Pip: Benvenuti a Studio Tantalo — dove le cartelle esattoriali arrivano sempre al momento sbagliato, ma almeno oggi possiamo capire quando non bisogna più pagarle.
Mara: Esatto. I post dell’Avvocato Luca Tantalo che analizziamo oggi affrontano un tema molto pratico: la prescrizione delle cartelle esattoriali, con tutto ciò che ruota intorno a termini, atti interruttivi e prova delle notifiche.
Pip: Insomma, la differenza tra un debito ancora vivo e uno che dovrebbe essere già sepolto da anni.
Mara: Cominciamo proprio da lì — quando una cartella si prescrive davvero, e perché la risposta non è mai così semplice come sembra.
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Prescrizione delle cartelle: non basta guardare l’anno
Mara: Il punto di partenza è una distinzione che cambia tutto: non si prescrive la cartella in sé, ma il diritto dell’ente creditore a riscuotere quella somma. E una stessa cartella può contenere voci con termini di prescrizione diversi — tributo, sanzioni, interessi, contributi, bollo auto — che non seguono tutte la stessa regola.
Pip: Quindi la domanda “è passato abbastanza tempo?” non ha una risposta unica nemmeno per un singolo foglio di carta.
Mara: Precisamente. E il post chiarisce subito: “non si prescrive la cartella in sé, ma il diritto dell’ente creditore a riscuotere la somma indicata nella cartella.”
Pip: Questo smonta una convinzione diffusa. La gente pensa: cinque anni e sono libero. Ma dipende interamente da cosa c’è scritto in quella cartella.
Mara: Dipende dalla natura del credito. Per i tributi erariali principali — IRPEF, IVA, IRES, IRAP — la giurisprudenza applica normalmente il termine decennale, perché ogni anno d’imposta è autonomo e non assimilabile a una prestazione periodica. Per sanzioni tributarie e interessi, invece, il termine è quinquennale. Per il bollo auto, triennale. Per i contributi INPS, quinquennale.
Pip: Tre anni, cinque anni, dieci anni — tutto nella stessa busta.
Mara: Ed è per questo che il post raccomanda di scomporre il debito voce per voce, non fermarsi all’importo totale. C’è anche un’altra distinzione fondamentale che viene spiegata: prescrizione e decadenza non sono la stessa cosa. La decadenza riguarda i termini entro cui l’amministrazione deve notificare l’atto; la prescrizione riguarda il periodo successivo, cioè quanto tempo ha l’ente per riscuotere prima che il diritto si estingua per inerzia.
Mara: Sul punto della cartella non impugnata, la Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza 23397 del 2016 ha chiarito che la mancata impugnazione non trasforma automaticamente il termine breve in quello decennale. La conversione opera solo quando esiste un titolo giudiziale definitivo, non per il semplice fatto che la cartella non sia stata contestata.
Pip: Quindi l’argomento “non hai fatto ricorso, ora devi pagare per dieci anni” non regge automaticamente.
Mara: Non regge in modo automatico. Regge solo se il credito originario era già soggetto a prescrizione decennale. Altrimenti, il termine resta quello proprio di quel credito.
Pip: E qui si apre il capitolo forse più pratico di tutta la guida: gli atti interruttivi.
Mara: Che è il vero terreno di scontro in molte cause. Il post è netto: l’atto interruttivo deve essere non solo notificato, ma anche riferibile in modo certo al debito per cui si chiede il pagamento. Un’ordinanza recente della Cassazione — la 13273 del 2026 — ha confermato una decisione di merito che aveva ritenuto insufficienti le produzioni dell’Agente della riscossione perché non consentivano di collegare con certezza le intimazioni prodotte alle cartelle indicate.
Pip: Quindi non basta che ADER dica di aver notificato qualcosa. Deve provarlo, e deve dimostrare che quel qualcosa riguardava proprio quella cartella.
