudiziaria tradizionale.

Ed è proprio da questa idea che nasce e si sviluppa l’esperienza di ADR Center, uno degli organismi di mediazione più conosciuti e strutturati in Italia, iscritto al n. 1 del Registro degli Organismi di mediazione del Ministero della Giustizia. (ADR Center)

Perché ADR Center è diverso

ADR Center non è soltanto un luogo in cui si depositano domande di mediazione.

È una struttura costruita intorno a una missione precisa: aiutare persone, imprese, professionisti e amministrazioni a risolvere le controversie nel modo più utile possibile (ed è anche la mia seconda famiglia, ma questo è un altro discorso). E’ un luogo pieno di passione, quella che abbiamo tutti noi per la mediazione e che ci consente di aiutare gli altri.

Questo significa una cosa semplice: non limitarsi a “gestire una pratica”, ma creare le condizioni perché le parti possano davvero parlarsi, riaprire la comunicazione, comprendere i rispettivi interessi e valutare soluzioni concrete.

La mediazione, quando è fatta bene, non è una rinuncia ai propri diritti. È spesso il modo più intelligente per tutelarli.

Perché una sentenza può arrivare dopo anni e spesso, non avere grande utilità.

Un accordo, se costruito bene, può risolvere oggi un problema reale.

Una storia fatta di mediazione vera

ADR Center ha contribuito in modo importante alla diffusione della cultura della mediazione in Italia, in un settore che per molto tempo è stato guardato con diffidenza.

All’inizio la mediazione era spesso percepita come un passaggio marginale, quasi burocratico. Oggi, invece, è sempre più chiaro che può diventare uno strumento decisivo per ridurre tempi, costi e incertezza del contenzioso.

Il merito non è solo delle norme che hanno reso obbligatorio il tentativo di mediazione in molte materie. Il merito è anche di chi, negli anni, ha investito in metodo, formazione, qualità dei mediatori, organizzazione delle sedi e servizi per parti e avvocati.

ADR Center si colloca esattamente in questo percorso: portare la mediazione fuori dalla teoria e dentro la pratica quotidiana delle controversie.

Le persone: il vero valore della mediazione

La qualità di un organismo di mediazione dipende soprattutto dalle persone.

Dipende dai mediatori, dai case manager, dai formatori, da chi accoglie le parti, da chi segue il deposito della domanda, da chi organizza gli incontri, da chi accompagna avvocati e clienti in un procedimento che deve essere serio, ordinato e comprensibile.

Sul sito di ADR Center è possibile conoscere i professionisti che fanno parte dell’organizzazione, con competenze diverse e percorsi differenti: avvocati, commercialisti, esperti di diritto civile, societario, familiare, immobiliare, commerciale, professionisti abituati a gestire conflitti complessi e trattative difficili. (ADR Center)

La mediazione non è fatta solo di norme, anzi. È fatta di esperienza, ascolto, tecnica e capacità di guidare le parti verso un confronto utile.

Il mio ruolo in ADR Center

Il mio rapporto con ADR Center nasce da una convinzione profonda: molte controversie possono essere risolte meglio se vengono affrontate nel posto giusto, con il metodo giusto e con professionisti preparati.

Sono avvocato cassazionista, mi occupo da molti anni di diritto civile, diritto tributario e ADR, e svolgo attività di mediatore e formatore in materia di mediazione, negoziazione e arbitrato presso ADR Center. Nel mio percorso ho gestito migliaia di procedure, in materie come successioni, scioglimento di comunioni, locazioni, contratti, condominio, diritti reali e molte altre. (ADR Center Academy)

Questa esperienza mi ha insegnato una cosa: spesso il problema giuridico è solo una parte del conflitto.

Dietro una causa di condominio ci sono rapporti personali deteriorati.
Dietro una successione ci sono storie familiari difficili.
Dietro una locazione ci sono esigenze economiche, tempi, paure, aspettative.
Dietro un contratto non rispettato ci sono imprese che devono continuare a lavorare.

La mediazione serve proprio a questo: non cancellare il diritto, ma usarlo insieme alla realtà.

