Pre-abbonati a La Nuova Giustizia Civile!

Pre-abbonati a La Nuova Giustizia Civile!

Primiceri Editore vi offre una straordinaria occasione per diventare abbonati de La Nuova Giustizia Civile. La rivista debutterà in cartaceo il 15 gennaio 2014 così come la versione on-line a pagamento. I contenuti on-line saranno visibili gratuitamente fino al 15 gennaio 2014 per permettervi di scoprire e apprezzare il livello e l’utilità dei nostri articoli e la qualità del nostro staff scientifico e redazionale.

Per chi prenota l’abbonamento on-line o cartaceo che decorrerà dal 15 gennaio 2014, Primiceri Editore vi offre lo sconto del 50%.

Nel dettaglio:

ABBONAMENTO ON-LINE: accesso per un anno solare ai contenuti web più download di 6 numeri cartacei in versione pdf a soli 49 euro anziché 99 euro!

ABBONAMENTO CARTACEO: abbonamento a 6 numeri cartacei della rivista a soli 75 euro anziché 150 euro!

Clicca qui per abbonarti: http://lanuovagiustiziacivile.com/pre-abbonati-a-la-nuova-giustizia-civile/

Notifica in ambito tributario valida solo con l’esibizione della cartolina di ricevimento (Cass. sez. Tributaria, ordinanza n. 14861/12; depositata il 5 settembre)

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, ordinanza 14 giugno – 5 settembre 2012, n. 14861

Presidente Merone – Relatore Virgilio

Fatto e diritto

Ritenuto che, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:

“1. La C. s.r.l. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia n. 10/06/07, depositata il 12 marzo 2007, con la quale, in accoglimento dell’appello dell’Ufficio, è stata affermata la legittimità della cartella di pagamento emessa nei confronti della contribuente – per IRPEG relativa all’anno 1998 – a seguito dell’omessa impugnazione del prodromico avviso di accertamento.

Il giudice a quo ha respinto l’eccezione della contribuente di mancata notificazione dell’avviso di accertamento presupposto, osservando che “l’invio della raccomandata contenente l’avviso di accertamento è stato seguito dall’ufficio postale di Sesto San Giovanni: la raccomandata risulta spedita il 10.11.03 come da comunicazione rilasciata dall’Ente Poste e dal talloncino contenente il numero della raccomandata medesima”; inoltre, ha rilevato che la cartella “conteneva tutti gli elementi necessari per individuare l’avviso di accertamento, talché l’appellata ben avrebbe potuto venire a conoscenza del contenuto del medesimo con specifica richiesta all’Ufficio”.

L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso.

2. Con il primo motivo di ricorso si pone il quesito “se, nell’ipotesi di mancata produzione dell’avviso di ricevimento della notifica dell’avviso di accertamento, tale notifica debba considerarsi invalida e conseguentemente debba dichiararsi l’illegittimità della cartella di pagamento in quanto non preceduta dalla regolare notifica al contribuente dell’avviso di accertamento”.

Il motivo è manifestamente fondato (con assorbimento del secondo), sulla base dei seguenti principi: a) in tema di notificazioni a mezzo posta, quando debba accertarsi il perfezionamento della notificazione nei confronti del destinatario, posto che la data del timbro postale sulla busta corrisponde a quella di smistamento del plico presso l’ufficio postale e non dell’effettivo recapito al destinatario, che può anche avvenire in data successiva, l’unico documento attestante la consegna a questi e la sua data è l’avviso di ricevimento della raccomandata, la cui produzione in giudizio è onere che grava sulla parte notificante, e alla cui mancanza – salva l’ipotesi di rilascio di un duplicato, ai sensi del D.P.R. 29 maggio 1982, n. 655, art. 8 in caso di smarrimento – non è dato supplire con atti equipollenti, quali la dichiarazione di consegna rilasciata dal dirigente dell’ufficio postale (Cass. nn. 2572 del 1995, 16184 del 2009, 13639 del 2010); b) poiché la correttezza del procedimento di formazione della pretesa tributaria è assicurata mediante il rispetto di una sequenza procedimentale di determinati atti, con le relative notificazioni, allo scopo di rendere possibile un efficace esercizio del diritto di difesa del destinatario, l’omissione della notifica di un atto presupposto costituisce un vizio procedurale che comporta la nullità dell’atto consequenziale notificato: poiché tale nullità può essere fatta valere dal contribuente mediante la scelta, consentita dal d.lgs. n. 546 del 1992, art. 19, comma 3, di impugnare solo l’atto consequenziale notificatogli (avviso di mora, cartella di pagamento, avviso di liquidazione), facendo valere il vizio derivante dall’omessa notifica dell’atto presupposto, o di impugnare cumulativamente anche quello presupposto non notificato, facendo valere i vizi che inficiano quest’ultimo per contestare radicalmente la pretesa tributaria, spetterà al giudice di merito, interpretando la domanda, verificare la scelta compiuta dal contribuente, con la conseguenza che, nel primo caso, dovrà verificare solo la sussistenza o meno del difetto di notifica al fine di pronunciarsi sulla nullità dell’atto consequenziale (con eventuale estinzione della pretesa tributaria a seconda se i termini di decadenza siano o meno decorsi), nel secondo la pronuncia dovrà riguardare l’esistenza, o no, di tale pretesa (Cass., Sez. un., n. 5791 del 2008).

3. In conclusione, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio”;

che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti;

che non sono state presentate conclusioni scritte da parte del p.m., mentre ha depositato memoria la ricorrente.

Considerato che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, rilevata preliminarmente l’inammissibilità del controricorso per tardività, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, riaffermati i principi di diritto ivi richiamati, il ricorso va accolto, la sentenza impugnata deve essere cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito, con l’accoglimento del ricorso introduttivo della contribuente;

che, mentre si ravvisano giusti motivi (anche in considerazione dell’epoca in cui si è formata la giurisprudenza sopra richiamata) per disporre la compensazione delle spese dei gradi di merito, l’intimata va condannata alle spese del presente giudizio di cassazione, che si liquidano in dispositivo.

