Distacco dal riscaldamento centralizzato: il regolamento condominiale non può imporre un divieto assoluto

La Cassazione n. 6490/2026 chiarisce che il condomino può rinunciare all’uso dell’impianto comune se dimostra l’assenza di squilibri e di aggravi di spesa per gli altri

Il distacco dall’impianto centralizzato di riscaldamento è uno dei temi che più facilmente crea tensioni in condominio. Da un lato c’è il singolo proprietario che vuole rendersi autonomo, ridurre i consumi o gestire liberamente il riscaldamento della propria abitazione; dall’altro ci sono gli altri condomini, preoccupati che il distacco possa peggiorare il funzionamento dell’impianto comune o aumentare le spese a loro carico.

La sentenza della Corte di Cassazione, seconda sezione civile, n. 6490 del 18 marzo 2026, offre l’occasione per tornare su un principio importante: il condomino non può essere privato in modo assoluto del diritto di distaccarsi dal riscaldamento centralizzato, neppure da un regolamento condominiale di natura contrattuale, se il distacco non provoca squilibri di funzionamento né aggravi di spesa per gli altri partecipanti al condominio.

La decisione è interessante anche per un altro motivo. La Cassazione non afferma che ogni distacco sia sempre legittimo e non autorizza iniziative improvvisate. Al contrario, conferma che il condomino interessato deve fornire una prova tecnica seria delle condizioni che rendono possibile il distacco. Il diritto esiste, ma deve essere esercitato correttamente.

Il caso esaminato dalla Cassazione

La vicenda riguarda una condomina che, nel 2008, aveva chiesto al condominio il consenso al distacco del proprio appartamento dall’impianto centralizzato. Ricevuta risposta negativa, aveva comunicato che avrebbe comunque proceduto, allegando una perizia tecnica secondo cui il distacco era fattibile e non avrebbe prodotto inconvenienti, squilibri tecnici o termici, né maggiori costi per gli altri condomini. Dopo avere eseguito il distacco, la condomina aveva promosso un accertamento tecnico preventivo e, successivamente, una causa di merito per fare accertare la legittimità del distacco già realizzato.

I giudici di merito avevano respinto la domanda. La Corte d’appello aveva attribuito rilievo al regolamento condominiale, richiamato nell’atto di acquisto, sostenendo che esso demandasse all’amministratore la valutazione sull’opportunità del distacco. Aveva inoltre ritenuto non più attuali le risultanze dell’accertamento tecnico preventivo, perché nel 2011 la vecchia caldaia era stata sostituita con una nuova.

La Cassazione cassa la decisione e rinvia alla Corte d’appello per un nuovo esame. Il punto non è che il distacco fosse certamente legittimo, perché questa verifica dovrà essere nuovamente compiuta; il punto è che la Corte d’appello aveva impostato male il ragionamento, considerando decisivo il regolamento condominiale e trascurando il momento corretto nel quale valutare le condizioni tecniche del distacco.

Il diritto al distacco esisteva anche prima della riforma del condominio

Un passaggio rilevante della sentenza riguarda il quadro normativo applicabile. Il distacco era avvenuto nel 2008, quindi prima della riforma del condominio che ha introdotto l’attuale formulazione dell’art. 1118, quarto comma, c.c. Tuttavia, la Cassazione ricorda che già prima della riforma la giurisprudenza riconosceva al singolo condomino la possibilità di rinunciare all’uso del riscaldamento centralizzato e di distaccare le diramazioni della propria unità immobiliare dall’impianto comune.

Le condizioni erano già allora molto chiare: il condomino doveva dimostrare che dal distacco non sarebbero derivati un aggravio di spesa per coloro che continuavano a utilizzare l’impianto centralizzato, né uno squilibrio termico pregiudizievole per il regolare funzionamento del servizio. Una volta soddisfatte tali condizioni, il condomino restava tenuto alle spese di conservazione dell’impianto, ma non a quelle relative al suo uso.

Questo principio conserva piena attualità. Il distacco non è un favore che il condominio concede discrezionalmente al singolo, ma una facoltà riconosciuta dall’ordinamento, purché il suo esercizio non danneggi la cosa comune e non scarichi sugli altri costi che prima gravavano anche sul condomino distaccato.

Il regolamento condominiale non può vietare tutto

Il profilo forse più importante della sentenza riguarda il valore del regolamento condominiale. La Corte d’appello aveva ritenuto che il regolamento, richiamato nell’atto di acquisto, potesse incidere sulla possibilità di distacco. La Cassazione chiarisce invece che il regolamento, anche se contrattuale, non può privare il condomino dei diritti che gli derivano dalla legge, dagli atti di acquisto o dalle convenzioni.

Ne consegue che una clausola regolamentare che vieti in modo radicale al condomino di rinunciare all’utilizzo dell’impianto centralizzato deve ritenersi nulla, quando il distacco non provochi notevoli squilibri di funzionamento o aggravi di spesa per gli altri condomini. Il regolamento può disciplinare l’uso delle parti comuni, ma non può trasformarsi in uno strumento per comprimere senza limiti un diritto individuale.

È un principio di grande utilità pratica. Nei condomìni capita spesso che il dissenso venga giustificato con formule generiche: “il regolamento non lo consente”, “l’amministratore non autorizza”, “l’assemblea è contraria”. Queste affermazioni non bastano. Se il distacco è tecnicamente neutro per l’impianto comune e non comporta maggiori spese per gli altri, un divieto assoluto non può reggere.

Non serve l’autorizzazione dell’assemblea o dell’amministratore

La sentenza conferma anche un altro aspetto importante: il distacco non è subordinato a una autorizzazione discrezionale dell’assemblea o dell’amministratore. Naturalmente il condomino deve comunicare l’iniziativa, deve comportarsi secondo correttezza e deve mettere il condominio in condizione di verificare la situazione tecnica; ma non può essere costretto a dipendere da un consenso privo di criteri oggettivi.

L’amministratore non ha il potere di concedere o negare il diritto al distacco come se si trattasse di una licenza. L’assemblea, a sua volta, non può respingere la richiesta soltanto perché la maggioranza preferisce mantenere tutti collegati all’impianto comune. Il nodo è tecnico e giuridico: occorre verificare se il distacco determini squilibri o aggravi. Se questi effetti non vi sono, l’opposizione del condominio perde la sua base.

Questo non significa che il condomino possa procedere senza alcuna cautela. Anzi, chi vuole distaccarsi deve muoversi con particolare attenzione, perché in caso di contestazione sarà lui a dover dimostrare la legittimità dell’operazione.

La prova tecnica è decisiva

Il distacco dal riscaldamento centralizzato non si decide sulla base di impressioni o preferenze personali. Non basta sostenere che l’impianto autonomo sarebbe più efficiente, né è sufficiente dichiarare che gli altri condomini non subiranno danni. Serve una valutazione tecnica seria, possibilmente preventiva, che esamini le caratteristiche dell’impianto, la distribuzione del calore, l’incidenza del distacco sui consumi, il possibile squilibrio termico e le conseguenze economiche per gli altri proprietari.

La Cassazione ribadisce che l’onere della prova grava sul condomino che intende distaccarsi. È lui che deve dimostrare l’assenza di aggravio di spesa e di squilibrio termico. Il condominio, naturalmente, potrà contestare la perizia, produrre valutazioni tecniche contrarie e chiedere accertamenti, ma non può limitarsi a un rifiuto generico.

Nel caso esaminato, il tema della prova era particolarmente delicato perché la condomina aveva prodotto una perizia prima del distacco e, dopo averlo eseguito, aveva promosso un accertamento tecnico preventivo. La Cassazione censura la Corte d’appello perché aveva sostanzialmente accantonato le risultanze dell’ATP, ritenendole superate dalla successiva sostituzione della caldaia.

Il momento rilevante è quello del distacco

Altro passaggio molto interessante: quando il giudizio riguarda la legittimità di un distacco già eseguito, la verifica deve essere compiuta con riferimento alla situazione esistente nel momento in cui il distacco è stato effettuato. Nel caso concreto, il distacco risaliva al 2008, mentre la sostituzione della caldaia era avvenuta nel 2011. La Corte d’appello aveva dato rilievo alla nuova situazione impiantistica; la Cassazione osserva invece che, rispetto alla domanda proposta dalla condomina, ciò che contava era accertare se nel 2008 il distacco fosse legittimo.

Questo non significa che le modifiche successive dell’impianto siano sempre irrilevanti. Possono nascere problemi diversi, soprattutto se il nuovo impianto rende tecnicamente impossibile il riallaccio o cambia radicalmente il rapporto del condomino con la cosa comune. Ma non si può giudicare ex post la legittimità di un distacco già realizzato sulla base di una situazione tecnica sopravvenuta.

Il principio è importante anche per le liti condominiali in generale. Quando si valuta la legittimità di un comportamento già compiuto, bisogna collocarsi nel momento in cui quel comportamento è stato posto in essere. Altrimenti si rischia di giudicare una scelta passata alla luce di circostanze successive che non potevano essere considerate all’epoca.

Chi si distacca non smette di essere comproprietario dell’impianto

Un altro equivoco frequente riguarda le spese. Il condomino che si distacca dal riscaldamento centralizzato non diventa automaticamente estraneo all’impianto comune. L’impianto continua a essere una parte comune dell’edificio e il condomino distaccato conserva, di regola, la comproprietà su di esso. Per questa ragione resta tenuto a contribuire alle spese di conservazione, manutenzione straordinaria e messa a norma dell’impianto.

Quello che viene meno, se il distacco è legittimo, è l’obbligo di partecipare alle spese di uso, cioè ai costi collegati al consumo e al godimento del servizio di riscaldamento centralizzato. La distinzione è fondamentale: una cosa sono le spese necessarie per conservare il bene comune, altra cosa sono le spese relative all’utilizzazione concreta del servizio.

