Ho fatto un bonifico all’IBAN sbagliato: posso riavere i soldi?

Cosa fare subito, quando la banca deve intervenire e cosa cambia con la nuova verifica tra nome e IBAN

Basta una cifra sbagliata, un vecchio IBAN rimasto nella rubrica oppure un copia e incolla effettuato senza attenzione. Il bonifico parte e, solo dopo averlo confermato, ci si accorge che il conto indicato non era quello del vero destinatario.

La prima domanda è inevitabile: posso riavere i soldi?

La risposta dipende da ciò che è accaduto. Se l’IBAN indicato non corrisponde a un conto utilizzabile, normalmente l’operazione non viene completata. Il problema più serio nasce quando l’IBAN è valido ma appartiene a un’altra persona: in questo caso il denaro può essere effettivamente accreditato sul conto sbagliato e il semplice fatto di avere commesso un errore non comporta automaticamente che la banca debba rimborsare la somma.

Dal 9 ottobre 2025, però, le regole sono cambiate in modo significativo. Per i bonifici in euro, ordinari e istantanei, è diventato obbligatorio il servizio di verifica del beneficiario, la cosiddetta Verification of Payee o VoP, che controlla prima dell’autorizzazione la corrispondenza tra l’IBAN e il nome del destinatario indicato dal cliente. (Banca d’Italia)

Questo nuovo sistema riduce notevolmente il rischio di errore, ma non lo elimina. Ed è importante capire che cosa accade nei diversi casi.

Perché fino a poco tempo fa contava soprattutto l’IBAN

La disciplina dei servizi di pagamento attribuisce una funzione centrale all’“identificativo unico”, che nel caso del bonifico è normalmente l’IBAN. L’art. 24 del d.lgs. n. 11 del 2010 stabilisce che, quando l’ordine viene eseguito conformemente all’identificativo fornito dal cliente, il pagamento si considera correttamente eseguito per quanto riguarda il conto indicato. Se l’identificativo fornito dall’utente è inesatto, la banca non risponde, in linea generale, dell’inesatta esecuzione derivante proprio da quell’errore, pur dovendo attivarsi per tentare il recupero delle somme. (Portale Normativo)

In altre parole, se volevo pagare Mario Rossi ma inserivo l’IBAN appartenente a Giovanni Bianchi, la banca eseguiva l’ordine sul conto identificato dall’IBAN che io stesso avevo comunicato. La sola indicazione del nome “Mario Rossi” non era necessariamente sufficiente per rendere responsabile l’intermediario del pagamento effettuato sul diverso conto indicato dal codice.

È proprio su questo problema che è intervenuta la nuova disciplina europea.

Cosa controlla oggi la banca prima di eseguire il bonifico?

Oggi, prima che il cliente possa autorizzare un bonifico in euro, il prestatore di servizi di pagamento deve effettuare la verifica del beneficiario. Il controllo confronta il nome indicato dal pagatore con il titolare del conto individuato dall’IBAN e deve avvenire immediatamente, prima dell’autorizzazione. Il servizio deve essere offerto sia per i bonifici ordinari sia per quelli istantanei. (EUR-Lex)

Il risultato può essere, in sostanza, di quattro tipi: corrispondenza, corrispondenza parziale, mancata corrispondenza oppure impossibilità di effettuare la verifica. La Banca d’Italia ha chiarito che il sistema serve proprio a ridurre sia gli errori sia le frodi, consentendo al cliente di conoscere l’esito prima di confermare l’operazione. (Banca d’Italia)

Questa verifica non è un dettaglio. Può cambiare anche la distribuzione delle responsabilità quando il bonifico finisce sul conto sbagliato.

Se nome e IBAN corrispondono

Quando il sistema comunica che vi è corrispondenza, il cliente può ragionevolmente confidare che il conto appartenga al beneficiario indicato.

Se, nonostante l’esito positivo della verifica, l’operazione viene eseguita in modo difettoso perché il prestatore di servizi di pagamento non ha rispettato gli obblighi previsti dalla disciplina sulla verifica del beneficiario, il regolamento europeo prevede che la banca del pagatore debba rimborsare senza ritardo l’importo trasferito e, quando necessario, ripristinare il conto nella situazione in cui si sarebbe trovato se l’operazione non fosse avvenuta. (EUR-Lex)

È quindi molto diverso il caso in cui sia stato il cliente a inserire un dato errato nonostante un avvertimento, da quello in cui il sistema abbia dato un’informazione rassicurante che si riveli inesatta per un difetto nell’adempimento degli obblighi dell’intermediario.

Se compare “corrispondenza parziale”

Può accadere che il nome inserito sia molto simile a quello associato all’IBAN, ma non identico. Pensiamo a un secondo nome omesso, a una ragione sociale indicata in forma abbreviata oppure a una piccola differenza nella denominazione.

In questo caso il sistema deve segnalare la corrispondenza soltanto parziale e può indicare al pagatore il nome associato all’IBAN, in modo che possa controllare il dato prima di proseguire. (EUR-Lex)

È un avviso da non ignorare. Se il nome suggerito è chiaramente quello del destinatario che intendiamo pagare, la differenza può dipendere semplicemente dal modo in cui il conto è intestato. Se invece compare un nome che non conosciamo, la prudenza impone di fermarsi e verificare direttamente con il beneficiario.

Se nome e IBAN non corrispondono

La situazione è ancora più chiara quando il sistema segnala una mancata corrispondenza.

La banca deve avvertire il cliente che autorizzare comunque il bonifico può comportare l’invio del denaro a un conto non appartenente al beneficiario indicato. Il cliente può ancora decidere di procedere, ma lo fa dopo essere stato espressamente informato del rischio. (EUR-Lex)

Il regolamento europeo precisa infatti che, se il prestatore ha correttamente adempiuto agli obblighi di verifica, non è responsabile dell’esecuzione del bonifico a un destinatario non voluto quando ciò dipenda dall’identificativo errato fornito dal pagatore. (EUR-Lex)

In termini pratici: se il sistema mi dice che “Mario Rossi” non corrisponde al titolare dell’IBAN che ho digitato e io confermo comunque l’operazione, sarà molto più difficile sostenere successivamente che la perdita debba essere sopportata dalla banca.

Cosa devo fare appena mi accorgo dell’errore?

Bisogna intervenire immediatamente.

La prima cosa da fare è contattare la banca attraverso i canali predisposti per le operazioni di pagamento e segnalare per iscritto l’errore, chiedendo il tentativo di richiamo e recupero del bonifico. È opportuno indicare importo, data, IBAN utilizzato, nominativo del destinatario che si voleva pagare e ogni altro riferimento dell’operazione.

La rapidità è particolarmente importante per i bonifici istantanei, che trasferiscono il denaro in pochi secondi. Anche per un bonifico ordinario, tuttavia, non bisogna aspettare: il fatto di aver chiesto subito l’intervento può aumentare concretamente le possibilità di recuperare la somma.

Non esiste però un diritto generale a “cancellare” un bonifico già correttamente eseguito solo perché il cliente ha cambiato idea o si è accorto dell’errore. Il richiamo è un tentativo di recupero e il suo successo dipende anche dallo stato dell’operazione e dalla collaborazione dell’intermediario che gestisce il conto destinatario.

La banca è obbligata a cercare di recuperare il denaro?

Sì.

Quando l’identificativo fornito dal cliente è inesatto, l’art. 24 del d.lgs. n. 11 del 2010 stabilisce che il prestatore di servizi di pagamento del pagatore deve compiere sforzi ragionevoli per recuperare i fondi. La banca del beneficiario è tenuta a collaborare e a fornire alla banca dell’ordinante le informazioni utili al tentativo di recupero. (Portale Normativo)

Questo obbligo non significa che la banca garantisca il risultato. Se il denaro è già stato prelevato, trasferito altrove oppure il destinatario non autorizza la restituzione, il recupero attraverso il semplice intervento interbancario può non riuscire.

Ma la banca non può limitarsi a rispondere: “Ha sbagliato lei, non possiamo fare nulla”. Deve effettuare le attività ragionevolmente necessarie previste dalla disciplina.

La banca può semplicemente riprendersi i soldi dal conto del destinatario?

Di regola non è così semplice.

Una volta che la somma è stata accreditata sul conto di un altro soggetto, la banca non può necessariamente stornarla unilateralmente come se l’operazione non fosse mai esistita. Per questo il tentativo di richiamo spesso richiede la collaborazione della banca del beneficiario e, concretamente, la restituzione della somma da parte di chi l’ha ricevuta.

È quindi possibile che il cliente riceva una risposta del tipo: “Abbiamo richiesto il richiamo del bonifico, ma il beneficiario non ha autorizzato la restituzione”.

Questo non significa, però, che chi ha ricevuto per errore il denaro possa legittimamente trattenerlo.

Chi riceve per errore il bonifico può tenersi i soldi?

No.

Sul piano civilistico si applica il principio della ripetizione dell’indebito. L’art. 2033 c.c. stabilisce che chi ha effettuato un pagamento non dovuto ha diritto di ottenere la restituzione di quanto pagato. La norma disciplina anche gli interessi: se chi ha ricevuto il denaro era in mala fede, decorrono dal pagamento; se era in buona fede, dalla domanda di restituzione. (Gazzetta Ufficiale)

Supponiamo che io debba bonificare 8.000 euro a un fornitore ma, per errore, li invii sul conto di una persona con la quale non ho alcun rapporto. Il fatto che il denaro sia effettivamente comparso sul suo conto non crea alcun diritto a trattenerlo. Se il destinatario non restituisce spontaneamente la somma, potrà essere richiesta giudizialmente.

È quindi importante distinguere due rapporti: quello tra cliente e banca, regolato dalla disciplina dei servizi di pagamento, e quello tra chi ha eseguito il pagamento e il soggetto che ha ricevuto senza titolo il denaro.

Anche quando la banca non sia responsabile dell’errore, il diritto alla restituzione nei confronti del destinatario può rimanere pienamente esistente.

Ma come faccio a sapere chi ha ricevuto i soldi?

Anche questo problema è espressamente considerato dalla legge.

Se il tentativo di recupero non riesce, la banca dell’ordinante, su richiesta scritta del cliente, deve fornire tutte le informazioni disponibili utili per consentire un’azione di tutela. (Portale Normativo)

La tutela della riservatezza del titolare del conto non può quindi tradursi nell’impossibilità assoluta per chi ha effettuato il pagamento errato di agire per recuperare il proprio denaro. La procedura deve naturalmente rispettare le regole applicabili, ma la disciplina dei servizi di pagamento prevede espressamente l’obbligo di fornire le informazioni disponibili utili all’azione.

Se la somma è significativa e il destinatario rifiuta la restituzione, questo passaggio può diventare decisivo.

E se il bonifico è stato fatto a un truffatore?

È un problema diverso dal semplice errore di digitazione.

Può accadere, ad esempio, che un truffatore intercetti una comunicazione commerciale e sostituisca l’IBAN indicato in una fattura, oppure che il cliente venga indotto con l’inganno a trasferire denaro sul conto di un soggetto che si presenta falsamente come la banca, un fornitore, un familiare o un professionista.

In queste situazioni il bonifico può essere stato materialmente autorizzato dal cliente, ma la disposizione è stata ottenuta attraverso una frode. La responsabilità della banca non può essere stabilita applicando automaticamente la regola del “bonifico all’IBAN sbagliato”. Occorre verificare, tra l’altro, come sia stata autorizzata l’operazione, quali sistemi di sicurezza siano stati utilizzati, quali anomalie fossero rilevabili e, oggi, quale esito abbia dato la verifica del beneficiario.

La nuova VoP è importante anche contro questo tipo di frodi. Se una fattura viene alterata sostituendo l’IBAN del vero fornitore con quello del truffatore, la mancata corrispondenza tra il nome del fornitore e il titolare del conto dovrebbe rappresentare un segnale d’allarme prima della conferma del pagamento. (Economia per Tutti)

Esempio: sbaglio una cifra dell’IBAN

Immaginiamo di dover inviare 5.000 euro a una società. Inserisco il nome corretto, ma digito un IBAN diverso che appartiene realmente a un’altra persona.

Se la VoP segnala che il nome non corrisponde e io interrompo l’operazione, il problema è risolto prima che il denaro parta.

Se invece ignoro l’avvertimento e confermo, la banca ha adempiuto alla propria funzione di verifica e il rischio dell’errore ricade normalmente sul pagatore. Dovrò chiedere immediatamente il recupero e, se il destinatario non restituisce il denaro, valutare l’azione nei suoi confronti. (EUR-Lex)

Se, al contrario, il sistema mi comunica erroneamente una piena corrispondenza e il pagamento viene eseguito in modo difettoso per una violazione degli obblighi di verifica, può configurarsi il diritto al rimborso da parte dell’intermediario secondo la disciplina europea. (EUR-Lex)

E se ho usato un vecchio IBAN del beneficiario?

Non sempre il problema è un errore materiale. Può capitare di avere in rubrica coordinate che il creditore non utilizza più.

In questo caso bisogna capire che cosa sia successo al vecchio conto. Se è stato chiuso, normalmente il bonifico non potrà essere accreditato e la somma verrà restituita. Se invece il conto è ancora esistente e appartiene allo stesso beneficiario, il pagamento potrebbe risultare comunque valido. Se, in circostanze particolari, l’IBAN è ormai riferibile a un soggetto diverso, torna centrale la verifica effettuata prima dell’operazione.

Anche per questo è opportuno non affidarsi automaticamente ai beneficiari memorizzati da anni nell’home banking, soprattutto quando si devono trasferire importi elevati.

Quali prove devo conservare?

Se nasce un problema, è importante conservare la ricevuta del bonifico, la schermata o il documento che mostra l’IBAN inserito, il nominativo del beneficiario, l’eventuale risultato della verifica VoP e le comunicazioni successive con la banca.

Bisogna conservare anche la prova dell’IBAN che si sarebbe dovuto utilizzare: fattura, contratto, e-mail, messaggio del creditore o altra documentazione. Se l’IBAN è stato comunicato via e-mail e si sospetta una frode, è opportuno conservare l’intero messaggio e non soltanto una stampa parziale.

La distinzione tra errore del cliente, malfunzionamento del sistema e manipolazione fraudolenta può dipendere proprio da questi elementi.

