Fisco

Debutta l’avviso esecutivo: il Fisco va subito all’incasso (articolo tratto da www.ilsole24ore.com)

Postato il

Addio cartelle esattoriali, da sabato l’accertamento esecutivo….

Articolo del Sole 24 Ore online di oggi

 

Annunci

Per la Cassazione (Sez. Tributaria, 802/11) sono legittimi gli accertamenti retroattivi sui conti correnti dei professionisti.

Postato il

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, sentenza 9 dicembre 2010 – 14 gennaio 2011, n. 802
Presidente Lupi – Relatore Valitutti

Fatto

1. La Commissione Tributaria Regionale di Bari, con sentenza n. 38/04, depositata il 13.12.04, accoglieva l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la decisione n. 907/00, con la quale era stato accolto il ricorso proposto da D.S.P. nei confronti dell’avviso di accertamento n. (OMISSIS), con il quale l’amministrazione finanziaria aveva provveduto a rettificare, ai fini IRPEF, il reddito del contribuente per il periodo di imposta 1993, rideterminandolo nella somma di L. 98.189.000, a fronte di quello dichiarato di L. 18.255.000. L’accertamento scaturiva da due processi verbali di constatazione, redatti dalla Guardia di Finanza, Brigata Terlizzi, in data 29.12.94 e 12.7.95. 2. Il giudice di appello riteneva, in primo luogo, che non facesse stato, nella vicenda sottoposta al suo esame, la sentenza n. 104/02/00, emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Bari, ai fini IVA, poiché riguardante altra imposta.
3. La Commissione Tributaria Regionale riteneva, poi, del tutto legittimo l’operato dell’Ufficio, che aveva, sulla base delle materie prime e sussidiarie utilizzate per la produzione di protesi dentarie, ipotizzato un’omessa fatturazione per 77 apparecchiature e, di conseguenza, la mancata contabilizzazione di corrispettivi per un totale di L. 24.950.000. Riteneva, inoltre, sulla scorta delle indagini effettuate dalla Guardia di Finanza sui conti correnti intrattenuti dal D.S. e dalla moglie, sussistere un’omessa contabilizzazione e dichiarazione di ricavi per complessive L. 54.733.543. 4. Per la cassazione della sentenza della C.T.R. ha proposto ricorso, notificato il 30.12.05, D.S.P., articolando sei motivi, ai quali hanno replicato il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate con controricorso notificato il 7.2.06. Il D.S. ha presentato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

