procedura civile

Lettera al cliente (dell’avv. Giuseppe Caravita)

Postato il Aggiornato il

Tempo fa pubblicammo, per sua gentile concessione, una nota (https://ltantalo.wordpress.com/2014/05/29/perche-lavvocato-non-deve-essere-pagato-come-tutti-gli-altri/) dell’illustrissimo Collega (avvocato e mediatore), Giuseppe Caravita, personaggio di grande cultura, preparazione e sensibilità. Ora il caro Giuseppe ha deciso di onorare nuovamente il mio blog di uno dei suoi bellissimi pezzi, la “Lettera al cliente”, che pubblichiamo di seguito.

Caro cliente, sono il tuo avvocato. Ho preso in carico il tuo problema, ti sono stato a sentire, ho dipanato insieme a te il problema, l’ho reso comprensibile. Non sempre quello che dici, sai, si capisce immediatamente. Occorre ascoltare con attenzione, passare al setaccio le parole, distinguere quelle dettate dall’ira da quelle dettate dal cuore, separare quelle che nascono dall’ignoranza e dalla suggestione da quelle che sono pronunciate con animo sincero. Ho prospettato delle soluzioni, ho ipotizzato, ti ho fatto delle domande, ho preso appunti. Questo, caro cliente, vale per tutti i problemi che possono essere sottoposti a un avvocato: problemi di credito da recuperare, di debiti con il mondo bancario, di imprese, di soci, di famiglia, di rapporti condominiali, di rapporti con la pubblica amministrazione, di figli, di mogli, di mariti. Noi ascoltiamo: noi avvocati ascoltiamo. Io e tutti i miei colleghi dedichiamo al lavoro, cioè a te, al tuo problema, caro cliente, le nostre forze fisiche ed intellettuali. Non è vero che il nostro lavoro è sedentario: noi corriamo dalla mattina alla sera, e nei Palazzi di Giustizia saliamo da un piano all’altro, alla ricerca dello sportello giusto, e poi scendiamo di nuovo, e risaliamo, e camminiamo per chilometri. Nelle nostre borse ci sono le tue carte, le tue speranze, la tua rabbia e la tua delusione, la tua ansia, i tuoi problemi. Le nostre borse pesano tantissimo, perchè ci portiamo appresso la vita dei nostri clienti. E dopo avere ascoltato, caro cliente, dobbiamo decidere quale è la strada giusta da seguire, e dobbiamo seguirla,e non vorremmo mai sbagliare. A volte ci capita di sbagliare, tuttavia, e allora soffriamo in silenzio,e passiamo nottate intere a rimuginare pensieri. Chi non fa questo nostro mestiere non sa cosa vuol dire svegliarsi di notte e rimanere a guardare il soffitto, aspettando il sonno che non torna. Ognuno di noi si è sentito da dire dal suo dominus (e cioè l’avvocato anziano che gli ha insegnato il mestiere): fino a quando non resterai una notte sana a guardare il soffitto, con lo stomaco in subbuglio e le parole che si accavallano nella testa, non sarai avvocato. I più anziani tra di noi l’hanno detto a loro volta ai loro discepoli, e i più giovani prima o poi lo diranno. A volte ci capita di trovare la soluzione, spesso ci capita di vincere una causa. E allora, sempre in silenzio, ridiamo dentro di noi, perchè nessuno potrà mai capire che sensazione prova un avvocato che conduce la nave sino in porto. Caro cliente, sembriamo una classe disunita, perchè ognuno di noi ogni giorno deve affrontare tutto e il contrario di tutto, e se io vinco vuol dire che qualcun altro perde, e se vince qualcun altro vuol dire che perdo io. Sembriamo disuniti, ma non lo siamo. Il senso di solidarietà si impara in trincea, nella trincea dei Tribunali dove ogni giorno scendiamo per fare il nostro lavoro. Lì si imparano solidarietà e rispetto, e correttezza e tante altre cose belle. Si impara anche ad essere fermi, e coraggiosi. Ecco, questo è il mondo in cui io, caro cliente, vivo tutti i giorni da trenta anni. Io e altri 250.000 colleghi. Adesso, improvvisamente, qualcuno se ne esce a dire che siamo troppi. E’ uno sbaglio di lana grossa, e ti spiego perchè, caro cliente: sino a prima della seconda guerra mondiale, gli avvocati erano a numero chiuso, come i notai. Erano ricchi e potenti. Ma la gente come te, caro cliente, faceva anche una settimana di fila per parlare con l’Avvocato. E poi, tutto sommato, la gente come te, caro cliente, che diavolo doveva andare a fare dall’avvocato? Le cose sono cambiate, gli scenari si sono stravolti: la proprietà privata non è più cosa di ricchissime e agiate famiglie, milioni di italiani hanno casa di proprietà. Questo vuol dire, semplicemente, che milioni di italiani hanno problemi di condominio, di rapporti con i vicini, di mutui, di ristrutturazioni, di compravendita. E questo per restare in un solo settore. Il numero degli avvocati non deve essere rapportato al numero della popolazione italiana, ma al volume di rapporti problematici. Banche, imprese, rapporti di lavoro, condominio, separazioni, divorzi, amministrazioni di sostegno. Per questo ci sono milioni di controversie, in Italia. E il problema non sono gli avvocati, caro cliente. Il problema è lo Stato che non sa dare una risposta adeguata. Mi fermo qui, perchè dovrei parlarti di moltissime altre cose, e il discorso diventerebbe di una lunghezza insostenibile. Ma quello che mi premeva dirti, caro cliente, è che il tuo avvocato, sia esso giovane, vecchio, donna o uomo, calvo o capellone, grasso o magro, simpatico o molto serioso, è una persona che si fa carico del tuo problema, e se lo porta appresso per tutta la giornata, anche quando tu non ci pensi più. E’ una persona che si aggiorna e studia per darti il migliore servizio possibile. E’una persona che di mestiere risolve i problemi degli altri: ascoltalo, seguilo e rispettalo. E pagalo quando ti chiederà di essere pagato.