Cosa fare se la banca non collabora?

Il primo passo è presentare un reclamo scritto all’intermediario, ricostruendo l’operazione e indicando con precisione ciò che si contesta: mancato tentativo di recupero, esito errato della verifica del beneficiario, carenza di informazioni oppure altra violazione.

Per i reclami relativi ai servizi di pagamento, l’intermediario deve rispondere normalmente entro quindici giornate lavorative. Se la risposta non arriva o non è soddisfacente, ricorrendone le condizioni è possibile rivolgersi all’Arbitro Bancario Finanziario, oltre naturalmente alla tutela davanti all’autorità giudiziaria. (Economia per Tutti)

La scelta dipende dal tipo di contestazione. Se si sostiene che la banca abbia violato i propri obblighi, il reclamo e l’eventuale ricorso all’ABF possono essere particolarmente utili. Se invece la banca ha correttamente eseguito l’ordine e il problema è che il destinatario si rifiuta di restituire una somma ricevuta per errore, la pretesa principale è rivolta contro quest’ultimo.

I sei errori da evitare

Il primo è aspettare. Se ci si accorge del bonifico sbagliato, bisogna contattare immediatamente la banca e chiedere il recupero.

Il secondo è ignorare un avviso di mancata corrispondenza tra nome e IBAN. La nuova verifica esiste proprio per impedire che un errore facilmente individuabile si trasformi in una perdita.

Il terzo è pensare che la banca sia sempre obbligata a restituire il denaro soltanto perché il cliente ha sbagliato destinatario. Se l’intermediario ha correttamente effettuato la verifica e ha eseguito l’IBAN confermato dal cliente, la disciplina è diversa.

Il quarto è arrendersi se il richiamo non riesce. Il fallimento del recupero bancario non elimina il diritto di chiedere la restituzione a chi ha ricevuto un pagamento non dovuto.

Il quinto è non chiedere per iscritto le informazioni necessarie a identificare il destinatario quando il recupero non è riuscito.

Il sesto è trattare allo stesso modo un semplice errore di IBAN e una frode informatica. Nel secondo caso le responsabilità devono essere ricostruite analizzando l’intera operazione.

Come comportarsi in pratica

Se ci si accorge di aver disposto un bonifico al conto sbagliato, è opportuno controllare immediatamente lo stato dell’operazione, contattare la banca e formulare una richiesta scritta di richiamo e recupero. Bisogna poi verificare quale esito abbia fornito il sistema di controllo tra nome e IBAN e conservare la relativa documentazione.

Se la somma viene restituita, la questione si chiude. Se il recupero non riesce, occorre chiedere alla banca le informazioni disponibili utili per agire nei confronti del destinatario. Se invece esistono elementi per ritenere che l’intermediario non abbia rispettato gli obblighi di verifica o di corretta esecuzione, bisogna valutare un reclamo formale e le successive forme di tutela.

Per importi elevati non conviene aspettare settimane sperando che la situazione si risolva spontaneamente.

In conclusione

Un bonifico effettuato all’IBAN sbagliato non è necessariamente perduto, ma neppure automaticamente rimborsato dalla banca.

Se l’errore è del cliente e l’intermediario ha correttamente eseguito l’ordine dopo aver effettuato la verifica prevista dalla legge, la banca deve comunque collaborare al tentativo di recupero, ma non garantisce che esso abbia successo. Se chi ha ricevuto il denaro non lo restituisce, rimane possibile agire nei suoi confronti per la ripetizione del pagamento non dovuto. (Portale Normativo)

Dal 9 ottobre 2025 esiste però una protezione in più: prima di confermare un bonifico bisogna essere informati se il nome del beneficiario corrisponde all’IBAN indicato. Ignorare quella segnalazione può avere conseguenze importanti; allo stesso modo, un errore imputabile al sistema di verifica può far sorgere una responsabilità dell’intermediario. (Banca d’Italia)

La regola pratica è quindi molto semplice: controllare sempre l’esito della verifica prima di autorizzare il pagamento e, se ci si accorge dell’errore dopo l’invio, intervenire immediatamente.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

Tag: bonifico sbagliato, IBAN errato, verifica beneficiario, Verification of Payee, VoP, bonifico istantaneo, recupero bonifico, banca, Arbitro Bancario Finanziario, ripetizione dell’indebito, diritto bancario, Luca Tantalo, ADR Center

Ad agosto i termini si fermano davvero? Attenzione alle scadenze che continuano a decorrere

Arriva agosto e si sente spesso dire che “i tribunali sono chiusi” o che “tutte le scadenze riprendono a settembre”. Nessuna delle due affermazioni è corretta.

La legge prevede una sospensione dei termini processuali dal 1° al 31 agosto, ma non blocca indistintamente ogni termine previsto dalla legge, da un contratto o da una comunicazione ricevuta. Alcuni procedimenti continuano anche durante il periodo feriale; molte scadenze sostanziali, contrattuali, amministrative e fiscali non si fermano affatto; altre sono soggette a discipline speciali.

La prima regola, quindi, è non affidarsi alla generica convinzione che “ad agosto non scade nulla”. Occorre individuare la natura del termine e verificare quale norma lo disciplina.

Quanto dura la sospensione feriale?

La legge n. 742 del 1969 stabilisce che il decorso dei termini processuali relativi alle giurisdizioni ordinarie e amministrative è sospeso di diritto dal 1° al 31 agosto di ogni anno. Il conteggio riprende dal 1° settembre. Se il termine dovrebbe iniziare a decorrere durante il mese di agosto, il suo inizio viene rinviato alla fine del periodo di sospensione. (Normattiva)

È utile ricordare che la sospensione non dura più fino al 15 settembre. Quello era il periodo previsto in passato. Dal 2015 la sospensione feriale è limitata ai trentuno giorni compresi tra il 1° e il 31 agosto. (Normattiva)

Non si tratta propriamente di una proroga della scadenza. I giorni di agosto vengono neutralizzati nel calcolo del termine: quelli già trascorsi prima del 1° agosto restano validi, mentre quelli ancora mancanti vengono conteggiati dal 1° settembre.

Come si calcola concretamente il termine?

Immaginiamo che un atto venga notificato il 10 luglio e che da quella notificazione decorra un termine processuale di trenta giorni. Escludendo il giorno iniziale, dal giorno 11 al 31 luglio trascorrono ventuno giorni. Dal 1° al 31 agosto il conteggio si arresta. I nove giorni ancora mancanti decorrono dal 1° settembre e il termine scade il 9 settembre.

Se, invece, l’atto viene notificato il 10 agosto e il termine è soggetto alla sospensione feriale, il conteggio non comincia il giorno successivo alla notificazione, ma dal 1° settembre.

Rimane poi necessario verificare se il giorno finale cada di sabato o in un giorno festivo e se, per quella specifica attività, operi la proroga al primo giorno successivo non festivo. La sospensione feriale e la proroga della scadenza festiva sono infatti due regole diverse, che possono concorrere nel calcolo.

Quali termini si sospendono?

La sospensione riguarda principalmente i termini per compiere attività all’interno di un processo o per introdurre un giudizio. Rientrano normalmente nella disciplina, quando non opera una specifica eccezione, i termini per proporre un’impugnazione, costituirsi in giudizio, depositare memorie, documenti o altri atti processuali.

La regola si applica anche al processo tributario. Il termine per impugnare un avviso di accertamento, una cartella o un altro atto tributario si sospende nel mese di agosto, così come i termini per il deposito degli atti nelle controversie tributarie. L’Agenzia delle Entrate ha confermato anche per il 2026 la sospensione nel mese di agosto dei termini di impugnazione delle cartelle e degli altri atti tributari. (FiscoOggi)

Questo non significa, però, che qualsiasi scadenza collegata a una controversia diventi automaticamente processuale. Per applicare la sospensione bisogna verificare la funzione del termine, la norma che lo prevede e l’eventuale esistenza di discipline speciali.

I tribunali chiudono ad agosto?

No. Gli uffici giudiziari continuano a funzionare e i magistrati trattano gli affari che la legge considera urgenti o che non sono soggetti alla sospensione.

L’art. 92 dell’ordinamento giudiziario comprende, tra l’altro, le cause relative agli alimenti e al lavoro, i procedimenti cautelari, quelli in materia di amministrazione di sostegno, interdizione e inabilitazione, gli ordini di protezione contro gli abusi familiari, gli sfratti, le opposizioni all’esecuzione e altri procedimenti per i quali il ritardo potrebbe provocare un grave pregiudizio alle parti. In quest’ultima ipotesi, però, l’urgenza deve essere riconosciuta dal giudice: non basta che una parte dichiari nella propria comunicazione che la questione è urgente. (FiscoOggi)

La sospensione feriale non deve quindi essere confusa con una chiusura completa della giustizia. Le attività ordinarie rallentano, ma quelle urgenti possono proseguire e alcune controversie rimangono sottratte alla sospensione per l’intero loro corso.

Procedimenti cautelari, sfratti ed esecuzioni non sempre si fermano

Chi ha necessità di ottenere un provvedimento cautelare urgente non deve necessariamente attendere settembre. La tutela cautelare serve proprio a evitare che il tempo necessario per arrivare alla decisione definitiva produca un danno grave o renda inutile il futuro giudizio.

Anche i procedimenti di sfratto e le opposizioni all’esecuzione rientrano tra le materie per le quali la sospensione feriale non opera. Ciò può incidere non soltanto sulle udienze, ma anche sui termini per proporre le relative impugnazioni. La natura della controversia deve però essere individuata correttamente: non basta che una causa presenti un collegamento generico con un’esecuzione o una locazione per concludere automaticamente che ogni termine continui a decorrere.

Quando la scadenza riguarda una materia compresa tra le eccezioni, il calcolo deve essere effettuato immediatamente, senza aggiungere i trentuno giorni di agosto.

Le cause sul mantenimento si sospendono?

Su questo punto è facile commettere un errore. Le cause relative al mantenimento del coniuge o dei figli non sono automaticamente equiparabili alle cause propriamente alimentari.

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno chiarito nel 2024 che ai procedimenti di revisione delle condizioni di separazione e divorzio, nei quali si discuta del contributo di mantenimento o dell’assegno divorzile, si applica normalmente la sospensione feriale. La sospensione viene meno soltanto quando sia stato adottato uno specifico provvedimento che riconosca l’urgenza, perché la ritardata trattazione potrebbe provocare un grave pregiudizio alle parti. (Corte di Cassazione)

Non è quindi corretto affermare che qualunque causa familiare riguardante somme necessarie alla vita quotidiana prosegua automaticamente durante agosto. Bisogna distinguere tra obbligazioni alimentari in senso tecnico, contributi di mantenimento e concreta dichiarazione di urgenza.

E il termine per impugnare una delibera condominiale?

Il termine di trenta giorni previsto dall’art. 1137 del codice civile per impugnare una delibera condominiale annullabile è soggetto alla sospensione feriale.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 49 del 1990, ha dichiarato illegittima la legge sulla sospensione feriale nella parte in cui non estendeva la disciplina anche a questo termine. Il motivo è evidente: l’impugnazione della delibera deve necessariamente essere proposta attraverso un’azione giudiziaria e il diritto di difesa del condomino non può essere compromesso dal decorso del termine durante il periodo feriale. (Normattiva)

Se, per esempio, il verbale viene comunicato a un condomino assente alla fine di luglio, i giorni trascorsi prima del 1° agosto si contano; il termine si arresta durante agosto e riprende dal 1° settembre.

Occorre comunque prestare attenzione al momento iniziale. Per il condomino assente il termine decorre dalla comunicazione della deliberazione; per quello dissenziente o astenuto, dalla data dell’assemblea. Inoltre, la sospensione del termine per impugnare non sospende l’efficacia della delibera, che continua a produrre effetti salvo che il giudice ne disponga la sospensione.

Le scadenze fiscali sono tutte sospese?

No. La sospensione feriale riguarda il contenzioso tributario, non indistintamente tutti i rapporti con l’amministrazione finanziaria.

Il termine per impugnare un atto tributario si sospende nel mese di agosto. I termini per effettuare versamenti, presentare dichiarazioni, rispondere a richieste o compiere altri adempimenti amministrativi, invece, seguono le specifiche disposizioni fiscali e non possono essere rinviati applicando automaticamente la legge n. 742 del 1969. (FiscoOggi)

Esistono poi sospensioni diverse da quella feriale processuale. Per esempio, il termine per pagare o fornire chiarimenti in seguito a una comunicazione di irregolarità è sospeso dal 1° agosto al 4 settembre. Si tratta però di una previsione specifica, che non può essere estesa a qualsiasi pagamento o comunicazione dell’Agenzia delle Entrate. Nel 2026 l’Agenzia ha inoltre comunicato la sospensione ordinaria delle notifiche nel mese di agosto, salvo gli atti urgenti e indifferibili. (Agenzia delle Entrate)

La distinzione è quindi fondamentale: una cosa è il termine processuale per presentare ricorso contro un atto tributario; altra cosa è la data entro la quale deve essere pagata un’imposta o adempiuta una richiesta dell’ufficio.

Pagamenti, contratti e diffide continuano a produrre effetti

La sospensione feriale non si applica automaticamente ai termini stabiliti in un contratto. Se un preliminare prevede che il contratto definitivo debba essere stipulato entro una determinata data di agosto, la scadenza non viene rinviata al 1° settembre soltanto perché cade nel periodo feriale.

Lo stesso vale, in linea generale, per il termine entro il quale deve essere pagata una somma, consegnato un immobile, esercitato un recesso o inviata una disdetta. La disciplina concreta può dipendere dal contratto, dal tipo di rapporto e dalla natura essenziale o meno del termine, ma la legge sulla sospensione feriale dei termini processuali non può essere utilizzata come una proroga generalizzata.

Anche il termine assegnato in una diffida non si sospende automaticamente ad agosto. Se una parte intima all’altra di adempiere entro quindici giorni, il periodo indicato continua normalmente a decorrere, salvo che la comunicazione, il contratto o la legge prevedano diversamente.

Prescrizione e decadenza si fermano?

Neppure i termini sostanziali di prescrizione e decadenza sono, in via generale, sospesi dalla legge n. 742 del 1969. La sospensione riguarda i termini processuali, non ogni periodo entro il quale deve essere esercitato un diritto.

