Mese: luglio 2012

Tariffe forensi: scaduto il termine previsto dalla Legge 27/2012, si possono utilizzare quelle “vecchie” come riferimento.

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Per il Tribunale di Varese, essendo scaduto il 23 luglio il termine previsto per l’entrata in vigore del regolamento ministeriale che dovrebbe fornire le nuove tariffe forensi, ed in assenza di qualunque notizia in merito, per la liquidazione delle spese il Giudice può fare riferimento all’art. 2233 c.c., adottando quale parametro orienativo il previgente D.M. 8 aprile 2004 n. 127.

Si ringrazia il sito http://www.ilcaso.it per la segnalazione e per la sentenza, che alleghiamo di seguito.

Varese 26 luglio 2012 tariffe

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Magistrato in udienza dice ad un avvocato: “non hai le p….”: per la Cassazione è reato

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Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 26 giugno – 26 luglio 2012, n. 30719

Presidente Teresi – Relatore Fumo

Rilevato in fatto

1. Il tribunale di Potenza, in riforma della sentenza del giudice di pace della stessa città, ha assolto G.A. dal delitto di cui all’articolo 594 cp per aver rivolto al cugino G.V., nel tribunale di Taranto, la frase “non hai le palle”.

Secondo i giudici di appello, certa essendo la materialità dell’episodio, manca un’effettiva carica offensiva alla espressione utilizzata dall’imputato, perché inquadrabile nell’ambito di una contesa familiare. Di qui la formula assolutoria “il fatto non sussiste”.

2. Ricorre per cassazione il difensore della parte civile e deduce illogicità della motivazione.

Il tribunale, citando giurisprudenza non in termini, ha ritenuto non offensiva la grave espressione adoperata. Ebbene la giurisprudenza citata è relativa a diversa frase (“non rompere le palle”), frase che, nel caso allora in esame, era equivalente ad un invito a non intralciare la condotta di chi la pronunziò, a lasciarlo proseguire nella sua opera, a non frapporsi alla stessa. Nel caso, viceversa, oggi in esame, la frase sta a significare “non hai gli attributi”, vale a dire che essa consiste consiste nell’affermazione che il destinatario vale meno degli altri uomini. L’espressione è ancora più grave perché pronunziata in ambiente di lavoro.

3. E’ stata depositata nota dal difensore dell’imputato, con la quale si assume l’inammissibilità del ricorso.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato. La sentenza impugnata va annullata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello.

2. In tema di delitti contro l’onore, il giudice di legittimità può e deve apprezzare se il decidente di merito abbia assunto la corretta determinazione con riferimento al valore sociale delle espressioni utilizzate.

Orbene, la giurisprudenza citata nella sentenza impugnata non è pertinente; essa invero si riferisce all’utilizzo di espressione volgare, ma non necessariamente offensiva nei confronti del destinatario. Nel caso in esame, viceversa, a parte la volgarità dei termini utilizzati, l’espressione ha una evidente e obiettiva valenza ingiuriosa, atteso che con essa si vuole insinuare non solo, e non tanto, la mancanza di virilità del destinatario, ma la sua debolezza di carattere, la mancanza di determinazione, di competenza e di coerenza, virtù che, a torto o a ragione, continuano ad essere individuate come connotative del genere maschile.

2.1. L’inutile digressione sulla causale dell’insulto nulla può aggiungere alle obiettiva valenza dello stesso. Manca viceversa qualsiasi considerazione circa il luogo nel quale si svolsero i fatti e dei ruoli che in detto ambiente rivestivano i protagonisti. Invero, per quanto si apprende, l’imputato era giudice di pace in Brindisi e la persone offesa è un avvocato. La frase fu pronunziata in contesto lavorativo (ufficio giudiziario), a voce altra ed era udibile anche da terze persone. In tali circostanze il pericolo di lesione della reputazione di G.V. non poteva essere aprioristicamente escluso sulla base una pretesa “evoluzione” del linguaggio e volgarizzazione delle modalità espressive.

 P.Q.M.

 annulla la sentenza impugnata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello.