 P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, accoglie il ricorso introduttivo della contribuente.

Compensa le spese dei gradi di merito e condanna l’Agenzia delle entrate alle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 4500,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Le controversie relative al contributo unificato sono devolute alla giurisdizione del giudice tributario (accs. 9840/2011)

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 1° febbraio – 5 maggio 2011, n. 9840

Presidente Preden – Relatore Vittoria

Svolgimento del processo

 1. L’avvocato A.G. ha convenuto in giudizio davanti al tribunale di Milano il Ministero della giustizia e la società Esastri – Esazione Tributi s.p.a. ed ha proposto opposizione alla cartella esattoriale 068/20060254275463000, a lei notificata il 6 novembre 2007, con la richiesta di pagamento della somma di Euro 78,00 a titolo di contributo unificato per atti giudiziari, oltre a quella di Euro 5,56, per spese di notifica.

Questi i motivi:

– la notifica della cartella di pagamento, in base all’art. 248 del decreto Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, avrebbe dovuto essere preceduta dall’invito al pagamento del contributo dovuto;

– la cartella era nulla, perché mancava dell’indicazione del responsabile del procedimento, invece richiesta dall’art. 7, comma 2, della legge 27 luglio 2000, n. 212, e della firma del rappresentante del concessionario;

– la cartella era priva di motivazione e non conteneva l’indicazione del tributo dovuto;

– debitore del contributo unificato è la parte, non il suo difensore.

2. I convenuti si sono costituiti in giudizio ed hanno chiesto di dichiarare l’opposizione inammissibile o infondata.

Il tribunale l’ha rigettata.

La sentenza è stata impugnata da A.G.; il Ministero ha a sua volta proposto ricorso incidentale condizionato, mentre la società Esastri – Esazione Tributi non ha svolto difese.

La ricorrente ha depositato una memoria.

 Motivi della decisione

 1. I ricorsi, proposti per l’impugnazione della medesima sentenza, debbono essere riuniti (art. 335 c.p.c.).

2. Il tribunale ha qualificato la domanda in parte come opposizione agli atti esecutivi e per il resto come opposizione all’esecuzione, avuto rispettivamente riguardo, per la prima parte, ai motivi volti a contestare la regolarità formale degli atti e, per la seconda parte, al motivo riguardante la soggezione all’obbligazione di pagamento del contributo.

La prima domanda il tribunale l’ha dichiarata ammissibile, osservando che in base all’art. 57 del decreto Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 ed in materia di esecuzione esattoriale per debiti tributari a non essere ammesse sono solo le opposizioni relative alla regolarità formale ed alla notificazione del titolo esecutivo, tra le quali ha affermato che non rientrava l’opposizione proposta, che ha però giudicato non fondata. La seconda domanda è stata dichiarata inammissibile.

Il tribunale ha osservato che, in tema di obbligazioni tributarie, è ammessa solo l’opposizione all’esecuzione che concerne la pignorabilità dei beni.

3. Il ricorso principale contiene dieci motivi.

4. È inammissibile per la parte in cui nei suoi motivi si svolgono censure che attengono al debito e sono quindi da intendere rivolte alla cassazione del capo della sentenza con cui è stata decisa l’opposizione all’esecuzione.

La sentenza, depositata il 14 gennaio 2010, lo è stata dopo l’entrata in vigore della legge 18 giugno 2009, n. 69 il cui art. 49.2 ha soppresso l’ultimo periodo dell’art. 616 c.p.c. ed in tal modo ha ripristinato l’assoggettamento della sentenza pronunziata su opposizione all’esecuzione all’ordinario regime dell’appellabilità, previsto dal comma 1 dell’art. 339 c.p.c..

La disposizione transitoria dettata dall’art. 58.2. della legge n. 69 ha poi dichiarato applicabile anche nei procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della stessa legge il testo dell’art. 616 come da essa modificato. La sentenza, in relazione a questo capo, non avrebbe dunque potuto essere impugnata con ricorso per cassazione (art. 360, primo comma, prima parte, c.p.c.).

5. Il ricorso è per contro fondato, per la parte in cui i suoi motivi sono da intendere rivolti contro il capo della decisione relativo alla domanda qualificata dal tribunale come opposizione agli atti esecutivi.

Ed è fondato perché conoscere della domanda proposta dalla parte rientra nella competenza giurisdizionale del giudice tributario, come nel ricorso è stato dedotto, in particolare nei primi due motivi, dove si è denunziato un vizio di violazione di norme sulla giurisdizione e si è indicato nel giudice tributano quello cui spetta conoscere dei vizi inerenti alla cartella di pagamento fatti valere con l’opposizione. Restano quindi assorbiti tutti gli altri motivi. La Corte osserva al riguardo che il contributo unificato previsto dall’art. 9 del d.P.R. n. 115 del 2002 ha natura di entrata tributaria.

Le ragioni di tale qualificazione si trovano esposte nella sentenza della Corte costituzionale 11 febbraio 2005 n. 73, pronunziata in sede di risoluzione di conflitto di attribuzione tra la Regione Siciliana e lo Stato (e della natura tributaria di tale entrata vi è cenno nelle sentenze 8 febbraio 2008 nn. 3007 e 3008 di queste sezioni unite).

Da tale qualificazione discende che conoscere della domanda proposta dall’attuale ricorrente, rientra nella giurisdizione del giudice tributario in base agli artt. 2.1. e 19 lett. d) del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546. Le questioni di nullità sollevate con la domanda attengono infatti non ad atti dell’esecuzione forzata esattoriale, ma ad atti inerenti alla fase della riscossione, il controllo della cui legittimità, quando riguardino tributi, spetta al giudice tributario (come queste sezioni unite hanno affermato con la sentenza 5 giugno 2008 n. 14831 in tema di preavviso di fermo amministrativo).

