Casa comprata prima del matrimonio: l’altro coniuge ha diritti?

Proprietà, comunione dei beni, separazione, casa familiare, mutuo pagato insieme e figli: cosa succede davvero

Una domanda molto frequente, soprattutto quando una coppia si separa, è questa: se la casa era stata comprata da uno dei coniugi prima del matrimonio, l’altro può vantare qualche diritto? La risposta, in apparenza, sembra semplice: se l’immobile era già di proprietà di uno solo prima delle nozze, resta suo. Questo è il punto di partenza corretto, ma non esaurisce il problema. Nella pratica bisogna distinguere almeno quattro piani diversi: la proprietà dell’immobile, il diritto di abitare nella casa familiare, gli eventuali contributi economici dati dall’altro coniuge e la presenza di figli minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti.

La confusione nasce proprio perché questi piani vengono spesso sovrapposti. Una cosa è dire “di chi è la casa”; altra cosa è dire “chi può restare ad abitarci dopo la separazione”; altra cosa ancora è chiedersi se il coniuge non proprietario, avendo contribuito al mutuo, alle spese o alla ristrutturazione, possa chiedere qualcosa. In diritto di famiglia, soprattutto quando ci sono figli, l’intestazione dell’immobile è importantissima, ma non sempre dà da sola la risposta a tutte le domande.

La casa comprata prima del matrimonio resta personale?

Se un coniuge ha comprato la casa prima del matrimonio, quell’immobile resta normalmente un suo bene personale. Questo vale anche se, dopo il matrimonio, i coniugi scelgono o si trovano nel regime della comunione legale dei beni. La comunione legale non “assorbe” automaticamente i beni che ciascun coniuge possedeva già prima delle nozze. L’art. 179 c.c. prevede infatti che non costituiscono oggetto della comunione i beni di cui il coniuge era proprietario prima del matrimonio, o sui quali aveva già un diritto reale di godimento. (Gazzetta Ufficiale)

Questo significa che, se Tizio ha acquistato un appartamento nel 2015 e si è sposato nel 2020, quell’appartamento non diventa automaticamente comune solo perché nel frattempo è intervenuto il matrimonio. Rimane di Tizio, salvo atti successivi diversi: ad esempio una vendita di quota all’altro coniuge, una donazione, un’intestazione successiva, un accordo patrimoniale valido o altre operazioni giuridicamente rilevanti. Il semplice fatto di sposarsi, invece, non trasferisce la proprietà.

Comunione dei beni: cosa cambia davvero?

Molti pensano che, con la comunione dei beni, tutto ciò che appartiene a uno diventi automaticamente di entrambi. Non è così. La comunione legale riguarda, in estrema sintesi, gli acquisti compiuti durante il matrimonio, con varie eccezioni previste dalla legge. Non riguarda, invece, i beni che uno dei coniugi aveva già prima del matrimonio. Quindi la casa comprata prima delle nozze resta personale anche se, durante il matrimonio, la coppia vive in comunione legale.

Diverso è il caso in cui la casa venga comprata dopo il matrimonio. Se i coniugi sono in comunione legale, l’immobile acquistato durante il matrimonio può cadere in comunione, anche se formalmente l’atto viene compiuto da uno solo, salvo che ricorra una delle ipotesi di esclusione previste dall’art. 179 c.c. Ad esempio, possono restare personali alcuni beni acquistati con denaro proveniente dalla vendita di beni personali, ma a determinate condizioni e con dichiarazioni corrette nell’atto. È un tema tecnico, che va controllato leggendo il rogito e ricostruendo la provenienza del denaro.

Per la guida di oggi, però, il principio da ricordare è questo: la casa acquistata prima del matrimonio, di regola, resta di proprietà esclusiva del coniuge che l’aveva comprata.

Se l’altro coniuge ha pagato il mutuo, diventa proprietario?

Qui nasce uno degli equivoci più frequenti. Il coniuge non proprietario spesso dice: “La casa è intestata a lui, ma io ho pagato per anni una parte del mutuo, quindi ho diritto a una quota”. La risposta non può essere automatica. Pagare il mutuo, contribuire alle spese familiari o sostenere economicamente la casa non comporta, da solo, il trasferimento della proprietà. La proprietà immobiliare si trasferisce con atti formali, non semplicemente perché uno dei coniugi ha aiutato l’altro a pagare le rate.

Questo però non significa che quei pagamenti siano sempre irrilevanti. Bisogna capire perché sono stati fatti, con quali accordi, da quale conto provenivano le somme, se si trattava di contributo alla vita familiare, se vi erano patti specifici, se i pagamenti erano occasionali o sistematici, se il coniuge non proprietario ha sostenuto spese che eccedevano chiaramente il normale contributo ai bisogni della famiglia. In molti casi, i versamenti effettuati durante il matrimonio vengono letti come contributo alla vita comune e all’organizzazione familiare. In altri casi particolari, invece, può porsi un problema di restituzione, rimborso o arricchimento senza causa, ma servono prove concrete e una ricostruzione molto attenta.

La frase corretta, quindi, è questa: pagare il mutuo non fa diventare automaticamente proprietari, ma può aprire un problema economico da valutare caso per caso.

E se la casa è stata ristrutturata con soldi dell’altro coniuge?

Lo stesso discorso vale per i lavori di ristrutturazione. Se la casa è di proprietà esclusiva di un coniuge, il fatto che l’altro abbia contribuito a pagare cucina, bagno, impianti, infissi, arredi o lavori non lo rende proprietario dell’immobile. Anche qui, però, può sorgere una questione patrimoniale. Bisogna distinguere le spese ordinarie della vita familiare dalle spese straordinarie che hanno aumentato il valore del bene di proprietà esclusiva dell’altro.

Un conto è contribuire alle spese della casa in cui la famiglia vive, secondo la normale logica di solidarietà matrimoniale. Altro conto è finanziare interventi importanti su un immobile intestato solo all’altro, magari usando denaro personale, risparmi precedenti o somme ricevute dalla propria famiglia. In questi casi può essere opportuno verificare se esistano bonifici, fatture, messaggi, accordi scritti, causali, prove della provenienza del denaro e della destinazione delle somme.

Il problema, nella maggior parte delle liti, non è solo giuridico ma probatorio. Chi chiede qualcosa deve dimostrare di avere pagato, quanto ha pagato, per quale ragione e con quale accordo, espresso o ricostruibile. Senza documenti, tutto diventa più difficile.

Separazione: il proprietario può sempre restare nella casa?

Qui bisogna introdurre un’altra distinzione fondamentale. Essere proprietari non significa sempre poter continuare ad abitare nella casa familiare dopo la separazione. Se non ci sono figli minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti conviventi, normalmente il problema abitativo segue la proprietà: chi è proprietario ha titolo per rientrare o restare nell’immobile, salvo diversi accordi o situazioni particolari. Ma quando ci sono figli, il criterio cambia.

L’art. 337-sexies c.c. stabilisce che il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Questo significa che il giudice può assegnare la casa familiare al genitore con cui i figli convivono prevalentemente, anche se quel genitore non è proprietario dell’immobile. (Brocardi)

È un punto molto delicato: l’assegnazione della casa familiare non serve a premiare un coniuge né a punire l’altro. Serve, principalmente, a conservare ai figli il loro ambiente di vita: la casa, il quartiere, la scuola, le abitudini, le relazioni, i punti di riferimento. Per questo, in presenza di figli, la domanda “di chi è la casa?” non basta. Bisogna chiedersi anche quale soluzione sia più coerente con l’interesse dei figli.

L’assegnazione della casa familiare trasferisce la proprietà?

No. L’assegnazione della casa familiare non trasferisce la proprietà. Se la casa è di proprietà esclusiva del marito, resta del marito; se è di proprietà esclusiva della moglie, resta della moglie; se è in comproprietà, resta in comproprietà. Il provvedimento di assegnazione incide sul godimento dell’immobile, non sulla titolarità del bene.

Questo significa che il coniuge proprietario può trovarsi, dopo la separazione, a non poter abitare nella propria casa perché l’immobile viene assegnato all’altro genitore nell’interesse dei figli. Ma non perde la proprietà. Potrà continuare a essere proprietario, con tutte le conseguenze patrimoniali del caso, e potrà chiedere la modifica del provvedimento se cambiano le condizioni. Inoltre, dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerando anche l’eventuale titolo di proprietà, come prevede lo stesso art. 337-sexies c.c. (Toga)

In termini pratici: l’assegnazione può limitare temporaneamente il godimento del proprietario, ma non lo priva della proprietà.

Se non ci sono figli, l’altro coniuge può ottenere comunque la casa?

In assenza di figli minorenni o maggiorenni non autosufficienti conviventi, l’assegnazione della casa familiare perde normalmente la sua funzione principale. La casa familiare non dovrebbe essere usata come una forma indiretta di mantenimento del coniuge economicamente più debole. Se non ci sono figli da tutelare attraverso la conservazione dell’habitat domestico, il problema dell’abitazione deve essere affrontato con altri strumenti: proprietà, comproprietà, eventuale contratto di locazione, accordi economici, assegno di mantenimento se ne ricorrono i presupposti, vendita dell’immobile o regolazione dei rapporti patrimoniali.

Questo punto è molto importante perché spesso, nella separazione, il coniuge non proprietario chiede di restare nella casa anche se non ci sono figli conviventi. Una soluzione del genere può essere concordata dalle parti, se entrambe la ritengono utile e sostenibile, ma è diversa dall’assegnazione fondata sull’interesse dei figli. Senza figli, il giudice tende a non utilizzare la casa familiare come strumento per riequilibrare la posizione economica dei coniugi. Il riequilibrio, se dovuto, passa normalmente attraverso altri istituti.

Figli maggiorenni: basta che non lavorino?

Anche il tema dei figli maggiorenni è delicato. La maggiore età non fa venire meno automaticamente l’assegnazione della casa familiare. Se il figlio è maggiorenne ma non economicamente autosufficiente e vive stabilmente con uno dei genitori nella casa familiare, l’assegnazione può continuare ad avere una sua giustificazione. Ma non basta affermare genericamente che il figlio non lavora o non è ancora indipendente.

Occorre verificare se il figlio abbia una stabile convivenza con il genitore assegnatario e un collegamento concreto con quella casa. Una presenza solo saltuaria, formale o meramente occasionale può non essere sufficiente. La giurisprudenza più recente insiste proprio su questo aspetto: l’assegnazione presuppone non solo la non autosufficienza economica, ma anche una convivenza effettiva e stabile, o comunque un rapporto abituale e concreto con la casa familiare. (Osservatorio Famiglia)

In pratica, il figlio maggiorenne non autosufficiente non è una formula astratta. Bisogna guardare alla realtà: dove vive, dove studia o lavora, quanto tempo trascorre nella casa, se ha altrove il centro principale della propria vita, se il legame con l’abitazione familiare è ancora effettivo.

Nuova convivenza, nuovo matrimonio o trasferimento: il proprietario può riprendersi subito la casa?

L’art. 337-sexies c.c. prevede che il diritto al godimento della casa familiare venga meno se l’assegnatario non abita o cessa di abitare stabilmente nella casa, oppure convive more uxorio o contrae nuovo matrimonio. Anche questo passaggio, però, va maneggiato con attenzione. Non significa che il proprietario possa cambiare la serratura, rientrare nell’immobile da un giorno all’altro o decidere autonomamente che l’assegnazione è cessata.

Quando esiste un provvedimento di assegnazione, la strada corretta è chiedere la modifica o la revoca al giudice competente, dimostrando che sono cambiate le condizioni. Inoltre, quando ci sono figli, la valutazione non è puramente automatica: bisogna sempre verificare quale sia l’interesse concreto dei figli e se la casa continui a rappresentare per loro un ambiente di vita da preservare.

La regola pratica è semplice: se cambiano le condizioni, si chiede la modifica del provvedimento; non ci si fa giustizia da soli.

Casa in comproprietà: cosa cambia?

Se la casa non è di proprietà esclusiva di uno, ma è cointestata a entrambi, la separazione apre un ulteriore problema. La comproprietà resta, salvo accordi diversi. L’assegnazione della casa familiare, se ci sono figli, può attribuire il godimento a uno dei due genitori, ma non scioglie la comproprietà. I coniugi restano comproprietari secondo le rispettive quote e dovranno decidere che cosa fare dell’immobile nel tempo: venderlo, attribuirlo a uno con liquidazione della quota all’altro, mantenerlo in comproprietà, regolare l’uso futuro o rinviare la decisione.

Molte liti nascono proprio perché le parti si concentrano solo sulla separazione personale e non regolano bene il destino dell’immobile. La casa viene assegnata, ma resta cointestata; il mutuo continua a essere pagato da entrambi o da uno solo; le spese straordinarie non sono chiarite; la vendita viene rinviata; dopo qualche anno il conflitto si riaccende. Per questo, quando possibile, è opportuno affrontare subito anche la prospettiva patrimoniale: chi paga cosa, fino a quando, cosa succede se i figli diventano autonomi, se uno vuole vendere, se l’altro vuole acquistare la quota.

Mutuo, spese condominiali, utenze e manutenzione: chi paga dopo l’assegnazione?

La casa familiare non è solo un luogo in cui abitare. È anche un insieme di costi. Se l’immobile viene assegnato a un coniuge, bisogna chiarire chi paga il mutuo, le spese condominiali, le utenze, la manutenzione ordinaria e quella straordinaria. Non esiste una risposta unica valida per tutti i casi, perché molto dipende dalla proprietà, dall’intestazione del mutuo, dalla capacità economica delle parti, dagli accordi e dal provvedimento del giudice.