Mediazione: il verbale di accordo è titolo sufficiente per l’iscrizione di ipoteca

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Il Tribunale di Varese, con decreto esecutivo del 12 luglio 2012, ha ribadito che il verbale di accordo, naturalmente ove debitamente omologato, costituisce di per se titolo esecutivo per l’iscrizione di ipoteca, senza necessità di altri passi e ha quindi ordinato al Conservatore di provvedere all’iscrizione dell’ipoteca giudiziale come richiesta dalla parte ricorrente.

Secondo il Tribunale, l’ipoteca iscritta a seguito dell’accordo di mediazione è giudiziale, e l’art. 12 del D.Lgs. 28/10 è norma speciale che vincola l’interpretazione; inoltre, i dati d’iscrizione dell’ipoteca devono essere riferiti all’accordo stesso e non al decreto di omologa.

Trib. Varese, Sezione Prima civile, decreto 12 luglio 2012 (Pres. Buffone, est. Delmonte)

Omissis

Fatto

Osserva.

Ai sensi dell’art. 12 comma II, del d.lgs. 28/2010, il verbale di accordo, debitamente omologato, costituisce titolo per l’iscrizione di ipoteca. Nell’alveo della mediazione, le parti – concludendo il negozio compositivo della lite – danno linfa ad un contratto che resta a base volontaristica, senza che l’omologa incida sulla natura del patto. Ne discende che la previsione di cui all’art. 12 cit. va riferita, per l’appunto, all’accordo (eventualmente contenuto nel verbale) ma non ad atti diversi. Vi è, però, che nel caso in esame, è il Legislatore stesso ad avere effettuato una specifica scelta discrezionale prevedendo che l’ipoteca iscritta con l’accordo di mediazione sia “giudiziale”. Deve, dunque, prendersi atto di una norma speciale integrativa della disciplina di diritto comune che vincola l’interpretazione nel senso di ritenere l’iscrizione, per l’appunto, giudiziale, fermo restando che i dati di iscrizione devono essere riferiti all’accordo e non al decreto.

E’ evidente che questa interpretazione presenta delle aporie: la base è volontaria ma la garanzia è giudiziale; d’altro canto, trattasi di scelta del legislatore favor mediatonis per evitare che l’accesso all’ipoteca dipenda o meno dalla volontà dei litiganti di prevedere espressamente la garanzia nell’accordo, invece, oggi, assistito ope legis dal favore dell’ipoteca di tipo giudiziale.

Nulla per le spese, tenuto conto della particolarità della questione.

P.Q.M.

Ordina al Conservatore di provvedere alla iscrizione dell’ipoteca giudiziale come richiesta dalla parte ricorrente. Si comunichi. Nulla sulle spese

Decreto Esecutivo

Varese, 12.7.2012

Il giudice rel.

dr.ssa Chiara Delmonte

Il Presidente

dr. Giuseppe Buffone

 

 

Mediazione: il termine di quattro mesi può essere prorogato.

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Il Tribunale di Varese, su richiesta delle parti, ha prorogato il termine di quattro mesi previsto dal D. Lgs. 28/10 per lo svolgimento del tentativo di mediazione.

Le parti, infatti, visto che la mediazione (probabilmente di particolare complessità), allo scadere del termine era ancora in corso, hanno chiesto al Tribunale un rinvio. Il Giudice, considerando che se le parti hanno aderito all’invito ad andare in mediazione, e che il fatto di essere ancora seduti al “tavolo dei mediatori” dava atto della loro volontà di comporre la lite, ha concesso il rinvio. In questo modo, ha ritenuto di non dare avvio alle ulteriori attività processuali, ritenendo che il rinvio non comporti alcun ritardo ma che favorisca l’interesse della parti ad una composizione bonaria e l’interesse pubblico alla deflazione del contenzioso.

TRIBUNALE DI VARESE

Il giudice, dr. Giuseppe Buffone,

O S S E R V A

– Come noto, ai sensi dell’art. 5, comma III, d.lgs. 4 marzo 2010 n. 28, il giudice può invitare le parti a valutare la possibilità di un tentativo stragiudiziale di mediazione, dove taluni elementi della lite siano indicativi di una buona probabilità di chances di conciliazione, “valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti”. Nel caso di specie, rivolto l’invito, le parti hanno aderito e, dunque, l’udienza è stata differita oltre il termine di quattro mesi. Decorso tale termine, le parti chiedono un ulteriore rinvio, essendo la mediazione in corso.