La stessa Cassazione richiama il principio secondo cui il condomino distaccato resta obbligato alle spese di conservazione dell’impianto centrale, ad esempio alla sostituzione della caldaia, perché l’impianto rimane un accessorio comune al quale egli potrebbe riallacciare la propria unità immobiliare.

La cautela necessaria prima di procedere

Dal punto di vista pratico, il condomino che intende distaccarsi dovrebbe evitare iniziative affrettate. Prima di intervenire sull’impianto è opportuno acquisire una relazione tecnica completa, comunicare formalmente l’intenzione all’amministratore, allegare la documentazione e indicare con precisione le modalità dell’intervento. Se il condominio contesta il distacco, sarà spesso necessario un approfondimento tecnico ulteriore, anche mediante accertamento tecnico preventivo.

Allo stesso modo, il condominio non dovrebbe opporsi per principio. Un rifiuto fondato soltanto sul regolamento o sulla contrarietà della maggioranza rischia di essere debole, se non è accompagnato da reali elementi tecnici. L’amministratore e l’assemblea dovrebbero valutare se esistano effettivi squilibri, aggravi di spesa o modifiche pregiudizievoli per l’impianto comune. In mancanza, la contestazione può trasformarsi in una lite lunga e costosa.

Le controversie di questo tipo, peraltro, si prestano bene a un confronto tecnico e negoziale. Prima di arrivare a una causa, può essere utile cercare una soluzione che consenta al condomino di ottenere l’autonomia desiderata e al condominio di tutelare l’impianto comune, prevedendo controlli, relazioni tecniche, ripartizione corretta delle spese e modalità esecutive non invasive.

Il principio da ricordare

La Cassazione n. 6490/2026 non autorizza il condomino a distaccarsi sempre e comunque dal riscaldamento centralizzato. Afferma qualcosa di più equilibrato e più utile: il condominio non può impedire in modo assoluto il distacco, neppure invocando il regolamento contrattuale, se il condomino prova che l’intervento non determina squilibri di funzionamento né aggravi di spesa per gli altri.

Il diritto del singolo e l’interesse collettivo devono quindi essere tenuti insieme. Il condomino non può danneggiare l’impianto comune o trasferire costi sugli altri; il condominio non può bloccare una scelta individuale legittima con un divieto generico o con un rifiuto non motivato tecnicamente.

La regola finale è semplice: il distacco è possibile, ma deve essere provato, documentato e tecnicamente sostenibile. Chi vuole procedere deve prepararsi bene; chi vuole opporsi deve dimostrare un pregiudizio concreto. Tutto il resto, nel diritto condominiale, rischia di diventare solo conflitto inutile.

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Il condominio può far pagare ai condomini in regola i debiti dei morosi?

Il Tribunale di Napoli annulla la delibera che aveva chiesto a un condomino di pagare una seconda volta vecchie bollette già comprese nei rendiconti condominiali

Può accadere che un condominio, trovandosi in difficoltà per le quote non versate da alcuni proprietari, decida di chiedere altro denaro a quelli che hanno sempre pagato regolarmente. L’esigenza pratica è comprensibile: i fornitori pretendono il saldo delle fatture, i servizi devono continuare e il conto corrente condominiale potrebbe non avere disponibilità sufficienti. Questo, però, non significa che l’assemblea possa semplicemente redistribuire i debiti dei morosi tra i condomini adempienti.

Lo ha chiarito il Tribunale di Napoli con la sentenza n. 1822 del 4 febbraio 2026, pronunciata in una controversia nella quale un condomino si era visto addebitare nuovamente somme relative a bollette energetiche degli anni 2014 e 2015, nonostante avesse già versato le quote risultanti dai rendiconti di quegli esercizi.

La decisione è interessante perché affronta un problema molto frequente, ma evita una conclusione troppo semplicistica. Non afferma soltanto che “i debiti dei morosi non devono essere pagati dagli altri”: distingue la definitiva attribuzione del debito al condomino in regola dall’eventuale anticipazione temporanea necessaria per fronteggiare una situazione realmente urgente.

Il condomino aveva già pagato, ma gli viene chiesto di contribuire nuovamente

La vicenda nasce da una delibera del 22 ottobre 2024, adottata su un punto dell’ordine del giorno dedicato a un pignoramento promosso da Eni e alla ripartizione delle quote dovute per alcune bollette insolute. Al condomino che successivamente ha impugnato la decisione assembleare era stata richiesta la somma di 1.576,49 euro, da lui inizialmente versata.

Dalla documentazione ottenuta dall’amministratore era però emerso che le fatture riguardavano consumi risalenti al 2014 e al 2015. Il condomino aveva già pagato quanto gli era stato addebitato nei rendiconti relativi a quegli anni e, ancora al 31 dicembre 2023, non risultava avere alcun debito nei confronti del condominio. La morosità complessiva relativa a quelle forniture, superiore a 35.000 euro, era invece riconducibile al mancato versamento delle quote da parte di altri partecipanti.

Il condominio aveva sostenuto che il debito derivasse da costi imprevedibili e non compresi nelle spese ordinarie, aggiungendo che le somme riscosse per la gestione corrente potevano essere utilizzate per affrontare spese impreviste e urgenti. Il Tribunale ha però rilevato che non era stata fornita alcuna prova dell’esistenza di spese straordinarie non preventivate e che il condominio non aveva neppure spiegato in cosa queste sarebbero consistite.

Il giudice considera inoltre anomalo che costi riferibili al 2014 e al 2015 siano emersi soltanto a distanza di quasi dieci anni, senza essere mai stati inseriti nei rendiconti degli esercizi di competenza. La spiegazione ritenuta più logica è quindi quella prospettata dal condomino: il debito residuo si era formato perché alcuni proprietari non avevano pagato le rispettive quote.

In altre parole, attraverso il nuovo piano di riparto, al condomino adempiente era stato chiesto di contribuire una seconda volta al pagamento delle stesse forniture, sostituendosi ai proprietari morosi.

L’assemblea non può modificare a maggioranza i criteri di ripartizione

Le spese condominiali devono essere ripartite secondo i criteri previsti dalla legge, dal regolamento contrattuale o da una valida convenzione approvata dagli interessati. L’assemblea può approvare i rendiconti e i relativi piani di riparto, ma non può utilizzare una deliberazione maggioritaria per trasferire definitivamente sui condomini adempienti le quote rimaste insolute per colpa di altri.

Se alcuni proprietari non pagano, il loro debito non scompare e non diventa automaticamente un nuovo debito di tutti gli altri. L’amministratore deve attivarsi per il recupero delle somme nei confronti dei morosi, utilizzando gli strumenti che la legge gli attribuisce, compresa la possibilità di ottenere un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo sulla base dello stato di ripartizione approvato dall’assemblea.

L’art. 63 delle disposizioni di attuazione del codice civile stabilisce inoltre che i creditori non possono agire nei confronti dei condomini in regola con i pagamenti prima di avere escusso quelli morosi. La norma non elimina ogni responsabilità esterna dei condomini adempienti, ma impone al creditore di rivolgere preliminarmente le proprie iniziative esecutive contro chi non ha versato quanto dovuto. (Gazzetta Ufficiale)

Il Tribunale di Napoli osserva che sarebbe discutibile consentire all’assemblea di aggirare tale sistema attribuendo direttamente ai condomini in regola le quote dei morosi, senza attendere il recupero nei confronti degli effettivi debitori.

L’anticipazione può essere ammessa in una situazione di effettiva urgenza?

La parte più interessante della sentenza riguarda proprio questo punto. Il giudice ricorda che una delibera con la quale i condomini decidano di sostenere definitivamente le quote dei morosi potrebbe essere adottata con il consenso unanime, perché l’unanimità consentirebbe di derogare convenzionalmente ai normali criteri di ripartizione.

La decisione richiama poi un orientamento della giurisprudenza di merito secondo il quale l’assemblea potrebbe deliberare, anche senza unanimità, una raccolta straordinaria e provvisoria di denaro quando esista un’effettiva e improrogabile urgenza di reperire le somme necessarie. È il caso, ad esempio, di un condominio concretamente esposto all’esecuzione forzata di un creditore, al blocco di un servizio essenziale o ad altre conseguenze immediate e particolarmente gravi.

Non si tratterebbe, tuttavia, di trasferire definitivamente il debito dai morosi agli adempienti. Le somme versate dai condomini in regola conserverebbero la natura di anticipazioni e dovrebbero essere restituite o considerate nei successivi conguagli, una volta recuperato il credito nei confronti dei reali debitori.

Il Tribunale segnala anche le critiche rivolte a questo orientamento. Le pronunce di legittimità sulle quali esso si fonda sarebbero infatti anteriori alla riforma dell’art. 63 disp. att. c.c. e potrebbero non essere pienamente compatibili con l’attuale regola della preventiva escussione dei condomini morosi.

La sentenza non risolve definitivamente il contrasto, perché nel caso concreto non era necessario farlo. La delibera risultava illegittima anche applicando l’interpretazione più permissiva: non era stata dimostrata una situazione di effettiva e improrogabile urgenza e, soprattutto, era stato negato al condomino il diritto di recuperare o conguagliare le somme versate al posto dei morosi.

Non basta richiamare genericamente un pignoramento

La presenza di un creditore che abbia iniziato un’azione esecutiva può certamente rappresentare un elemento importante, ma non consente di approvare qualsiasi piano di riparto. L’assemblea deve conoscere la reale situazione debitoria, l’importo necessario, le iniziative già avviate contro i morosi e le conseguenze concrete che deriverebbero dal mancato pagamento.

Nel caso esaminato, il Tribunale rileva che l’assemblea non aveva deliberato sulla base di una precisa valutazione dell’urgenza, ma partendo dal presupposto che si trattasse di un debito mai considerato nei precedenti rendiconti. Tale ricostruzione risultava però smentita dalla documentazione, dalla quale emergeva che le fatture erano riferibili agli esercizi 2014 e 2015 e che il condomino ricorrente aveva già pagato quanto gli era stato imputato.