Mara: Esatto. E sul fronte della prova, un’altra pronuncia rilevante — la Cassazione 12443 del 2026 — stabilisce che la fotocopia dell’avviso di ricevimento, se disconosciuta ritualmente e tempestivamente, non ha l’efficacia dell’atto pubblico. Se l’originale non viene prodotto, il contribuente non deve nemmeno proporre querela di falso.
Pip: Il che significa che una difesa ben costruita sul piano documentale può cambiare l’esito anche prima di arrivare al merito.
Mara: Purché il disconoscimento sia specifico e tempestivo — non basta una contestazione generica. E lo stesso vale per eccepire la prescrizione: va sollevata in modo preciso, indicando quali cartelle si contestano, quale termine si ritiene applicabile e perché gli atti interruttivi non sono idonei.
Pip: La morale pratica è: prima di rottamare o rateizzare, vale la pena capire se quel debito è ancora esigibile.
Mara: Il post lo dice chiaramente: la definizione agevolata può essere una buona occasione, ma non deve diventare il modo più veloce per pagare una pretesa che forse non era più dovuta. Il controllo degli atti viene prima di qualsiasi decisione.
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Pip: Quindi: tre anni, cinque anni, dieci anni — e la risposta giusta dipende da cosa c’è scritto nella cartella, da quando è arrivata e da cosa è successo dopo.
Mara: E dalla qualità degli atti che l’Agente della riscossione è in grado di produrre e collegare. La prossima volta che arriva qualcosa di vecchio nella buca delle lettere, il primo passo è analizzare, non pagare.
Guida pratica per capire quando una cartella è davvero prescritta, quando invece il debito è ancora esigibile e perché bisogna sempre controllare notifiche e atti interruttivi
Quando arriva una cartella esattoriale, o peggio ancora un’intimazione di pagamento relativa a cartelle molto vecchie, la prima domanda è quasi sempre la stessa: devo ancora pagare oppure il debito è prescritto? La risposta non è mai automatica. Non basta guardare l’anno della cartella e dire “sono passati cinque anni” oppure “sono passati dieci anni”. Bisogna capire che tipo di credito viene richiesto, quando è stata notificata la cartella, se nel frattempo sono stati notificati altri atti, se quegli atti sono davvero riferibili a quella specifica cartella e se esistono termini di prescrizione diversi per le varie voci contenute nel carico.
Il punto fondamentale è questo: non si prescrive la cartella in sé, ma il diritto dell’ente creditore a riscuotere la somma indicata nella cartella. La cartella è l’atto con cui il contribuente viene messo a conoscenza della pretesa iscritta a ruolo; la prescrizione riguarda invece il decorso del tempo senza che il creditore eserciti validamente il proprio diritto. È una distinzione importante, perché molte cartelle contengono più voci: tributo, sanzioni, interessi, spese, aggi, contributi, multe. E non sempre tutte queste voci seguono lo stesso termine.
Prescrizione e decadenza non sono la stessa cosa
Prima di parlare dei singoli termini, bisogna distinguere prescrizione e decadenza. La decadenza riguarda il termine entro cui l’amministrazione deve compiere un certo atto, ad esempio notificare una cartella dopo un controllo automatizzato o notificare un avviso di accertamento. Se l’atto viene notificato oltre quel termine, il problema è la tardività dell’azione amministrativa. La prescrizione, invece, riguarda il periodo successivo: una volta sorto e notificato il credito, quanto tempo ha l’ente per riscuoterlo prima che il diritto si estingua per inerzia?
Facciamo un esempio semplice. Se l’Agenzia delle Entrate doveva notificare una cartella entro una certa data e lo fa tardi, si parlerà di decadenza. Se invece la cartella è stata notificata correttamente, ma poi per anni non succede nulla, il problema diventa la prescrizione. Nella pratica le due questioni vengono spesso confuse, ma sono diverse e vanno esaminate separatamente.
La cartella non impugnata diventa automaticamente “decennale”?
