decreti ingiuntivi

Spese giudiziali: il Giudice può compensarle in caso di esito non totalmente vittorioso (Cass. 6616/12)

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Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 22 marzo – 30 aprile 2012, n. 6616
Presidente Felicetti – Relatore Bursese

Svolgimento del processo

T..P., con atto notificato in data 11.6.85 proponeva opposizione avverso il decreto ing. n. 8204/2005 con il quale il G.d.P. di Roma le aveva intimato il pagamento della somma di Euro 667,27, oltre accessori e spese in favore del Condominio di via (omissis) a titolo di quote condominiali non versate; deduceva di non aver ricevuto il verbale assembleare e relative convocazioni concernenti l’approvazione delle menzionate quote, nonché i documenti giustificativi delle spese condominiali asseritamente dovute, come espressamente richiesto all’amministratore dello stesso condominio. Si costituiva quest’ultimo chiedendo il rigetto dell’opposizione; deduceva l’infondatezza delle deduzioni avversarie e chiedeva in via riconvenzionale il pagamento della somma di Euro 381,89 a titolo di maggior danno. Con sentenza n. 39830/2006 l’adito Giudice di Pace rigettava l’opposizione ritenendola infondata, e condannava la P. alle spese del giudizio.
Avverso tale sentenza ricorreva in appello la P. riproponendo le domande ed eccezioni già formulate in precedenza e chiedendo la condanna del Condominio alla restituzione dell’importo di Euro 1.961,36 che aveva dovuto nel frattempo corrispondere a fronte della pronuncia de qua e del relativo precetto. Si costituiva il Condominio chiedendo il rigetto dell’impugnazione e l’adito Tribunale di Roma, con sentenza n. 17178/09 depositata il 6.8.2009, in parziale accoglimento della proposta impugnazione revocava il d.i. opposto, in considerazione del fatto che la P. aveva comunque pagato in epoca successiva alla notificazione del provvedimento monitorio e del relativo precetto la minor somma dovuta a titolo di oneri condominiali come da lei stessa riconosciuto; riformava la decisione per quanto riguardava le spese liquidate nel decreto e nel precetto, attesa la notevole discrasia tra gli importi richiesti in via stragiudiziale con sollecito (Euro 1.105,67) e quelli con il provvedimento monitorio (Euro 667,27), per cui condannava il Condominio a restituire all’appellante la somma di Euro 1.961,36, con gli interessi legali dalla data dell’esborso; compensava le spese del doppio grado in ragione di 1/2 ponendo la residua metà che liquidava, a carico della S. .
Avverso la predetta decisione la P. ricorre in cassazione sulla base di 2 mezzi illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c.; il condominio resiste con controricorso.

Motivi della decisione

Con il 1 motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c.: “per l’arbitraria imposizione a carico della parte totalmente vittoriosa di quota delle spese processuali” Con il 2 motivo la ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c. “per l’arbitraria e immotivata compensazione parziale delle spese legali liquidate in sentenza”.
Entrambe i motivi – congiuntamente esaminati stante la loro connessione – sono privi di fondamento. Le doglianze invero partono entrambe da un presupposto chiaramente erroneo e cioè che la P. possa ritenersi “parte totalmente vittoriosa”. Nella fattispecie la S. non può ritenersi totalmente vittoriosa in quanto è stata costretta comunque a corrispondere al Condominio una parte della somma ingiunta pari agli oneri condominiali che erano effettivamente dovuti, come riconosciuto dalla stessa odierna ricorrente.
Al riguardo ha ritenuto questa Corte che “nel procedimento per decreto ingiuntivo, la fase che si apre con la presentazione del ricorso e si chiude con la notifica del decreto, non costituisce un processo autonomo rispetto a quello che si apre con l’opposizione, ma da luogo ad un unico giudizio, nel quale il regolamento delle spese processuali, che deve accompagnare la sentenza con cui è definito, va effettuato in base all’esito della lite: ne consegue che, ove la somma chiesta con il ricorso sia riconosciuta solo parzialmente dovuta, non contrasta con gli artt. 91 e 92 c.p.c. la pronuncia di parziale compensazione delle spese processuali, in quanto l’iniziativa processuale dell’opponente, pur rivelandosi necessaria alla sua difesa, non ha avuto un esito totalmente vittorioso, così come quella dell’opposto, che ha dovuto ricorrere al giudice per ottenere il pagamento della parte che gli è riconosciuta” (Cass. n. 19120 del 03/09/2009).
Quanto alla valutazione dell’opportunità della compensazione totale o parziale delle stesse, essa rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito (Cass. n. 22541 del 20/10/2006).
Conclusivamente il ricorso dev’essere rigettato. Le spese, per il principio della soccombenza sono poste a carico della ricorrente.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in Euro 600,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

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Cassazione: non basta la parcella vidimata dall’ordine per provare il credito dell’avvocato

Se il cliente impugna il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti dall’avvocato, questi nel giudizio di opposizione, deve documentare le prestazioni concretamente effettuate. Lo ha stabilito la seconda sezione civile della Corte di Cass …

Fonte: Studiocataldi.it

Url: http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_10873.asp

Termini per le opposizioni a d.i.: la Commissione Giustizia del Senato approva una norma interpretativa.

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La Commissione Giustizia del Senato ha approvato una norma interpretativa, di soli due commi, per modificare l’art. 645 c.p.c. e per risolvere la problematica relativa ai procedimenti in corso.

Con il primo comma, ove approvato definitivamente, sparirebbe dall’art. 645 la norma che prevede che, nell’opposizione a d.i., i termini di comparizione sono dimezzati; con il secondo (“Disposizione transitoria”), riguardante i procedimenti già in corso, si stabilisce che la riduzione del termine per l’opposto si applica solo ove l’opponente abbia giù utilizzato il termine di comparizione dimezzandolo.

Ecco il testo approvato il 13 aprile dalla Commissione Giustizia del Senato (in sede deliberante):

Modifica dell’articolo 645 e interpretazione autentica dell’articolo 165 del codice di procedura civile in materia di opposizione al decreto ingiuntivo
.

Art. 1.
(Modifica all’articolo 645 del codice di procedura civile)

1. Al secondo comma dell’articolo 645 del codice di procedura civile, le parole: «; ma i termini di comparizione sono ridotti a metà» sono soppresse.

Art. 2.
(Disposizione transitoria)

1. Nei procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge, l’articolo 165, primo comma, del codice di procedura civile si interpreta nel senso che la riduzione del termine di costituzione dell’attore ivi prevista si applica, nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo, solo se l’opponente abbia assegnato all’opposto un termine di comparizione inferiore a quello di cui all’articolo 163-bis, primo comma, del medesimo codice.