La distinzione non è sempre semplice. Alcuni termini, pur essendo previsti da norme sostanziali, richiedono necessariamente l’esercizio di un’azione giudiziaria e sono stati ricondotti alla sospensione feriale, come è avvenuto per l’impugnazione delle delibere condominiali. In altri casi, invece, il diritto può essere esercitato anche mediante un atto stragiudiziale e il termine continua a decorrere.

Quando si avvicina una decadenza o una prescrizione non bisogna quindi aggiungere automaticamente trentuno giorni. È necessario verificare la disciplina dello specifico diritto e individuare l’atto idoneo a conservarlo.

Anche l’attività stragiudiziale continua

Mediazioni, negoziazioni, trattative, assemblee condominiali, richieste di documenti, pagamenti e adempimenti contrattuali non vengono sospesi in blocco dalla legge sulla sospensione feriale.

Il fatto che gli avvocati o gli uffici lavorino con ritmi ridotti non produce, da solo, alcun effetto giuridico sulle scadenze. Un incontro può essere rinviato per accordo delle parti o per esigenze organizzative, ma questo è diverso dalla sospensione automatica prevista dalla legge per determinati termini processuali.

La cautela è ancora maggiore quando l’attività stragiudiziale serve a impedire una decadenza o si collega a un termine per iniziare successivamente il giudizio. In questi casi il rapporto tra la procedura svolta, gli effetti sulla prescrizione o sulla decadenza e la sospensione feriale deve essere calcolato sulla base delle norme applicabili alla singola controversia.

Gli errori più frequenti

L’errore più comune è aggiungere automaticamente trentuno giorni a qualsiasi scadenza estiva. Un altro è ritenere che la sospensione inizi già a luglio o continui fino alla metà di settembre, applicando la disciplina anteriore al 2015.

È altrettanto rischioso confondere una causa di mantenimento con una causa alimentare, ignorare che gli sfratti e le opposizioni all’esecuzione rientrano nelle eccezioni oppure ritenere che il termine per impugnare una delibera condominiale continui normalmente a decorrere durante agosto.

In materia tributaria, infine, bisogna distinguere il termine per presentare ricorso dalla scadenza per il pagamento o per un adempimento amministrativo. Il primo è normalmente sospeso; il secondo soltanto quando una norma fiscale lo prevede espressamente.

Come comportarsi in pratica

Quando una scadenza cade tra luglio e settembre, bisogna anzitutto individuare l’atto da compiere: un ricorso, un’impugnazione, un deposito processuale, un pagamento, una disdetta, una contestazione o una semplice risposta.

Occorre poi verificare se il termine sia processuale o sostanziale, se la controversia rientri tra quelle escluse dalla sospensione e se esistano norme speciali. Solo dopo questa verifica si possono contare i giorni, escludendo il periodo dal 1° al 31 agosto quando la sospensione è applicabile.

È prudente conservare sempre la prova della data da cui il termine inizia a decorrere: notificazione dell’atto, comunicazione del verbale condominiale, ricezione della PEC, consegna della raccomandata o pubblicazione della sentenza. Un solo giorno di errore può rendere tardiva un’impugnazione e impedire al giudice di esaminare anche una contestazione sostanzialmente fondata.

In conclusione

Ad agosto non si ferma tutto. Si sospendono, dal 1° al 31 agosto, i termini processuali ai quali si applica la legge n. 742 del 1969. Continuano invece a decorrere i termini relativi alle materie escluse, quelli contrattuali, molte scadenze amministrative e fiscali e, in generale, i termini sostanziali non assoggettati a una disciplina speciale.

La domanda corretta non è quindi: “la scadenza cade ad agosto?”, ma: “di quale termine si tratta e quale norma ne disciplina il decorso?”.

Prima di rinviare un adempimento a settembre è sempre opportuno eseguire questa verifica. La sospensione feriale protegge il diritto di difesa, ma non può trasformarsi in una proroga applicata indistintamente a qualsiasi obbligo.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

Tag: sospensione feriale, termini processuali, scadenze agosto, computo dei termini, impugnazione delibera condominiale, processo tributario, sfratto, opposizione all’esecuzione, termini contrattuali, diritto civile, Luca Tantalo, ADR Center

Mediazione civile: senza avvocati preparati si perde gran parte del suo valore

La presenza dei legali non è un peso formale, ma una garanzia per le parti, per la qualità della trattativa e per la solidità dell’accordo

La mediazione civile viene spesso descritta come uno spazio più semplice, più rapido e meno conflittuale rispetto al processo. È vero, ma questa semplicità non deve essere fraintesa. La mediazione non è una conversazione informale tra persone che provano a mettersi d’accordo, non è una riunione nella quale basta “vedere cosa succede” e non è un luogo in cui la competenza giuridica diventa secondaria. Al contrario, proprio perché in mediazione le parti possono costruire soluzioni molto più flessibili di quelle ottenibili in giudizio, la presenza degli avvocati è fondamentale.

L’assistenza legale non serve soltanto nei casi in cui la legge la richiede. Serve sempre, anche nella mediazione volontaria, perché ogni accordo nasce dentro un quadro di diritti, obblighi, rischi, prove, responsabilità e conseguenze economiche che le parti difficilmente riescono a valutare da sole. Il mediatore aiuta le parti a comunicare, a chiarire gli interessi, a superare gli stalli e a cercare una possibile soluzione; l’avvocato tutela la parte, valuta la convenienza dell’accordo, misura i rischi della causa, controlla la tenuta giuridica delle clausole e impedisce che una soluzione apparentemente ragionevole si trasformi, dopo pochi mesi, in un nuovo problema.

Per questo non c’è alcuna contrapposizione tra mediazione e avvocati. Una buona mediazione ha bisogno di buoni mediatori, ma ha anche bisogno di avvocati preparati, presenti, consapevoli del proprio ruolo e capaci di negoziare. Quando i legali partecipano bene, la mediazione diventa più seria, più efficace e più sicura per tutti.

La parte deve essere protetta proprio mentre cerca l’accordo

Cercare un accordo non significa abbassare le difese. In mediazione la parte espone interessi, valuta ipotesi, ascolta proposte, fa concessioni, misura alternative e prende decisioni che possono incidere in modo rilevante sul proprio patrimonio, sulla propria famiglia, sulla propria attività o sui propri rapporti futuri. Pensare che tutto questo possa essere fatto senza assistenza legale, o con una presenza solo marginale dell’avvocato, è un errore.

La parte coinvolta in una lite è spesso emotivamente esposta. Può avere paura, rabbia, fretta, bisogno di chiudere, desiderio di rivalsa o eccessiva fiducia nella propria posizione. Può sottovalutare i punti deboli della causa oppure sopravvalutare una proposta solo perché consente di mettere fine a una situazione pesante. L’avvocato serve anche a questo: a riportare la decisione su un piano razionale, a distinguere ciò che è giuridicamente fondato da ciò che è solo percepito come giusto, a spiegare quali rischi si corrono se non si trova un accordo e quali rischi si corrono se lo si accetta male.

La mediazione funziona quando la parte è libera di scegliere. Ma la libertà vera richiede informazione, consapevolezza e protezione. Un accordo accettato senza comprenderne gli effetti non è un buon accordo; una rinuncia sottoscritta senza valutare ciò che si perde non è una soluzione; una clausola scritta male può diventare l’inizio di una nuova controversia. La presenza dell’avvocato serve a evitare tutto questo.

Anche nella mediazione volontaria l’avvocato è decisivo

Nelle mediazioni obbligatorie e in quelle demandate dal giudice, la presenza degli avvocati è prevista dalla legge. Ma il punto più importante è culturale, non solo normativo: l’assistenza legale è utile anche quando non è obbligatoria. Anzi, proprio nelle mediazioni volontarie, dove le parti scelgono spontaneamente di provare a risolvere il conflitto, il ruolo dell’avvocato può essere decisivo per trasformare quella scelta in un risultato concreto.

Una mediazione volontaria può riguardare una lite contrattuale, una divisione ereditaria, una controversia societaria, una questione familiare, un problema condominiale, un rapporto commerciale, un danno, una compravendita, una locazione o una responsabilità professionale. In tutti questi casi le parti possono avere interesse a trovare una soluzione rapida, riservata e meno costosa del processo, ma devono anche sapere se l’accordo è conveniente, se è giuridicamente possibile, se tutela davvero i loro interessi e se potrà essere eseguito.

L’avvocato non deve entrare in mediazione per impedire l’accordo o per trasformare il tavolo in un’udienza. Deve entrarci per dare forza e qualità alla trattativa. Deve aiutare il cliente a capire quando conviene insistere, quando conviene aprire, quando una proposta è insufficiente, quando una concessione è solo apparente e quando una soluzione negoziata può dare più di una sentenza.

Il legale non deve soltanto conoscere il diritto: deve saper negoziare

La presenza dell’avvocato è indispensabile, ma non basta una presenza passiva. In mediazione il legale non può limitarsi a ripetere le difese già scritte negli atti, né può usare la stessa logica del processo. La mediazione richiede una competenza ulteriore: la capacità di negoziare.

Saper negoziare non significa essere deboli, fare sconti o cercare l’accordo a qualsiasi costo. Significa preparare la trattativa, conoscere la migliore alternativa al mancato accordo, valutare i rischi del giudizio, distinguere le posizioni dagli interessi, costruire opzioni, formulare proposte efficaci, gestire le emozioni, utilizzare criteri oggettivi e comprendere quali elementi possano creare valore per entrambe le parti.

Un avvocato che non sa negoziare rischia di ridurre la mediazione a una prova di forza. Arriva, espone la pretesa massima, contesta tutto, dichiara che il cliente ha ragione e attende che l’altra parte ceda. Questo approccio può sembrare rassicurante, ma spesso produce il risultato opposto: irrigidisce la controparte, impedisce al mediatore di lavorare, blocca lo scambio di informazioni e fa perdere occasioni che avrebbero potuto chiudere la lite in modo vantaggioso.

Un avvocato che sa negoziare, invece, non rinuncia alla fermezza. Sa quando mostrare i punti forti della posizione, ma sa anche quando ascoltare; sa usare il diritto non come minaccia sterile, ma come criterio di realtà; sa aiutare il cliente a non confondere la soddisfazione emotiva con il risultato utile. In mediazione, la differenza tra un avvocato semplicemente presente e un avvocato realmente competente può decidere l’esito dell’intero procedimento.

La preparazione della mediazione è parte dell’assistenza legale

Una buona mediazione non inizia quando le parti entrano nella stanza. Inizia prima, nello studio dell’avvocato. Il cliente deve essere preparato al procedimento, deve capire il ruolo del mediatore, deve conoscere i margini della trattativa, deve sapere quali informazioni condividere, quali obiettivi perseguire e quali limiti non superare. Presentarsi senza preparazione significa esporsi a decisioni improvvisate.

L’avvocato deve valutare con il cliente la forza della domanda, la tenuta delle prove, i tempi prevedibili del giudizio, i costi, i rischi di soccombenza, la possibilità di esecuzione della sentenza e le conseguenze pratiche del conflitto. Deve anche chiarire quali interessi sono davvero prioritari. In molte controversie, infatti, il denaro è solo una parte del problema: contano i tempi, la riservatezza, le garanzie, la continuità dei rapporti, la chiusura definitiva della lite, la reputazione, la gestione fiscale, il rischio di insolvenza o la necessità di evitare ulteriori procedimenti.

Senza questa preparazione, la parte arriva in mediazione con una posizione rigida, ma non con una strategia. E una posizione rigida non è una strategia. È spesso solo il modo più rapido per non trovare alcuna soluzione.

L’avvocato dà qualità all’accordo

Il momento più delicato della mediazione non è sempre quello in cui le parti si avvicinano. Spesso è quello in cui l’accordo deve essere scritto. Un’intesa raggiunta faticosamente può essere rovinata da clausole ambigue, scadenze imprecise, obblighi non determinati, rinunce formulate male, garanzie mancanti o conseguenze dell’inadempimento non previste.

Qui il ruolo dell’avvocato è insostituibile. L’accordo deve indicare con chiarezza chi deve fare cosa, entro quando, con quali modalità e con quali conseguenze in caso di mancato rispetto. Se si tratta di pagamenti, bisogna disciplinare importi, rate, scadenze, modalità, eventuale decadenza dal beneficio del termine e garanzie. Se si tratta di obblighi di fare, occorre precisare attività, tempi, standard di esecuzione e verifiche. Se vi sono rinunce, quietanze o transazioni, devono essere costruite in modo coerente con l’intera vicenda. Se l’accordo incide su immobili, società, successioni o rapporti complessi, vanno valutati anche gli adempimenti ulteriori.

Un accordo di mediazione ben redatto può avere una forza molto rilevante. Nei casi previsti, quando le parti sono assistite dagli avvocati e l’accordo è sottoscritto anche dai legali, esso può costituire titolo esecutivo. Questo significa che la presenza degli avvocati non è soltanto utile durante la trattativa, ma incide anche sulla forza giuridica del risultato finale.

La mediazione, quindi, non serve solo a “fare pace”. Serve a costruire un accordo che funzioni. E un accordo funziona quando è chiaro, eseguibile, sostenibile e giuridicamente solido.

Il legale protegge anche dalla cattiva mediazione

La mediazione è uno strumento straordinario, ma non ogni proposta è buona solo perché nasce in mediazione. Ci sono accordi squilibrati, condizioni non sostenibili, rinunce eccessive, pagamenti privi di garanzie, impegni formulati in modo generico e soluzioni che sembrano chiudere la lite ma lasciano aperti problemi decisivi. L’avvocato serve anche a evitare che il desiderio di chiudere prevalga sulla tutela reale del cliente.

Questo è un punto importante. Difendere il cliente in mediazione non significa ostacolare l’accordo; significa impedire che l’accordo sia sbagliato. L’avvocato deve saper dire sì quando la soluzione è conveniente, ma deve saper dire no quando la proposta non regge, quando manca una garanzia, quando l’impegno dell’altra parte è troppo incerto o quando il cliente sta accettando per stanchezza qualcosa che lo danneggerà.

La mediazione non richiede accordi a ogni costo. Richiede accordi consapevoli. E la consapevolezza, nelle controversie giuridiche, passa necessariamente attraverso l’assistenza legale.