In linea generale, le spese legate all’uso quotidiano dell’immobile, come utenze e consumi, gravano su chi abita nella casa. Le spese di proprietà e conservazione straordinaria restano normalmente collegate al proprietario, salvo diversa regolazione. Il mutuo, invece, segue il rapporto con la banca: se il contratto di mutuo è intestato a uno o a entrambi, la banca potrà pretendere il pagamento dai soggetti obbligati verso di lei, indipendentemente dagli accordi interni tra coniugi. Poi, nei rapporti interni, si potrà stabilire chi debba sostenere effettivamente il costo e in che misura.

Questo è un punto che va regolato con grande precisione. Dire semplicemente “la casa resta alla madre con i figli” o “la casa resta al padre” non basta. Bisogna scrivere chi paga le rate, chi paga il condominio, chi paga le spese straordinarie, come vengono gestite le utenze, cosa succede in caso di vendita, come si trattano eventuali arretrati e se i pagamenti incidono sul mantenimento.

La casa familiae può essere venduta?

Il proprietario conserva il diritto di proprietà, ma se la casa è assegnata all’altro genitore nell’interesse dei figli, la vendita può essere resa più complessa. Il provvedimento di assegnazione, se trascritto, è opponibile ai terzi nei limiti previsti dalla legge. Lo stesso art. 337-sexies c.c. richiama l’opponibilità ai terzi del provvedimento di assegnazione in quanto trascritto. (Toga)

Questo significa che chi compra un immobile gravato da un’assegnazione della casa familiare deve fare molta attenzione, perché potrebbe non poterne ottenere subito il pieno godimento. Anche il proprietario che vuole vendere deve considerare l’effetto dell’assegnazione sul valore e sulla commerciabilità del bene. Nella pratica, la vendita può essere possibile, ma richiede verifiche accurate e spesso un accordo tra le parti, soprattutto se l’obiettivo è evitare ulteriori contenziosi.

Come evitare errori negli accordi di separazione

Quando la casa è stata comprata prima del matrimonio, o è intestata a uno solo, è fondamentale che l’accordo di separazione sia scritto bene. Le formule generiche creano problemi. Bisogna chiarire se la casa viene assegnata e perché, chi vi abiterà, per quanto tempo o fino a quale evento, chi pagherà mutuo e spese, come saranno gestite manutenzioni e lavori, cosa succederà se i figli diventeranno autonomi, se l’assegnatario inizierà una nuova convivenza, se il proprietario vorrà vendere, se l’immobile è cointestato o se l’altro coniuge ha effettuato versamenti rilevanti in passato.

Una buona trattativa, in questi casi, non deve limitarsi alla domanda “chi resta in casa?”. Deve affrontare anche la sostenibilità economica dell’accordo. Un genitore può restare nella casa familiare con i figli, ma se nessuno chiarisce chi paga mutuo, condominio e spese straordinarie, il conflitto è solo rinviato. Allo stesso modo, il proprietario può accettare temporaneamente l’assegnazione, ma ha interesse a stabilire quando e come la situazione potrà essere rivista.

La negoziazione assistita dagli avvocati, gli accordi ben costruiti e, quando possibile, un percorso di mediazione familiare possono aiutare a evitare che la casa diventi il centro di una guerra lunga e costosa.

Cosa controllare prima di discutere della casa

Prima di affrontare una separazione in cui c’è una casa acquistata prima del matrimonio, conviene raccogliere alcuni documenti: atto di acquisto, regime patrimoniale dei coniugi, eventuali convenzioni matrimoniali, contratto di mutuo, piano di ammortamento, prove dei pagamenti, fatture di ristrutturazione, provenienza delle somme usate per lavori o rate, certificato di residenza, situazione dei figli, eventuali accordi scritti o messaggi rilevanti. Senza documenti, la discussione rischia di diventare solo emotiva.

È utile anche distinguere subito le domande: vogliamo capire chi è proprietario? Chi può abitare nella casa? Chi deve pagare il mutuo? Chi deve rimborsare eventuali somme? Che cosa succede se i figli crescono o si trasferiscono? Che cosa fare se uno dei coniugi vuole vendere? Ogni domanda ha regole diverse e richiede prove diverse.

Conclusione

La casa comprata prima del matrimonio resta normalmente di proprietà del coniuge che l’ha acquistata. Il matrimonio, anche in comunione dei beni, non trasferisce automaticamente la proprietà all’altro. Ma nella separazione questo non basta a risolvere tutto. Se ci sono figli, il giudice può assegnare la casa familiare al genitore con cui i figli vivono prevalentemente, anche se non è proprietario, perché il criterio principale è la tutela dell’ambiente di vita dei figli.

L’assegnazione, però, non trasferisce la proprietà, non cancella il mutuo, non risolve da sola il problema delle spese e non elimina eventuali questioni economiche legate a pagamenti, ristrutturazioni o contributi dati dall’altro coniuge. Per questo bisogna evitare risposte automatiche. Non è sempre vero che “la casa è mia e quindi resto io”; ma non è nemmeno vero che “ho pagato qualcosa e quindi sono diventato proprietario”.

In sintesi: proprietà, assegnazione, mutuo, spese e interesse dei figli sono questioni collegate, ma diverse. Per gestirle bene servono documenti, accordi chiari e una valutazione concreta della situazione familiare ed economica.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

Mi separo: chi resta nella casa familiare?


La casa familiare non viene assegnata per premiare un coniuge o punire l’altro: il criterio principale è l’interesse dei figli a conservare il proprio ambiente di vita

Quando una coppia si separa, una delle domande più difficili è anche una delle più concrete: chi resta nella casa familiare? Non è solo una questione economica. La casa è il luogo in cui si è vissuti insieme, dove sono cresciuti i figli, dove si trovano abitudini, ricordi, vicinato, scuola, amicizie, punti di riferimento. Proprio per questo, nelle separazioni, l’abitazione diventa spesso uno dei temi più delicati e più conflittuali.

Molte persone pensano che la risposta dipenda semplicemente dalla proprietà: “la casa è mia, quindi resto io”; oppure: “la casa è intestata a mio marito o a mia moglie, quindi devo andare via”; oppure ancora: “siamo comproprietari, quindi nessuno può mandarmi via”. In realtà, quando ci sono figli, la questione è più complessa. L’assegnazione della casa familiare non segue automaticamente l’intestazione dell’immobile, ma viene valutata soprattutto in funzione dell’interesse dei figli a mantenere il proprio ambiente domestico. L’art. 337-sexies c.c. prevede infatti che il godimento della casa familiare sia attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. (Brocardi)

Che cosa significa “casa familiare”

Per casa familiare non si intende qualsiasi immobile di proprietà dei coniugi, ma l’abitazione nella quale la famiglia ha vissuto stabilmente prima della crisi. È il centro della vita domestica: il luogo in cui si svolgeva la quotidianità familiare, in cui i figli avevano le loro abitudini, la loro stanza, i loro percorsi scolastici e sociali.

Questo è importante perché l’assegnazione non serve a garantire genericamente un’abitazione al coniuge economicamente più debole. Serve soprattutto a proteggere, quando possibile, la continuità di vita dei figli. Se una coppia possiede più immobili, il giudice non “assegna una casa” a chi ne ha più bisogno in astratto; valuta quale fosse la casa familiare e se l’assegnazione sia necessaria per tutelare i figli.

La casa familiare, quindi, non è un premio e non è una sanzione. È uno strumento di protezione della stabilità dei figli nel momento in cui la famiglia si divide.

Il criterio principale: l’interesse dei figli

Il criterio decisivo è l’interesse dei figli minorenni o maggiorenni non ancora economicamente autosufficienti, purché conviventi stabilmente o comunque legati in modo concreto alla casa familiare. Quando i figli vivono abitualmente con uno dei genitori, può essere disposto che quel genitore resti nella casa familiare, anche se l’immobile è di proprietà esclusiva dell’altro.

Questo accade perché l’obiettivo non è favorire il genitore assegnatario, ma evitare che i figli subiscano, oltre alla separazione dei genitori, anche lo sradicamento improvviso dalla propria casa. La Cassazione collega tradizionalmente l’assegnazione alla tutela dell’“habitat domestico” dei figli, cioè del centro degli affetti, delle consuetudini e degli interessi in cui si è articolata la vita familiare. (cortedicassazione.it)

È bene però chiarire un punto: l’assegnazione della casa non dipende automaticamente dal fatto che un genitore sia madre o padre. Dipende dalla concreta organizzazione della vita dei figli, dal loro collocamento prevalente, dalle loro esigenze e dalla soluzione più idonea a preservare il loro equilibrio. In una separazione ben gestita, la domanda non dovrebbe essere “chi vince la casa?”, ma “qual è la sistemazione più ragionevole per i figli e sostenibile per tutti?”.

Se la casa è di proprietà di un solo coniuge

Uno dei casi più frequenti è quello della casa intestata a un solo coniuge. È qui che nascono molte incomprensioni. Il proprietario pensa di avere automaticamente il diritto di restare, mentre l’altro teme di non avere alcuna tutela. In presenza di figli, però, la proprietà non è l’unico criterio. Se i figli sono collocati prevalentemente presso il genitore non proprietario, la casa può essere assegnata a quest’ultimo.

Questo non significa che il proprietario perda la proprietà dell’immobile. L’assegnazione attribuisce un diritto di godimento della casa familiare, ma non trasferisce la proprietà. Il coniuge proprietario resta proprietario, ma non può utilizzare liberamente l’abitazione finché permane il provvedimento di assegnazione.

La legge prevede anche che il giudice tenga conto dell’assegnazione nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerando l’eventuale titolo di proprietà. In pratica, l’assegnazione della casa può incidere sull’equilibrio economico complessivo della separazione, ma non trasforma il genitore assegnatario in proprietario. (Brocardi)

Se la casa è in comproprietà

Se la casa è intestata a entrambi i coniugi, l’assegnazione continua a seguire il criterio dell’interesse dei figli. Anche in questo caso, il giudice può attribuire il godimento dell’abitazione al genitore con cui i figli vivono stabilmente. La comproprietà resta, ma l’utilizzo concreto dell’immobile viene regolato dal provvedimento di separazione.

Questo significa che l’altro comproprietario non perde la propria quota. Potrà continuare ad avere diritti patrimoniali sull’immobile e, in futuro, potrà chiedere lo scioglimento della comunione o concordare una vendita, un acquisto della quota da parte dell’altro o altre soluzioni. Tuttavia, finché l’assegnazione è efficace, il diritto dei figli a conservare la casa familiare può incidere in modo rilevante sull’uso dell’immobile.

Per questo, nelle separazioni, la casa in comproprietà va affrontata con molta lucidità. A volte è meglio trovare un accordo complessivo: chi resta, chi paga il mutuo, se e quando vendere, se uno dei due rileva la quota dell’altro, come gestire le spese e cosa accadrà quando i figli saranno autonomi.

Se non ci sono figli

Quando non ci sono figli minorenni o maggiorenni non autosufficienti conviventi, l’assegnazione della casa familiare perde normalmente la sua ragione principale. In linea generale, la casa resta nella disponibilità del proprietario o viene regolata secondo i diritti di proprietà, locazione o comproprietà esistenti.

Il coniuge economicamente più debole può avere altri strumenti di tutela, come l’assegno di mantenimento se ne ricorrono i presupposti, ma non può normalmente ottenere l’assegnazione della casa solo perché ha un reddito più basso. Questo è un punto spesso frainteso. La casa familiare non è, di per sé, uno strumento per riequilibrare la situazione economica dei coniugi; la sua funzione principale è proteggere i figli.

Se i figli non ci sono, oppure sono ormai economicamente autonomi e non convivono stabilmente, il tema abitativo deve essere affrontato con altri strumenti: accordi, liquidazioni patrimoniali, divisione della comproprietà, ricerca di una nuova abitazione, eventuale contributo economico.

Figli maggiorenni: quando la casa può restare assegnata

La maggiore età dei figli non fa venire meno automaticamente l’assegnazione. Se il figlio maggiorenne non è ancora economicamente autosufficiente e vive stabilmente nella casa familiare, l’assegnazione può continuare ad avere una ragione. Diverso è il caso del figlio che lavora stabilmente, è economicamente indipendente, vive altrove o mantiene solo un collegamento occasionale con l’abitazione.

Qui bisogna essere molto precisi: non basta dire che il figlio è maggiorenne e non autosufficiente. Occorre verificare anche se vi sia una convivenza stabile o comunque un collegamento abituale e concreto con la casa familiare. La giurisprudenza recente insiste proprio sulla necessità di evitare assegnazioni fondate su presenze solo saltuarie o meramente formali. (AIAF)

Questo significa che, con il passare del tempo, la situazione può cambiare. Quando i figli diventano autonomi o cessano di abitare stabilmente nella casa, il genitore proprietario o comproprietario può chiedere la modifica delle condizioni e la revoca dell’assegnazione.

Casa in affitto: cosa succede al contratto

Se la casa familiare è condotta in locazione, il problema non riguarda la proprietà dell’immobile, ma il contratto di affitto. In caso di separazione, può accadere che il genitore assegnatario continui ad abitare nell’immobile anche se il contratto era formalmente intestato all’altro coniuge. La disciplina della locazione prevede ipotesi di successione o prosecuzione del rapporto in favore del coniuge assegnatario, proprio per evitare che il provvedimento sulla casa familiare resti privo di effetti pratici.

Anche qui, però, bisogna muoversi con ordine. Occorre verificare a chi è intestato il contratto, cosa prevede il provvedimento di separazione, se il locatore sia stato informato, chi paga il canone, chi risponde degli arretrati e come gestire eventuali spese condominiali o oneri accessori. La separazione può regolare i rapporti tra i coniugi, ma non deve lasciare zone d’ombra nei rapporti con il proprietario dell’immobile.

Mutuo e spese: chi paga?