S.n.c.: il d.i. è opponibile anche al socio (Cassazione 6734/2011)

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Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 3 febbraio – 24 marzo 2011, n. 6734

Presidente Filadoro – Relatore De Stefano

Svolgimento del processo

 

1. O.G..Z. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano n. 233/06, pubbl. il 10.2.06 e notif. il 16.6.06, con la quale è stato rigettato il suo appello ed accolto quello delle controparti INPS ed INAIL avverso la sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Varese sull’opposizione da lui proposta, quale debitore esecutato, nei confronti degli altri, creditori intervenuti e soli rimasti in procedura esecutiva immobiliare n. 230/98 r.g.e. Trib. Varese, contestando a vario titolo i crediti azionati. In punto di fatto, va osservato che:

1.1. nel detto processo esecutivo sono intervenuti, il 15.9.99 l’INAIL (per L. 142.124.170 per d.i. n. 1250/97 del Pretore di Varese e per L. 8.796.400 per altre evasioni contributive) ed il 27.7.00 l’INPS (per i decreti ingiuntivi nn. 1680/88 – di L. 84.879.669 – e 1260/89 – per L. 7.869.994 – del Pretore di Varese ottenuti contro H. B. Legno snc, di cui lo Z. era socio, nonché n. 966/84 – per L. 55.486.975 – del Pretore di Varese ottenuto contro la ditta individuale Z.); in precedenza lo Z. era stato dichiarato – in estensione del fallimento di una diversa società di persone – fallito il … dal Tribunale di Varese, ma in data 26.10.94 la Corte di Appello di Milano aveva revocato tale declaratoria (con pronuncia passata in giudicato);

1.2. a seguito della rinuncia di tutti gli altri creditori nella procedura esecutiva immobiliare contro di lui intentata, il debitore ha proposto opposizione ad esecuzione in data 1.6.01, al cui esito, espletata C.T.U., il Tribunale di Varese ha ritenuto prescritto il credito INPS derivante dai dd.ll. 966/84 e 1680/88 (in mancanza di documentazione di atti interruttivi nel decennio), affermato la sussistenza del credito INPS derivante dal d.i. 1260/89, ritenuto prescritti i crediti INAIL per gli anni 1985-91 per L. 124.440.970 ed infine affermato l’esistenza del credito INAIL per L. 8.723.700;

1.3. tutte le parti hanno proposto appello: l’INPS – che pure non ha contestato l’affermata prescrizione del credito recato dal d.i. 1680/88 – ha chiesto il riconoscimento anche dei crediti recati dal d.l. 966/84; l’INAIL ha domandato il riconoscimento del maggior credito per L. 142.079.170; lo Z. ha invocato dichiararsi inesistenti tutti i crediti e pure il decreto ingiuntivo 966/84, perché emesso contro soggetto inesistente;

1.4. la Corte di Appello di Milano, con la qui impugnata sentenza n. 233/06:

1.4.1. rigetta l’appello di Z.: argomenta che, con la revoca del fallimento, ne decadono ex tunc gli effetti, per cui non è mai venuta meno la sua qualità di socio ed egli risponde solidalmente delle obbligazioni sociali, tanto per crediti INPS che INAIL; ritiene non validamente censurato il rigetto della sua tesi sulla mancata formazione di un titolo contro di lui; rileva che i crediti INAIL già riconosciuti si fondano su avvisi di mora del 1995 e del 1996, validamente notificati alla società; riscontra che il d.i. contro il titolare di ditta individuale bene individua la persona fisica, in cui l’uno e l’altra si risolvono;

1.4.2. accoglie l’appello dell’INPS, in quanto la prescrizione è restata sospesa dalla data dell’insinuazione al passivo fino alla revoca della sentenza, sicché riconosce l’ulteriore credito recato dal d.l. n. 966/84 per L. 55.468.977 oltre accessori;

1.4.3. accoglie l’appello dell’INAIL, in quanto lo Z. era socio della s.n.c. al momento della notifica del d.l. e quindi questo gli era direttamente opponibile quale condebitore solidale; riconosce all’Istituto il credito di L. 133.282.770 oltre accessori; ma valuta in parte prescritto il credito e determina il credito finale in Euro 86.900,94;

1.4.4. per la soccombenza pressoché totale condanna lo Z. alle spese del doppio grado.

2. Avverso la sentenza della Corte di Appello lo Z. propone ricorso per cassazione, articolato su sei motivi e formulando quesiti; resistono entrambe le controparti con controricorso; e, per la udienza pubblica del 3.2.11, senza che alcuna presenti memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c., compaiono per sostenere la discussione orale soltanto i controricorrenti.

Motivi della decisione

3. A sostegno del ricorso lo Z. articola sei motivi ed in particolare:

3.1. con un primo motivo, ex art. 360 co. 1 n. 3 in relazione agli artt. 2288 c.c. e 21 l.f., egli sostiene: che il socio di società di persone, dichiarato fallito in base a fallimento poi revocato, non può qualificarsi come non mai cessato dalla qualità di socio, anziché immediatamente ed irrevocabilmente escluso di diritto, perché l’effetto derivante dalla sentenza dichiarativa di fallimento si è inserito in un’autonoma situazione divenuta definitiva prima della revoca, per cui essa non dipende più dalla sentenza; che gli sono così inopponibili i decreti ingiuntivi nn. 1260/89 e 1250/97, relativi a debiti contratti dalla società nel periodo in cui lo Z. non era (più) socio;

3.2. con un secondo motivo, ex art. 360 co. 1 n. 3 in relazione agli artt. 647 co. 1 c.p.c., 2909 c.c. e 43 l. f., egli sostiene non essergli opponibile un decreto ingiuntivo pronunciato quando era fallito, perché egli era privo della capacità processuale per dispiegare la relativa opposizione;

3.3. con un terzo motivo, ex art. 360 co. 1 n. 3 in relazione agli artt. 647 co. 1 c.p.c., 2909 c.c. e 3 co. 9 l. 8.8.95 n. 335, egli esclude una valida interruzione della prescrizione per il d.l. 1250/97 a seguito della sua notifica, oltretutto rifiutata, alla legale rappresentante della s.n.c., perché esso era pronunciato soltanto contro la società; ed adduce che comunque non può il socio di società di persone opporsi a decreto ingiuntivo che non lo menzioni espressamente come debitore;

3.4. con un quarto motivo, ex art. 360 co. 1 n. 3 in relazione agli artt. 647 co. 1 c.p.c., 2909 e 2697 c.c. e 161 c.p.c., egli ritiene che un decreto ingiuntivo emesso contro un titolare di ditta la quale non esista va inteso come emesso contro soggetto inesistente e quindi non si estende contro il primo quale persona fisica;

3.5. con un quinto motivo, ex art. 360 co. 1 n. 5, in relazione all’interruzione della prescrizione del credito recato dal d.l. 966/84 del 28.8.84, egli stigmatizza la carenza di supporto probatorio per il fatto decisivo consistente nell’avvenuta ammissione del credito, di cui pure era stata chiesta l’insinuazione, al passivo;

3.6. con un sesto motivo, ex art. 360 co. 1 n. 4, in relazione all’art. 112 c.p.c., si duole dell’avvenuto riconoscimento, in favore di INAIL, di un credito in misura maggiore di quella richiesta, avendo tale controparte chiesto accertarsi il diritto di procedere per la somma di Euro 73.377,77 o per minor somma risultante di giustizia, mentre la gravata sentenza lo accoglie per la maggiore somma di Euro 8 6.900,94;

3.7. chiede la cassazione della gravata sentenza e la declaratoria dell’inesistenza del diritto di INPS ed INAIL a procedere ad esecuzione forzata nei suoi confronti, vinte le spese di tutti i gradi di lite.