La presenza dei legali aiuta anche il mediatore

Un mediatore esperto può aiutare moltissimo le parti, ma non sostituisce gli avvocati. Il mediatore è imparziale, non assiste una parte contro l’altra, non dà consulenza individuale e non può diventare il garante degli interessi particolari di ciascuno. La sua funzione è facilitare il dialogo, aiutare le parti a esplorare le opzioni, governare il conflitto e accompagnare il procedimento verso una possibile soluzione.

Quando gli avvocati sono preparati e collaborano correttamente al processo negoziale, il mediatore può lavorare molto meglio. Le questioni giuridiche vengono chiarite, i rischi processuali sono valutati con maggiore realismo, le proposte vengono formulate in modo più preciso e l’accordo finale può essere costruito con maggiore sicurezza. La presenza dei legali non rallenta la mediazione; se i legali conoscono il proprio ruolo, la rende più efficace.

Il problema nasce quando l’avvocato vive la mediazione come una perdita di tempo o come una minaccia al processo. In quel caso il procedimento si impoverisce. Ma quando il legale entra in mediazione con preparazione, capacità negoziale e consapevolezza strategica, diventa uno degli elementi decisivi per il successo del percorso.

Mediazione e avvocati non sono mondi separati

Per troppo tempo si è raccontata la mediazione come alternativa agli avvocati o, comunque, come uno spazio nel quale il diritto dovesse fare un passo indietro. È una rappresentazione sbagliata. La mediazione non elimina il diritto: lo colloca dentro un percorso più ampio, nel quale accanto alla regola giuridica contano anche interessi, tempi, costi, relazioni, rischi e soluzioni pratiche.

L’avvocato moderno non può essere soltanto un tecnico del processo. Deve essere anche un consulente strategico del conflitto. Deve sapere quando conviene agire in giudizio, quando conviene trattare, quando conviene proporre una mediazione volontaria, quando conviene accettare una mediazione demandata come opportunità e quando invece è necessario proseguire nel contenzioso. Il cliente non ha bisogno di qualcuno che conosca un solo strumento; ha bisogno di qualcuno che sappia scegliere lo strumento giusto.

In questa prospettiva, la formazione alla negoziazione diventa essenziale. Non è un ornamento professionale, ma una competenza centrale. In ADR Center lavoriamo da anni proprio su questo: formare mediatori e professionisti capaci di gestire il conflitto, negoziare in modo efficace e costruire soluzioni sostenibili. La mediazione dà il meglio quando al tavolo siedono parti consapevoli, mediatori preparati e avvocati capaci non solo di difendere, ma anche di negoziare.

Il principio da ricordare

La presenza degli avvocati in mediazione è fondamentale in ogni caso: quando è obbligatoria, quando è demandata dal giudice e anche quando la mediazione è scelta volontariamente dalle parti. Il legale tutela il cliente, valuta il rischio giuridico, prepara la strategia, aiuta a leggere la convenienza dell’accordo, negozia le condizioni e garantisce che il testo finale sia chiaro, efficace ed eseguibile.

La mediazione senza assistenza legale rischia di diventare una trattativa fragile. La mediazione con avvocati impreparati rischia di diventare una formalità inutile. La mediazione con avvocati competenti, presenti e capaci di negoziare può invece diventare uno degli strumenti più efficaci per risolvere una controversia.

Il punto finale è semplice: in mediazione l’avvocato non è un accessorio, ma una garanzia. Non serve solo a controllare le norme, ma a proteggere la parte mentre cerca una soluzione. E proprio perché la mediazione può produrre accordi forti, rapidi e personalizzati, la presenza di legali preparati non riduce il valore del procedimento: lo rende possibile.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

Tag: mediazione civile, avvocato in mediazione, assistenza legale, tecniche di negoziazione, negoziazione, accordo di mediazione, titolo esecutivo, d.lgs. 28/2010, mediazione volontaria, mediazione demandata, mediazione obbligatoria, ADR Center, formazione negoziazione, gestione del conflitto, strategia legale, Luca Tantalo

La stanza separata: dove la mediazione smette di essere una discussione e diventa una trattativa

Perché le sessioni riservate consentono alle parti di abbandonare le posizioni di principio e iniziare a costruire una soluzione concreta

Dopo migliaia di mediazioni, una delle cose delle quali sono maggiormente convinto è che il momento decisivo non coincida necessariamente con la riunione nella quale tutte le parti siedono allo stesso tavolo. Il confronto congiunto è importante: consente a ciascuno di raccontare la propria versione, di ascoltare direttamente quella dell’altro e, soprattutto, di vedere finalmente dietro agli atti giudiziari le persone coinvolte nella controversia. Tuttavia, la trattativa vera comincia molto spesso quando il mediatore incontra separatamente una parte e il suo avvocato.

È in quella stanza, protetta dalla riservatezza, che cambia la qualità del confronto. Davanti alla controparte si espongono e si difendono le posizioni; nell’incontro separato si può iniziare a ragionare sugli interessi, sui rischi, sui costi della causa e sulle soluzioni realisticamente praticabili. Non perché nella riunione comune le parti mentano, ma perché il conflitto le costringe a rappresentare soltanto una parte della realtà:, ma perché il conflitto le costringe a rappresentare soltanto una parte della realtà: quella che ritengono più utile per sostenere la propria pretesa.

La parte che chiede centomila euro continuerà a spiegare perché abbia diritto a ricevere centomila euro. Chi sostiene di non dovere nulla continuerà a negare qualsiasi responsabilità. Il proprietario chiederà il rilascio immediato dell’immobile; l’inquilino affermerà di non poterlo lasciare. Due eredi ripeteranno per l’ennesima volta le ragioni per cui ciascuno considera inaccettabile la posizione dell’altro. Tutto questo è comprensibile, ma non è ancora una trattativa. È la prosecuzione, con strumenti diversi, dello stesso scontro che ha prodotto diffide, atti giudiziari e anni di incomunicabilità.

Quello che non compare negli atti giudiziari

Il processo ha bisogno di domande, eccezioni, documenti e prove. Il giudice deve stabilire chi abbia ragione in base alle norme applicabili e a ciò che le parti riescono a dimostrare. La mediazione lavora su un piano diverso e più ampio: non ignora il diritto e non prescinde dai documenti, ma può prendere in considerazione anche tutto ciò che in una causa non troverebbe spazio.

Una parte può avere formalmente diritto a una somma elevata, ma avere soprattutto bisogno di ottenere liquidità in tempi brevi. Può dichiarare di non essere disponibile ad alcun accordo, ma temere di non poter sostenere altri anni di spese legali. Può chiedere la restituzione immediata di un immobile, pur essendo disposta a concedere qualche mese in più in cambio di una data certa, di una garanzia e della rinuncia a nuove contestazioni. Può insistere su una questione economica quando, in realtà, il conflitto nasce dal bisogno di ricevere un riconoscimento, una spiegazione o la garanzia che un determinato comportamento non si ripeta.

Queste informazioni non si leggono nelle citazioni, nelle memorie o nelle comparse di risposta. Eppure sono proprio quelle che consentono di costruire un accordo. Una causa può essere perfettamente impostata sul piano giuridico e restare incapace di soddisfare il bisogno concreto che l’ha generata. La mediazione, invece, può partire da quel bisogno e cercare una soluzione che sia utile oggi, non soltanto corretta in astratto tra diversi anni.

La riservatezza consente alle parti di parlare davvero

La sessione separata funziona perché ciò che viene detto al mediatore resta riservato e non può essere riferito all’altra parte senza il consenso di chi ha fornito l’informazione. L’art. 9 del d.lgs. 28/2010 non si limita a imporre un generale dovere di riservatezza a tutti coloro che partecipano al procedimento, ma stabilisce espressamente che le dichiarazioni rese e le informazioni acquisite durante gli incontri separati non possano essere comunicate alle altre parti senza il consenso della parte da cui provengono. L’art. 10 protegge inoltre le dichiarazioni e le informazioni acquisite in mediazione dalla loro utilizzazione nel succe(Mondo ADR)salvo il consenso della parte interessata. citeturn476338search9turn476338search13

Questa tutela non è un dettaglio procedurale. È una delle ragioni per cui la mediazione riesce a produrre risultati che il confronto diretto tra le parti non aveva consentito di raggiungere. Sapere che una riflessione non sarà immediatamente trasferita alla controparte permette di esaminare anche gli aspetti meno favorevoli della propria posizione, valutare una proposta senza trasformarla subito in un’offerta e discutere con il proprio avvocato e con il mediatore delle effettive conseguenze del mancato accordo.

Una parte può quindi spiegare che sarebbe disponibile a valutare una rateizzazione, precisando però che non vuole ancora comunicarne durata e condizioni. Può autorizzare il mediatore a riferire che esiste una disponibilità a discutere, senza consentirgli di indicare il limite economico massimo o minimo. Può chiedere che venga verificato l’interesse dell’altra parte per una determinata soluzione, senza assumere pubblicamente l’iniziativa e senza impegnarsi prima di conoscerne la reazione.

Il mediatore deve utilizzare queste informazioni con assoluta correttezza. Prima di lasciare la stanza deve essere chiaro che cosa possa riferire, con quali parole e quali elementi debbano invece restare riservati. La fiducia nella mediazione dipende anche da questo: la parte deve sapere che una confidenza non verrà trasformata in uno strumento di pressione e che nessuna informazione sarà comunicata oltre i limiti autorizzati.

Dalle posizioni agli interessi reali

La differenza tra posizione e interesse è uno dei concetti più conosciuti della negoziazione, ma è anche uno dei più difficili da applicare quando il conflitto riguarda direttamente la nostra vita, il nostro patrimonio o il nostro lavoro. La posizione è ciò che chiediamo o rifiutiamo. L’interesse è la ragione concreta per la quale lo facciamo.

“Voglio centomila euro” è una posizione. Avere bisogno di liquidità immediata, evitare un rischio di bilancio o chiudere una partita contabile entro una certa data sono interessi. “Non pagherò nulla” è una posizione. Evitare un riconoscimento di responsabilità, ottenere una rateizzazione sostenibile o proteggere la reputazione aziendale sono interessi. “Voglio che lasci immediatamente l’immobile” è una posizione. Recuperare la disponibilità dell’appartamento entro una data certa, poterlo vendere o evitare ulteriori spese sono interessi.

Le posizioni tendono a essere incompatibili: se uno vuole cento e l’altro offre zero, la distanza appare insanabile. Gli interessi, invece, consentono di creare opzioni. Il pagamento può essere anticipato o rateizzato; può essere accompagnato da una garanzia; può essere collegato al rilascio di un bene, alla rinuncia a un’altra pretesa o alla prosecuzione di un rapporto commerciale. L’immobile può essere rilasciato entro una data concordata, prevedendo condizioni precise e conseguenze automatiche in caso di ritardo. Una controversia tra soci può essere risolta attraverso l’acquisto di una quota, la distribuzione di alcuni beni, la regolamentazione dei rapporti con clienti e dipendenti o una fase ordinata di uscita dalla società.

La mediazione non si limita a dividere la differenza tra due richieste economiche. Quando viene svolta seriamente, consente di ampliare il campo della trattativa e di utilizzare elementi che il giudice non potrebbe inserire nella propria decisione.

Il momento della verifica della realtà

La sessione separata non serve soltanto a far emergere interessi e possibili concessioni. Serve anche a mettere alla prova la solidità delle posizioni. Il mediatore non deve compiacere la parte che ha davanti, né confermarle che la controparte sia irragionevole e destinata a perdere. Il suo compito è aiutarla a valutare lucidamente la situazione.

Questo comporta domande che possono essere scomode: qual è la prova concreta di questa affermazione? Che cosa potrebbe obiettare l’altra parte? Che cosa accadrebbe se il consulente tecnico raggiungesse conclusioni diverse? Quanto tempo richiederà il giudizio? Quali ulteriori costi dovranno essere sostenuti? La controparte sarà ancora solvibile al momento della sentenza? Il risultato ottenibile in giudizio sarà realmente utile o arriverà quando il bene, l’impresa o il rapporto avranno perso valore?

Il confronto non deve essere fatto con una causa ideale nella quale tutto procede rapidamente e il giudice accoglie integralmente la nostra ricostruzione. L’alternativa all’accordo è il processo reale: con le sue spese, i tempi, le incertezze probatorie, la possibilità di una consulenza sfavorevole, il rischio di soccombenza, l’appello e la successiva esecuzione.

Questa verifica non ha lo scopo di convincere la parte ad accettare qualsiasi proposta. Può anche rafforzare la conclusione che l’offerta ricevuta sia insufficiente e che sia preferibile proseguire il giudizio. Ma, in quel caso, la scelta sarà stata compiuta dopo aver valutato concretamente benefici e rischi, e non soltanto sulla base della convinzione di avere ragione.

Esplorare una soluzione senza perdere credibilità

Nelle trattative dirette, una delle maggiori difficoltà consiste nella paura che qualsiasi apertura venga interpretata come debolezza. Nessuno vuole fare la prima proposta, perché teme che l’altro la consideri il punto di partenza per chiedere ancora di più. Il risultato è che entrambe le parti dichiarano di essere disponibili a trattare, ma nessuna compie il primo movimento.

La sessione separata consente di uscire da questo stallo. Il mediatore può esplorare un’ipotesi senza attribuirla immediatamente a una delle parti. Può chiedere se una rateizzazione sarebbe presa in considerazione, se una garanzia renderebbe accettabile una somma inferiore, se un termine più lungo per il rilascio potrebbe essere compensato da condizioni più sicure, se uno dei coeredi sarebbe interessato ad acquistare la quota dell’altro o se una soluzione priva di riconoscimento di responsabilità potrebbe superare un ostacolo reputazionale.

Non si tratta di formulare offerte immaginarie o di manipolare la trattativa. Si tratta di verificare quali opzioni abbiano una possibilità concreta di essere accolte prima di esporre una parte al rischio di un rifiuto pubblico. Una proposta respinta male può irrigidire ulteriormente il conflitto; un’ipotesi esplorata con riservatezza può essere corretta, completata e trasformata progressivamente in una soluzione accettabile.

