Pubblicato il bando per il concorso a 360 posti di magistrato.

E’ stato pubblicato sulla G.U. n. 93 del 23 novembre 2010 – IV Serie speciale, il concorso per esami indetto con decreto ministeriale 12 ottobre 2010 e integrato con successivo decreto 19 ottobre 2010, a 360 posti di magistrato ordinario.

Al concorso possono partecipare non solo gli avvocati iscritti all’albo che non siano incorsi in sanzioni disciplinari, ma anche coloro che abbiano conseguito l’abilitazione all’esercizio delle professione forense.

Di seguito potete trovare i due decreti ministeriali sopra citati.

Decreto 12 ottobre 2010

Decreto 19 ottobre 2010

Cassazione Sez. Tributaria, 23 novembre 2010: paga sempre l’IRAP il lavoratore autonomo che ha un collaboratore.

Cassazione – Sezione tributaria – ordinanza 22 giugno – 23 novembre 2010, n. 23761
Presidente Merone – Relatore Greco
Ricorrente Agenzia delle Entrate

La Corte, ritenuto che, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:
«L’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia n. 329/63/06, depositata il 21 novembre 2006, che, rigettando l’appello dell’Agenzia delle entrate, ufficio di Brescia 1, ha riconosciuto a Paolo Dabbeni il diritto al rimborso dell’IRAP versata per gli anni 1998, 1999 e 2000.
Il contribuente non ha svolto attività nella presente sede.
Il ricorso contiene un motivo, rispondente ai requisiti prescritti dall’art. 366 bis c.p.c., con il quale l’amministrazione censura la sentenza per vizio di motivazione per aver trascurato di considerare che il contribuente ha corrisposto rilevanti compensi a terzi per prestazioni afferenti la propria attività professionale, e per aver mancato di accertare in concreto se i beni strumentali utilizzati eccedessero o meno il minimo indispensabile per l’attività professionale.
La ratio decidendi della sentenza impugnata – dove si afferma che “nessun contributo prevalente e qualificante”, “tale da configurare necessariamente l’esistenza di una organizzazione prevalente sul contributo personale del lavoratore autonomo”, “potrebbe derivare dall’ausilio di un dipendente che ricopra funzioni meramente esecutive” – non è conforme al consolidato principio affermato da questa Corte in materia, secondo cui, a norma del combinato disposto degli artt. 2, comma 1, primo periodo, e 3, comma 1, lettera c), del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, l’esercizio delle attività di lavoro autonomo di cui all’art. 49, comma primo, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, è escluso dall’applicazione dell’imposta soltanto qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata: il requisito della “autonoma organizzazione”, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui; costituisce poi onere del contribuente che richieda il rimborso fornire la prova dell’assenza delle condizioni anzidette (ex plurimis, Cass. n. 3676, n. 3673, n. 3678, n. 3680 del 2007). In particolare, a fronte della contestazione dell’ufficio in appello – che la ricorrente ha trascritto in parte qua, indicando il luogo dell’atto difensivo in cui era contenuta -, secondo cui, tra l’altro, il contribuente, negli anni per cui è causa aveva dichiarato “compensi corrisposti a terzi, in media superiori a lire 141.000.000”, la sentenza impugnata, a tenore della quale “il contribuente esercita la propria attività professionale senza l’ausilio di personale dipendente”, si appalesa insufficientemente e non congruamente motivata, ai fini dell’accertamento del requisito dell’autonoma organizzazione, in ordine all’utilizzazione non occasionale del lavoro altrui.
In conclusione, si ritiene che, ai sensi degli artt. 375, primo comma, e 380 bis cod. proc. civ., il ricorso possa essere deciso in Camera di consiglio in quanto manifestamente fondato»;
che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti costituite;
che non sono state depositate conclusioni scritte né memorie;
considerato che il Collegio, a seguito della discussione in Camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e pertanto, ribaditi i principi di diritto sopra enunciati, il ricorso va accolto, la sentenza va cassata e la causa rinviata in relazione al motivo accolto ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Lombardia, la quale procederà ad un nuovo esame della controversia, oltre a disporre in ordine alle spese anche del presente Giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Lombardia.

I punti principali della riforma forense approvata dal Senato.

Alcuni punti importanti della riforma forense, approvata al Senato; il testo va ora alla Camera dei Deputati per il voto.

Specializzazioni: l’avvocato potrà ottenere il titolo di specialista “secondo modalità che sono stabilite con regolamento adottato dal Ministro della Giustizia previo parere del CNF..”. Gli avvocati iscritti all’albo da almeno dieci anni al momento di entrata in vigore della legge non dovranno sostenere corsi ma solamente superare un esame;

Associazioni e società tra avvocati: Le associazioni e le società tra avvocati sono consentite, salvo le società di capitali (art. 4). L’incarico professionale è sempre conferito all’avvocato; i soci hanno responsabilità solidale e illimitata nei confronti dei terzi. Alle associazioni e alle società, oltre agli iscritti all’albo forense, potranno partecipare anche altri liberi professionisti appartenenti alle altre categorie individuate con regolamento del Ministero della Giustizia. L’avvocato potrà essere associato ad una sola associazione o società.

Assicurazione obbligatoria: Diventa obbligatoria la polizza assicurativa a copertura della responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione. La mancata osservanza costituisce illecito disciplinare.

Tariffe: è pur vero che sono stati ripristinati i minimi tariffari (“Tranne che nelle particolari ipotesi disciplinate dalle tariffe”), ma questa non è l’unica novità prevista dall’art. 12 (“Conferimenti dell’incarico e tariffe professionali”). Il suddetto articolo prevede tra le altre cose, infatti, che il compenso professionale debba essere pattuito anticipatamente tra le parti, nel rispetto della libera determinazione di cui all’art. 2233 del c.c., con l’assoluto obbligo di rispetto dei minimi, pena la nullità dell’accordo. Inoltre, è prevista la possibilità di concordare un ulteriore compenso rispetto a quello tariffario, per il caso di conciliazione o di esito positivo della causa, fermi i limiti previsti dal Codice Deontologico. Abolito poi il patto di quota lite, introdotto dal c.d. decreto Bersani.

Formazione continua: l’avvocato sarà obbligato a curare il continuo e costante aggiornamento delle proprie competenze professionali per garantire la qualità dei servizi professionali e per contribuire al migliore esercizio della professione nell’interesse dei clienti e dell’amministrazione della giustizia.

Pubblicità: nel testo viene definita come “Informazioni sull’esercizio della professione”. Viene consentita, purché in maniera “veritiera, non elogiativa, non ingannevole e non comparativa”. I criteri saranno determinati dal CNF.

Incompatibilità: è stato cancellato l’emendamento che consentiva l’iscrizione all’albo di dipendenti, anche part time.

