Per il Vicepresidente del CSM Vietti l’obbligatorietà della mediazione e’ un principio da non abbandonare

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Nel suo discorso in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario anche il Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura , Michele Vietti, richiama all’importanza della mediazione, ricordando: <<Nell’ottica di assicurare efficaci strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, capaci di deflazionare l’insostenibile domanda di giustizia ordinaria, l’obbligatorietà  della mediazione e’ un principio da non abbandonare, pur nel rispetto della pronuncia della Corte costituzionale. Il ricorso alla giustizia togata non può essere l’unica via di risoluzione del contenzioso: in paesi altrettanto civili l’attività di conciliazione stragiudiziale assorbe gran parte del ceto forense, con risultati appaganti sia per lo Stato, sia per i professionisti, sia per i loro clienti. L’introduzione del filtro nell’appello civile, con qualche margine di miglioramento, corrisponde all’idea secondo cui non possiamo più permetterci tre gradi di giudizio per ogni controversia, a prescindere dalla sua natura e dal suo valore.>>

Per il Primo Presidente del CSM Lupo occorre insistere sulla mediazione come strumento deflattivo

DA MONDOADR (WWW.MONDOADR.IT)

Nell’Aula Magna della Corte di Cassazione ha avuto luogo la  cerimonia di inaugurazione del nuovo anno giudiziario alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e delle più alte autorità dello Stato. Il primo presidente della Suprema Corte Ernesto Lupo legge la Relazione sull’Amministrazione della Giustizia nell’anno 2012 , si riportano a seguire gli snodi cruciali in tema di mediazione:

<<Gli strumenti di risoluzione delle controversie alternativi alla giurisdizione (ADR),
pur non potendo essere considerati direttamente come strumenti generali di deflazione del  contenzioso, ma costituendo più propriamente forme di risposta a domande di giustizia di  particolare natura, possono certamente fornire un contributo alla riduzione dell’accesso alle  corti o quanto meno alla riduzione del numero delle decisioni giudiziarie. Nella valutazione  di tali strumenti, la CEPEJ ha individuato tre diverse tipologie di procedimento, la mediazione, la conciliazione e l’arbitrato, non sempre presenti negli ordinamenti di tutti gli  Stati e spesso differenziate secondo criteri diversi (ad esempio, il patteggiamento della pena  è considerato una forma di mediazione in Francia, ma non in Italia e nei Paesi Bassi). La
previsione di ADR è comunque in continua espansione, anche se diverse sono le materie  per le quali esse sono previste e le forme nelle quali si realizzano: in particolare, l’ordinamento italiano esclude dalla mediazione gli affari amministrativi e, al pari di quello
della Germania e del Regno Unito, anche gli affari penali, mentre l’ordinamento francese  e quello spagnolo ammettono la mediazione per tutti gli affari.
Com’è noto, con sentenza n. 272 del 2012 la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del d.lgs. 4 marzo 2010, n. 28, emanato dal Governo in  attuazione della delega conferita dall’art. 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69, nella parte in
cui, nel disciplinare la mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali, prevedeva, all’art. 5, comma 1, l’obbligatorietà del ricorso a tale strumento alternativo di definizione delle controversie, condizionando, in numerose tipologie di controversie civili, la procedibilità della domanda giudiziale al preventivo esperimento del procedimento di mediazione.

Nelle precedenti relazioni sull’amministrazione della giustizia, pur esprimendosi qualche riserva in ordine alla disciplina specificamente dettata dal decreto legislativo, in particolare con riguardo alla genericità dell’indicazione delle categorie di controversie  assoggettate all’obbligo di mediazione, si era formulato un giudizio complessivamente positivo in ordine all’istituto in esame, evidenziandosi l’idoneità dello stesso a favorire una  riduzione della durata dei processi civili attraverso la rimozione della principale causa di tale fenomeno, comunemente individuata nell’incapacità del nostro sistema giudiziario di far  fronte ad una domanda di giustizia in costante crescita.
La brevità del periodo in cui la normativa ha avuto applicazione nel suo testo originario non ha consentito di verificare appieno la fondatezza di tali auspici, soprattutto con riguardo alle controversie in materia di condominio e risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti, per le quali l’obbligo della mediazione è entrato in vigore soltanto il 20 marzo 2012 (a differenza delle controversie in materia di diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari, per le quali ha trovato applicazione dal 21 marzo 2011). Ciò che può dirsi, peraltro, sulla base dei dati statistici forniti dal Ministero della giustizia (DGStat), è che il procedimento in questione ha avuto ampia applicazione non solo nelle controversie, come quelle in materia di diritti reali (19,3% dei casi), locazione (12,7% dei casi), divisione (5,6% dei casi), successioni ereditarie (3,3% dei casi), in cui il raggiungimento di un accordo tra le parti è agevolato dalla natura personale dei rapporti intercorrenti tra le parti e dal carattere non  seriale degli interessi coinvolti, ma anche nelle controversie che, come quelle in materia di contratti bancari (9,1% dei casi) e assicurativi (8,3% dei casi), investono prevalentemente rapporti di massa.
L’efficacia deflativa dell’istituto trova poi conferma nella costatazione che, là dove le  parti vi hanno fatto ricorso, esso si è rivelato realmente capace di favorire una soluzione conciliativa della controversia, avendo condotto ad una definizione concordata nel 46,4% . Essendo però in quelli penali davanti al giudice di pace prevista invece una forma di conciliazione ad opera del giudice per i reati perseguibili a querela, che può realizzarsi anche attraverso interventi di mediazione di centri e strutture pubbliche (art. 29, commi 4 e 5, d. lgsl. 28 agosto 2000, n. 274).36 dei casi in cui entrambe le parti sono comparse