L’assegnazione della casa non cambia automaticamente il contratto di mutuo. Se il mutuo è intestato a entrambi, entrambi restano obbligati verso la banca, salvo diversi accordi con l’istituto di credito. Se è intestato a uno solo, l’obbligato verso la banca resta quello.

Il provvedimento di separazione può tenere conto delle rate, degli accordi tra le parti e dell’equilibrio economico complessivo, ma non modifica da solo il rapporto con la banca. Per questo, quando c’è un mutuo, è essenziale chiarire bene nei patti di separazione chi paga le rate, se il pagamento incide sull’assegno di mantenimento, se uno dei due rimborserà l’altro, se è prevista una futura vendita o se uno dei coniugi rileverà la quota dell’altro.

Quanto alle spese, bisogna distinguere. Chi abita la casa sostiene normalmente le spese legate all’uso quotidiano dell’immobile: utenze, consumi, piccola manutenzione, spese ordinarie. Le spese straordinarie e quelle collegate alla proprietà seguono invece criteri diversi, soprattutto se l’immobile è di proprietà dell’altro coniuge o in comproprietà. Per evitare conflitti futuri, è molto utile indicare chiaramente negli accordi chi paga cosa: mutuo, condominio, lavori straordinari, assicurazione, tasse, utenze, manutenzione.

Molte liti nascono proprio perché la casa viene assegnata, ma non vengono regolati bene i costi. Restare nella casa familiare non significa che tutte le spese passino automaticamente sull’altro coniuge; allo stesso tempo, essere proprietario non significa poter scaricare ogni costo su chi abita l’immobile.

Il provvedimento di assegnazione può essere trascritto

Il provvedimento di assegnazione della casa familiare e quello di revoca sono trascrivibili. La trascrizione è importante perché può incidere sull’opponibilità del diritto di godimento nei confronti dei terzi, ad esempio in caso di vendita dell’immobile. (Brocardi)

Questo punto va spiegato con prudenza. La trascrizione non trasferisce la proprietà della casa, non attribuisce una quota dell’immobile al genitore assegnatario e non rende l’assegnazione un diritto di proprietà. Serve, piuttosto, a rendere conoscibile e opponibile il provvedimento nei limiti previsti dalla legge.

In una guida pratica, il messaggio essenziale è questo: se c’è un provvedimento di assegnazione, non bisogna trattarlo come una semplice concessione informale. È un provvedimento che può incidere seriamente sull’utilizzo dell’immobile e deve essere considerato anche nelle scelte patrimoniali successive.

Nuova convivenza, nuovo matrimonio o trasferimento

L’art. 337-sexies c.c. prevede che il diritto al godimento della casa familiare venga meno se l’assegnatario non abita o cessa di abitare stabilmente nella casa, oppure convive more uxorio o contrae nuovo matrimonio. Tuttavia, questo passaggio non deve essere inteso in modo automatico quando vi sono figli. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 308/2008, ha chiarito che queste ipotesi devono essere valutate alla luce dell’interesse dei figli e della funzione dell’assegnazione, che è quella di conservare loro, per quanto possibile, l’ambiente domestico. (Corte Costituzionale)

In pratica, non è prudente pensare che il proprietario possa semplicemente cambiare le serrature o riprendersi l’immobile da un giorno all’altro perché l’ex coniuge convive con un’altra persona o si è risposato. Quando cambiano le condizioni, la strada corretta è chiedere la modifica del provvedimento, facendo valere il mutamento della situazione.

Ad esempio, se il genitore assegnatario si trasferisce stabilmente altrove con i figli, oppure se i figli diventano autonomi, oppure se nasce una nuova convivenza stabile, può esserci spazio per una revisione. Ma la decisione richiede comunque una valutazione concreta della situazione familiare e dell’interesse dei figli.

Si può vendere la casa assegnata?

La casa assegnata può essere venduta, ma l’assegnazione può incidere molto sul valore e sulla disponibilità dell’immobile. Un acquirente deve sapere se l’immobile è occupato in forza di un provvedimento di assegnazione e se quel provvedimento è opponibile. Di conseguenza, una casa assegnata può essere meno appetibile sul mercato, perché chi compra potrebbe non poterne disporre subito.

Anche nei rapporti tra coniugi, la vendita è spesso una possibile soluzione, ma richiede un accordo chiaro. Si può stabilire di vendere l’immobile quando i figli avranno raggiunto una certa autonomia, oppure di attribuire la quota a uno dei due, oppure di mantenere temporaneamente la comproprietà regolando spese, mutuo e utilizzo. La cosa importante è evitare accordi vaghi, perché la casa è uno dei beni che più facilmente genera conflitti successivi.

Accordi tra le parti: meglio essere chiari subito

Molte questioni sulla casa familiare possono essere regolate consensualmente. Le parti possono concordare chi resta nell’immobile, chi paga il mutuo, come si ripartiscono le spese, se la casa verrà venduta, se uno dei due rileverà la quota dell’altro, cosa accadrà quando i figli diventeranno autonomi, come gestire eventuali lavori straordinari o tasse.

Gli accordi, però, devono essere realistici. Un genitore può anche accettare che l’altro resti nella casa con i figli, ma se continua a pagare un mutuo molto alto senza poter sostenere una nuova abitazione, il problema prima o poi esploderà. Allo stesso modo, chi resta nella casa deve sapere quali costi dovrà sostenere e quali impegni si assume.

La separazione non dovrebbe limitarsi a “chi resta e chi va via”. Dovrebbe costruire una soluzione sostenibile nel tempo.

Perché conviene evitare la guerra sulla casa

La casa familiare è spesso il simbolo della separazione. Per questo viene caricata di significati che vanno oltre il suo valore economico. Restare nella casa può sembrare una vittoria; uscirne può sembrare una sconfitta. Ma se ci sono figli, trasformare la casa in un campo di battaglia rischia di peggiorare la situazione per tutti.

Una trattativa ben condotta può aiutare a separare i piani: l’interesse dei figli, i diritti di proprietà, il mutuo, le spese, il futuro dell’immobile, la sostenibilità economica dei genitori. A volte la soluzione migliore è l’assegnazione temporanea; altre volte è la vendita; altre ancora è il trasferimento della quota; in alcuni casi può essere utile prevedere tempi e condizioni precise per una futura revisione.

Anche la mediazione familiare, quando vi sono le condizioni, può aiutare i genitori a discutere della casa senza ridurre tutto a una guerra di posizioni. Non sostituisce l’assistenza legale e non serve a imporre soluzioni, ma può facilitare un confronto più ordinato sui bisogni dei figli e sull’organizzazione concreta della vita familiare dopo la separazione.

La negoziazione assistita da avvocati è un altro strumento che può consentire di raggiungere soluzioni consensuali in materia di separazione, divorzio e modifica delle condizioni, con il controllo del Pubblico Ministero nei casi previsti dalla legge. (procura-latina.giustizia.it)

Gli errori da evitare

Il primo errore è pensare che “la casa è intestata a me, quindi decido io”. In presenza di figli, non è così semplice. Il secondo errore è pensare che l’assegnazione trasferisca la proprietà: non la trasferisce. Il terzo è dimenticare il mutuo e le spese, che devono essere regolati con attenzione. Il quarto è usare la casa come strumento di pressione nella separazione, senza considerare le conseguenze sui figli. Il quinto è fare accordi verbali o generici, destinati a creare nuove liti dopo pochi mesi.

La domanda giusta non è solo chi resta nella casa, ma a quali condizioni, per quanto tempo, con quali costi, con quali garanzie e con quali conseguenze quando la situazione familiare cambierà.

Conclusione

Nella separazione, la casa familiare non viene assegnata automaticamente al proprietario, né al coniuge economicamente più debole, né a chi “ha ragione” nella crisi. Quando ci sono figli, il criterio principale è il loro interesse a conservare, per quanto possibile, l’ambiente domestico in cui sono cresciuti.

Questo può portare ad assegnare la casa al genitore con cui i figli vivono stabilmente, anche se l’immobile è di proprietà dell’altro. Ma l’assegnazione non trasferisce la proprietà, non cancella il mutuo, non risolve da sola il problema delle spese e non è necessariamente definitiva. Può essere modificata se cambiano le condizioni: autonomia dei figli, trasferimento, nuova convivenza, mancato uso stabile della casa.

In sintesi: quando ci si separa, la casa familiare va affrontata con lucidità, non come un trofeo. Bisogna distinguere l’interesse dei figli, la proprietà, i costi, il mutuo e le prospettive future. Solo così si può evitare che la casa, invece di proteggere la famiglia nel momento della crisi, diventi il centro di una nuova guerra.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

Divorzi: per la Cassazione, in caso di famiglia di fatto (accertata giudizialmente) l’assegno di mantenimento va sospeso (Cass. 17195/2011)

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 11 agosto 2011, n. 17195

Svolgimento del processo

Con ricorso ritualmente notificato, F.F. chiedeva dichiararsi, nei confronti della moglie L.P., la cessazione degli effetti civili del matrimonio, con esclusione dell’assegno divorzile.

Costituitosi il contraddittorio, la L. dichiarava di non opporsi al divorzio, e chiedeva assegno per sè.

Il Tribunale di Roma, con sentenza non definitiva, dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Con sentenza definitiva del 30 settembre – 6 ottobre 2005, rigettava la domanda di assegno della L., stante la stabile convivenza more uxorio di questa con altro uomo.

Proponeva appello avverso tale sentenza la L., ribadendo la richiesta di assegno per sè. Costituitosi il contraddittorio, il F. chiedeva rigettarsi l’appello.

La Corte d’Appello di Roma, con sentenza 12 giugno – 20 giugno 2007, in parziale riforma dell’impugnata sentenza, disponeva in favore della L. assegno mensile per l’importo di Euro 250,00.

Ricorre per Cassazione il F., sulla base di tre motivi.

Resiste, con controricorso, la L..

Il ricorrente ha presentato memoria per l’udienza.

 Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, nonchè vizio di motivazione in ordine alla stabile convivenza della L. con altro uomo, ciò che dovrebbe escludere la corresponsione di assegno divorzile a carico dell’ex coniuge.

Per una migliore intelligenza della problematica sollevata, va considerato che una convivenza stabile e duratura, con o senza figli, tra un uomo e una donna, che si comportano come se fossero marito e moglie, è stata volta a volta definita con espressioni diverse, quali concubinato, convivenza more uxorio, famiglia di fatto, la prima connotata negativamente, la seconda di valore neutro e la terza positivamente connotata. Si può addirittura ipotizzare una sorta di passaggio, almeno in parte anche in successione temporale, dall’uso di un’espressione all’altra, che si accompagna ad un corrispondente mutamento nel costume sociale.

La prima fase è anche l’unica che trova (o, meglio, trovava) un preciso riscontro normativo: il concubinato (una sorta di adulterio continuato) costituiva reato, nonchè causa di separazione per colpa.

La convivenza tra uomo e donna, come se fossero coniugi, rilevava soltanto come forma di sanzione – e condizione necessaria era ovviamente che uno dei conviventi fosse sposato – al fine di maggior difesa della famiglia legittima. La fase del concubinato volgeva al termine, dopo una nota sentenza della Corte Costituzionale (Corte Cost. n 167/1969) che cancellò tale ipotesi di reato.

In una diversa fase , nella quale l’espressione convivenza more uxorio andava gradualmente sostituendo quella di concubinato, prevaleva una sorta di “agnosticismo” dell’ordinamento nei confronti del fenomeno, derivante dalla mancata regolamentazione normativa di esso, e, con riferimento ai principii costituzionali, dall’art. 29 Cost., che soltanto “riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, disposizione ritenuta confermativa del disinteresse dell’ordinamento verso altri tipi di organizzazione familiare.

In una fase successiva, che si può collocare temporalmente alle soglie e successivamente alla riforma generale del diritto di famiglia, l’espressione “famiglia di fatto” comincia ad essere sempre più frequentemente accolta. Essa non indica soltanto il convivere come coniugi, ma individua una vera e propria “famiglia”, portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione della prole. In tal senso, si rinviene, seppur indirettamente, nella stessa Carta Costituzionale, una possibile garanzia per la famiglia di fatto, quale formazione sociale in cui si svolge la personalità dell’individuo, ai sensi dell’art. 2 Cost. La riforma del diritto di famiglia del 1975, pur non contenendo alcun riferimento esplicito alla famiglia di fatto, viene ad accelerare tale evoluzione di idee: nella rinnovata normativa emerge un diverso modello familiare, aperto e comunitario, una sicura valutazione dell’elemento affettivo, rispetto ai vincoli formali e coercitivi, l’eliminazione di gran parte delle discriminazioni della filiazione naturale rispetto a quella legittima. E talora si ritiene attribuita rilevanza giuridica alla famiglia di fatto, in presenza di figli, con riferimento all’art. 317 bis c.c., ove si precisa che i genitori naturali, se conviventi, esercitano congiuntamente la potestà.

Nella specie, la Corte d’Appello accerta l’instaurazione di un rapporto stabile di convivenza della L. con altro uomo: questi ha dato un apporto notevole al menage familiare, mettendo a disposizione per la convivenza un’abitazione di (OMISSIS), proprietà di una s.r.l. di cui egli detiene il 99% delle quote, la coppia ha avuto due figli, in un breve lasso di tempo (2001 – 2003); durante la convivenza matrimoniale non erano nati figli.

Presume la Corte di merito che gli impegni connessi alla maternità ed all’accudimento dei bambini, ancora in tenera età, abbiano impedito “il collocamento nel mondo del lavoro della L.”;

Ritiene peraltro che, benchè la volontarietà di alcune scelte di vita della L. (l’instaurazione della convivenza, la nascita dei figli, etc.), non possa farsi ricadere sul coniuge, tuttavia la sperequazione dei mezzi di questa di fronte alle disponibilità economiche del F. – che già caratterizzavano il tenore di vita durante la convivenza matrimoniale – giustifichi la corresponsione di un assegno divorzile a carico dell’ex coniuge. l’argomentazione del Giudice a quo è palesemente erronea.