Questa è una delle domande più importanti. Per anni l’Agente della riscossione ha sostenuto spesso questa tesi: se la cartella viene notificata e il contribuente non la impugna, il credito si “consolida” e la prescrizione diventa sempre decennale. La Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza n. 23397/2016, ha però chiarito un principio decisivo: la mancata impugnazione della cartella produce l’effetto di rendere irretrattabile la pretesa, ma non trasforma automaticamente il termine di prescrizione breve in quello ordinario decennale. La conversione in prescrizione decennale, prevista dall’art. 2953 c.c., opera quando vi è un titolo giudiziale definitivo, cioè una sentenza o un provvedimento equiparabile, non per il semplice fatto che la cartella non sia stata impugnata. (ledaritacorrado.it)
Questo non significa, però, che tutte le cartelle si prescrivano in cinque anni. Significa una cosa più precisa: bisogna guardare alla natura del credito iscritto a ruolo. Se il credito originario era soggetto a prescrizione quinquennale, la cartella non impugnata non lo trasforma automaticamente in decennale. Se invece il credito è di quelli soggetti a prescrizione ordinaria decennale, il termine resta decennale. La regola, quindi, non è “tutto cinque anni” e non è nemmeno “tutto dieci anni”. La regola è: dipende dalla natura della somma richiesta.
Tributi erariali: IRPEF, IVA, IRES, IRAP
Per i tributi erariali principali, come IRPEF, IVA, IRES e IRAP, la giurisprudenza tende a escludere l’applicazione automatica della prescrizione quinquennale prevista per le prestazioni periodiche. La ragione è che ogni anno d’imposta è autonomo, ha un proprio presupposto e una propria obbligazione. In una recente ordinanza, la Cassazione ha richiamato proprio questo criterio, affermando che per IRPEF, IRAP e IVA non sono previsti termini brevi di prescrizione, non essendo assimilabili a prestazioni periodiche nel senso dell’art. 2948 c.c.
In concreto, quindi, per i tributi erariali principali si ragiona normalmente sul termine decennale, salvo questioni particolari di decadenza, atti interruttivi, giudicati o specifiche discipline. Questo è uno dei punti su cui bisogna fare più attenzione, perché dire genericamente “le cartelle si prescrivono in cinque anni” può essere sbagliato.
Sanzioni tributarie e interessi: attenzione al termine di cinque anni
Diverso è il discorso per sanzioni tributarie e interessi. Per le sanzioni tributarie, il riferimento è l’art. 20 del d.lgs. n. 472/1997, che prevede il termine quinquennale. Per gli interessi, la Cassazione ha più volte valorizzato la loro natura di obbligazione autonoma e periodica, riconducibile al termine di cinque anni previsto dall’art. 2948 c.c. L’ordinanza n. 20955/2020 ha confermato la prescrizione quinquennale per sanzioni e interessi, distinguendoli dal tributo principale. (Studio Cerbone)
Questo significa che una cartella relativa, ad esempio, a IVA o IRPEF può contenere voci con termini diversi: il tributo principale può seguire un termine, mentre sanzioni e interessi possono seguirne un altro. È per questo che, quando si controlla una cartella, non bisogna fermarsi all’importo totale. Bisogna scomporre il debito.
Tributi locali: IMU, TARI e altri tributi comunali
Per i tributi locali come TARI, TARSU, IMU e altri prelievi periodici comunali, la giurisprudenza è largamente orientata verso la prescrizione quinquennale, perché si tratta di prestazioni periodiche dovute anno per anno. Anche la giurisprudenza tributaria ha ribadito che ai tributi locali si applica il termine breve di cinque anni, proprio in ragione della loro natura periodica. (Direzione Generale dei Tributi)
Anche qui, però, bisogna evitare semplificazioni. Un conto è il termine di prescrizione del credito; altro conto sono i termini di decadenza entro cui il Comune deve notificare l’avviso di accertamento. Per IMU e TARI, prima ancora di verificare la prescrizione, può essere necessario controllare se l’avviso sia stato notificato entro i termini di legge. Solo dopo si passa alla prescrizione della riscossione.