6. Quanto al ricorso incidentale condizionato, mentre il primo motivo, che verte sulla giurisdizione, è fondato per le ragioni già viste, il secondo che verte sulla legittimazione del Ministero a contraddire alla domanda, resta assorbito dalla pronunzia sulla giurisdizione.

7. La sentenza è cassata in parte.

È per la stessa parte dichiarata la giurisdizione del giudice tributario, davanti al quale le parti sono rimesse.

8. La cassazione, pur parziale della sentenza, e la conseguente definizione di questa fase del giudizio impone di provvedere sulle relative spese processuali, con conseguente assorbimento del nono motivo.

L’accoglimento solo parziale del ricorso e la circostanza che è stata l’attuale ricorrente a rivolgersi al giudice ordinario, anziché al giudice tributario, giustifica l’integrale compensazione delle spese processuali dei due gradi.

 P.Q.M.

 La Corte, riuniti i ricorsi, dichiara inammissibile quello principale in quanto rivolto contro il capo della sentenza impugnata relativo alla domanda qualificata come opposizione all’esecuzione; accoglie il primo e secondo motivo del ricorso principale ed il primo motivo del ricorso incidentale, in quanto rivolti contro il capo della sentenza impugnata relativa alla domanda giudicata di opposizione agli atti, dichiarando al riguardo la giurisdizione del giudice tributario, davanti al quale rimette le parti; dichiara assorbiti i restanti motivi dei due ricorsi; cassa la sentenza impugnata in relazione ai profilo accolto e compensa tra le parti le spese dell’intero giudizio.

Tributario: nullo l’accertamento basato sulla documentazione reperita presso l’abitazione / studio del Commercialista senza l’autorizzazione della Procura (Cassazione 6908/11)

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, sentenza 25 marzo 2011, n. 6908

Pres. Adamo – D’Alessandro

Svolgimento del processo

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate propongono ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio che, in riforma della pronuncia di primo grado, ha accolto il ricorso della società contro un avviso di irrogazione sanzioni per infedele dichiarazione, ritenendo illegittima l’acquisizione della documentazione su cui la rettifica si fonda, D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 52, in quanto avvenuta presso l’abitazione – studio di un commercialista senza l’autorizzazione del procuratore della Repubblica.

La società non si è costituita.

Motivi della decisione

 

1.- Il ricorso è ammissibile, ancorchè notificato oltre un anno dopo il deposito della sentenza impugnata, in ragione della sospensione dei termini di cui alla L. n. 289 del 2002, art. 16, comma 6. 2.- Con l’unico, complesso, motivo i ricorrenti deducono che la censura accolta sarebbe stata inammissibilmente formulata per la prima volta in appello e che comunque il luogo ove la documentazione è stata rinvenuta sarebbe stato lo studio del professionista, ove egli – che peraltro non ha sollevato alcuna obiezione all’ingresso della Finanza – aveva la sola residenza anagrafica ma non l’abitazione.

2.1.- Sotto il primo profilo il mezzo è inammissibile per difetto di autosufficienza, non essendo riportato il ricorso introduttivo al fine di dimostrare che la censura accolta dalla CTR non era stata in quella sede formulata.

2.2.- Sotto il secondo profilo il mezzo è infondato.

La circostanza che nell’immobile ove la perquisizione è stata eseguita il commercialista avesse “solo la residenza anagrafica”, senza in realtà abitarvi, è meramente affermato dai ricorrenti, senza alcuna prova. Resta il fatto che non è contestato che ivi il commercialista avesse (anche) la residenza e quindi sussiste la violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, comma 2, rilevata dal giudice tributano.

3.- Il ricorso va perciò rigettato.

Non vi è luogo a provvedere sulle spese, in difetto di attività difensiva da parte della società intimata.

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso.

Cartelle di pagamento: non è valida la notifica effettuata ad una società a mani del portiere dello stabile (Cassazione, sez. Tributaria, ordinanza 4962/2011)

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, ordinanza 26 gennaio – 28 febbraio 2011, n. 4962
Presidente Cappabianca – Relatore Virgilio

Fatto e diritto

ritenuto che, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:
“1. L’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania, sez. staccata di Salerno, 248/04/07, depositata il 26 novembre 2007, con la quale, rigettando l’appello dell’Ufficio, è stata confermata l’illegittimità della cartella di pagamento emessa, per imposta di registro, nei confronti della C.M. s.r.l., a seguito di mancata impugnazione di avviso di rettifica e liquidazione: in particolare, il giudice a quo ha ritenuto che l’atto prodromico era stato invalidamente notificato, in violazione dell’art. 145 cod. proc. civ., non risultando dall’avviso di ricevimento la qualifica della persona che aveva ricevuto l’atto.
Il contribuente resiste con controricorso.
2. Con i due motivi di ricorso (il quale, contrariamente a quanto eccepito dalla resistente, è tempestivo, poiché il termine annuale d’impugnazione va computato, ai sensi dell’art. 155 c.p.c., secondo il calendario comune, ex nominatione dienim, con la conseguente irrilevanza del fatto che in esso sia compreso il mese di febbraio di un anno bisestile: Cass., Sez. un., n. 1547 del 1989 e Cass. n. 991 del 1992), si denuncia l’insufficienza della motivazione e la violazione degli artt. 156 e 160 c.p.c., sostenendo che era provato che la consegna dell’avviso di liquidazione era stata effettuata al portiere dello stabile in cui aveva sede la società e che l’eventuale nullità della notifica era stata comunque sanata dall’impugnazione della successiva cartella.
Il ricorso appare manifestamente infondato.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, infatti, a norma del combinato disposto degli artt. 139 e 145 cod. proc. civ., la notificazione alla persona giuridica non può essere effettuata, in mancanza delle persone menzionate da quest’ultima norma, in mani del portiere dello stabile in cui essa ha sede, ed il richiamo all’art. 139 cit. opera soltanto per l’eventualità che l’atto da notificare faccia menzione della persona fisica che rappresenta l’ente (Cass. nn. 5918 del 1981, 9897 del 2010).
La conseguente nullità della notifica, poi, non può certo ritenersi sanata a seguito dell’impugnazione della cartella di pagamento, essendo evidente che il raggiungimento dello scopo non può che essere rappresentato dall’impugnazione dell’atto invalidamente notificato e non di un atto diverso, che nella definitività del primo trovi soltanto il suo presupposto (Cass. n. 15849 del 2006).
3. In conclusione, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta infondatezza”:
che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti;
che non sono state depositate conclusioni scritte, né memorie.
Considerato che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione (rilevando, in ordine alla tempestività del ricorso, nuovamente contestata dal difensore della controricorrente sentito nell’adunanza, che l’ultimo giorno utile era l’11 gennaio 2009, festivo, con conseguente proroga del termine al giorno successivo, in cui Patto è stato consegnato all’ufficiale giudiziario);
che, pertanto, riaffermati i principi di diritto sopra richiamati, il ricorso deve essere rigettato;
che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese, che liquida in Euro 1500,00, di cui Euro 100,00 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Nulla l’ipoteca per crediti inferiori ad 8.000 € (CTP Roma 51/05/11)

