“CHI HA PAURA DELLA MEDIAZIONE 2.0?”, articolo dell’ Avv. Carlo Recchia

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La reintroduzione della c.d. mediazione obbligatoria sta già scatenando sul web una sommossa di avvocati e giuristi, tornati a gridare alla privatizzazione della giustizia, e alla lesione del diritto di difesa.

 

Le critiche sono sempre legittime, ed anche in questo sito ne sono state pubblicate alcune, tutte ben illustrate e corrette, nei toni e nelle argomentazioni ( una cosa è la critica anche aspra ad un provvedimento del governo, ripeto sempre legittima ed aggiungerei doverosa per un giurista degno di questo nome, altro è scadere nell’insulto a prescindere).

 

Non è quindi ai redattori di personaedanno.it che si rivolgono queste brevi osservazioni, ma alla generalità dei miei colleghi avvocati, molti dei quali hanno accolto la novità opponendo un clima di rifiuto assoluto e fermo, e a mio personale avviso, poco ragionato.

 

Se è forse vero che la prima versione del decreto legislativo 28 del 2010 veniva pubblicizzata come una normativa “ammazza-avvocati” ( ricordiamo il famigerato spot della Carlucci, grazie al cielo andato in onda solo poche volte) e quindi potevamo ritenere fisiologica la reazione della categoria, che all’improvviso, ma a torto, sembrava diventata inutile, obiettivamente dobbiamo riconoscere che questa seconda versione, questa mediazione 2.0, conferisce finalmente all’avvocatura il posto che le compete.

 

Non mi riferisco alla circostanza che all’improvviso ci siamo risvegliati tutti mediatori ope legis, perché questa mi sembra una norma che cerchi inutilmente di accattivarsi le simpatie di chi, magari penalista puro, del titolo di mediatore non sa che farsene, e perché l’arte di dirigere un negoziato si impara sul campo con l’esperienza, e non certo con un corso di 50 ore o per decreto legislativo, ma al fatto che secondo le nuove disposizioni ( art. 12), il verbale di accordo assume la possibilità di divenire titolo esecutivo, solo se sottoscritto dalle parti tutte assistite dal loro difensore.

 

Di fatto, con questo principio si conferisce all’Avvocato il potere/dovere di assistere le parti nella procedura di mediazione, e di assicurare con la sua presenza attiva e sottoscrizione del verbale di accordo, che i verbali stessi siano redatti in modo tale da essere giuridicamente validi ed efficaci, nonché di evitare che siano lesivi dei reali interessi delle parti. L’Avvocato pertanto, termina di essere visto come una sorta di intruso o di mero accompagnatore nella procedura, e acquista un ruolo decisivo, a mio avviso in linea a quella che dovrebbe essere la figura di un avvocato moderno.

 

Per troppi anni infatti, e per troppi avvocati, il lavoro del civilista è stato visto e riconosciuto degno solo e soltanto se svolto all’interno delle aule di giustizia, si è cementata la figura dell’ avvocato processualista, a mio avviso in danno di tutte le altre competenze e funzioni dell’ Avvocato che non è corretto vedere solo e soltanto come mero “produttore di contenzioso”.

 

La permanente crisi del sistema giudiziario, il crollo dei profitti anche nel mondo delle professioni, deve spingere l’Avvocato a riacquisire il suo ruolo di “giureconsulto”, in grado di fornire consulenze a 360 gradi, e soprattutto di suggerire la migliore strada al proprio assistito, se del caso, anche quella di una mediazione.

 

Riflettiamo sulla circostanza che un procedimento alternativo di risoluzione, consente all’avvocato di negoziare una soluzione satisfattiva per il proprio cliente, in prima persona, e senza subordinazione alla decisione del giudicante ( dunque ci consente di riottenere un ruolo principale, nella gestione della controversia).             Riflettiamo anche sul fatto che un sistema liberale e democratico, così come garantisce l’autonomia negoziale delle parti, così deve garantire e mettere a disposizione idonei strumenti normativi, per consentire ai consociati la risoluzione autonoma di propri conflitti su diritti, per l’appunto, disponibili, senza essere costretti a ricorrere necessariamente all’autorità statale.

 

La mediazione civile, cosi come disciplinata oggi, non è denegata giustizia, ma semplice espressione della libertà negoziale dei soggetti di diritto, e la presenza dell’avvocato, ripeto, qui investe di negoziatore e giureconsulto, garantisce che la libertà negoziale si attui nel rispetto delle norme ordinamentali.

 

Sinceramente, io continuo a vederla come un’occasione professionale e di crescita, mi dispiace molto non cogliere lo stesso spirito in molti miei colleghi. (P.S. la visione dell’avvocato quale moderno giureconsulto è ripresa da “autorevole dottrina” : Avv. Giuseppe Valenti).

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3 pensieri riguardo ““CHI HA PAURA DELLA MEDIAZIONE 2.0?”, articolo dell’ Avv. Carlo Recchia

    ambrogiani ha detto:
    20 giugno 2013 alle 16:47

    Se ce la concedete, con permesso, … “la parola dei mediatori che NON sono avvocati”.