Una raccolta straordinaria non può quindi diventare uno strumento con il quale l’amministratore o l’assemblea nascondano vecchie morosità, carenze nei recuperi o errori nella gestione contabile. Devono essere chiariti l’origine del debito, i soggetti che non hanno pagato, le azioni intraprese nei loro confronti e il carattere necessariamente provvisorio dell’eventuale anticipazione richiesta agli altri condomini.

La delibera deve essere impugnata: non è sufficiente ignorarla

Un condomino che riceva una richiesta illegittima non dovrebbe limitarsi a non pagare. Le deliberazioni assembleari sono obbligatorie per tutti i condomini finché non siano annullate o dichiarate invalide, e l’amministratore può utilizzare il piano di riparto approvato per richiedere un decreto ingiuntivo.

L’art. 1137 c.c. consente al condomino assente, dissenziente o astenuto di chiedere l’annullamento delle deliberazioni contrarie alla legge o al regolamento entro il termine perentorio di trenta giorni. Per il dissenziente e l’astenuto il termine decorre dalla data dell’assemblea; per l’assente, dalla comunicazione della deliberazione. (Gazzetta Ufficiale)

La distinzione tra nullità e annullabilità è quindi decisiva. Una delibera che applica erroneamente i criteri di riparto o addebita a un condomino somme non dovute viene normalmente contestata attraverso l’impugnazione prevista dall’art. 1137 c.c. Lasciare decorrere il termine confidando nella possibilità di opporsi soltanto quando arriverà il decreto ingiuntivo può esporre il condomino a conseguenze molto serie.

La prudenza impone quindi di acquisire immediatamente il verbale, il piano di riparto, i rendiconti degli anni interessati, le fatture del creditore e la situazione contabile personale, per verificare se la somma richiesta sia effettivamente dovuta e se sia necessario impugnare la decisione assembleare.

Chi ha già pagato deve chiedere espressamente la restituzione

Il condomino della vicenda aveva versato i 1.576,49 euro prima di ottenere la documentazione completa e di comprendere che si trattava di spese già considerate nei precedenti rendiconti. Nel giudizio aveva però chiesto l’annullamento della deliberazione, senza formulare una specifica domanda di condanna del condominio alla restituzione della somma.

Il Tribunale ha pertanto annullato la delibera, ma non ha potuto disporre un rimborso che non era stato domandato. La sentenza precisa infatti che l’attore non aveva formulato alcuna domanda diretta a ottenere la restituzione degli importi già pagati.

È un passaggio processuale apparentemente secondario, ma molto importante. L’annullamento della delibera elimina il fondamento della richiesta condominiale, ma la restituzione di quanto già versato deve essere domandata espressamente, indicando la somma, la causa del pagamento e le ragioni per le quali il condominio non avrebbe diritto a trattenerla.

Quando si impugna una delibera, non è quindi sufficiente concentrarsi sull’invalidità della decisione assembleare. Occorre valutare tutte le conseguenze economiche e formulare le domande necessarie per ottenere un risultato concretamente utile.

Il valore della causa non coincide necessariamente con la quota contestata

Il condomino aveva contestato un addebito individuale di 1.576,49 euro, ma il Tribunale ha determinato il valore della controversia sulla base dell’intera deliberazione impugnata, richiamando il principio affermato dalla Cassazione n. 9068 del 2022.

Quando si chiede l’annullamento di una delibera, la decisione del giudice produce infatti effetti nei confronti di tutti i condomini e incide sull’intero atto assembleare, non soltanto sulla posizione economica del ricorrente. Il valore della causa deve quindi essere determinato considerando l’importo complessivo oggetto della deliberazione, e non esclusivamente la quota attribuita a chi ha promosso il giudizio.

Anche questo aspetto merita attenzione prima di iniziare la causa, perché può incidere sulla competenza, sul contributo unificato e sulle spese legali. Nel caso deciso dal Tribunale di Napoli, il condominio è stato condannato a rifondere 5.261 euro per compensi professionali, oltre spese generali e accessori di legge.

Cosa deve fare il condomino al quale viene chiesto di pagare le morosità altrui?

La prima cosa da fare è verificare l’origine della somma richiesta. Occorre confrontare il nuovo piano di riparto con i rendiconti degli anni ai quali il debito si riferisce, controllare i pagamenti eseguiti e chiedere all’amministratore la documentazione relativa alle fatture, alle morosità e alle azioni di recupero intraprese.

Se si tratta di un’anticipazione straordinaria, devono essere chiariti almeno quattro elementi: quale sia la situazione di urgenza, perché non sia possibile attendere il recupero nei confronti dei morosi, come siano state determinate le somme richieste e in quale modo verranno restituite o conguagliate.

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Se invece il piano di riparto attribuisce stabilmente ai condomini in regola le quote non pagate da altri, la decisione deve essere contestata tempestivamente. Non è sufficiente inviare una protesta all’amministratore, perché la diffida non sostituisce l’impugnazione giudiziale e non sospende il termine di trenta giorni previsto dall’art. 1137 c.c.

Quando la somma sia già stata pagata, sarà inoltre necessario chiedere espressamente la restituzione, evitando di ottenere una sentenza che annulli la delibera ma non condanni il condominio a rimborsare quanto indebitamente ricevuto.

Chi paga regolarmente non può diventare il finanziatore permanente del condominio

La sentenza del Tribunale di Napoli non nega le difficoltà concrete che le morosità possono creare alla gestione condominiale. Un condominio deve pagare i fornitori e garantire la continuità dei servizi anche quando alcuni proprietari non rispettano i propri obblighi. La soluzione, però, non può consistere nella sistematica redistribuzione delle somme insolute tra coloro che hanno già pagato.

Un conto è chiedere, in una situazione eccezionale e documentata, un’anticipazione provvisoria destinata a essere recuperata; altro è attribuire definitivamente ai condomini adempienti il debito dei morosi. Nel primo caso si tenta di proteggere temporaneamente un interesse comune; nel secondo si altera il criterio di ripartizione e si finisce per premiare chi non paga, facendo ricadere le conseguenze sui proprietari più corretti.

Il principio che emerge dalla sentenza è quindi molto concreto: il condomino in regola non deve pagare due volte la stessa spesa soltanto perché l’amministratore non è riuscito a riscuotere le quote dagli altri. E quando l’assemblea approva un piano di riparto illegittimo, occorre reagire subito, chiedendo non soltanto l’annullamento della delibera, ma anche la restituzione delle somme eventualmente già versate.

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Delibere condominiali inviate via email ordinaria: da quando decorrono i 30 giorni per impugnarle?

La Cassazione chiarisce un punto molto pratico: per il condomino assente non basta dire che il verbale è stato “mandato via email”. Bisogna provare che sia arrivato davvero al destinatario

Le assemblee condominiali producono spesso decisioni molto importanti: approvazione di spese, riparti, lavori, bilanci, incarichi, azioni legali. Ma cosa accade se un condomino era assente e sostiene di non avere mai ricevuto i verbali delle assemblee?

La domanda è decisiva perché, per impugnare una delibera annullabile, l’art. 1137 c.c. prevede un termine molto breve: 30 giorni. Per i condomini assenti, questo termine decorre dalla comunicazione della delibera.

Con l’ordinanza n. 15567 del 21 maggio 2026, la Seconda Sezione civile della Corte di Cassazione affronta proprio questo problema: una condomina assente aveva impugnato varie delibere assembleari, sostenendo di averne appreso l’esistenza solo dopo la notifica di un decreto ingiuntivo per il pagamento degli oneri condominiali. Il condominio, invece, eccepiva la decadenza dall’impugnazione, sostenendo che i verbali fossero già stati comunicati.

La Cassazione dà ragione alla condomina su un punto essenziale: se la comunicazione del verbale è avvenuta tramite email ordinaria, non si può automaticamente presumere che il destinatario abbia ricevuto e conosciuto la delibera.

Il caso: delibere condominiali conosciute solo dopo il decreto ingiuntivo

La vicenda nasce dall’impugnazione di diverse delibere assembleari, adottate tra il 2014 e il 2015.

La condomina sosteneva di non aver ricevuto la comunicazione dei verbali, essendo stata assente alle assemblee. Secondo la sua prospettazione, aveva appreso dell’esistenza di quelle delibere solo quando le era stato notificato un decreto ingiuntivo per il pagamento degli oneri condominiali deliberati.

Il condominio si difendeva eccependo la decadenza: secondo l’amministrazione condominiale, la condomina avrebbe avuto conoscenza dei verbali in epoca precedente e, quindi, il termine di 30 giorni per impugnare sarebbe ormai scaduto. I giudici di merito avevano rigettato le domande della condomina.

La Cassazione, invece, accoglie il primo motivo di ricorso e rinvia la causa alla Corte d’Appello di Palermo.

Il principio: per l’assente il termine decorre dalla conoscenza effettiva del verbale

La Cassazione ricorda innanzitutto un principio già affermato in passato: la comunicazione della delibera al condomino assente si considera avvenuta quando questi abbia acquisito una compiuta conoscenza del verbale e abbia potuto apprenderne il contenuto in modo adeguato a tutelare le proprie ragioni.

Questo significa che non basta una conoscenza vaga, indiretta o parziale. Il condomino deve essere messo in condizione di capire che cosa l’assemblea ha deliberato, quali spese sono state approvate, quali decisioni sono state prese e se esistono motivi per impugnare.

Il termine di 30 giorni, infatti, è molto breve. Proprio per questo, deve decorrere da un momento certo o comunque seriamente dimostrato.

Email ordinaria e PEC: non sono la stessa cosa

Il punto più importante dell’ordinanza riguarda la differenza tra email ordinaria e posta elettronica certificata.