Bollo auto e tasse automobilistiche
Per le tasse automobilistiche, il termine normalmente applicato è quello triennale. Anche nella recente ordinanza n. 13273/2026, la Cassazione dà atto che per le tasse automobilistiche opera la prescrizione triennale e distingue tale voce dalle altre contenute nell’intimazione di pagamento.
Questo è molto importante nella pratica, perché molte intimazioni di pagamento contengono vecchi bolli auto. In questi casi bisogna verificare la data di scadenza del bollo, la data di eventuale avviso o cartella, e soprattutto gli atti successivi che l’ente o l’Agente della riscossione sostengono di avere notificato.
Multe stradali
Per le multe stradali, il diritto a riscuotere le somme dovute per sanzioni amministrative pecuniarie si prescrive in cinque anni, secondo la disciplina dell’art. 209 del Codice della strada e dell’art. 28 della legge n. 689/1981. La regola vale salvo atti interruttivi validamente notificati, che fanno ripartire un nuovo termine. (Circolazione Stradale)
Anche qui, però, non basta dire “la multa è di più di cinque anni fa”. Bisogna verificare se siano stati notificati nel frattempo verbali, cartelle, ingiunzioni, intimazioni o altri atti idonei a interrompere la prescrizione. E bisogna controllare che la notifica sia provata.
Contributi INPS e contributi previdenziali
Per i contributi previdenziali e assistenziali, la regola generale è la prescrizione quinquennale, prevista dall’art. 3, comma 9, della legge n. 335/1995. Le Sezioni Unite n. 23397/2016 hanno chiarito che la cartella non opposta non trasforma automaticamente il termine quinquennale in decennale, proprio perché la cartella è un atto amministrativo e non un titolo giudiziale passato in giudicato. (Mefop)
Esistono ipotesi particolari, ad esempio legate alla denuncia del lavoratore o dei superstiti, che possono incidere sul termine; ma nella grande maggioranza dei casi pratici, quando si parla di contributi INPS iscritti a ruolo, il controllo parte dal termine quinquennale e dagli eventuali atti interruttivi.
Gli atti interruttivi: la prescrizione non si interrompe “a parole”
Il vero cuore di molte cause non è stabilire se il termine sia di tre, cinque o dieci anni. Il vero cuore è capire se nel frattempo la prescrizione sia stata interrotta. L’interruzione può avvenire con un atto idoneo, normalmente notificato al debitore, con cui il creditore manifesta la volontà di far valere il proprio diritto. Nel contenzioso con Agenzia delle Entrate-Riscossione, gli atti più discussi sono cartelle, intimazioni di pagamento, preavvisi di fermo, iscrizioni ipotecarie, pignoramenti e altri atti della riscossione.
Ma attenzione: non basta che ADER dica di avere notificato qualcosa. Deve provarlo. E deve provare che quell’atto si riferiva proprio a quella cartella o a quel carico. La Cassazione n. 13273/2026 è molto utile su questo punto: la Corte ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto insufficienti le produzioni dell’Agente della riscossione perché non consentivano di collegare con certezza le intimazioni prodotte alle cartelle indicate. Il principio pratico è chiarissimo: l’atto interruttivo deve essere non solo notificato, ma anche riferibile in modo certo al debito per cui oggi si chiede il pagamento.
Questo è un aspetto spesso decisivo. Una ricevuta di ritorno senza un chiaro collegamento all’atto, una stampa incompleta, un’intimazione priva di indicazioni sufficienti o una documentazione sovrapposta in modo non verificabile possono non bastare. La prescrizione si interrompe con atti validi, provati e riferibili, non con affermazioni generiche.
Prova della notifica: fotocopie, avvisi di ricevimento e disconoscimento
Altro tema molto importante riguarda la prova della notifica. Agenzia delle Entrate-Riscossione spesso produce in giudizio copie di relate, avvisi di ricevimento, referti di notifica o stampe informatiche. La produzione in copia può essere sufficiente se non viene contestata; ma se la copia viene disconosciuta in modo corretto, la situazione cambia.
