La mediazione conviene anche alle banche

Come noto, nel progetto di legge di riforma del processo civile, è previsto che vengano eliminate dalle materie sottoposte al tentativo di mediazione (in realtà al primo incontro) quella bancaria e quella relativa alle successioni ereditarie e allo scioglimento di comunioni in generale.

La “colpa” delle prime è di non funzionare; mentre la “colpa” delle seconde è di funzionare troppo bene, dato che vantano un ampio tasso di successo. Non è dato di sapere cosa dovrebbe accadere per le mediazioni bancarie, mentre le seconde (che funzionano benissimo, tanto che spesso si riesce anche a recuperare il rapporto personale tra le parti, grazie all’esperienza di mediatori appositamente formati e costantemente aggiornati), dovrebbero essere affidate a Notai e custodi giudiziari i quali, evidentemente sforniti della necessaria esperienza e non per colpa loro del tutto impreparati nelle fondamentali tecniche di negoziazione, dovrebbero limitarsi a redigere un progetto di divisione e a sottoporlo all’approvazione delle Parti. Queste, naturalmente, nella stragrande maggioranza dei casi lo rifiuteranno, sia perché non avrebbero avuto necessità dell’intervento di un terzo per redigerlo (e quindi non si sarebbero rivolte a questi nuovi “mediatori”), sia perché un asettico progetto di divisione non tiene conto né dei reali interessi delle Parti, né di quelle che sono le emozioni delle stesse, fondamentali in questa materia, e che solo un bravo mediatore riuscirà a far emergere e controllare.

Avrò modo di tornare sull’argomento relativo a questa seconda tipologia di materie, e sui motivi per cui è indispensabile che rimangano nell’ambito della mediazione; oggi vorrei però affrontare, grazie allo spunto che mi ha offerto la bravissima collega e amica Alessandra Grassi, su quanto converebbe anche alle Banche affrontare le controversie in mediazione.

Già in situazioni normali, infatti, per gli istituti di credito rivolgersi al Tribunale, in caso di sofferenze bancarie, significa praticamente perdere tempo e denaro, tanto che spesso questi crediti vengono ceduti a delle aziende che li acquistano, a valori molto inferiori a quelli reali, per cercare di recuperarne almeno una parte, e che spesso concludono accordi a cifre nettamente più basse rispetto a quelle del credito originario.

L’alternativa, come detto, è quella di rivolgersi al Tribunale, con costi importanti e tempi praticamente indefinibili, e con la possibilità (sempre più rilevante) di avere poi un titolo pressoché inutile, poiché ineseguibile per il fallimento o la liquidazione delle persone giuridiche e l’incapienza del patrimonio delle persone fisiche.

A maggior ragione, questa problematica si sta acuendo in questo momento drammatico, in cui la chiusura delle attività disposta ormai da un anno dalle autorità, sta sottraendo liquidità alle imprese (da quelle più piccole a quelle più grandi), con le relative problematiche anche per i rapporti bancari. E secondo il modestissimo parere di chi scrive, gli effetti di queste chiusure indiscriminate devono ancora svilupparsi nel loro modo più grave.

Peraltro, le stesse Banche dovrebbero rendersi finalmente conto, particolarmente in questo lungo e martoriato periodo, di avere un’importantissima funzione sociale, cioè quella di collaborare con le imprese e le famiglie per superare questa gravissima crisi, e che non verrà certamente realizzata mettendole in difficoltà, o facendo fallire (o chiudere) le attività, o pignorando i beni a persone che già non possono lavorare da mesi- Anche perché, in questo modo, si viene a ridurre sensibilmente il numero di possibili clienti delle banche, che in un futuro, una volta superata questa terribile fase, potrebbero decidere di ricorrere al credito bancario per riprendere le loro attività o per iniziarne di nuove.

Quale soluzione potrebbe esserci, quindi, in alternativa a quanto sopra accennato? L’unica soluzione praticabile è quella della mediazione, che potrebbe dare (e spesso dà) ottimi risultati se avviata direttamente dalle Banche, senza attendere che la situazione debitoria del cliente sia ormai irrecuperabile. Come dice la bravissima Alessandra Grassi, “le banche devono necessariamente abbandonare la logica della mera contrapposizione rispetto al creditore inadempiente”; anche perchè spesso, in questo tremendo momento storico, questi non ne ha alcuna colpa.

Portarlo ad una “soluzione” che tale non è, cioè l’esecuzione nei suoi confronti, non ha molto senso, sia perché spesso non porta ad un risultato utile, sia perchè “uccide” quello che, con un buon accordo, potrebbe essere ancora, e per anni, un buon cliente.