E’ vero che giurisprudenza consolidata di questa Corte (tra le altre, da ultimo, Cass. n 23968/2010) afferma che la mera convivenza del coniuge con altra persona non incide di per sè direttamente sull’assegno di mantenimento. E tuttavia, ove tale convivenza assuma i connotati di stabilità e continuità, e i conviventi elaborino un progetto ed un modello di vita in comune (analogo a quello che; di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio: come già si diceva, arricchimento e potenziamento reciproco della personalità dei conviventi, e trasmissione di valori educativi ai figli (non si deve dimenticare che obblighi e diritti dei genitori nei confronti dei figli sono assolutamente identici, ai sensi dell’art. 30 Cost. e art. 261 c.c., in ambito matrimoniale e fuori dal matrimonio), la mera convivenza si trasforma in una vera e propria famiglia di fatto (al riguardo, Cass., n. 4761/1993).

A quel punto il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei partner non può che venir meno di fronte: all’esistenza di una famiglia, ancorchè di fatto. Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso (v. s.u. 2 punto Cass. 2003 n. 11975).

E’ evidente peraltro che non vi è nè identità, nè analogia tra il nuovo matrimonio del coniuge divorziato, che fa automaticamente cessare il suo diritto all’assegno, e la fattispecie in esame, che necessita di un accertamento e di una pronuncia giurisdizionale. Come talora questa Corte ha precisato (al riguardo, tra le altre, Cass. n. 3503/1998), si tratta, in sostanza, di quiescenza del diritto all’assegno, che potrebbe riproporsi, in caso di rottura della convivenza tra i familiari di fatto, com’è noto effettuabile ad nutum, ed in assenza di una normativa specifica, estranea al nostro ordinamento, che non prevede garanzia alcuna per l’ex familiare di fatto (salvo eventuali accordi economici stipulati tra i conviventi stessi).

Va pertanto accolto il primo motivo di ricorso, assorbente rispetto agli altri, attinenti alla quantificazione dell’assegno e al regime delle spese processuali cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, che esaminerà il merito della causa, attenendosi ai principii suindicati e pure si pronuncerà sulle spese del presente giudizio di legittimità.

 P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso, assorbiti gli altri;

cassa la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione, che pure si pronuncerà sulle spese del presente giudizio di legittimità.

Separazioni: il provvedimento del Giudice è titolo esecutivo solo per le spese mediche e scolastiche ordinarie (Cass. 11316/11)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 21 aprile – 23 maggio 2011, n. 11316

Presidente Trifone – Relatore De Stefano

Svolgimento del processo

1.1. M.C. si è opposto al precetto di pagamento di Euro 901,44 (oltre ulteriori interessi e spese), intimatogli addì 11.12.07 dalla moglie G.M.S. quale quota di contribuzione alle spese mediche e scolastiche dei figli a lei affidati e posta a carico del marito con il provvedimento di separazione consensuale, dolendosi: della mancata considerazione del pregresso pagamento di Euro 400 in acconto del dovuto; della mancata notifica del titolo esecutivo; della carenza di titolo esecutivo.

1.2. Oppostasi l’intimante, il giudice di pace di Taverna ha, con sentenza n. 23/08 pubbl. il 17.10.08, respinto l’opposizione, ritenendo sussistente il titolo esecutivo anche per il tipo di spese poste a base dell’opposto precetto e negando la prova dell’imputazione dell’acconto prospettata dall’opponente, con condanna di questi alle spese.

1.3. Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione il M., affidandosi a tre motivi; ma non deposita controricorso l’intimata.

 Motivi della decisione

 2. Il ricorrente formula tre motivi ed in particolare:

2.1. con un primo motivo, di violazione dell’art. 474 cod. proc. civ. e vizio di motivazione, lamenta che le somme non corrisposte a titolo di rimborso spese, rese oggetto dell’atto di precetto, non costituiscono un diritto certo, liquido ed esigibile; e formula il prescritto quesito in ordine al profilo di violazione di legge;

2.2. con un secondo motivo, di violazione degli artt. 479 comma primo e 480 commi primo e secondo cod. proc. civ. e vizio di motivazione, censura la preterizione della questione sulla nullità derivante dalla mancata notificazione del titolo in forma esecutiva; e formula il prescritto quesito in ordine al profilo di violazione di legge;

2.3. con un terzo motivo, di vizio di motivazione, si duole in ordine al mancato scomputo dalla somma precettata di quanto pagato nelle more.

3. Ritiene il collegio che il ricorso non possa essere accolto.

4. In particolare, il primo motivo non è fondato, benché sia necessario correggere la motivazione della sentenza gravata, ai sensi dell’art. 384, ultimo comma, cod. proc. civ.; ed al riguardo:

4.1. per principio generale, il creditore che abbia ottenuto una pronuncia di condanna nei confronti del debitore ha esaurito il suo diritto di azione e non può, per difetto di interesse, richiedere ex novo un altro titolo (quale il decreto ingiuntivo) contro il medesimo debitore per lo stesso titolo e lo stesso oggetto, benché all’imprescindibile condizione che l’oggetto della condanna sia idoneamente delimitato e quantificato (tra le altre, in ordine agli obblighi idoneamente identificati in un simile provvedimento: Cass. 10 settembre 2004, n. 18248; Cass. 30 giugno 2006, n. 15084), o, a tutto concedere, delimitabile o quantificabile in forza di elementi idoneamente indicati nel titolo stesso ed all’esito di operazioni meramente materiali o aritmetiche (tra le molte: Cass. 8 luglio 1977, n. 3050; Cass. 1 giugno 2005, n. 11677; Cass. 2 aprile 2009, n. 8067; Cass. 30 novembre 2010, n. 24242; Cass. 5 febbraio 2011, n. 2816);

4.2. ed è poi vero che questa stessa Corte ha affermato che il provvedimento giudiziario con cui in sede di separazione personale si stabilisca, ai sensi dell’art. 155 secondo comma cod. civ., quale modo di contribuire al mantenimento dei figli, che il genitore affidatario paghi, sia pure pro quota, le spese straordinarie (senza altra specificazione) relative ai figli, richiede, nell’ipotesi di non spontanea attuazione da parte dell’obbligato ed al fine di legittimare l’esecuzione forzata, stante il disposto dell’art. 474, primo comma, cod. proc. civ., un ulteriore intervento del giudice, volto ad accertare l’avveramento dell’evento futuro e incerto cui è subordinata l’efficacia della condanna, ossia l’effettiva sopravvenienza degli specifici esborsi contemplati dal titolo e la relativa entità, non suscettibili di essere desunte sulla base degli elementi di fatto contenuti nella prima pronuncia (Cass. 28 gennaio 2008, n. 1758);

4.3. e tuttavia evidenti minimali esigenze di effettività della tutela del titolare del particolare credito alimentare di cui sì discute impongono, ad avviso del collegio e se non altro con riferimento allo specifico caso in esame, di escludere l’applicazione di tale rigorosa conclusione alle spese mediche e scolastiche ordinarie, in sé sole considerate (quali quelle per cui pacificamente è causa nel caso di specie e con esclusione quindi di spese “straordinarie” intese in senso residuale ed onnicomprensivo) e se opportunamente documentate, perché il titolo esecutivo originario riguarda un credito comunque certo ab origine, oggettivamente determinabile e liquidabile sulla base di criteri oggettivi;

4.4. può infatti dirsi che la contribuzione alle (sole) spese mediche e scolastiche ordinarie non si riferisca a fatti meramente eventuali, né a fatti od eventi qualificabili come straordinari, vale a dire come imprevedibili ed ipotetici: poiché invero ai genitori incombe, quale dovere generalissimo, quello di mantenere, istruire ed educare la prole, ai sensi dell’art. 148 cod. civ., può al contrario qualificarsi normale, secondo nozioni di comune esperienza, la necessità di esborsi costanti per l’istruzione, atteso che anche quella pubblica li richiede in misura sempre più notevole in rapporto al grado della scuola od istituzione superiore od universitaria frequentata; e rientra nel novero degli eventi classificabili quali statisticamente ordinari o frequenti pure la necessità di esborsi, di cui è variabile effettivamente soltanto la misura e l’entità in rapporto alla perturbazione dello stato di piena salute, per prestazioni mediche, generiche o specialistiche, attesa la normalità del ricorso a queste ultime, anche solo per controlli periodici o di routine;

4.5. la contribuzione del genitore è quindi riferita, per le spese meramente mediche e scolastiche (e non anche per quelle genericamente indicate come straordinarie e comunque diverse ed ulteriori), ad eventi di probabilità tale da potersi definire sostanzialmente certi e ad esborsi da ritenersi indeterminati soltanto nel quando e nel quantum;

4.6. la determinazione del quantum di tali spese mediche e scolastiche è poi oggettivamente agevole, una volta conseguita la loro prova con documentazione di spesa rilasciata da strutture pubbliche – attesa la natura della funzione da esse esercitata e la particolare attendibilità da riconoscersi, in via di principio e impregiudicata la possibilità di una loro contestazione, ai documenti da esse rilasciati – o da altri soggetti che siano specificamente indicati nel titolo o concordati preventivamente tra i coniugi;

4.7. certamente, attesa la notorietà dell’evenienza di un’esasperata conflittualità tra i coniugi in fase di separazione, il provvedimento di affidamento bene ed opportunamente potrebbe prevedere già dalla sua formazione in modo espresso una tale modalità od altra equipollente, per soddisfare l’esigenza di prevenire quanto più possibile le occasioni future di scontro tra i coniugi in fase di separazione o divorzio e la moltiplicazione – non indispensabile – di disagi e dispendi di energie, non solo processuali, nelle fasi e nei tempi successivi;

4.8. nondimeno, poiché una tale modalità (determinazione del quantum sulla base di documentazione rilasciata da strutture pubbliche od altri soggetti specificamente indicati nel titolo o concordati tra i coniugi) corrisponde – anche in tal caso per nozioni di comune esperienza – a criteri di ordinaria frequenza statistica, la medesima può prendersi a base quale implicito elemento estrinseco al titolo, ma da esso evidentemente presupposto, idoneo a completarne il comando e ad evitare la necessità, il disagio ed il dispendio di nuovi reiterati preventivi ricorsi al giudice della cognizione, se non altro tutte le volte che si tratti di spese mediche o sanitarie o scolastiche ordinarie, come è pacifico trattarsi nel caso di specie;

4.9. beninteso, resta del tutto impregiudicato il diritto del genitore obbligato di contestare la riferibilità dell’esborso alla categoria delle spese alla cui contribuzione egli è assoggettato, vuoi perché si metta in dubbio la sussistenza del fatto costitutivo con la doglianza sulla sussistenza stessa dell’esborso, ovvero sulla qualificazione della spesa come medico-sanitaria o scolastica necessaria (ad es., spese meramente voluttuarie, quali un intervento meramente estetico o un corso non finalizzato ad esigenze di istruzione, ma di mero svago od intrattenimento), vuoi perché si lamenti la violazione delle modalità di decisione sulle attività cui le spese si riferiscono (dovendo comunque quelle di maggiore interesse, ai sensi del comma terzo dell’art. 155 cod. civ., spettare al comune accordo dei genitori, salva diversa disposizione del giudice: Cass. 28 gennaio 2009, n. 2182), o per altra ragione: ma tale diritto può bene estrinsecarsi quale contestazione del diritto del creditore ad agire in via esecutiva e quindi nelle forme dell’opposizione all’esecuzione, a precetto o a pignoramento;

4.10. si rende così meramente eventuale la fase di contestazione giudiziale e la si riserva alle effettive ipotesi di oggettiva controvertibilità, scongiurando l’ineluttabilità di un ricorso preventivo ed obbligatorio al giudice della cognizione per la formazione di altro titolo esecutivo; del resto, dal rischio di abuso da parte del genitore affidatario l’altro è adeguatamente tutelato, sia pure a prezzo di dispiegare l’opposizione, dalla responsabilità aggravata del creditore che abbia agito in via esecutiva senza la normale prudenza, già prevista dall’attuale formulazione dell’art. 96, comma secondo, cod. proc. civ. (e salva pure l’applicabilità del terzo comma di tale norma, come introdotto dalla legge 18 giugno 2009, n. 69);

4.11. in definitiva, ritiene il collegio che, in adeguamento dei principi generali di cui al punto 4.1. alle peculiarità delle esecuzioni in materia di diritto di famiglia, la conclusione rigorosa di Cass., n. 1758 del 2008, della necessità di un indefinito reiterato ed ulteriore ricorso al giudice della cognizione per la formazione di una pluralità di nuovi titoli esecutivi, va allora temperata e mantenuta ferma con riferimento alle sole spese effettivamente straordinarie e diverse da quelle medico-sanitarie e scolastiche, siccome riguardanti eventi il cui accadimento sia oggettivamente incerto: al contrario, il provvedimento con cui in sede di separazione (non importa se consensuale o giudiziale, ovvero se provvisorio o definitivo, oppure se presidenziale o meno) si stabilisca, ai sensi dell’art. 155 secondo comma c.c., quale modo di contribuire al mantenimento dei figli, che il genitore non affidatario paghi, sia pure pro quota, le spese mediche e scolastiche ordinarie relative ai figli, costituisce esso stesso titolo esecutivo e non richiede, nell’ipotesi di non spontanea ottemperanza da parte dell’obbligato ed al fine di legittimare l’esecuzione forzata, un ulteriore intervento del giudice, qualora il genitore creditore possa allegare ed opportunamente documentare l’effettiva sopravvenienza degli specifici esborsi contemplati dal titolo e la relativa entità; ed impregiudicato beninteso il diritto dell’altro genitore di contestare – ex post ed in sede di opposizione all’esecuzione, dopo l’intimazione del precetto o l’inizio dell’espropriazione – la sussistenza del diritto di credito per la non riconducibilità degli esborsi a spese necessarie o per violazione delle modalità di individuazione dei bisogni del minore;

4.12. in tali sensi integrata o corretta la motivazione della gravata sentenza, può così rigettarsi il motivo di ricorso relativo alla carenza di valido titolo esecutivo, quest’ultimo effettivamente ravvisandosi nel provvedimento di determinazione delle modalità di contribuzione alle spese per i figli affidati ad uno solo dei genitori.