Seguendo una tendenza ormai consolidata, la Commissione Tributaria Provinciale di Roma, con la sentenza che riportiamo di seguito, ha dichiarato ancora una volta la nullità delle ipoteche iscritte per crediti inferiori ad 8.000 Euro. Sarebbe interessante monitorare quante ipoteche Equitalia ha iscritto illegittimamente…

Commissione Tributaria Provinciale di Roma, sez. V, sentenza 28 gennaio – 9 febbraio 2011, n. 51
Presidente Castellucci – Relatore Di Martino

Fatto

La ricorrente impugnava un provvedimento di iscrizione ipotecaria, relativo a cartella esattoriali per totali Euro 156.678,77 avente ad oggetto immobili da questa posseduti.
Quale principale motivo di ricorso evidenziava come la quasi totalità della richiesta, ovvero Euro 152.915,01 era relativa ad una cartella di pagamento oggetto di autonoma impugnazione ed annullata, da questa Commissione, con la sentenza n. 267/01/09 del 15/05/2009, depositata il 29/05/2009.
Rilevava quindi come il debito residuo, inferiore ai quattromila Euro, non fosse sufficiente a legittimare il provvedimento adottato e ne chiedeva l’annullamento.
Il Concessionario, costituitosi in giudizio, riteneva infondato il ricorso in quanto non provato il passaggio in giudicato della sentenza n. 267/01/09.
Per il resto evidenziata come dovesse ritenersi adottabile il provvedimento opposto anche per importi inferiori agli ottomila Euro.
Chiedeva pertanto il rigetto del ricorso.

Diritto

Rilevava il Collegio come la sentenza n. 267/01/09 chiaramente disponga l’annullamento della cartella di pagamento n. registro 1994.
Questa, pertanto, dalla data di emissione di tale sentenza e fino ad una diversa pronuncia di altro e sovraordinato organo giurisdizionale, non esiste e non può essere posta in riscossione.
Va poi rilevato, nel merito, che la norma dell’art. 77 del DPR n. 602/73, utilizzata dall’Agente per la Riscossione per la l’iscrizione ipotecaria in discussione, trova collocazione nella sezione IV del decreto, rubricata “Disposizioni particolari in materia di espropriazione immobiliare”.
E’ dunque di tutta evidenza che lo strumento dell’iscrizione ipotecaria, sia che ad esso si intenda attribuire natura di misura cautelare o di misura esecutiva, esplica i suoi effetti e trova possibilità di attuazione unicamente nell’ambito del procedimento espropriativo immobiliare e nella misura in cui questo possa essere esperito.
Ciò posto occorre richiamare l’attenzione sulla norma contenuta nel precedente articolo 76, rubricato “Espropriazione Immobiliare”, che testualmente recita:
“Il concessionario può procedere all’espropriazione immobiliare se l’importo complessivo del credito per cui si procede supera complessivamente ottomila Euro”.
L’apposizione di un limite quantitativo del credito da superare, per poter ricorrere a tale tipo di esecuzione risponde, all’evidenza, a principi di logicità e ragionevolezza tesi ad evitare una sproporzione tra entità del diritto tutelato e danno patrimoniale arrecato al debitore.
E ciò atteso che l’Agente per la riscossione, per i crediti di entità minore, può attivare gli altri strumenti esecutivi disciplinati dalla norma, ed in particolare l’esecuzione mobiliare e, se del caso, il pignoramento presso terzi.
E’ poi evidente che, in assenza delle condizioni necessari per poter procedere all’esecuzione immobiliare, non possano trovare applicazione tutti gli istituti accessori a tale azione esecutiva, primo tra i quali appunto l’iscrizione ipotecaria.
Nel caso in esame il credito complessivo per il quale l’Agente della Riscossione può procedere esecutivamente è inferiore ad Euro 4.000,00 e, quindi, molto lontano dalla soglia degli ottomila Euro necessari per aprire la via all’espropriazione immobiliare.
Non si ravvisa quindi il motivo dell’iscrizione ipotecaria in assenza della possibilità di procedere alla vendita dell’immobile.
Va sul punto evidenziato come tale indirizzo sia stato prima sancito dalla Suprema Corte di Cassazione e poi normativamente recepito con disposizione, detenuta nell’art. 3, comma 2 ter, della Legge n. 73/2010.
A tale disposizione non può essene ascritta alcuna valenza innovativa essendo unicamente ad introdurre nel sistema delle norme il principio consolidandosi sull’ampia giurisprudenza di merito e legittimità di ogni stato e grado ed all’evidente fine di rendere chiara anche all’Agente della Riscossione, ed al di là di ogni possibile valutazione interpretativa, l’illegittimità dell’iscrizione ipotecaria per crediti inferiori a tale limite.
Sotto tale profilo, quindi, il provvedimento impugnato si palesa adottato in assenza dei necessari presupposti di diritto.
Per quanto attiene le spese del giudizio, valutate le motivazioni di ricorso e considerata la mancata attivazione degli istituti dell’autotutela da parte della convenuta, queste, ai sensi dell’art. 15 del D.L.vo n. 546/92, vengono liquidate nella misura indicata in dispositivo.
Il Collegio infine ordina agli uffici competenti di provvedere all’immediata cancellazione dell’ipoteca iscritta senza oneri per la ricorrente.
La commissione.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso e condanna il Concessionario al pagamento delle spese di giudizio che si liquidano in complessivi Euro 1.500,00 di cui Euro 100,00 per le spese oltre accessori di legge.