Positivo sarebbe potuto risultare il  giudizio anche in ordine al livello di adesione delle parti alla procedura, in costante incremento (dal 26% al 35,7%) dall’entrata in vigore del decreto legislativo fino al momento in cui l’obbligo della mediazione è divenuto applicabile anche alle controversie in materia di risarcimento dei danni derivanti da circolazione dei veicoli e natanti, se su tale dato non avesse pesato in misura determinante l’atteggiamento di sfiducia, se non addirittura di preconcetta opposizione, manifestato dalle compagnie di assicurazione, le quali si sono astenute sistematicamente dal comparire dinanzi ai mediatori.
Questi rilievi, unitamente alla considerazione che nel 16% dei casi le parti hanno  scelto di percorrere la strada della mediazione senza esservi costrette da alcuna disposizione di legge, dovrebbero indurre a meditare approfonditamente sulla convenienza di abbandonare al proprio destino un istituto la cui disciplina, opportunamente rimodulata alla luce della pronuncia d’illegittimità costituzionale, potrebbe contribuire a fornire una risposta tempestiva ed efficace alle esigenze di tutela nei rapporti tra privati.
In tale prospettiva, pur dovendosi prendere atto che, come ritenuto dal Giudice delle leggi, l’obbligatorietà del ricorso alla mediazione, assunta dal legislatore delegato quale profilo caratterizzante nella disciplina dell’istituto, non trovava adeguato riscontro nei principi e criteri direttivi enunciati dalla legge delega, ispirati invece alla volontarietà
dell’iniziativa e all’intento di promuoverne la diffusione mediante la previsione di incentivi di carattere fiscale, non può non osservarsi che la scelta di favorire l’utilizzazione di strumenti di risoluzione delle controversie alternativi alla giurisdizione risponde ad esigenze di deflazione del contenzioso e di miglioramento dell’accesso alla giustizia fatte proprie anche dagli organi dell’Unione europea. Significativa, al riguardo, è la circostanza che, nel rilevare il difetto di delega, la Corte costituzionale abbia avvertito la necessità di sottolineare il legame dell’art. 60 della legge n. 69 del 2009 e del d.lgs. n. 28 del 2010 con i seguenti atti comunitari: a) la risoluzione del Consiglio europeo di Tampere del 15 e 16 ottobre 1999, avente ad oggetto la creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nell’Unione europea; b) la direttiva 2008/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 maggio 2008, nella quale si afferma esplicitamente che la mediazione «può fornire una risoluzione extragiudiziale conveniente e rapida delle controversie in materia civile e commerciale», aggiungendosi che «gli accordi risultanti dalla mediazione hanno maggiori probabilità di essere rispettati volontariamente e preservano più facilmente una relazione amichevole e sostenibile tra le parti»; c) la risoluzione del Parlamento europeo del 25 ottobre 2011, sui metodi alternativi di soluzione delle controversie in materia civile, commerciale e familiare, nella quale, pur escludendosi l’imposizione generalizzata di un sistema obbligatorio di ADR a livello di UE, si prevede la possibilità di valutare un meccanismo obbligatorio per la presentazione dei reclami delle parti al fine di esaminare la possibilità di ADR; d) la risoluzione del Parlamento europeo del 13 settembre 2011, nella quale, passandosi in rassegna le modalità con cui alcuni Stati membri hanno proceduto all’attuazione della direttiva sulla mediazione, si osserva che «nel sistema giuridico italiano la mediazione obbligatoria sembra raggiungere l’obiettivo di diminuire la congestione nei tribunali».