La Cassazione richiama l’orientamento secondo cui la PEC, per le sue caratteristiche tecniche e legali, consente di presumere che la comunicazione sia giunta all’indirizzo del destinatario, in modo analogo a quanto previsto dall’art. 1335 c.c. per gli atti recettizi.

L’email ordinaria, invece, non offre le stesse garanzie. Non dà la stessa certezza sulla consegna, non ha una ricevuta legalmente equiparabile a quella della PEC e non consente, da sola, di far scattare automaticamente la presunzione di conoscenza.

Detto in modo semplice: mandare un verbale con una normale email non è la stessa cosa che inviarlo con PEC, raccomandata, fax o consegna a mano.

L’avviso di convocazione e il verbale di assemblea seguono regole diverse

La Corte fa anche una distinzione importante.

Per l’avviso di convocazione dell’assemblea condominiale, l’art. 66 disp. att. c.c. prevede forme specifiche: posta raccomandata, PEC, fax o consegna a mano.

Per la comunicazione del verbale ai condomini assenti, invece, l’art. 1137 c.c. non indica forme vincolanti. Questo significa che la comunicazione del verbale può avvenire anche con modalità libere.

Ma “modalità libera” non significa “prova libera da ogni rigore”.

Se il condominio vuole far decorrere il termine di 30 giorni per impugnare, deve comunque dimostrare che il verbale sia arrivato all’indirizzo del destinatario e che il condomino sia stato posto in condizione di conoscerne il contenuto.

Nel caso esaminato, l’indirizzo email utilizzato non risultava immediatamente riferibile alla condomina, neppure perché composto da nome e cognome. In mancanza di prova dell’arrivo del verbale all’indirizzo del destinatario, la Cassazione ritiene non dimostrata la comunicazione idonea a far decorrere il termine per impugnare.

Cosa significa per i condomini

Per i condomini assenti, questa decisione è importante perché evita che il termine per impugnare decorra sulla base di comunicazioni incerte.

Se il verbale non è stato ricevuto, o se il condominio non riesce a dimostrare in modo adeguato l’avvenuta comunicazione, il condomino può contestare la decadenza.

Naturalmente, questo non significa che il condomino possa disinteressarsi completamente della vita condominiale. Ma la Cassazione chiarisce che non si può far decorrere il termine di impugnazione solo perché il condomino avrebbe dovuto informarsi sull’andamento della gestione comune. Serve il recapito del verbale o comunque una conoscenza completa e dimostrabile della delibera.

Cosa significa per amministratori e condomìni

Per gli amministratori, il messaggio è molto chiaro: se si vuole evitare contestazioni, i verbali delle assemblee devono essere comunicati ai condomini assenti con modalità che consentano di provare l’avvenuto recapito.

L’email ordinaria può essere comoda, ma è rischiosa. Può andare bene nei rapporti informali, ma diventa problematica quando da quella comunicazione deve decorrere un termine di decadenza di 30 giorni.

Meglio utilizzare PEC, raccomandata, consegna a mano con firma per ricevuta, oppure altre modalità che consentano di dimostrare con certezza il recapito e il contenuto della comunicazione.

In caso contrario, il condominio rischia che una delibera venga impugnata anche molto tempo dopo, proprio perché non è stato provato il momento in cui il condomino assente ne ha avuto conoscenza.

Delibere nulle e delibere annullabili: attenzione alla differenza

L’ordinanza affronta anche un altro tema molto importante: la differenza tra delibere nulle e delibere annullabili.

La condomina aveva sostenuto anche la nullità di alcune delibere. Su questo punto, però, la Cassazione rigetta il motivo, richiamando il principio delle Sezioni Unite n. 9839/2021: nel condominio, la regola generale è l’annullabilità della delibera; la nullità ha carattere residuale.

Sono nulle, in sintesi, le delibere prive degli elementi essenziali, con oggetto impossibile o illecito, con contenuto contrario a norme imperative, ordine pubblico o buon costume, oppure adottate in assoluto difetto di attribuzioni dell’assemblea.

Sono invece annullabili, e quindi soggette al termine di 30 giorni, le delibere che riguardano la ripartizione concreta delle spese, anche se adottate in violazione dei criteri previsti dalla legge o dal regolamento.

Questa distinzione è decisiva: se la delibera è nulla, può essere contestata senza il limite ordinario dei 30 giorni; se è annullabile, l’impugnazione deve essere proposta tempestivamente.

Cosa fare se si riceve un decreto ingiuntivo per spese condominiali mai conosciute

Il caso deciso dalla Cassazione nasce proprio da una situazione frequente: il condomino sostiene di non aver mai ricevuto i verbali e scopre le delibere solo quando arriva il decreto ingiuntivo.

In queste ipotesi, bisogna verificare subito:

quando si sono svolte le assemblee;

se il condomino era presente o assente;

come sono stati comunicati i verbali;

se vi è prova dell’invio e della ricezione;

se il mezzo usato era idoneo a dimostrare la conoscenza;

se le delibere sono nulle o soltanto annullabili;

se il decreto ingiuntivo si fonda su delibere tempestivamente impugnabili o ancora contestabili.

Il tempo, in questi casi, è fondamentale. Ma è altrettanto fondamentale controllare se il termine di 30 giorni sia davvero iniziato a decorrere.

Conclusione

L’ordinanza n. 15567/2026 è molto utile perché chiarisce un punto concreto della vita condominiale: il verbale di assemblea inviato al condomino assente deve essere comunicato in modo tale da consentire la prova dell’effettiva conoscenza.

La PEC offre garanzie che l’email ordinaria non offre. La semplice email, soprattutto se inviata a un indirizzo non chiaramente riferibile al destinatario, non basta automaticamente a far decorrere il termine di 30 giorni per impugnare.

Per i condomini, significa che non ogni eccezione di decadenza sollevata dal condominio è fondata. Per gli amministratori, significa che la comodità dell’email ordinaria può diventare un problema se poi bisogna dimostrare la regolare comunicazione del verbale.

In sintesi: quando si tratta di delibere condominiali, non basta decidere. Bisogna anche comunicare bene.

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Infiltrazioni dal terrazzo: chi paga i danni all’appartamento di sotto?

Infiltrazioni dal terrazzo: chi paga i danni all’appartamento di sotto?

La Cassazione chiarisce un principio molto utile: chi subisce il danno può chiedere l’intero risarcimento anche a uno solo dei responsabili

Le infiltrazioni d’acqua sono una delle cause più frequenti di lite in condominio. Il problema, quasi sempre, è lo stesso: l’appartamento sottostante subisce danni, ma non è semplice capire chi debba pagare.

Il condominio? Il proprietario del terrazzo? L’inquilino che usa l’immobile? Tutti insieme?

Con la sentenza n. 11585 del 28 aprile 2026, la Corte di Cassazione affronta proprio questo tema, chiarendo un principio molto importante: quando il danno da infiltrazioni è causato dal concorso di più soggetti, il danneggiato può chiedere l’intero risarcimento a ciascuno dei responsabili, senza dover rispettare nei suoi confronti la ripartizione interna prevista dall’art. 1126 c.c.

Il caso deciso dalla Cassazione

La vicenda nasce da due episodi di infiltrazioni d’acqua verificatisi nell’appartamento di un condomino, in seguito a piogge intense. Secondo l’attore, i danni erano riconducibili all’ostruzione del bocchettone di scarico del terrazzo sovrastante.

Il danneggiato aveva quindi citato in giudizio il condominio, il proprietario dell’appartamento soprastante e il conduttore dell’immobile.

In primo grado, il Tribunale aveva condannato solo il condominio, rigettando la domanda nei confronti del proprietario e del conduttore. La Corte d’Appello di Roma, invece, aveva riformato la decisione, ritenendo responsabili in solido il condominio, il proprietario e il conduttore, con condanna al risarcimento in favore del danneggiato.

La Cassazione conferma questa impostazione.

Il punto centrale: il danneggiato non deve fare i conti tra i responsabili

Il principio più importante della sentenza riguarda la differenza tra due piani:

il rapporto tra danneggiato e responsabili;

il rapporto interno tra i vari responsabili.

Chi subisce infiltrazioni dal terrazzo non è tenuto, prima di ottenere il risarcimento, a stabilire esattamente quale quota sia imputabile al condominio, quale al proprietario e quale al conduttore.

Se tutti hanno contribuito causalmente al danno, ciascuno può essere chiamato a rispondere per l’intero nei confronti del danneggiato.

Sarà poi il soggetto che ha pagato più del dovuto a rivalersi sugli altri responsabili, secondo le rispettive quote interne.

Questo è il senso dell’art. 2055 c.c., che disciplina la responsabilità solidale quando più persone concorrono a causare lo stesso danno.

Art. 1126 c.c.: vale nei rapporti interni, non contro il danneggiato

Uno dei motivi di ricorso riguardava l’art. 1126 c.c., norma che regola la ripartizione delle spese relative ai lastrici solari di uso esclusivo.

Secondo questa disposizione, quando l’uso del lastrico o della terrazza non è comune a tutti i condomini, le spese di riparazione o ricostruzione sono poste per un terzo a carico di chi ne ha l’uso esclusivo e per due terzi a carico dei condomini dell’edificio o della parte di edificio cui il lastrico serve da copertura.

Il conduttore sosteneva quindi che, anche se responsabile, avrebbe potuto rispondere al massimo nei limiti di un terzo.

La Cassazione respinge questa tesi.

La ripartizione di un terzo e due terzi vale nei rapporti interni tra i soggetti obbligati alla manutenzione o alla riparazione. Non limita, invece, il diritto del danneggiato a ottenere l’intero risarcimento da ciascuno dei corresponsabili.

In parole semplici: il condomino danneggiato non deve inseguire le quote. Può chiedere tutto a uno dei responsabili. Saranno poi questi, tra loro, a fare i conti.

Perché può rispondere anche il conduttore

La decisione è interessante anche perché conferma la possibile responsabilità del conduttore.