Un sito pensato per essere utile, non solo informativo

Uno degli aspetti più importanti di ADR Center è la possibilità di usare il sito in modo pratico.

Dal portale si possono trovare informazioni sulla mediazione, sulle sedi, sui regolamenti, sulle indennità, sulla modulistica, sulle clausole ADR, sulle sanzioni per la mancata partecipazione e sul credito d’imposta.

Particolarmente utile è il calcolatore online delle spese di mediazione, che consente di stimare in pochi secondi le spese di avvio, il costo del primo incontro e le eventuali spese successive, sulla base delle tabelle ministeriali aggiornate. (ADR Center)

È uno strumento semplice, ma molto importante.

Perché uno dei problemi più frequenti, quando si parla di mediazione, è proprio capire quanto costa.

Il calcolatore aiuta parti e avvocati a orientarsi prima di depositare una domanda o aderire a una procedura. E la trasparenza sui costi è essenziale per rendere la mediazione più accessibile e meno percepita come un adempimento incerto.

MondoADR: informazione, cultura e aggiornamento

Accanto all’attività di mediazione, c’è anche un lavoro culturale fondamentale.

MondoADR è uno dei punti di riferimento per chi vuole seguire l’evoluzione della mediazione, della conciliazione, della negoziazione e, più in generale, della risoluzione alternativa delle controversie. Il portale pubblica articoli, notizie, giurisprudenza, normativa, formazione e aggiornamenti sul mondo ADR. (Mondo ADR)

Questo aspetto è molto importante.

Perché la mediazione non cresce solo nei verbali firmati. Cresce anche nella consapevolezza degli avvocati, dei giudici, dei professionisti, delle imprese e dei cittadini.

Sapere come si orienta la giurisprudenza, quali sono le novità normative, quali strumenti funzionano meglio e quali errori evitare è parte integrante di una cultura della mediazione seria.

La formazione: non solo in Italia

ADR Center non è soltanto mediazione civile e commerciale in Italia.

Attraverso ADR Center Academy e l’ecosistema ADR Center, la formazione in negoziazione, gestione dei conflitti e mediazione è rivolta a professionisti, aziende, università e istituzioni anche in ambito internazionale. L’Academy presenta programmi e formatori con esperienza in contesti italiani e stranieri, e lo stesso ecosistema ADR Center include anche servizi e piattaforme pensati per controversie e percorsi formativi oltre i confini nazionali. (ADR Center Academy)

La formazione è decisiva perché la mediazione non si improvvisa.

Un buon mediatore deve conoscere le tecniche di negoziazione, la gestione delle emozioni, la comunicazione, il diritto, la procedura, le dinamiche del conflitto e il modo in cui le parti prendono decisioni.

Ma anche gli avvocati hanno bisogno di formazione.

Partecipare bene a una mediazione non significa fare la stessa cosa che si farebbe in udienza. Significa preparare la strategia, comprendere gli interessi della controparte, valutare il rischio della causa, costruire alternative, lavorare sulle opzioni negoziali e saper presentare al cliente un accordo possibile.

È un cambio di mentalità. Ed è anche una competenza professionale sempre più necessaria.

Perché scegliere la mediazione

La mediazione non è adatta a tutto. Non ogni controversia può o deve chiudersi con un accordo.

Ma in moltissimi casi può fare la differenza.

Può ridurre i tempi.
Può contenere i costi.
Può evitare anni di giudizio.
Può preservare rapporti familiari, commerciali o professionali.
Può consentire soluzioni che un giudice non potrebbe mai imporre.
Può trasformare una lite distruttiva in una decisione razionale.

La causa decide chi ha ragione secondo diritto.

La mediazione, quando funziona, prova a capire quale soluzione sia utile per tutti, senza cancellare le ragioni di ciascuno.

Un modo diverso di guardare al conflitto

La missione di ADR Center, almeno per come la vivo quotidianamente, è questa: aiutare le parti a non restare prigioniere del conflitto.

Non si tratta di “fare pace” a tutti i costi.
Non si tratta di convincere qualcuno ad accettare una soluzione svantaggiosa.
Non si tratta di sostituire la giustizia.