La Cassazione n. 12443/2026 ha affermato un principio molto favorevole al contribuente: la fotocopia dell’avviso di ricevimento del piego raccomandato, se disconosciuta ritualmente e tempestivamente ai sensi degli artt. 214 e 215 c.p.c., non ha l’efficacia dell’atto pubblico ex art. 2700 c.c.; di conseguenza, se l’originale non viene prodotto, la parte interessata non deve proporre querela di falso contro la fotocopia disconosciuta.
Questo non significa che basti scrivere genericamente “contesto tutto”. Il disconoscimento deve essere specifico, tempestivo e riferito ai documenti prodotti. Ma quando è fatto bene, può incidere in modo rilevante sulla prova della notifica e, quindi, anche sulla prescrizione.
Come si calcola la prescrizione in pratica
Il calcolo va fatto con metodo. Bisogna partire dalla natura del credito, individuare il termine applicabile, verificare la data di notifica della cartella o dell’atto originario, controllare gli eventuali atti successivi e capire se ciascuno di essi è idoneo a interrompere il termine. Ogni atto interruttivo valido fa ripartire un nuovo termine di prescrizione della stessa durata prevista per quel credito, salvo discipline particolari o titoli giudiziali.
Esempio semplice: se una multa stradale è soggetta a prescrizione quinquennale e viene notificata una cartella, da quella notifica decorre un nuovo termine di cinque anni. Se entro quei cinque anni arriva un’intimazione validamente notificata e riferibile a quella cartella, il termine riparte. Se invece non arriva nulla, oppure l’atto non è provato, oppure non è riferibile a quella multa, si può discutere di prescrizione.
Per i tributi erariali principali, il ragionamento può essere diverso perché il termine può essere decennale; per sanzioni e interessi può essere quinquennale; per bollo auto triennale; per contributi INPS quinquennale. Per questo le intimazioni miste, che contengono più cartelle e più voci, vanno analizzate riga per riga.
La prescrizione va eccepita
La prescrizione, in linea generale, non viene applicata automaticamente dal giudice se il contribuente non la solleva. Va eccepita, e va eccepita bene. In un ricorso contro una cartella, un’intimazione, un fermo o un pignoramento, non basta dire “è tutto prescritto”. Bisogna indicare quali cartelle si contestano, quali crediti contengono, quale termine si ritiene applicabile, da quando decorre e perché gli eventuali atti interruttivi non sono idonei.
Questo è importante anche per un’altra ragione: se si impugna un atto della riscossione, il giudice valuta ciò che viene dedotto e provato nel processo. Una difesa generica rischia di non essere sufficiente, anche quando esisterebbero profili validi.
Cosa deve controllare chi riceve una vecchia cartella o un’intimazione
Chi riceve un’intimazione di pagamento per vecchie cartelle non dovrebbe limitarsi a guardare l’importo totale. Dovrebbe chiedere e controllare l’estratto di ruolo, le cartelle richiamate, le relate di notifica, gli avvisi di ricevimento, gli eventuali atti successivi, le ricevute di notifica degli atti interruttivi e il dettaglio delle singole voci. Bisogna capire se si tratta di tributi erariali, tributi locali, multe, contributi, bollo auto, sanzioni o interessi. Bisogna poi verificare se gli atti prodotti dall’Agente della riscossione sono completi e se consentono di collegare ogni notifica a ogni specifica cartella.
Molte volte il problema non è solo giuridico, ma documentale. ADER può avere ragione se prova bene la sequenza degli atti. Il contribuente può avere ragione se emerge un vuoto temporale, una notifica mancante, una copia contestata, un atto non riferibile o una prescrizione già maturata prima dell’atto successivo.
Rottamare, pagare o impugnare?