Il problema è che l’aderente non è comparso nel 64,2% dei casi, onde la percentuale di quasi la metà si riferisce soltanto al 31,2% delle mediazioni iscritte. E’ pur vero che dai predetti atti non si desume alcuna opzione esplicita o implicita a favore del carattere obbligatorio della mediazione, in quanto il legislatore comunitario si è preoccupato soltanto di disciplinare le modalità secondo le quali il procedimento può essere strutturato, senza imporre né consigliare l’adozione del modello obbligatorio, ma limitandosi a stabilire che resta impregiudicata la legislazione che rende obbligatorio il ricorso alla mediazione (cfr. art. 5, comma 2, della direttiva 2008/52/CE). Peraltro, come ha rilevato lo stesso Giudice delle leggi, la Corte di giustizia UE, nella sentenza 18 marz0 2012, in causa C-317/08 ha riconosciuto, sia pure come obiter dictum e in riferimento a specifiche fattispecie, quantitativamente limitate e con una struttura peculiare, l’inesistenza di «un’alternativa meno vincolante alla predisposizione di una procedura obbligatoria, perché l’introduzione di una procedura extragiudiziale meramente facoltativa non costituirebbe uno strumento altrettanto efficace per la realizzazione degli obiettivi perseguiti».
La fine anticipata della legislatura ha impedito l’esame di proposte di modificazione della disciplina della mediazione, idonee a vincere le resistenze culturali nei confronti di modalità innovative di gestione dei conflitti civili, attraverso l’imposizione quanto meno iniziale dell’obbligatorietà del tentativo di conciliazione in alcune materie, magari temperata dalla previsione di una procedura meno gravosa nelle liti in cui esso ha minori chances di successo: mi riferisco, in particolare, alla proposta di rendere obbligatorio non il tentativo di conciliazione, ma solo quello di un incontro preliminare con il mediatore, al fine di valutare in concreto l’opportunità di procedere al tentativo, ovvero di porvi termine in quella sede, con costi e tempi decisamente inferiori. Nell’attesa che il nuovo Parlamento prenda in esame proposte simili ed altre  volte a favorire il ricorso alla mediazione, non può che ribadirsi quanto già affermato nelle relazioni sull’amministrazione della giustizia degli scorsi anni, e cioè che il successo d’interventi legislativi volti ad apprestare e promuovere l’utilizzazione di strumenti alternativi di risoluzione delle controversie esige un forte coinvolgimento di tutti i potenziali attori del processo, e quindi non solo delle parti, cui si richiede «una salda fiducia nella possibilità di trovare un accomodamento dinanzi al mediatore», ma anche della classe forense, chiamata a recuperare «la vocazione alla conciliazione delle parti in conflitto, che il nostro ordinamento assegna all’avvocato come fisiologico ruolo funzionale alla piena realizzazione della tutela dei diritti». Neppure va sottovalutata l’importanza dell’iniziativa del giudice, la cui facoltà di invitare le parti a tentare la mediazione, finora sottoutilizzata (2,8% dei casi), potrebbe contribuire a promuoverne la diffusione, soprattutto se accompagnata da un adeguato monitoraggio degli esiti di tale invito.
La praticabilità di questi interventi è testimoniata dagli stessi dati statistici relativi al breve periodo di applicazione del decreto legislativo, dai quali risultano, oltre alla già  menzionata disponibilità delle parti ad avvalersi della mediazione al di fuori delle ipotesi espressamente previste dalla legge, l’ampio ricorso dei contendenti all’assistenza legale (della quale si sono avvalsi l’84% dei proponenti e l’85% degli aderenti), che non ha rappresentato un ostacolo al conseguimento dei risultati positivi già segnalati
(raggiungimento dell’accordo nel 46% dei casi), nonché i vantaggi derivanti dalla mediazione in termini di risparmio di tempo, o quanto meno l’inesistenza di svantaggi in termini di dilatazione dei tempi processuali (dal momento che la durata dei procedimenti non è risultata superiore ai 77 giorni, rispetto ad una durata del processo di primo grado che si aggira mediamente sui 1.066 giorni.

I testi completi delle relazioni dei partecipanti sul sito del Ministero di Giustizia.

Riforma forense: il dossier esplicativo del CNF

Il Consiglio Nazionale Forense ha pubblicato un dossier esplicativo della riforma della legge professionale, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 18 gennaio scorso.