Si tratta di offrire alle persone uno spazio serio, protetto e professionale in cui provare a risolvere.

A volte l’accordo arriva.
A volte non arriva.
Ma anche quando non arriva, una mediazione ben condotta può chiarire i punti reali della lite, ridurre le distanze, far emergere informazioni, preparare meglio le parti alle decisioni successive.

Conclusione

ADR Center rappresenta, per me, uno dei luoghi in cui la mediazione viene presa sul serio.

Non come formalità.
Non come ostacolo prima della causa.
Non come adempimento imposto dalla legge.

Ma come strumento moderno, concreto e professionale per affrontare le controversie.

La sua storia, le persone che ne fanno parte, gli strumenti online, il lavoro di informazione di MondoADR e l’impegno nella formazione nazionale e internazionale raccontano una visione chiara: il conflitto può essere gestito meglio.

E quando il conflitto viene gestito meglio, non vincono solo le parti.

Vince anche la giustizia.

Per informazioni e consulenze, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

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Segnalazione alla Centrale Rischi: il semplice mancato pagamento non basta

La Cassazione ricorda alle banche che, prima di segnalare un cliente “a sofferenza”, serve una valutazione reale della sua situazione economica

Con l’ordinanza n. 5593 del 12 marzo 2026, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione affronta un tema molto delicato nei rapporti tra banche, imprese e intermediari finanziari: quando è legittima la segnalazione di un debitore alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia?

La risposta della Corte è netta: il mero mancato pagamento di un debito non basta, da solo, a giustificare una segnalazione “a sofferenza”. Occorre invece una valutazione complessiva della situazione patrimoniale del cliente, tale da far emergere una grave e non transitoria difficoltà economica.

La decisione è importante perché ricorda che la segnalazione alla Centrale Rischi non è un atto neutro: può compromettere l’accesso al credito, bloccare finanziamenti, danneggiare la reputazione economica dell’impresa e generare conseguenze anche per soggetti collegati.

Il caso: trattative non concluse, segnalazione e richiesta di danni

La vicenda nasce da un rapporto di leasing. Due società avevano agito contro la società finanziaria, poi confluita in Intesa Sanpaolo, sostenendo che, dopo trattative avviate per definire una controversia relativa a un debito da leasing, la banca non avesse formalizzato una transazione e avesse poi determinato la segnalazione di una delle società alla Centrale Rischi della Banca d’Italia.

Le attrici chiedevano il risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, quantificati in euro 2.500.000.

Il Tribunale aveva rigettato la domanda. La Corte d’Appello di Roma aveva confermato il rigetto, ritenendo sostanzialmente legittima la segnalazione perché derivante dal mancato pagamento di canoni di leasing per euro 41.851,73, relativi al periodo gennaio 2003-ottobre 2004.

La Cassazione, però, cassa la sentenza d’appello.

Il principio: “sofferenza” non significa semplice ritardo nel pagamento

Il punto centrale dell’ordinanza è la distinzione tra inadempimento e sofferenza bancaria.

Un conto è non pagare un debito. Altro conto è trovarsi in una situazione patrimoniale gravemente compromessa, tale da giustificare una segnalazione a sofferenza alla Centrale Rischi.

La Cassazione richiama il proprio orientamento consolidato: ai fini della segnalazione a sofferenza, il credito deve essere vantato verso un soggetto in stato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente, oppure in una situazione sostanzialmente equiparabile. Non serve l’insolvenza fallimentare in senso tecnico, ma occorre comunque una valutazione negativa della situazione patrimoniale, apprezzabile come deficitaria o di grave difficoltà economica.

Questo significa che la banca non può limitarsi a dire: “il cliente non ha pagato, quindi lo segnalo”. Deve chiedersi se quel mancato pagamento sia il sintomo di una crisi economica seria, oppure se si tratti di un inadempimento contestato, temporaneo, occasionale o comunque non indicativo di una situazione di insolvenza.

L’errore della Corte d’Appello

Secondo la Cassazione, la Corte d’Appello ha sbagliato perché ha ritenuto legittima la segnalazione facendo leva solo sul mancato pagamento dei canoni di leasing.