4. Entrambi gli intimati resistono con controricorso ed in particolare:

4.1. l’INPS (costituendosi in proprio e quale mandatario con rappresentanza della S.C.C.I. spa, cessionaria di alcuni dei crediti per cui si agisce) deduce:

4.1.1. che la revoca del fallimento del socio comporta con efficacia ex tunc il ripristino del rapporto societario venuto meno di diritto;

4.1.2. che il fallito può opporsi di persona al d.l. che in qualsiasi modo gli risultasse opponibile;

4.1.3. che vi è coincidenza piena tra soggetto indicato quale titolare di ditta individuale ed il medesimo in proprio; o che, al più, vi è imprecisa ma non inidonea identificazione dell’ingiunto;

4.1.4. che l’interruzione della prescrizione si ricollega alla presentazione della domanda di insinuazione al passivo e non rileva l’effettiva ammissione del credito a quest’ultimo;

4.2. l’INAIL sostiene che:

4.2.1. non rilevano le problematiche sull’intercorso intervallo di fallimento dello Z. , visto che il credito è stato azionato successivamente;

4.2.2. al momento dell’emanazione del d.l. lo Z. era comunque [di nuovo] socio;

4.2.3. benché prodottasi di diritto, l’esclusione del socio fallito non ha avuto concreto effetto né è divenuta opponibile ai terzi e comunque avrebbe comportato la liquidazione della quota o lo scioglimento della società, che invece non si sono avute nel caso di specie;

4.2.4. la riacquisizione della qualità di socio ha quindi luogo ex tunc, ove non vi siano fatti preclusivi come la liquidazione della società;

4.2.5. è pienamente eseguibile contro il socio di società di persone il d.l. emesso e notificato a questa e del resto ogni socio può opporlo;

4.2.6. è correttamente stata computata la somma per interessi legali successivi alla data indicata nell’intervento, che potevano essere riconosciuti anche senza apposita istanza.

5. Benché siano stati formulati quesiti, alla fattispecie non può applicarsi l’art. 366 bis c.p.c., essendo la sentenza qui impugnata stata pubblicata anteriormente al 2.3.06: sicché la novella del d.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 non può trovare applicazione, stando alla normativa transitoria di cui all’art. 27, co. 2, di detto decreto; i quesiti stessi restano quindi in sé considerati irrilevanti e vanno solo interpretati complessivamente con i motivi di ricorso cui si riferiscono.

5. Ciò posto, i motivi proposti vanno separatamente considerati; e, a cominciare dal primo (di cui supra, sub 3.1.):

5.1. vanno esaminati gli effetti della revoca della sentenza dichiarativa di fallimento di una persona che sia socio di una società in nome collettivo ed in particolare se quelli consistano nel ripristino o nella reviviscenza della qualità di socio con efficacia ex tunc, tanto che detta qualità possa considerarsi come mai venuta meno;

5.2. orbene, i rapporti giuridici pendenti al momento della dichiarazione sono assoggettati alla particolare disciplina degli artt. 72 ss. L.f. e delle eventuali ulteriori norme dei singoli istituti: quanto alla società di persone, l’art. 2288 c.c. prevede l’esclusione di diritto del socio che sia stato dichiarato fallito e tale previsione, benché dettata espressamente per la società semplice e ritenuta da parte della dottrina inapplicabile alle altre tipologie di società personali, si estende invece a queste ultime in virtù dell’univoco richiamo normativo contenuto negli artt. 2293 e 2315 c.c. (in tema di società in accomandita semplice, espressamente in tal senso si esprime Cass. 22 maggio 2003 n. 8091) ed in difetto di valide ragioni di differenziazione della disciplina;

5.3. al contempo, l’art. 21 l.f. – nel testo originario e comunque in quello anteriore alla riforma del 2005/07, applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame – è correntemente interpretato nel senso di una generalizzata efficacia retroattiva della revoca della dichiarazione di fallimento, nonostante il tenore testuale più limitato: ma effettivamente si rileva che, quanto ai rapporti giuridici pendenti al momento della dichiarazione di fallimento, l’eventuale definitività o irreversibilità della situazione scaturita da tale ultima dichiarazione integrerebbe un limite alla reviviscenza di quei rapporti;

5.4. ora, certamente il rapporto sociale di un socio illimitatamente responsabile di una società di persone è venuto di diritto meno in virtù della dichiarazione del fallimento di lui, per la peculiare rilevanza della considerazione della persona e delle sue qualità anche patrimoniali che normalmente determina i contraenti alla stipula del contratto di società personale;

5.5. tuttavia, benché l’operatività di diritto dello scioglimento del rapporto sociale possa riferirlo temporalmente al momento stesso della dichiarazione di fallimento, eppure i suoi effetti definitivi non si verificano – e non possono considerarsi cristallizzati – fino a quando la quota del fallito non è liquidata ad istanza di qualunque interessato e verosimilmente dei competenti organi fallimentari: atteso che quanto meno la partecipazione del socio, benché escluso di diritto, al patrimonio sociale comporta, fino appunto all’atto conclusivo e finale della liquidazione della sua quota, la persistenza di rapporti di debito e credito verso la società (o, se non si voglia a questa riconoscere una soggettività giuridica piena, verso gli altri soci) ed impone di ritenere pendente e non ancora esaurito, sia pure a questi più limitati fini, il rapporto giuridico preesistente;

5.6. una tale conclusione vale a maggior ragione poi nel caso – che qui ricorre – della società di i persone costituita da due soci, l’esclusione di diritto di uno dei soci comporta pure lo scioglimento della società, in applicazione dell’art. 2272 n. 4 c.c., essendo venuta meno la pluralità di soci: anche in questa ipotesi gli effetti di tale esclusione non saranno compiutamente esauriti fino alla liquidazione della società, da attivarsi nelle forme previste dal codice stesso;

5.7. fino a quando uno di tali due eventi (la liquidazione della quota del socio escluso di diritto, ovvero, nelle società di due soci, la liquidazione di questa) non si verifica, allora, non si sono compiuti tutti gli effetti della situazione giuridica complessiva che si riconduce all’esclusione di diritto, visto che la normale loro sequenza non si è completata: la situazione stessa non può a sua volta considerarsi esaurita e la normale retroattività della revoca del fallimento la investe ponendola nel nulla, come se non fosse mai venuta a giuridica esistenza;

5.8. la tesi dell’inopponibilita delle condanne pronunciate per crediti sociali relativi ai periodi in cui era stata operativa la dichiarazione di fallimento od anche successivi non è quindi fondata; mentre, per quanto si andrà ad argomentare in ordine al secondo ed al terzo motivo di ricorso, non può revocarsi in dubbio l’estensibilità della condanna pronunciata nei confronti di una società di persone anche ai soci illimitatamente responsabili di questa;

5.9. deve quindi concludersi nel senso che il socio i di società in nome collettivo composta di due soci, che sia stato dichiarato fallito, deve considerarsi non avere mai perduto la qualità di socio per effetto della revoca del fallimento, qualora la sua quota non sia stata liquidata o la società sia rimasta in vita, così rispondendo dei debiti sociali sorti durante il periodo in cui egli è restato soggetto alla dichiarazione di fallimento poi revocata.