Di seguito il link, dove è possibile trovare anche tutti gli allegati:

Riforma forense: il dossier del CNF

Un’agenda di politica economica per la giustizia civile (di Leonardo D’Urso)

Secondo la classifica Doing Business 2013” della Banca Mondiale, con il primato negativo di 1.210 giorni l’Italia si colloca al 160° posto, sui 185 paesi analizzati, per la durata di una normale controversia di natura commerciale. La Germania è al 5° posto, gli Stati Uniti al 6°, la Francia all’8° e il Regno Unito al 21°. In questa classifica diventata punto di riferimento per gli investitori internazionali, l’Italia è persino battuta dall’Iraq al 141° posto. Riusciamo a stento a superare l’Afghanistan che si colloca dopo di noi al 164° posto. Per secoli l’Italia è stata considerata la culla del diritto moderno, oggi ne rappresenta la tomba. Operatori del diritto e classe  politica e dirigente non hanno mai compreso appieno l’importanza che riveste il funzionamento della giustizia civile per la crescita economica e le misure urgenti e indifferibili che occorrono attuare immediatamente.

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La situazione disastrosa in cui versa la giustizia civile italiana è anche frutto dell’assenza di una chiara strategia di politica economica della giustizia. Tutti gli studi di analisi economica del diritto, raffrontando i dati internazionali, convergono sulla conclusione che in Italia i tempi dei processi civili sono straordinariamente lunghi a causa di un eccesso di domanda di giustizia, a fronte di una offerta e di investimenti in linea con le medie europee. Tra costante aumento delle iscrizioni a ruolo e durata dei processi esiste infatti una relazione positiva.

Per accelerare i tempi dei processi civili occorre pertanto, prioritariamente, adottare politiche volte a: (1) disincentivare il ricorso pretestuoso al tribunale; (2) ridurre drasticamente l’arretrato; (3) migliorare l’efficienza dei tribunali; (4) aumentare i luoghi e le occasioni di risoluzione delle controversie in affiancamento ai tribunali. Diversamente, ogni proposta per snellire lo svolgimento del processo e di spending review della spesa pubblica della giustizia sarà vanificata dal profluvio di cause pretestuose, e dal peso di quelle arretrate. Inoltre, la riduzione della domanda patologica di giustizia nel campo civile libererebbe giudici, personale e strutture a favore della giustizia penale, rafforzando l’attività di contrasto dello Stato alle mafie e alla criminalità, accelerando i processi degli imputati in attesa di giudizio e impendendo la prescrizione delle pene.

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Disincentivare il ricorso pretestuoso alla giustizia civile – lato domanda

Fino a quando ricorrere o resistere in giudizio sapendo di avere torto conviene, i tribunali continueranno ad essere polo d’attrazione per cause pretestuose, o facilmente risolubili diversamente, a danno di quelle serie e che invece richiedono l’intervento del magistrato. Il Rapporto 2012 del CepejEuropean Commission for the Efficiency of Justice del Consiglio d’Europa – evidenzia che in Italia vengono iscritte a ruolo 3.958 cause per 100.000 abitanti, il doppio della Germania e il 43% in più della Francia. L’obiettivo di  avvicinarsi alla media dei Paesi aderenti al Consiglio d’Europa di 2.738 cause per 100.000 abitanti richiede una riduzione della domanda del 30%.