Grazie, caro Giuseppe, per questo contributo…e speriamo di vedere tutti i tuoi bellissimi scritti raccolti al più presto in un unico volume.

Annunci

Pre-abbonati a La Nuova Giustizia Civile!

Postato il

Pre-abbonati a La Nuova Giustizia Civile!

Primiceri Editore vi offre una straordinaria occasione per diventare abbonati de La Nuova Giustizia Civile. La rivista debutterà in cartaceo il 15 gennaio 2014 così come la versione on-line a pagamento. I contenuti on-line saranno visibili gratuitamente fino al 15 gennaio 2014 per permettervi di scoprire e apprezzare il livello e l’utilità dei nostri articoli e la qualità del nostro staff scientifico e redazionale.

Per chi prenota l’abbonamento on-line o cartaceo che decorrerà dal 15 gennaio 2014, Primiceri Editore vi offre lo sconto del 50%.

Nel dettaglio:

ABBONAMENTO ON-LINE: accesso per un anno solare ai contenuti web più download di 6 numeri cartacei in versione pdf a soli 49 euro anziché 99 euro!

ABBONAMENTO CARTACEO: abbonamento a 6 numeri cartacei della rivista a soli 75 euro anziché 150 euro!

Clicca qui per abbonarti: http://lanuovagiustiziacivile.com/pre-abbonati-a-la-nuova-giustizia-civile/

…e un’ordinanza del Tribunale di Milano di segno contrario a quella di Roma, sempre sul 185 bis c.p.c.