Non ha invece verificato se la società segnalata versasse davvero in una situazione di grave difficoltà economica.

Questo passaggio è decisivo. La Corte d’Appello avrebbe dovuto esaminare la documentazione prodotta dalle società ricorrenti, relativa alla loro capacità patrimoniale, ai bilanci e alla perizia di stima, per capire se vi fossero davvero i presupposti per qualificare la posizione come “sofferenza”.

La Cassazione non dice che la segnalazione fosse sicuramente illegittima. Dice però che non si poteva considerarla legittima senza compiere quella verifica.

Cosa significa in pratica per imprese e professionisti

La decisione è molto utile per chi riceve o teme una segnalazione alla Centrale Rischi.

In pratica, una segnalazione a sofferenza può essere contestata quando la banca non ha effettuato una valutazione seria e complessiva della posizione del cliente. Non basta dimostrare che esisteva un debito scaduto; occorre verificare se vi fosse davvero una condizione di grave difficoltà economica.

Per esempio, possono essere rilevanti:

  • la consistenza patrimoniale dell’impresa;
  • i bilanci;
  • l’esistenza di beni o garanzie;
  • la natura contestata del credito;
  • la proporzione tra debito insoluto e patrimonio complessivo;
  • la condotta delle parti nelle trattative;
  • l’eventuale successiva estinzione del debito.

Il punto non è negare che la banca possa segnalare situazioni effettivamente rischiose. Il punto è che la segnalazione a sofferenza è uno strumento forte e deve essere utilizzato solo quando ne ricorrono davvero i presupposti.

Il danno può colpire anche una società collegata

Un altro profilo interessante riguarda la posizione della seconda società ricorrente.

La Corte d’Appello aveva escluso la sua legittimazione, ritenendola sostanzialmente estranea alla società segnalata. La Cassazione censura anche questo passaggio.

Secondo la Suprema Corte, la Corte territoriale avrebbe dovuto considerare la comunicazione con cui Unicredit aveva negato un mutuo alla società ricorrente proprio a causa della segnalazione dell’altra società alla Centrale Rischi e della posizione di collegamento tra le due.

Questo punto è molto importante: gli effetti di una segnalazione non sempre rimangono confinati al soggetto formalmente segnalato. In alcuni casi, possono incidere anche su società collegate, gruppi imprenditoriali, garanti o soggetti che, agli occhi del sistema bancario, risultano economicamente connessi alla posizione deteriorata.

Naturalmente, il danno deve essere provato. Ma non può essere escluso in modo automatico solo perché il soggetto che lo lamenta non coincide con quello direttamente segnalato.

Cosa fare se si subisce una segnalazione ingiusta

Chi ritiene di essere stato segnalato illegittimamente dovrebbe muoversi con metodo.

La prima cosa da fare è acquisire una visura aggiornata della Centrale Rischi e verificare la categoria della segnalazione, gli importi, gli intermediari segnalanti e il periodo di riferimento.

Poi occorre chiedere alla banca le ragioni della segnalazione e valutare se, al momento in cui è stata effettuata, esistessero davvero elementi idonei a rappresentare una grave difficoltà economica.

Se il debito era contestato, se era di importo contenuto rispetto al patrimonio, se erano in corso trattative, se vi erano garanzie o se la banca non ha compiuto alcuna istruttoria effettiva, può esservi spazio per contestare la segnalazione e chiedere la rettifica o il risarcimento del danno.

Ma è fondamentale raccogliere prove concrete: bilanci, comunicazioni bancarie, rifiuti di finanziamenti, perdita di occasioni economiche, peggioramento delle condizioni di credito, revoche di affidamenti o documentazione che dimostri l’impatto effettivo della segnalazione.

Conclusione

L’ordinanza n. 5593/2026 ribadisce un principio semplice ma essenziale: la Centrale Rischi non può essere utilizzata come una conseguenza automatica del mancato pagamento.

La segnalazione a sofferenza richiede una valutazione seria, complessiva e documentata della situazione economica del cliente. Il mancato pagamento può essere un indizio, ma non è da solo sufficiente.