È così che una posizione assoluta diventa una condizione negoziale, la condizione diventa un’opzione e l’opzione, dopo essere stata verificata, può diventare una proposta.

Il ruolo decisivo degli avvocati

La sessione separata valorizza enormemente il lavoro dell’avvocato. Il professionista conosce il fascicolo, le prove, i precedenti giurisprudenziali e i rischi processuali. In quella sede può confrontarsi con il cliente in maniera più diretta, spiegargli il valore reale di una proposta e aiutarlo a distinguere ciò che sarebbe teoricamente possibile ottenere da ciò che è concretamente conveniente.

L’avvocato che utilizza bene la mediazione non ripete la propria arringa in ogni stanza. Porta nella trattativa competenza giuridica, capacità negoziale e conoscenza degli interessi del cliente. Valuta importi, scadenze, garanzie, conseguenze dell’inadempimento, costi fiscali, poteri di firma e possibilità di rendere l’accordo immediatamente eseguibile. Soprattutto, impedisce che il cliente confonda la modifica di una posizione negoziale con la rinuncia ai propri diritti.

Un avvocato tutela realmente il cliente quando gli consente di scegliere con piena consapevolezza tra l’accordo possibile e il processo reale. Portare ogni controversia fino alla sentenza, indipendentemente dai costi e dal risultato concretamente raggiungibile, non è una dimostrazione di forza. La forza professionale consiste nel riconoscere quando una soluzione negoziata protegga il cliente meglio di una vittoria tardiva e incerta.

Il mediatore non decide, ma deve guidare

Non ho mai condiviso l’idea di un mediatore passivo, limitato a trasportare offerte da una stanza all’altra. Se la mediazione si riducesse a questo, le parti potrebbero scambiarsi proposte attraverso i propri avvocati senza bisogno di alcun procedimento.

Il mediatore deve ascoltare, fare domande, comprendere ciò che non viene detto apertamente e aiutare ciascuna parte a valutare le conseguenze delle proprie scelte. Deve riconoscere quando il vero ostacolo sia economico, quando sia relazionale e quando dipenda dalla necessità di salvare la faccia davanti a soci, familiari, condomini o organi aziendali. Deve capire quando sia utile riunire nuovamente le parti e quando, invece, il confronto diretto produrrebbe soltanto un nuovo irrigidimento.

Guidare non significa imporre. La decisione finale resta sempre delle parti. Ma la libertà di scegliere ha valore soltanto quando si fonda su una conoscenza completa della situazione, delle alternative e dei rischi. Il mediatore deve creare le condizioni perché quella scelta sia realmente consapevole.

Non tutte le ragioni dell’accordo devono comparire nel verbale

Durante gli incontri separati emergono informazioni personali, economiche o strategiche che sono indispensabili per comprendere quale accordo sia possibile, ma che non devono necessariamente essere riportate nel testo finale. Una parte può accettare una somma inferiore perché ha bisogno di liquidità immediata; può concedere una dilazione perché conosce una difficoltà temporanea dell’altra; può rinunciare a una richiesta per tutelare un rapporto familiare o commerciale.

Il verbale e l’accordo devono indicare in modo chiaro ciò che ciascuno dovrà fare: somme, termini, garanzie, consegne, rinunce e conseguenze dell’eventuale inadempimento. Non devono raccontare tutte le ragioni intime o strategiche che hanno portato alla soluzione. La riservatezza consente di utilizzare quelle informazioni per costruire l’accordo senza esporre inutilmente chi le ha condivise.

Anche questo rende la mediazione particolarmente efficace: le parti possono raggiungere una soluzione dignitosa e sostenibile senza dover dichiarare pubblicamente chi abbia ceduto, perché lo abbia fatto e quali debolezze abbia valutato.

Perché una lite durata anni può chiudersi in poche ore

Non c’è nulla di misterioso nel fatto che una controversia rimasta bloccata per anni possa trovare una soluzione durante una giornata di mediazione. Il processo e la mediazione svolgono funzioni differenti. Il primo deve ricostruire il passato e applicare il diritto; la seconda può concentrarsi su ciò che occorre fare da oggi in avanti.

Una causa continua a muoversi intorno alla domanda su chi abbia ragione. La mediazione aggiunge una domanda più concreta: quale soluzione è preferibile rispetto alla prosecuzione del conflitto? Nel momento in cui le parti possono rispondere sinceramente, senza dover difendere davanti all’altro ogni posizione assunta in precedenza, la controversia diventa negoziabile.

La stanza separata è il luogo in cui questa trasformazione avviene. Non perché lì le parti vengano convinte a rinunciare, ma perché possono finalmente considerare l’intero problema: diritto, prove, costi, tempi, bisogni personali, interessi economici e conseguenze future.

Conclusione

La sessione separata non è un intervallo della mediazione e non è una fase secondaria rispetto all’incontro comune. È lo spazio nel quale le parti possono abbandonare, almeno temporaneamente, la necessità di convincere la controparte e iniziare a ragionare su ciò che serva davvero per chiudere la lite.

Il giudice deve decidere sulla base delle domande formulate e delle prove raccolte. Il mediatore può lavorare anche sui timori, sui bisogni, sui limiti economici e sulle possibilità concrete delle parti. Può aiutarle a comprendere quanto costerà il mancato accordo, quali soluzioni siano realistiche e come trasformare interessi apparentemente incompatibili in condizioni negoziabili.

Le cause restano bloccate quando ciascuno continua a difendere esclusivamente la propria posizione. Gli accordi diventano possibili quando emergono gli interessi reali e si costruisce una soluzione migliore dell’alternativa processuale.

È per questo che, nella mia esperienza, la stanza separata è molto spesso il luogo in cui la mediazione smette di essere una discussione e comincia finalmente a diventare una trattativa.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

Tag: mediazione, sessioni separate, riservatezza in mediazione, tecniche di mediazione, mediatore, negoziazione, interessi e posizioni, accordo in mediazione, avvocati in mediazione, gestione del conflitto,mediazione civile, ADR, conciliazione, art. 9 d.lgs. 28/2010, art. 10 d.lgs. 28/2010.

Modello 231: perché un’azienda dovrebbe pensarci prima di avere un problema

Non è solo un documento di compliance: può proteggere l’impresa da sanzioni, danni reputazionali e rischi nei rapporti con clienti, banche e Pubblica Amministrazione

Molte imprese sentono parlare del Modello 231 solo quando devono partecipare a una gara, quando un grande cliente lo richiede, quando una banca o un partner commerciale chiede garanzie organizzative, oppure quando emerge un problema interno. In realtà, il D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231 dovrebbe essere conosciuto molto prima, perché riguarda un tema essenziale per qualsiasi azienda strutturata: la possibilità che anche la società risponda per alcuni reati commessi nel suo interesse o vantaggio da amministratori, dirigenti, dipendenti o collaboratori.

La responsabilità prevista dal D.Lgs. 231/2001 viene definita “responsabilità amministrativa degli enti”, ma nasce da un reato, viene accertata nel processo penale e può comportare conseguenze molto pesanti per l’impresa. Non è, quindi, una questione puramente formale. Il Ministero della Giustizia richiama espressamente il decreto come disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica; la stessa disciplina prevede anche specifiche esclusioni, come lo Stato, gli enti pubblici territoriali, gli enti pubblici non economici e gli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale.

Il meccanismo, in termini semplici, è questo: se una persona che opera nell’organizzazione commette uno dei reati previsti dal decreto nell’interesse o a vantaggio dell’ente, non risponde soltanto la persona fisica che ha materialmente commesso il fatto. Può essere chiamata a rispondere anche l’impresa. Pensiamo, per esempio, a ipotesi di corruzione, reati societari, reati tributari, violazioni in materia di sicurezza sul lavoro, reati ambientali, riciclaggio, autoriciclaggio, reati informatici o altre fattispecie che nel tempo sono state inserite nel catalogo dei cosiddetti reati-presupposto. Il catalogo è stato progressivamente ampliato e continua a essere aggiornato, con nuove aree di rischio che possono incidere su settori molto diversi dell’attività aziendale.

Questo è il primo punto da chiarire: la 231 non riguarda solo le grandi società o le imprese che lavorano stabilmente con la Pubblica Amministrazione. Può interessare anche PMI, imprese familiari strutturate, società edili, aziende con dipendenti, imprese che partecipano ad appalti o subappalti, società che ricevono contributi pubblici, realtà esposte a rischi ambientali o di sicurezza, enti del terzo settore, società sportive e organizzazioni che si avvalgono di consulenti, agenti, fornitori o collaboratori esterni.

Le conseguenze possono essere molto serie. Oltre alle sanzioni pecuniarie, la società può subire sanzioni interdittive, come il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione, la sospensione o revoca di autorizzazioni, l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti o contributi, il divieto di pubblicizzare beni o servizi e, nei casi più gravi, l’interdizione dall’esercizio dell’attività. A queste conseguenze possono aggiungersi la confisca del profitto del reato e la pubblicazione della sentenza. Il problema, quindi, non è solo pagare una sanzione: per un’impresa, una contestazione 231 può significare perdita di commesse, blocco operativo, danno reputazionale, difficoltà nei rapporti con banche, clienti, fornitori e partner commerciali.

Lo strumento principale previsto dal decreto è il Modello di organizzazione, gestione e controllo, comunemente chiamato Modello 231. Si tratta di un sistema organizzativo costruito sulla specifica realtà aziendale, con l’obiettivo di individuare le aree a rischio e adottare procedure idonee a prevenire la commissione dei reati. Le Linee Guida di Confindustria, aggiornate nel 2021 e approvate dal Ministero della Giustizia, rappresentano uno dei riferimenti più utilizzati per la costruzione dei modelli organizzativi.

Un Modello 231 serio non è un documento standard da copiare e firmare. Deve partire da una mappatura concreta dell’attività aziendale: come vengono gestiti acquisti, pagamenti, consulenze, appalti, rapporti con la Pubblica Amministrazione, sicurezza sul lavoro, adempimenti fiscali, gestione ambientale, flussi finanziari, deleghe, procure, poteri decisionali e rapporti con soggetti esterni. Solo dopo questa analisi si possono costruire procedure realmente utili. Un modello generico, non aggiornato o non applicato rischia di non servire proprio nel momento in cui dovrebbe proteggere l’impresa.

Di solito, un Modello 231 comprende una parte generale, una o più parti speciali dedicate alle aree di rischio, un Codice Etico, un sistema disciplinare, protocolli operativi, flussi informativi verso l’Organismo di Vigilanza, procedure di controllo e attività di formazione. L’efficace attuazione del modello richiede anche verifiche periodiche e aggiornamenti quando cambiano l’organizzazione, l’attività aziendale o il quadro normativo. Questo è un punto spesso trascurato: adottare un modello e lasciarlo fermo per anni significa indebolirne la funzione preventiva.

Oggi il Modello 231 deve dialogare anche con il tema del whistleblowing. Il D.Lgs. 24/2023 ha introdotto regole specifiche sui canali interni di segnalazione e l’ANAC ha approvato, con delibera n. 478 del 26 novembre 2025, Linee Guida sui canali interni di segnalazione, con l’obiettivo di favorire un’applicazione uniforme ed efficace della normativa. Per molte imprese, quindi, compliance 231 e whistleblowing non sono mondi separati: devono essere coordinati in modo coerente, chiaro e concretamente utilizzabile.

È importante chiarire un altro equivoco frequente: il Modello 231, in linea generale, non è obbligatorio per tutte le imprese. Questo però non significa che sia irrilevante. In molti casi può diventare fortemente opportuno e, nella pratica, quasi necessario. Può essere richiesto nei rapporti con grandi clienti, nelle gare, nei rapporti con gruppi societari, banche, investitori o partner commerciali. Soprattutto, può rappresentare uno strumento difensivo fondamentale se l’azienda viene coinvolta in un procedimento. La domanda, quindi, non è solo “sono obbligato ad adottarlo?”, ma “la mia azienda può permettersi di non averlo?”.

Per questo, il primo servizio utile per un’azienda non è sempre la predisposizione immediata di un Modello 231 completo, ma un check-up preliminare. Una verifica iniziale consente di capire se l’impresa è esposta a rischi significativi, quali aree sono più sensibili, quali procedure esistono già, quali mancano e dove si trovano le principali criticità. Da questa analisi può emergere la necessità di adottare un modello completo, aggiornare un modello già esistente, predisporre nuove procedure interne, rivedere il Codice Etico, formare il personale, istituire o rafforzare l’Organismo di Vigilanza, adeguare il sistema whistleblowing o inserire clausole 231 nei contratti con fornitori, consulenti, agenti e appaltatori.

Un profilo spesso sottovalutato è proprio quello contrattuale. L’impresa può ridurre i rischi anche attraverso clausole che impongano a fornitori, consulenti, agenti, appaltatori e partner il rispetto del Codice Etico, del Modello 231, delle norme anticorruzione, delle regole in materia di sicurezza, ambiente, tracciabilità dei pagamenti e correttezza nei rapporti commerciali. In determinati casi può essere opportuno prevedere obblighi informativi, dichiarazioni di conformità, facoltà di audit e clausole risolutive espresse in caso di violazioni gravi. La 231, quindi, non riguarda solo l’organizzazione interna: incide anche sul modo in cui l’azienda costruisce i propri rapporti commerciali.

La formazione è un altro elemento decisivo. Un Modello 231 non funziona se resta sconosciuto a chi lavora nell’impresa. Amministratori, dirigenti, dipendenti e collaboratori devono sapere quali comportamenti sono vietati, quali procedure devono seguire, a chi devono segnalare anomalie e quali conseguenze possono derivare da una violazione. La formazione non deve essere solo una riunione formale con firma di presenza, ma un momento realmente utile per far comprendere i rischi concreti dell’attività aziendale.

In sintesi, la 231 dovrebbe essere vista non come un costo burocratico, ma come uno strumento di protezione dell’impresa. Serve a prevenire rischi, migliorare l’organizzazione interna, rendere più controllabili i processi decisionali, rafforzare l’affidabilità nei confronti di clienti e partner e ridurre l’esposizione della società in caso di contestazioni. Una grande società industriale, una piccola impresa edile, una società commerciale, una cooperativa, un ente del terzo settore o una società che partecipa a gare pubbliche hanno esigenze diverse. Proprio per questo è importante evitare soluzioni standard e partire sempre dall’analisi concreta dell’attività svolta.