    Moltissimi dei mediatori che non sono contestualmente avvocati, grazie ad una breve indagine sul web, sono del parere che anche in questo ultimo Decreto del fare siano stati inseriti, all’interno della normativa che regola l’Istituto della mediazione civile, “concetti giuridici”, come del resto sono già presenti in tutta la normativa che regola l’Istituto della mediazione, che non appartengono alla “DISCIPLINA DELLA MEDIAZIONE” e che impediscono, così, all’Istituto di essere realmente funzionale: primo fra tutti vi era, e vi è, il ruolo valutativo del mediatore nel formulare la proposta conciliativa che lo assimila ad un “arbitro”; forse è meglio che questa asserzione la esplicitiamo con un semplice esempio, uno sui tanti che si potrebbero esporre.

    Esempio: oggi, con il c.d. Decreto del fare, al comma 1 dell’art. 8 del D. Lgs. 180/2010 si prevede “… un primo incontro di programmazione, in cui il mediatore verifica con le parti le possibilità di proseguire il tentativo di mediazione”.

    Tutti noi mediatori sappiamo che la maggior parte dei conflitti nasce per la mancanza di dialogo tra le parti, e prendiamo questo come un assioma.

    Sappiamo che appena generatosi il conflitto le informazioni a disposizione dei belligeranti sono estremamente scarse; al primo incontro, in sede di mediazione, lo stesso mediatore ancora non può effettuare nessuna indagine “seria” sugli interessi o sulla natura del conflitto (non c’è tempo) e, se sono presenti dei delegati, non può ancora dissipare in loro alcun dubbio relativo al conflitto o, in ogni caso, non può sviluppare il dialogo tra le parti arricchendo il procedimento di informazioni di ogni genere e, quindi, non c’è tempo a disposizione per elaborare e sviluppare soluzioni alternative, sostanzialmente, il mediatore non può verificare con le parti se è possibile un tentativo di mediazione.

    In sede giudiziale al primo incontro si prende conoscenza delle “posizioni” e si verifica se è possibile “transare”, cioè si verifica se è possibile trovare un punto di equilibrio tra queste; spesso la “transazione” conduce ad un fallimento della trattativa poiché è un paradosso (dal punto di vista dei mediatori) pensare di risolvere un conflitto sulla base degli stessi elementi che lo hanno generato, ossia, sulle poche informazioni ancora a disposizione.

    Pertanto, ciò premesso, riferendoci al comma citato sopra, al primo incontro sarà possibile verificare se esiste un punto di equilibrio tra le posizioni, se è possibile “transare”, MA non sarà certo possibile verificare se portare avanti un tentativo di mediazione che richiede necessariamente il ripristino del dialogo, l’arricchimento d’informazioni (che possono essere anche documenti, prove, verifiche, accertamenti, ecc.), che trascende le posizioni iniziali e le questioni di diritto palesate.

    Anche in questo caso si ritiene che siano state inserite metodologie giuridiche nell’Istituto, quelle che applica il G. di P. alla prima udienza per intenderci, probabilmente confondendo la “transazione” con la “mediazione”, appunto, quando si richiede di “verificare con le parti le possibilità di proseguire il tentativo di mediazione” al primo incontro MA così facendo si rende completamente inefficace il procedimento: non si tiene conto della “disciplina della mediazione”.

    Ebbene: il parere pressoché unanime di molti di quei mediatori, che non sono contestualmente avvocati, è sostanzialmente che con questo decreto abbiamo cancellato la “mediazione” sostituendola con l’Istituto della negoziazione assistita (il verbale d’accordo lo possono oggi solo firmare gli avvocati) e ridotto il procedimento di mediazione ad una “mera udienza preliminare a quella di causa” dove si potrà valutare solo se si trova un punto d’equilibrio tra le posizioni. A questo punto ci si domanda: cosa di tutto ciò ha a che fare con il ripristino del dialogo, con l’acquisizione d’informazioni, con l’indagine sugli interessi, cosa rimane di quello che era un sistema ALTERNATIVO alla Giustizia? La risposta di costoro è: ASSOLUTAMENTE NULLA!

    Andy ha detto:
    21 giugno 2013 alle 00:02

    il commento dell’Avv. Recchia e ASSOLUTAMENTE DA CONDIVIDERE.. due osservazioni però:
    1) il lavoro di mediatori.. lo dobbiamo fare sostanzialmente gratis se poi la mediazione non riesce ( se il decreto non avesse toccato la questione delle tariffe sarebbe caduto sotto le cesoie della Corte Costituzionale nuovamente)

    2) l’Avvocato – mediatore non esercita la propria professione autonomamente, ma sempre e comunque sotto la vigilenza ed il taglieggiamento economico dell’esnte di mediazione..

    andrea ha detto:
    26 giugno 2013 alle 15:43

    Più rileggo questo articolo.. più lo condivido…
    Bravo collega!

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