L’agevolazione prima casa non spetta al contribuente che ha donato un immobile alla moglie con la quale è in comunione legale, e contestualmente ne ha acquistato un altro (CTR Roma 46/2011)

Commissione Tributaria Regionale di Roma, sez. IXXX, sentenza 14 ottobre 2010 – 1° febbraio 2011, n. 46
Presidente Picozza – Relatore Zema

Svolgimento del processo

G. S. con ricorso dell’11/07/’07 impugnava, l’avviso di liquidazione ed irrogazione sanzioni notificato il 16/04/’07 con il quale l’Agenzia delle Entrate di Roma 4,  in relazione al contratto di compravendita stipulato 11/05/’04, elevava l’aliquota IVA al 10% invece del 4% applicato, poiché l’acquirente risultava proprietario di altro immobile nel Comune di Roma e quindi non poteva beneficiare della riduzione prevista nella tariffa dall’art. 1 DPR 131/’86 per la c.d. prima casa.
Eccepiva il ricorrente: la indicazione, nell’avviso, dell’unità di Reggio Calabria per informazioni e riesame del provvedimento; l’omesso invio dell’invito a comparire; il difetto di motivazione e I’infondatezza della rettifica poiché egli aveva ceduto il 50% di proprietà del precedente immobile alla stessa moglie in comunione di beni.
Resisteva l’Ufficio e la Commissione tributaria provinciale di
Roma, con sentenza n. 318/08/2009, rigettava il ricorso ritenendo corretto l’operato dell’ufficio e che la donazione effettuata alla moglie non liberava il donante essendo i coniugi, in comunione di beni, solidalmente titolari dei beni stessi.
Appella il contribuente lamentando l’omesso esame delle questioni preliminari per violazione degli artt. 5, 4 e 6 del D. lgs. n.218/’97 e cioè il mancato invito a comparire, l’indicazione di un Ufficio a Reggio Calabria per il riesame dell’atto, la mancata convocazione entro 15 giorni a seguito della istanza di accertamento con adesione, nonché il difetto di motivazione dell’avviso per non aver chiarito quali fossero i due requisiti mancanti per usufruire delle agevolazioni. Nel merito occorreva considerare che i coniugi avevano acquistato nel 1997 pro quota del 50% un immobile a Roma in via; il contribuente donava il proprio 50% alla moglie e lo stesso giorno acquistava, con l’atto de11/05/’04 in questione, l’immobile di via dichiarando che l’acquisto avveniva con denaro derivante dalla vendita di beni personali e pertanto gli immobili acquistati erano esclusi dalla comunione legale.
Al momento del nuovo acquisto, perciò, egli non era titolare neppure in comunione con il coniuge di diritti reali su altra casa. Chiede in riforma della sentenza dichiararsi la illegittimità dell’avviso e nel merito annullarlo, vinte le spese.
Contro deduce l’Agenzia che nell’ipotesi di accertamento l’invito a comparire o alla definizione con adesione non è obbligatorio e l’impugnazione comporta rinuncia alla istanza di definizione.
L’Ufficio competente, indicato per ricevere l’impugnazione, è quello di Roma e non di Reggio Calabria; infatti il contribuente ha presentato a Roma sia l’istanza di adesione, sia il ricorso.
Nel merito la donazione della quota alla moglie in regime di comunione legale non è idoneo ad escludere quel bene dal regime di comunione. E non è prevista la possibilità per un coniuge di rinunziare efficacemente alla contitolarità di un singolo bene. Le eventuali modifiche del regime di comunione devono riguardare il regime patrimoniale complessivo. L’art. 210 comma 3 c.c. dispone che l’eguaglianza delle quote della comunione legale non è derogabile trattandosi di obblighi di natura pubblicistica  (Cass. n.2954/03).
I coniugi in comunione sono solidalmente titolari del patrimonio ed un coniuge non può validamente rinunziare alla comproprietà di singoli beni, non appartenenti alle categorie elencate dall’art. 179 c.c., salvo modificare nel suo complesso il regime patrimoniale (Corte Cost. sent. 311/’88). Occorrerebbe inoltre considerare che la donazione della quota non aveva altra giustificazione se non quella di eludere la normativa fiscale (Cass. 30055/’08).
La motivazione dell’avviso era sufficientemente chiara con riferimento alla proprietà di un immobile in Roma ed all’acquisto di altro immobile con le agevolazioni di prima casa.
Chiede la conferma della sentenza impugnata con vittoria di spese.
Alla pubblica udienza vengono ascoltati il difensore del contribuente ed il rappresentante dell’ufficio.