Ricordiamo che la procedura di mediazione, oltre ad avere dei costi irrisori, ha una serie di vantaggi importanti:

  • il costo, notevolmente più basso rispetto a quello di un procedimento giudiziario;
  • il credito di imposta di 500 euro in caso di accorso;
  • la rapidità: nel termine massimo di tre mesi si arriva ad una risoluzione della questione, con un verbale che costituisce titolo esecutivo, del tutto equivalente a una sentenza;
  • la riservatezza: nel caso delle banche, ogni trattativa fa storia a se, e il contenuto dell’accordo non può essere rivelato a terzi;
  • l’ambiente, dato che il mediatore (professionista formato e aggiornato costantemente, terzo imparziale) incontra le parti in un ambiente informale ma confortevole, e le mette a suo agio, senza limiti di tempo e senza che nelle stanze delle trattative vi siano altre persone se non quelle direttamente coinvolte;
  • la possibilità, per chi deposita l’istanza di mediazione, di scegliere l’organismo di mediazione presso il quale depositare l’istanza, in modo tale da investire della questione quello che offre le maggiori garanzie di professionalità;
  • la possibilità di svolgere la mediazione interamente online, con ulteriore risparmio di costi e tempi;
  • la possibilità, nel caso in cui non si riesca a trovare un accordo, di chiedere al mediatore di formulare una proposta, che spesso si rivela risolutiva;
  • infine (e questo è veramente un elemento da non sottovalutare), la possibilità di chiedere all’organismo di nominare un Consulente Tecnico in Mediazione, che a costi notevolmente inferiori e in tempi molto più rapidi rispetto al Tribunale, fornisca una perizia indipendente, spesso molto importante per definire la questione.

Tutti questi elementi consentono alle Banche di risolvere rapidamente questioni importanti ma anche di livello economico minore (ma sempre molto importanti per le Parti), in modo rapido ed efficace; ma soprattutto, con la mediazione, si può salvaguardare il rapporto, e far sì che l’odierno debitore, invece di subire danni irreparabili, rimanga un cliente affezionato, che in futuro usufruisca nuovamente del sistema bancario.

Per maggiori informazioni: www.adrcenter.com, organismo iscritto al n. 1 dell’apposito Registro presso il Ministero della Giustizia.

Il comportamento poco corretto di un legale nei confronti del mediatore costituisce illecito deontologico?

Dire che sono stufo, dopo oltre 3.500 mediazioni, del comportamento di alcuni Colleghi, non è abbastanza.

Spesso, infatti, in mediazione alcuni Colleghi avvocati (una mia carissima amica e Collega vera li definirebbe “coiscritti”) dimenticano di avere di fronte un professionista come loro, spesso un collega; e trattano la sua – fondamentale – opera senza alcun rispetto, per il suo lavoro e per la sua persona, pretendendo di sfruttare comunque il suo operato, ma gratuitamente. Fino a quando questo comportamento è della parte (ma succede meno spesso rispetto ai colleghi), posso capirlo anche se non giistificarlo. Ma quando proviene da un legale è intollerabile e al limite dell’illecito deontologico.

Racconto, ad esempio, un episodio capitato ad una bravissima collega, molto migliore di me:

Divisione immobiliare tra sorelle che si sono parlate fino a nemmeno un anno fa, quindi potenzialmente recuperabile anche il rapporto. Caso di scuola. Inizio a farle parlare, si sfogano l’una con l’altra come è giusto e io le lascio fare per raccogliere più informazioni possibili.
A quel punto il collega di parte istante interrompe ed inizia a dire che è stato anche lui mediatore ed è avvocato da più tempo di me e non condivide il mio approccio che fa sfogare le clienti in un modo che “pare Forum” mentre siamo lì solo per risolvere una questione pratica e basta.
La collega di controparte, anche lei mediatrice, rimane basita e tenta una debole difesa subito zittita. La sua cliente prova a dire qualcosa e viene zittita con un “stia zitta che per lei decido io”.
Proseguiamo comunque in maniera positiva nonostante tutto, arriviamo a discutere di opzioni negoziali, maan e paan e poi mi fermo per invitarli a proseguire nella mediazione anche nominando un CTU.
A quel punto esprime volontà negativa “perché questo incontro ci ha già dato informazioni utili su come chiudere la vicenda e credo che possiamo procedere anche da soli”.

Inutile dire quanto sia stato scorretto e irrispettoso il collega, evidentemente messo di fronte a tecniche di negoziazione che ignorava e desideroso di superare la mediazione, che evidentemente non conosce e che probabilmente ritiene solo un ostacolo; mentre proprio nella materia citata, essa vanta i suoi risultati migliori. Tanto che la collega mediatrice aveva iniziato in modo perfetto, cioè lasciando sfogare le parti nell’intento di ristabilire un canale di comunicazione tra di loro, tanto più in quanto sorelle. Ma evidentemente lui aveva un interesse differente.