5. Sono invece inammissibili gli altri due motivi di ricorso:

5.1. quanto al secondo, non viene analiticamente riportata o trascritta, in violazione del principio di autosufficienza, la relata di notifica, nonostante i relativi passaggi fossero indispensabili per la concreta individuazione dell’atto notificato, come operata con la pubblica fede che normalmente assiste ogni atto pubblico;

d’altra parte, non è neppure indicato o prodotto separatamente l’atto notificato, in violazione dell’art. 366 n. 6 cod. proc. civ., nel testo novellato dal decreto legislativo 40 del 2006, applicabile alla fattispecie ratione temporis: tanto non potendo evincersi dal generico riferimento al fascicolo di primo grado contenuto nell’indice in calce al ricorso introduttivo del presente giudizio di cassazione;

5.2. quanto al terzo, ai sensi del capoverso dell’art. 366-bis cod. proc. civ. – ancora applicabile (nonostante la sua successiva abrogazione) alla fattispecie in ragione della data di pubblicazione del provvedimento impugnato, stando alla disciplina transitoria dell’art. 58 della legge 18 giugno 2009, n. 69 – è necessario un momento di riepilogo o di sintesi per le doglianze di vizio di motivazione (Cass. 18 luglio 2007, ord. n. 16002; Cass. Sez. Un., 1 ottobre 2007, n. 20603; tra le ultime: Cass. 30 dicembre 2009, ord. n. 27680), occorrendo la formulazione conclusiva e riassuntiva di uno specifico passaggio espositivo del ricorso che indichi in modo sintetico, evidente ed autonomo, chiaramente il fatto controverso in riferimento al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, come pure le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione (tra le altre, v. le citate Cass., ord. n. 16002 del 2007 e Cass., ord. n. 27680 del 2009}; e, nel caso di specie, tale passaggio conclusivo sintetico manca del tutto.

6. In conclusione, sia pure con la correzione della motivazione in ordine al primo motivo di ricorso, la gravata sentenza non può essere cassata ed il ricorso va rigettato; e non vi è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di legittimità, non avendo parte intimata svolto attività difensiva.

 P.Q.M.

 La Corte rigetta il ricorso; nulla per le spese.

Divorzi: assegno di mantenimento ridotto per il matrimonio breve (Cass. 10644/2011)

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 1° febbraio – 13 maggio 2011, n. 10644

Presidente Luccioli– Relatore Dogliotti

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato in data 29-5-1998, P.G. chiedeva pronunciarsi cessazione degli effetti civili del matrimonio, contratto con C.M.C..

Costituitosi il contraddittorio, la C. chiedeva assegno per sé.

Il Tribunale di Salerno, con sentenza in data 4-3-2004, dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio tra le parti e condannava il P. a corrispondere alla C. assegno mensile di Euro 450,00.

Proponeva appello il P., chiedendo revocarsi l’assegno o in subordine ridursi il relativo importo.

Costituitosi il contraddittorio, la C. chiedeva rigettarsi l’appello.

La Corte d’Appello di Salerno, con sentenza in data 3 gennaio 2006, in parziale accoglimento dell’appello proposto, riduceva l’importo dell’assegno a carico del P. ad Euro 200,00 mensili.

Ricorre per cassazione il P., sulla base di due motivi.

Non si è costituita la controparte.

Il P. ha depositato memoria per l’udienza.

 Motivi della decisione

 Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione o falsa applicazione dell’art.  l. divorzio, come modificato dall’art. 10 l. n. 74 del 1987; con il secondo, omessa valutazione delle risultanze processuali, omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione della sentenza impugnata. Non si ravvisa violazione alcuna di legge. Il Giudice a quo fa corretta applicazione dei presupposti di legge relativi all’assegno di divorzio e richiama la giurisprudenza consolidata di questa Corte, per cui l’inadeguatezza dei mezzi va rapportata al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale. E a tal proposito, il Giudice, in mancanza di prova sul punto, da parte del richiedente, può fare riferimento, quale elemento presuntivo di valutazione del pregresso tenore di vita, alla situazione economica delle parti (al riguardo, tra le altre, Cass. 13169/04).

Con motivazione congrua e non illogica, sulla base dell’istruttoria espletata, il giudice a quo ha esaminato in modo analitico e circostanziato le condizioni economiche delle parti, riferendosi in particolare alla C., non disoccupata, ma con un reddito da lavoro modesto, notevolmente inferiore a quello del P., e ha ritenuto che l’odierna intimata abbia diritto all’assegno. Ai fini della quantificazione di esso, la sentenza impugnata ha considerato vari elementi, tra cui, specificamente, la durata assai breve del matrimonio, l’indeterminato e indeterminabile contributo alla vita matrimoniale da parte della C. stessa, e, quanto al P., la necessità di questo di provvedere al mantenimento di un figlio nato da una convivenza more uxorio.

Considerando tutti questi elementi, che costituiscono oggetto di una valutazione di fatto, insuscettibile di controllo in questa sede, il Giudice a quo ha rideterminato l’importo dell’assegno nella modesta cifra mensile di Euro 200,00. Vanno pertanto rigettati, siccome infondati, i motivi proposti. Nulla sulle spese, non essendosi costituita l’intimata.

 P.Q.M.

 La Corte rigetta il ricorso.

Separazione: il coniuge che convive può perdere casa e assegno (Cass. 9942/2011)

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 31 marzo – 5 maggio 2011; n. 9942

Presidente Luccioli – Relatore Felicetti

Fatto e diritto

 Ritenuto che ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. il relatore nominato per l’esame del ricorso ha depositato la seguente relazione:

“A seguito della proposizione di giudizio di divorzio fra M.D. e L..F. il tribunale di Taranto pronunciava lo scioglimento del matrimonio con sentenza non definitiva e successivamente, con sentenza definitiva, affidava a entrambi i genitori le figlie minori, confermando la prevalente convivenza presso la madre già in atto e negando alla M. l’assegnazione della casa coniugale, essendosene allontanata perché convivente con un nuovo compagno e non, come da essa dedotto, per la sua sopraggiunta inabitabilità per la mancanza dei lavori di manutenzione da parte del coniuge, che ne era proprietario. Attribuiva alla M. un assegno di Euro 800,00 per il mantenimento delle figlie e rigettava la domanda di un assegno di divorzio, stante la convivenza “more uxorio” da essa intrapresa. Avverso la sentenza la M. proponeva appello, sia in relazione alla mancata assegnazione della casa coniugale, sia in relazione alla quantificazione dell’assegno per le minori, sia in relazione al rigetto della domanda relativa all’assegno divorzile. La Corte d’appello, con sentenza depositata il 7 novembre 2009, notificata il 4 dicembre 2009, rigettava il gravame. Avverso tale sentenza ricorre a questa Corte la M., con atto notificato alla controparte il 2 febbraio 2010, formulando due motivi. La parte intimata non ha controdedotto.

Con il primo motivo si denuncia, in relazione al diniego dell’assegnazione della casa coniugale, la violazione dell’art. 155 quater cod. civ., per non avere la sentenza impugnata tenuto conto, nel rigettare la domanda di assegnazione, dell’interesse delle minori. Si deduce, ai sensi dell’art. 36 0 bis c.p.c., il contrasto con l’orientamento in proposito di questa Corte, menzionandosi la sentenza n. 26574 del 2007, nonché della Corte costituzionale, menzionandosi la sentenza n. 308 del 2008.

Con il secondo motivo si denuncia, in relazione al diniego dell’assegno di divorzio, la violazione dell’art. 9 della legge n. 898 del 1970, essendo esso motivato in relazione all’esaurimento del rapporto fra i due ex coniugi a seguito dell’instaurazione di una convivenza “more uxorio” e la nascita, a seguito di essa, di un figlio. Si deduce, ai sensi dell’art. 36 0 bis, il contrasto con l’orientamento di questa Corte in proposito, menzionandosi la sentenza n. 12557 del 2004.

Considerato che il primo motivo appare manifestamente infondato, non essendosi la sentenza impugnata posta in contrasto con l’orientamento di questa Corte riguardo all’assegnazione della casa coniugale, avendo accertato in fatto che la ricorrente aveva da molti anni dal momento della domanda abbandonato la casa coniugale per intraprendere la convivenza con altro uomo, ormai consolidata anche con la procreazione di un figlio, cosicché non esistendo più una “casa coniugale” non era luogo a farsi assegnazione di essa.

Considerato che il secondo motivo è inammissibile, per essere stata allegata, a suo sostegno, la violazione dell’art. 9 della legge n. 898 del 1970 – che riguarda le modifiche delle condizioni di divorzio, non le condizioni per l’attribuzione dell’assegno di divorzio – e dei principi ^ stabiliti con una sentenza (n. 12557 del 2 004) che a sua volta non attiene al diritto all’attribuzione dell’assegno di divorzio, bensì alla perdita dello stesso a seguito del successivo inizio di una convivenza “more uxorio”, così inadeguatamente censurandosi la “ratio” della sentenza impugnata in mancanza di deduzioni circa l’esistenza, secondo la normativa dell’art. 5 della legge n. 898 del 1970 e la giurisprudenza in proposito, delle condizioni per l’attribuzione dell’assegno in questione.

Visto l’art. 360 bis, nonché gli artt. 375 e 380 bis c.p.c., propone la fissazione del ricorso per la decisione in camera di consiglio per la dichiarazione di manifesta infondatezza”.

Considerato che il ricorso è stato fissato per l’esame in camera di consiglio e il collegio ha condiviso la relazione e la proposta del relatore;

che nulla va statuito sulle spese.

 P.Q.M.

 La Corte di cassazione rigetta il ricorso.

Non paga il canone di locazione il separato “di fatto” (Cassazione 1423/2011)

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 15 dicembre 2010 – 21 gennaio 2011, n. 1423
Presidente Relatore Filadoro

Svolgimento del processo

Con sentenza 20 ottobre 2005 la Corte di Appello di Potenza in parziale riforma della decisione del locale Tribunale del 19 novembre 2003, depositata il 19 maggio 2004, condannava G. M. in solido con R. I. (già condannata dal primo giudice) a pagare a A. N. i canoni di locazione relativi all’appartamento sito in … fino alla data dell’effettivo rilascio da parte della I..
L’appellante N. aveva censurato la decisione di primo grado nella parte in cui il Tribunale – sul presupposto della carenza di legittimazione passiva del M. – aveva condannato la conduttrice I. (coniuge del M., separata di fatto) a pagare le spese dei due giudizi riuniti e non aveva condannato il M. al pagamento dei canoni, scaduti, in solido con la I., dichiarando cessata la materia del contendere in ordine allo sfratto per finita locazione.
Osservavano i giudici di appello che, in effetti, l’appartamento di proprietà della N., dopo la separazione di fatto dei coniugi I. – M., era rimasto in godimento della moglie, fino al momento della separazione legale in cui lo stesso era stato assegnato formalmente alla moglie, con provvedimento presidenziale del 15 maggio 2001.
Ciò che rilevava, tuttavia, nel caso di specie era che “la condotta del M. era tale da ingenerare il più che giustificato affidamento, da parte della N., sulla persistente volontà del conduttore (M.) di mantenere l’intestazione del contratto, a prescindere dal fatto di continuare ad abitare nell’immobile locatogli”.
Da tali premesse, la Corte territoriale traeva la conseguenza che il M. era da considerarsi ancora parte del contratto di locazione e perciò legittimato passivo in entrambi i giudizi riuniti (quello di sfratto per morosità e quello di rilascio dell’immobile).
In parziale riforma della decisione di primo grado, pertanto, la Corte d’appello di Potenza condannava anche il M. al pagamento di tutti canoni maturati fino alla data dell’effettivo rilascio, in solido con la I..
Avverso tale decisione il M. ha proposto ricorso per cassazione sorretto da due motivi, illustrato da memoria.
Resiste la N. con controricorso.