Motivi della decisione

L’appello del contribuente è infondato.
Le eccezioni preliminari appaiono pretestuose e defatigatorie.
Come correttamente ricorda l’ufficio, nel caso in esame di rettifica e di accertamento per violazione del DPR n.131/’86 non è previsto alcun invito preventivo, né è previsto a pena di nullità neppure la convocazione a seguito della istanza di accertamento con adesione, tanto più che l’impugnazione comporta rinuncia alla istanza ai sensi dell’art. 6 comma 3 del D. lgs. 218/’97.
L’avviso di liquidazione riportava esattamente le indicazioni richieste dall’art. 7 dello Statuto del contribuente e cioè la Commissione tributaria provinciale e l’Ufficio di Roma 4 competenti, nonché l’indicazione dell’Ufficio ove ottenere informazioni sia pure telefoniche presso l’unità delocalizzata di Reggio Calabria.
L’avviso era comunque sufficientemente motivato indicando le ragioni dell’accertamento e le norme violate, tanto che il contribuente aveva potuto difendersi indicando specificamente nel ricorso tutte le questioni relative.
L’appello non può essere accolto neppure nel merito.
Come deciso dai primi Giudici, in regime di comunione legale tra coniugi, la donazione della quota di un singolo bene alla propria moglie non è idoneo ad escludere quel bene dalla comunione, poiché le eventuali modifiche devono riguardare, nelle debite forme di legge, il regime patrimoniale complessivo e non possono efficacemente limitarsi ad un singolo bene. Altrimenti la comunione legale sarebbe modificabile secondo l’opzione estemporanea di ciascuno dei coniugi in relazione all’acquisto di singoli beni e ciò contrasterebbe con la funzione pubblicistica dell’istituto (Cass. 27/2/2003 n.2954). Inoltre l’art. 210 comma 3 c.c., stabilisce che non sono derogabili le norme
della comunione legale relative alla amministrazione ed all’uguaglianza delle quote.
Per quanto esposto l’appello va rigettato; si ritiene, per altro, di compensare le spese giudiziali.

P Q M

La Commissione tributaria regionale del Lazio Sez. 29 rigetta l’appello del contribuente. Spese compensate.

 

Cartelle esattoriali nulle se notificate via posta: un’altra sentenza della CTP Milano

La sentenza n. 264/9/10 della CTP di Milano ha ribadito un principio che si va ormai consolidando, e cioè quello dell’inesistenza giuridica, con le ovvie conseguenze, della cartella esattoriale notificata via posta.

Si ringrazia l’avv. Matteo Sances (www.studiolegalesances.it) per la segnalazione e per la sentenza integrale, che pubblichiamo di seguito:

SentCTPMilano264del14.6.10Cartellenulleperposta

Sull’intimazione di pagamento di natura tributaria sono competenti a decidere le Commissioni Tributarie, a prescindere dal tipo di rilievo sollevato. (Cass. sez. unite 1865/2011)

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 11 – 27 gennaio 2011, n. 1865
Presidente Vittoria – Relatore Tirelli

Fatto e diritto

rilevato che in data 8/3/2 00 6 la spa Rileno (oggi Equitalia) ha notificato alla srl M. un’intimazione di pagamento di Euro 94.722,65;
che la M. ha preposto opposizione davanti al Tribunale di Lecco;
che dopo aver qualificato l’azione come opposizione agli atti,esecutivi, quest’ultimo ha declinato la giurisdizione perché la causa rientrava nel novero di quelle devolute alla cognizione delle Commissioni Tributarie;
che la M. ha proposto ricorso per cassazione, chiedendo alla Suprema Corte di voler cassare l’impugnata sentenza ed accogliere l’opposizione con vittoria di spese ed onorari;
che la spa Equitalia, nel frattempo subentrata alla Rileno, non ha svolto attività difensiva;
che così riassunte le rispettive posizioni delle parti e premesso, altresì, che la ricorrente non ha contestato la natura tributaria del debito di cui le ora stato intimato il pagamento, osserva il Collegio che con sentenza n. 8279/2008 queste Sezioni Unite hanno già stabilito che “a norma dell’art. 2 del D.lgs 31 dicembre 1992, n. 546, come modificato dall’art. 12 della legge 26 dicembre 2001, n. 448, sono sottratte alla giurisdizione del giudice tributario le sole controversie attinenti alla fase dell’esecuzione forzata”, per cui “ne consegue che l’impugnazione degli atti prodromici quali la cartella esattoriale o l’avviso di mora o l’intimazione di pagamento ex art. 50 del DPR n. 602/1973 è devoluta alla cognizione delle Commissioni Tributarie;
che tanto puntualizzato, rimane unicamente da aggiungere che quella delle Commissioni Tributarie costituisce una giurisdizione di carattere generale, che si radica in base alla materia indipendentemente dal contenuto dei motivi opposti all’atto impositivo (C. Cass. 2007/7388 e 2009/17943);
che in applicazione di tali principi, che il Collegio condivide e ribadisce, va dunque affermato che la controversia diretta all’annullamento di un’intimazione di pagamento ex art. 50 del DPR n. 602/1973, appartiene alla giurisdizione del giudice tributario qualunque sia la natura dei vizi denunciati dal contribuente;
che il ricorso va, dunque, rigettato e le parti rimesse davanti alla Commissione Tributaria Provinciale competente per territorio, cui spetterà di valutare anche la rilevanza e la fondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata dalla M. con riferimento alla idoneità della vigente normativa a “permettere al contribuente che avesse ricevuto, come nel caso di specie, la notifica di un’intimazione di pagamento senza aver preventivamente ricevuto anche la notifica di alcuna cartella esattoriale, di poter oggettivamente conoscere sia l’autorità davanti la quale proporre un’eventuale impugnazione sia il termine utile entro cui la stessa avrebbe dovuto essere presentata”;
che non occorre provvedere sulle spese, stante il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimata.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, dichiara la giurisdizione delle Commissioni Tributarie, rigetta il ricorso e rimette le parti davanti alla Commissione Tributaria Provinciale competente per territorio.

Per la Cassazione (Sez. Tributaria, 802/11) sono legittimi gli accertamenti retroattivi sui conti correnti dei professionisti.