Postato il

Tribunale di Milano, sezione decima, ordinanza del 4.7.2013

Il Giudice A. Simonetti, a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 2/07/2013, al fine di valutare se procedere, in applicazione dell’art. 185 bis cpc introdotto dal decreto legge 69/2013, formulando alle parti una proposta transattiva o conciliativa, osserva quanto segue; ritenuto che la citata disposizione sia applicabile in forza del principio tempus regit actum ai processi in corso e, quindi, al presente processo, pendente dal 22 maggio 2012; rilevato infatti che l’art. 77 del decreto legge 69/2013, che introduce la proposta di conciliazione del giudice, non contempla disposizioni transitorie e il suo regime di efficacia temporale discende dalla norma finale, art 86, per cui il decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione (21 giugno 2013 data di pubblicazione in GU)  “rilevato che la norma impone al giudice, a differenza dell’attività che svolge nell’ambito del più generale tentativo di conciliazione delle parti ex art. 185 cpc, che si estrinseca nell’attività del giudice di condurre le parti affinché si scambino, nell’ambito della loro autonomia privata, proposta e accettazione di accordi convenzionali transattivi o conciliativi, il potere dovere di porre in essere una specifica attività consistente nel farsi promotore del contenuto di una ipotesi conciliativa o transattiva; ritenuto che in considerazione di tale specifica attività richiesta al giudice, la norma debba essere intesa nel senso che l’ufficio è tenuto a tale adempimento nella fase della trattazione (prima udienza) o nella fase dell’istruzione, ma che, esaurita, chiusa l’istruttoria e, quindi, quando la causa sia matura per la decisione senza attività istruttoria o ulteriore attività e resti all’ufficio solo stabilire in quale forma ex art. 281 quinquies o sexies cpc essa debba essere decisa con sentenza, non sussiste più per il giudice il potere dovere di formulare una ipotesi conciliativa o transattiva ai sensi e con gli effetti di cui all’art. 185 bis cpc; ritenuto che tale significato della norma sia imposto dalla sua interpretazione letterale, in quanto l’espressione “sino a quando è esaurita l’istruzione” indica esplicitamente come limite dell’attività del giudice di formulare i termini della transazione o della conciliazione quello della fase istruttoria; dall’interpretazione logico sistematica, in quanto stabilire il potere dovere del giudice di formulare, non potendo ciò avvenire se non in termini sufficientemente specifici e dettagliati, alle parti una ipotesi conciliativa o transattiva della controversia, in una fase in cui è già chiusa l’attività istruttoria e non resta che rimettere le parti alla decisione, significherebbe imporre al giudice di anticipare esplicitando il contenuto della ipotesi transattiva/conciliativa la sua probabile decisione finale, senza che agli atti possa sopravvenire alcun nuovo elemento istruttorio utilizzabile per la decisione; ritenuto che tale interpretazione dell’art. 185 bis cpc, che vede come momento preclusivo della proposta transattiva/conciliativa del giudice quello della fase istruttoria, si impone, come detto, in forza della specifica attività che si richiede al giudice – indicare alle parti il contenuto della transazione o conciliazione- tanto che lì ove il giudice non sia chiamato a farsi promotore del contenuto di una transazione/conciliazione da sottoporre all’accettazione delle parti, ma sia chiamato più semplicemente ad esperire il tentativo di