Il primo passo, quindi, è semplice: capire se l’azienda è esposta a rischi 231 e quali presidi organizzativi siano davvero necessari. Da lì si può costruire un percorso proporzionato, sostenibile e utile, che non appesantisca inutilmente l’impresa, ma la renda più sicura, più ordinata e più affidabile. Perché il Modello 231 serve davvero solo se è pensato per l’azienda reale, non per l’azienda astratta descritta in un documento uguale per tutti.

Per informazioni e consulenze, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

Mediazione: il grande vantaggio di avere subito un titolo esecutivo

Quando si parla di mediazione civile e commerciale, spesso l’attenzione si concentra sulla possibilità di evitare una causa, ridurre i tempi, contenere i costi e trovare una soluzione più soddisfacente rispetto alla sentenza. Tutto vero. Ma c’è un aspetto ancora più importante, che molte parti non considerano fino in fondo: l’accordo raggiunto in mediazione può diventare immediatamente un titolo esecutivo.

Questo significa che l’accordo non è soltanto un impegno morale, una promessa o una semplice scrittura privata tra le parti. Se redatto correttamente e sottoscritto secondo le modalità previste dalla legge, il verbale di mediazione consente alla parte adempiente di agire direttamente in esecuzione forzata nel caso in cui l’altra parte non rispetti gli obblighi assunti. In altre parole, se una parte si obbliga a pagare una somma, rilasciare un immobile, consegnare un bene, fare o non fare qualcosa, e poi non adempie, l’altra parte non deve necessariamente iniziare una nuova causa per ottenere una sentenza: può utilizzare l’accordo come base per procedere esecutivamente.

Il riferimento centrale è l’art. 12 del D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28. La norma prevede che, quando tutte le parti aderenti alla mediazione sono assistite dagli avvocati, l’accordo sottoscritto dalle parti e dagli stessi avvocati costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, per l’esecuzione per consegna e rilascio, per l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l’iscrizione di ipoteca giudiziale. Gli avvocati, inoltre, attestano e certificano la conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico. Negli altri casi, l’accordo può acquistare efficacia esecutiva attraverso l’omologazione del Presidente del Tribunale.

È una previsione molto forte, perché avvicina l’accordo di mediazione, sotto il profilo dell’efficacia pratica, a una sentenza o ad altri titoli esecutivi. La differenza, però, è enorme: la sentenza arriva dopo un processo, spesso lungo, costoso e incerto; l’accordo di mediazione nasce invece da una soluzione costruita dalle parti, con l’assistenza dei rispettivi avvocati e con l’aiuto del mediatore.

Il titolo esecutivo: perché cambia tutto

Per comprendere il vantaggio, bisogna partire da una domanda semplice: che cosa succede se una parte non rispetta l’accordo?

In una normale scrittura privata, se il debitore non paga o se una parte non esegue quanto promesso, l’altra deve spesso iniziare un giudizio per ottenere un titolo. Dovrà quindi notificare un atto, affrontare un processo, attendere una decisione, sopportare tempi e costi ulteriori. Solo alla fine, ottenuta una sentenza o un decreto ingiuntivo, potrà eventualmente procedere con pignoramento, rilascio, esecuzione di obblighi di fare o altre forme di esecuzione.

Con l’accordo di mediazione, invece, questo passaggio può essere evitato. Se l’accordo è titolo esecutivo, la parte creditrice può agire direttamente sulla base del verbale. Questo rende la mediazione particolarmente efficace non solo come strumento di composizione della lite, ma anche come strumento di tutela concreta del risultato raggiunto.

Il punto è essenziale: non basta trovare un accordo; bisogna trovare un accordo che possa essere fatto rispettare. La forza della mediazione sta proprio qui. Le parti costruiscono una soluzione negoziale, ma quella soluzione può avere una tenuta giuridica molto forte.

Un accordo più rapido di una sentenza e spesso più utile

Il processo ha una caratteristica inevitabile: alla fine decide un terzo. Il giudice accoglie o rigetta domande, condanna, accerta, dichiara. La sentenza può essere favorevole o sfavorevole, ma difficilmente riesce a costruire soluzioni flessibili, personalizzate e adattate agli interessi concreti delle parti.

In mediazione, invece, l’accordo può contenere molto di più di una semplice condanna al pagamento. Le parti possono prevedere pagamenti rateali, garanzie, termini differenziati, obblighi reciproci, consegne, rilasci, trasferimenti, rinunce, regolamentazione di rapporti futuri, impegni di riservatezza, modifiche contrattuali, soluzioni commerciali, modalità operative e clausole di salvaguardia.

Questo è un vantaggio enorme. Una sentenza guarda principalmente al passato: accerta chi ha ragione e chi ha torto rispetto a una lite già sorta. L’accordo di mediazione, invece, può guardare anche al futuro: può chiudere il conflitto e, nello stesso tempo, disciplinare ciò che dovrà accadere dopo.

Se poi quell’accordo è anche titolo esecutivo, la sua utilità aumenta ulteriormente. Le parti non hanno soltanto una soluzione più rapida e più flessibile; hanno anche uno strumento immediatamente utilizzabile in caso di inadempimento.

L’accordo non è appellabile come una sentenza

Un altro vantaggio molto importante, che spesso viene sottovalutato, è che l’accordo di mediazione non è appellabile.

Questo non significa che sia totalmente intangibile in ogni caso. L’accordo resta pur sempre un atto negoziale e, come tale, in ipotesi particolari potrebbe essere contestato per vizi propri, ad esempio nullità, annullabilità, dolo, errore, violenza, incapacità, violazione di norme imperative o altre patologie del consenso o del contenuto. Ma non esiste un “appello” dell’accordo di mediazione paragonabile all’appello contro una sentenza.

Questa differenza è decisiva. Quando si ottiene una sentenza di primo grado, la lite spesso non è davvero finita. La parte soccombente può proporre appello; dopo l’appello può esservi un ricorso per cassazione; in alcuni casi possono passare molti anni prima che la decisione diventi definitiva. Anche una sentenza favorevole, quindi, può aprire una nuova fase di incertezza.

L’accordo di mediazione, invece, se validamente concluso, chiude la controversia senza secondo grado di giudizio. Non c’è una parte che “perde” e impugna la decisione di un giudice; ci sono due o più parti che accettano una soluzione e si vincolano reciprocamente. Proprio per questo, l’accordo ha una stabilità pratica molto forte: non è il primo capitolo di un nuovo contenzioso, ma dovrebbe essere la conclusione della lite.

Questo è uno dei motivi per cui la mediazione può essere più conveniente anche quando una parte ritiene di avere buone possibilità di vincere in giudizio. Vincere una causa, infatti, non significa necessariamente incassare subito, ottenere subito il rilascio di un immobile o vedere immediatamente eseguita la decisione. Significa spesso entrare in una fase ulteriore, fatta di impugnazioni, tempi di attesa e, talvolta, successiva esecuzione forzata. Con un accordo di mediazione ben costruito, invece, le parti possono chiudere la controversia in modo stabile e, se necessario, eseguibile.

Il vantaggio economico: meno tempo, meno rischio, più controllo

Il titolo esecutivo in mediazione offre anche un vantaggio economico evidente. Ogni causa ha un costo, non soltanto in termini di compensi professionali e contributo unificato, ma anche in termini di tempo, energie, incertezza, distrazione dalla propria attività, tensione personale e rischio di soccombenza.

La mediazione consente alle parti di mantenere il controllo sulla soluzione. In giudizio, una volta avviato il processo, il risultato dipende dalla decisione del giudice, dalle prove, dalle eccezioni, dalle interpretazioni giuridiche, dai tempi dell’ufficio e dalle possibili impugnazioni. In mediazione, invece, le parti possono valutare direttamente costi e benefici dell’accordo, misurare il rischio del processo e decidere se una soluzione immediata sia preferibile rispetto a una vittoria futura ma incerta.

Il fatto che l’accordo possa diventare titolo esecutivo rende questa valutazione ancora più concreta. Non si tratta di scegliere tra “accordarsi” e “avere tutela”. Si tratta di scegliere una tutela diversa: più rapida, più flessibile e spesso più efficace.

A ciò si aggiungono anche le agevolazioni fiscali previste per la mediazione. Gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento sono esenti dall’imposta di bollo e da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura; inoltre il verbale contenente l’accordo è esente dall’imposta di registro entro il limite di valore di 100.000 euro, mentre l’imposta è dovuta per la parte eccedente.

Pagamenti rateali: perché il titolo esecutivo è fondamentale

Uno dei casi più frequenti in mediazione è l’accordo che prevede un pagamento rateale. Succede spesso nelle controversie condominiali, locatizie, ereditarie, commerciali, bancarie, professionali o tra soci. Il debitore non riesce a pagare tutto subito, ma può impegnarsi a versare una somma in più rate; il creditore, dal canto suo, può accettare una dilazione pur di evitare tempi e rischi del giudizio.

In questi casi, il titolo esecutivo è essenziale. Se il debitore paga regolarmente, l’accordo funziona e la lite è chiusa. Se invece smette di pagare, il creditore non deve ricominciare da capo: può utilizzare il verbale come titolo per agire esecutivamente.

Questo rende molto più sicura anche la concessione di una dilazione. Il creditore può accettare un pagamento nel tempo sapendo di avere già in mano uno strumento forte in caso di inadempimento. Il debitore, allo stesso tempo, sa che l’accordo non è una semplice dichiarazione di intenti, ma un impegno serio, giuridicamente efficace.

Naturalmente, perché questo funzioni davvero, l’accordo deve essere scritto bene. Devono essere indicati con precisione importi, scadenze, modalità di pagamento, eventuale decadenza dal beneficio del termine, interessi, conseguenze dell’inadempimento, spese, eventuali garanzie e obblighi accessori. Un accordo generico rischia di creare problemi proprio nella fase esecutiva. Un accordo chiaro, invece, riduce le contestazioni e rende più semplice l’eventuale azione forzata.

Rilascio di immobili e obblighi diversi dal pagamento

Il titolo esecutivo non serve soltanto per recuperare somme di denaro. L’art. 12 del D.Lgs. 28/2010 richiama anche l’esecuzione per consegna e rilascio e l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare. Questo aspetto è molto importante.

Pensiamo a una controversia locatizia in cui il conduttore si impegni a rilasciare l’immobile entro una certa data. Oppure a una lite tra comproprietari, in cui una parte si impegni a consegnare documenti, chiavi o beni. O ancora a una controversia condominiale, societaria o commerciale in cui vengano assunti obblighi specifici di comportamento.

Anche in questi casi, la mediazione può consentire di costruire una soluzione molto più precisa rispetto a una sentenza. Le parti possono stabilire tempi, modalità, condizioni, obblighi reciproci e conseguenze dell’inadempimento. Se poi l’accordo è titolo esecutivo, quegli obblighi possono essere fatti valere con maggiore efficacia.

È uno dei motivi per cui la mediazione è particolarmente utile nelle controversie in cui il vero interesse della parte non è soltanto “vincere”, ma ottenere un risultato pratico: liberare un immobile, regolare l’uso di un bene comune, definire rapporti tra eredi, disciplinare pagamenti, sciogliere una comunione, chiudere un rapporto contrattuale, evitare nuovi conflitti.

L’ipoteca giudiziale: un ulteriore strumento di garanzia

L’accordo di mediazione, quando costituisce titolo esecutivo, è valido anche per l’iscrizione di ipoteca giudiziale. Anche questo è un profilo di grande rilievo pratico.

In presenza di un credito riconosciuto nell’accordo, la possibilità di iscrivere ipoteca può rafforzare notevolmente la posizione del creditore. Non sempre le parti vogliono arrivare subito all’esecuzione forzata; talvolta l’obiettivo è garantire il pagamento nel tempo. L’ipoteca consente di presidiare il credito e può favorire il rispetto dell’accordo, soprattutto quando sono previsti pagamenti differiti o rateali.

Anche qui, però, è fondamentale la qualità della redazione dell’accordo. Il credito deve essere determinato o determinabile, gli obblighi devono essere chiari e il contenuto deve essere strutturato in modo da poter essere utilizzato senza incertezze.

L’importanza dell’assistenza degli avvocati

La mediazione non è una trattativa informale. Quando si vuole ottenere un accordo realmente efficace, l’assistenza degli avvocati è determinante.

Gli avvocati non servono soltanto a “firmare” il verbale. Servono a verificare che l’accordo sia valido, completo, equilibrato e concretamente eseguibile. Devono controllare che non vi siano clausole ambigue, obblighi impossibili, termini incerti, rinunce formulate male, problemi fiscali, effetti non voluti o difficoltà future di esecuzione.

Inoltre, proprio ai fini dell’efficacia esecutiva immediata, la legge attribuisce agli avvocati un ruolo centrale: essi attestano e certificano la conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico. Questo rende evidente che la mediazione non è un percorso alternativo al diritto, ma un modo diverso di usare il diritto per arrivare a una soluzione più efficiente.

Un accordo di mediazione ben scritto deve essere comprensibile per le parti, ma anche tecnicamente solido. Deve poter essere eseguito, registrato se necessario, trascritto quando occorre, coordinato con eventuali profili fiscali, societari, successori, immobiliari o condominiali.

Attenzione agli accordi che devono essere trascritti

In alcune materie, soprattutto quando l’accordo riguarda diritti reali immobiliari, divisioni, usucapione, trasferimenti o altri atti soggetti a trascrizione, possono essere necessari ulteriori adempimenti. In particolare, quando l’accordo deve essere trascritto nei registri immobiliari, occorre rispettare le forme richieste dalla legge e, normalmente, è necessaria l’autenticazione delle sottoscrizioni da parte di un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.

Questo non riduce il valore della mediazione; al contrario, dimostra che la mediazione può essere utilizzata anche per operazioni molto rilevanti, purché sia gestita correttamente. In questi casi è importante coordinare il lavoro dell’avvocato con quello del notaio, in modo che l’accordo non solo chiuda la lite, ma produca tutti gli effetti giuridici desiderati.