Davanti a una vecchia cartella, molti pensano subito alla rottamazione o alla rateizzazione. Sono strumenti utili, ma non sempre sono la scelta migliore. Se il debito è effettivamente dovuto e non vi sono contestazioni serie, definire o rateizzare può essere ragionevole. Se invece il credito è prescritto, se la notifica manca, se gli atti interruttivi non sono provati o se la cartella contiene voci non più esigibili, può essere preferibile impugnare.
Il punto è semplice: prima di pagare, rottamare o rateizzare, bisogna capire se quella somma è davvero ancora dovuta. La definizione agevolata può essere una buona occasione, ma non deve diventare il modo più veloce per pagare un debito che forse non era più esigibile.
Conclusione
La prescrizione delle cartelle esattoriali è una materia complessa perché non esiste una risposta unica per tutti i casi. Alcuni crediti si prescrivono in dieci anni, altri in cinque, altri in tre. La cartella non impugnata non trasforma automaticamente ogni credito in decennale, ma nemmeno tutte le cartelle sono quinquennali. La vera verifica va fatta sulla natura del credito, sulle date, sulle notifiche e sugli atti interruttivi.
Le pronunce più recenti della Cassazione confermano una linea di garanzia: l’Agente della riscossione deve provare in modo chiaro gli atti che invoca per interrompere la prescrizione e deve dimostrare che quegli atti si riferiscono proprio alle cartelle oggetto di causa. Il contribuente, dal canto suo, deve contestare in modo preciso, tempestivo e documentato.
In sintesi: una cartella vecchia non è automaticamente prescritta, ma non è nemmeno automaticamente dovuta. Va controllata. E spesso, proprio dal controllo degli atti, emerge la differenza tra una somma da pagare e una pretesa ormai non più esigibile.
La Cassazione ribadisce un principio molto pratico: non basta dire che sono state inviate intimazioni o preavvisi, bisogna dimostrare che si riferiscono proprio a quelle cartelle
Quando arriva un’intimazione di pagamento dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, spesso il contribuente scopre l’esistenza di vecchie cartelle riferite ad anni molto lontani. A quel punto la domanda è quasi sempre la stessa: quelle somme sono ancora dovute o sono prescritte?
Con l’ordinanza n. 13273 dell’8 maggio 2026, la Corte di Cassazione torna su un tema molto importante nel contenzioso tributario: la prova degli atti interruttivi della prescrizione.
La decisione è interessante perché ricorda un principio semplice, ma decisivo: se ADER sostiene che la prescrizione è stata interrotta, deve produrre documenti idonei a dimostrare non solo che un atto è stato notificato, ma anche che quell’atto si riferiva proprio alle cartelle oggetto di causa.
Il caso: un’intimazione di pagamento su vecchie cartelle
La controversia nasce dall’impugnazione di un’intimazione di pagamento notificata nel 2018, relativa a diverse cartelle riguardanti tributi erariali — Irpef, Iva, Irap — recupero di credito d’imposta e tasse automobilistiche, per annualità comprese tra il 1998 e il 2008.
La contribuente contestava, tra l’altro, la prescrizione dei crediti, sostenendo che non vi fossero atti idonei a interrompere il decorso del tempo.
L’Agente della riscossione, invece, sosteneva di avere notificato vari atti interruttivi, tra cui intimazioni, iscrizioni ipotecarie e preavvisi di fermo.
La Commissione Tributaria Provinciale aveva accolto il ricorso della contribuente, ritenendo prescritti i crediti. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado aveva confermato in larga parte la decisione, osservando che la documentazione prodotta non consentiva di collegare con certezza gli atti interruttivi alle cartelle richiamate nell’intimazione.
ADER ha quindi proposto ricorso in Cassazione, ma la Suprema Corte lo ha rigettato.
Il punto centrale: la prescrizione si interrompe solo se l’atto è provato e riferibile
Il tema non è soltanto se ADER abbia prodotto degli atti.
Il punto è più preciso: quegli atti erano davvero riferibili alle cartelle oggetto dell’intimazione?