conciliazione ex art 185 cpc, la legge non pone momenti preclusivi, stabilendo che la facoltà del giudice può essere esercitata in qualunque stato e grado del processo, ex art. 117 cpc e art. 185 comma 1 cpc; rilevato che nel caso di specie con il provvedimento con cui si è ritenuta ex art. 187 cpc la causa matura per la decisione senza assunzione di mezzi di prova si sia già chiusa la fase istruttoria, sicché non vi è più spazio per procedere alla formulazione di ipotesi conciliativa o transattiva ex art. 185 bis cpc; ritenuto che nella presente controversia non sia utile esperire il tentativo di conciliazione ex art. 185 cpc,

 P.Q.M.

rinvia per precisazione delle conclusioni all’udienza del 22.10.2014 ore 10,15.

Si comunichi.

Milano,

8.7.2013

Il Giudice

dott. A. Simonetti

 

 

Consulenze, pareri e quesiti

Postato il

Vi ricordiamo che per richiedere un parere o consulenza, o per formulare un quesito, è possibile scrivere all’indirizzo consulenza@studiotantalofornari.it oppure utilizzare gli altri recapiti indicati nella pagina “Informazioni e contatti”. Ricordiamo anche che il primo parere è sempre gratuito.

Separazione: nell’assegnazione della casa coniugale l’interesse primario da tutelare è quello dei figli, non quello del patrimonio familiare (Cassazione 23591/2010)

Postato il

Cassazione – Sezione prima – sentenza 19 ottobre – 22 novembre 2010, n. 23591
Presidente Luccioli – Relatore Cultrera

Svolgimento del processo

Con ricorso 8 marzo 2001, D. R. L. ha chiesto al Tribunale di Belluno di pronunciare la sua separazione dal coniuge C. G., con cui aveva contratto matrimonio il omissis, con affidamento a suo favore dei figli Gi., A., G. ed An., e l’adozione dei conseguenti provvedimenti in ordine al diritto di visita del padre, all’assegnazione della casa coniugale ed alla determinazione del contributo di mantenimento.
Radicatosi il contraddittorio, il convenuto ha chiesto addebito della separazione a carico della moglie, con affidamento dei figli alla madre ed obbligo della stessa di contribuire al loro mantenimento.
Il Tribunale adito, con sentenza n. 29/6-7/11/2005, ha pronunciato la separazione con addebito alla D. R., le ha affidato le figlie minori G. ed An. regolamentando il diritto di visita del padre, ha assegnato a quest’ultimo la casa coniugale, fissandone il rilascio alla data del 31 ottobre 2006, stante l’eccessivo costo di gestione che ne rendeva opportuna la vendita. Ha infine determinato a carico del predetto un contributo a favore di ciascuno dei figli, ivi compresi quelli maggiorenni non ancora autonomi, nell’importo mensile di euro 600,00 ed un contributo mensile di euro 900,00 per il canone di locazione dell’immobile destinato alla famiglia, ed ulteriore contributo di euro 600,00 mensili per l’assistenza della figlia An. affetta da grave patologia.
La decisione è stata impugnata dalla D. R. in via principale e dal C. in via incidentale innanzi alla Corte d’appello di Venezia che, con sentenza n. 615 depositata il 5 aprile 2006, in parziale riforma della precedente decisione, ha attribuito alla D. R. un assegno alimentare di euro 500,00 aggiornabile annualmente, gravandone del pagamento il coniuge separato, ed ha invece escluso l’obbligo di quest’ultimo di contribuire al mantenimento del figlio Gi., siccome, ormai maggiorenne, viveva e lavorava col padre che lo manteneva ed assisteva.
Quest’ultima decisione è stata infine impugnata innanzi a questa Corte dalla D. R. con ricorso articolato in tre motivi. Ha resistito il C. con controricorso.