Motivi della decisione

Deve innanzi tutto essere esaminata la eccezione di inammissibilità del ricorso proposta dalla N. sotto diversi aspetti:
1 – per essere stato il ricorso per cassazione notificato oltre l’anno dalla pubblicazione della sentenza (non essendo applicabile alla materia degli sfratti per morosità e per finita locazione) la sospensione dei termini feriali di cui alla L. 7 ottobre 1969, n. 742 (art. 92 ordinamento giudiziario L. 30 gennaio 1941 n. 12).
L’eccezione è infondata.
Nel procedimento di convalida di licenza per finita locazione o di sfratto, la sospensione dei termini durante il periodo feriale resta esclusa, in forza della deroga contenuta nella L. 7 ottobre 1969, n. 742, art. 3 in relazione all’art. 92 o.g. (R.D. 30 gennaio 1941, n. 12) solo per la fase sommaria di esso, la quale si conclude, nel caso di opposizione dell’intimato, con la pronuncia o il diniego dell’ordinanza di rilascio e che presenta per sua natura carattere di urgenza, mentre trova applicazione, ai sensi del principio generale stabilito dalla L. n. 742 del 1969, art. 1 per la successiva fase a rito ordinario salvo che l’urgenza sia dichiarata con apposito provvedimento.(Cass. 21 gennaio 2000 n. 677, 29 maggio 2003 n. 8644, 7 luglio 2005 n. 14304, 4 giugno 2009 n. 12880).
2 – per non essere stato il ricorso per cassazione notificato anche alla I., pure indicata come litisconsorte processuale necessaria dall’attuale ricorrente.
Anche questo rilievo è infondato.
A prescindere da quanto osservato in ordine al primo motivo di ricorso, va rilevato come, a seguito della ordinanza di questa Corte dell’8 aprile 2010, il ricorrente M. abbia tempestivamente provveduto alla notifica del ricorso, depositando in cancelleria originale della ricevuta di ritorno del 24 maggio 2010.
3 – infine, la controricorrente deduce la inammissibilità del ricorso per la mancanza di esplicito quesito di diritto (ex art. 366 bis c.p.c.).
Sul punto, è appena il caso di rilevare che la sentenza è stata pubblicata prima del 2 marzo 2006. Donde la inapplicabilità delle nuove norme introdotte con D.Lgs. n. 40 del 2006.
Deve escludersi, pertanto, la fondatezza della eccezione sollevata dalla controricorrente in ordine alla inammissibilità del ricorso per cassazione in quanto sprovvisto di specifico quesito di diritto.
Peraltro, deve rilevarsi la assoluta infondatezza della tesi – sostenuta nella memoria ex art. 378 c.p.c. prodotta dal M. – secondo la quale la disposizione dell’art. 366 bis c.p.c. (erroneamente ritenuta applicabile in questo caso, nonostante la data di deposito della pronuncia impugnata sia anteriore al 2 marzo 2006: 20 ottobre 2005) dovrebbe, comunque, ritenersi abrogata in conseguenza della nuova formulazione dell’art. 360 bis c.p.c. contenuta dalla L. n. 69 del 2009, art. 47.
Si richiama la giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 26364 del 16 dicembre 2009) per cui:
“In tema di quesito di diritto la L. n. 69 del 2009, art. 47 con il quale è stato abrogato l’art. 366 bis cod. proc. civ., si applica, per effetto della disposizione transitoria contenuta nell’art. 58, comma 5, della medesima legge, solo con riferimento alle controversie nelle quali il provvedimento impugnato con il ricorso per cassazione sia stato pubblicato successivamente alla data di entrata in vigore della legge, dovendosi ritenere manifestamente infondato il dubbio di legittimità costituzionale di tale disposizione per contrasto con l’art. 3 Cost., in quanto rientra nella discrezionalità del legislatore disciplinare nel tempo l’applicabilità delle disposizioni processuali e non appare irragionevole il mantenimento della pregressa disciplina per i ricorsi per cassazione promossi avverso provvedimenti pubblicati prima dell’entrata in vigore della novella”.
4. Il ricorso per cassazione è dunque ammissibile.
5. Con il primo motivo il ricorrente denuncia nullità della sentenza impugnata, non essendo indicata – quale parte appellata – I. R., litisconsorte necessaria, alla quale peraltro era stato notificato l’atto di appello presso lo studio del difensore.
La censura è infondata.
Si richiama sul punto la consolidata giurisprudenza di questa Corte, in base alla quale (Cass. 24 agosto 2007 n. 17957): “Poiché l’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 2 non prevede il requisito della indicazione delle parti, a pena di nullità, la mancanza della indicazione espressa di una delle parti o di tutte nella sentenza (e precisamente tanto nella sua intestazione, quanto nella parte descrittiva dello svolgimento processuale, quanto nella parte motivazionale) puo’ determinare una nullità solo ai sensi dell’art. 156 cod. proc. civ., comma 2 cioè se l’atto – sentenza è inidoneo al raggiungimento dello scopo”. (v. anche Cass. 21 febbraio 2006 n. 3737)
Ed ancora (Cass. 25 agosto 2006 n. 18513):”La mancata indicazione della parte contumace nell’epigrafe della sentenza, e la mancata dichiarazione di contumacia della stessa, non incidono sulla regolarità del contraddittorio ove risulti che la parte sia stata regolarmente citata in giudizio, configurandosi come una fattispecie di mero errore materiale, emendabile con la apposita procedura”.
Nel caso di specie, nel giudizio di appello, nessuna domanda era stata proposta nei confronti della I. da parte della appellante N., con l’atto di impugnazione (a pagina 6 della sentenza impugnata si da atto che l’appello era stato notificato anche alla I., ma che la condanna della I. non era stata oggetto di gravame da parte della stessa – unica interessata a proporre impugnazione in relazione alla sua condanna – : con la conseguenza che sul punto la sentenza di primo grado doveva considerarsi passata in giudicato). Nessuna pronuncia in ordine alle spese è stata adottata nei confronti della I. per quanto riguarda il giudizio di appello (ed essendosi la Corte territoriale limitata a condannare in solido il M. al pagamento delle spese del giudizio di primo grado in favore della N., poste ad esclusivo carico della I. dal Tribunale potentino).
6. Fondato è invece il secondo motivo di ricorso.
Con il secondo motivo si deduce la violazione o falsa applicazione di norme di diritto e omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.
Le disposizioni applicabili al caso di specie non erano quelle introdotte con la L. n. 431 del 1998, entrate in vigore il 30 dicembre 1998, ma quelle di cui alla L. n. 392 del 1978 che continuano ad applicarsi ai contratti in essere per la loro intera durata ed ai giudizi in corso alla data di entrata in vigore della L. del 1998.
Ai sensi della L. n. 392 del 1978, art. 6, comma 3, nella formulazione risultante dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 404 del 1988, il coniuge separato di fatto succede nel contratto di locazione al coniuge che ne sia conduttore se tra i due sia stato così convenuto.
Pertanto, ogni pretesa della locatrice avrebbe dovuto rivolgersi unicamente nei confronti della I., e non del M., estraneo al rapporto di locazione.
Le censure formulate con questo mezzo di impugnazione sono fondate.
I principi esposti dal ricorrente sono in linea coni la consolidata giurisprudenza di questa Corte, dopo la pronuncia della Corte Costituzionale sopra richiamata.
La L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 6 nel disporre che “in caso di separazione personale … nel contratto di locazione succede al conduttore l’altro coniuge, se il diritto di abitare nella casa familiare sia stato attribuito dal giudice a quest’ultimo” non modifica la natura del rapporto e la natura del diritto in base al quale il conduttore detiene la cosa locata, ma solo consente a soggetto diverso dall’originario conduttore di sostituirsi nella titolarità del contratto, con attribuzione dei relativi diritti ed assunzione delle obbligazioni che ne derivano.
Va rilevato che, senza contestare specificamente i principi giurisprudenziali ora esposti, la Corte territoriale ha accolto la pretesa della N. sulla base di un ordine di considerazioni del tutto diverso.
Hanno sottolineato i giudici di appello che il M., anche dopo la separazione legale e la assegnazione dell’alloggio alla I., aveva continuato a pagare direttamente i canoni di locazione alla proprietaria.
Questo comportamento, ad avviso della Corte territoriale, avrebbe determinato nella N. il “giustificato affidamento…sulla persistente volontà del conduttore di mantenere la intestazione del contratto, a prescindere dal fatto di continuare ad abitare nell’immobile locatogli.
E poichè la locazione di un appartamento ben può persistere immutata “ex parte conductoris” anche quando l’affittuario materialmente non vi abiti, non deve sorprendere che il prolungato pagamento dei canoni da parte del M. lasciasse incolpevolmente intendere alla N. che costui voleva mantenere la titolarità del rapporto”.
La decisione adottata dai giudici di appello deve essere cassata sul punto, in accoglimento del ricorso proposto.
Infatti, la sostituzione della persona del conduttore, in caso di separazione legale tra coniugi avviene “ex lege” e dunque alla persona del conduttore si sostituisce quella del coniuge assegnatario dell’appartamento.
Non ritiene, pertanto, il Collegio che nel caso di specie possano trovare applicazione i principi dell’apparenza del diritto, che sono stati elaborati dalla giurisprudenza soprattutto nella materia della rappresentanza negoziale.
Come riconosciuto dalla giurisprudenza di questa Corte, a seguito della assegnazione dell’appartamento coniugale ad uno dei coniugi, cessa il rapporto di locazione in capo all’altro coniuge.
“Il provvedimento del giudice della separazione determina una cessione “ex lege” del contratto a favore del coniuge assegnatario che succede, pertanto, nella posizione di conduttore della casa coniugale con la conseguenza che il rapporto in capo al coniuge originario conduttore si estingue” (Cass. 17 luglio 2008 n. 19691).
Nello stesso senso: “In tema di separazione personale dei coniugi, il provvedimento di assegnazione della casa familiare determina una cessione “ex lege” del relativo contratto di locazione a favore del coniuge assegnatario e l’estinzione del rapporto in capo al coniuge che ne fosse originariamente conduttore; tale estinzione si verifica anche nell’ipotesi in cui entrambi i coniugi abbiano sottoscritto il contratto di locazione, succedendo in tal caso l’assegnatario nella quota ideale dell’altro coniuge”. (Cass. 30 aprile 2009 n. 10104).
Tra l’altro, il ricorrente contesta recisamente la affermazione – pure contenuta nella sentenza di appello secondo la quale egli non avrebbe inviato una formale dichiarazione, diretta alla N., in ordine al subentro della I. nel rapporto locativo per effetto, prima, della separazione di fatto e, successivamente, della separazione giudiziale (richiamando le lettere raccomandate del 25 febbraio 2000 e 15 novembre 2001, dirette alla N.).
Evidentemente la comunicazione del subingresso della I. nel contratto di locazione si pone in netto contrasto con l’accoglimento della tesi della apparenza dei diritto (e dunque della conservazione della posizione di parte del rapporto di locazione in capo al M. anche dopo la separazione dei coniugi).
Il ricorso deve pertanto essere accolto, nei limiti sopra indicati.
La sentenza deve essere cassata senza rinvio, non essendovi necessità di ulteriori accertamenti di fatto.
La domanda della N. nei confronti del M. deve pertanto essere rigettata, con la compensazione delle spese dell’intero giudizio tra la N. ed il M..
Devono mantenersi ferme le statuizioni relative alle spese tra la I. e la N. già adottate con le sentenza di primo grado.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso.
Cassa senza rinvio la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda di N. A. nei confronti di M. G..
Compensa le spese dell’intero giudizio tra queste parti (mantenendo ferma la statuizione sulle spese tra I. e N. adottata dal giudice di primo grado).

Matrimonio e separazione: il coniuge adultero evita l’addebito se il vincolo conuigale era già in crisi (Cassazione 2093/2011)

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 14 dicembre 2010 – 28 gennaio 2011, n. 2093
Presidente Luccioli – Relatore Cultrera