  1. Adeguamento del tasso di interesse legale al tasso di mercato. L’applicazione di un tasso legale (attualmente al 2,5%) inferiore al tasso di mercato favorisce il debitore, cui conviene resistere in giudizio pur sapendo d‘avere torto. A fine causa, in sede di liquidazione delle relative spese, gli interessi sul capitale devono essere calcolati in base ai tassi di mercato – aumentati di uno o due punti – vigenti durante la durata della pendenza. L’eliminazione del differenziale tra tasso legale e di mercato, e della sua predeterminazione ex-ante, rimuoverebbe uno dei maggiori incentivi ad agire e resistere in giudizio per calcolo economico.
  2. Pagamento di un ticket integrativo di fine processo pari alle spese sostenute dallo Stato. Lo Stato italiano spende per il funzionamento dei tribunali 50,3 euro per abitante, il 36% in più della media europea, ossia 37 euro per abitante. Di contro, l’erario incassa, tramite il contributo unificato, solo il 10,7% della spesa pubblica per la giustizia civile, contro una media europea del 28,3%. Di conseguenza, circa il 90% del costo del servizio giustizia ricade su tutti i contribuenti, alimentando l’effetto noto come moral hazard: le parti sono incentivate a ricorrere o resistere in giudizio in quanto i costi associati a un eventuale esito negativo ricadranno sulla collettività. Per evitare un ulteriore aumento del contributo unificato all’inizio del processo, si può raggiungere l’obiettivo della media europea applicando automaticamente la regola della soccombenza e condannando al pagamento, a favore dell’erario, di un “ticket integrativo di fine processo”, pari alla eventuale differenza tra il contributo unificato e le spese effettivamente sostenute dallo Stato per celebrare il processo (calcolate sulla base delle ore effettive impiegate dal magistrato). In caso di mancato pagamento, il recupero dovrà essere affidato a Equitalia Giustizia che iscriverà a ruolo il credito.
  3. Sanzioni automatiche per l’abuso del processo. Occorre applicare criteri automatici e oggettivi per infliggere sanzioni pecuniarie, a favore di chi vinca, in caso di lite o resistenza temeraria (ex art. 96 cpc), sganciate dall’entità del danno e collegate alla condotta del soccombente. Inoltre, si dovrebbe punire anche l’eventuale condotta dell’avvocato, in caso di dolo accertato nell’accesso ingiustificato al tribunale, e introdurre la segnalazione obbligatoria all’Autorità Giudiziaria da parte del Ministero della Giustizia, in caso di statistiche anomale in particolari aree geografiche o settori di contenzioso (ad es. la distribuzione anomala per cui nel 2010 il 52% di tutte le cause di RC auto davanti al Giudice di Pace iniziate in Italia si sono concentrate nel distretto di Napoli con un distacco enorme dal secondo posto del distretto di Roma di appena il 6%).
  4. Eliminazione della liquidazione giudiziale delle parcelle. E’ opportuno introdurre la “regola americana” in cui ciascuna parte paga il proprio avvocato, indipendentemente dall’esito del giudizio. Conseguentemente, occorre eliminare la liquidazione giudiziale delle parcelle degli avvocati – anche con i riferimenti ai parametri –  perché altera la libera concorrenza dei prezzi nel settore dell’assistenza legale e la libera contrattazione dei diversi possibili criteri di remunerazione. In tal modo si favorisce la libera contrattazione tra avvocato e cliente e il ricorso al patto di quota lite o ai criteri intermedi tra una remunerazione a  forfeit, a tempo e a successo. Gli economisti del diritto hanno dimostrato che la regola della soccombenza applicata alle spese legali disincentiva le transazioni e le conciliazioni, favorendo l’escalation del ricorso ai gradi superiori anche nella speranza della riallocazione delle spese legali.
  5. Obbligo e incentivi alla sottoscrizione di polizze di tutela legale. Nei settori ad alta litigiosità (es. condominio, rc auto, locazioni, etc.) si dovrebbe introdurre l’obbligo della stipula e dell’effettivo utilizzo di polizze assicurative di tutela legale, oltre a incentivarne l’uso più generale da parte di tutti. In questo modo, il rischio economico legato a tutte le spese giudiziali e stragiudiziali e alle eventuali sanzioni, saranno coperte dalla compagnia di assicurazione a fronte del pagamento di un premio assicurativo. Cosi facendo, gli avvocati delle compagnie assicurative disincentiverebbero contenziosi inutili. Esiste infatti una relazione positiva tra la diffusione delle polizze di tutela legale (come in Germania e Olanda) e la riduzione del contenzioso, perché gli accordi stragiudiziali vengono favoriti.

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Ridurre sensibilmente il contenzioso pendente – lato domanda (arretrata)

A causa del perdurante squilibrio tra domanda e offerta, alla fine del 2011 i tribunali italiani hanno accumulato ben 5.339.342 procedimenti pendenti. Un piano straordinario per la riduzione dell’arretrato è indispensabile per ridurre la durata dei processi. In mancanza delle risorse per assumere nuovi giudici, l’entrata in vigore delle sanzioni, dell’applicazione degli interessi di mercato e del ticket integrativo di fine processo (di cui al punto precedente), anche per le cause pendenti, stimolerebbe le parti e gli avvocati a un’accurata analisi decisionale se proseguire nella causa o trovare un accordo.

  1. Sessione informativa delegata dal giudice. Per ordine del giudice, in tutte le cause in corso le parti dovrebbero partecipare a un incontro informativo con un mediatore per valutare seriamente le possibilità di risolvere bonariamente la lite o proseguire la causa.
  2. Vantaggi fiscali per la risoluzione extragiudiziale delle cause in corso. Per un periodo di un anno, le parti e gli avvocati che avranno deciso di transigere una lite pendente in tribunale, ovvero di avviare una procedura di arbitrato o di mediazione, avranno diritto a incentivi fiscali sull’accordo, sul lodo e sui compensi maturati dall’assistenza legale. Sulla base di una valutazione dei rischi e dei costi del proseguimento della causa, i funzionari pubblici rappresentanti della pubblica amministrazione dovrebbero essere esentati dalla responsabilità personale in caso di transazione o mediazione.
  3. Assunzione di nuovi giudici. Con i ricavi provenienti dal “ticket integrativo di fine processo” e dalla ottimizzazione delle spese si potranno assumere giudici e cancellieri destinati esclusivamente allo smaltimento del contenzioso pendente.