Motivi della decisione

Col primo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione in ordine all’assegnazione della casa coniugale e violazione dell’art. 155 comma 4 cod. civ..
Sostiene che la motivazione è illogica ed insufficiente in quanto il provvedimento in oggetto si basa su considerazioni di ordine economico, identificate in un presumibile depauperamento dell’asse ereditario, e tralascia di contro la necessaria valutazione sull’interesse della prole. È inoltre contraddittoria in quanto nel contempo le riconosce il contributo alimentare in ragione della necessità di assistere la prole, in specie la piccola An., seriamente impedita.
Ascrive al giudicante errore di diritto per non aver preso in considerazione una eventuale assegnazione parziale dell’abitazione familiare in attesa della sua vendita.
Formula quesito di diritto con cui chiede se la disciplina degli interessi della prole, con riguardo alla conservazione dell’habitat domestico, possa ammetterne la non assegnazione al genitore affidatario, privo di reddito proprio e tenuto ad assistere un figlio infermo, per ragioni di natura patrimoniale.
Il resistente replica che la decisione rende conto, con ampia e puntuale motivazione, della disapplicazione del criterio invocato da controparte che, lungi dal dettare qualsivoglia automatismo, è solo preferenziale. La censura perciò non avrebbe fondamento giuridico.
Il motivo è fondato.
Assume la Corte territoriale che l’assegnazione della casa coniugale alla D. R., affidataria dei figli, non è praticabile ragionevolmente poiché le spese di gestione e mantenimento dell’alloggio, rappresentato da una villa, non si giustificano e paiono contrarie all’interesse dei figli futuri eredi per il costante prevedibile depauperamento dell’asse ereditario che conseguirebbe a continui e cospicui esborsi, presumibilmente in aumento.
L’approdo consuma violazione della norma contenuta nell’art. 155 comma 4 cod. civ. nel testo applicabile “ratione temporis” che, secondo esegesi consolidata (per tutte Cass. n. 3030/2006, n. 1545/2006, n. 25686/2009), disponendo che l’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli, non detta effettivamente una regola assoluta secondo cui l’assegnazione sarebbe automatica conseguenza del provvedimento di affidamento, ma orienta piuttosto il potere discrezionale del giudice di provvedere all’assegnazione secondo criterio preferenziale, la cui applicazione non può però mai prescindere dalla valutazione del persistente interesse dei figli affidati a risiedere nella casa familiare, che, tenuto conto della ratio dell’istituto, va riferito all’esigenza di assicurare loro la permanenza nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti ed ove s’incentrano interessi e consuetudini della famiglia.
Pur avendo riflessi economici, valorizzati dall’art. 6 della legge n. 898/1970 in materia di divorzio, l’assegnazione non è subordinata ad interessi di natura economica. Sicuramente non può mirare a sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole ponendosi quale componente dell’assegno previsto dagli artt. 156 c.c.; in senso opposto ma speculare, non può essere subordinata alle esigenze connesse all’onere finanziario gravante per la manutenzione dell’immobile sul coniuge proprietario esclusivo della casa, ma non affidatario.
La scelta cui il giudice è chiamato, in conclusione, non può prescindere dall’affidamento dei figli minori o dalla convivenza con i figli maggiorenni non ancora autosufficienti che funge da presupposto inderogabile dell’assegnazione. Il criterio preferenziale posto dalla norma in esame esclude infatti che il coniuge non affidatario possa pretendere l’assegnazione se tutti i figli sono stati affidati all’altro coniuge. Suddetta scelta, inoltre, neppure può essere condizionata dalla ponderazione tra gli interessi di natura solo economica dei coniugi o tanto meno degli stessi figli, in cui non entrino in gioco le esigenze della permanenza di questi ultimi nel quotidiano loro habitat domestico. Deve invece ed assolutamente essere subordinata a suddetta ultima imprescindibile esigenza, sulla quale possono interferire ma non certo prevalere interessi di carattere economico, ancorché riferiti, indirettamente, alla sfera patrimoniale degli stessi figli.
L’assegnazione della casa familiare in conclusione è uno strumento di protezione della prole e non può conseguire altre e diverse finalità.
Il Collegio ritiene di dover confermare tale orientamento, non ravvisando né nelle argomentazioni del controricorrente né nella stessa motivazione della sentenza impugnata sufficienti ragioni per discostarsene. L’assegnazione della casa coniugale a favore del C. disposta dalla Corte territoriale prescinde immotivatamente dal fatto che egli non aveva l’affidamento dei figli, che pur rappresentava condizione necessaria ancorché non sufficiente per la concessione del beneficio; si giustifica inoltre in base a considerazioni di esclusivo carattere patrimoniale, omettendo qualsiasi riferimento all’esigenza di protezione dei figli affidati alla madre non proprietaria della casa, in particolare, della minore inferma, abituata a muoversi nell’abitazione familiare nonostante la patologia motoria da cui è affetta, che pur rappresentava imprescindibile criterio di valutazione, alla cui luce occorreva condurre il predicato bilanciamento tra gli interessi economici considerati.
La decisione è in conclusione affetta da errore di diritto.
Col secondo motivo la ricorrente denuncia violazione dell’art. 151 c.c. e vizio di motivazione in ordine all’addebito della separazione. Sostiene che seppur accertata, la sua infedeltà non è causa di addebito in quanto entrambi i giudici di merito hanno omesso l’esame delle ragioni che hanno portato al deterioramento del rapporto di coniugio. Occorreva infatti la prova che la sua relazione fosse stata la causa della crisi, e non si è accertato che è stata invece la crisi che ha provocato la sua infedeltà. Difetta nella motivazione ogni riferimento al fatto che il marito era alcolista ed aveva contratto malattie veneree a causa delle sue abitudini sessuali. È inadeguata la misura dell’assegno di mantenimento determinato a favore dei figli e dell’assegno alimentare a lei attribuito.