Ma quello che mi ha veramente rischiato di farmi dimenticare di essere un mediatore è stato ciò che è successo oggi: due ore di discussione su una complicatissima questione relativa ad un importante contratto di locazione; scambio di proposte e controproposte, precedute da accuse varie sul passato, che solo grazie a calma ed esperienza sono riuscito a far accantonare. Accordo praticamente raggiunto, ma sapete su cosa? Su una mia proposta (informale) che a loro non sarebbe mai venuta in mente. Si decide congiuntamente di rinviare per perfezionare. Naturalmente, a quel punto (due ore e lunghe trattative dopo) do per scontato che si debba formalizzare l’avvenuto ingresso in mediazione. E invece no, direte voi: sei un ingenuo. Infatti, uno dei legali chiede di rinviare il primo incontro, per motivi che non sa nemmeno lui (ma che io so benissimo). A quel punto, l’altra parte prende la palla al balzo e si aggancia, dicendo che secondo lui non abbiamo fatto niente, non contraddetto dal suo legale, che avrebbe dovuto prenderlo a calci sotto il tavolo. Ho contato fino a 50, e poo ho chiarito, con molta educazione, che non solo eravamo entrati nel merito, ma che senza la mediazione non avrebbero mai trovato un accordo, come dimostrato dal fatto che in dieci mesi di trattative dirette non vi erano riusciti. Alla fine, per farli sentire ciò che sono, ho concesso il rinvio di primo incontro.

Alla luce di tutto questo, mi chiedo se il comportamento di alcuni legali, che considerano il tempo del mediatore, che – ripeto – è un professionista come loro e spesso un collega, come un elemento che non merita la minima considerazione e alcuna retribuzione (mentre immagino che loro non vengano in mediazione a gratis, come si dice a Roma), anche alla luce del fatto che ne sfruttano l’opera per concludere accordi che senza il mediatore non avrebbero mai raggiunto, costituisca illecito deontologico. Per me, la risposta è chiarissima e credo che questi comportamenti debbano cessare al più presto. Mi sono ritrovato anche io ad assistere le parti in mediazione, e non farei mai una cosa del genere.

Ciò detto, nemmeno questi comportamenti meschini riusciranno a spegnere la mia passione: vado avanti senza remore, con l’unico desiderio di favorire gli interessi delle parti, e solo i loro. Viva la mediazione, il futuro è nostro, non del Bonafede di turno.

Negoziare ( o rinegoziare) senza l’aiuto di un esperto puo’ essere molto dannoso

Molti, soprattutto in questo periodo di crisi, provano a negoziare i contratti senza l’aiuto di un esperto, con il risultato di pentirsi poco dopo. La pandemia ha costretto molti a ripensare le proprie attività, per i mancati incassi, e il primo passo da fare è normalmente quello di rinegoziare i contratti di locazione, quelli con i fornitori e così via. Spesso, però, non è per niente facile, sia a causa dell’atteggiamento intransigente dell’altra parte, sia per la totale inesperienza nelle tecniche di negoziazione, che porta a commettere errori anche gravi, i cui effetti possono rivelarsi anche fatali.

Inoltre, un bravo ed esperto negoziatore è in grado di ottenere risultati insperati, per i propri assistiti, e anche di mantenere il rapporto con l’altra parte, in modo tale che la prosecuzione del contratto possa essere auspicabile per entrambe e dare buoni frutti anche nel futuro: pensiamo infatti, per esempio, alla rinegoziazione del contratto di locazione. E’ veramente interesse del proprietario sfrattare un’attività commerciale che ha grandi difficoltà per la pandemia e non per sua responsabilità? Non sarebbe prefereribile rinegoziare (anche temporaneamente) il canone, invece di ottenere quella che potrebbe essere una vittoria di Pirro, cioè la disponibilità di un locale che sarà molto difficile mettere nuovamente a reddito, vista la tremenda situazione di crisi dovuta alle chiusure forzate? Per non parlare dell’estrema difficoltà di recuperare i canoni arretrati.

A mio modo di vedere (ma anche per i risultati ottenuti sul campo; è quindi di gran lunga preferibile affidarsi a chi ha esperienza di negoziazione, prima di firmare un contratto o di rinegoziarlo, piuttosto che chiedergli di porre rimedio dopo aver concluso accordi che si rilevano non proprio soddisfacenti.

Per informazioni, consulenza@studiotantalofornari, oppure 0632609190.

Perchè in Italia si pretende che i professionisti lavorino gratuitamente?

Vi racconto una storia triste, tipicamente italiana. Su questo sito ho scritto, mi sembra in italiano corretto, che “I pareri e le consulenze, ai sensi del Codice Deontologico, sono a pagamento“. Mi scrive un signore, con un problema abbastanza complesso, e mi pone una serie di domande. Di getto, rispondo con delle indicazioni di massima, dato che la questione non è semplice. Dopo un po’ mi scrive con domande sempre più complesse ed articolate. Io gli rispondo molto cortesemente che, se avesse voluto una risposta seria e motivata, gli avrei mandato un preventivo, che naturalmente sarebbe stato libero di accettare o meno. Passano una decina di minuti e mi risponde, piccato, che lui “voleva soltanto che io rispondessi alle sue domande”. Scartate le prime risposte che mi venivano, ho replicato in questo modo: “Io per rispondere alle sue domande, ho studiato anni, ho preso una laurea e il titolo di avvocato, e studio e mi aggiorno ogni giorno.Non passo le mie giornate a studio per hobby, e se rispondo alle sue domande lo faccio utilizzando il mio tempo, e sottraendolo ad altre pratiche.Pretendere che un professionista risponda gratuitamente alle domande è maleducato, ed è un male solo italiano che va estirpato prima possibile”. Mi sembra di essere stato anche troppo gentile, che ne dite?