Il conduttore non è proprietario dell’immobile, ma ne ha la disponibilità materiale. Se utilizza l’appartamento e il terrazzo, può assumere una posizione di custodia rispetto alla cosa, almeno per gli aspetti che rientrano nella sua sfera di controllo.

Nel caso concreto, la Corte d’Appello aveva ritenuto che le infiltrazioni fossero state causate anche dall’ostruzione del bocchettone del terrazzo, oltre che da difetti del sistema di scolo. La Cassazione ritiene corretta la conclusione secondo cui il conduttore poteva rispondere ex art. 2051 c.c., cioè per danno da cosa in custodia.

Il principio è pratico: se il danno deriva anche da mancata cura, omessa vigilanza o cattiva gestione di una parte dell’immobile nella disponibilità dell’inquilino, anche quest’ultimo può essere chiamato a rispondere.

Condominio, proprietario e conduttore: responsabilità diverse, stesso danno

La sentenza evidenzia che possono concorrere più responsabilità.

Il condominio può essere responsabile per i difetti o la mancata manutenzione delle parti comuni, come il sistema di smaltimento delle acque.

Il proprietario può essere responsabile perché titolare dell’immobile e del terrazzo, o comunque perché tenuto a determinati obblighi di conservazione.

Il conduttore può essere responsabile perché custode della cosa nella sua disponibilità concreta.

Queste responsabilità possono avere titoli diversi, ma se concorrono a produrre lo stesso danno, il danneggiato può invocare la responsabilità solidale.

Cosa significa in pratica per chi subisce infiltrazioni

Chi subisce infiltrazioni dall’appartamento o dal terrazzo sovrastante dovrebbe muoversi con attenzione.

Prima di tutto, è importante documentare subito il danno: fotografie, video, preventivi, relazioni tecniche, eventuale intervento dell’amministratore, comunicazioni scritte e, nei casi più seri, accertamento tecnico preventivo.

Poi bisogna individuare le possibili cause: difetti del lastrico, cattiva manutenzione, ostruzione degli scarichi, guaine deteriorate, problemi di pendenza, pluviali o bocchettoni non funzionanti.

Infine, occorre valutare contro chi agire: condominio, proprietario, conduttore, o più soggetti insieme.

Questa sentenza conferma che, quando più soggetti hanno concorso al danno, il danneggiato non deve necessariamente limitarsi a chiedere quote separate. Può domandare l’intero risarcimento in via solidale.

Cosa significa per proprietari, inquilini e amministratori

Per il proprietario, la sentenza ricorda che la locazione dell’immobile non elimina ogni responsabilità. Alcuni obblighi di conservazione restano collegati alla proprietà.

Per l’inquilino, il messaggio è altrettanto chiaro: utilizzare un terrazzo o un appartamento comporta anche doveri di custodia e vigilanza. Se uno scarico si ostruisce, se l’acqua ristagna, se vi sono segnali di rischio, non si può semplicemente ignorare il problema.

Per l’amministratore, infine, la decisione conferma l’importanza di intervenire tempestivamente sulle parti comuni e sugli impianti di smaltimento delle acque, perché i difetti strutturali o manutentivi possono esporre il condominio a responsabilità.

Il principio affermato dalla Cassazione

La Corte formula un principio molto chiaro: quando lo stesso danno da infiltrazioni è provocato da più soggetti — ad esempio condominio, proprietario e conduttore del terrazzo — opera la responsabilità solidale prevista dall’art. 2055 c.c.

Di conseguenza, la domanda del danneggiato deve intendersi diretta a ottenere l’intero risarcimento da ciascuno degli obbligati, senza che nei suoi confronti possano essere opposti i limiti di un terzo e due terzi previsti dall’art. 1126 c.c., che rilevano solo nei rapporti interni tra corresponsabili.

Conclusione

La sentenza n. 11585/2026 è molto utile perché chiarisce un problema frequente: chi subisce infiltrazioni non deve necessariamente districarsi tra quote, percentuali e rapporti interni tra condominio, proprietario e conduttore.

Se più soggetti hanno contribuito a causare il danno, tutti possono essere chiamati a risponderne solidalmente.

La ripartizione prevista dall’art. 1126 c.c. serve poi per regolare i rapporti tra i corresponsabili, ma non può ridurre la tutela del danneggiato.

In sintesi: chi ha subito il danno può chiedere il risarcimento per intero; chi ha pagato potrà poi rivalersi sugli altri secondo le rispettive responsabilità.

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Riscaldamento centralizzato: chi si distacca paga ancora le spese straordinarie?

La Cassazione ribadisce un principio importante: il distacco dall’impianto comune non libera il condomino dalle spese di conservazione

Con l’ordinanza n. 1098 del 19 gennaio 2026, la Seconda Sezione civile della Corte di Cassazione torna su una questione molto frequente nella vita condominiale: il condomino che si è distaccato dall’impianto di riscaldamento centralizzato deve continuare a partecipare alle spese straordinarie dell’impianto comune?

La risposta della Corte è netta: , almeno quando si tratta di spese di conservazione, manutenzione straordinaria o ripristino dell’impianto centralizzato, perché l’impianto resta un bene comune, anche per chi non lo utilizza più direttamente.

La decisione è interessante perché consente di distinguere con chiarezza tre piani che spesso vengono confusi: il diritto del singolo condomino a distaccarsi dall’impianto centralizzato; la permanenza della comproprietà sull’impianto comune; e l’obbligo di contribuire alle spese necessarie alla sua conservazione.

Il caso: prima la dismissione, poi la messa a norma dell’impianto

La vicenda nasce dall’impugnazione di una delibera assembleare del 10 febbraio 2014, con la quale il condominio aveva approvato il consuntivo relativo alle spese straordinarie di riparazione dell’impianto di riscaldamento centralizzato, ponendo le relative quote anche a carico di alcuni condomini che contestavano di doverle pagare.

Le condomine ricorrenti sostenevano che una precedente assemblea, del 17 giugno 2012, avesse deliberato la dismissione dell’impianto centralizzato, autorizzando i condomini a dotarsi di impianti autonomi. Secondo questa impostazione, chi non intendeva più utilizzare l’impianto comune non avrebbe dovuto partecipare alle spese successive di ripristino o manutenzione.

Il Tribunale di Cremona e poi la Corte d’Appello di Brescia avevano respinto la domanda, osservando che una successiva delibera del 9 luglio 2012, non impugnata, aveva in realtà stabilito di non eliminare l’impianto comune, ma di sottoporlo a interventi di manutenzione e messa a norma, fissando anche il criterio di riparto delle spese.

La Cassazione conferma questa impostazione e rigetta il ricorso.

Delibera nulla o annullabile? La differenza è decisiva

Uno dei passaggi più importanti dell’ordinanza riguarda la distinzione tra nullità e annullabilità delle delibere condominiali.

Le ricorrenti cercavano di sostenere che la delibera del 9 luglio 2012 fosse nulla, perché l’ordine del giorno non avrebbe previsto la revoca della precedente decisione di dismettere l’impianto centralizzato. La conseguenza, se la tesi fosse stata accolta, sarebbe stata rilevante: la nullità può essere fatta valere senza il limite dei trenta giorni previsto dall’art. 1137 c.c.

La Cassazione, però, richiama l’orientamento delle Sezioni Unite: sono nulle solo le delibere prive degli elementi essenziali, con oggetto impossibile o illecito, con oggetto estraneo alla competenza dell’assemblea, o quelle che incidono sui diritti individuali dei condomini sulle cose comuni o sulle proprietà esclusive.

Sono invece annullabili le delibere affette da vizi del procedimento, comprese quelle relative alla convocazione, all’informazione dei condomini o all’ordine del giorno.

Questo significa che, anche se l’argomento non fosse stato correttamente inserito nell’ordine del giorno, il vizio avrebbe determinato al più l’annullabilità della delibera, non la sua nullità. E l’annullabilità deve essere fatta valere nel termine di trenta giorni.

Nel caso concreto, la delibera del 9 luglio 2012 non era stata impugnata. Di conseguenza, non poteva essere rimessa in discussione anni dopo attraverso l’impugnazione della successiva delibera di riparto del 10 febbraio 2014.

Non si può contestare oggi la delibera che si è lasciata consolidare ieri

Questo è uno dei punti più pratici della decisione.

La Cassazione afferma, in sostanza, che i condomini non potevano recuperare tardivamente la mancata impugnazione della delibera del 9 luglio 2012, contestando la successiva delibera del 2014, che si limitava a dare attuazione al criterio di riparto già stabilito.

È un principio molto importante nella pratica condominiale.

Se l’assemblea approva un criterio di ripartizione delle spese, e quella delibera non viene impugnata nei termini, il condomino non può attendere la successiva approvazione del consuntivo per contestare il criterio già deliberato.

La delibera successiva può essere impugnata per vizi propri, ma non può diventare lo strumento per rimettere in discussione una precedente decisione ormai efficace.

Riparazione dell’impianto: manutenzione straordinaria, non innovazione gravosa

Le ricorrenti sostenevano anche che il ripristino di alcune parti del vecchio impianto costituisse una innovazione gravosa, con conseguente applicazione dell’art. 1121 c.c. Secondo questa norma, quando un’innovazione è molto gravosa o voluttuaria e può essere utilizzata separatamente, i condomini che non intendono trarne vantaggio possono essere esonerati dalla spesa.

La Cassazione respinge anche questa tesi.

La riparazione di un impianto di riscaldamento preesistente, quando l’impianto è guasto o obsoleto, non è una nuova installazione e non è normalmente un’innovazione. È un atto di manutenzione straordinaria, diretto a ripristinare la funzionalità dell’impianto senza modificarne in modo sostanziale la destinazione o la struttura.

Questo passaggio è molto importante, perché spesso nei condomìni si tende a qualificare come “innovazione” qualsiasi intervento costoso o rilevante. Ma non è così. Un conto è installare un impianto nuovo o modificare radicalmente una cosa comune; altro conto è riparare, mettere a norma o conservare un impianto già esistente.

Nel secondo caso, si applicano normalmente le regole sulle spese di conservazione e manutenzione delle cose comuni.

Il distacco non cancella la comproprietà dell’impianto

Il cuore della pronuncia è nella parte finale.

La Cassazione ricorda che la semplice dismissione o il distacco dall’impianto di riscaldamento centralizzato riguarda l’uso del servizio, non la proprietà dell’impianto.

Il condomino può distaccare la propria unità immobiliare dal sistema comune, dotandosi di un impianto autonomo, ma ciò non significa che perda ogni rapporto con l’impianto centralizzato. L’impianto resta un accessorio di proprietà comune e il condomino distaccato conserva, almeno in astratto, la possibilità di riallacciarsi in futuro.

Da qui discende la conseguenza pratica: il condomino distaccato resta tenuto a contribuire alle spese di conservazione dell’impianto, come quelle di manutenzione straordinaria, sostituzione della caldaia, messa a norma o interventi necessari a mantenere efficiente il bene comune.

Diverso è il discorso per le spese di uso e consumo, che riguardano il godimento effettivo del servizio. Chi non utilizza più il riscaldamento centralizzato, in linea di principio, non deve partecipare ai consumi volontari, ma resta obbligato per le spese che riguardano la conservazione del bene comune e, nei limiti di legge, per le dispersioni o consumi involontari.

Art. 1118 c.c.: il principio oggi è espresso dalla legge

La decisione si colloca nel solco dell’attuale formulazione dell’art. 1118 c.c., secondo cui il condomino può rinunciare all’utilizzo dell’impianto centralizzato di riscaldamento o condizionamento, se dal suo distacco non derivano notevoli squilibri di funzionamento o aggravi di spesa per gli altri condomini.

Ma la stessa norma precisa che il rinunciante resta tenuto a concorrere al pagamento delle sole spese per la manutenzione straordinaria dell’impianto, per la sua conservazione e messa a norma.

La Cassazione evidenzia che il criterio applicato dall’assemblea era coerente con l’elaborazione giurisprudenziale poi recepita proprio nella nuova formulazione dell’art. 1118 c.c.

Questo rende la pronuncia particolarmente utile anche per le controversie attuali: il principio non è solo giurisprudenziale, ma trova oggi un preciso aggancio normativo.

Cosa devono pagare i condomini distaccati

Riassumendo, il condomino che si distacca dall’impianto centralizzato normalmente:

deve pagare le spese di conservazione dell’impianto comune;

deve pagare le spese di manutenzione straordinaria;

deve pagare le spese di messa a norma;

può essere tenuto a contribuire alle dispersioni o consumi involontari, secondo la normativa applicabile e i criteri tecnici di riparto;

non deve invece pagare i consumi volontari del riscaldamento che non utilizza.

Naturalmente, ogni caso va esaminato in concreto, anche alla luce del regolamento condominiale, delle delibere assembleari, dello stato dell’impianto, delle tabelle applicate e della normativa tecnica sul riparto dei consumi.

Una lezione pratica per i condomini: impugnare subito le delibere sbagliate

La sentenza offre anche una lezione processuale.

Quando l’assemblea approva una delibera che incide su un criterio di spesa o sulla gestione di un impianto comune, il condomino dissenziente deve valutarne immediatamente l’impugnazione.

Non è prudente attendere il consuntivo successivo, perché se la prima delibera contiene il criterio sostanziale di riparto e non viene impugnata nei termini, la successiva delibera applicativa difficilmente potrà essere utilizzata per rimettere tutto in discussione.

È un punto che nella pratica condominiale viene spesso sottovalutato. Si pensa che la contestazione possa essere rinviata al momento in cui arriva il conto. Ma se il conto è solo l’attuazione di una decisione precedente, il termine per contestare quella decisione potrebbe essere già scaduto.

Conclusione

L’ordinanza n. 1098/2026 conferma un principio di grande rilievo pratico: il condomino che si distacca dall’impianto centralizzato non si libera completamente dagli obblighi verso il bene comune.

Il distacco incide sull’uso, non sulla comproprietà.

Finché l’impianto centralizzato esiste come bene comune, il condomino resta tenuto a contribuire alle spese necessarie alla sua conservazione, manutenzione straordinaria e messa a norma. Non paga, invece, ciò che riguarda il consumo volontario di un servizio che non utilizza.

La Cassazione, inoltre, ribadisce che le delibere condominiali vanno impugnate nei tempi corretti. Un vizio relativo all’ordine del giorno o al procedimento assembleare determina, di regola, annullabilità e non nullità. Se la delibera non viene impugnata entro trenta giorni, diventa efficace e non può essere rimessa in discussione attraverso l’impugnazione di una delibera successiva meramente esecutiva.

Una decisione utile, dunque, sia per gli amministratori sia per i condomini: chi si distacca può risparmiare sui consumi, ma non può abbandonare il bene comune.

Condominio: in assenza di prova niente rimborso all’amministratore per spese anticipate (Cass. 8498/12)

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 24 aprile – 28 maggio 2012, n. 8498

Presidente Oddo – Relatore Piccialli

Svolgimento del processo

G..C. , ex amministratore del Condominio (omissis) , ottenne dal Presidente del locale Tribunale decreto ingiuntivo del 2.2.99 di pagamento della somma di L. 62.749.863, a titolo di rimborso di anticipazioni di spese condominiali, avverso il quale l’intimato condominio propose rituale opposizione, contestando il credito e proponendo domanda riconvenzionale risarcitoria, per assunte negligenze incorse nelle pregresse gestioni. Costituitosi l’opposto, resistette all’opposizione ed alla domanda riconvezionale, che all’esito dell’istruttoria documentale e della consulenza tecnica di ufficio, furono entrambe respinte dall’adito tribunale con sentenza n. 2431 del 28.8.03.

Ma all’esito ed in parziale accoglimento del gravame, cui aveva resistito l’appellato, con sentenza del 21.6 – 9.11.05 la Corte d’Appello di Firenze, revocò il decreto ingiuntivo opposto, confermò la reiezione della residua domanda e condannò il C. alle spese del doppio grado di giudizio. Tali, in sintesi e per quanto ancora rilevate ragioni della suddetta decisione:

a) né dal rendiconto consuntivo della gestione 1995/96, né da quello successivo relativo al 1996/97, contenenti mere elencazioni di spese sostenute dal condominio nei rispettivi esercizi e relative ripartizioni tabellari, approvate dall’assemblea, era dato desumere alcun riferimento a debiti nei confronti dell’amministratore, cui risultavano riconosciuti soltanto onorari per i rispettivi importi di L. 2.200.000 e 2.300.000, non risultando neppure avvisati i condomini di eventuali crediti per le assunte anticipazioni;

b) pur essendovi menzionerei verbale di passaggio di consegne tra il C. ed il successivo amministratore, redatto in data 6.11.97, tra i documenti al secondo consegnatici una “situazione cassa riepilogativa ordinaria e straordinaria dal quale risulta un saldo dare del Condominio al Dr. C. di L. 62, 749.863”, tale documento non poteva comportare il riconoscimento, da parte del nuovo amministratore, dell’assunto credito, non solo perché il medesimo non aveva i relativi poteri dispositivi del diritto, ma anche perché non aveva ancora potuto prendere cognizione della situazione contabile e, dunque, della fondatezza della pretesa creditizia;

c) tale fondatezza, peraltro, il c.t.u. aveva escluso potesse desumersi dalla documentazione acquisita, non avendo rinvenuto alcun documento giustificativo delle assunte uscite. Avverso la suddetta sentenza L..P. , C..C. e M..C. , quali gli eredi di G..C. nelle more defunto, hanno proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi. Ha resistito con rituale controricorso il condominio intimato.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso viene dedotta “violazione e/o falsa applicazione della legge. Intervenuto riconoscimento del debito condominiale in ragione della approvazione dei bilanci con suntivi”, che avrebbe dovuto desumersi dal contenuto del verbale assembleare del 27.6.97, a nulla rilevando che il c.t.u. non avesse potuto esaminare le “pezze d’appoggio”, tenuto conto che l’amministratore era gravato solo dall’onere della rendicontazione al termine degli esercizi, senza neppure utilizzare documenti fiscali, il cui obbligo era stato imposto ai condomini solo nel 1999. Con il secondo motivo si deduce “violazione e/o falsa applicazione della legge. Intervenuta ricognizione del debito in ragione del riconoscimento del nuovo amministratore”, il quale alla data della redazione del verbale, essendo stato già in precedenza nominato dall’assemblea, avrebbe rappresentato a tutti gli effetti il condominio e, per di più, dopo circa un mese e mezzo dall’inizio del suo incarico, sarebbe stato a conoscenza della situazione debitoria condominiale, in virtù dei pregressi bilanci passivi approvati, contesto in cui il tenore letterale della dichiarazione sottoscritta il 6.11.97 non avrebbe potuto che denotare il riconoscimento del debito.

Con il terzo motivo si censura, per insufficiente e contraddittoria motivazione, l’affermazione secondo cui i condomini non sarebbero stati informati della situazione debitoria del condominio, sostenendosi in contrario che da tutti i verbali assembleari, segnatamente da quelli del 14.6.96, 27.6.97 e 26.9.97 avrebbe dovuto desumersi tale conoscenza.

Con il quarto motivo si deduce violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1720 c.c., lamentandosi la mancata applicazione delle norme generali in tema di mandato, cui l’incarico di amministratore sarebbe assimilabile, al riguardo invocate dal C. ed in concreto disattese, nonostante la fornita prova degli esborsi, desumibile dalla copiosa e non contestata documentazione prodotta, costituita dalle “pezze d’appoggio” approvate dall’assemblea, parzialmente riassunte dalle stesse risultanze della consulenza tecnica, riscontrante pagamenti per complessive L. 303.073.457, erroneamente utilizzate nella motivazione.

Con il quinto motivo, infine, si impugna, in via di “ricorso incidentale eventuale” e per omessa pronuncia circa la decadenza del condominio dalla eccezione di carenza di legittimazione passivala reiezione, anziché la, più radicale5dichiarazione di inammissibilità di tale eccezione. Nessuno dei motivi sopra esposti merita accoglimento.

Il primo è inammissibile, perché pur denunciando una violazione di legge, non indica quale norma di diritto sia stata disattesa, ma si risolve in una censura di merito, peraltro nuova, avverso la motivazione, secondo la quale il debito non risultava dai bilanci, anche priva di autosufficienza, laddove omette di riportare i contenuti testuali dei bilanci, nelle parti asseritamente qualificanti i passivi di cassa come rappresentativi di un credito dell’amministratore.

Su analoga tematica questa sezione ha avuto modo di stabilire che “La deliberazione dell’assemblea di condominio che procede all’approvazione del rendiconto consuntivo emesso dell’amministratore ha valore di riconoscimento di debito solo in relazione alle poste passive specificamente indicate; pertanto, ove il rendiconto – che è soggetto al principio di cassa – evidenzi un disavanzo tra le entrate e le uscite, l’approvazione dello stesso non consente di ritenere dimostrato in via di prova deduttiva, che la differenza sia stata versata dall’amministratore con denaro proprio, poiché la ricognizione di debito richiede un atto di volizione, da parte dell’assemblea si un oggetto specifico posto all’esame dell’organo collegiale” (sent. n. 10153/11) Il secondo motivo, che del pari non indica quale norme di diritto sia stata violata, risolvendosi in censure di puro merito, non scalfisce la corretta argomentazione della sentenza impugnata, che, nel ritenere non sufficiente la sottoscrizione del verbale di consegna tra il vecchio ed il nuovo amministratore, menzionante una situazione di cassa contenente un passivo in relazione ad anticipazione di pagamenti ascritte al primo, ad integrare una ricognizione di debito da parte del condominio, risulta sostanzialmente in linea con il principio già affermato, in un precedente in termini, da questa Corteo dal presente collegio condiviso, secondo cui “il nuovo amministratore di un condominio, se non autorizzato dai partecipanti alla comunione, non ha il potere di approvare incassi e spese condominiali risultanti dai prospetti sintetici consegnatigli dal precedente amministratore e pertanto l’accettazione di tali documenti non costituisce prova idonea del debito nei confronti di quest’ultimo da parte dei condomini per l’importo corrispondente al disavanzo tra le rispettive poste contabili, spettando invece all’assemblea dei condomini approvare il conto consuntivo, onde confrontarlo con il preventivo ovvero valutare l’opportunità delle spese affrontate d’iniziativa dell’amministratore”. (sent. n. 5449/99) Irrilevanti risultano, pertanto, le circostanze che il nuovo amministratore, all’epoca del passaggio delle consegne, fosse già stato immesso nell’esercizio delle proprie funzioni ed in grado di rendersi conto della situazione debitoria del condominio, conoscenza che, quand’anche seguita dalla ricezione della documentazione consegnatagli dal precedente amministratore, comunque non avrebbe potuto equivalere al riconoscimento della effettiva sussistenza del credito esposto in tali atti.

Le suesposte considerazioni comportano la reiezione anche del terzo motivo, peraltro esponente un argomento nuovo che non risulta se e come prospettato ai giudici di merito, posto che dalla sola avvenuta conoscenza, da parte dell’assemblea della pretesa creditizia dell’amministratore, non contenente alcun espresso riconoscimento da parte della compagine condominale del debito come proprio, ma solo manifestante una disponibilità a considerarlo tale, subordinata al recupero di quanto dovuto da un condomino moroso, non avrebbe potuto desumersi la ricognizione del debito e l’impegno al relativo pagamento, se è vero che, come risulta dal riportato testo del verbale, la mancata accettazione della condizione determinò la non approvazione del consuntivo sul punto.

Non miglior sorte merita il quarto mezzo, poiché il richiamo alle norme in materia di mandato, pur applicabili secondo la giurisprudenza di legittimità al rapporto tra il condominio e l’amministratore in tema di rimborso delle spese, non mutando i termini di fatto della questione, non avrebbe potuto nel caso concreto condurre a decisione diversa da quella adottata dai giudici di merito, in un contesto caratterizzato dall’assenza di alcuna prova in ordine alta circostanza che l’amministratore avesse provveduto, con danaro proprio, ad anticipare spese per la gestione condomini al e, mancando al riguardo alcun documento giustificativo ed un elenco analitico delle stesse entrate condominiali. Quanto alle censure, in questa sede rivolte alla consulenza tecnica, dalla quale la corte di merito ha tratto conferma del mancato riscontro probatorio della pretesa, non risulta dalla sentenza impugnata, né viene dedotto in ricorso, che le stesse siano state anche formulate in sede di merito, limitandosi il mezzo d’impugnazione a riprodurre uno “schema riepilogativo” già esposto nella comparsa conclusionale di primo grado, così praticamente richiamando un atto di parte, privo di alcuna valenza probatoria e comunque non esplicitante, attraverso le elencate poste contabili, le specifiche ragioni di dissenso rispetto alle conclusioni cui era pervenuto l’ausiliare.

Palesemente inammissibile per difetto d’interesse è, infine, il quinto motivo, in quanto condizionato ad una impugnativa della controparte solo paventatala in concreto non proposta.

Il ricorso va conclusivamente respinto, con conseguente condanna dei soccombenti alle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al rimborso delle spese processuali in favore del resistente condominio, in misura di Euro 3.200, 00, di cui 200 per esborsi.

Condominio: l’assemblea non può applicare interessi ai morosi se non all’unanimità (Cass. 10929/2011)

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 14 aprile – 18 maggio 2011, n. 10929

Presidente Relatore Triola

Svolgimento del processo

M.A.P. proponeva opposizione contro il decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Trento, sezione distaccata di Tione, relativo al pagamento in favore del condominio (OMISSIS) della somma di lire 9.461.380 a titolo di contributi condominiali.

L’opposizione veniva accolta con sentenza in data 23 febbraio 2007.

Il condominio proponeva appello, che veniva rigettato dalla Corte di appello di Trento con sentenza in data 1 agosto 2008.

I giudici di secondo grado premettevano che la materia del contendere era limitata alla individuazione degli interessi da applicare alla appellata in relazione al ritardo nel versamento delle spese condominiali, e in particolare se tali interessi potessero essere quelli bancari.

A tal fine si doveva ritenere che la delibera con la quale era stato modificato il regolamento di condominio nel senso della applicazione degli interessi bancari ai condomini morosi, essendo stata approvata con una maggioranza inferiore a quella legale, doveva considerarsi nulla.

Contro tale decisione ha proposto ricorso per cassazione, con un unico motivo, il condominio, che ha anche depositato memoria.

Resiste con controricorso M.A.P.

Motivi della decisione

Con l’unico motivo del ricorso il condominio invoca l’orientamento di questa S.C., secondo il quale in tema di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per il pagamento di contributi condominiali non possono essere sollevate questioni relative alla annullabilità (nella specie per insufficienza del quorum) delle delibere che tali contributi abbiano approvato.

La doglianza è, in astratto, esatta.

Ritiene, tuttavia, il collegio di confermare la sentenza impugnata, correggendone la motivazione, ai sensi dell’art. 384, quarto comma, cod. proc. civ..

La delibera all’origine dell’attuale controversia, infatti, deve considerarsi nulla proprio alla stregua dell’orientamento invocato dal condominio ricorrente in ordine alla distinzione tra delibere nulle e delibere semplicemente annullabili.

Non rientra, infatti, nei poteri dell’assemblea prevedere penali a carico dei condomini morosi, le quali possono, in teoria, essere inserite soltanto in regolamenti c.d. contrattuali, cioè approvati all’unanimità.

In considerazione delle ragioni che hanno portato al rigetto del ricorso, ritiene il collegio di compensare le spese del giudizio di legittimità.

 P.Q.M.

 la Corte rigetta il ricorso; compensa le spese.

Cassazione 24654 del 3 dicembre 2010: spetta a chi ha venduto pagare le spese deliberate dall’assemblea quando era ancora proprietario

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Gli acquirenti di un appartamento posto in uno stabile condominiale del Comune di Messina – (…) e (…) – hanno convenuto in giudizio i venditori – (…) – chiedendo di rivalersi di quanto avrebbero dovuto pagare al condominio per lavori condominiali di ristrutturazione deliberati dall’assemblea nel gennaio 1995, allorché l’appartamento, da essi acquistato nel marzo 1996, era ancora in proprietà dei venditori.

La Corte d’appello di Messina, con sentenza depositata il 3 febbraio 2009, ha confermato la decisione di primo grado – resa dal Tribunale della stessa città -recante l’accoglimento della domanda di rivalsa ed ha affermato che, in caso di alienazione di immobile condominiale, l’obbligo di pagare i contributi per le spese relative ad opere di ristrutturazione delle parti comuni dell’edificio grava su chi era proprietario al momento della delibera di approvazione delle spese, sicché il momento di effettiva esecuzione dei lavori é irrilevante, attenendo, esso, non alla costituzione dell’obbligazione, ma alla sua attuazione.

Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello hanno proposto ricorso (…) e (…), in proprio e nella qualità di eredi di (…), sulla base di due motivi.

Hanno resistito, con controricorso, (…) e (…).

In un primo tempo è stata avviata la procedura in camera di consiglio sulla base di relazione redatta ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ.; indi la Corte, con ordinanza interlocutoria 20 luglio 2010, n. 16961, ha disposto la trattazione del ricorso in pubblica udienza per la mancanza delle condizioni di evidenza della decisione.

Entrambe le parti hanno depositato memorie illustrative.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo con cui si prospetta violazione dell’art. 1123 c.c., comma 1, per avere la Corte d’appello posto a carico degli alienanti oneri condominiali relativi ad opere straordinarie di ristrutturazione deliberate antecedentemente alla stipulazione dell’atto pubblico di trasferimento dell’unità immobiliare, ma eseguite dopo la stipula della compravendita dell’unità medesima – è infondato.

1.1. Il quesito di diritto posto con il motivo concerne l’individuazione del momento di insorgenza dell’obbligo di contribuzione alle spese condominiali nell’ipotesi di trasferimento di proprietà di immobile sito in edificio condominiale e, quindi, del soggetto sul quale, nei rapporti interni tra venditore e compratore, ricade tale onere.

Occorre premettere che l’alienante e l’acquirente possono liberamente pattuire, nel contratto di compravendita di un piano o di una porzione di piano di un edificio in condominio , su quale delle due parti sia destinato a ricadere l’onere per spese condominiali deliberate ed ancora da eseguire.

In difetto di pattuizione, soccorre la legge.

Sul punto, la giurisprudenza di questa Corte ha dato risposte contrastanti.

Secondo un orientamento, l’obbligo del condomino di pagare i contributi per le spese di manutenzione delle parti comuni dell’edificio deriva, non dalla preventiva approvazione della spesa, ma dalla concreta attuazione dell’attività di manutenzione, e sorge quindi per effetto dell’attività gestionale concretamente compiuta, senza che rilevi la data della delibera di approvazione dell’opera, avente una funzione meramente autorizzativa del compimento di una determinata attività di gestione da parte dell’amministratore (Cass., Sez. 2^, 7 luglio 1988, n. 4467; Cass., Sez. 2^, 17 maggio 1997, n. 4393; Cass., Sez. 2^, 26 gennaio 2000, n. 857; Cass., Sez. 2^, 9 settembre 2008, n. 23345, in motivazione). Pertanto, nel caso di vendita di un appartamento sito in un edificio soggetto al regime del condominio , obbligato al pagamento delle spese è il proprietario nel momento in cui vengono eseguiti i lavori (Cass., Sez. 2^, 18 aprile 2003, n. 6323).

Un altro indirizzo, invece, identifica il momento di insorgenza dell’obbligo con la delibera della spesa da parte dell’assemblea condominiale: il condomino che vende l’immobile di sua esclusiva proprietà è tenuto a contribuire alle spese condominiali deliberate quando era ancora proprietario (Cass., Sez. 2^, 26 ottobre 1996, n. 9366; Cass., Sez. 2^, 2 febbraio 1998, n. 981).

In questa prospettiva, si precisa (Cass., Sez. 2^, 21 luglio 2005, n. 15288) che l’obbligo dei condomini di contribuire al pagamento delle spese condominiali sorge per effetto della delibera dell’assemblea che approva le spese stesse e non a seguito della successiva delibera di ripartizione, volta soltanto a rendere liquido un debito preesistente, e che può anche mancare ove esistano tabelle millesimali, essendo in tal caso l’individuazione delle somme concretamente dovute dai singoli condomini il frutto di una semplice operazione matematica.

1.2. – In generale, il condomino è tenuto a contribuire nella spesa la cui necessità maturi e risulti quando egli è proprietario di un piano o di una porzione di piano facente parte del condominio : e siccome l’obbligo nasce occasione rei e propter rem, chi è parte della collettività condominiale in quel momento deve contribuire.

Ad avviso del Collegio, la soluzione al quesito di diritto dipende dalla diversa origine della spesa alla quale il condomino deve contribuire.

Può trattarsi: (a) di spesa necessaria alla manutenzione ordinaria, alla conservazione, al godimento delle parti comuni dell’edificio o alla prestazione di servizi nell’interesse comune; (b) di spesa attinente a lavori che comportino una innovazione o che, seppure diretti alla migliore utilizzazione delle cose comuni od imposti da una nuova normativa, comportino, per la loro particolarità e consistenza, un onere rilevante, superiore a quello inerente alla manutenzione ordinaria dell’edificio.

Nel primo caso la nascita dell’obbligazione coincide con il compimento effettivo dell’attività gestionale mirante alla manutenzione, alla conservazione, al godimento delle parti comuni dell’edificio o alla prestazione di servizi nell’interesse comune.

L’obbligo insorge, ex lege, non appena si compia l’intervento nel nome di un’esigenza collettiva apprezzata dall’organo – l’amministratore – nelle cui attribuzioni rientra erogare le spese occorrenti per la manutenzione ordinaria delle parti comuni dell’edificio e per l’esercizio dei servizi comuni (art. 1130 c.c., n. 3). Sebbene queste spese siano normalmente precedute dal preventivo annuale approvato dall’assemblea, la loro erogazione effettiva non è mera esecuzione della delibera assembleare: sia perché per le attività comprese nell’ordinaria gestione condominiale l’appostazione di una somma nel bilancio preventivo ha la mera finalità di convalidare la congruità delle spese che il condominio prevede di dovere sostenere; sia perché, come si ricava dall’art. 1135 cod. civ., u.c. l’amministratore – almeno in caso di urgenza (come ritiene Cass., Sez. 2^, 18 maggio 1994, n. 4831) o anche al di là di questa ipotesi (secondo l’orientamento seguito da Cass., Sez. 2^, 18 agosto 1986, n. 5068) – deve e può predisporre gli atti e le opere di manutenzione e di esercizio dei servizi comuni anche quando quel preventivo non vi sia e l’assemblea non si sia pronunciata. In questo senso è orientata la giurisprudenza di questa Corte (Sez. 2^, 21 maggio 1964, n. 1251), quando, da un lato, precisa che l’obbligo del condomino di pagare al condominio i contributi per le spese di manutenzione delle parti comuni o per l’esercizio dei servizi comuni … deriva dalla gestione stessa dell’amministratore”, e, dall’altro, esclude che possa riconoscersi, in tal caso, valore di titolo esecutivo alla delibera assembleare di approvazione, la quale “ha valore non costitutivo ma meramente dichiarativo”.

Diverso è il secondo caso (sub b). Per le opere di manutenzione straordinaria e per le innovazioni, le quali debbono essere preventivamente determinate dall’assemblea nella loro quantità e qualità e nell’importo degli oneri che ne conseguono, la delibera condominiale che dispone l’esecuzione degli interventi assume valore costitutivo della relativa obbligazione in capo a ciascun condomino.

In tal caso, l’obbligo di contribuire alle spese discende, non dall’esercizio della funzione amministrativa rimessa all’amministratore nel quadro delle appostazioni di somme contenute nel bilancio preventivo, ma, direttamente, dalla delibera dell’assemblea.

Ciò si ricava da una pluralità di indici normativi: dall’art. 1104 cod. civ., dettato in materia di comunione ordinaria tale disposizione – imponendo a ciascun partecipante di contribuire nelle spese necessarie per la conservazione e per il godimento della cosa comune e nelle spese deliberate dalla, maggioranza – fa discendere, in taluni casi (allorché la spesa importi innovazioni o sia determinata da esigenze di miglior godimento), l’obbligo di contribuzione da una volontà collegiale; dall’art. 1121 c.c., comma 2, che consente innovazioni gravose o voluttuarie insuscettibili di utilizzazione separata quando se ne assumano la spesa i condomini che, costituendo maggioranza, hanno voluto o accettato l’innovazione: in tal caso, appunto, dovrà sobbarcarsene la spesa “la maggioranza dei condomini che l’ha deliberata o accettata”, mentre ne sarà esente colui che non ne ha deliberato (e quindi voluto) la realizzazione; dall’art. 1123 cod. civ., il quale, nel disciplinare la misura del contributo dei condomini, prevede, accanto alle spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio e per la prestazione dei servizi nell’interesse comune , quelle per le innovazioni deliberate dalla maggioranza.

1.3. – Da tanto deriva che, in caso di vendita di un’unità immobiliare in condominio , nel quale siano stati deliberati lavori di straordinaria manutenzione o di ristrutturazione o innovazioni, in mancanza di accordo tra le parti, nei rapporti interni tra alienante ed acquirente è tenuto a sopportarne i relativi costi chi era proprietario al momento della delibera dell’assemblea, sicché, ove tali spese siano state deliberate antecedentemente alla stipulazione dell’atto di trasferimento dell’unità immobiliare, ne risponde il venditore, a nulla rilevando che tali opere siano state, in tutto o in parte, eseguite successivamente, e l’acquirente ha diritto a rivalersi, nei confronti del proprio dante causa, per quanto pagato al condominio in forza del principio di solidarietà passiva di cui all’art. 63 disp. att. cod. civ. 1.4. –

A questo principio di diritto si è correttamente attenuta la Corte d’appello.

2.- Con il secondo mezzo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 63 disp. att. c.p.c., comma 2, lamentando che la Corte territoriale non abbia riconosciuto in favore del venditore l’indennizzo da arricchimento senza causa.

2.1. Il motivo è infondato.

L’arricchimento senza causa presuppone l’assenza di un titolo che, legalmente, lo giustifichi (Cass., Sez. 1^, 25 novembre 1978, n. 5540; Cass., Sez. 3^, 29 gennaio 2003, n. 1288; Cass., Sez. 1^, 7 agosto 2009, n. 18099), laddove nella specie il titolo esiste e va individuato nel criterio legale di ripartizione delle spese tra coloro che si succedano nella titolarità di un immobile soggetto al regime condominiale.

3. Il ricorso è rigettato.

Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti in solido al rimborso delle spese processuali sostenute dai controricorrenti, liquidate in complessivi Euro 1.400,00, di cui Euro 1.200,00 per onorari, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda civile della Corte suprema di Cassazione, il 21 ottobre 2010.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2010