La mediazione come scelta strategica, non come ripiego

Spesso le parti arrivano in mediazione pensando che sia solo un passaggio obbligatorio prima della causa. È un errore. La mediazione può essere molto di più: può essere il luogo in cui ottenere un risultato che il processo, da solo, non sempre riesce a dare.

La possibilità di avere un titolo esecutivo cambia completamente la prospettiva. La mediazione non è una rinuncia alla tutela, ma una forma di tutela anticipata e concordata. Non è un compromesso debole, ma può diventare un accordo forte, immediatamente azionabile e non soggetto ai tempi delle impugnazioni proprie del processo.

Per molte controversie, questo è il vero vantaggio. Invece di attendere anni per una sentenza di primo grado, poi eventualmente altri anni per l’appello e poi ancora la fase esecutiva, le parti possono costruire un accordo in tempi molto più brevi, dargli efficacia esecutiva e chiudere definitivamente il conflitto.

Naturalmente, non tutte le controversie si prestano allo stesso modo a una soluzione conciliativa. Ci sono casi in cui il giudizio è inevitabile. Ma in moltissime situazioni la domanda corretta non dovrebbe essere: “Chi vincerà la causa?”. La domanda più utile dovrebbe essere: “Qual è il risultato concreto che mi serve, in quanto tempo posso ottenerlo e con quali rischi?”.

Da questo punto di vista, un accordo di mediazione che costituisce titolo esecutivo può essere molto più conveniente di una sentenza futura, incerta e appellabile.

Conclusione

Il grande valore della mediazione non sta soltanto nella possibilità di trovare un accordo, ma nella possibilità di trovare un accordo giuridicamente forte. Quando il verbale di mediazione costituisce titolo esecutivo, le parti non si limitano a chiudere la lite: costruiscono uno strumento che può essere utilizzato direttamente in caso di inadempimento.

Questo offre vantaggi evidenti: tempi più brevi, minori costi, maggiore controllo sul risultato, soluzioni più flessibili, stabilità dell’accordo, assenza di un appello come accade per le sentenze e possibilità di procedere esecutivamente se gli obblighi non vengono rispettati.

Per questo la mediazione dovrebbe essere valutata non come un passaggio formale o come un’alternativa debole al processo, ma come uno strumento moderno, efficace e spesso più adatto a realizzare l’interesse concreto delle parti.

Ovviamente, è necessario rivolgersi ad un ottimo organismo: vi aspetto in Adr Center, in tutta Italia!

Per informazioni e consulenze, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

Affitto 3+2: quando l’inquilino può contestare la disdetta del proprietario?

La Cassazione chiarisce che, nei contratti a canone concordato, contano il testo del contratto, la durata prevista e il meccanismo di rinnovo

Quando si firma un contratto di locazione abitativa, una delle prime cose da capire è se si tratta di un contratto ordinario “4+4” oppure di un contratto a canone concordato “3+2”.

La differenza non è solo formale. Cambiano la durata, le regole sul rinnovo, i termini della disdetta e, in alcuni casi, anche le conseguenze se il proprietario dichiara di voler riprendere l’immobile per usarlo personalmente e poi non lo fa.

Con l’ordinanza n. 10834 del 23 aprile 2026, la Corte di Cassazione torna proprio su questo tema, esaminando una lunga controversia tra un conduttore e una locatrice relativa alla qualificazione del contratto e alla richiesta di risarcimento per il rilascio dell’immobile.

Il caso: l’inquilino lascia casa, ma poi chiede il risarcimento

Il conduttore aveva preso in locazione un appartamento ad Avellino, con annesso box auto, con contratto decorrente dal 1° febbraio 2006, durata triennale e rinnovo per un ulteriore biennio in assenza di disdetta motivata della locatrice.

Nel contratto era presente anche una dicitura, scritta a penna, secondo cui il rapporto era stato concluso secondo il modello alternativo previsto dall’art. 2 della legge n. 431/1998, sulla base dell’accordo territoriale per il Comune di Avellino.

Il conduttore, però, sosteneva che il contratto fosse in realtà un normale contratto abitativo “4+4”. Secondo questa impostazione, la prima scadenza sarebbe stata il 31 gennaio 2010.

La locatrice aveva inviato disdetta con raccomandata del 23 gennaio 2010, dichiarando di voler destinare l’immobile a propria abitazione. L’inquilino aveva poi rilasciato l’immobile nel gennaio 2011, sostenendo spese di trasloco e lamentando che la proprietaria non avesse successivamente utilizzato la casa per l’uso dichiarato. Per questo chiedeva il risarcimento del danno ai sensi dell’art. 3, comma 5, della legge n. 431/1998.

Il punto centrale: era un 3+2 o un 4+4?

La questione decisiva era capire se il contratto dovesse essere qualificato come ordinario 4+4 oppure come contratto a canone concordato 3+2.

La Corte d’Appello aveva ritenuto che si trattasse di un contratto a canone concordato, valorizzando alcuni elementi: il richiamo espresso all’accordo territoriale, la durata di tre anni, il rinnovo per altri due anni e il meccanismo di successive proroghe.

La Cassazione conferma che questa interpretazione non può essere rimessa in discussione in sede di legittimità, se il giudice di merito ha applicato correttamente i criteri di interpretazione del contratto e ha fornito una motivazione ragionevole.

In sostanza, la Cassazione non dice che ogni contratto con durata 3+2 sia automaticamente valido come canone concordato. Dice però che, nel caso concreto, la Corte d’Appello aveva valorizzato elementi sufficienti e coerenti per qualificarlo in quel modo.

Cosa significa in pratica

Per chi firma un contratto di affitto, questa decisione insegna una cosa molto semplice: non basta il nome che le parti danno al contratto, ma il testo conta moltissimo.

Se nel contratto sono richiamati l’accordo territoriale, la durata triennale, il rinnovo biennale e il modello previsto per le locazioni a canone concordato, sarà difficile sostenere, anni dopo, che si trattasse in realtà di un normale 4+4.

Naturalmente, possono esserci casi in cui il contratto è scritto male, non rispetta i parametri dell’accordo territoriale o prevede un canone non conforme. Ma queste contestazioni devono essere formulate in modo preciso e provate adeguatamente.

Disdetta del proprietario: quando può nascere il diritto al risarcimento

La norma invocata dal conduttore era l’art. 3, comma 5, della legge n. 431/1998.

Questa disposizione tutela l’inquilino quando il proprietario, dopo avere ottenuto il rilascio dell’immobile sulla base di una disdetta motivata, non destina poi l’immobile all’uso dichiarato.

È il caso classico del proprietario che dice: “mi serve casa per andarci ad abitare”, ottiene il rilascio, ma poi non ci va ad abitare.

In simili situazioni, l’inquilino può chiedere tutela, ma deve dimostrare che ricorrono i presupposti previsti dalla legge: il tipo di disdetta, la scadenza rilevante, il rilascio dell’immobile e il mancato utilizzo secondo la finalità dichiarata.

Nel caso esaminato, però, la domanda del conduttore non è stata accolta perché la controversia ruotava anche sulla corretta qualificazione del contratto e sul meccanismo delle scadenze.

Nei contratti 3+2 il rinnovo funziona diversamente

La Cassazione richiama un principio già affermato nel precedente passaggio della stessa vicenda: nei contratti abitativi a canone concordato, ciascuna parte può, con raccomandata inviata almeno sei mesi prima della scadenza del biennio di proroga, proporre il rinnovo a condizioni diverse oppure comunicare la volontà di far cessare il contratto.

Se nessuna parte si attiva, il contratto si rinnova tacitamente per altri due anni, alle stesse condizioni economiche. Lo stesso meccanismo vale anche per i successivi rinnovi, salvo che una delle parti chieda di modificare l’accordo o di chiudere il rapporto.

Detto in modo semplice: nel 3+2, dopo il primo triennio e il biennio di proroga, il rapporto non diventa automaticamente un 4+4, ma prosegue secondo la logica dei rinnovi biennali, se nessuno interviene correttamente.

Attenzione alle contestazioni in Cassazione

Un altro aspetto interessante della decisione riguarda i limiti del ricorso per Cassazione.

Il conduttore aveva contestato l’interpretazione del contratto operata dalla Corte d’Appello, sostenendo che non fossero stati considerati alcuni elementi: il canone, il comportamento successivo delle parti, l’imposta di registro, la mancanza di alcuni riferimenti tipici dei contratti a canone concordato.

La Cassazione, però, ricorda che l’interpretazione del contratto è normalmente compito del giudice di merito. In Cassazione non si può chiedere semplicemente una nuova lettura del contratto più favorevole alla propria tesi. Bisogna indicare quali regole legali di interpretazione sarebbero state violate e in che modo.

Questo è un punto pratico importante anche per gli avvocati: una contestazione contrattuale deve essere costruita bene sin dal primo grado, perché in Cassazione non si può rifare integralmente il processo.

L’unico motivo accolto: le spese di lite

Alla fine, la Cassazione accoglie solo un motivo, relativo alle spese processuali.

La locatrice non aveva partecipato né al giudizio di rinvio né al giudizio davanti alla Cassazione. Per questo, la Corte ritiene che non potessero essere poste a carico del conduttore anche le spese relative a fasi processuali in cui la controparte era rimasta contumace.

La sentenza viene quindi cassata solo su questo punto, con decisione nel merito e rideterminazione delle spese.

Cosa deve fare l’inquilino che riceve una disdetta

Chi riceve una disdetta dal proprietario dovrebbe controllare subito alcune cose:

il tipo di contratto: 4+4, 3+2, transitorio, studenti o altro;

la data di inizio e la scadenza effettiva;

il rispetto del termine di preavviso;

il motivo indicato nella disdetta;

se il proprietario, dopo il rilascio, utilizza davvero l’immobile per lo scopo dichiarato.

Se il motivo indicato non viene rispettato, può esserci spazio per una richiesta risarcitoria. Ma occorre agire con precisione e raccogliere prove.

Cosa deve fare il proprietario

Anche il proprietario deve prestare molta attenzione.

La disdetta non è una semplice formalità. Deve essere inviata nei tempi corretti, indicare un motivo legittimo quando richiesto dalla legge e, soprattutto, essere coerente con ciò che poi accade.

Se si dichiara di voler destinare l’immobile a propria abitazione, quella destinazione deve essere reale. In caso contrario, l’inquilino potrebbe contestare il comportamento e chiedere il risarcimento.

Conclusione

L’ordinanza n. 10834/2026 è utile perché ricorda che nei contratti di locazione abitativa le parole usate nel contratto, la durata prevista e il meccanismo di rinnovo sono elementi decisivi.

Per gli inquilini, il messaggio è chiaro: prima di contestare una disdetta, bisogna capire esattamente che tipo di contratto è stato firmato e quale scadenza è realmente rilevante.

Per i proprietari, il principio è altrettanto chiaro: la disdetta va gestita con attenzione, perché indicare un motivo e poi non rispettarlo può esporre a richieste risarcitorie.

In materia di affitto, molti problemi nascono da contratti scritti male o da disdette inviate senza una valutazione corretta dei tempi e dei presupposti. Controllare prima è quasi sempre meglio che litigare dopo.

Per informazioni e consulenze, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

Segnalazione alla Centrale Rischi: il semplice mancato pagamento non basta

La Cassazione ricorda alle banche che, prima di segnalare un cliente “a sofferenza”, serve una valutazione reale della sua situazione economica

Con l’ordinanza n. 5593 del 12 marzo 2026, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione affronta un tema molto delicato nei rapporti tra banche, imprese e intermediari finanziari: quando è legittima la segnalazione di un debitore alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia?

La risposta della Corte è netta: il mero mancato pagamento di un debito non basta, da solo, a giustificare una segnalazione “a sofferenza”. Occorre invece una valutazione complessiva della situazione patrimoniale del cliente, tale da far emergere una grave e non transitoria difficoltà economica.

La decisione è importante perché ricorda che la segnalazione alla Centrale Rischi non è un atto neutro: può compromettere l’accesso al credito, bloccare finanziamenti, danneggiare la reputazione economica dell’impresa e generare conseguenze anche per soggetti collegati.

Il caso: trattative non concluse, segnalazione e richiesta di danni

La vicenda nasce da un rapporto di leasing. Due società avevano agito contro la società finanziaria, poi confluita in Intesa Sanpaolo, sostenendo che, dopo trattative avviate per definire una controversia relativa a un debito da leasing, la banca non avesse formalizzato una transazione e avesse poi determinato la segnalazione di una delle società alla Centrale Rischi della Banca d’Italia.

Le attrici chiedevano il risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, quantificati in euro 2.500.000.

Il Tribunale aveva rigettato la domanda. La Corte d’Appello di Roma aveva confermato il rigetto, ritenendo sostanzialmente legittima la segnalazione perché derivante dal mancato pagamento di canoni di leasing per euro 41.851,73, relativi al periodo gennaio 2003-ottobre 2004.

La Cassazione, però, cassa la sentenza d’appello.

Il principio: “sofferenza” non significa semplice ritardo nel pagamento

Il punto centrale dell’ordinanza è la distinzione tra inadempimento e sofferenza bancaria.

Un conto è non pagare un debito. Altro conto è trovarsi in una situazione patrimoniale gravemente compromessa, tale da giustificare una segnalazione a sofferenza alla Centrale Rischi.

La Cassazione richiama il proprio orientamento consolidato: ai fini della segnalazione a sofferenza, il credito deve essere vantato verso un soggetto in stato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente, oppure in una situazione sostanzialmente equiparabile. Non serve l’insolvenza fallimentare in senso tecnico, ma occorre comunque una valutazione negativa della situazione patrimoniale, apprezzabile come deficitaria o di grave difficoltà economica.

Questo significa che la banca non può limitarsi a dire: “il cliente non ha pagato, quindi lo segnalo”. Deve chiedersi se quel mancato pagamento sia il sintomo di una crisi economica seria, oppure se si tratti di un inadempimento contestato, temporaneo, occasionale o comunque non indicativo di una situazione di insolvenza.

L’errore della Corte d’Appello

Secondo la Cassazione, la Corte d’Appello ha sbagliato perché ha ritenuto legittima la segnalazione facendo leva solo sul mancato pagamento dei canoni di leasing.

Non ha invece verificato se la società segnalata versasse davvero in una situazione di grave difficoltà economica.