– Il tempo di quattro mesi, previsto dalla Legge come scadenza per la mediazione, è ovviamente un termine ordinatorio e soprattutto nella disponibilità delle parti in caso di mediazione ancora in corso, posto che la finalità della stessa – la foce conciliativa – è giustificativa dell’impegno di energie processuali. Non solo, diversamente opinando, dovrebbe ritenersi che, scaduto il termine, il giudice, pur di fronte alla mediazione in corso, dovrebbe proseguire nelle attività processuali causando così danno alle buone possibilità di assetto di composizione bonario, testimoniato dal fatto che i litiganti sono per loro volontà ancora impegnati al tavolo dei mediatori. E’ vero che, in linea di principio, il “tempo del processo” è sottratto alla disponibilità delle parti, ma è anche vero che, per il caso della mediazione, non si tratta di tempo inutilmente consumato, ma di energie temporali spese vuoi per l’interesse delle parti ad una composizione bonaria della lite, vuoi per l’interesse pubblico ad una deflazione del contenzioso. Ne discende che la richiesta di rinvio può essere accolta

P.Q.M.

Letto ed applicato l’art. 5, comma III, d.lgs. 28/2010

RINVIA la causa all’udienza del 28 settembre 2012 ore 11.00 per verificare l’esito della mediazione

Varese lì 20 giugno 2012

IL GIUDICE

 

Mediazione: due interessanti sentenze su argomenti di prova e mancata partecipazione

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Il Tribunale di Roma, sez. distaccata di Ostia, ha pronunciato due interessanti sentenze in tema di mediazione, in particolare per quanto riguarda gli argomenti di prova ex art. 116 c.p.c. e per la mancata partecipazione al procedimento di mediazione.

Di seguito i link:

Sentenza Trib. Ostia 5 luglio 2012 RG 1661/11

Sentenza Trib. Ostia 5 luglio 2012 RG 1309/08

Mediazione: l’interessante commento di Carlo Alberto Calcagno sulle osservazioni della Commissione Europea.

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A me pare modestamente che la Commissione Europea dica in primo luogo che partecipare ad una mediazione non mette a repentaglio le strategie difensive; in secondo luogo che la sanzione economica per chi non partecipa senza un giustificato motivo non impedisce o rende eccessivamente difficile l’accesso al giudizio; in terzo luogo che una proposta del mediatore sua sponte “non è in grado di consentire alle parti il diritto di decidere liberamente su quando chiudere il procedimento di mediazione” (v. Commissione Europea, 2 aprile 2012, Osservazioni scritte nella causa c-492/11 in http://www.ordineavvocati.ts.it/files/364/Osservazioni%20Commissione%20UE-1.pdf) il che credo sia in linea con gli orientamenti della maggior parte dei mediatori italiani: ringrazio dunque la Commissione e mi auguro che la normativa sul punto sia oggetto del pronunciamento negativo della Corte (meno convincente appare invece il ragionamento della Commissione in merito alla mediazione facoltativa che salverebbe la proposta sua sponte).
In quarto luogo la Commissione considera più che legittima la mediazione obbligatoria: “Orbene, riguardo alla mediazione obbligatoria, la Commissione ritiene che valgano le stesse considerazioni” – si fa riferimento a quelle che considerano legittimo il t.o.c. del Co.re.com –“in quanto, come il tentativo obbligatorio di conciliazione extragiudiziale, anch’essa persegue lo scopo di ridurre i tempi processuali per la risoluzione delle controversie e quello di far diminuire quantitativamente il contenzioso giudiziario, migliorando indirettamente l’efficienza dell’amministrazione pubblica. In questo modo, la mediazione obbligatoria, pur ponendosi come misura restrittiva rispetto all’accesso al giudice, è giustificata dal fatto che realizza legittimi obiettivi di interesse generale, tra cui quello della composizione più rapida delle controversie, che è fissato specificatamente nell’interesse delle parti. La mediazione obbligatoria appare pertanto come una misura idonea e non manifestamente sproporzionata a perseguire i suddetti obiettivi”.
Il termine poi di 4 mesi per la mediazione obbligatoria è ritenuto dalla Corte “in linea con l’obiettivo di consentire una risoluzione più rapida della controversia” ed anche “sforati” i quattro mesi l’obiettivo rimane perseguito se ciò sia nell’interesse delle parti.
L’unico punto su cui la Commissione concorda in linea di principio con il giudice remittente è sul fatto che possa eventualmente sussistere un’onerosità della mediazione obbligatoria, ma la questione viene rimessa al giudice nazionale che “stabilisca caso per caso se i costi di una mediazione obbligatoria sono tali da rendere la misura sproporzionata rispetto all’obiettivo di una composizione più economica della controversa”, cosa che consentimi ritengo che possa avvenire davvero di rado.
Direi in conclusione, caro collega, che la Commissione non boccia affatto la mediazione obbligatoria (si veda in merito anche il punto 78 delle Osservazioni) ma anzi la ritiene inevitabile in Italia (“Se, in effetti è chiaro che in un sistema come quello italiano caratterizzato dalla lungaggine eccessiva nei tempi processuali solo una mediazione obbligatoria pare in grado di sortire un reale effetto di accelerazione della tutela delle situazioni giuridiche soggettive con conseguente effetto deflattivo del contenzioso”), ma la coercizione a conciliare, che è cosa come tu mi puoi insegnare, assai diversa e che trova in me ed in tutti mediatori del Regno la più spassionata condanna.