6. Va ora esaminato il secondo motivo di ricorso (di cui supra, sub 3.2.) ed al riguardo si nota che:

6.1. l’incapacità del fallito non è assoluta, ma, in relazione alle finalità per le quali è prevista, relativa, tanto che il suo rilievo è rimesso all’iniziativa degli organi della massa dei creditori, nell’interesse dei quali è prevista ed ai quali soltanto è così concesso eccepirla (per costante giurisprudenza di questa Corte; da ultimo, v. Cass. 2 luglio 2010 n. 15713);

6.2. effettivamente, pertanto, il creditore che si mantenga estraneo alla procedura concorsuale ben può agire contro il fallito per ottenere un provvedimento che, pur non essendo opponibile al momento, alla massa dei creditori, diviene eseguibile quando il debitore ritorna in bonis; e ne consegue che, se il fallito non si difende a seguito della notifica di un decreto ingiuntivo da parte di un creditore per un credito estraneo alla massa, il provvedimento, decorsi i termini di opposizione, diviene definitivo ed acquista esecutività dopo la chiusura del fallimento (Cass. 27 aprile 1981 n. 2542; vedi anche, sostanzialmente, Cass. 27 luglio 1973 n. 2212);

6.3. deve quindi ritenersi: da un lato, possibile per il creditore agire contro il suo debitore in proprio, anche quando sia fallito, potendo egli conseguire un titolo per la tutela postfallimentare delle sue ragioni di credito; dall’altro, necessario per il debitore fallito, destinatario di un’ingiunzione in proprio, opporsi in tale qualità nell’inerzia (del resto comprensibile, per l’inopponibilità alla massa di quel titolo) della curatela;

6.4. deve quindi concludersi nel senso che, spettando comunque al fallito una limitata capacità processuale, egli ha l’onere di proporre opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti, verificandosi, in mancanza, anche nei suoi confronti l’effetto della definitività del monitorio stesso.

7. Va ora esaminato il terzo motivo di ricorso (di cui supra, sub 3.3.), affrontando la questione della opponibilità anche al socio illimitatamente responsabile di un titolo esecutivo pronunciato contro la società di persone di cui egli parte e degli effetti preclusivi della mancata opposizione da parte sua; ed al riguardo si nota che:

7.1. in primo luogo, la notifica rifiutata si ha, (come è noto, per regolarmente compiuta, potendo – a tutto concedere – rilevare le motivazioni del rifiuto – se ritualmente dedotte – ad introdurre meri fatti giuridici, la valutazione della cui rilevanza nel merito è operata nel corso del processo cui si riferisce l’atto la cui notifica è stata rifiutata;

7.2. la sentenza di condanna pronunciata in un processo tra il creditore della società ed una società di persone costituisce titolo esecutivo anche contro il socio illimitatamente responsabile, in quanto dall’esistenza dell’obbligazione sociale deriva necessariamente la responsabilità del socio e quindi ricorre una situazione non diversa da quella che, secondo l’art. 477 c.p.c., consente di porre in esecuzione il titolo in confronto di soggetti diversi dalla persona contro cui è stato formato (Cass. 14 giugno 1999 n. 5884, Cass. 17 gennaio 2003 n. 613, Cass. 6 ottobre 2004 n. 19946 e Cass. 16 gennaio 2009 n. 1040);

7.3. un tale approdo esegetico può confermarsi, del resto, alla stregua della considerazione della imperfetta soggettività giuridica delle società di persone, che si risolve e sostanzialmente si identifica e si risolve in quella dei soci, i cui patrimoni sono protetti dalle iniziative dei terzi e dei creditori soltanto dal fragile diaframma della sussidiarietà della loro responsabilità rispetto a quella del patrimonio sociale: sicché, in considerazione della normale coincidenza della pienezza del potere di gestione e della responsabilità illimitata in capo a ciascuno dei soci di società di persone, i debiti della prima finiscono col risolversi in quelli dei secondi; ne consegue ulteriormente che, per l’interesse e la legittimazione da riconoscersi a questi ultimi, avverso ed in vista del loro riconoscimento giudiziale essi hanno uno specifico onere appunto personale di preventiva reazione;

7.4. può pertanto concludersi nel senso che, per la struttura delle società personali, il debito della società resta essenzialmente un debito che fa capo anche al singolo socio;

7.5. tanto consente di ritenere, siccome direttamente suscettibile di divenire il destinatario della condanna da quello recata, interessato e legittimato ad opporsi al decreto ingiuntivo pronunciato contro una società di persone anche il socio di questa che sia – come nel caso di specie – illimitatamente responsabile; in tal modo si tempera il generale principio della necessaria coincidenza tra parti del 1 monitorio e parti del processo di esecuzione (ribadito da Cass. 8 settembre 1997 n. 8731 e Cass. 18 agosto 2004 n. 16069) con l’estensione dell’efficacia del giudicato al di là dei limiti formali del titolo, resa possibile dalla particolare natura – e sostanzialmente dalla carenza di una soggettività giuridica perfetta – del soggetto destinatario della sentenza; e non piuttosto in virtù del principio, addotto dal controricorrente INAIL, della legittimazione di ogni socio ad opporsi al decreto ingiuntivo emesso contro una società in nome collettivo (affermata da Cass. 7 settembre 1993 n. 9381), visto che una tale fattispecie si riferisce all’azione per contestare il debito sociale consacrato nel titolo e non quello gravante sul socio – illimitatamente responsabile – in proprio;

7.6. il riconosciuto principio dell’efficacia riflessa, nei confronti del socio illimitatamente responsabile, del titolo esecutivo conseguito nei confronti della società di persone impone poi di ricondurre nell’alveo delle reazioni avverso il titolo stesso le questioni che il primo potrebbe, quale coobbligato solidale, sviluppare contro di questo;

7.7. è poi principio generale che, ove non sia stata i proposta opposizione, neppure tardivamente, il decreto ingiuntivo acquista autorità equiparabile al giudicato e preclude definitivamente le eccezioni relative a fatti anteriori, i quali andavano fatti valere esclusivamente nel giudizio di opposizione (per tutte, v. Cass. 25 febbraio 1994 n. 1935, Cass. 28 febbraio 1999 n. 9061, Cass. 19 dicembre 2006 n. 27159): qualora il titolo posto a base di una qualunque azione esecutiva sia di formazione giudiziale, il giudice dell’esecuzione – e dell’opposizione ad esecuzione – non può effettuare alcun controllo intrinseco sul titolo esecutivo giudiziario, che sia diretto cioè ad invalidarne l’efficacia in base ad eccezioni che andavano dedotte nel giudizio definito con il titolo medesimo, dovendosi egli soltanto limitarsi a controllare l’eventuale validità ed esistenza del titolo stesso, così da potere stabilire se esso stia effettivamente a base dell’esecuzione o sia venuto meno per fatti posteriori alla sua formazione (e tranne solo i casi – che con tutta evidenza qui non sono addotti e non ricorrono – di vera e propria inesistenza della pronunzia);

7.8. una tale conclusione va applicata anche all’eccezione di prescrizione del credito consacrato nel decreto ingiuntivo (Cass. 10 settembre 1974 n. 2455), tipico fatto estintivo anteriore alla definitività del titolo esecutivo che afferma invece la sussistenza del diritto di credito;

7.9. il socio illimitatamente responsabile deve quindi opporre la prescrizione del credito verso la società dispiegando opposizione avverso il decreto ingiuntivo che lo riconosce, anche, beninteso ove ne ricorrano i presupposti, con il rimedio dell’opposizione tardiva: in mancanza, gli è preclusa l’eccezione di prescrizione in sede meramente esecutiva;

7.10. deve quindi concludersi nel senso che il decreto ingiuntivo pronunciato nei confronti di una società in nome collettivo estende i suoi effetti anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili e, pertanto, anche ciascuno di questi ha l’onere di proporvi opposizione, con la conseguenza che, in mancanza, il monitorio stesso diviene definitivo anche nei confronti del socio e questi non può opporre l’eventuale prescrizione maturatasi in precedenza.