Il motivo si conclude con la formulazione di quattro quesiti di diritto: 1. – se la violazione dell’obbligo di fedeltà determini ex se la crisi matrimoniale o se preesistesse nel caso di specie pregressa intollerabilità della convivenza causata dall’altro coniuge; 2. – se la condotta dell’uno possa essere valutata senza confrontarla con quella dell’altro; 3. – se in assenza di addebito al marito possa esaminarsi la domanda di mantenimento nella forma meno ampia della prestazione alimentare; 4. – se l’art. 155 c.c. può prevedere la misura del mantenimento dei figli prescindendo dalla valutazione complessiva del patrimonio dell’obbligato.
Il resistente replica al motivo deducendone l’infondatezza in ciascuno dei suoi profili.
Il motivo deve essere rigettato.
La decisione impugnata ha confermato la precedente statuizione in ordine all’addebito della separazione a carico dell’odierna ricorrente poiché non sono emersi elementi a carico del C., mentre è invece accertato che la D. R. ha dato causa alla crisi per la rilevata infedeltà, posta in essere peraltro con modalità oggettivamente offensive per l’onore ed il decoro del coniuge.
La critica indirizzata contro tale approdo, fondata su astratta evocazione di principio di diritto, richiama istanze istruttorie e produzione documentale, la cui disamina si assume trascurata, di cui, in violazione del principio di autosufficienza che assiste il presente ricorso per cassazione, è però omessa la riproduzione del testo. In forza del citato principio il ricorrente ha infatti l’onere “sia di dimostrare la sussistenza di un nesso eziologico tra l’errore denunciato e la pronuncia emessa in concreto, sia di indicare specificamente anche mediante integrale trascrizione nel ricorso le circostanze concrete che formavano oggetto dei capitoli di prova o il contenuto esatto del documento asseritamente pretermesso. Ciò per dar modo al giudice di legittimità di verificare la validità e la decisività delle disattese deduzioni sulla sola base del ricorso per cassazione senza che si rendano necessarie indagini integrative o che possa, all’uopo, svolgere funzione sostitutiva il richiamo “per relationem” ad altri atti o scritti difensivi presentati nei precedenti gradi di giudizio”. In parte qua il motivo è perciò inammissibile. Nel resto esprime generica censura riguardante la misura del contributo di mantenimento per i figli e dell’assegno alimentare disposto a carico del C., asseritamente non proporzionato alle sue entrate patrimoniali. Anche in questo profilo il motivo è articolato con la genericità già riscontrata, in quanto non vengono riprodotte le risultanze istruttorie che il giudice d’appello avrebbe immotivatamente disatteso nel determinare l’assegno in favore dei figli, ed è perciò inammissibile. È invece infondato laddove critica il criterio equitativo di liquidazione dell’assegno alimentare attribuito alla ricorrente, cui è stata addebitata la separazione. In questa contingenza, venuto meno l’obbligo del coniuge incolpevole di assistenza materiale e morale nella sua interezza, è residuato a suo carico solo l’obbligo di assicurare all’altro, se in stato di bisogno, di sopperire all’assenza di mezzi di sostentamento, ma non certo per assicurare il medesimo tenore di vita corrispondente alla posizione economica e sociale goduta durante la vita matrimoniale. A differenza di quanto dispone l’art. 156 c.c. in relazione all’assegno di mantenimento che deve essere determinato in modo da cercare di riequilibrare le condizioni patrimoniali delle due parti sì che possano conservare il precedente stile di vita goduto in costanza di matrimonio, il diritto agli alimenti, che spetta anche se al coniuge meno abbiente è stata addebitata la separazione per colpa, non può assicurargli lo stesso agio goduto prima della crisi coniugale, ma deve solo consentirgli di disporre di mezzi adeguati a condurre una vita dignitosa.
È a questo criterio che deve ispirarsi la determinazione della sua misura, sicché non rilevano le condizioni patrimoniali del coniuge chiamato a soddisfare col suo sforzo economico le anzidette esigenze.
Col terzo motivo la ricorrente lamenta omessa ammissione di prova orale sul comportamento del C. ed omesso esame della perizia investigativa che ne dava conto. Si chiede con conclusivo quesito di diritto se il giudice può immotivatamente escludere le istanze istruttorie di una parte ed omettere la pronuncia sull’acquisizione di atti sulla cui produzione, contestata, si è riservato di decidere.
Il resistente deduce in replica l’infondatezza del mezzo.
Il motivo deve essere dichiarato inammissibile in ragione della sua genericità. In palese violazione del principio di autosufficienza del presente ricorso, omette la riproduzione sia dei capitoli di prova di cui lamenta omessa ammissione sia del testo dell’atto asseritamente disatteso.
Tanto premesso, il primo motivo deve essere accolto e gli altri devono essere rigettati. La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio alla Corte d’appello di Venezia che dovrà pronunciare alla stregua del seguente principio: l’assegnazione della casa familiare non può prescindere dall’affidamento dei figli minori o dalla convivenza con i figli maggiorenni non ancora autosufficienti che funge da presupposto inderogabile dell’assegnazione, e per l’effetto non può essere disposta a favore del coniuge proprietario esclusivo se tutti i figli sono stati affidati all’altro coniuge. Gli interessi di natura strettamente economica dei coniugi ovvero degli stessi figli assumono rilievo nella misura in cui non prevalgano, comportandone sacrificio, sulle esigenze della permanenza di questi ultimi nel quotidiano loro habitat domestico.
Sarà compito del giudice d’appello provvedere altresì al governo delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo e rigetta gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte d’appello di Venezia in diversa composizione anche per le spese del presente giudizio.