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, sentenza 9 dicembre 2010 – 14 gennaio 2011, n. 802
Presidente Lupi – Relatore Valitutti

Fatto

1. La Commissione Tributaria Regionale di Bari, con sentenza n. 38/04, depositata il 13.12.04, accoglieva l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la decisione n. 907/00, con la quale era stato accolto il ricorso proposto da D.S.P. nei confronti dell’avviso di accertamento n. (OMISSIS), con il quale l’amministrazione finanziaria aveva provveduto a rettificare, ai fini IRPEF, il reddito del contribuente per il periodo di imposta 1993, rideterminandolo nella somma di L. 98.189.000, a fronte di quello dichiarato di L. 18.255.000. L’accertamento scaturiva da due processi verbali di constatazione, redatti dalla Guardia di Finanza, Brigata Terlizzi, in data 29.12.94 e 12.7.95. 2. Il giudice di appello riteneva, in primo luogo, che non facesse stato, nella vicenda sottoposta al suo esame, la sentenza n. 104/02/00, emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Bari, ai fini IVA, poiché riguardante altra imposta.
3. La Commissione Tributaria Regionale riteneva, poi, del tutto legittimo l’operato dell’Ufficio, che aveva, sulla base delle materie prime e sussidiarie utilizzate per la produzione di protesi dentarie, ipotizzato un’omessa fatturazione per 77 apparecchiature e, di conseguenza, la mancata contabilizzazione di corrispettivi per un totale di L. 24.950.000. Riteneva, inoltre, sulla scorta delle indagini effettuate dalla Guardia di Finanza sui conti correnti intrattenuti dal D.S. e dalla moglie, sussistere un’omessa contabilizzazione e dichiarazione di ricavi per complessive L. 54.733.543. 4. Per la cassazione della sentenza della C.T.R. ha proposto ricorso, notificato il 30.12.05, D.S.P., articolando sei motivi, ai quali hanno replicato il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate con controricorso notificato il 7.2.06. Il D.S. ha presentato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