Questo passaggio è decisivo. La Corte d’Appello avrebbe dovuto esaminare la documentazione prodotta dalle società ricorrenti, relativa alla loro capacità patrimoniale, ai bilanci e alla perizia di stima, per capire se vi fossero davvero i presupposti per qualificare la posizione come “sofferenza”.

La Cassazione non dice che la segnalazione fosse sicuramente illegittima. Dice però che non si poteva considerarla legittima senza compiere quella verifica.

Cosa significa in pratica per imprese e professionisti

La decisione è molto utile per chi riceve o teme una segnalazione alla Centrale Rischi.

In pratica, una segnalazione a sofferenza può essere contestata quando la banca non ha effettuato una valutazione seria e complessiva della posizione del cliente. Non basta dimostrare che esisteva un debito scaduto; occorre verificare se vi fosse davvero una condizione di grave difficoltà economica.

Per esempio, possono essere rilevanti:

  • la consistenza patrimoniale dell’impresa;
  • i bilanci;
  • l’esistenza di beni o garanzie;
  • la natura contestata del credito;
  • la proporzione tra debito insoluto e patrimonio complessivo;
  • la condotta delle parti nelle trattative;
  • l’eventuale successiva estinzione del debito.

Il punto non è negare che la banca possa segnalare situazioni effettivamente rischiose. Il punto è che la segnalazione a sofferenza è uno strumento forte e deve essere utilizzato solo quando ne ricorrono davvero i presupposti.

Il danno può colpire anche una società collegata

Un altro profilo interessante riguarda la posizione della seconda società ricorrente.

La Corte d’Appello aveva escluso la sua legittimazione, ritenendola sostanzialmente estranea alla società segnalata. La Cassazione censura anche questo passaggio.

Secondo la Suprema Corte, la Corte territoriale avrebbe dovuto considerare la comunicazione con cui Unicredit aveva negato un mutuo alla società ricorrente proprio a causa della segnalazione dell’altra società alla Centrale Rischi e della posizione di collegamento tra le due.

Questo punto è molto importante: gli effetti di una segnalazione non sempre rimangono confinati al soggetto formalmente segnalato. In alcuni casi, possono incidere anche su società collegate, gruppi imprenditoriali, garanti o soggetti che, agli occhi del sistema bancario, risultano economicamente connessi alla posizione deteriorata.

Naturalmente, il danno deve essere provato. Ma non può essere escluso in modo automatico solo perché il soggetto che lo lamenta non coincide con quello direttamente segnalato.

Cosa fare se si subisce una segnalazione ingiusta

Chi ritiene di essere stato segnalato illegittimamente dovrebbe muoversi con metodo.

La prima cosa da fare è acquisire una visura aggiornata della Centrale Rischi e verificare la categoria della segnalazione, gli importi, gli intermediari segnalanti e il periodo di riferimento.

Poi occorre chiedere alla banca le ragioni della segnalazione e valutare se, al momento in cui è stata effettuata, esistessero davvero elementi idonei a rappresentare una grave difficoltà economica.

Se il debito era contestato, se era di importo contenuto rispetto al patrimonio, se erano in corso trattative, se vi erano garanzie o se la banca non ha compiuto alcuna istruttoria effettiva, può esservi spazio per contestare la segnalazione e chiedere la rettifica o il risarcimento del danno.

Ma è fondamentale raccogliere prove concrete: bilanci, comunicazioni bancarie, rifiuti di finanziamenti, perdita di occasioni economiche, peggioramento delle condizioni di credito, revoche di affidamenti o documentazione che dimostri l’impatto effettivo della segnalazione.

Conclusione

L’ordinanza n. 5593/2026 ribadisce un principio semplice ma essenziale: la Centrale Rischi non può essere utilizzata come una conseguenza automatica del mancato pagamento.

La segnalazione a sofferenza richiede una valutazione seria, complessiva e documentata della situazione economica del cliente. Il mancato pagamento può essere un indizio, ma non è da solo sufficiente.

Per le banche, la decisione è un richiamo alla prudenza: prima di segnalare, occorre verificare davvero se il cliente versi in una condizione patrimoniale deficitaria o di grave difficoltà.

Per imprese e professionisti, è una conferma importante: una segnalazione illegittima può essere contestata, soprattutto quando produce effetti concreti sull’accesso al credito e sulla reputazione economica.

La Cassazione rinvia ora alla Corte d’Appello, che dovrà riesaminare la vicenda applicando questi principi. Ma il messaggio è già chiaro: non ogni debitore in ritardo è un debitore “in sofferenza”.

Per informazioni e consulenze: info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

Cartelle esattoriali: se ADER produce solo la fotocopia dell’avviso di ricevimento, il disconoscimento può bastare

La Cassazione chiarisce quando serve la querela di falso e quando, invece, il contribuente può limitarsi a disconoscere la copia prodotta in giudizio

Con l’ordinanza n. 12443 del 4 maggio 2026, la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione affronta una questione molto pratica e frequente nei giudizi contro Agenzia delle Entrate-Riscossione: cosa accade quando l’Agente della riscossione, per dimostrare la notifica delle cartelle presupposte, produce in giudizio non l’originale dell’avviso di ricevimento, ma soltanto una fotocopia?

La risposta della Corte è importante: se la fotocopia dell’avviso di ricevimento viene ritualmente e tempestivamente disconosciuta, non ha l’efficacia dell’atto pubblico e il contribuente non è tenuto a proporre querela di falso contro quella copia.

La pronuncia è molto utile perché delimita con precisione due piani che spesso vengono confusi: da un lato, il valore probatorio dell’avviso di ricevimento originale; dall’altro, il diverso regime della copia fotostatica prodotta in giudizio.

Il caso: intimazione di pagamento e cartelle asseritamente notificate

La vicenda nasce dall’impugnazione di un’intimazione di pagamento relativa a diverse cartelle emesse per tributi erariali, tra cui Irpef, Irap e Iva.

La contribuente contestava, tra l’altro, la regolare notifica delle cartelle presupposte. Agenzia delle Entrate-Riscossione aveva prodotto in giudizio copie degli avvisi di ricevimento relativi alle raccomandate con cui le cartelle sarebbero state notificate.

La Commissione tributaria regionale del Veneto aveva respinto l’appello della contribuente, ritenendo che gli avvisi di ricevimento, anche se prodotti in copia fotostatica, conservassero natura di atto pubblico e che, quindi, per contestare la sottoscrizione apposta su di essi, fosse necessaria la querela di falso. Il semplice disconoscimento della firma, secondo la CTR, non avrebbe imposto ad ADER alcun obbligo di verificazione.

La Cassazione non condivide questa impostazione e cassa la sentenza.

Avviso di ricevimento originale: serve la querela di falso

La Corte parte da un principio pacifico: l’avviso di ricevimento della raccomandata, quando è prodotto in originale, ha natura di atto pubblico.

Questo significa che fa piena prova, fino a querela di falso, dei fatti attestati dal pubblico ufficiale: la consegna del plico, la data, l’identità del soggetto che lo ha ricevuto, nei limiti propri dell’attività certificativa.

Di conseguenza, se il contribuente intende contestare l’avvenuta consegna risultante dall’avviso di ricevimento originale o sostenere che la firma apposta non sia la sua, normalmente deve proporre querela di falso. Non basta una semplice contestazione.

Questa regola serve a tutelare l’affidabilità degli atti formati nell’ambito del procedimento notificatorio.

Ma la fotocopia non è l’originale

Il punto decisivo dell’ordinanza è un altro: cosa succede se ADER non produce l’originale, ma soltanto una fotocopia?

Qui entra in gioco l’art. 2719 c.c., secondo cui le copie fotografiche o fotostatiche hanno la stessa efficacia delle copie autentiche solo se la loro conformità all’originale è attestata da pubblico ufficiale competente oppure se non viene espressamente disconosciuta dalla parte contro cui sono prodotte.

La Cassazione chiarisce che questa regola vale anche per le copie di atti pubblici. Dunque, anche se l’avviso di ricevimento originale ha natura di atto pubblico, la sua semplice fotocopia non conserva automaticamente quell’efficacia se viene disconosciuta in modo rituale e tempestivo.

Questo è il cuore della decisione: la querela di falso serve contro l’atto pubblico originale, non contro una fotocopia che sia stata validamente disconosciuta.

Il principio di diritto

La Cassazione enuncia un principio molto chiaro:

La fotocopia dell’avviso di ricevimento del piego raccomandato, se disconosciuta ritualmente e tempestivamente ai sensi degli artt. 214 e 215 c.p.c., non ha l’efficacia dell’atto pubblico ex art. 2700 c.c.; la mancata produzione in giudizio del documento originale esonera quindi la parte interessata dall’onere di proporre querela di falso contro la fotocopia disconosciuta.

In termini pratici: se l’Agente della riscossione produce solo copie degli avvisi di ricevimento e il contribuente le disconosce correttamente, il giudice non può semplicemente dire che occorreva querela di falso. Deve invece verificare se il disconoscimento sia stato specifico e tempestivo e, se del caso, valutare la necessità della produzione dell’originale o della verificazione.

Il disconoscimento deve essere specifico e tempestivo

Attenzione, però: la decisione non autorizza contestazioni generiche.

La Cassazione ricorda che il disconoscimento della copia deve essere formale, specifico e non equivoco. Non bastano formule di stile come “si contesta tutto” o “si impugna la documentazione avversaria”.

Occorre individuare il documento contestato e spiegare chiaramente che si disconosce la conformità della copia all’originale o l’autenticità della sottoscrizione apparentemente apposta.

Inoltre, il disconoscimento deve essere tempestivo: va effettuato nella prima difesa utile successiva alla produzione del documento. Nel processo tributario, questa regola si applica in virtù del rinvio alle norme del codice di procedura civile.

Questo passaggio è essenziale. La pronuncia è favorevole al contribuente, ma solo se la difesa è tecnicamente corretta.

Che cosa avrebbe dovuto fare il giudice tributario

Secondo la Cassazione, la CTR veneta ha sbagliato perché si è limitata ad affermare che, per contestare le firme sugli avvisi di ricevimento, fosse comunque necessaria la querela di falso, anche se gli avvisi erano stati prodotti solo in fotocopia.

Il giudice d’appello avrebbe invece dovuto compiere un accertamento preliminare.

Se il disconoscimento era formale, specifico e tempestivo, e se ADER intendeva continuare ad avvalersi di quei documenti, sarebbe stato necessario verificare la ritualità del disconoscimento e procedere secondo le regole applicabili, con eventuale verificazione o produzione dell’originale.

Se invece il disconoscimento fosse stato generico, il giudice avrebbe comunque dovuto valutare l’efficacia rappresentativa della copia anche attraverso altri mezzi di prova o presunzioni.

La CTR, invece, non ha svolto né l’una né l’altra verifica. Da qui la cassazione con rinvio.

Perché la decisione è importante nei giudizi contro ADER

Questa ordinanza è particolarmente rilevante nei giudizi tributari e nelle opposizioni contro atti della riscossione, perché spesso la prova della notifica delle cartelle presupposte viene fornita mediante copie di relate, referti di notifica o avvisi di ricevimento.

Il tema è decisivo quando il contribuente impugna un’intimazione di pagamento, un preavviso di fermo, un’ipoteca o altro atto successivo, sostenendo di non avere mai ricevuto le cartelle precedenti.

In questi casi, la regolare notifica degli atti presupposti è spesso il vero punto della causa.

La Cassazione ricorda che ADER può certamente provare la notifica, ma se sceglie di produrre soltanto fotocopie, deve accettare il regime probatorio proprio delle copie. E se quelle copie vengono validamente disconosciute, non possono essere trattate come se fossero originali dotati di fede privilegiata.

Non è una “scorciatoia” per annullare tutte le cartelle

È bene evitare equivoci.

Questa ordinanza non dice che ogni cartella è nulla se ADER produce una fotocopia. Non dice neppure che basti negare genericamente di avere ricevuto l’atto.

Dice una cosa più precisa: la fotocopia dell’avviso di ricevimento ha efficacia probatoria se non viene contestata; ma se viene disconosciuta in modo rituale e tempestivo, perde l’efficacia propria dell’atto pubblico e la parte che intende avvalersene deve fornire una prova adeguata.

Il contribuente, quindi, deve agire con precisione. L’amministrazione, dal canto suo, deve essere pronta a produrre documentazione idonea, soprattutto quando la notifica è contestata.

Le questioni assorbite: prescrizione, sanzioni e interessi

La contribuente aveva proposto anche altri motivi di ricorso, relativi alla prescrizione delle sanzioni e degli interessi, al mancato consolidamento del credito per effetto della sola mancata impugnazione di precedenti intimazioni, e all’applicazione di interessi sulle sanzioni.

La Cassazione, avendo accolto il primo motivo sulla prova della notifica, ha dichiarato assorbiti gli altri.

Tuttavia, il fatto che tali questioni siano rimaste assorbite non le rende irrilevanti. Anzi, esse confermano quanto spesso i giudizi tributari ruotino intorno a una sequenza di atti: cartella, intimazione, eventuali precedenti atti interruttivi, prescrizione, interessi e sanzioni.

Ma tutto parte da un dato essenziale: la prova della corretta notifica degli atti presupposti.

Conclusione

L’ordinanza n. 12443/2026 della Cassazione è importante perché ristabilisce un equilibrio probatorio corretto.

L’avviso di ricevimento originale è un atto pubblico e, per contestarne il contenuto, serve normalmente la querela di falso. Ma la fotocopia dell’avviso di ricevimento non può essere automaticamente equiparata all’originale se la parte contro cui è prodotta la disconosce in modo rituale e tempestivo.

Nel contenzioso tributario, questa distinzione può fare la differenza.

Per il contribuente, significa che la contestazione delle notifiche deve essere formulata con precisione, subito e senza formule generiche.

Per ADER, significa che la prova della notifica non può essere affidata in modo disinvolto a copie fotostatiche, soprattutto quando la controparte le contesta correttamente.

In definitiva, la Cassazione ricorda un principio semplice ma fondamentale: anche nella riscossione tributaria, la prova deve essere rigorosa, e le garanzie processuali non possono essere sacrificate in nome della sola efficienza della riscossione.

Per informazioni e consulenze: 0632609190 (anche Whatsapp) o info@studiotantalofornari.it