8. Va ora esaminato il quarto motivo di ricorso (di cui supra, sub 3.4.) ed al riguardo basti osservare che non vi è diversità tra colui che viene indicato come titolare di una “ditta” (o, rectius, “impresa”) individuale ed il medesimo come persona fisica, visto che, per scolastica nozione, quella non ha alcuna autonomia patrimoniale ed il primo si risolve nel secondo, senza possibilità di tenere distinti, in capo al medesimo soggetti, i rapporti a lui facenti capo quale imprenditore e quelli estranei all’impresa; pertanto, quand’anche fosse stata inesistente la “ditta individuale” in capo allo Z. , un decreto o un qualunque titolo esecutivo giudiziale pronunciato contro tale ditta estende comunque i suoi effetti contro la persona fisica in cui egli, come qualunque altro imprenditore individuale, si identifica; ed il titolo è quindi formato correttamente e direttamente nei suoi confronti, e non già contro un soggetto da qualificarsi inesistente. Deve quindi concludersi nel senso che, per la piena coincidenza tra il titolare della ditta individuale e la sua persona fisica, il decreto ingiuntivo emesso nei confronti del primo si intende senz’altro pronunciato nei confronti della seconda.

9. Va ora esaminato il quinto motivo di ricorso (di cui supra, sub 3.5.) ed al riguardo si nota che:

9.1. il motivo di censura si appunta non già sull’omissione di motivazione sul punto decisivo della ammissione al passivo, ma, a ben guardare, sul prospettato errore di diritto di riferire l’effetto interruttivo (e sospensivo) alla presentazione della domanda di insinuazione al passivo, anziché alla sua ammissione;

9.2. diversamente, il motivo sarebbe inammissibile, visto che la ratio decidendi della Corte ambrosiana è stata chiaramente indicata nell’individuazione dell’interruzione nell’insinuazione al passivo e non nell’approvazione dello stato passivo;

9.3. così interpretato il motivo al fine di esaminarlo nel merito, esso è comunque infondato, visto che, in tema di prescrizione del diritto dell’istituto previdenziale alla corresponsione dei contributi, la domanda di ammissione al passivo produce le stesse conseguenze della domanda giudiziale ai fini della interruzione della prescrizione, con effetti permanenti fino alla chiusura della procedura concorsuale (Cass. 4 agosto 2004 n. 14962);

9.4. non vi è questione poi sulla persistenza dell’effetto permanente in relazione all’esito della procedura stessa: e questa Corte non può esaminarla d’ufficio;

9.5. deve quindi concludersi, interpretandosi il motivo di censura come doglianza di violazione di legge anziché di vizio di motivazione, nel senso che per l’interruzione della prescrizione, la quale resta sospesa per tutta la durata della procedura fallimentare anche se revocata, rileva la domanda di insinuazione al passivo fallimentare e non. anche il successivo eventuale provvedimento di ammissione al medesimo.

10. Va ora esaminato il sesto motivo di ricorso (di cui supra, sub 3.6.); ed esso solo è fondato;

infatti:

10.1. le richieste conclusive formulate nell’atto di appello dall’INAIL, quali si ricavano dalla sentenza impugnata (pag. 10, primo periodo), si articolano nel riconoscimento del diritto di “procedere esecutivamente nei confronti dello Z. , in qualità di socio illimitatamente responsabile di snc H. B. [ma, rectius, Bois] Legno, per il credito di L. 142.079.170, pari ad Euro 73.377,77”:

10.2. in particolare, manca qualsiasi – eppure consueta, benché talvolta di stile – clausola del tipo “o di quella diversa somma ritenuta di giustizia”, avendo anzi l’INAIL specificato che, in subordine, esso chiedeva la minore somma (e non anche quella eventualmente maggiore) reputata giusta;

10.3. ancora, manca – stando al tenore degli atti come riprodotti in quelli suscettibili di diretto scrutinio da parte di questa Corte – la richiesta espressa degli accessori, i quali, costituendo autonoma componente del credito di valuta, vanno normalmente fatti oggetto di separata e specifica richiesta; ed è appena il caso di notare che non constano atti, direttamente valutabili da questa Corte in sede di legittimità e non avendo idoneamente specificato al riguardo alcunché il creditore, sulla cui base desumere aliunde la spettanza ex lege di accessori di qualsiasi fatta;

10.4. non possono prendersi in considerazione altri atti, anche per il principio di autosufficienza del ricorso, visto che il controricorrente INAIL si è limitato a predicare una diversa entità della somma reclamata, senza indicare in quale atto del processo esso l’avrebbe formulata (non bastando la generica dizione “istanza del 15.9.99”, senza indicazione dell’autorità a cui era diretta, del suo ruolo e della sua ubicazione all’interno del processo e di dove, all’interno della produzione di parte e per l’ipotesi che potesse essere direttamente esaminata da questa Corte, essa sarebbe stata reperibile);

10.5. vi è quindi diversità insuperabile tra quanto richiesto in atto di appello incidentale e quanto deciso dalla Corte di Appello, avendo essa determinato il credito in misura maggiore di quella di cui alla domanda cristallizzata con l’atto di appello, con conseguente vizio di ultrapetizione;

10.6. del resto, la Corte di Appello non da conto in modo perspicuo di come giunge alla somma finale riconosciuta, rispetto a quella oggetto dell’appello incidentale; né sopperisce, con adeguati atti o argomentazioni, il creditore, in quella sede appellante incidentale: e non può questa Corte in sede di legittimità colmare la relativa lacuna;

10.7. va concluso nel senso che, formulata una domanda con riferimento specifico ad un ammontare determinato o in subordine ad una somma inferiore e comunque senza accessori per un credito da definirsi -in difetto di allegazione o di prova del contrario – di valuta, incorre in ultrapetizione il giudice che riconosca un importo superiore, neppure potendosi, in caso di debiti di valuta, riconoscere gli interessi successivi alla data indicata in domanda in difetto di espressa estensione di questa.

11. È necessario quindi cassare In parte qua relativamente all’accoglimento del solo sesto motivo – la gravata sentenza; tuttavia è possibile ed opportuno – per l’esiguità dell’attività processuale richiesta dalla parziale cassazione e non essendovi la necessità di alcun ulteriore accertamento in fatto – decidere nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., la controversia tra il debitore e l’interventore INAIL, atteso il tenore della domanda formulata in secondo grado, con il riconoscimento della somma ivi richiesta e senza alcun altro accessorio, così sostituendo la statuizione contenuta nella sentenza della Corte di Appello e definitivamente riformando la pronuncia di primo grado.

Ed in conclusione:

11.1. vanno rigettati tutti i motivi di ricorso tranne l’ultimo;

11.2. e, accolto soltanto quest’ultimo, relativo alla posizione processuale del solo INAIL, la qui impugnata sentenza va cassata in riferimento esclusivamente al medesimo e confermata nel resto;

11.3. con contestuale decisione nel merito va pronunciata declaratoria del diritto di INAIL di procedere esecutivamente nei confronti di O.G..Z. per l’importo di L. 142.079.170, pari oggi ad Euro 13.311,11, senza altri accessori;

11.4. quanto alle spese del giudizio di legittimità, la soccombenza dello Z. nei confronti dell’INPS è integrale e ne comporta la condanna come in dispositivo;

11.5. sempre quanto alle spese di lite nel rapporto processuale tra lo Z. e l’INAIL, la soccombenza del primo è invece soltanto parziale e pertanto stimasi equo compensarle.

P.Q.M.