Urgenza di spending review e della presenza di manager nei tribunali  – lato offerta

Con 4.676 sentenze prodotte ogni anno per 100.000 abitanti, i giudici italiani sono tra i più produttivi in Europa: una performance superiore del 76% rispetto alla media europea di 2.663 sentenze. La produttività dei giudici italiani è del 150% più alta dei colleghi tedeschi e del 60% di quelli francesi. La spesa pubblica per la giustizia civile è di € 3.051.375.987 (se si escludono i pubblici ministeri, il gratuito patrocinio e le carceri), pari allo 0,20% rispetto alla spesa pubblica complessiva e di poco inferiore alla media europea dello 0,24%. Di contro, abbiamo la metà dei giudici e del personale amministrativo e, prima dei recenti accorpamenti, il 21% in più di tribunali. Le statistiche smentiscono quindi il luogo comune che dal lato dell’offerta i tribunali italiani non siano produttivi. E’ vero esattamente il contrario. In un periodo di contrazione generale della spesa pubblica, è sostanzialmente impossibile, nonché inutile, aumentare il budget destinato ai tribunali perché esso andrebbe solo ad accrescere il deficit a spese della collettività.

  1. Spending Review della spesa pubblica della giustizia. Occorre spendere meglio e incassare di più erogando il servizio giustizia per avere risorse finanziarie da reinvestire nel sistema. Come sta accadendo per il servizio sanitario, occorre una profonda spending review che identifichi ed elimini inefficienze, anche rinegoziando i contratti con certi fornitori. Ad esempio, a fronte delle concessioni governative per gli operatori telefonici lo Stato deve pretendere il servizio gratuito delle intercettazioni. Il solo raggiungimento della media europea di circa il 30% nella copertura del budget di spesa tramite il “ticket integrativo di fine processo” farebbe incassare circa un miliardo di euro. Ogni singolo tribunale dovrebbe redigere e rendere pubblico il proprio bilancio di spese e di entrate, nonché fornire statistiche in tempo reale sul numero, la tipologia delle cause e sui tempi medi di decisione.
  2. Rivedere i criteri di remunerazione dei giudici. I giudici togati italiani sono remunerati più della media dei colleghi europei; inoltre, gli avanzamenti sono quasi sempre decisi sulla base dell’anzianità. Occorre rivedere i criteri di remunerazione, valorizzando al tempo stesso il merito, la specializzazione e la responsabilità. Con il 48% di giudici in meno rispetto alla media europea, è indispensabile ridurre drasticamente le posizioni “fuori ruolo”. È poi urgente una revisione della remunerazione dei giudici di pace e un loro ricambio, innalzando la qualità e abolendo il pagamento per udienza, che tende ad allungare i processi e ad aumentare i costi della procedura.
  3. Introdurre la figura del “Direttore del Tribunale”. Occorre separare nettamente le competenze manageriali da quelle giudiziarie nella gestione dei tribunali, con l’inserimento della figura del manager. Come negli ospedali, il Direttore del Tribunale deve avere il potere di organizzare e informatizzare i processi lavorativi e i carichi di lavoro dei giudici e del personale. I giudici devono invece concentrarsi sulla celebrazione dei processi, supportati da un ufficio costituito anche da giovani laureati. Per poter avere effetti duraturi, ogni riorganizzazione o applicazione di best practices deve essere gestita da manager con i necessari poteri in collaborazione paritaria con i giudici.

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Ampliare l’offerta affiancando i tribunali – lato offerta

La gestione del contenzioso civile e commerciale in Italia è affetta da una visione “tribunale-centrica” che, come osservato, vede lo Stato operare in regime di sostanziale monopolio. Eppure, non c’è ragione perché una controversia tra privati debba essere necessariamente gestita dallo Stato, addossando a tutti i contribuenti la maggior parte del suo costo. Come in altri settori fondamentali, anche nella giustizia civile è possibile, ed anzi occorre, meno Stato e più concorrenza. Attraverso il ricorso alle procedure di ADR (negoziazione diretta, tavoli paritetici, mediazione e arbitrato) si amplia l’offerta degli strumenti di risoluzione delle controversie a disposizione dei cittadini e delle imprese, senza gravare sulla spesa pubblica. Contemporaneamente, distribuendo la domanda di giustizia tra più soggetti che offrono il servizio si rendono molto più efficienti i tribunali, il cui carico di lavoro si riduce a livelli più gestibili.