La Cassazione dà rilievo alla motivazione del giudice di appello, secondo cui le intimazioni prodotte dall’Agente della riscossione erano carenti degli elementi necessari per essere messe in relazione con le precedenti cartelle. In particolare, la documentazione era stata ritenuta incompleta e non sufficiente a dimostrare che una certa intimazione riguardasse proprio una determinata cartella e che la relativa ricevuta di ritorno fosse effettivamente riferibile a quell’atto.
Questo è il passaggio più utile nella pratica.
Non basta produrre una ricevuta, una relata o un’intimazione isolata. Serve un collegamento chiaro tra:
l’atto che si assume interruttivo;
la cartella o il carico cui si riferisce;
la notifica dell’atto;
la data da cui ricomincia a decorrere la prescrizione.
Se questo collegamento manca, il giudice può ritenere non provata l’interruzione della prescrizione.
Cosa significa per il contribuente
Per il contribuente, questa decisione è importante perché conferma che non bisogna fermarsi davanti alla semplice affermazione: “la prescrizione è stata interrotta”.
Occorre verificare i documenti.
Se ADER produce una vecchia intimazione, un preavviso di fermo o un’iscrizione ipotecaria, bisogna controllare se quell’atto indica chiaramente le cartelle interessate, gli importi, le annualità e se la notifica è provata in modo completo.
In molti casi, il problema non è solo la prescrizione in astratto, ma la prova concreta dell’interruzione.
Una cartella può essere molto vecchia, ma ancora esigibile se nel frattempo sono stati notificati atti interruttivi validi. Al contrario, se gli atti interruttivi non sono provati o non sono collegabili alla cartella, la pretesa può cadere.
La cartella non impugnata comporta sempre prescrizione decennale?
Altro tema importante riguarda l’effetto della cartella non impugnata.
ADER sosteneva che, una volta divenuta definitiva la cartella per mancata impugnazione, il termine di prescrizione dovesse diventare automaticamente decennale per l’intera azione di riscossione.
La Cassazione respinge questa impostazione.
La Corte richiama la decisione del giudice regionale, secondo cui non si può applicare in modo generalizzato un termine decennale unitario a tutte le voci contenute nella cartella. Bisogna invece distinguere le diverse componenti del credito.
In particolare, la sentenza d’appello aveva affermato che sanzioni tributarie e interessi derivanti da cartelle divenute definitive si prescrivono in cinque anni, mentre per le tasse automobilistiche opera la prescrizione triennale.
Il punto è molto rilevante: la mancata impugnazione della cartella rende la pretesa definitiva, ma non trasforma automaticamente ogni credito in un credito soggetto a prescrizione decennale, salvo che vi sia un titolo giudiziale idoneo a produrre tale effetto.
Prescrizione e cartelle: perché ogni voce va controllata
Questa ordinanza conferma una cosa che nella pratica è fondamentale: le cartelle non sono tutte uguali.
Una stessa intimazione di pagamento può contenere tributi erariali, sanzioni, interessi, tasse automobilistiche, contributi o altri carichi. Ogni voce può avere un proprio regime prescrizionale.
Per questo è sbagliato ragionare in modo generico, dicendo semplicemente: “sono passati più di cinque anni” oppure “vale sempre il termine di dieci anni”.
Bisogna verificare:
che tipo di credito viene richiesto;
quando è stata notificata la cartella;
se la cartella è stata impugnata;
quali atti successivi sono stati notificati;
se quegli atti sono realmente riferibili a quella cartella;
quale termine di prescrizione si applica alla specifica voce.
Solo dopo questa verifica si può capire se la pretesa sia ancora esigibile oppure no.
Perché la Cassazione ha rigettato il ricorso di ADER
La Cassazione ha ritenuto infondati tutti i motivi del ricorso.