Albo Cassazionisti: se la norma verrà confermata, potrà iscriversi al relativo albo chi avrà maturato otto anni di iscrizione ma avrà anche frequentato la Scuola Superiore dell’Avvocatura, superando anche una prova finale di idoneità.

Esame di Stato: è rimasto sostanzialmente invariato, con la previsione di tre prove, aventi ad oggetto la redazione di un parere in materia di diritto civile, uno in materia di diritto penale e la redazione di un atto giudiziario “in materia scelta dal candidato tra il diritto privato, il diritto penale ed il diritto amministrativo”.  Viene introdotto l’obbligo, e questo lascia sinceramente piuttosto perplessi,  di utilizzare esclusivamente testi di legge senza commenti (e questo è ovvio) ma anche senza citazioni giurisprudenziali. Se lo scopo dell’esame è quello di verificare se il praticante sa redigere un atto, ci chiediamo come lo si possa fare senza giurisprudenza.

Per quanto riguarda l’orale, diventano obbligatorie le due procedure (civile e penale) e sia il diritto civile che quello penale, oltre all’ordinamento e deontologia forense; il tutto insieme ad altre due materie a scelta.

Francamente, per quanto riguarda questo punto, avremmo preferito, anziché un inasprimento dell’esame che sembra fine a se stesso, un maggior controllo sull’effettivo svolgimento della pratica, misto ad un cambiamento delle modalità di effettuazione (penso ad esercitazioni pratiche) in modo che i tirocinanti veramente intenzionati a svolgere la nostra Professione abbiano effettivamente la possibilità di impararla seriamente.

Di seguito il testo integrale approvato al Senato.

Riforma forense Senato

 


 

 

Cassazione 22678/10: il mantenimento dei figli è obbligatorio anche se non se ne ha più la potestà.

Cassazione – Sezione prima – sentenza 29 settembre – 8 novembre 2010, n. 22678
Presidente Luccioli – Relatore Salvago

Svolgimento del processo

La Corte di appello di Bari con sentenza del 24 maggio 2005, in riforma della decisione del 7 luglio 2002 del Tribunale di Trani, ha condannato i coniugi A.N. e C.G.V. a rimborsare al Comune di omissis la somma di Euro 14.743,81, oltre accessori da detta amministrazione versata alla comunità omissis quale retta per l’ospitalità prestata dall’omissis all’omissis alla figlia minore adottata A.M., in esecuzione di un provvedimento emesso ai sensi degli artt. 333 e 336 cod. civ., dal Tribunale per i minorenni di Bari. Ha osservato: a) che l’appello era stato legittimamente proposto dal segretario comunale, cui il sindaco aveva attribuito la qualifica di dirigente di ufficio dirigenziale generale prevista dall’art. 64 dello Statuto; b) che il concetto di beneficenza pubblica non è necessariamente collegato a quello di gratuità implicando anche l’erogazione di servizi a pagamento e la possibilità dell’ente di rivalersi delle spese sostenute nei confronti dei soggetti indicati dall’art. 433 cod. civ.; c) che il relativo obbligo trovava conferma nell’art. 11 del Regolamento comunale che per l’ipotesi di affidamento dei minori presso strutture socio-assistenziali prevedeva l’obbligo dell’amministrazione comunale di provvedere al pagamento delle rette soltanto nell’ipotesi, qui non ricorrente, che detti congiunti non fossero in grado di versarle.
L’A. e la C. hanno proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi, illustrati da memoria; cui resiste il Comune di omissis con controricorso.

Motivi della decisione

Con il secondo motivo del ricorso, dall’evidente carattere pregiudiziale, i coniugi A., deducendo violazione della L. n. 142 del 1990 e L. n. 267 del 2000, censurano la sentenza impugnata per aver dichiarato ammissibile l’appello del Comune con la rappresentanza del segretario comunale, senza considerare che la normativa che attribuisce a quest’ultimo la rappresentanza processuale del Comune non è applicabile a quelli con popolazione inferiore ai 15.000 abitanti, nei quali non è prevista la nomina di direttori generali: infatti non esistenti nell’organico del Comune di omissis avente solo 7.000 abitanti, che può essere rappresentato soltanto dal sindaco.
La censura è infondata.
I ricorrenti hanno ricordato le sole disposizioni dei primi due commi dell’art. 108 T.U. enti locali, appr. con D.P.R. n. 267 del 2000, trascurando quelle successive, le quali dispongono “Nei Comuni con popolazione inferiore ai 15.000 abitanti è consentito procedere alla nomina del direttore generale previa stipula di convenzione tra Comuni le cui popolazioni assommate raggiungano i 15.000 abitanti. In tal caso il direttore generale dovrà provvedere anche alla gestione coordinata o unitaria dei servizi tra i Comuni interessati”. “Quando non risultino stipulate le convenzioni previste dal comma 3 e in ogni altro caso in cui il direttore generale non sia stato nominato, le relative funzioni possono essere conferite dal sindaco o dal presidente della provincia al segretario”.
Proprio quest’ultima fattispecie ha trovato applicazione nel caso concreto, avendo la sentenza impugnata accertato che il Sindaco del Comune di omissis con provvedimento 17 luglio 2002 n. 9, peraltro in conformità alla previsione dell’art. 64 dello statuto, ha conferito al segretario comunale le funzioni suddette ed in particolare quella di rappresentarlo in giudizio; per cui pur continuando la legittimazione a promuovere giudizi in rappresentanza dell’ente Comune a competere in via primaria al sindaco, la stessa è stata correttamente esercitata dal segretario generale nella sua qualità di dirigente di ufficio dirigenziale generale, sia perché la relativa potestà gli è stata attribuita dal sindaco in ottemperanza alla menzionata disposizione dell’art. 108, u.c. del T.U., sia perché la norma regolamentare prevede espressamente che in mancanza del direttore generale la competenza in questione debba venire necessariamente conferita al segretario generale (Cass. 2878/2003).
Con il primo motivo i ricorrenti, deducendo violazione del D.P.R. n. 616 del 1977, art. 23, nonché vizi di motivazione censurano la sentenza impugnata per non aver considerato che il Tribunale per i minorenni aveva disposto il ricovero della minore presso la comunità omissis ponendo il relativo onere a carico del Comune, con la conseguenza: a) che a seguito della sospensione della potestà genitoriale rimaneva sospeso anche il dovere di provvedere al mantenimento della figlia; b) che, d’altra parte, nulla lasciava presumere che il provvedimento di detto Tribunale avesse carattere temporaneo e lasciasse impregiudicato il diritto di rivalsa del Comune nei confronti dei genitori, peraltro privati della potestà nei confronti della minore.
Con il terzo motivo, deducendo violazione del Regolamento comunale sui criteri per l’erogazione dei servizi di natura economica, censurano la sentenza impugnata per aver fondato il diritto suddetto sul menzionato regolamento senza avvedersi che lo stesso si riferiva esclusivamente alle persone che versano in stato di bisogno e che non abbiano congiunti in grado di provvedere ad esse; e che d’altra parte il provvedimento del giudice minorile aveva vagliato le condizioni della minore e della famiglia ponendo la retta a carico del Comune di omissis: senza che a detta autorità amministrativa fosse consentito alcun sindacato in merito alla scelta dell’autorità giudiziaria.
Con l’ultimo motivo deducono violazione anche della L. n. 1580 del 1931, per aver accolto l’azione di rivalsa del Comune senza considerare che l’ente non aveva seguito neppure il procedimento stabilito da quest’ultima normativa;e che non si trattava di recupero di spese di spedalità, bensì di collocazione presso una struttura avente finalità socio-assistenziali.
Le censure sono infondate.
La sentenza impugnata ha accertato, ed i ricorrenti confermato, che questi ultimi avevano proceduto all’adozione ex L. n. 183 del 1984, della minore A.M.; e che successivamente il Tribunale per i minorenni di Napoli dopo aver constatato una serie di aggressioni di quest’ultima nei confronti dei genitori, ne dispose il collocamento presso la comunità omissis con l’onere della retta a carico del Comune di omissis. I coniugi A. hanno aggiunto nel ricorso che con provvedimento dell’omissis successivo ai fatti di causa, che si riferiscono invece all’anno omissis, l’adozione dell’A. veniva revocata per indegnità dell’adottata.
Ora è noto che dal fatto della procreazione sorge in modo necessario un complesso di diritti e di doveri reciproci fra genitore e figlio fra cui appare qui fondamentale il dovere dei genitori sancito dal combinato disposto dell’art. 30 Cost., artt. 147, 148 e 155 cod. civ., di mantenere ed educare i figli. E che, d’altra parte, la L. n. 184 del 1983, art. 27, dispone che “per effetto dell’adozione l’adottato acquista lo stato di figlio legittimo degli adottanti”, per cui l’art. 48, comma 2, impone all’adottante l’obbligo di mantenere, istruire ed educare l’adottato, conformemente a quanto prescritto dall’art. 147 cod. civ.: perciò equiparando anche sotto questo profilo i suoi doveri a quelli del genitore naturale e correlandoli esclusivamente allo status di genitore adottivo.
È egualmente pacifico che l’obbligo di mantenimento dei genitori – tanto naturali quanto adottivi – verso i figli, di contenuto più ampio e comprensivo di quello alimentare, si sostanzia tanto nell’assistenza economica, quanto nell’assistenza morale di costoro (Cass. 6197/2005; 3974/2002); e non cessa per il raggiungimento della maggiore età da parte di essi, ovvero per altra causa,ma perdura – anche indipendentemente dalla loro età – fino a quando i figli non vengono avviati ad una professione, ad un’arte o ad un mestiere confacente alla loro inclinazione e preparazione e rispondente, per quanto possibile, alla condizione sociale della famiglia.
Pertanto, come hanno rilevato la più qualificata dottrina e la giurisprudenza di questa Corte anche più lontana nei tempo (Cass. 38/1976), l’obbligo del mantenimento posto dalla menzionata normativa prescinde dalla potestà dei genitori e sopravvive ad essa in varie ipotesi, come dimostra quella appena evidenziata del figlio che abbia raggiunto la maggiore età; ovvero proprio le fattispecie di impedimento o di decadenza del genitore naturale o adottivo dalla potestà suddetta genitoriale (artt. 330 e 260 cod. civ.): in conformità del resto alla più moderna concezione dell’istituto che si concreta nell’attribuzione a quest’ultimo (o ad entrambi i genitori) non di un diritto soggettivo,bensì di un munus (di diritto privato) comportante un potere, nella sua più limitata accezione di potere-dovere, di curare determinati interessi privati e pubblici del minore. Sicché ove detto ufficio non venga di fatto esercitato, ovvero venga sospeso o addirittura revocato ex artt. 330 e 333 cod. civ., la reazione dell’ordinamento è soltanto quella, ponendo rimedio all’anomalia, di apprestare le opportune misure onde consentirne il regolare funzionamento; o, per converso di limitare oppure escludere del tutto i poteri di rappresentanza nonché di amministrazione che lo stesso comporta.
Il che trova conferma proprio nella menzionata L. n. 184 del 1983, posto che l’art. 5 apporta una deroga all’obbligo del mantenimento da parte dei genitori nel solo caso di affidamento familiare, ponendolo a carico dell’affidatario; e che l’art. 50, per converso, nell’ipotesi di cessazione della potestà da parte dell’adottante o degli adottanti, non dispone affatto il contestuale venir meno del loro obbligo di provvedere al mantenimento dei figli adottivi, che continua ad essere regolato dal combinato disposto del precedente art. 48 e dell’art. 147 cod. civ., ma devolve al Tribunale per i minorenni il potere “di emettere i provvedimenti opportuni circa la cura della persona dell’adottato, la sua rappresentanza e l’amministrazione dei suoi beni, anche se ritiene conveniente che l’esercizio della potestà sia ripreso dai genitori”; e dispone che in tal caso si applichino le disposizioni dell’art. 330 bis cod. civ.
Nel caso concreto si è verificata quest’ultima fattispecie, in quanto la giovane A.M. è stata allontanata dal nucleo familiare dei genitori adottivi (di cui è stata disposta la sospensione della potestà) e collocata presso una casa famiglia ai sensi della L. n. 184 del 1983, art. 2, per effetto del ricordato provvedimento del Tribunale per i minorenni di Bari, adottato in conformità al disposto dell’art. 333 cod. civ., e segg. Per cui, l’obbligo di provvedere al suo mantenimento, nel caso consistente nel pagamento della relativa retta, ha continuato a gravare sui genitori adottivi, essendo collegato esclusivamente al perdurare di tale status e non alla permanenza della minore presso il nucleo familiare dei genitori ovvero alle vicende della potestà genitoriale di questi ultimi.
Questa disciplina non può poi ritenersi modificata per il fatto che il provvedimento suddetto ha posto la retta in questione a carico del Comune di omissis, avendo con esso l’autorità giudiziaria inteso disporne esclusivamente l’anticipazione da parte di detta amministrazione quale prevista dal R.D.L. n. 1404 del 1934, artt. 25 e 26, conv. nella L. n. 835 del 1935, e succ. modif. dove sono indicate le misure applicabili ai minori irregolari per condotta o per carattere.
Fra di esse rientra l’affidamento del minore al servizio sociale minorile, come pure l’ipotesi di cui al successivo art. 26, u.c., in base al quale questa misura “può altresì essere disposta quando il minore si trovi nella condizione prevista dall’art. 333 cod. civ.”: nella quale “il giudice, secondo le circostanze, può adottare i provvedimenti convenienti e può anche disporre l’allontanamento di lui dalla residenza familiare ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta abusa del minore”, adottando provvedimenti qualificati, nel comma 2, come revocabili in qualsiasi momento.
E per entrambe le fattispecie l’art. 25, u.c., stabilisce che: “le spese di affidamento o di ricovero, da anticiparsi dall’erario, sono a carico dei genitori”: restando così definitivamente confermato che il provvedimento del omissis non avrebbe comunque potuto modificare, né ha inteso modificare, come del resto appare ovvio, i profili patrimoniali del rapporto di filiazione.
Neppure tale modifica può essere ricavata, come ritenuto per ultimo dalla sentenza impugnata, “dal compito di assistenza che grava sui Comuni”: ed in particolar modo dal D.P.R. n. 616 del 1977, artt. 23 e 25, che hanno trasferito alle Regioni la materia della assistenza e beneficenza pubblica, comprendente ex art. 38 Cost., anche l’assistenza sociale attribuendo ai Comuni tutte le funzioni amministrative contemplate da dette norme, fra le quali hanno compreso “gli interventi in favore di minorenni soggetti a provvedimenti delle autorità giudiziarie minorili nell’ambito della competenza amministrativa e civile” (Corte Costit. 287/1987; 174/1981), in quanto il legislatore del 1977, in ottemperanza ai precetti contenuti negli artt. 117 e 118 Cost., nonché alla Legge Delega n. 382 del 1975 ha inteso trasferire alle regioni ed agli enti locali funzioni attinenti alla beneficenza ed assistenza pubblica secondo una ridefinizione della materia, contestuale al trasferimento, e cioè “tutte le funzioni relative ad attività e interventi socio-assistenziali, sia attraverso la creazione di infrastrutture che attraverso l’erogazione diretta o indiretta di prestazioni anche a carattere continuativo e previste in via generale dalla legge per determinate categorie di assistibili, nell’ambito della progressiva realizzazione di un sistema di sicurezza sociale”. Sicché a seguito di detto trasferimento i Comuni sono tenuti soltanto ad esercitare “tutte le funzioni amministrative relative all’organizzazione ed alla erogazione dei servizi di assistenza e di beneficenza”.
La legge statale non ha inciso, invece, sulle condizioni e sui titoli necessari per la erogazione dei servizi e la individuazione dei destinatari, rimessi alla legislazione regionale: come conferma nella materia in esame la L. n. 184 del 1983, art. 2, comma 5, per il quale “Le regioni, nell’ambito delle proprie competenze e sulla base di criteri stabiliti dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, definiscono gli standard minimi dei servizi e dell’assistenza che devono essere forniti dalle comunità di tipo familiare e dagli istituti e verificano periodicamente il rispetto dei medesimi”. Né ha inteso rendere la materia “beneficenza pubblica” gratuita, mantenendo anzi espressamente la distinzione tra “erogazione di servizi, gratuiti o a pagamento” (art. 22): così come del resto avveniva nel regime preesistente (cfr. L. n. 6972 del 1890, art. 78, e segg.) ove esemplificativamente la L. n. 1580 del 1931, art. 1 (in vigore anche dopo l’emanazione della L. n. 833 del 1978) regolava la rivalsa delle spese di ricovero sostenute dai Comuni in favore di coloro “che non si trovino in condizioni di povertà”; ed è stato ritenuto da questa Corte applicabile anche all’ipotesi di servizi socio – assistenziali resi a domanda, con anticipazione degli oneri da parte del Comune e con il diritto dell’Ente di agire direttamente nei riguardi del ricoverato o, in via di rivalsa, nei riguardi di coloro che sarebbero stati obbligati alla prestazione alimentare (ex artt. 433 e 437 cod. civ.) durante il periodo della degenza (Cass. 3629/2004; 4460/2003; 4837/2000; 481/1998).
È d’altra parte significativo che la L. n. 184, art. 1, comma 2, abbia predisposto interventi di sostegno e di aiuto solo a favore delle famiglie indigenti e che il successivo art. 22, disponetene il Tribunale per i minorenni prima di decidere sulla domanda di adozione debba eseguire le opportune indagini per accertare tra l’altro anche la situazione economica dei richiedenti.
In ottemperanza a questa normativa, il Comune di omissis, come accertato dalla sentenza impugnata ha stabilito nel proprio Regolamento relativo ai servizi sociali, approvato con Delib. consiliare 13 febbraio 1997, n. 9, per l’ipotesi di “affidamento dei minori presso strutture socio-assistenziali” (art. 11) che l’amministrazione debba provvedere al pagamento delle rette solo nel caso in cui “i parenti tenuti agli alimenti non siano in grado di contribuire totalmente o parzialmente al pagamento delle rette di mantenimento presso le strutture residenziali”. Sicché, non avendo i ricorrenti impugnato detto regolamento presso il giudice competente, e neppure prospettato di versare in una delle situazioni indicate dalla menzionata disposizione, anche al lume di detto provvedimento che non li includeva tra i soggetti esonerati dal pagamento della retta in questione, correttamente la sentenza impugnata li ha dichiarati obbligati ai rimborso di questa, anticipata dal Comune per il collocamento della figlia adottiva presso la casa famiglia omissis e relativa al periodo in cui l’adozione non era stata revocata.
Le spese del giudizio gravano su questi ultimi e si liquidano in favore del Comune di omissis come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali, che liquida in favore del Comune di omissis in complessivi Euro 1.700,00 di cui Euro 1.500,00 per onorario di difesa, oltre a spese generali ed accessori come per legge.

Collegato Lavoro (legge 4 novembre 2010 n. 183): il Ministero del Lavoro ha pubblicato la prima circolare di istruzioni sulla fase transitoria per quanto riguarda le conciliazioni dinanzi alle Direzioni Provinciali del Lavoro

Circolare Min. Lavoro 25 novembre 2010

Consulenze, pareri e quesiti

Vi ricordiamo che per richiedere un parere o consulenza, o per formulare un quesito, è possibile scrivere all’indirizzo consulenza@studiotantalofornari.it oppure utilizzare gli altri recapiti indicati nella pagina “Informazioni e contatti”. Ricordiamo anche che il primo parere è sempre gratuito.

Separazione: nell’assegnazione della casa coniugale l’interesse primario da tutelare è quello dei figli, non quello del patrimonio familiare (Cassazione 23591/2010)

Cassazione – Sezione prima – sentenza 19 ottobre – 22 novembre 2010, n. 23591
Presidente Luccioli – Relatore Cultrera

Svolgimento del processo

Con ricorso 8 marzo 2001, D. R. L. ha chiesto al Tribunale di Belluno di pronunciare la sua separazione dal coniuge C. G., con cui aveva contratto matrimonio il omissis, con affidamento a suo favore dei figli Gi., A., G. ed An., e l’adozione dei conseguenti provvedimenti in ordine al diritto di visita del padre, all’assegnazione della casa coniugale ed alla determinazione del contributo di mantenimento.
Radicatosi il contraddittorio, il convenuto ha chiesto addebito della separazione a carico della moglie, con affidamento dei figli alla madre ed obbligo della stessa di contribuire al loro mantenimento.
Il Tribunale adito, con sentenza n. 29/6-7/11/2005, ha pronunciato la separazione con addebito alla D. R., le ha affidato le figlie minori G. ed An. regolamentando il diritto di visita del padre, ha assegnato a quest’ultimo la casa coniugale, fissandone il rilascio alla data del 31 ottobre 2006, stante l’eccessivo costo di gestione che ne rendeva opportuna la vendita. Ha infine determinato a carico del predetto un contributo a favore di ciascuno dei figli, ivi compresi quelli maggiorenni non ancora autonomi, nell’importo mensile di euro 600,00 ed un contributo mensile di euro 900,00 per il canone di locazione dell’immobile destinato alla famiglia, ed ulteriore contributo di euro 600,00 mensili per l’assistenza della figlia An. affetta da grave patologia.
La decisione è stata impugnata dalla D. R. in via principale e dal C. in via incidentale innanzi alla Corte d’appello di Venezia che, con sentenza n. 615 depositata il 5 aprile 2006, in parziale riforma della precedente decisione, ha attribuito alla D. R. un assegno alimentare di euro 500,00 aggiornabile annualmente, gravandone del pagamento il coniuge separato, ed ha invece escluso l’obbligo di quest’ultimo di contribuire al mantenimento del figlio Gi., siccome, ormai maggiorenne, viveva e lavorava col padre che lo manteneva ed assisteva.
Quest’ultima decisione è stata infine impugnata innanzi a questa Corte dalla D. R. con ricorso articolato in tre motivi. Ha resistito il C. con controricorso.

Motivi della decisione

Col primo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione in ordine all’assegnazione della casa coniugale e violazione dell’art. 155 comma 4 cod. civ..
Sostiene che la motivazione è illogica ed insufficiente in quanto il provvedimento in oggetto si basa su considerazioni di ordine economico, identificate in un presumibile depauperamento dell’asse ereditario, e tralascia di contro la necessaria valutazione sull’interesse della prole. È inoltre contraddittoria in quanto nel contempo le riconosce il contributo alimentare in ragione della necessità di assistere la prole, in specie la piccola An., seriamente impedita.
Ascrive al giudicante errore di diritto per non aver preso in considerazione una eventuale assegnazione parziale dell’abitazione familiare in attesa della sua vendita.
Formula quesito di diritto con cui chiede se la disciplina degli interessi della prole, con riguardo alla conservazione dell’habitat domestico, possa ammetterne la non assegnazione al genitore affidatario, privo di reddito proprio e tenuto ad assistere un figlio infermo, per ragioni di natura patrimoniale.
Il resistente replica che la decisione rende conto, con ampia e puntuale motivazione, della disapplicazione del criterio invocato da controparte che, lungi dal dettare qualsivoglia automatismo, è solo preferenziale. La censura perciò non avrebbe fondamento giuridico.
Il motivo è fondato.
Assume la Corte territoriale che l’assegnazione della casa coniugale alla D. R., affidataria dei figli, non è praticabile ragionevolmente poiché le spese di gestione e mantenimento dell’alloggio, rappresentato da una villa, non si giustificano e paiono contrarie all’interesse dei figli futuri eredi per il costante prevedibile depauperamento dell’asse ereditario che conseguirebbe a continui e cospicui esborsi, presumibilmente in aumento.
L’approdo consuma violazione della norma contenuta nell’art. 155 comma 4 cod. civ. nel testo applicabile “ratione temporis” che, secondo esegesi consolidata (per tutte Cass. n. 3030/2006, n. 1545/2006, n. 25686/2009), disponendo che l’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli, non detta effettivamente una regola assoluta secondo cui l’assegnazione sarebbe automatica conseguenza del provvedimento di affidamento, ma orienta piuttosto il potere discrezionale del giudice di provvedere all’assegnazione secondo criterio preferenziale, la cui applicazione non può però mai prescindere dalla valutazione del persistente interesse dei figli affidati a risiedere nella casa familiare, che, tenuto conto della ratio dell’istituto, va riferito all’esigenza di assicurare loro la permanenza nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti ed ove s’incentrano interessi e consuetudini della famiglia.
Pur avendo riflessi economici, valorizzati dall’art. 6 della legge n. 898/1970 in materia di divorzio, l’assegnazione non è subordinata ad interessi di natura economica. Sicuramente non può mirare a sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole ponendosi quale componente dell’assegno previsto dagli artt. 156 c.c.; in senso opposto ma speculare, non può essere subordinata alle esigenze connesse all’onere finanziario gravante per la manutenzione dell’immobile sul coniuge proprietario esclusivo della casa, ma non affidatario.
La scelta cui il giudice è chiamato, in conclusione, non può prescindere dall’affidamento dei figli minori o dalla convivenza con i figli maggiorenni non ancora autosufficienti che funge da presupposto inderogabile dell’assegnazione. Il criterio preferenziale posto dalla norma in esame esclude infatti che il coniuge non affidatario possa pretendere l’assegnazione se tutti i figli sono stati affidati all’altro coniuge. Suddetta scelta, inoltre, neppure può essere condizionata dalla ponderazione tra gli interessi di natura solo economica dei coniugi o tanto meno degli stessi figli, in cui non entrino in gioco le esigenze della permanenza di questi ultimi nel quotidiano loro habitat domestico. Deve invece ed assolutamente essere subordinata a suddetta ultima imprescindibile esigenza, sulla quale possono interferire ma non certo prevalere interessi di carattere economico, ancorché riferiti, indirettamente, alla sfera patrimoniale degli stessi figli.
L’assegnazione della casa familiare in conclusione è uno strumento di protezione della prole e non può conseguire altre e diverse finalità.
Il Collegio ritiene di dover confermare tale orientamento, non ravvisando né nelle argomentazioni del controricorrente né nella stessa motivazione della sentenza impugnata sufficienti ragioni per discostarsene. L’assegnazione della casa coniugale a favore del C. disposta dalla Corte territoriale prescinde immotivatamente dal fatto che egli non aveva l’affidamento dei figli, che pur rappresentava condizione necessaria ancorché non sufficiente per la concessione del beneficio; si giustifica inoltre in base a considerazioni di esclusivo carattere patrimoniale, omettendo qualsiasi riferimento all’esigenza di protezione dei figli affidati alla madre non proprietaria della casa, in particolare, della minore inferma, abituata a muoversi nell’abitazione familiare nonostante la patologia motoria da cui è affetta, che pur rappresentava imprescindibile criterio di valutazione, alla cui luce occorreva condurre il predicato bilanciamento tra gli interessi economici considerati.
La decisione è in conclusione affetta da errore di diritto.
Col secondo motivo la ricorrente denuncia violazione dell’art. 151 c.c. e vizio di motivazione in ordine all’addebito della separazione. Sostiene che seppur accertata, la sua infedeltà non è causa di addebito in quanto entrambi i giudici di merito hanno omesso l’esame delle ragioni che hanno portato al deterioramento del rapporto di coniugio. Occorreva infatti la prova che la sua relazione fosse stata la causa della crisi, e non si è accertato che è stata invece la crisi che ha provocato la sua infedeltà. Difetta nella motivazione ogni riferimento al fatto che il marito era alcolista ed aveva contratto malattie veneree a causa delle sue abitudini sessuali. È inadeguata la misura dell’assegno di mantenimento determinato a favore dei figli e dell’assegno alimentare a lei attribuito.
Il motivo si conclude con la formulazione di quattro quesiti di diritto: 1. – se la violazione dell’obbligo di fedeltà determini ex se la crisi matrimoniale o se preesistesse nel caso di specie pregressa intollerabilità della convivenza causata dall’altro coniuge; 2. – se la condotta dell’uno possa essere valutata senza confrontarla con quella dell’altro; 3. – se in assenza di addebito al marito possa esaminarsi la domanda di mantenimento nella forma meno ampia della prestazione alimentare; 4. – se l’art. 155 c.c. può prevedere la misura del mantenimento dei figli prescindendo dalla valutazione complessiva del patrimonio dell’obbligato.
Il resistente replica al motivo deducendone l’infondatezza in ciascuno dei suoi profili.
Il motivo deve essere rigettato.
La decisione impugnata ha confermato la precedente statuizione in ordine all’addebito della separazione a carico dell’odierna ricorrente poiché non sono emersi elementi a carico del C., mentre è invece accertato che la D. R. ha dato causa alla crisi per la rilevata infedeltà, posta in essere peraltro con modalità oggettivamente offensive per l’onore ed il decoro del coniuge.
La critica indirizzata contro tale approdo, fondata su astratta evocazione di principio di diritto, richiama istanze istruttorie e produzione documentale, la cui disamina si assume trascurata, di cui, in violazione del principio di autosufficienza che assiste il presente ricorso per cassazione, è però omessa la riproduzione del testo. In forza del citato principio il ricorrente ha infatti l’onere “sia di dimostrare la sussistenza di un nesso eziologico tra l’errore denunciato e la pronuncia emessa in concreto, sia di indicare specificamente anche mediante integrale trascrizione nel ricorso le circostanze concrete che formavano oggetto dei capitoli di prova o il contenuto esatto del documento asseritamente pretermesso. Ciò per dar modo al giudice di legittimità di verificare la validità e la decisività delle disattese deduzioni sulla sola base del ricorso per cassazione senza che si rendano necessarie indagini integrative o che possa, all’uopo, svolgere funzione sostitutiva il richiamo “per relationem” ad altri atti o scritti difensivi presentati nei precedenti gradi di giudizio”. In parte qua il motivo è perciò inammissibile. Nel resto esprime generica censura riguardante la misura del contributo di mantenimento per i figli e dell’assegno alimentare disposto a carico del C., asseritamente non proporzionato alle sue entrate patrimoniali. Anche in questo profilo il motivo è articolato con la genericità già riscontrata, in quanto non vengono riprodotte le risultanze istruttorie che il giudice d’appello avrebbe immotivatamente disatteso nel determinare l’assegno in favore dei figli, ed è perciò inammissibile. È invece infondato laddove critica il criterio equitativo di liquidazione dell’assegno alimentare attribuito alla ricorrente, cui è stata addebitata la separazione. In questa contingenza, venuto meno l’obbligo del coniuge incolpevole di assistenza materiale e morale nella sua interezza, è residuato a suo carico solo l’obbligo di assicurare all’altro, se in stato di bisogno, di sopperire all’assenza di mezzi di sostentamento, ma non certo per assicurare il medesimo tenore di vita corrispondente alla posizione economica e sociale goduta durante la vita matrimoniale. A differenza di quanto dispone l’art. 156 c.c. in relazione all’assegno di mantenimento che deve essere determinato in modo da cercare di riequilibrare le condizioni patrimoniali delle due parti sì che possano conservare il precedente stile di vita goduto in costanza di matrimonio, il diritto agli alimenti, che spetta anche se al coniuge meno abbiente è stata addebitata la separazione per colpa, non può assicurargli lo stesso agio goduto prima della crisi coniugale, ma deve solo consentirgli di disporre di mezzi adeguati a condurre una vita dignitosa.
È a questo criterio che deve ispirarsi la determinazione della sua misura, sicché non rilevano le condizioni patrimoniali del coniuge chiamato a soddisfare col suo sforzo economico le anzidette esigenze.
Col terzo motivo la ricorrente lamenta omessa ammissione di prova orale sul comportamento del C. ed omesso esame della perizia investigativa che ne dava conto. Si chiede con conclusivo quesito di diritto se il giudice può immotivatamente escludere le istanze istruttorie di una parte ed omettere la pronuncia sull’acquisizione di atti sulla cui produzione, contestata, si è riservato di decidere.
Il resistente deduce in replica l’infondatezza del mezzo.
Il motivo deve essere dichiarato inammissibile in ragione della sua genericità. In palese violazione del principio di autosufficienza del presente ricorso, omette la riproduzione sia dei capitoli di prova di cui lamenta omessa ammissione sia del testo dell’atto asseritamente disatteso.
Tanto premesso, il primo motivo deve essere accolto e gli altri devono essere rigettati. La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio alla Corte d’appello di Venezia che dovrà pronunciare alla stregua del seguente principio: l’assegnazione della casa familiare non può prescindere dall’affidamento dei figli minori o dalla convivenza con i figli maggiorenni non ancora autosufficienti che funge da presupposto inderogabile dell’assegnazione, e per l’effetto non può essere disposta a favore del coniuge proprietario esclusivo se tutti i figli sono stati affidati all’altro coniuge. Gli interessi di natura strettamente economica dei coniugi ovvero degli stessi figli assumono rilievo nella misura in cui non prevalgano, comportandone sacrificio, sulle esigenze della permanenza di questi ultimi nel quotidiano loro habitat domestico.
Sarà compito del giudice d’appello provvedere altresì al governo delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo e rigetta gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte d’appello di Venezia in diversa composizione anche per le spese del presente giudizio.

Divorzio: l’ex moglie va mantenuta anche se rifiuta un posto di lavoro (Cassazione 22504/2010)

Corte di Cassazione Civile sez. I 4/11/2010 n. 22504
Svolgimento del processo

Con la sentenza di cui in epigrafe, la Corte di appello di Roma, in riforma della decisione del locale tribunale del 17 maggio 2002 che, successivamente a sentenza parziale che aveva pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio tra P.U. e C.F. dopo circa tre anni di vita matrimoniale, aveva determinato un assegno di divorzio mensile di Euro 510,00, con la rivalutazione annuale secondo gli indici ISTAT a carico dell’uomo, ha accolto in parte il gravame dello stesso ed ha ridotto la somma di cui al primo grado ad Euro 250,00 mensili ed accessori, compensando le spese del grado.

Ad avviso della Corte di merito, infondato era il motivo di appello del P. che aveva denunciato una ultrapetizione del tribunale, perchè la C. aveva domandato nel costituirsi un assegno mensile di L. 900.000 mentre le era stato riconosciuto il diritto alla maggior somma di Euro 510,00 (L. 987.000) al mese; ha ritenuto la sentenza impugnata che la misura più alta dell’assegno comprendesse la rivalutazione dalla data della domanda a quella della decisione e che non vi fosse quindi violazione della corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

La Corte d’appello ha poi confermato la sussistenza del diritto all’assegno in ragione della mancanza di condizioni reddituali o patrimoniali della donna che le consentissero di godere lo stesso tenore di vita fruito durante la vita matrimoniale; considerato il carattere consensuale della separazione e la brevità della durata del matrimonio, il diritto all’assegno derivava per la donna dalla palese sperequazione tra le condizioni economiche delle parti, dato che il P. fruiva di redditi annuali di Euro 25.000,00 mentre la C. era disoccupata, convivendo con i genitori ed essendosi nuovamente iscritta alla facoltà di medicina dopo la separazione, anche se non aveva sostenuto esami.

La Corte di merito ha rilevato poi che la donna aveva rifiutato un posto da segretaria ad (omissis), per essere il luogo di lavoro lontano da casa e ritenendosi inadatta al tipo di mansioni offerte;

pertanto, la C. non poteva ritenersi responsabile della carenza di mezzi economici che differenziava la sua posizione rispetto a quella del P. e la solidarietà postconiugale imponeva la integrazione a carico dell’ex marito delle entrate della donna, al fine di garantirle un treno di vita simile a quello goduto manente matrimonio.

Comunque la brevità della durata della vita matrimoniale e il connesso modesto contributo della donna alla formazione del patrimonio familiare comportavano una misura modesta dell’assegno di divorzio, anche in considerazione del fatto che vi era una chiara idoneità al lavoro della C. per la sua giovane età, e quindi il contributo mensile a carico del P. è stato ridotto ad Euro 250,00 mensili con la rivalutazione annuale a decorrere dalla domanda.

Per la cassazione della sentenza che precede, il P. ha proposto ricorso di due motivi, notificato il 10 – 11 ottobre 2006 alla C., che non resiste in questa sede.

Motivi della decisione
1.1. Il primo motivo del ricorso del P. deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 112, 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c. , n. 3, avendo la Corte di merito escluso la ultrapetizione del tribunale, il quale, a suo avviso, nel liquidare un assegno maggiore di quello originariamente chiesto dalla C., aveva solo adeguato alla svalutazione la somma mensile attribuita alla donna nell’udienza presidenziale del 2 marzo 2000, superando, con tale statuizione, la misura di quanto chiesto dalla donna con la costituzione in giudizio.

Il quesito conclusivo prospetta come disapplicazione dell’art. 112 c.p.c., il principio adottato dalla Corte di merito per il quale, nel decidere, il giudice esattamente determina un assegno di divorzio maggiore di quello chiesto, con propria e autonoma deduzione.

1.2. Il secondo motivo di ricorso lamenta omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un ratto decisivo in ordine all’applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, come modificata con L. n. 84 del 1987 e degli artt. 115 e 116 c.p.c., in rapporto all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

Anche la determinazione del minor assegno di Euro 250,00 mensili contraddice con la rilevata circostanza che la C. ha rifiutato la sistemazione lavorativa offertale di segretaria di un’azienda:

tale rifiuto del lavoro, da solo, avrebbe giustificato una revoca dell’assegno, che invece erroneamente non vi è stata.

La donna, pur essendo stata iscritta per alcuni anni dopo la separazione alla facoltà di medicina, non ha dato prova di avere sostenuto alcun esame, evidenziando di non avere interesse a predisporre una situazione in cui possa maturare per lei una possibilità di attività lavorativa; inoltre nessuna prova vi è stata sul tenore di vita nei tre anni di matrimonio delle parti che, anzi, in detta fase, hanno coabitato con i genitori del marito.

Solo dopo la separazione l’uomo ha ereditato immobili dalla famiglia di origine, mentre la donna è rimasta colposamente priva del lavoro, rendendosi volontariamente priva di redditi sufficienti a garantirle un treno di vita analogo a quello fruibile e non fruito dai coniugi durante la vita matrimoniale.

La sintesi-quesito finale del secondo motivo di ricorso chiede di accertare se non vi sia stata illogica e contraddittoria motivazione della, sentenza impugnata per avere ridotto l’originario assegno ad Euro 250,00 mensili invece di revocarlo, dopo avere accertato il rifiuto dalla C. di una proposta lavorativa.

2.1. Il primo motivo di ricorso deve necessariamente dichiararsi inammissibile, per difetto di interesse, in ragione dell’accoglimento parziale del gravame del P..

La Corte d’appello infatti, se ha rigettato l’appello sulla extrapetizione del primo giudice, che aveva determinato la misura dell’assegno in una somma maggiore di quella chiesta, ha poi ridotto lo stesso ad una misura minore di quella chiesta dalla C. in primo grado, a decorrere dalla data prevista dal primo giudice, con la conseguenza che la statuizione per la quale vi è stata la denuncia di ultrapetizione è venuta meno e, con essa, anche l’interesse del P. alla decisione sul motivo di impugnazione relativo ad una decisione che comunque, per effetto dell’accoglimento parziale del gravame, riduce al di sotto di quanto domandato alla C. con la comparsa di costituzione nel primo grado del giudizio di divorzio, la misura dell’assegno (sulla decorrenza dell’assegno dalla domanda cfr. Cass. 15 novembre 2002 n. 16066), per effetto di circostanze antecedenti alla costituzione della donna in tribunale, che hanno determinato la misura del contributo mensile a carico del P. inferiore al richiesto (Cass. 2 febbraio 2006 n. 2338), con conseguente inammissibilità del motivo di ricorso per carenza di interesse del ricorrente.