Severino al CNF: è importante il ruolo dell’avvocato nella mediazione

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Dall’intervento della ministro Paola Severino per la cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario forense 2012 presso il CNF del 13 luglio 2012.

<<…E’ opinione generalizzata che bisogna ridurre i carichi di lavoro del giudice civile, per evitare che sia travolto da un peso insostenibile, con effetti devastanti per il settore. Vi è la generale condivisione di prevedere meccanismi deflattivi che possano contribuire alla riduzione dei flussi e quindi a un più agevole smaltimento del carico.

Si è intervenuti con la legge sulla mediazione civile, che, con i limiti di cui dirò, sta producendo qualche risultato utile. Ebbene, mi pare giusto chiedere riforme per conseguire un certo risultato; quando poi le riforme, sia pure con fatica, arrivano, senza la necessaria collaborazione, l’applicazione diventa ardua. Io penso che confronto significhi anche collaborazione e che sia questa la giusta prospettiva in cui collocarsi. O l’esperienza dimostra la necessità di modifiche oppure bisogna adeguarsi alla normativa adottata.

Proprio la disciplina della mediazione civile dimostra la sua notevole importanza per il funzionamento del processo civile. Nel periodo compreso tra il 21.3.2011 ed il 31.3.2012 gli affari iscritti presso gli organismi di mediazione abilitati risultano pari a 91.690, tenendo conto comunque che il flusso è destinato a crescere sensibilmente, dal momento che le materie del risarcimento da circolazione stradale e quella delle liti di condominio sono state inserite solo dal 21.3.2012.

Per i tentativi di mediazione cui ha aderito la controparte, il risultato è particolarmente confortante, dal momento che almeno nella metà dei casi si giunge all’accordo. Si tratta tuttavia di un dato relativo in quanto, per altro verso, i due terzi dei tentativi di mediazione non vedono purtroppo la partecipazione della controparte, cosicchè lo strumento realizza i suoi effetti per il solo 35% degli affari previsti.

Pertanto, può dirsi che se vi è partecipazione al tentativo di mediazione, la sua percentuale di riuscita è alta; quindi, quanto più si sensibilizzerà l’adesione al meccanismo della mediazione, tanto più si accrescerà l’effetto deflattivo sui carichi di lavoro della giustizia civile.

In quest’ottica, è importante il ruolo dell’avvocato nella possibilità di accesso alla mediazione. Appare quindi necessario sensibilizzare alla pratica della mediazione, valorizzando, a livello professionale, la definizione della controversia con strumenti alternativi alla tipica decisione giudiziaria. In questo senso apprezzo l’iniziativa del Consiglio di diffusione, attraverso una apposita Commissione, della cultura della conciliazione. Come auspico un forte incremento degli organismi costituiti dagli Ordini forensi, quale garanzia di imparzialità, correttezza e professionalità.>>