  1. Negoziazione diretta. Come ad esempio in Germania, occorre introdurre la possibilità di far divenire titolo esecutivo il contratto di transazione che chiude una lite se le parti sono assistite da avvocati. La negoziazione tributaria (impropriamente denominata “mediazione”) sta producendo ottimi risultati per tutte le parti.
  2. Progressività degli strumenti di risoluzione delle liti. Prima di iniziare una nuova causa, le parti dovrebbero partecipare a un incontro informativo per valutare le possibilità dell’inizio di una procedura di mediazione o di arbitrato.
  3. Mediazione. Occorre rivedere profondamente i criteri di accreditamento degli organismi di mediazione perché ne venga assicurata la reale indipendenza, trasparenza e professionalità, e riscrivere insieme all’avvocatura il decreto sulla mediazione, in base dell’esperienza dei due anni di vita del decreto legislativo 28/2010. Le Camere di Commercio, gli organismi forensi e gli organismi di natura privata, se adeguatamente vigilati dal Ministero della Giustizia, possono affiancare molto efficacemente i tribunali nella soluzione delle controversie.
  4. Un nuovo arbitrato. Occorre rilanciare l’arbitrato, facendone uno strumento veloce, trasparente e poco costoso, ossia qualcosa di molto diverso da quello che si conosce oggi. Confermando il divieto per i giudici e i funzionari dello Stato a ricoprire la funzione di arbitri, come dimostrano diverse esperienze estere l’arbitrato può portare un importante contributo alla risoluzione di piccole e grandi controversie, se amministrato in regime di libera concorrenza senza tariffe minime.

In conclusione, il diritto di accesso alla giustizia non deve essere demagogicamente presentato come libera e indiscriminata facoltà di adire la cancelleria del tribunale per depositare un ricorso, bensì come diritto a chiedere e ottenere una soluzione definitiva della lite in tempi ragionevoli. Connotato come diritto della collettività, e non esclusivamente individuale, questo stesso principio fondamentale della Costituzione presuppone e rende persino necessaria, da parte dello Stato, la previsione di una molteplicità di tutele, di fori dove esercitarle, e dell’illiceità del contenzioso giudiziario pretestuoso.

Transazioni commerciali: tasso legale dell’8,75% per i ritardati pagamenti (Comunicato del Ministero dell’Economia del 17 gennaio 2013)

Ministero dell’Economia e delle Finanze, comunicato 17 gennaio 2013; G.U. 17 gennaio 2013, n. 14
Saggio degli interessi da applicare a favore del creditore nei casi di ritardo nei pagamenti nelle transazioni commerciali

Ai sensi dell’art. 5 del decreto legislativo n. 231/2002, come modificato dalla lettera e) del comma 1 dell’art. 1 del decreto legislativo n. 192/2012, si comunica che per il periodo 1° gennaio-30 giugno 2013 il tasso di riferimento è pari allo 0,75 per cento.

Allo 0,75, come sopra determinato, si deve aggoungere la maggiorazione di 8 punti percentuali. Il tasso sino al 30 giugno è quindi pari all’8,75%.

Il Comitato ADR & Mediazione risponde ai nuovi vertici dell’OUA

Logo Comitato

Destano serie perplessità le dichiarazioni rese dal neo presidente dell’O.U.A. Nicola Marino nell’articolo apparso ieri, 17 gennaio, sulla testata giornalista Italia Oggi.

Il titolo stesso del pezzo non faceva presagire nulla di positivo: “Riforma forense da rivedere. Mediazione, no senza ma”

Adeguandosi alla moda del momento, quella di stilare “Agende”, anche Nicola Marino, rispondendo alle domande del cronista, snocciola le priorità per il 2013 dell’O.U.A. Tra le tante, quella che interessa maggiormente lo scrivente anche nella sua qualità di presidente del Comitato A.D.R. & Mediazione è la seguente: “Porteremo avanti tutte le battaglie che la vecchia giunta dell’Oua ha già messo in cantiere, dalla mediazione alla geografia giudiziaria, alla governance fino all’accesso della professione” precisando che tra le priorità vi sarà la linea dura contro la reintroduzione della obbligatorietà della mediazione.

Sinceramente, siamo veramente stufi di questa “guerra santa” che da due anni a questa parte i vertici dell’O.U.A., hanno intrapreso nei confronti della mediazione civile e commerciale!

Il Comitato, che abbiamo l’onore ed il privilegio di presiedere, composto anche da molti avvocati i quali, come tanti loro colleghi non hanno conferito alcun mandato all’OUA, è nato con la mission di intavolare con tutti coloro i quali si rendano disponibili, un dialogo costruttivo al fine di diffondere la cultura della mediazione e non può restare in silenzio dinanzi a questo ulteriore attacco.