1.1. Con il primo motivo di ricorso, il D.S. deduce la violazione e/o falsa applicazione, da parte del giudice di appello, del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, comma 1 e art. 57, comma 1. Con riferimento alla prima delle norme suindicate, il ricorrente si duole, invero, del fatto che la Commissione Tributaria Regionale non abbia ritenuto di dichiarare inammissibile l’appello per mancanza assoluta di motivi specifici di impugnazione. Con riferimento alla seconda, il medesimo censura la decisione di appello per non avere la Commissione Regionale rilevato d’ufficio l’inammissibilità delle domande ed eccezioni proposte dall’Agenzia delle Entrate soltanto in sede di gravame, non essendosi l’Ufficio costituito nel primo grado del giudizio.
1.2. Il motivo è infondato e va disatteso.
Non sussiste invero, in primis, la dedotta violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53. Questa Corte ha, difatti, più volte precisato che, in tema di contenzioso tributario, l’indicazione dei motivi specifici dell’impugnazione, richiesta dalla norma suindicata, non deve necessariamente consistere in una rigorosa e formalistica enunciazione delle ragioni invocate a sostegno dell’appello, ben potendo i motivi di gravame essere ricavati, anche per implicito, purchè in maniera univoca, dall’intero atto di impugnazione considerato nel suo complesso (v., ex plurimis, Cass. 1224/07, 1574/05, 1642/05).
Nel caso di specie, dall’esame della decisione di appello – che li riporta espressamente – è possibile evincere con sufficiente chiarezza i motivi di gravame proposti dall’amministrazione finanziaria avverso la decisione di prime cure. E, d’altra parte, va rilevato che è lo stesso ricorrente ad enunciare in questa sede (pp. 5 e 6 del ricorso), in maniera dettagliata ed analitica, gli specifici motivi di appello proposti dall’Agenzia delle Entrate.
1.3. Ma del pari va esclusa, a giudizio della Corte, la dedotta violazione del disposto del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57. Ed invero, la norma in questione vieta la proposizione in appello di domande ed eccezioni nuove, per queste intendendosi le eccezioni in senso stretto, come tali non rilevabili d’ufficio. Il divieto legislativo – come più volte precisato da questa Suprema Corte (per tutte, Cass. 07/14020, 05/18519, 02/5895) – non può, invece, ritenersi esteso anche alle mere difese, che la parte contumace in primo grado è pienamente legittimata, pertanto, a svolgere in appello per confutare le ragioni poste a fondamento del ricorso della controparte.
2.1. Con il secondo motivo di ricorso, il D.S. lamenta la violazione dell’art. 2909 c.c., per avere la Commissione Tributaria regionale negato la rilevanza della sentenza n. 104/02/00, emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Bari ai fini IVA. Tale ultima decisione – in accoglimento del ricorso del contribuente – aveva, invero, annullato l’avviso di rettifica, per lo stesso anno di imposta 1993, con il quale era stata contestata al contribuente la cessione, senza emissione di fattura, di talune protesi ed elementi in lega realizzati dal D.S..
2.1. Il motivo di censura è infondato e va rigettato.
Deve, invero, considerarsi, al riguardo, che, perchè una lite possa ritenersi coperta dal giudicato di una precedente sentenza resa tra le stesse parti, è necessario che il giudizio introdotto per secondo investa lo stesso rapporto giuridico che ha già formato oggetto del primo. In mancanza di tale essenziale presupposto, pertanto, non rileva che la seconda lite richieda accertamenti di fatto già compiuti nel corso della prima (conf. Cass. 2594/10). Ciò posto, è del tutto evidente, ad avviso della Corte, che l’identità di rapporto debba essere esclusa nel caso in cui – come nella fattispecie in esame – le due controversie riguardino imposte strutturalmente e oggettivamen-te diverse, come IVA ed IRPEF. Sicchè nel giudizio in materia di imposte dirette, come l’IRPEF, non può in alcun modo spiegare efficacia di giudicato esterno una sentenza in materia di IVA, ancorché fondata sui medesimi presupposti, di fatto (nello stesso senso, tra le tante, Cass. 2438/07, 5943/07, 8773/08, 25200/09).
E ciò a fortiori nel caso in cui – come nella specie – il giudizio relativo all’IRPEF abbia un oggetto più ampio ed in parte diverso (omessa fatturazione ed omessa contabilizzazione di corrispettivi e di ricavi) rispetto al giudizio relativo all’IVA (cessione di beni senza fattura).
3.1. Con il terzo motivo di ricorso, D.S.P. lamenta la violazione, da parte del giudice di appello, dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere la Commissione Tributaria Regionale, a sua volta, censurato in maniera del tutto incongrua la decisione di prime cure, negando “la logicità, la coerenza e la congruità del giudizio di fatto espresso dalla CTP”. 3.2 A giudizio della Corte, anche il motivo in esame, non diversamente dai precedenti, deve essere disatteso. E’ di tutta evidenza, infatti, che la censura mossa dal D.S. alla decisione di appello non si incentra su un fatto decisivo della controversia, in relazione al quale il ricorrente deduca la non correttezza giuridica o l’incoerenza logico-formale della decisione impugnata, o addirittura l’omissione di motivazione. Il motivo si traduce, piuttosto, in una sorta di revisione critica, peraltro del tutto generica, del ragionamento decisorio del giudice d: secondo grado in relazione alla sentenza di prime cure, risolvendosi, pertanto, in una richiesta di controllo sulla motivazione che comporta sostanzialmente un riesame del merito, non operabile da parte della Corte di Cassazione (in tal senso, cfr. Cass. 6694/09, 17477/07, 12446/06).
4.1. Con il quarto motivo di ricorso, il D.S. censura la decisione della Commissione Tributaria Regionale, per violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere il giudice di appello omesso di motivare su un punto decisivo della controversia, non avendo “preso in considerazione la, pure eccepita, inammissibilità dell’appello per assenza di motivi specifici di contestazione avverso la sentenza impugnata”. 4.2. Anche questo motivo si palesa del tutto infondato.
Ed invero, per “punto decisivo” (ora “fatto decisivo”, nella nuova formulazione della norma) deve intendersi -secondo il costante insegnamento di questa Corte (Cass. 10156/04, 22979/04, 1595/00) – quel fatto dalla cui diversa considerazione o dalla cui considerazione, omessa invece dal giudice di merito, sarebbe discesa con certezza una decisione diversa. Sennonché, nel caso di specie, l’eccezione di inammissibilità dell’appello, per assenza di motivi specifici, proposta dall’odierno ricorrente dinanzi alla Commissione Tributaria Regionale, pur se presa in espressa considerazione dal giudice del gravame, non avrebbe potuto provocare una decisione diversa, stante la sua manifesta infondatezza, per tutte le ragioni già esposte a proposito del primo motivo di ricorso.
5.1. Con il quinto motivo di ricorso, D.S.P. si duole della violazione, da parte del giudice di appello, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32. Rileva, invero, il ricorrente che, in sede di accertamento delle imposte sui redditi – ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2) novellato della L. n. 311 del 2004, comma 402 – i dati raccolti dall’Ufficio in sede di accesso ai conti correnti bancari di un contribuente consentono, in forza della presunzione contenuta in detta normativa, di imputare direttamente gli elementi da essi risultanti a “ricavi o compensi”, risultanti dall’attività svolta dal contribuente. L’originario testo dell’art. 32, peraltro, riferiva espressamente tale presunzione ai soli “ricavi” conseguibili in un’attività di impresa, escludendo – almeno nel tenore letterale – i compensi dell’attività svolta dai prestatori di lavoro autonomo.
La norma novellata consente, invece, agli Uffici finanziari di applicare la presunzione in parola anche nei confronti dei professionisti (come l’odierno ricorrente), fatta salva la possibilità per il contribuente di provare che determinati accrediti non costituiscono proventi della propria attività. E tuttavia, ad avviso del ricorrente, la disciplina introdotta dalla L. n. 311 del 2004, che ha effetto dall’1.7.05, non potrebbe avere efficacia retroattiva e non potrebbe applicarsi, dunque, alla presente vicenda insorta prima della sua entrata in vigore, trattandosi di disciplina ampliativa dell’inversione dell’onere della prova in danno del contribuente.
5.2. L’assunto del ricorrente è infondato e va disatteso. Ed invero, anche con riferimento al testo del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, antecedente l’entrata in vigore della novella del 2004 (temporalmente applicabile alla fattispecie in esame), è del tutto pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che la norma in questione, e la presunzione in essa contenuta, seppure letteralmente riferibile ai soli “ricavi”, sia da intendersi applicabile anche al reddito da lavoro autonomo, e non solo al reddito di impresa (Cass. 4601/02, 430/08, 11750/08).
Di qui la piena utilizzabilità, da parte dell’Ufficio finanziario, nella vicenda oggetto del presente giudizio, della presunzione di ascrivibilità ad operazioni imponibili dei dati raccolti in sede di accesso ai conti correnti bancari del ricorrente.
6.1 Con il sesto, ed ultimo motivo di ricorso, il D.S. lamenta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, punto 2, per non avere l’Ufficio, prima della notifica dell’avviso di accertamento, “invitato il ricorrente a fornire le giustificazioni circa i movimenti bancari contestati dai verificatori”. 6.2. il motivo è del tutto infondato, al pari dei precedenti. La legittimità dell’utilizzo dei dati, desunti dalla verifica operata dall’ufficio sui conti correnti bancari del contribuente, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, non è condizionata, infatti, dalla previa instaurazione del contraddittorio con il medesimo. Tale attività preventiva costituisce, per vero, una mera facoltà per l’amministrazione, e non certo un obbligo, come è del tutto pacifico nella giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. 14675/06, 4601/06, 25142/09).
Per tutte le ragioni suesposte, pertanto, il ricorso proposto da D. S. non può che essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dall’amministrazione intimata.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali, che liquida in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge