Mese: maggio 2013

Mediazione: anche il Governatore della Banca Italia vuole l’obbligatorietà

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Il Governatore della Banca d’Italia, Visco, nella relazione annuale di oggi, si è espresso in senso favorevole alla condizione di procedibilità:

“L’obiettivo di riduzione del contenzioso è stato perseguito mediante la previsione di filtri all’accesso in appello e in Cassazione e la revisione della procedura per il riconoscimento dei danni derivanti dall’eccessiva durata dei processi (legge Pinto). Anche per garantire l’efficacia di tali misure andrebbe affrontato il problema dell’arretrato, eventualmente con misure straordinarie. Il decreto “sviluppo” ha introdotto un filtro di inammissibilità all’appello incentrato su una prognosi di non ragionevole fondatezza dell’impugnazione e ridotto i motivi che consentono il ricorso dinanzi alla Corte di cassazione. Il procedimento per la trattazione delle cause per equa riparazione (legge Pinto) è stato semplificato, sono stati previsti indennizzi predeterminati e calmierati e cause di non indennizzabilità. Nel 2011 le cause per equa riparazione erano 30.331, pari al 19 per cento dell’intero contenzioso dinanzi alle Corti d’appello; nei vari gradi di giudizio risultavano pendenti quasi 5 milioni e mezzo di procedimenti.
Nel dicembre 2012 la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale per eccesso di delega il tentativo obbligatorio di conciliazione introdotto nel 2010. L’eventuale reintroduzione dello strumento, opportunamente corretto per superare alcune criticità presenti nelle norme abrogate, potrebbe contribuire a ridurre il contenzioso“.

Ci chiediamo, a questo punto, quanto ancora dobbiamo attendere per la sacrosanta reintroduzione dell’Istituto, naturalmente con i correttivi che tutti ci aspettiamo, dai requisiti per la formazione dei mediatori fino a quelli per garantire la qualità degli Organismi, sperando che poi il Ministero faccia quello che avrebbe dovuto far prima (i controlli).

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Nelle raccomandazioni vincolanti dell’UE all’Italia si parla di mediazione.

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Raccomandazioni “vincolanti” dell’UE all’Italia:

Per migliorare il contesto in cui operano le imprese occorre completare la riforma della giustizia civile dando rapidamente attuazione alla riorganizzazione dei tribunali, abbreviando la durata eccessiva dei procedimenti e riducendo il volume dell’arretrato e il livello di contenzioso. A seguito della sentenza della Corte costituzionale dell’ottobre 2012 sulla mediazione, è necessario intervenire per promuovere il ricorso a meccanismi extragiudiziali di risoluzione delle controversie”.

L’intero documento:

http://24o.it/links/?uri=http%3A%2F%2Fec.europa.eu%2Feurope2020%2Fpdf%2Fnd%2Fcsr2013_italy_it.pdf&from=Deficit%2C+Italia+fuori+dalla+procedura+Ue.+Letta%3A+merito+di+tutti+gli+italiani.+Barroso%3A+debito+ancora+alto

Mediazione: la risposta del vicepresidente del CSM, Michele Vietti, all’avv. De Tilla

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La risposta di Michele Vietti, avvocato e vice presidente del CSM,  all’avv. De Tilla, che lo accusava di voler riaprire il capitolo mediazione di fronte allo stop della Consulta.