In fatto e in diritto

La Corte d’appello di Roma, con sentenza depositata il 7 marzo 2007, in parziale riforma di precedente pronuncia del Tribunale di Latina che pronunciando la separazione personale tra L.N.  e M.G.  con addebito a quest’ultima, ha affidato i figli al padre, attribuendogli la casa coniugale, ed onerandolo dell’obbligo di corrispondere alla moglie assegno alimentare in Euro 350,00 mensili, ha escluso l’addebito alla M.  , ha disposto l’affido congiunto dei figli, ha confermato l’obbligo del L.   del mantenimento dei figli ed ha aumentato all’importo di Euro 1.000,00 mensili l’assegno di mantenimento in favore della moglie. Quanto all’addebito, ha rilevato che i testi hanno riferito che la M.  rese partecipe della sua relazione con tale S.  anche il marito, in un momento in cui il rapporto coniugale era già in crisi. In ordine alla misura dell’assegno di mantenimento a favore della M.  , ha rilevato che non sono risultate provate concrete opportunità di lavoro successive alla separazione, né l’esistenza di autonome fonti di reddito sufficienti a consentirle il mantenimento del precedente tenore di vita.
L.N.  , con ricorso notificato il 24.1.2008, ha impugnato per cassazione la decisione deducendo quattro motivi:
1.- per vizio di motivazione in ordine all’esclusione dell’addebito alla M.  della separazione. Ascrive alla Corte territoriale errata valutazione delle prove testimoniali acquisite – deposizioni delle testi B.  , A.  e Bu.  -, che hanno confermato la relazione extraconiugale tra la M.  e tale S.  . Formula sintesi conclusiva con cui chiede se difetti la motivazione laddove manchi o sia errato l’esame di prova che ha accertato suddetta relazione.
2.- analogo vizio, in relazione all’affermazione della Corte territoriale secondo cui è risultato provato che la M. .intrattenne relazione con S.  in un periodo di crisi coniugale, e ne fece partecipe il marito, il che non comporta violazione dei doveri coniugali. La deposizione del S.  è inattendibile. La moglie, col A) suo tradimento accompagnato da indifferenza nei confronti suoi e dei figli, ha violato il disposto dell’art. 143 c.c.. Chiede con conclusivo quesito di diritto:
1.- se il riferito comportamento violi il disposto della norma citata;
2.- se esiste vizio motivazionale attesa la non corretta valutazione delle prove.
3.- ancora vizio di motivazione in relazione all’attribuzione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie. La decisione è fondata sulla rilevata assenza d’attività lavorativa da parte delle predetta, ma non tiene conto del fatto che questa non ha cercato una propria occupazione che la rendesse indipendente; nonché sull’esigenza di mantenere il tenore di vita mantenuto in costanza di matrimonio, divenuto parametro irrilevante atteso il decorso di ben 11 anni dalla data dell’udienza presidenziale di prima comparizione. Formula quesito di diritto con cui: 1.- chiede se è inficiata da vizio di motivazione la sentenza che esamina solo in parte il compendio istruttorio, omettendo di valutare le spese documentalmente provate;
2.- chiede se incorra in vizio di ultrapetizione la sentenza che pronunci oltre le istanze delle parti.
4.- violazione dell’art. 112 c.p.c. per aver la Corte territoriale attribuito l’assegno di mantenimento alla M.  dalla data della sentenza di primo grado, in assenza di richiesta della predetta. Chiede col quesito di diritto se esista il vizio denunciato laddove la sentenza riconosca una retrodecorrenza dell’assegno senza richiesta del beneficiario.
L’intimata non ha spiegato attività difensiva. Il Consigliere rei, ha depositato proposta di definizione rilevando che:
“il primo, terzo e quarto motivo, la cui articolazione coltiva vizio di motivazione illustrando comunque il fatto controverso come prescritto dall’art. 366 bis c.p.c, critica la valutazione degli elementi probatori vagliati dal collegio, mirando in sostanza alla loro rivisitazione e sollecitandone nuova lettura in tesi corretta e comunque più favorevole, che in questa sede è però preclusa.
Il secondo motivo è infondato. La Corte territoriale ha fatto buon governo del principio enunciato da questa Corte – Cass. n. 25618/2007 -, secondo cui la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente grave in quanto di regola rende intollerabile la prosecuzione della convivenza e giustifica ex se l’addebito della separazione al coniuge responsabile, non è causa d’addebito se risulti provato che comunque non ha avuto incidenza causale nel determinare la crisi coniugale, siccome essa già preesisteva (cfr. anche Cass. n. 8512/2006). Il giudice di merito, pur incorrendo in errore per aver negato la violazione da parte della M.        del, siffatto dovere, ha comunque ritenuto di escludere l’anzidetto nesso causale tra il tradimento e la fine dell’unione coniugale, con valutazione, adeguatamente motivata, insindacabile nel merito”.
Il P.G. ha aderito alla proposta.
Il collegio ritiene di condividerne gli argomenti fondanti, osservando peraltro:
a. – che il terzo motivo è inammissibile in quanto si conclude con formulazione di due quesiti di diritto generici. Chiede infatti in senso tautologico ed astratto se violi il disposto dell’art. 345 c.p.c. la sentenza che esamina erroneamente solo talune delle risultanze probatorie senza porle a confronto con le altre in fattispecie in cui il reddito deve essere decurtato delle spese, e se sussista vizio di ultrapetizione, in particolare se la sentenza pronunci oltre la richiesta dell’assegno di mantenimento e la sua decorrenza Sono dunque solo apparenti e non rispondono all’esigenza di cooperazione all’espletamento della funzione nomofilattica della S.C., posta con chiarezza dalla prescrizione di cui al citato art. 366 – bis c.p.c.” – Cass. n. 4044/2009 e n. 8463/2009-.
b. – che il quarto motivo è privo di fondamento. La Corte di merito non è incorsa nel denunciato vizio di ultrapetizione nell’attribuzione dell’assegno di mantenimento con decorrenza dalla sentenza di primo grado. Senza tener conto della ordinaria decorrenza dell’assegno dalla data della domanda nel giudizio di separazione, ha piuttosto inteso far salvi gli effetti dei provvedimenti provvisori assunti nel corso del precedente grado, facendone decorrere gli effetti dalla data della sua definizione.
Il ricorso deve pertanto essere respinto.
Non vi è luogo a provvedere sul governo delle spese in assenza d’attività difensiva della parte intimata. A norma dell’art. 52 del d.lgs n. 196/2003 in caso di diffusione del presente provvedimento devono essere omessi generalità e dati identificativi delle parti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Separazioni e divorzi: per la Cassazione (26197/2010) il godimento della casa coniugale ha rilevanza per il calcolo dell’assegno di mantenimento.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI   Maria Gabriella                  –  Presidente   –

Dott. FIORETTI   Francesco Maria                  –  Consigliere  –

Dott. SALVAGO    Salvatore                   –  rel. Consigliere  –

Dott. CECCHERINI Aldo                             –  Consigliere  –

Dott. GIANCOLA   Maria Cristina                   –  Consigliere  –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 30790/2006 proposto da:

C.P.A.  (c.f. (OMISSIS)),  elettivamente domiciliato  in  ROMA, VIA MONTE ZEBIO 32, presso l’avvocato  MESSINA MARINA, rappresentato e difeso dall’avvocato PORTALE Giacomo,  giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

CI.EL.;

– intimata –

sul ricorso 33217/2006 proposto da:

CI.EL. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliata in  ROMA,  VIALE  MILIZIE  1,  presso l’avvocato  NAPOLITANI  SIMONA, rappresentata e difesa dall’avvocato CURRO’ CARMEN, giusta procura  a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

C.P.A., elettivamente domiciliato  in  ROMA,  VIA MONTE  ZEBIO 32, presso l’avvocato MESSINA MARINA, che lo rappresentae  difende unitamente all’avvocato PORTALE GIACOMO, giusta procura  a margine del controricorso al ricorso incidentale;

– controricorrente al ricorso incidentale –

contro

PROCURATORE   GENERALE  PRESSO  LA  CORTE  DI  APPELLO  DI   MESSINA, PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

– intimati –

avverso  la  sentenza n. 115/2006 della CORTE D’APPELLO  di  MESSINA,

depositata il 01/03/2006;

udita  la  relazione  della causa svolta nella Pubblica  udienza  del 10/11/2010 dal Consigliere Dott. SALVATORE SALVAGO;

udito,  per  la controricorrente e ricorrente incidentale, l’Avvocato CURRO’   che   ha   chiesto  il  rigetto  del   ricorso   principale, l’accoglimento dell’incidentale;

udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. PRATIS  Pierfelice,  che  ha  concluso per  il  rigetto  del  ricorso principale, l’accoglimento dell’incidentale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Patti, con sentenza del 20 novembre 2003, dichiarò la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto da Ci.El. con C.P., da cui erano nati due figli ormai maggiorenni ed autosufficienti, e condannò quest’ultimo a corrispondere all’ex coniuge un assegno mensile di Euro 250,00.

In parziale accoglimento dell’appello del C., la Corte di appello di Messina, con sentenza dell’1 marzo 2006, ha ridotto l’importo dell’assegno, in considerazione della differenza tra i redditi delle parti, ad Euro 150,00, in quanto non poteva essere valutato a favore di quest’ultimo il godimento di fatto della casa coniugale, che era di proprietà comune e perciò non poteva essere attribuito ad alcuno di essi.

Per la cassazione della sentenza, il C. ha proposto ricorso per 3 motivi; cui resiste con controricorso Ci.El., la quale ha formulato a sua volta ricorso incidentale per un motivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE

I ricorsi vanno riuniti ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., essendo stati proposti contro la medesima sentenza.

Con il primo motivo di quello principale, il C., deducendo violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, art. 115 cod. proc. civ., e segg., art. 2697 cod. civ., censura la sentenza impugnata per aver attribuito l’assegno di divorzio all’ex moglie sulla base del solo calcolo aritmetico delle retribuzioni di ciascuno dei coniugi, perciò non considerando i presupposti cui detto assegno è collegato dalla giurisprudenza, costituiti dal pregresso tenore di vita durante il matrimonio non documentato dalla controparte; nonchè dalle ragioni della separazione, dovuta al comportamento della moglie, e dai redditi dell’onerato nel caso sempre destinati al mantenimento della famiglia e dei due figli ormai maggiorenni.

Il motivo è infondato.

Questa Corte, muovendo dalla struttura grammaticale e logica del testo della L. n. 898 del 1970, art. 5, come sostituito dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, ha ripetutamente affermato che l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno risulta fondato esclusivamente sulla circostanza che quest’ultimo non abbia mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per ragioni oggettive; per cui il rapporto di consequenzialità fra la mancanza dei mezzi adeguati ed il diritto all’assegno assume carattere esclusivo, nel senso che per l’attribuzione dell’assegno nessun’altra ragione può avere rilievo.

Mentre gli altri criteri costituiti dalle condizioni dei coniugi, dalle ragioni della decisione, dal contributo personale ed economico alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, dal reddito di entrambi, valutati unitariamente e confrontati alla luce del paradigma della durata del matrimonio, sono destinati ad operare solo se l’accertamento dell’unico elemento attributivo si sia risolto positivamente, e quindi ad incidere unicamente sulla quantificazione dell’assegno stesso (tra le tante, Cass. 21919/2006; 14004/2002; 6541/2002).

Vero è, poi, che al fine della determinazione dell’assegno divorziale il giudice di merito deve valutare, sulla base delle prove offerte, la situazione economica familiare esistente al momento della cessazione della convivenza matrimoniale, raffrontandola con quella del coniuge richiedente al momento della pronuncia di divorzio, al fine di stabilire se quest’ultima sia tale da consentire al richiedente medesimo di mantenere un tenore di vita analogo a quello corrispondente alla indicata situazione economica della famiglia.

Ma al riguardo la giurisprudenza di legittimità ha costantemente enunciato il principio che il criterio di determinazione della relativa entità in funzione “del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio” ha riferimento a quello normalmente godibile in base alle potenzialità economiche derivanti dai redditi percepiti, sì che la consistenza di esso deve ritenersi dimostrata, in via presuntiva, sulla base della documentazione attestante tali redditi da parte del coniuge istante per l’assegnazione (Cass. 23051/2007; 13592/2006; 13169/2004).

Proprio a tali principi si è attenuta la decisione impugnata che ha ricostruito il tenore di vita dei coniugi durante il matrimonio in base alle posizioni patrimoniali e reddituali degli stessi – da nessuno di essi contestate-pervenendo al risultato che il reddito del ricorrente, considerati pure gli incrementi costituenti il prevedibile sviluppo della sua attività lavorativa in relazione alla posizione assunta nell’ambito della società datrice di lavoro, era quasi doppio di quello a disposizione della Ci.; e perciò correttamente pervenendo ad un giudizio di inadeguatezza dei redditi di costei a mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, nonchè alla conseguente conferma dell’attribuzione dell’assegno già disposta dal Tribunale.

Con il secondo motivo, il C., deducendo altra violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, nonchè difetti di motivazione, censura la sentenza impugnata per avere determinato la misura dell’assegno, riducendolo di Euro 100,00 sempre e soltanto sulla base della comparazione dei redditi, senza tener conto di alcun’altra circostanza, quale l’allontanamento dell’ex moglie dalla casa coniugale, la sua vita separata a (OMISSIS) dedita soltanto alla sua attività lavorativa, proventi di quest’ultima spesi esclusivamente per il soddisfacimento delle proprie esigenze e senza alcuna partecipazione ai bisogni della famiglia.

Per converso, Ci.El., con il ricorso incidentale, deducendo violazione della legge sul divorzio e difetti di motivazione censura la sentenza impugnata per avere ridotto l’importo dell’assegno sulla supposizione che essa, comproprietaria della casa coniugale, avrebbe potuto chiedente la restituzione della sua porzione e/o la divisione alla controparte unitamente al rendimento del conto, senza considerare: a) che trattavasi di una ipotesi futura e solo eventuale, mentre il giudice deve statuire in base alla situazione effettiva delle parti al momento della domanda; b) che essa avrebbe potuto non dare seguito alla richiesta di divisione per le ragioni più varie; e che comunque al fine di concludere un accordo con l’ex coniuge non aveva impugnato l’erronea statuizione con cui il Tribunale aveva attribuito l’immobile all’ex coniuge; c) che conseguentemente la sua acquiescenza comportava un beneficio economico per la controparte (il godimento dell’alloggio) che ne incrementa la posizione economica a scapito di essa ricorrente,di cui la sentenza avrebbe dovuto tener conto.

Il Collegio ritiene di dover accogliere quest’ultima censura e che la doglianza del C. sia invece in parte inammissibile ed in parte infondata.

Infondata perchè la sentenza impugnata ha incentrato la valutazione e la comparazione sui diversi redditi delle parti, confermando, come si è detto, che quello dell’uno aveva consistenza quasi doppia rispetto a quello dell’altra, e così implicitamente apprezzando le loro condizioni economiche in termini di indubitabile prevalenza rispetto a tutti gli altri criteri, che d’altra parte con particolare riguardo all’allontanamento della Ci. dal Comune di residenza della famiglia, non avevano nella specie alcuna valenza modificatrice, avendo lo stesso ricorrente riconosciuto che nella precedente causa di separazione tanto il Tribunale, quanto i giudici di appello avevano escluso ogni addebito a carico dei coniugi in ordine alla frattura del matrimonio. Mentre la censura è inammissibile laddove egli si limita a rinviare ad ulteriori circostanze che sarebbero state prospettate nell’atto di appello e non esaminate dalla Corte territoriale, per essere venuto meno all’onere di indicarle specificamente, nel ricorso, onde consentirne, in sede di legittimità, la verifica, sulla sola base di tale atto di impugnazione, e senza necessità di (inammissibili) indagini integrative.

Tuttavia, la Corte territoriale ha ritenuto che nella valutazione non dovesse essere apprezzato il godimento da parte del C. della casa coniugale, che egli aveva continuato ad abitare, pur dopo che i figli ormai maggiorenni, divenuti autonomi, si erano trasferiti altrove, perchè di proprietà comune e perchè dunque l’ex coniuge in qualunque momento avrebbe potuto chiederne la divisione.

In tal modo non ha tenuto conto che il Tribunale, pur avendo dato atto di tale situazione fattuale aveva comunque assegnata al ricorrente per ragioni di opportunità, ravvisate nella circostanza che costui vi aveva sempre abitato e che viveva,a differenza dell’ex coniuge, nel Comune in cui detto immobile era ubicato; e che detta statuizione, ripetuta nel dispositivo della sentenza non era stata impugnata dalla Ci.; con la conseguenza che per effetto della stessa il reddito della controparte subiva un ulteriore incremento,pur esso da considerare ai fini della determinazione dell’assegno.