La Corte, rigettati gli altri, accoglie l’ultimo motivo di ricorso principale; decidendo nel merito, in corrispondente riforma della gravata sentenza della Corte di Appello di Milano n. 233/06, che peraltro conferma nel resto, dichiara il diritto di INAIL di procedere esecutivamente nei confronti di Z.O.G. per l’importo di L. 142.079.170, pari oggi ad Euro 73.377,77; condanna O.G..Z. al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore dell’INPS, in persona del leg. rappr.nte p.t., liquidate in Euro 5.200, di cui Euro 200 per esborsi; dichiara compensate le spese di lite nei rapporti tra lo Z. e l’INAIL.

E’ ammissibile il d.i. contro l’ex marito per le spese di teatro e nuoto della figlia (Cassazione 4543/2011)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 14 dicembre 2010 – 24 febbraio 2011, n. 4543

Presidente Luccioli – Relatore Cultrera

Svolgimento del processo

Il Presidente del Tribunale di Roma, con ordinanza del 21 febbraio 2002 emessa nell’ambito del giudizio di separazione personale dei coniugi C.V. e N.G.G., ha disposto a carico del C. l’obbligo del pagamento del contributo di mantenimento della figlia Euro di 800,00 mensili.

Con decreto 14 luglio 2004 il Presidente del Tribunale di Roma, accogliendo il ricorso proposto dalla N., ha emesso ai sensi dell’art. 633 c.p.c., decreto ingiuntivo nei confronti del C., inadempiente al provvedimento presidenziale, intimandogli di corrispondere alla N. gli arretrati dovuti per il mantenimento della figlia E. maturati in Euro 1.570,63.

L’intimato ha proposto opposizione deducendo l’inammissibilità del ricorso per essere la N. già munita di titolo esecutivo, e nel merito ha dedotto l’infondatezza dell’avversa domanda, chiedendo in riconvenzionale il rimborso della somma di Euro 292,22 per spese sostenute a causa degli ostacoli frapposti dalla moglie all’incontro con la figlia.

Il Tribunale adito, con sentenza del 13 ottobre 2005, ha respinto l’opposizione.

La decisione è stata impugnata dal C. innanzi alla Corte d’appello di Roma che, con sentenza n. 3588 depositata l’1 settembre 2006 e notificata il 15.11.2006, in parziale riforma della precedente decisione, ha accolto l’eccezione preliminare del C., revocando per l’effetto l’ingiunzione, e nel merito ha accertato la fondatezza della pretesa esercitata dalla N. nei confronti del coniuge separato,che ha quindi condannato a corrisponderle la somma di Euro 1.570,63.

Quest’ultima decisione è stata infine impugnata innanzi a questa Corte dal C. con ricorso articolato in quattro motivi. Ha resistito l’intimata con controricorso contenente ricorso incidentale. Il C. ha depositato memoria difensiva ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Si dispone preliminarmente la riunione dei ricorsi in quanto sono stati proposti avverso la medesima decisione.

1.- Col primo motivo il ricorrente denuncia violazione di legge in relazione all’art. 100 c.p.c.. Ascrive alla Corte territoriale errore di diritto consistito nell’aver pronunciato nel merito della pretesa azionata dalla N. con riguardo al rimborso delle spese straordinarie sostenute per la minore ed alla richiesta di rivalutazione dell’assegno di mantenimento della stessa, sulla quale non aveva il potere di statuire per l’impossibilità giuridica di far ricorso alla procedura monitoria sulla base dell’ordinanza presidenziale di cui si tratta. Con richiami ai precedenti giurisprudenziali invocati – Cass. nn. 782/1999 e 4722/1991, pone la questione di diritto se sia ammissibile l’introduzione del procedimento monitorio per far valere pretesa discendente da provvedimento presidenziale assunto nell’ambito del giudizio di separazione personale.

Formula quesito di diritto con cui chiede se l’ordinanza presidenziale emessa in sede di separazione personale possa essere posta a base di un ricorso per decreto ingiuntivo avente ad oggetto il pagamento delle somme determinabili sulla base di quella ordinanza.

2.- Il secondo motivo deduce errore di diritto in relazione all’art. 25 Cost. e artt. 710, 323 e 39 c.p.c., per aver il giudice d’appello, che pur ha ritenuto di revocare l’ingiunzione, esaminato il merito senza averne il potere.

Il quesito di diritto chiede: 1.- se laddove venga emesso decreto ingiuntivo sulla base di un’ordinanza presidenziale e tale decreto venga opposto da parte del coniuge obbligato che eccepisca la carenza d’interesse del beneficiario ad ottenere l’ingiunzione e l’impossibilità del giudice ad esaminare il merito, tale esame sia ammissibile ovvero appartenga al contesto del processo di separazione; 2.- se può il giudice dell’opposizione riformare un capo dell’ordinanza presidenziale.

3.- Il terzo motivo denuncia violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, in relazione all’art. 116 c.p.c. e correlato vizio di motivazione.

Assume il ricorrente che l’esborso, di cui ha chiesto con domanda riconvenzionale la restituzione, delle somme impiegate per raggiungere la figlia in Sicilia il giorno 18 agosto è documentato nonchè pacifico, e di ciò la Corte territoriale non ha tenuto conto nel disporre il rigetto della sua domanda. Rileva ulteriore errore di diritto consistito nell’aver escluso la compensazione tra il dovuto e quanto gli spettava in ragione della natura alimentare dell’assegno di mantenimento, che effettivamente non ammette ripetizione f ma solo per le somme già versate.

Con conclusivo quesito di diritto si chiede se il giudice in assenza di prova specifica può desumere la prova degli stessi fatti da indiretta conferma documentale ovvero dalla mancata avversa contestazione. E se, in materia alimentare, l’obbligato che non ha ancora versato le somme dovute, possa offrire in compensazione parte del suo credito.

4.- Il quarto motivo prospetta violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c..

Il ricorrente si duole del fatto che la compensazione delle spese giudiziali è stata limitata al solo grado d’appello. Il giudice del gravame, a suo avviso, avrebbe invece dovuto provvedere ad una nuova regolamentazione di quelle in primo grado, condannando per l’effetto la N. alla loro refusione, o quanto meno estendendo anche ad esse la compensazione applicata alla fase di gravame.

Si chiede con quesito di diritto se il giudice d’appello che riforma la precedente decisione ha il potere-dovere di regolamentare ex novo il regime delle spese processuali, o deve provvedere anche in presenza di specifica richiesta della parte solo alle spese del grado o può omettere la pronuncia.

I primi due motivi esaminabili congiuntamente, sono infondati.

La Corte territoriale ha revocato l’opposta ingiunzione sull’assunto che la procedura monitoria era inammissibile per le componenti del credito già determinate, perciò azionabili esecutivamente sulla base del titolo rappresentato dall’ordinanza presidenziale; era invece inevitabile per le voci relative ad importi non liquidi e non oggettivamente determinati nel loro ammontare, quali la rivalutazione sulla base degli indici ISTAT dell’assegno di mantenimento della figlia minore delle parti ed il rimborso delle spese straordinarie affrontate per il corso di nuoto e l’attività extrascolastica di teatro frequentati dalla bambina. Ha pertanto condotto indagine nel merito sulla fondatezza della relativa domanda, disponendone l’accoglimento.

Questo iter argomentativo è corretto.