Per le banche, la decisione è un richiamo alla prudenza: prima di segnalare, occorre verificare davvero se il cliente versi in una condizione patrimoniale deficitaria o di grave difficoltà.

Per imprese e professionisti, è una conferma importante: una segnalazione illegittima può essere contestata, soprattutto quando produce effetti concreti sull’accesso al credito e sulla reputazione economica.

La Cassazione rinvia ora alla Corte d’Appello, che dovrà riesaminare la vicenda applicando questi principi. Ma il messaggio è già chiaro: non ogni debitore in ritardo è un debitore “in sofferenza”.

Per informazioni e consulenze: info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

L’intervento a “La vita in diretta” del 5 maggio

Il 5 maggio scorso sono stato ospite su Rai 1, a “La vita in diretta” (intervistato da una bravissima Lorella Cuccarini) con un intervento sulla mediazione.

Di seguito il video:

La Mediazione a “La Vita in Diretta”

Domani, martedì 5 maggio, dalle 17 circa, sarò collegato via Skype con La Vita in Diretta (RAI 1) per parlare di mediazione, con la speranza e l’obiettivo di suscitare l’interesse di chi non la conosce.

Vi aspetto!

Anatocismo: la Consulta annulla la norma “salva banche”

La Corte Costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittima la disposizione di cui all’art. 2, comma 61, decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie), inserita in sede di conversione dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, secondo cui “In ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l’art. 2935 c.c. si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall’annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell’annotazione stessa. In ogni caso non si fa luogo alla restituzione degli importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”

Di seguito la sentenza integrale:

Corte Costituzionale contro salva banche

Mediazione e azione di revocazione di un contratto bancario: per il Tribunale di Pavia non rientra nell’obbligatorietà.

Tribunale di Pavia, sez. I Civile, ordinanza 26 – 27 ottobre 2011

Giudice Unico Balba

Fatto e diritto

visto l’art. 5 del D. Lgs. 28/2011 secondo cui “chi intende esercitare in giudizio un’azione relativa ad una controversia in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti, da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari, è tenuto preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione ai sensi del presente decreto ovvero il procedimento di conciliazione previsto dal decreto legislativo 8 ottobre 2007, n. 179, ovvero il procedimento istituito in attuazione dell’articolo 128-bis del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385 e successive modificazioni per le materie ivi regolate. L’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale. L’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza”.

Ritenuto

– che il suddetto elenco debba essere interpretato restrittivamente in quanto la conciliazione obbligatoria costituisce condizione per l’esercizio dell’azione giudiziaria altrimenti libero;

– che l’azione proposta da (omissis) è una azione revocatoria ex art. 2901 c.c. restando irrilevante che la stessa abbia quale presupposto un inadempimento a contratto bancario;

vista la richiesta di termini ex art. 183, comma 6, c.p.c.

P.T.M.

respinge l’eccezione preliminare di improcedibilità dell’azione;

concede alle parti i termini richiesti a decorrere dal 15.11.2011 e fissa l’udienza istruttoria al….

Cade e si rompe il femore: il supermercato è responsabile del danno quale custode (Cassazione 4476/2011)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 20 gennaio – 24 febbraio 2011, n. 4476
Presidente Preden – Relatore Amendola

Svolgimento del processo

I fatti di causa possono così ricostruirsi sulla base della sentenza impugnata.
M.P. C. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Roma S. s.r.l. chiedendo di essere risarcita dei danni subiti il 22 dicembre 1995 allorché, mentre si trovava all’interno di un supermercato gestito dalla convenuta, era caduta a causa di una chiazza di sapone colata sul pavimento da un flacone collocato sugli scaffali del grande magazzino, riportando la rottura del femore.
Con sentenza del 17 giungo 2002 il giudice adito rigettò la domanda.
Proposto dalla soccombente gravame, la Corte d’appello lo ha respinto in data 1 aprile 2005.
Avverso detta pronuncia propone ricorso per cassazione, illustrato anche da memoria, M.P. C., formulando tre motivi.
Resiste con controricorso S. s.r.l..