1.1. Con il primo motivo di ricorso, il D.S. deduce la violazione e/o falsa applicazione, da parte del giudice di appello, del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, comma 1 e art. 57, comma 1. Con riferimento alla prima delle norme suindicate, il ricorrente si duole, invero, del fatto che la Commissione Tributaria Regionale non abbia ritenuto di dichiarare inammissibile l’appello per mancanza assoluta di motivi specifici di impugnazione. Con riferimento alla seconda, il medesimo censura la decisione di appello per non avere la Commissione Regionale rilevato d’ufficio l’inammissibilità delle domande ed eccezioni proposte dall’Agenzia delle Entrate soltanto in sede di gravame, non essendosi l’Ufficio costituito nel primo grado del giudizio.
1.2. Il motivo è infondato e va disatteso.
Non sussiste invero, in primis, la dedotta violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53. Questa Corte ha, difatti, più volte precisato che, in tema di contenzioso tributario, l’indicazione dei motivi specifici dell’impugnazione, richiesta dalla norma suindicata, non deve necessariamente consistere in una rigorosa e formalistica enunciazione delle ragioni invocate a sostegno dell’appello, ben potendo i motivi di gravame essere ricavati, anche per implicito, purchè in maniera univoca, dall’intero atto di impugnazione considerato nel suo complesso (v., ex plurimis, Cass. 1224/07, 1574/05, 1642/05).
Nel caso di specie, dall’esame della decisione di appello – che li riporta espressamente – è possibile evincere con sufficiente chiarezza i motivi di gravame proposti dall’amministrazione finanziaria avverso la decisione di prime cure. E, d’altra parte, va rilevato che è lo stesso ricorrente ad enunciare in questa sede (pp. 5 e 6 del ricorso), in maniera dettagliata ed analitica, gli specifici motivi di appello proposti dall’Agenzia delle Entrate.
1.3. Ma del pari va esclusa, a giudizio della Corte, la dedotta violazione del disposto del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57. Ed invero, la norma in questione vieta la proposizione in appello di domande ed eccezioni nuove, per queste intendendosi le eccezioni in senso stretto, come tali non rilevabili d’ufficio. Il divieto legislativo – come più volte precisato da questa Suprema Corte (per tutte, Cass. 07/14020, 05/18519, 02/5895) – non può, invece, ritenersi esteso anche alle mere difese, che la parte contumace in primo grado è pienamente legittimata, pertanto, a svolgere in appello per confutare le ragioni poste a fondamento del ricorso della controparte.
2.1. Con il secondo motivo di ricorso, il D.S. lamenta la violazione dell’art. 2909 c.c., per avere la Commissione Tributaria regionale negato la rilevanza della sentenza n. 104/02/00, emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Bari ai fini IVA. Tale ultima decisione – in accoglimento del ricorso del contribuente – aveva, invero, annullato l’avviso di rettifica, per lo stesso anno di imposta 1993, con il quale era stata contestata al contribuente la cessione, senza emissione di fattura, di talune protesi ed elementi in lega realizzati dal D.S..
2.1. Il motivo di censura è infondato e va rigettato.
Deve, invero, considerarsi, al riguardo, che, perchè una lite possa ritenersi coperta dal giudicato di una precedente sentenza resa tra le stesse parti, è necessario che il giudizio introdotto per secondo investa lo stesso rapporto giuridico che ha già formato oggetto del primo. In mancanza di tale essenziale presupposto, pertanto, non rileva che la seconda lite richieda accertamenti di fatto già compiuti nel corso della prima (conf. Cass. 2594/10). Ciò posto, è del tutto evidente, ad avviso della Corte, che l’identità di rapporto debba essere esclusa nel caso in cui – come nella fattispecie in esame – le due controversie riguardino imposte strutturalmente e oggettivamen-te diverse, come IVA ed IRPEF. Sicchè nel giudizio in materia di imposte dirette, come l’IRPEF, non può in alcun modo spiegare efficacia di giudicato esterno una sentenza in materia di IVA, ancorché fondata sui medesimi presupposti, di fatto (nello stesso senso, tra le tante, Cass. 2438/07, 5943/07, 8773/08, 25200/09).
E ciò a fortiori nel caso in cui – come nella specie – il giudizio relativo all’IRPEF abbia un oggetto più ampio ed in parte diverso (omessa fatturazione ed omessa contabilizzazione di corrispettivi e di ricavi) rispetto al giudizio relativo all’IVA (cessione di beni senza fattura).
3.1. Con il terzo motivo di ricorso, D.S.P. lamenta la violazione, da parte del giudice di appello, dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere la Commissione Tributaria Regionale, a sua volta, censurato in maniera del tutto incongrua la decisione di prime cure, negando “la logicità, la coerenza e la congruità del giudizio di fatto espresso dalla CTP”. 3.2 A giudizio della Corte, anche il motivo in esame, non diversamente dai precedenti, deve essere disatteso. E’ di tutta evidenza, infatti, che la censura mossa dal D.S. alla decisione di appello non si incentra su un fatto decisivo della controversia, in relazione al quale il ricorrente deduca la non correttezza giuridica o l’incoerenza logico-formale della decisione impugnata, o addirittura l’omissione di motivazione. Il motivo si traduce, piuttosto, in una sorta di revisione critica, peraltro del tutto generica, del ragionamento decisorio del giudice d: secondo grado in relazione alla sentenza di prime cure, risolvendosi, pertanto, in una richiesta di controllo sulla motivazione che comporta sostanzialmente un riesame del merito, non operabile da parte della Corte di Cassazione (in tal senso, cfr. Cass. 6694/09, 17477/07, 12446/06).