La giurisprudenza citata nei motivi in esame – Cass. n. 782/1999 e 4722/1991,- secondo cui l’ordinanza pronunciata dal Presidente del Tribunale ai sensi dell’art. 708 c.p.c., non costituisce titolo per la emanazione di una successiva ingiunzione di pagamento ai sensi dell’art. 633 c.p.c., trattandosi di provvedimento (esaminabile soltanto nel contesto del procedimento cui accede) autonomamente presidiato da efficacia esecutiva, opera in relazione alle somme che in quel provvedimento risultano determinate, ovvero sulla sua base sono determinabili secondo un semplice calcolo aritmetico. Nel caso, quale quello di specie, in cui l’obbligo inadempiuto di contribuzione afferisce anche alle spese straordinarie della minore, genericamente considerate in quel provvedimento, in conformità ai principi che regolano il processo d’esecuzione, è necessario acquisire il titolo esecutivo attraverso un intervento del giudice che accerti la sussistenza delle condizioni di fatto che determinano l’insorgenza stessa dell’obbligo di esborso di quelle spese, e ne determini l’esatto ammontare – Cass. n. 1758/2008. La decisione impugnata, la cui ratio è ispirata a questa costruzione esegetica, ha pertanto correttamente disposto la revoca dell’opposta ingiunzione, per essere stata essa emessa anche in relazione a crediti per i quali avrebbe già potuto procedersi esecutivamente. Del pari correttamente ha quindi dato ingresso all’esame sulla fondatezza della domanda nel merito.

Il terzo motivo è inammissibile.

Si sostiene nella decisione impugnata che le spese controverse sono inerenti ad attività abituali, quasi necessarie per il benessere psicofisico della piccola E., e pertanto, anche se non concordate, non possono essere sottratte all’obbligo della ripartizione. La Corte territoriale ha palesemente modificato il titolo fondante l’obbligo in discussione, avendolo riferito alle spese abituali, non coincidenti con la nozione di spese straordinarie concordate in sede di separazione e considerate nel provvedimento presidenziale, posto a base dell’ingiunzione e dibattute nel merito.

La censura in esame non è pertinente a questa ratio decidendi; non ne coglie infatti il nucleo consistente nell’alterazione della ragione sottostante il credito controverso, contro cui non muove critica alcuna. Per l’effetto il quesito di diritto risulta privo di specificità, mirando alla formulazione di un principio inappropriato al senso della decisione impugnata. Il motivo è altresì inammissibile laddove chiede a questa Corte di pronunciare il principio di diritto in ordine all’ammissibilità della compensazione nella materia in questione. Il rigetto della domanda dell’odierno ricorrente di riconoscimento del credito opposto in compensazione comporta l’impossibilità giuridica di applicare l’invocato istituto.

4.- Il quarto motivo è infondato.

La decisione impugnata ha disposto la compensazione integrale delle spese del grado d’appello, lasciando inalterato il regime disposto nel grado precedente. E’ palese la corretta applicazione del principio della soccombenza da parte del giudice del gravame, la cui decisione, in questa prospettiva, è immune da errore. In chiave motivazionale, la sentenza impugnata esprime implicita conferma nel merito della precedente statuizione e non è pertanto sindacabile.

Il ricorso principale, alla luce di tali premesse, deve essere perciò rigettato.

Con l’unico motivo del ricorso incidentale la controricorrente si duole del governo delle spese del grado d’appello che a suo avviso la Corte territoriale avrebbe dovuto porre a carico del coniuge soccombente considerata la non identità quantitativa e qualitativa della sua posizione. Formula duplice quesito di diritto con cui chiede se 1.- nel caso in cui in sede d’appello si confermi il rigetto dell’opposizione a decreto ingiuntivo il giudice del gravame debba provvedere sulle spese del giudizio d’opposizione in mancanza di specifica impugnazione sul punto, e se: 2.- ricorrano giusti motivi per la compensazione delle spese se il giudice d’appello che provvede su molteplici domande ne accolga solo la parte minore.

Il quesito è generico. Il giudice d’appello ha esercitato il potere attribuitogli dalla legge processuale di compensare le spese giudiziali, e ne ha dato conto con motivazione non illogica.

Il quesito non si riferisce a questa ratio decidendi, ma pone questioni astratte prive di attinenza con la fattispecie.

Il motivo deve perciò essere dichiarato inammissibile.

La reciproca soccombenza delle parti giustifica la compensazione anche delle spese del presente giudizio di legittimità.

 

P.Q.M.

La Corte:

Riunisce i ricorsi e li rigetta. Compensa le spese del presente giudizio di legittimità

La Corte di Cassazione rimette alle Sezioni Unite la questione sul dimezzamento dei termini nelle opposizioni a decreto ingiuntivo (Cassazione 6514/2011).

Postato il

Pubblichiamo l’ordinanza n. 6514 del 22 marzo 2011 con cui la III Sezione della Cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite la ben nota questione del termine di costituzione dell’opponente nelle opposizioni a decreto ingiuntivo. L’ordinanza si discosta dall’interpretazione data nella nota sentenza n. 19246 del 2010 (riduzione automatica dei termini e conseguente improcedibilità) ritenendo che il dimezzamento dei termini debba operare solo se effettivamente l’opponente si sia avvalso del diritto di ridurre alla metà i termini di comparizione.

Il documento:

Cass.6514-2011

Condominio: gli oneri condominiali possono essere richiesti solo al reale proprietario e non a quello “apparente” (Cassazione 574/2011)

Postato il

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 16 novembre 2010 – 12 gennaio 2011, n. 574
Presidente Rovelli – Relatore Manna

Svolgimento del processo

F..M. proponeva opposizione al decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti dal giudice di pace di Castrovillari, su ricorso del condominio (OMISSIS) , per il pagamento della somma di Euro 138,78, a titolo di oneri condominiali ed accessori. A sostegno dell’opposizione deduceva la carenza di legittimazione passiva, non essendo egli, bensì sua moglie Io..Mu.  , proprietaria dell’unità abitativa cui si riferiva l’obbligazione.
Il condominio opposto chiedeva vanamente la chiamata in causa di quest’ultima, e all’esito dell’istruzione probatoria il giudice di pace, con sentenza n. 181 pubblicata il 21.7.2004, rigettava l’opposizione.
Pur ritenendo documentalmente provato che l’appartamento condominiale apparteneva al coniuge dell’opponente, il giudice di prime cure osservava che per moltissimi anni quest’ultimo aveva tenuto una condotta tale da farlo ritenere quale effettivo proprietario del bene, ricevendo la corrispondenza a lui indirizzata, incluse le convocazioni dell’assemblea, esercitando i relativi diritti e adempiendo le obbligazioni, senza mai eccepire la propria carente legittimazione. Tale fattispecie, reputava il primo giudice, integrava una situazione astrattamente corrispondente all’esercizio di un diritto, tale “da giustificare la tutela dell’apparenza del diritto e quindi del terzo di buona fede”, ossia dell’amministratore del condominio, il quale poteva invocare la tutela dell’affidamento incolpevole.
Nel merito, deduceva che l’opposizione era del tutto generica, che il M.        non aveva mai impugnato alcuna delle delibere assembleali determinative delle spese comuni e della loro ripartizione.
Per la cassazione della suddetta sentenza propongono ricorso P., L.   e R..M., nonché M.I.  , quali eredi di F.M.    con unico motivo illustrato da memoria.
La parte intimata non ha svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