Questa Corte, infatti, ha ripetutamente affermato che occorre tener conto della intera consistenza patrimoniale di ciascun coniuge; e che nel concetto di reddito sono compresi non solo i redditi in denaro, ma anche le utilità suscettibili di valutazione economica, per cui anche l’uso di una casa di abitazione costituisce utilità valutabile in misura pari al risparmio di spesa che occorrerebbe sostenere per godere di quell’immobile a titolo di locazione. Sicchè tale principio deve trovare applicazione sia nell’ipotesi che l’immobile, di proprietà o comunque nella disponibilità del coniuge obbligato al pagamento dell’assegno, venga assegnato al coniuge affidatario dei figli minori, sia nell’ipotesi in cui il godimento dell’immobile venga riconosciuto al coniuge titolare di un diritto reale od obbligatorio: posto che in entrambi i casi l’utilizzazione della casa costituisce una utilità valutabile sul piano economico, che si aggiunge al reddito goduto, alterando l’equilibrio delle posizioni patrimoniali dei coniugi quali risultavano in base alla considerazione esclusiva dei redditi di ciascuno di essi (Cass. 19291/2005; 4800/2002; 4543/1998).

Alla relativa valutazione provvederà dunque il giudice di rinvio.

Fondato è, infine, anche l’ultimo motivo del ricorso principale, con cui il C., deducendo violazione dell’art. 345 cod. proc. civ., censura la sentenza impugnata per non aver considerato l’onere economico per lui sopravvenuto nel corso del giudizio di impugnazione, a causa della malattia della figlia G., maggiorenne e separata dal marito, che aveva richiesto costose cure mediche peraltro con frequenza trimestrale presso il Policlinico di (OMISSIS).

La Ci., infatti, non ha mai contestato che la malattia della figlia è insorta dopo l’udienza di precisazione delle conclusioni nel giudizio di primo grado, come d’altra parte risultava dal certificato medico prodotto dal ricorrente, e che conseguentemente non poteva essere da costui prospettata nel giudizio di primo grado.

Pertanto, nel caso non poteva essere invocato il divieto di domande nuove in appello (o della prospettazione di fatti nuovi), dato che il disposto dell’art. 345 cod. proc. civ., si riferisce esclusivamente a quelle domande ed a quei fatti che potevano essere dedotti nel giudizio di primo grado e non anche a quelli che traggono origine o da una normativa sopravvenuta o da un evento anch’esso sopravvenuto, purchè collegato a quello iniziale e compreso nel relativo petitum.

E non impedisce al giudice di prendere in considerazione anche fatti nuovi incidenti sulla posizione delle parti e sulle loro pretese, senza con ciò violare il divieto di esaminare punti non prospettati nelle precedenti fasi del giudizio, quando si tratti di fatti impeditivi, modificativi o estintivi intervenuti in un momento successivo a quello della loro possibile allegazione nelle pregresse fasi processuali: soprattutto in materia di assegno di mantenimento ove si controverta in tema di conservazione o, per converso, di esclusione,del contenuto reale del credito oggetto della domanda originaria.

D’altra parte la giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente affermato che se il giudice nel determinare l’assegno di divorzio deve alare riferimento ai redditi dei coniugi relativi al momento in cui fu pronunciata la sentenza di divorzio, tale principio riguarda solo l'”an debeatur” ed è rivolto ad evitare che il diritto possa rimanere pregiudicato dal tempo necessario a farlo valere in giudizio (v. sent. 2235/2000 e sent. 147/1994); ma non interferisce sulla esigenza che il quantum sia determinato alla stregua dell’evoluzione intervenuta in corso di giudizio nelle condizioni economiche dei coniugi, nè sulla legittimità di determinare misure e decorrenze differenziate dalle diverse date in cui i mutamenti si siano verificati (Cass. 24932/2007; 13507/2004; 14886/2002).

La sentenza impugnata va pertanto cassata anche in ordine a tale profilo, con rinvio alla Corte di appello di Messina che, in diversa composizione, provvederà a nuova determinazione dell’assegno attenendosi ai principi esposti e provvederà alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte, riunisce i ricorsi, rigetta i primi due motivi del principale, accoglie il terzo nonchè l’incidentale, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità alla Corte di appello di Messina in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 10 novembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 28 dicembre 2010

 

 

 

Divorzio: per la Cassazione (25560/2010) la relazione adulterina non è automaticamente fonte di addebito della separazione.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI   Maria Gabriella                  –  Presidente   –

Dott. FELICETTI  Francesco                        –  Consigliere  –

Dott. CECCHERINI Aldo                             –  Consigliere  –

Dott. DOGLIOTTI  Massimo                          –  Consigliere  –

Dott. CULTRERA   Maria Rosaria               –  rel. Consigliere  –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

T.G. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato in  ROMA, VIA ANTONIO BERTOLONI 1/E, presso l’avvocato COGO GIAMPAOLO MARIA,  che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati MASSARI NICOLA, TONDO ROSANNA, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

C.A. (c.f. (OMISSIS));

– intimata –

avverso  la  sentenza  n.  11/2006 della CORTE  D’APPELLO  di  LECCE,

depositata il 19/04/2006;

udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 19/10/2010 dal Consigliere Dott. MARIA ROSARIA CULTRERA;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato GEMMA SASSO, con delega, che  ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito  il  P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott.CICCOLO Pasquale Paolo Maria che ha concluso per l’inammissibilità o rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso 18.1.2000 C.A. ha chiesto al Tribunale di Brindisi di pronunciare la separazione personale dal coniuge T. G. a causa di insuperabili divergenze determinate da atteggiamenti caratteriali del predetto, incline a relazioni extraconiugali e ad atti di violenza, impeditivi di pacifica convivenza.

Regolarmente costituito, il T. ha chiesto che la separazione venisse addebitata alla moglie poichè il fallimento del matrimonio era stato determinato dalla relazione extraconiugale intrattenuta nel 1994 dalla predetta con un ventenne, seguita dall’abbandono della casa coniugale.

Il Tribunale, con sentenza 22/2-30/3/2004, ha dichiarato la separazione con addebito alla C., a cui ha affidato la figlia minore, ed ha posto a carico del marito il contributo di mantenimento della bambina in Euro 220,00 oltre il 50% delle spese straordinarie necessario alla stessa, da concordarsi preventivamente fra i genitori.

La C. ha proposto gravame innanzi alla Corte d’appello di Lecce sostenendo, quanto alla pronuncia d’addebito, che se anche dopo la crisi avevano vissuto in case separate, nel 1998 vi era stata ripresa della convivenza, dopo la quale non si erano verificati altri fatti a lei addebitabili. Ha chiesto che, nonostante dall’espletata c.t.u. fosse emersa la sua titolarità di un patrimonio immobiliare stimato in Euro 163.780,00) le venisse attribuito un assegno di mantenimento o quanto meno un assegno alimentare ai sensi dell’art. 433 c.c. poichè non disponeva di adeguati mezzi economici.

Il T. ha chiesto il rigetto del gravame ed in via incidentale che la decisione venisse riformata nella parte in cui aveva posto a suo carico le spese di c.t.u. La Corte territoriale, con sentenza n. 11 depositata il 19 aprile 2006, in riforma della precedente statuizione, ha escluso l’addebito a carico della C. e le ha attribuito l’assegno di mantenimento, dovuto dal marito in Euro 200 mensili.

T.G. ha impugnato questa decisione con ricorso per cassazione affidato a due motivi cui non ha resistito l’intimata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Il ricorrente denuncia violazione degli artt. 151 e 143 c.c. e vizio di omessa, illogica e contraddittoria motivazione per non ritenuto provato il nesso tra la relazione extraconiugale della C. e la crisi del matrimonio seppur l’infedeltà rappresenti ex se causa d’addebito.

Lamenta che impropriamente il giudice d’appello avrebbe ritenuto che la breve durata della relazione adulterina protrattasi per soli quattro mesi, in assenza di altri elementi di prova, non avrebbe portata tale da determinare la rottura del matrimonio.

Critica il passaggio logico in cui si afferma che depone in senso contrario il lasso di tempo di circa sei anni intercorso tra il fatto, avvenuto nel 1994, e la data di comparizione innanzi al Tribunale, fissata nel 2000, che fa presumere che vi sia stato un tentativo di riconciliazione che escluderebbe l’efficacia esclusiva dell’infedeltà. Si tratta di elemento privo di rilevanza se si considera che nel contesto sociale d’appartenenza della coppia si è soliti risolvere di fatto la crisi senza formalità giudiziarie.

Deduce illogicità della motivazione laddove esclude l’efficienza causale della relazione adulterina intervenuta con tale M. sulla base della deposizione resa da quest’ultimo.

Formula conclusivo quesito di diritto con cui chiede se la relazione extraconiugale violi l’obbligo imposto dalle norme in rubrica, sulla cui base, a meno di prova contraria, debba presumersi la valenza causale nella crisi del matrimonio.

2.- Col secondo motivo, con riferimento all’art. 156 c.c., comma 1, si duole dell’attribuzione a favore della moglie dell’assegno di mantenimento in Euro 200,00 mensili oltre Euro 220,00 per la figlia.

Se ne lamenta sia perchè la Corte territoriale avrebbe considerato il fatto che la C. non svolge attività lavorativa, svalutando il dato rappresentato dalla sua disponibilità di un patrimonio immobiliare cospicuo, sia perchè avrebbe omesso il necessario raffronto con le sue gravose condizioni economiche, determinate dalla percezione di un reddito modesto e dalle necessità del nuovo nucleo familiare, composto dalla convivente e due figli.

Con conclusivo quesito di diritto chiede se ha errato la Corte territoriale per aver attribuito l’assegno di mantenimento alla C. omettendo il raffronto delle relative condizioni patrimoniali.

Il primo motivo è inammissibile.

Alle puntuali argomentazioni della decisione che ha escluso in punto di fatto, per tutte le ragioni illustrate, che la causa della crisi coniugale possa ricondursi alla relazione extraconiugale della C., il ricorrente replica con argomenti che non centrano affatto questa ratio decidendi. Argomentando sulla base dell’affermata equazione pesta tra la violazione dell’obbligo di fedeltà e la rottura del matrimonio che ne sarebbe l’ineludibile corollario, svolge tutta una serie di considerazioni che mirano in sostanza a confutare la fondatezza della ricostruzione operata in fatto dal giudice d’appello, nonchè dell’apprezzamento dei fatti esaminati.

Già per tale ragione inammissibile, la censura si ispira a principio che la Corte di merito ha applicato nel caso concreto orientando correttamente la sua indagine sulla vicenda matrimoniale in oggetto andando a verificare se l’infedeltà della moglie ebbe effettiva incidenza causale sulla crisi del matrimonio. Il presupposto dell’addebito è invero rappresentato dal nesso causale che deve intercorrere tra la violazione dei doveri coniugali e la crisi dell’unione familiare, che va accertato verificando se la relazione extraconiugale, che di regola si presume causa efficiente di situazione d’intollerabilità della convivenza rappresentando violazione particolarmente grave, non risulti comunque priva di efficienza causale, siccome interviene in un menage già compromesso, ovvero perchè, nonostante tutto, la coppia ne abbia superato le conseguenze recuperando un rapporto armonico (cfr. Cass. n. 8512/2006 – Cass. n. 25618/2007).

La Corte territoriale, come emerge dall’esauriente trama motivazionale che sorregge l’approdo, ha valutato in questa chiave esegetica il comportamento della C., ritenendolo lesivo dei suoi obblighi coniugali ma giudicandolo privo di efficacia causale nel provocare l’intollerabilità della prosecuzione del rapporto coniugale che, anche dopo e nonostante l’esperienza extraconiugale vissuta dalla moglie, era durato ancora per ben sei anni.

Il ricorrente smentisce la fondatezza in jure di tale ricostruzione senza coglierne il senso. Il comportamento della moglie, ad avviso della Corte di merito, è senz’altro contrario ai suoi doveri ma nondimeno, non può ad esso ascriversi la crisi insanabile intervenuta nella coppia che ha portato al suo epilogo il rapporto matrimoniale. Trattasi di un apprezzamento di fatto della vicenda, ricostruita nei sensi indicati, che ha fondato il convincimento dell’organo giudicante circa il valore non decisivo ai fini della pronuncia di addebito di quella violazione. In quanto espresso nel merito e sorretto da tessuto motivazionale puntuale, logico ed immune da errori di diritto, tale giudizio non può essere scrutinato in questa sede di legittimità, essendo demandati al solo giudice di merito sia il vaglio critico delle emergenze probatorie acquisite, che la sintesi ricostruttiva da esso desumibile.

Il secondo motivo è inammissibile.

La censura mira palesemente ad una rivisitazione nel merito delle circostanze riferite, il cui apprezzamento si contesta confutandone la fondatezza. Non indirizza alcuna critica al tessuto motivazionale della decisione nè tanto meno all’esegesi della norma rubricata offerta dall’organo giudicante. La Corte territoriale, nella ricerca del giusto equilibrio tra le effettive capacità economiche dei coniugi, valutate nel complesso degli elementi fattuali non necessariamente reddituali ma comunque capaci d’incidere almeno approssimativamente sulle condizioni economiche, in cui si concretano le circostanze rilevanti ex art. 156 c.c., comma 2, ha determinato il quantum che ha ritenuto lo abbia assicurato. Tale motivo critica nel merito il risultato di questa indagine. E’ perciò inammissibile.

Ne discende il rigetto del ricorso , omesso ogni provvedimento sul governo delle spese processuali in assenza d’attività difensiva dell’intimata.

P.Q.M.

La Corte:

Rigetta il ricorso. A norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in caso di diffusione del presente provvedimento devono essere omessi generalità e dati identificativi delle parti.

Così deciso in Roma, il 19 ottobre 2010.

Depositato in Cancelleria il 17 dicembre 2010