4.1. Con il quarto motivo di ricorso, il D.S. censura la decisione della Commissione Tributaria Regionale, per violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere il giudice di appello omesso di motivare su un punto decisivo della controversia, non avendo “preso in considerazione la, pure eccepita, inammissibilità dell’appello per assenza di motivi specifici di contestazione avverso la sentenza impugnata”. 4.2. Anche questo motivo si palesa del tutto infondato.
Ed invero, per “punto decisivo” (ora “fatto decisivo”, nella nuova formulazione della norma) deve intendersi -secondo il costante insegnamento di questa Corte (Cass. 10156/04, 22979/04, 1595/00) – quel fatto dalla cui diversa considerazione o dalla cui considerazione, omessa invece dal giudice di merito, sarebbe discesa con certezza una decisione diversa. Sennonché, nel caso di specie, l’eccezione di inammissibilità dell’appello, per assenza di motivi specifici, proposta dall’odierno ricorrente dinanzi alla Commissione Tributaria Regionale, pur se presa in espressa considerazione dal giudice del gravame, non avrebbe potuto provocare una decisione diversa, stante la sua manifesta infondatezza, per tutte le ragioni già esposte a proposito del primo motivo di ricorso.
5.1. Con il quinto motivo di ricorso, D.S.P. si duole della violazione, da parte del giudice di appello, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32. Rileva, invero, il ricorrente che, in sede di accertamento delle imposte sui redditi – ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2) novellato della L. n. 311 del 2004, comma 402 – i dati raccolti dall’Ufficio in sede di accesso ai conti correnti bancari di un contribuente consentono, in forza della presunzione contenuta in detta normativa, di imputare direttamente gli elementi da essi risultanti a “ricavi o compensi”, risultanti dall’attività svolta dal contribuente. L’originario testo dell’art. 32, peraltro, riferiva espressamente tale presunzione ai soli “ricavi” conseguibili in un’attività di impresa, escludendo – almeno nel tenore letterale – i compensi dell’attività svolta dai prestatori di lavoro autonomo.
La norma novellata consente, invece, agli Uffici finanziari di applicare la presunzione in parola anche nei confronti dei professionisti (come l’odierno ricorrente), fatta salva la possibilità per il contribuente di provare che determinati accrediti non costituiscono proventi della propria attività. E tuttavia, ad avviso del ricorrente, la disciplina introdotta dalla L. n. 311 del 2004, che ha effetto dall’1.7.05, non potrebbe avere efficacia retroattiva e non potrebbe applicarsi, dunque, alla presente vicenda insorta prima della sua entrata in vigore, trattandosi di disciplina ampliativa dell’inversione dell’onere della prova in danno del contribuente.
5.2. L’assunto del ricorrente è infondato e va disatteso. Ed invero, anche con riferimento al testo del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, antecedente l’entrata in vigore della novella del 2004 (temporalmente applicabile alla fattispecie in esame), è del tutto pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che la norma in questione, e la presunzione in essa contenuta, seppure letteralmente riferibile ai soli “ricavi”, sia da intendersi applicabile anche al reddito da lavoro autonomo, e non solo al reddito di impresa (Cass. 4601/02, 430/08, 11750/08).
Di qui la piena utilizzabilità, da parte dell’Ufficio finanziario, nella vicenda oggetto del presente giudizio, della presunzione di ascrivibilità ad operazioni imponibili dei dati raccolti in sede di accesso ai conti correnti bancari del ricorrente.
6.1 Con il sesto, ed ultimo motivo di ricorso, il D.S. lamenta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, punto 2, per non avere l’Ufficio, prima della notifica dell’avviso di accertamento, “invitato il ricorrente a fornire le giustificazioni circa i movimenti bancari contestati dai verificatori”. 6.2. il motivo è del tutto infondato, al pari dei precedenti. La legittimità dell’utilizzo dei dati, desunti dalla verifica operata dall’ufficio sui conti correnti bancari del contribuente, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, non è condizionata, infatti, dalla previa instaurazione del contraddittorio con il medesimo. Tale attività preventiva costituisce, per vero, una mera facoltà per l’amministrazione, e non certo un obbligo, come è del tutto pacifico nella giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. 14675/06, 4601/06, 25142/09).
Per tutte le ragioni suesposte, pertanto, il ricorso proposto da D. S. non può che essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dall’amministrazione intimata.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali, che liquida in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge

Cassazione Sez. Tributaria, 23 novembre 2010: paga sempre l’IRAP il lavoratore autonomo che ha un collaboratore.

Postato il

Cassazione – Sezione tributaria – ordinanza 22 giugno – 23 novembre 2010, n. 23761
Presidente Merone – Relatore Greco
Ricorrente Agenzia delle Entrate

La Corte, ritenuto che, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:
«L’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia n. 329/63/06, depositata il 21 novembre 2006, che, rigettando l’appello dell’Agenzia delle entrate, ufficio di Brescia 1, ha riconosciuto a Paolo Dabbeni il diritto al rimborso dell’IRAP versata per gli anni 1998, 1999 e 2000.
Il contribuente non ha svolto attività nella presente sede.
Il ricorso contiene un motivo, rispondente ai requisiti prescritti dall’art. 366 bis c.p.c., con il quale l’amministrazione censura la sentenza per vizio di motivazione per aver trascurato di considerare che il contribuente ha corrisposto rilevanti compensi a terzi per prestazioni afferenti la propria attività professionale, e per aver mancato di accertare in concreto se i beni strumentali utilizzati eccedessero o meno il minimo indispensabile per l’attività professionale.
La ratio decidendi della sentenza impugnata – dove si afferma che “nessun contributo prevalente e qualificante”, “tale da configurare necessariamente l’esistenza di una organizzazione prevalente sul contributo personale del lavoratore autonomo”, “potrebbe derivare dall’ausilio di un dipendente che ricopra funzioni meramente esecutive” – non è conforme al consolidato principio affermato da questa Corte in materia, secondo cui, a norma del combinato disposto degli artt. 2, comma 1, primo periodo, e 3, comma 1, lettera c), del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, l’esercizio delle attività di lavoro autonomo di cui all’art. 49, comma primo, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, è escluso dall’applicazione dell’imposta soltanto qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata: il requisito della “autonoma organizzazione”, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui; costituisce poi onere del contribuente che richieda il rimborso fornire la prova dell’assenza delle condizioni anzidette (ex plurimis, Cass. n. 3676, n. 3673, n. 3678, n. 3680 del 2007). In particolare, a fronte della contestazione dell’ufficio in appello – che la ricorrente ha trascritto in parte qua, indicando il luogo dell’atto difensivo in cui era contenuta -, secondo cui, tra l’altro, il contribuente, negli anni per cui è causa aveva dichiarato “compensi corrisposti a terzi, in media superiori a lire 141.000.000”, la sentenza impugnata, a tenore della quale “il contribuente esercita la propria attività professionale senza l’ausilio di personale dipendente”, si appalesa insufficientemente e non congruamente motivata, ai fini dell’accertamento del requisito dell’autonoma organizzazione, in ordine all’utilizzazione non occasionale del lavoro altrui.
In conclusione, si ritiene che, ai sensi degli artt. 375, primo comma, e 380 bis cod. proc. civ., il ricorso possa essere deciso in Camera di consiglio in quanto manifestamente fondato»;
che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti costituite;
che non sono state depositate conclusioni scritte né memorie;
considerato che il Collegio, a seguito della discussione in Camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e pertanto, ribaditi i principi di diritto sopra enunciati, il ricorso va accolto, la sentenza va cassata e la causa rinviata in relazione al motivo accolto ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Lombardia, la quale procederà ad un nuovo esame della controversia, oltre a disporre in ordine alle spese anche del presente Giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Lombardia.

Cassazione sez. Tributaria – Ordinanza 6 luglio – 28 ottobre 2010 n. 22041: la prova della notifica delle cartelle esattoriali è a carico del concessionario.

Postato il

Cassazione – Sezione tributaria – ordinanza 6 luglio – 28 ottobre 2010, n. 22041
Presidente Lupi – Relatore Carleo
Ricorrente Serit Sicilia spa

Fatto e diritto

Premesso che il relatore ha depositato la seguente relazione: “1. La Serit Sicilia propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Sicilia n. 223/16/07, depositata in data 23.1.2008, con la quale è stato accolto l’appello della contribuente avverso la sentenza di primo grado della CTP di Siracusa con cui era stato rigettato il ricorso della stessa contribuente avverso alcuni avvisi di mora ed intimazioni di pagamento per tasse auto. La contribuente si è costituita con controricorso. 2) La ricorrente ha lamentato con l’unica doglianza la violazione e falsa applicazione dell’art. 26 comma 4 dpr 602/73, e dell’art. 2697 cc, concludendo la censura con il seguente quesito: “statuisca l’Ecc.ma Corte che la relata di notifica eseguita dal messo notificatore/ufficiale di riscossione, staccata dal plico chiuso e sigillato contenente la cartella esattoriale in un unico originale consegnato al destinatario, si sostanzia nella matrice di cui all’art. 26 comma quarto del dpr n. 602/73, costituendo pertanto prova dell’avvenuta notifica della cartella di pagamento”; 3) ciò premesso, deve osservarsi che, come risulta dalla lettura della sentenza impugnata, la ragione, posta dalla CTR a base della decisione, si fonda su un duplice ordine di profili, il primo dei quali è costituito dalla considerazione che “per tre avvisi e due intimazioni si è anche accertata l’inesistenza o irritualità della notifica” mentre il secondo è rappresentato dal rilievo che “la Concessionaria in entrambi i gradi di giudizio non ha dato prova, in violazione del combinato disposto degli artt. 2697 cc e 26 quarto comma del dpr n. 602/1973, dell’effettivo contenuto delle cartelle che sono state notificate. In altri termini, questo Collegio è stato edotto del solo fatto che sono state notificate alcune cartelle, ma non è stato posto in condizione di sapere esattamente quali (perché la Concessionaria non le ha prodotte)”. Tutto ciò considerato, appare evidente come il quesito formulato sia incompleto, eludendo una delle autonome rationes decidendi della decisione impugnata, laddove il quesito deve essere invece formulato in termini esaustivi rispetto ai punti nodali della decisione senza costringere il giudice di legittimità a ricercare la conferenza della censura attraverso l’estesa lettura dell’intero ricorso, giacché, altrimenti, verrebbe a vanificarsi la ratio dell’innovazione normativa di cui all’art. 366 bis cpc. E ciò, senza considerare che nella specie la ricorrente, anche nell’intero corpo del ricorso, ha omesso di affrontare la questione relativa alla mancata prova delle cartelle effettivamente notificate, costituenti gli atti presupposti degli avvisi di mora e delle intimazioni di pagamento successivamente inviati. Ed è appena il caso di osservare che le ragioni di gravame, per risultare idonee a contrastare la motivazione della sentenza, devono correlarsi con la stessa, in modo che alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata risultino contrapposte quelle dell’impugnante, volte ad incrinare il fondamento logico-giuridico delle prime. In conclusione, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio in quanto inammissibile”;
considerato che il Collegio ha condiviso le considerazioni contenute nella relazione, ritualmente comunicata al P.G. e notificata ai difensori; ritenuto che nella specie difettano i requisiti indicati e che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; ritenuto che a tale declaratoria segue la condanna della ricorrente alle spese liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente alla rifusione delle spese che liquida in euro 1.600,00 di cui euro 100,00 per esborsi oltre accessori di legge.