Speravamo che con il ricambio di governance avvenuto si potesse parlare in maniera serena di mediazione, invece ci accorgiamo che gli attuali vertici sono più sordi dei precedenti, anche se è difficile da credere.

Ritenevamo, a torto, che e la battaglia portata avanti dall’Oua contro la mediazione si limitasse alla  condizione di procedibilità che la stessa rappresentava per le controversie vertenti sulle materie elencate all’art. 5 del d.lgs 28/2010, che, vorrei ricordare al neo Presidente,  è stato poi dichiarato illegittimo (seppure per solo eccesso di delega) con sentenza del 24 ottobre 2012.

Pertanto, questa alzata di scudi  sembra un inutile accanimento contro un istituto “depotenziato” e lascia a dir poco perplessi anche alla luce incontestabile del fatto che non sembrava affatto che l’avvocatura fosse contraria alla mediazione in quanto tale, perché, diversamente, non avrebbe istituito presso ogni tribunale un proprio organismo di mediazione, come, invece, ha fatto.

Non solo, non deve dimenticare il collega che moltissimi avvocati, non solo apprezzano l’istituto, ma con esso ci lavorano come mediatori e come formatori, e che più del 90% dei mediatori sono avvocati, così come si evince dai dati statistici pubblicati dal ministero della giustizia. Come detto, poi, ricordiamo che l’OUA è ben lungi dal rappresentare tutta la categoria.

Pertanto, prima di lanciarsi in dichiarazioni bellicose contro la mediazione, farebbe bene a guardarsi intorno e raccogliere le opinioni di tutte la parti che compongono la classe forense, anche di quelle che vedono nella mediazione un’alternativa moderna alla giustizia statale, espressione del principio di sussidiarietà applicato alla sua amministrazione. Proprio come vorrebbe l’Europa!

Si faccia convinta l’Oua che molti avvocati non credono più ad una visione esclusivamente “tribunale centrica” dell’art. 24 della Costituzione, nell’illusione che il ricorso al giudice sia l’unica soluzione per porre rimedio alle controversie[1], (Dr. Michele Vietti – relazione anno giudiziario anno 2012) ma crede che “La pretesa di far passare dal processo il contenzioso più alto d’Europa produce l’ingolfamento del sistema e dilaziona o addirittura non consente la risposta di giustizia. Nel settore civile ciò significa percorrere con maggior coraggio forme di risoluzione alternativa delle controversie: mediazione, tentativo di … conciliazione, arbitrato, anche interno a settori economici o sociali quale esemplarmente va strutturandosi nel sistema bancario e finanziario (ABF)[2] (ibidem)

Non solo, una parte dell’avvocatura, a cui appartengono gli avvocati- mediatori,  si augura che tutti gli operatori della giustizia lavorino e si impegnino per trovare soluzioni valide che portino il nostro Paese ad una posizione più dignitosa nella classifica “ Doing Business 2013” per la durata dei processi che oggi ci vede al 160 posto dopo L’Iraq e prima dell’Affganistan,  due posti ancora più sotto di due anni fa’( sic!).

Un Organismo Unitario dell’Avvocatura degno di rappresentare la classe forense “non può non comprendere appieno l’importanza che riveste il funzionamento della giustizia per la crescita economica del nostro Paese[3](Dr. Leonardo D’Urso , Un’Agenda Politica economica per la giustizia n.d.r.) e quanto  ormai siano urgenti e indifferibili  le misure da attuare immediatamente  per renderlo competitivo.

Lo stesso Presidente della Corte di cassazione Dr. Ernesto Lupo ci ammonisce che “la giurisdizione è una risorsa limitata, delicata, costosa e preziosa e va riservata a garanzia di beni fondamentali affidando gli altri beni a valide e diverse forme alternative di tutela”.[4]

Se non si comprende appieno questo e non si coglie la gravità della situazione in cui versa il nostro sistema Giustizia, non troveremo mai nessuna soluzione valida ai nostri annosi problemi. Continueremo ad essere posizionati nei posti più bassi delle classifiche mondiali e continueremo ad essere considerati dal resto del mondo  un piccolo Paese, vecchio e antiquato, chiuso in se stesso, rappresentato da soggetti  che impostano la loro politica con miope visione, giusto per tutelare gli interessi  di pochi a donno degli interessi di molti.

Forse l’O.U.A. avrebbe fatto meglio e farebbe meglio ora a concentrare i suoi sforzi per evitare l’approvazione, prima, e per migliorare ora una legge di riforma della professione penalizzante per i giovani e favorevole solo ai grandi Studi.

Avv. Paolo Fortunato Cuzzola (Presidente)                                  Avv. Luca Tantalo (Vice Presidente)