Lungaggini processuali: la Cassazione (sentenza 23053 del 2010) nega i danni patrimoniali per uno sfratto durato 14 anni.

Postato il

Cassazione – Sezione prima – sentenza 12 ottobre – 15 novembre 2010, n. 23053
Presidente Vitrone – Relatore Forte
Ricorrente P.

Svolgimento del processo

S.P., con ricorso del 3 maggio 2006, ha chiesto alla Corte d’appello di Perugia di condannare il Ministero della Giustizia e la Presidenza del Consiglio dei Ministri a corrispondergli, ai sensi della legge n. 89 del 2001 e dell’art. 6 della Convenzione dei diritti dell’uomo, un equo indennizzo di Euro 75.000,00 per i danni patrimoniali e di Euro 40.000 per quelli non patrimoniali, subiti per la durata irragionevole di un procedimento esecutivo per il rilascio di una casa di sua proprietà, iniziato nel 1992 e ancora in corso, immobile a lui rilasciato solo il 27 settembre 2006.
La Corte d’appello, ritenuta ammissibile la costituzione in giudizio dell’Avvocatura dello Stato, avvenuta in violazione del termine di cinque giorni prima della camera di consiglio, fissata per la decisione (art. 3, 5° comma, della L. n. 89/01), con il deposito tardivo di un giorno della memoria di costituzione e di una sentenza, ritenendo che la norma andasse coordinata con quelle del codice di rito sui procedimenti camerali (art. 837 e ss. c.p.c.) e che vietasse solo il deposito di repliche e documenti in senso stretto e non la costituzione del convenuto fino alla udienza in camera di consiglio, ha solo rilevato il difetto di legittimazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri rigettando ogni domanda nei confronti di questa.
Ritenuto che la procedura di esecuzione dello sfratto durata quattordici anni, con 43 accessi dell’ufficiale giudiziario tutti con esito negativo per varie cause, essendo la casa oggetto di sfratto abitata dalla famiglia dell’esecutato e date le proroghe legislative delle locazioni e i provvedimenti di graduazione della Prefettura oltre che la indisponibilità della forza pubblica a fare eseguire l’allontanamento forzato degli inquilini, la Corte di merito ha connesso a esigenze sociali e non alle sole carenze dell’apparato giudiziario sei degli anni del procedimento esecutivo, ritenuto irragionevole nei residui 8 anni.
Negato che le spese del processo e il mancato godimento dell’immobile potessero costituire danni patrimoniali indennizzabili, potendo il danneggiato soddisfarsi per tali pregiudizi in altro modo, la Corte d’appello di Perugia, con il decreto di cui in epigrafe, ha limitato ai soli danni non patrimoniali, l’indennizzo spettante al P. e li ha fissati in Euro 1.000,00 annui e complessivamente in Euro 8000,00, posti a carico del Ministero della Giustizia, condannato pure, per la soccombenza solo parziale, a pagare all’istante la metà delle spese di causa.
Per la cassazione del decreto di cui sopra, depositato il 1° marzo 2007, propone ricorso di quattro motivi il P., deducendo: a) violazione degli artt. 100 c.p.c., 2, commi 2 e 3 della legge n. 89 del 2001, 1292 c.c. e ss., e 2055 c.c., anche per omessa e insufficiente motivazione, in ordine al difetto di legittimazione passiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri, da affermare per il concorso di altri organi dell’amministrazione statale (ufficiale giudiziario, commissariato di polizia, prefettura) nella determinazione della durata del processo e dei danni conseguenti. V’è motivazione contraddittoria del decreto che, dopo avere rilevato l’inefficacia dei 43 accessi dell’ufficiale giudiziario, ha poi negato la legittimazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri; il motivo è chiuso da un quesito che non enuncia principi di diritto ma indica solo fatti sui quali mancherebbe la motivazione, b) violazione degli artt. 3, commi 4 e 5, della legge n. 89/01 e 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., per avere ritenuto ammissibile la costituzione dei convenuti quattro giorni prima della camera di consiglio, accogliendo le eccezioni delle amministrazioni convenute, come quelle sull’inerzia del P. nella produzione del danno o quella della produzione tardiva di documenti dall’istante e del mancato rilievo dalla Corte di merito della decadenza dal diritto di depositarli. c) falsa applicazione degli artt. 2 L. n. 89/01, 2043, 1292, 2055 c.c. e degli artt. 183 e 184 c.p.c., anche per omessa e insufficiente motivazione, per non avere considerato danni patrimoniali le spese del procedimento e le perdite subite per il processo. Il non avere collegato i danni che precedono alla eccessiva durata del processo ma ad altri fatti, è illogico ed errato, essendosi comunque violati gli artt. 183 e 184 c.p.c., impedendo alla parte di provare il pregiudizio da essa subito. d) violazione delle medesime norme sostanziali di cui al secondo motivo di ricorso, per la assoluta incongruenza nella liquidazione del danno non patrimoniale subito, sia in ordine ai tempi della procedura ritenuti irragionevoli che all’entità del danno non patrimoniale liquidato in soli Euro 1.000,00 annui, con violazione dei parametri in genere utilizzati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo.
Il Ministero della giustizia si difende con controricorso mentre la Presidenza del Consiglio intimata in questa sede non ha svolto difese.