Motivi della decisione

1.1 Col primo motivo la ricorrente denuncia insufficienza della motivazione sul motivo di appello volto a far valere la responsabilità della controparte ex art. 2043 cod. civ., in relazione all’art. 112 cod. proc. civ..
Sostiene che la Corte territoriale, esaminati congiuntamente i due motivi di gravame con i quali era stata denunciata la mancata applicazione, rispettivamente, degli artt. 2043 e 2051 cod. civ., si era poi occupata soltanto dell’evocata responsabilità del custode. E invero il giudice d’appello, pur avendo dato per scontato, a differenza dei quello di prime cure, che la caduta della decotti era avvenuta a causa del liquido disperso per terra, aveva ritenuto l’evento dannoso addebitabile esclusivamente a negligenza della stessa infortunata, essendo l’ostacolo visibile, senza nulla dire, dunque, sulla mancata adozione di quelle cautele, quale segnalazione del pericolo e rimozione della sostanza, idonee a connotare in termini di colpa la condotta del gestore.
1.2 Col secondo mezzo l’impugnante lamenta violazione dell’art. 2051 cod. civ., anche in relazione all’art. 1176 cod. civ..
Considerato invero che, ai fini dell’applicabilità dell’art. 2051 cod. civ., all’attore incombe soltanto l’onere di provare il nesso di causalità tra la res in custodia e il danno subito, mentre spetta al custode dimostrare, per andare esente da responsabilità, l’imputabilità del pregiudizio al caso fortuito, erroneamente il decidente aveva assolto la controparte dalle istanze attrici sull’assunto che non fosse riscontrabile nella fattispecie alcuna insidia trabocchetto. Secondo l’esponente per affermare la responsabilità del custode non sarebbe assolutamente necessario provare la presenza di tali elementi, tanto più che la diligenza richiesta alla clientela di un supermercato è quella media, ex art. 1176 cod. civ. , propria del cittadino normalmente avveduto, e che il titolare di un grande magazzino ha certamente l’obbligo, ex art. 40 cod. pen., di rimuovere dal pavimento sostanze scivolose, così impedendo eventi dannosi per i clienti.
1.3 Col terzo mezzo la ricorrente deduce insufficienza della motivazione sul motivo di appello volto a far valere la responsabilità della controparte ex art. 2049 cod. civ., in relazione all’art. 112 cod. proc. civ.. La censura investe la risposta data dalla Corte territoriale al motivo di gravame col quale era stata impugnata la ritenuta insussistenza della responsabilità del titolare del supermercato per carenze nella manutenzione della struttura, argomentata sul rilievo che la stessa parte attrice aveva, in citazione, ammesso che il liquido era da poco fuoriuscito dal contenitore. Secondo l’esponente la motivazione sarebbe, sul punto, profondamente inappagante, considerato che il fatto causativo del danno era assolutamente prevedibile e niente affatto infrequente nella gestione dei supermercati.
2 Ragioni di ordine logico impongono di partire dall’esame delle critiche svolte nel secondo motivo di ricorso che, attenendo alla ricorrenza, nella fattispecie, di un’ipotesi di responsabilità aggravata per fatto proprio (nel senso che di qui a poco si chiarirà), hanno un rilievo potenzialmente assorbente, rispetto alle altre censure proposte.
Esse sono fondate per le ragioni che seguono.
3 I principi giuridici che, secondo la giurisprudenza di legittimità, governano la materia, possono così riassumersi: la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dall’art. 2051 cod. civ., prescinde dall’accertamento del carattere colposo dell’attività o del comportamento del custode e ha natura oggettiva, necessitando, per la sua configurabilità, del mero rapporto eziologico tra cosa ed evento; tale responsabilità prescinde, altresì, dall’accertamento della pericolosità della cosa e sussiste in relazione a tutti i danni da essa cagionati, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’insorgenza di agenti dannosi, essendo esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale idonea a interrompere del tutto il nesso causale tra cosa ed evento dannoso o da affiancarsi ad esso come ulteriore contributo utile nella produzione del pregiudizio (Cass. civ. 7 aprile 2010, n. 8229; Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279; Cass. civ. 5 dicembre 2008, n. 28811).