1. – Con unico motivo d’impugnazione, articolato in più censure, i ricorrenti deducono errores in procedendo e violazioni dei “limiti fondamentali sostanziali del giudizio di equità costituiti dai principi costituzionali e dai principi generali dell’ordinamento”.
In particolare, lamentano che il giudice di primo grado ha esonerato la parte opposta, attrice in senso sostanziale, dall’onere della prova dei fatti costitutivi della pretesa, poiché il condominio non ha dimostrato né l’esistenza dell’obbligazione, né il fatto che il M.        si sia comportato quale condomino pur non essendolo, né le delibere di approvazione delle spese, né la congruità delle somme richieste.
Il giudice di pace, inoltre, ledendo il contraddittorio, da un lato ha revocato l’ordinanza ammissiva della prova testimoniale e dall’altro ne ha utilizzato gli esiti parziali ai fini della decisione, poiché i testi della parte opponente non sono stati escussi, violando così il diritto della parte di farli assumere.
Infine, la sentenza è ingiusta in quanto non è stata offerta alcuna prova del fatto che il M. avrebbe tenuto un comportamento tale da farlo apparire come proprietario dell’immobile.
Tali condotte, prosegue parte ricorrente, avrebbero potuto avere incidenza, semmai, sulla regolamentazione delle spese, ma non già sul piano della pretesa sostanziale, non essendo possibile far gravare su chi non è proprietario oneri che competono solo al titolare del bene.
Ben singolare, poi, conclude parte ricorrente, è l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata secondo cui il M.    “o chi per esso” non si è mai opposto alle delibere dell’assemblea relative al riparto delle spese condominiali, delibere che egli non avrebbe potuto impugnare proprio per l’estraneità alla compagine dei proprietari del fabbricato.
2.- Il ricorso va accolto.
2.1. – Premesso che per le sentenze dei giudici di pace in controversie di valore non superiore ai millecento Euro, la decisione della causa è solo secondo equità, essendo questo l’unico metro di giudizio adottabile, e che, pertanto, le regole di equità devono ritenersi applicate indipendentemente dal fatto che il giudice di pace abbia invocato l’equità per la soluzione del caso singolo, oppure abbia risolto la controversia con richiamo a principi di diritto, atteso che anche in questo caso la lettura delle norme data dal giudice è compiuta in chiave equitativa e non può essere denunciata in cassazione ai sensi del n. 3 dell’art. 360 cod. proc. civ. per violazione di legge (Cass. n. 26528/06), va ricordato che, secondo il costante indirizzo di questa Corte, e in base all’intervento manipolativo di Corte Cost. n. 206/04, le sentenze pronunciate dal giudice di pace secondo equità, ai sensi del secondo comma dell’art. 113 cod. proc. civ., nel regime anteriore alle modifiche di cui al d.lgs. 2 febbraio 2006 n. 40, sono ricorribili in cassazione per violazione di norme processuali, costituzionali e comunitarie, nonché per violazione dei principi informatori della materia e per nullità attinente alla motivazione, che sia assolutamente mancante o apparente, o fondata su affermazioni in radicale ed insanabile contraddittorietà (Cass. n. 11638/10; Cass. SU n. 564/09; Cass. n. 7581/07; Cass. n. 4436/07).
2.2. – Nello specifico, dall’unico motivo d’impugnazione si estraggono tre distinte censure, così sintetizzabili: a) lesione del contraddittorio e della difesa, per aver il giudice di primo grado utilizzato ai fini della decisione una prova testimoniale chiusa prima dell’escussione dei testi di parte opponente, benché precedentemente ammessi; b) errato governo del principio dell’onere della prova, gravante sulla parte opposta, ma di fatto riferito dal giudice di pace all’opponente; c) erronea individuazione del M.        come soggetto obbligato, ancorché non proprietario dell’unità immobiliare facente parte del condominio.
3. – Quest’ultima censura, da esaminare con priorità per il suo carattere decisivo e assorbente, individua in buona sostanza (al di là delle espressioni letterali adoperate) quale principio informatore della materia, violato dalla decisione impugnata, quello per cui solo il proprietario dell’unità abitativa condominiale può essere tenuto al pagamento degli oneri di gestione del fabbricato comune.
3.1 – Essa è fondata e va accolta, restando assorbito l’esame delle restanti censure.
3.2.- Il condominio negli edifici, cosi come configurato negli artt. 1117 e ss. c.c., costituisce un ente di gestione a partecipazione necessaria di tutti i soggetti titolari delle porzioni di piano di proprietà individuale, in ragione del valore delle rispettive unità immobiliari.
3.3. – La ripartizione delle spese comuni contemplate dall’art. 1123, comma 1 c.c. grava, salvo diversa convenzione, su ciascun condomino in base a un criterio di realità, che come prescinde dal godimento effettivo della porzione di proprietà particolare, così non considera rilevante che altri, piuttosto che il proprietario, utilizzi l’unità immobiliare singola, fruendo delle cose e dei servizi comuni e concorrendo di fatto ai relativi oneri.
3.4. – Tale criterio, applicativo della più generale regola posta dell’ari. 1104 c.c., deve ritenersi principio informatore della materia, in quanto fondante il carattere ambulatorio passivo dell’obbligazione di pagamento delle spese condominiali, che consente di individuare con certezza il soggetto tenutovi anche nell’ipotesi di trasferimento del bene (tant’è che cedente e cessionario sono obbligati in solido, in funzione di rafforzamento del credito, entro il limite temporale di cui all’art. 63, comma 2 disp. att. c.c.).
3.4.1. – In particolare, poi, per quanto concerne la regola di equità sostituiva applicata dal giudice di pace, basata sul principio di apparenza (e dunque di affidamento del terzo e di autoresponsabilità del dichiarante), questa Corte ha già avuto modo di rilevare che in caso di azione giudiziale dell’amministratore del condominio per il recupero della quota di spese di competenza di una unità immobiliare di proprietà esclusiva, è passivamente legittimato il vero proprietario di detta unità e non anche chi possa apparire tale, poiché difettano, nei rapporti fra condominio, che è un ente di gestione, ed i singoli partecipanti ad esso, le condizioni per l’operatività’ del principio dell’apparenza del diritto, strumentale essenzialmente ad esigenze di tutela dell’affidamento del terzo in buona fede, ed essendo, d’altra parte, il collegamento della legittimazione passiva alla effettiva titolarità della proprietà funzionale al rafforzamento e al soddisfacimento del credito della gestione condominiale (Cass. n. 1627/07; conformi, 17039/07, 22089/07 e 17619/07).
3.4.2. – Nella fattispecie, la soluzione equitativa adottata dal giudice di primo grado si pone in contrasto frontale con l’anzidetto principio informatore della materia, che non può dipendere da fattori di apparenza, per loro natura incompatibili con le esigenze di certezza dei rapporti interni condominiali.
4. – Per quanto sopra, la sentenza di primo grado va cassata senza rinvio e decisa nel merito, con pronuncia sostitutiva ai sensi dell’art. 384, comma 1, seconda parte, c.p.c., testo ante lege n. 69/09, e, in accoglimento dell’opposizione, il decreto ingiuntivo deve essere senz’altro revocato.
5. – Le spese del giudizio di merito e della presente fase di Cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza della parte intimata.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito in ordine al motivo accolto, in accoglimento dell’opposizione revoca il decreto ingiuntivo opposto e condanna la parte intimata al pagamento delle spese del giudizio, che liquida per il primo grado in Euro 532,00 di cui 120,00 per esborsi, e per il giudizio di cassazione in Euro 500,00, di cui 100,00 per esborsi.