L’avvocato paga l’IRAP anche se ha solo un'”apprendista part time”.

Postato il

Cassazione – Sezione tributaria – sentenza 30 aprile – 20 ottobre 2010, n. 21563
Presidente Merone – Relatore Greco
Ricorrente B.

Svolgimento del processo

La Commissione tributaria regionale della Lombardia, con la sentenza indicata in epigrafe, rigettando l’appello di F.B., avvocato, gli ha negato il diritto al rimborso dell’IRAP versata per gli anni 1998 e 1999.
Nei confronti della decisione il contribuente propone ricorso per cassazione, illustrato con successiva memoria.
L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso.
Il ricorso, ai sensi dell’art. 375 cod. proc. civ., è stato fissato per la trattazione in camera di consiglio.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il contribuente censura la sentenza d’appello per vizio di motivazione; con il secondo motivo, denuncia la violazione della normativa istitutiva dell’IRAP sotto il profilo del presupposto impositivo, costituito dalla sussistenza di autonoma organizzazione; con il terzo motivo, deduce l’incompatibilità dell’IRAP con la normativa comunitaria.
Il ricorso è infondato perché, pur essendo la ratio decidendi della sentenza impugnata non conforme al consolidato principio affermato da questa Corte in materia – secondo cui, a norma del combinato disposto degli artt. 2, comma 1, primo periodo, e 3, comma 1, lettera c), del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, l’esercizio delle attività di lavoro autonomo di cui all’art. 49, comma primo, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, è escluso dall’applicazione dell’imposta soltanto qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata: il requisito della “autonoma organizzazione”, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui; costituisce poi onere del contribuente che richieda il rimborso fornire la prova dell’assenza delle condizioni anzidette (ex plurimis, Cass. n. 3676, n. 3673, n. 3678, n. 3680 del 2007) -, nondimeno essa contiene un inequivoco accertamento di fatto in ordine alla sussistenza, nella specie, di autonoma organizzazione, per essersi avvalso il contribuente di un lavoratore dipendente, definito nel ricorso per cassazione, che riporta un passo del ricorso introduttivo, “una sola apprendista part time”, accertamento che non è oggetto di censura, e che rende il dispositivo conforme a diritto.
Il terzo motivo è manifestamente infondato, atteso che la Corte di giustizia delle Comunità europee, con la sentenza 3 ottobre 2006 in causa C-475/03, ha stabilito che l’art. 33 della sesta direttiva IVA del Consiglio 17 maggio 1977 n. 77/388/Cee, come modificata dalla direttiva del Consiglio 16 dicembre 1991 n. 91/680/Cee, deve essere interpretato nel senso che esso non osta al mantenimento di un prelievo fiscale avente le caratteristiche dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP).
Il ricorso, in conclusione, previa correzione della motivazione ai sensi dell’art. 384, secondo comma, cod. proc. civ., va rigettato.
Sussistono giusti motivi per dichiarare compensate le spese del giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Dichiara compensate fra le parti le spese del giudizio.