Caro Maurizio,
sono stato accusato di promuovere un’iniziativa ”improvvida” quale sarebbe l’obbligatorietà della mediazione.
Vorrei innanzitutto chiarire che ho sempre ritenuto lo strumento della mediazione utile per deflazionare l’ormai insostenibile carico di lavoro che grava sui nostri tribunali civili.
Desidero però rassicurare che la mia non è affatto una crociata in favore della mediazione e contro il ricorso alla giurisdizione.
Tutto al contrario, la mia preoccupazione è proprio quella di ripristinare le condizioni minime perché la giurisdizione possa tornare a garantire ai cittadini risposte tempestive ed efficienti.
E la mediazione mi sembra un valido strumento per garantire un filtro all’accesso indiscriminato alla giustizia professionale, al pari peraltro di istituti quali l’arbitrato e la conciliazione, che da molti anni affiancano il sistema contenzioso.
E’ bene pero’ riflettere sulla circostanza che se fino ad oggi i sistemi alternativi di risoluzione delle controversie non hanno funzionato, la spiegazione va rintracciata a prescindere dalla qualità del singolo strumento alternativo.
Il problema è culturale, nel senso che dipende in larga parte dal fatto che il cittadino italiano pretende che la propria controversia, indipendentemente dalla tipologia e dalla sua obiettiva rilevanza, sia giudicata da magistrati togati, sino al giudizio di cassazione.
Questa mi sembra la vera ragione del sostanziale fallimento dei sistemi extragiudiziari di risoluzione delle controversie civili, tra cui mi permetto di annoverare la conciliazione giudiziale, che ha percentuali di successo veramente infinitesimali, come è ben noto a tutti coloro che quotidianamente frequentano le aule giudiziarie.
Quindi la previsione della obbligatorietà del preventivo esperimento di forme di risoluzione alternativa delle controversie si pone non già come affermazione di una prava volontà di privazione di diritti costituzionalmente garantiti, ma al contrario come un tentativo di lettura costituzionalmente orientata ed attuale del canone dell’art. 24 della Costituzione: il diritto ad agire in giudizio non postula infatti che prima di rivolgersi ai giudici professionali non si debba tentare di risolvere altrimenti la lite.
E la media conciliazione, sin quando ha operato, mi risulta aver dato risultati incoraggianti, anche sul piano della partecipazione degli avvocati in un ruolo stragiudiziale che in altre parti del mondo rappresenta per loro una parte rilevante dell’attività professionale.
E non è vero che l’Italia sarebbe l’unico Paese ad avere forme obbligatorie di mediazione.
In Austria esiste la conciliazione preventiva obbligatoria quando si tratti di una controversia in materia locatizia, di proprietà immobiliare e nelle liti di vicinato.
In Belgio la mediazione è obbligatoria per le industrie nei seguenti settori: telecomunicazioni, assicurazioni, poste, diritti dell’infanzia, rapporti con il governo, rapporto con le istituzioni dell’Unione Europea, banche, energia, collocamento privato, pensioni, prodotti finanziari.
In Danimarca la conciliazione è obbligatoria per le imprese nel settore del turismo in merito ai viaggi e all’alloggiamento e nel settore dei mutui ipotecari.
In Estonia l’arbitrato è obbligatorio in materia di assicurazione per le imprese, mentre è volontaria la conciliazione.
In Francia il procedimento informativo sulla conciliazione preventiva è obbligatorio mentre il procedimento deve essere espletato in caso di divorzio e nei procedimenti davanti al Conseil des prud’hommes, in materia di contratti di locazione abitativi, per la vendita diretta ed in tema di pubblicità in relazione alla partecipazione delle industrie.
In Germania l’obbligatorietà è prevista in caso di immatricolazione dei veicoli a motori e per i reclami davanti alla Banca centrale tedesca. Alcuni Land hanno inserito l’obbligatorietà per altre materie quali le controversie patrimoniali di valore non superiore a 750 €, nell’ambito del diritto di vicinato ed in materia di diffamazione.
In Irlanda è necessaria la partecipazione a metodi ADR per il settore della pubblicità, delle pensioni, della vendita diretta e dei servizi finanziari.
In Inghilterra vi è attualmente una forte spinta verso la mediazione obbligatoria. In Svezia la mediazione è obbligatoria per le controversie che ineriscono la locazione ad uso commerciale.
Credo quindi che si debba ragionevolmente tornare a parlare subito di ADR, senza pregiudizi e in un’ottica costruttiva.
Ma con uno spirito necessariamente proiettato verso una radicale riforma del nostro sistema giudiziario, piuttosto che ancorato a forme di conservazione che, di fronte allo stallo attuale, non hanno più ragione di essere.
Michele Vietti

Il CNF presenta la proposta dei parametri forensi per l’assistenza dell’avvocato in mediazione

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Da http://www.mondoadr.it

Il CNF ha inviato al ministro della giustizia Annamaria Cancellieri la proposta sui nuovi Parametri forensi, secondo il nuovo ordinamento professionale. Nei paramenti sono compresi i compensi spettanti agli avvocati nell’assistenza in mediazione. Nella proposta del CNF questi criteri resteranno validi nel caso in cui tra avvocato e cliente non vi sia accordo sulla remunerazione, cosicché toccherà al giudice stabilire il dovuto a seconda del genere di attività e dell’ambito processuale in cui è stata svolta. Il margine di allontanamento dai parametri enunciati nelle tabelle predisposte dal Cnf potranno alzarsi fino al 70% della base di partenza o abbassarsi del relativo 30%.

Di seguito riportiamo tre tabelle di raffronto tra l’assistenza dell’avvocato in negoziato diretto (assistenza stragiudiziale), in mediazione e in un giudizio ordinario. Ovviamente il raffronto tra le tabelle non prende in considerazione il fattore “tempo” nell’incasso della parcella: pochi mesi in caso di assistenza mediazione e diversi anni in caso di assistenza in un giudizio ordinario.

 

PRESTAZIONI DI ASSISTENZA STRAGIUDIZIALE (negoziato diretto)

 

 

  Valore

Da €0

a €1.100

 a €1.100

a €5.200

 Da €5.200

a €26.000

 Da €26.000

a €52.000

 Da €52.000

a260.000

 Da €260.000

a €520.000

 

 1.Compenso

400

1.800

2.800

3.400

6.400

8.700

ASSISTENZA IN PROCEDURE DI MEDIAZIONE CIVILI E COMMERCIALI

 

Valore

Da €0

a €1.100

 Da €1.100

a €5.200

 Da €5.200

a €26.000

 Da €26.000

a €52.000

 Da €52.000

a260.000

Da €260.000

a €520.000

 1.Faseintroduttiva,

istruttoriaeconclusiva delprocedimento

 

250

 

1.100

 

1.800

 

2.900

 

4.000

 

5.600

 

 2.Redazione accordo

 

250

 

600

 

1.000

 

1.900

 

2.800

 

3.900

 

TOTALE

 

500

 

1.700

 

2.800

 

4.800

 

6.800

 

9.500

  GIUDIZI ORDINARI E SOMMARI DI COGNIZIONE INNANZI AL TRIBUNALE

 

Valore

 Da €0

a €1.100

 Da €1.100

a €5.200

 Da €5.200

a €26.000

 Da €26.000

a €52.000

 Da €52.000

a260.000

 Da €260.000

a €520.000

1.Fasedi studio della controversia

 

190,00

 

600,00

 

1.300,00

 

2.400,00

 

3.600,00

 

5.000,00

2.Faseintroduttiva del giudizio

 

190,00

 

600,00

 

1.100,00

 

1.700,00

 

2.300,00

 

3.300,00

3.Faseistruttoriae/o di trattazione

280,00

1.200,00

2.400,00

4.100,00

5.800,00

8.000,00

4.Fase decisionale

280,00

1.200,00

2.400,00

4.100,00

6.000,00

8.700,00

5.Compenso per

prestazioni post decisione

 

40,00

 

300,00

 

400,00

 

450,00

 

700,00

 

800,00

 

 

In questo link il documento con tutte le tabelle proposte dal CNF.

Mediazione: la proposta di legge del Comitato ADR & Mediazione

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Durante il convegno del 17 maggio scorso, tenutosi presso l’Università degli Studi Roma Facoltà di Giurisprudenza si e’ svolto il convegno di studi “Mediazione e accesso alla giustizia”, organizzato dal Ciasu – Centro Internazionale Alti Studi universitari – , in collaborazione con l’Osservatorio sui conflitti e sulla conciliazione, L’Università Roma Tre e la rete di organismi di mediazione ADR IN, l’avv. Dante Leonardi, del Comitato ADR & Mediazione, ha presentato una bozza di proposta di legge, suscitando grande entusiasmo.

Di seguito, riportiamo la relazione illustrativa della proposta:

“Dopo due anni di pratica del D.Lgs 28/2010 e dei suoi decreti e circolari attuativi, riteniamo di poter proporre i seguenti miglioramenti e modifiche.

All’art. 1 viene introdotta la definizione di incontro “informativo”.

Detto incontro, preliminare alla procedura di mediazione vera e propria, è quello in cui si verifica la sussistenza di concreti presupposti  per arrivare ad un accordo amichevole e si informano le parti sull’attività di mediazione e sui benefici fiscali di cui agli articoli 17 e 20.

L’obbligatorietà, in sostanza, è limitata a questo incontro.

Il prosieguo della mediazione è rimesso alla libera volontà delle parti.

Tale innovazione consente di ridurre moltissimo gli oneri a carico delle parti e gli stessi tempi del procedimento di mediazione.

La previsione dell’art. 1, tra l’altro, è strettamente connessa a quelle dei commi 5-bis e ss dell’art. 17 con i quali si prevede il contenimento dei costi per l’incontro informativo (ovvero per quella parte della mediazione connessa con la condizione di procedibilità) e la loro detrazione dal contributo unificato per l’eventuale successiva azione giudiziaria. In tal modo la mediazione sarebbe, sostanzialmente, gratuita nella parte in cui è obbligatoria.

All’art. 4 viene introdotto il concetto di competenza per territorio, derogabile su accordo tra le parti, che evidentemente può concretizzarsi anche con la semplice presentazione innanzi ad un organismo di mediazione con sede in un foro non territorialmente competente. La competenza territoriale rileva come giusto motivo per la mancata comparizione al primo incontro di mediazione.

Viene altresì precisata la circostanza che il momento in cui s’incardina la mediazione è quello di ricezione dell’istanza da parte dell’organismo di mediazione e non, come avveniva in precedenza, quello della comunicazione alle altre parti.

Molte sono le novità introdotte nell’art. 5.

Con riferimento alle materie oggetto di mediazione obbligatoria, si è ritenuto che la mediazione ha dato miglior prova di sé nei rapporti personali ed in quelli che si svolgono in comunità ristrette. In sostanza, laddove vi sia un rapporto da salvaguardare. Pertanto si è ritenuto di eliminare la RCA ed introdurre tutte le ipotesi di responsabilità degli organi societari verso la società, i soci ed i creditori sociali nonché tutte le ipotesi di responsabilità contrattuale. Viene eliminata l’obbligatorietà di ricorrere alla mediazione in caso di usucapione di beni immobili in quanto si è dimostrato strumento poco utile per la risoluzione di queste fattispecie.

Dal punto di vista processuale, la mancanza della condizione di procedibilità può essere eccepita fino alla precisazione delle conclusioni, e non più solo alla prima udienza ed ha come effetto l’interruzione del processo, come avveniva, in precedenza, con il tentativo di conciliazione innanzi alla Commissione provinciale del lavoro.

Se invece il procedimento di mediazione è iniziato ma non concluso, il giudice si limita semplicemente a rinviare la causa, come avveniva nella disciplina previgente.

Il termine per la riassunzione è fissato a trenta giorni dal termine della mediazione.

In tal modo, il giudice potrà valutare l’effettivo esperimento del tentativo di conciliazione innanzi al mediatore ed eventualmente pronunciare l’estinzione del giudizio.

Disciplina analoga è prevista per la mediazione cd “delegata”, nella quale il giudice, fino alla precisazione delle conclusioni, può ordinare alle parti di intraprendere una procedura di mediazione. In tal caso, ovviamente, non è previsto l’incontro informativo.

Come annotazione a margine, sarebbe auspicabile inserire la mediazione delegata in una futura riforma del codice di procedura civile, tra tutti gli accorgimenti tesi alla formazione dell’ufficio del processo in ausilio dell’attività del giudice istruttore, con la possibilità, eventualmente, di prevedere una vera e propria delega tra magistrato e mediatore con la quale gestire la causa e l’eventuale conciliazione.

Ancora, nella medesima disposizione viene accennata la possibilità della sospensione dell’arbitrato per consentire l’espletamento della mediazione, come più analiticamente verrà ripreso dall’art. 11-bis.

Viene introdotto l’art. 5-bis che coordina le norme sulla mediazione delegata con quelle sulla produttività del giudice e degli uffici, confermando il favor per la definizione alternativa delle controversie.

L’art. 6 disciplina la durata del procedimento.

La fase obbligatoria, dev’essere esperita nei trenta giorni dal ricevimento dell’istanza, con possibilità di proroga su istanza di parte non oltre il sessanta giorni.

La fase facoltativa può protrarsi fino ai quattro mesi, salvo accordo per il prosieguo.

I termini di cui innanzi decorrono dalla data di deposito della domanda di mediazione, e non sono soggetti a sospensione feriale.

L’art. 7 stabilisce che entrambi i termini di cui all’articolo precedente non si computano ai fini di cui all’articolo 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89. Anche se non strettamente “obbligatori”, pure i termini di cui al comma 1-bis non possono essere addebitati ad una inefficienza della giurisdizione statale ma trovano la loro ragion d’essere nella volontà delle parti, al pari delle richieste di rinvio dell’udienza perché pendono trattative per il bonario componimento della lite.

L’art. 8 disciplina il procedimento vero e proprio.

Al primo comma, sono introdotti criteri di esperienza e competenza nella scelta del mediatore addetto alla controversia. In particolare, a fronte dell’obbligo generico, per il responsabile dell’organismo, di scegliere un mediatore “esperto in materia”, si specifica che in caso di “questioni che prevedono particolari difficoltà giuridiche, il responsabile dell’organismo deve nominare almeno un mediatore avvocato o laureato in giurisprudenza”.

Il comma 1-ter, inoltre, prevede la presenza obbligatoria di un avvocato o praticante abilitato al patrocinio per le controversie di valore superiore ad € 5.000,00. Richiede però espressamente la presenza della parte – fondamentale per l’esperimento della mediazione – e non consente l’autentica di firma da parte del difensore a margine di eventuali procure speciali.

Il primo incontro deve essere fissato entro e non oltre i trenta giorni dal ricevimento della domanda.

Il procedimento si svolge senza formalità codificate. Il mediatore può farsi assistere da esperti iscritti negli albi dei consulenti presso i tribunali.

In caso di mancata partecipazione al primo incontro di mediazione, il giudice non solo può desumere argomenti di prova ex art. 116 Cpc, ma può anche condannare, alla prima udienza, la parte non comparsa alla ripetizione delle spese sostenute dalla parte diligente. La norma non fa differenza tra parte istante e parte invitata: chi non si presenta senza giustificato motivo, dovrà rimborsare il costo della mediazione all’altra parte. Pertanto la parte invitata si troverebbe a rimborsare il contributo unificato, la parte istante eventualmente negligente, si troverebbe a scontare la detrazione di cui all’art. 17.

Gli articoli 9 e 10 non presentano distinzioni rispetto alla versione previgente e sono il fulcro della disciplina in esame, in quanto le garanzie di inutilizzabilità e riservatezza sono le uniche che garantiscono il corretto espletamento della procedura.

L’art. 11 introduce una importante novità nelle mediazioni che hanno ad oggetto il trasferimento di diritti reali. Nella precedente versione si è constatata la difficoltà di far trascrivere i verbali di conciliazione, rinvenienti da un procedimento di mediazione disciplinato dalla presente legge, dal conservatore dei registri immobiliari. La mera autentica da parte del pubblico ufficiale non veniva ritenuta sufficiente per la trascrizione dell’atto.

Nella pratica, l’empasse veniva risolta o conferendo al verbale di conciliazione un mero effetto preliminare o prenotativo, da completare con l’atto pubblico dinanzi al notaio, oppure facendo partecipare il notaio alla mediazione, con la produzione di un atto complesso. Detto ultimo orientamento, peraltro, è stato espressamente criticato dal Consiglio Nazionale del Notariato.

La riforma proposta si mantiene su questa stessa linea interpretativa, prevedendo però espressamente la possibilità di trascrivere l’accordo di conciliazione in cui ci si obbliga a trasferire i beni ex art. 2645-bis CC. Detta norma (comma 3 dell’articolo in commento), va coordinata con il comma 3-bis dell’art. 17 secondo cui le agevolazioni fiscali previste per la mediazione si applicano anche agli atti consequenziali, quale può essere l’atto pubblico formato in ottemperanza ad un verbale di conciliazione.

L’art. 11-bis disciplina i rapporti della mediazione con l’arbitrato in modo analogo a quelli tra mediazione e giudizio.

L’arbitro può delegare la mediazione, sospendendo l’arbitrato e rimettendo le parti ad un mediatore; il mediatore, invece, può concludere la mediazione con una convenzione d’arbitrato. In tal caso, non è dovuta la maggiorazione per il raggiungimento dell’accordo.

E’ prevista una causa d’incompatibilità assoluta tra mediatore ed arbitro, anche per rispettare le istruttorie dei rispettivi procedimenti ed in particolare la condizione di inutilizzabilità degli atti e delle informazioni recepite durante il procedimento di mediazione.

L’esistenza di una clausola compromissoria non impedisce il ricorso preventivo alla mediazione su base volontaria.

L’art. 12, al primo comma, prevede che la competenza per l’omologa del verbale di conciliazione innanzi al mediatore sia del tribunale nel cui circondario l’accordo è stato redatto. Al comma 2-bis si estende la possibilità di divenire titoli esecutivi ai verbali di conciliazione sottoscritti negli studi degli avvocati.

In tal modo, l’avvocato che ha già raggiunto l’accordo con la controparte non sarà più costretto ad intraprendere procedura di mediazione solo per ottenere l’omologa. Le condizioni sono le medesime di cui al primo comma, ovvero che l’accordo non sia contrario all’ordine pubblico od a norme imperative.

L’art. 13 disciplina le conseguenze processuali del mancato recepimento della proposta del mediatore. Non vi è una correlazione diretta, la mancata accettazione di una proposta ragionevole ed equilibrata, eventualmente confortata dalle risultanze processuali (ma non necessariamente, visto che l’obiettivo del mediatore non è quello di avvicinarsi il più possibile alla verità, ma quello di prospettare una soluzione ragionevole e percorribile), deve essere valutata ai fini di una condanna ex art. 96 Cpc, divenendo così una ipotesi di responsabilità processuale tipizzata.

L’art. 16 disciplina la formazione del registro ministeriale, nonché la costituzione e l’iscrizione degli organismi di mediazione. Sono state aggiunte alcune specificazioni circa i requisiti posseduti da mediatori ed organismi. In particolare, al secondo comma, in fine, si prevede espressamente come il ministero possa indicare “le caratteristiche idonee a garantire adeguate competenze relazionali, giuridiche e tecniche dei mediatori, nonché gli obblighi di aggiornamento e di formazione continua”; mentre alla fine del terzo comma si pone l’accento sui requisiti organizzativi e strutturali degli stessi organismi.

L’art. 17 si occupa del regime tributario degli atti ed accordi scaturiti a seguito di un procedimento di mediazione. Il nuovo secondo comma, estende l’esenzione dal bollo a tutti gli atti o i documenti prodotti nel corso del procedimento di mediazione e non soltanto a quelli “relativi”, così chiarendo che l’esenzione debba essere rispettata anche da altre amministrazioni alle quali si dovesse chiedere atti da produrre nel corso del procedimento di mediazione (ad esempio, certificati anagrafici, etc.). E’ specificato che gli atti di mediazione sono esenti dai costi di notifica.

Viene aggiunto un comma 3-bis, di cui si è fatto cenno innanzi, che espressamente estende i benefici fiscali di cui al primo comma a tutti gli atti “compiuti o sottoscritti in ottemperanza agli impegni presi in mediazione”. In tal modo, anche se la mediazione dovesse terminare con un preliminare di trasferimento di bene immobile, il successivo atto definitivo verrebbe a godere dei medesimi benefici previsti per il verbale di conciliazione vero e proprio.

Fondamentali, infine, le disposizioni aggiunte con i commi 5-bis, 5-ter e 5-quater, di cui si è fatto cenno in commento all’art. 1.

L’incontro informativo – al quale è limitata la condizione di procedibilità – è ridotto al costo del contributo unificato per la prima fascia – fino ad € 1.100,00 – e successivamente limitato a 65 euro (pari al costo del contributo unificato per la seconda fascia, fino ad €. 5.000,00), anch’essi detraibili dal contributo unificato nel momento in cui si dovesse comunque instaurare il giudizio. La detrazione non si applica in caso di mediazione effettuata su ordine del giudice. Il giudice ordina di andare in mediazione in due casi: in caso di accoglimento dell’eccezione di improcedibilità o in caso di mediazione delegata. Nel primo caso, l’incontro informativo si tiene, ma il non aver esperito per tempo la mediazione comporta la mancata detraibilità del contributo unificato già versato (che altrimenti dovrebbe essere rimborsato dal ministero della giustizia); nel secondo caso, l’incontro informativo non si tiene, per cui le parti accedono direttamente alla seconda fase, quella della mediazione vera e propria.

Il comma 5-quinques, infine, stabilisce che sugli importi di cui al comma 5-bis (37 e 65 euro, detraibili nel modo innanzi visto) non si applica l’IVA. Questo per un duplice ordine di ragioni: da un lato, il contributo unificato è inserito nelle spese esenti del processo, per tanto è sembrato opportuno trattare gli anzidetti importi come fossero una componente del medesimo tributo; dall’altro onde evitare di gravare gli utenti privati di un ulteriore balzello nel momento in cui accedono alla fase obbligatoria della procedura. Per gli importi delle fasi successive, invece, tale esenzione non è prevista.

In ultimo, una valutazione economica.

L’onere per lo Stato è assolutamente relativo. Difatti è noto come il costo delle cause civili non sia minimamente compensato dai tributi ad esse connesse. In particolare, il contributo unificato – oggetto della riforma proposta – copre soltanto una minima parte dell’intero costo della causa. Il centro studi OUA ha calcolato che un grado di giudizio, a prescindere dal valore della causa, costa al ministero della Giustizia circa 2.500 euro. Con la riforma proposta è plausibile ritenere che le controversie che passeranno alla seconda fase (quella volontaria) siano molte di più di quelle che, nella vigenza della norma dichiarata incostituzionale, vedevano la presenza di entrambe le parti: con le modifiche proposte, la parte invitata non ha alcun costo nella fase iniziale, pertanto, verosimilmente, comparirà molto più spesso (se non sempre); il mediatore avrà buon gioco nel porre in essere le tecniche di mediazione, momento essenziale della procedura, che prima veniva spesso frustrato; le materie previste dalla nuova norma, sono molto più “centrate” sulle caratteristiche dell’istituto; lo stesso attore, ancora, sa che, anche se dovesse fallire la mediazione, i soldi già spesi verrebbero recuperati; in ultimo, la connessione con l’arbitrato e la previsione del comma 5-bis dell’art. 5 (la proposta vincolante), lascia presumere che possano aumentare le controversie definite aliunde.

Orbene, nella vigenza della precedente norma, circa il 35% delle controversie vedevano la comparizione di entrambe le parti, a pagamento, senza la possibilità di detrarre alcunché, in materie in parte estranee agli scopi dell’istituto. E’ verosimile attendersi un passaggio alla seconda fase del 50% delle controversie. Le mediazioni con presenza di entrambe le parti si definivano, mediamente, nel 34% dei casi. Anche in questo caso, ferme restando notevoli discrepanze tra gli organismi, è da attendersi un notevole miglioramento con le innovazioni proposte e con il prosieguo della professionalizzazione dei mediatori.

Tutto ciò comporta che, a fronte di un mancato introito per lo Stato di €. 37,00 per le cause fino ad €. 1.100 ed €. 65,00 per tutte le cause (rientranti nell’oggetto di cui all’art. 5) di valore superiore, si realizzerebbe un risparmio di spesa di circa € 625,00 (ovvero il 25% del costo medio). Il risparmio sarebbe lo stesso considerevole se le cifre fossero le stesse ottenute con la passata disciplina, ovvero il 34% degli accordi del 35% delle controversie, pari ad un 17% del costo medio, pari ad €. 425,00. Pertanto, a fronte di un mancato introito di € 37,00 per le cause fino a 1.100 ed € 65,00 per le cause superiori, vi sarebbe una mancata spesa valutabile tra € 425,00 ed € 625,00 per ciascuna causa sottoposta al nuovo regime di mediazione obbligatoria”

 Qui si possono trovare la proposta integrale e il testo coordinato con le modifiche: Proposta di modifica del Decreto Legislativo e TESTO COORDINATO CON LE MODIFICHE PROPOSTE 02

Confindustria, Squinzi: ‘Puntare con decisione sulle risoluzioni alternative’

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(da Mondo Adr)

All’assemblea annuale della Confindustria, il Presidente Giorgio Squinzi nella sua relazione di apertura ha dichiarato: <<Se osservassimo in modo astratto i costi della giustizia italiana,questa dovrebbe funzionare bene almeno come nella media europea. Non è così, e da anni la questione arroventa più che altro dibattiti e talk show.

L’amministrazione della giustizia è la pietra angolare della società civile, l’ecosistema in cui le imprese operano e i diritti degli individui sono tutelati. Il suo funzionamento costituisce una delle condizioni necessarie per garantire il vivere ordinato, favorire il corretto sviluppo dell’economia di mercato e stimolare gli investimenti.
Cinque milioni di cause civili giacenti, oltre mille giorni per far valere un contratto davanti a un giudice, lo spaventoso numero di sette giudizi pendenti ogni 100 abitanti e un rating negativo sull’indipendenza e la qualità della giustizia, sono macigni sulla strada della ripresa.
Non possiamo negare che alcuni importanti passi avanti siano stati compiuti. Questi vanno difesi. Primo fra tutti il processo di revisione della geografia giudiziaria. È un risultato faticosamente raggiunto, una riforma dolorosa, ma necessaria. Non buttiamola alle ortiche, anche perché è l’unica via per avere tribunali meglio organizzati e magistrati più specializzati, quindi più produttivi.
Occorre decongestionare i tribunali e puntare con decisione sulle risoluzioni alternative. Dobbiamo ripensare il principio dei tre gradi di giudizio per ogni tipo di causa e sostenere gli investimenti previsti sul processo digitale.>>

La relazione completa

Riflessioni sulla Mediazione

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In vista dell’incontro del 23 maggio tra il Ministro Cancellieri e parte dell’avvocatura italiana (io non ho dato mandato né all’OUA, né al CNF, né all’ANF di rappresentarmi), ma anche dopo il convegno del 17 maggio, di cui parliamo in altro articolo su questo blog, e dopo le dichiarazioni del Ministro in Commissione Giustizia, vengono spontanee alcune riflessioni.

Al convegno del 17 maggio, l’On. Ferranti, nell’aprire (parzialmente) alla mediazione, ha ricordato che il suo partito (il PD) è sempre stato contrario, e che in Commissione lei l’aveva detto tante volte, durante la precedente legislatura.

Ha poi aggiunto, tra le altre cose, che la normativa andrà rivista, ma che si dovranno “tutelare gli avvocati”.

Questa affermazione, da avvocato e mediatore professionista, con oltre cento mediazioni portate avanti, mi ha fatto riflettere, da giorni. E’ dal 17 maggio, che ci ripenso.

Il problema è tutto qui: parla di mediazione chi, senza offesa, non se intende.

Cosa vuol dire “tutelare gli avvocati”? Fare in modo che la mia categoria non perda lavoro? Allora, ha ragione chi ha sempre sostenuto che le proteste di parte dell’avvocatura (sempre meno, basti vedere la nascita dell’UNAM) sono dovute esclusivamente alla preoccupazione di perdere un certo numero di cause.

Ma lo Stato, rappresentato in questo caso dalla Presidente della Commissione Giustizia, non dovrebbe preoccuparsi dell’interesse del cittadino e dello Stato stesso, anziché di quello di una categoria?

Fermiamoci un attimo a riflettere.

Cos’è la mediazione? Non è certamente quella prevista dal D.Lgs. 28/10, che peraltro sarebbe ancora in vigore se non fosse stato per un ingenuo eccesso di delega.

La mediazione è innanzitutto una scienza, ma è anche un’arte. E’ quel procedimento in cui un soggetto (adeguatamente formato, e in questo non possiamo non essere d’accordo con chi vuole migliorare i requisiti di formazione), aiuta due o più parti a cercare di trovare un accordo risolutivo di una controversia, facendo emergere i loro reali interessi.

Il mediatore serio, appassionato, è persona che ha abbondantemente studiato la materia, che conosce perfettamente anche il suo lato psicologico, e che ama svolgere il suo compito nel modo migliore per far sì che la mediazione si svolga nel modo migliore e raggiunga il suo scopo.

Ho in mente tanti nomi, in Italia, di veri e propri Maestri nel campo, di veri cultori della materia. Non faccio nomi, ma sono sicuro che chi mi conosce sa a chi sto pensando. A persone che ringrazierò per sempre.

E sono felice, orgoglioso, di essere mediatore convinto, perché da quando mi sono appassionato alla materia ho conosciuto persone straordinarie. E grazie alla scienza della mediazione e alle sue tecniche, sono diventato un avvocato molto migliore.

E’ importante chiarire che la mediazione non ha niente, ma proprio niente a che fare con la giustizia: il mediatore non decide, non condanna, non sanziona. Aiuta le parti a confrontarsi.

Chi parla di quarto grado di giustizia, sbaglia. Chi dice che, con la condizione di procedibilità, viene negato l’accesso alla giustizia, sbaglia. Questo sia perché, come ho detto, la mediazione non ha nulla a che fare con la giustizia, come detto, sia perché cercare di far raggiungere un accordo prima di rivolgersi alla Giustizia (se quella Italiana può definirsi tale), certamente non ne impedisce l’accesso, dato che le parti sono libere di rivolgersi al Tribunale (se proprio lo desiderano….) in caso di mancato accordo (al riguardo: vogliamo eliminare le sanzioni? Parliamone tranquillamente).

E allora, se questo è vero (come è vero), perché si parla di “tutelare gli avvocati”? Cosa c’entrano, gli avvocati? Perché dobbiamo subordinare agli interessi degli avvocati (che poi sono anche i miei, quindi so di cosa sto parlando) quelli del cittadino, che prima di andare in Tribunale ha il diritto di andare da un terzo neutrale per cercare di risolvere la questione? E poi, diciamoci la verità: nel 99% dei casi, in Italia, il cittadino va in mediazione solo con l’avvocato, e questo lo dico anche per esperienza personale. Nelle mediazioni che ho gestito, non mi è mai successo che le parti venissero da sole, anche se questo sarebbe l’ideale.

Mi è successa però un’altra cosa. Tutte le volte che un Collega è arrivato in mediazione scettico, è uscito entusiasta. Come mai? Io non mi ritengo particolarmente bravo…lo sono i miei Maestri, non io. Il fatto è che la mediazione, se svolta da un appassionato e con competenza, è affascinante e funziona!! Funziona, lo dicono i dati del Ministero, nonostante qualcuno cerchi di interpretarli a modo suo. Ma me lo dice soprattutto tutta quella gente che è uscita dagli incontri non solo con l’accordo in mano, ma soprattutto con la gioia di avere ripristinato rapporti personali che, nel caso di approdo in Tribunale, si sarebbero ulteriormente rovinati.

Mi si dice che la condizione di procedibilità non può essere imposta, perché gravosa e perché in contrasto con lo spirito stesso della mediazione.

Sulla gravosità abbiamo ampiamente detto: basti pensare al credito d’imposta, e a quanto sarebbe più gravosa una causa tra le stesse parti e per la stessa controversia (al riguardo, un piccolissimo suggerimento per il legislatore: sia consentito, in caso di mancato accordo e quindi di ricorso al Tribunale, di non pagare il contributo unificato o di pagarlo in misura minore).

Sul resto, nessuno di noi ama la condizione di procedibilità: ma essa è assolutamente necessaria, visto quanto abbiamo detto sino ad ora, perché la mentalità e lo spirito della mediazione e delle ADR prendano piede in Italia, un Paese in cui si va in Cassazione per 30  euro (l’ho visto personalmente) e in cui “è una questione di principio” è la frase più ricorrente. Ma questo, non ce lo possiamo più permettere.

Chi avrebbe messo mai la cintura di sicurezza senza che fosse previsto come un obbligo, per esempio? Si limiti nel tempo la condizione di procedibilità…ma si reintroduca, senza sanzioni, ma con degli incentivi, in modo che chi è chiamato venga in mediazione e l’apprezzi in pieno.

In pochi anni, tutti si accorgeranno dei suoi vantaggi.