La radicale oggettivazione dell’ipotesi normativa, insita nella prospettiva adottata – che rende più congruo parlare di rischio da custodia (piuttosto che di colpa nella custodia) e di presunzione di responsabilità (piuttosto che di colpa presunta) – comporta che la responsabilità in questione non esige, per essere affermata, un’attività o una condotta colposa del custode, di talché, in definitiva, il custode negligente non risponde in modo diverso dal custode perito e prudente, se la cosa ha provocato danni a terzi (Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279).
4 Assodato, dunque, che la responsabilità ex art. 2051 cod. civ. è esclusa solamente dal caso fortuito -che, si ripete, è qualificazione incidente sul nesso causale e non sull’elemento psicologico dell’illecito (confr. Cass. civ. 7 luglio 2010, n. 16029; Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279) – in relazione a talune fattispecie può essere necessario stabilire se l’evento derivi in tutto o in parte dal comportamento dello stesso danneggiato. Ne consegue che corollario della regola sancita dall’art. 2051 cod. civ..
è quella dettata dall’art. 1227 cod. civ., comma 1.
Peraltro il giudizio sull’autonoma idoneità causale del fattore esterno ed estraneo a produrre l’evento deve in ogni caso essere adeguato alla natura ed alla pericolosità della cosa, sicché tanto meno essa è intrinsecamente pericolosa, tanto più la situazione di possibile pericolo è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione delle normali cautele da parte dello stesso danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, a partire; dall’uso improprio della cosa, fino all’eventuale interruzione del nesso eziologico tra la stessa e il danno e alla esclusione di ogni responsabilità del custode (cofr. Cass. civ. 19 febbraio 2008, n. 4279).
5 Venendo al caso di specie, secondo il giudice di merito il comportamento della danneggiata avrebbe avuto siffatta portata, perchè il liquido era visibile sul pavimento, di talché, esclusa la sussistenza di un’insidia o trabocchetto, e, in particolare, di un pericolo occulto e imprevedibile, la caduta era attribuibile esclusivamente a disattenzione della vittima.
Ritiene il collegio che tali argomentazioni facciano malgoverno dei principi innanzi enunciati.
E invero l’affermazione che il mancato avvistamento della chiazza di detersivo costituì elemento idoneo a interrompere il nesso di causalità, deve confrontarsi con la massima di comune esperienza per cui chi frequenta un supermercato ha la ragionevole aspettativa di circolare in un posto sicuro soprattutto con riferimento alla manutenzione del pavimento, essendo interesse anche del gestore che l’attenzione degli avventori sia catturata esclusivamente dai prodotti esposti.
In tale contesto è del tutto plausibile che il danno sofferto dalla C. sia stato casualmente connesso a un tipo di utilizzazione conforme alla funzione e alla destinazione tipiche della cosa in custodia di talché, nella predetta prospettiva, andranno nuovamente approfondite tutte le circostanze in cui avvenne la caduta.
In definitiva, in accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione che, nel decidere, si atterrà ai seguente principi di diritto:
– la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dall’art. 2051 cod. civ., prescinde dall’accertamento del carattere colposo dell’attività o del comportamento del custode e ha natura oggettiva, necessitando, per la sua configurabilità, del mero rapporto eziologico tra cosa ed evento;
tale responsabilità è esclusa solo dal caso fortuito, che può essere rappresentato – con effetto liberatorio totale o parziale – anche dal fatto del danneggiato, avente un’efficacia causale idonea a interrompere del tutto il nesso eziologico tra cosa ed evento dannoso o ad affiancarsi come ulteriore contributo utile nella produzione del danno;
– il giudizio sull’incidenza del comportamento del danneggiato nella produzione del danno non può prescindere dalla considerazione della natura della cosa e deve tener conto delle modalità che in concreto e normalmente ne caratterizzano la fruizione.
Resta assorbito l’esame degli altri motivi di ricorso.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese del giudizio di cassazione alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.