2.2. E’ inammissibile anche il secondo motivo di ricorso avverso la sentenza impugnata, il quale non censura adeguatamente, anche nella sintesi finale, le carenze motivazionali della pronuncia, non indicando ratti decisivi, valutati invece in sede di merito per giustificare il rifiuto dalla C. dell’offerta di lavoro, come la distanza da casa dell’ufficio e la inidoneità della donna alle mansioni a lei proposte, domandando solo una nuova valutazione delle circostanze di fatto in sede di legittimità, preclusa dalle ragioni espresse nella decisione oggetto di ricorso, incompatibili con la pretesa revoca dell’assegno.

3. In conclusione, entrambi i motivi di ricorso sono preclusi e l’impugnazione deve dichiararsi inammissibile; le spese di causa devono restare a carico del ricorrente, non essendosi l’intimata difesa in questa sede.

P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Cade per un tombino sporgente, il Comune è responsabile dei danni se manca il segnale di pericolo per strada dissestata (Cassazione 23277/2010)

Cassazione – Sezione terza – sentenza 13 ottobre – 18 novembre 2010, n. 23277
Presidente Trifone – Relatore Amendola

Svolgimento del processo

I fatti di causa possono così ricostruirsi sulla base della sentenza impugnata.
A. D’., con atto di citazione notificato il 12 gennaio 1989, convenne in giudizio il Comune di omissis chiedendo il ristoro dei danni patiti a seguito di una caduta, determinata dallo stato di dissesto del fondo stradale.
L’ente, costituitosi in giudizio, contestò la domanda attrice.
Con sentenza del 12 febbraio 2004 il Tribunale di Napoli rigettò la domanda.
Su gravame della soccombente, la Corte d’appello l’ha invece ritenuta fondata e, per l’effetto, ha condannato il Comune di omissis al pagamento in favore della D. della somma di euro 55.798,54.
Avverso detta pronuncia ha proposto ricorso per cassazione, illustrato anche da memoria, il Comune di omissis, formulando un solo, complesso motivo con pedissequo quesito.
Ha resistito con controricorso la D..
Il giudizio, rinviato a nuovo ruolo all’udienza del 19 febbraio 2006, a seguito del decesso del difensore dell’intimata, è stato trattato e deciso all’udienza odierna.

Motivi della decisione

1. Nell’unico mezzo il Comune di omissis lamenta insufficienza della motivazione su un punto decisivo della controversia. Oggetto della critica è il convincimento del giudice a quo in ordine alla eziologia dell’evento lesivo. Secondo la Corte territoriale, invero, l’instabilità del tombino sul quale la D. era andata ad inciampare costituiva evento imprevedibile, e quindi insidia per l’ignaro passante, idonea all’affermazione dell’efficienza causale della condotta della P.A. nella determinazione dell’evento.
Sostiene invece il deducente che, considerate le caratteristiche di tempo e di luogo in cui si era verificato il sinistro, l’attrice bene avrebbe potuto prevedere un pericolo per la sua incolumità e, conseguentemente, adottare tutte le cautele necessarie ad evitare che esso si materializzasse, transitando sul lato della strada non interessato dai lavori.
2. La doglianza è infondata.
È consolidata affermazione di questo giudice di legittimità che, in tema di responsabilità per danni da beni di proprietà della Pubblica amministrazione, qualora non sia applicabile la disciplina di cui all’art. 2051 cod. civ., in quanto sia accertata in concreto l’impossibilità dell’effettiva custodia del bene, a causa della notevole estensione dello stesso e delle modalità di uso da parte di terzi, l’ente pubblico risponde dei pregiudizi subiti dall’utente, secondo la regola generale dell’art. 2043 cod. civ., norma che non limita affatto la responsabilità della P.A. per comportamento colposo alle sole ipotesi di esistenza di un’insidia o di un trabocchetto. Conseguentemente, secondo i principi che governano l’illecito aquiliano, graverà sul danneggiato l’onere della prova dell’anomalia del bene, che va considerata fatto di per sé idoneo – in linea di principio – a configurare il comportamento colposo della P.A., mentre spetterà a questa dimostrare i fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità in cui l’utente si sia trovato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la suddetta anomalia o l’impossibilità di rimuovere, adottando tutte le misure idonee, la situazione di pericolo (confr. Cass. 6 luglio 2006, n. 15383).
Non è superfluo aggiungere che siffatto ordine di idee ha a suo tempo ricevuto il significativo avallo della Corte costituzionale la quale, chiamata a scrutinare la conformità con gli artt. 3, 24 e 97 della Costituzione degli artt. 2051, 2043 e 1227 cod. civ., ha ritenuto infondato il dubbio proprio in ragione della aderenza ai principi della Carta fondamentale del nostro Stato dell’interpretazione affermatasi nella giurisprudenza di legittimità (confr. Corte cost. n. 156 del 1999).
2.1. Principio altrettanto pacifico è poi che, allorquando si faccia valere la responsabilità extracontrattuale della pubblica amministrazione per danni subiti dall’utente a causa delle condizioni di manutenzione di una strada pubblica, la valutazione della sussistenza di un’insidia, caratterizzata oggettivamente dalla non visibilità e soggettivamente dalla non prevedibilità del pericolo, costituisce un giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimità se adeguatamente e logicamente motivato (confr. Cass. civ., 19 luglio 2005, n. 15224).
3. Venendo al caso di specie, il giudice di merito ha affermato che l’instabilità del tombino costituiva, in mancanza di qualsivoglia segnalazione dei lavori in corso e di recinzione della zona interessata, un pericolo occulto e imprevedibile, segnatamente rimarcando l’incongruità della linea difensiva della convenuta amministrazione – volta a rovesciare sull’infortunata la responsabilità dell’accaduto – alla luce del criterio, di elementare buon senso, che proprio per la mancanza di ogni segnalazione, l’utente poteva camminare indifferentemente sull’uno o sull’altro lato della strada.
Ciò significa che il decidente ha valutato, in termini che non possono essere tacciati di implausibilità e di illogicità rispetto al contesto fattuale di riferimento, la sussistenza dei presupposti per l’applicabilità del presidio generale di cui all’art. 2043 cod. civ. e ha poi dato del suo convincimento una motivazione esaustiva e corretta. Tanto basta perché la relativa valutazione si sottragga al sindacato di questa Corte.
Il ricorso deve pertanto essere rigettato.
Segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in complessivi euro 4.200 (di cui euro 200 per spese), oltre IVA e CPA, come per legge.