Motivi della decisione

Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.
1. La legittimazione ad agire consiste nella titolarità del potere o dovere di promuovere o subire un giudizio, di regola riconosciuto per il titolare del diritto o obbligo sostanziale oggetto dell’azione (art. 81 c.p.c.), come tale emergente dalla prospettazione della domanda e indipendente dalla fondatezza di essa (Cass. 10 maggio 2010 n. 11284).
La domanda di equo indennizzo da lesione del diritto alla ragionevole durata del processo si propone “nei confronti del Ministro della giustizia, quando si tratta di procedimenti del giudice ordinario”, ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge. n. 89/2001; tale è il processo di esecuzione, tenuto distinto nel nostro ordinamento da quello di cognizione, anche ai fini del computo della ragionevole durata del processo (così S.U. 2 4 dicembre 2009 n. 27348).
Nel caso ricorre una ingiustificata durata di un processo dinanzi a magistrato ordinario, per il quale la citata normativa legittima a subire il processo e a resistere in giudizio il solo Ministro della giustizia, per qualsiasi inefficienza dell’apparato statale nella produzione del ritardo del processo, e quindi esattamente si è negata la legittimazione sostanziale della Presidenza del Consiglio, ratione temporis legittimata passiva per le ipotesi diverse da quella della lesione del diritto alla ragionevole durata del processo civile e sostituita poi in tali fattispecie dal Ministero dell’economia e delle finanze.
Pertanto il primo motivo di ricorso è infondato, anche a non tener conto delle carenze del quesito conclusivo su fatti invece che su principi di diritto.
1.2. Anche il secondo motivo di ricorso è infondato, salvo che non se ne rilevi l’inammissibilità, in difetto di un concreto interesse sostanziale al suo accoglimento (sulla inimpugnabilità delle sentenze per vizi processuali, senza interesse sostanziale, Cass. 12 marzo 2010 n. 6051).
Se vi è il potere del giudice di assegnare un termine alle parti su loro istanza per il deposito di memorie e documenti, in caso di violazione del termine di cui al quinto comma dell’art. 3 della legge n. 89/01, che si è violato nella fattispecie, può rilevarsi di ufficio la decadenza dal diritto di procedere a tale deposito, ma non può precludersi comunque la difesa successiva con la comparizione alla camera di consiglio del difensore, come di regola avviene in tutte le procedure camerali (Cass. 7 settembre 2007 n. 18906) e in ogni procedimento contenzioso ordinario, in cui la contumacia può sempre superarsi ai sensi dell’art. 293 c.p.c., per cui è da negare la preclusione di ogni difesa successiva per la violazione del termine dell’art. 3, comma 5, della legge n. 89 del 2001, potendosi proporre istanza alla Corte per ottenere apposito nuovo termine per il deposito di memorie e la produzione di documenti, determinandosi in tal modo il contraddittorio tra le parti. In ogni caso, nella fattispecie, rientra tra i compiti officiosi del giudice valutare il comportamento delle parti (art. 2, comma 2, L. n. 89/01) e la sua incidenza sulla durata del processo presupposto non era quindi necessaria la eccezione del Ministero sulla inerzia dell’istante nella procedura di sfratto, per far ritenere tale comportamento di parte come rilevante nella determinazione della durata della procedura, per cui il secondo motivo di ricorso è infondato, per la parte in cui non è inammissibile anche nel quesito conclusivo che non precisa meglio quale è il documento prodotto tardivamente e quali difese la memoria dell’Amministrazione abbia impedito al ricorrente in questa sede (così Cass. 15 maggio 2010 n. 12044).
1.3. In ordine alla negazione dei danni patrimoniali come individuati dall’attore in domanda, è corretto il decreto impugnato nel rilevare che le spese della procedura esecutiva, qualsiasi sia la sua durata, sono liquidate all’interno del procedimento stesso, dal giudice che su di esso deve decidere e non costituiscono danni indennizzabili.
In rapporto ai danni da mancata disponibilità dell’immobile oggetto di rilascio, esattamente essi nel decreto sono collegati a vicende diverse dalla mera durata del processo, essendo l’emergenza abitativa uno dei problemi rilevanti del paese dal dopo guerra in poi; del resto, il ricorrente non poteva ignorare le difficoltà di recupero dell’immobile di sua proprietà in locazione a terzi, data la notorietà del problema delle carenze di abitazioni disponibili sul mercato immobiliare, con la conseguenza che un appartamento libero ha di regola un prezzo maggiore di uno occupato. Comunque il ritardo nella riconsegna e nel mancato godimento dell’appartamento, non necessitato da norme che ne vietino il rilascio, è esclusivamente dovuto alla resistenza della controparte nel processo presupposto, e quindi non è imputabile all’apparato statale e allo strumento processuale con la sua durata, e il ricorso anche per tale profilo è quindi infondato, anche a non considerare la inconferenza del quesito di diritto conclusivo, che non riguarda il nesso eziologico tra danni patrimoniali e durata del processo.
1.4. Anche il quarto motivo di ricorso deve rigettarsi sia in rapporto al tempo ritenuto ragionevole di sei anni che alla congruità del danno liquidato.
La Corte ha ritenuto che il processo esecutivo si sarebbe dovuto chiudere in cinque anni, durata allungata a sei anni in rapporto alla emergenza sociale costituita dal diritto all’abitazione e per gli otto anni ingiustificati ha liquidato il danno nella somma minima prevista di regola in sede sovranazionale, secondo lo stesso ricorso. Tale somma è congrua per le ragioni già indicate, in quanto mancano elementi per discostarsi dal minimi dei parametri utilizzati di regola dalla Corte europea di Strasburgo, in rapporto alla riparazione dell’ansia sull’esito del processo, indubbiamente non eccessiva in relazione alla difficoltà che la procedura avrebbe avuto nella sua prosecuzione, per i rilevanti ostacoli di ordine economico-sociale, che hanno comportato interventi anche legislativi per ritardare l’esecuzione degli sfratti.
In conclusione, non può che affermarsi la infondatezza del ricorso per cassazione del P., che è da rigettare con condanna del ricorrente alle spese della presente fase del giudizio, per il principio della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare al Ministero della giustizia le spese del giudizio di cassazione che liquida in Euro 900,00.