Secondo la Corte, il giudice di appello non aveva omesso di pronunciarsi sulla prescrizione e sugli atti interruttivi. Al contrario, aveva esaminato la documentazione, aveva distinto le diverse posizioni e aveva spiegato perché, per molte cartelle, non risultava dimostrato il collegamento tra atti interruttivi e carichi.
In sostanza, ADER chiedeva alla Cassazione una nuova valutazione dei documenti prodotti in giudizio. Ma questa è una valutazione di merito, che non può essere rifatta in sede di legittimità se la motivazione del giudice è riconoscibile e non meramente apparente.
Cosa fare quando arriva un’intimazione di pagamento
Chi riceve un’intimazione di pagamento non dovrebbe limitarsi a guardare l’importo finale.
È opportuno chiedere e verificare:
l’estratto di ruolo;
le cartelle richiamate;
le relate o prove di notifica delle cartelle;
gli eventuali atti interruttivi successivi;
le ricevute di notifica di tali atti;
il collegamento tra ogni atto e ogni singola cartella;
la natura del credito richiesto.
Solo così si può capire se conviene pagare, rottamare, rateizzare oppure impugnare.
In particolare, quando ADER invoca atti interruttivi della prescrizione, bisogna controllare che non siano documenti generici, incompleti o non chiaramente riferibili alle cartelle contestate.
Conclusione
L’ordinanza n. 13273/2026 è utile perché ribadisce un principio di garanzia per il contribuente: la prescrizione non si interrompe “a parole”.
Se l’Agente della riscossione sostiene di avere notificato atti interruttivi, deve provarlo in modo chiaro e completo. E deve dimostrare che quegli atti si riferiscono proprio alle cartelle per le quali oggi chiede il pagamento.
Per il contribuente, questo significa che anche davanti a vecchie cartelle e intimazioni apparentemente difficili da contestare, vale sempre la pena controllare con attenzione la documentazione.
Perché non basta che un debito sia iscritto a ruolo. Bisogna anche verificare se sia ancora esigibile.
La Corte Costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittima la disposizione di cui all’art. 2, comma 61, decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie), inserita in sede di conversione dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, secondo cui “In ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l’art. 2935 c.c. si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall’annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell’annotazione stessa. In ogni caso non si fa luogo alla restituzione degli importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9695/2011, ha statuito che se l’estratto conto viene contestato dal cliente, non è sufficiente a dimostrare l’entità del credito preteso dalla banca. Infatti, il saldo è un “atto unilaterale” proveniente dal creditore stesso e quindi non può essere considerato, da solo, come una prova. La Suprema Corte, ha quindi accolto un ricorso sollevato da una società contro un procedimento esecutivo portato avanti da una banca locale.
La Cassazione ha dato ragione alla società che aveva formulato un quesito sul diritto della banca a procedere a esecuzione forzata dei crediti scaturenti da contratti di conto corrente documentati con la produzione in giudizio «del solo estratto conto finale». Secondo i giudici, infatti, «deve escludersi l’idoneità probatoria dell’estratto di conto corrente» pur se certificato secondo le procedure previste dalla legge. Infatti, «esso in caso di contestazione, non può integrare di per sé prova a favore dell’azienda di credito dell’entità del credito, in quanto atto unilaterale proveniente dal creditore e dovendo ritenersi eccezionale la valenza probatoria ad esso riconosciuta ai fini del conseguimento del decreto ingiuntivo». E come tale «non estensibile al di fuori delle ipotesi espressamente previste» dalla legge.
Visto l’articolo 2, comma 185, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, recante “misure di razionalizzazione della finanza pubblica” che, nel fissare al 5 per cento il saggio degli interessi legali di cui all’articolo 1284, primo comma, del codice civile, prevede che il Ministro dell’economia e delle finanze puo’ modificare detta misura sulla base del rendimento medio annuo lordo dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi e tenuto conto del tasso di inflazione registrato nell’anno;
Visto il proprio decreto 4 dicembre 2009, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 291 del 15 dicembre 2009, con il quale la misura del tasso di interesse legale e’ stata fissata all’1 per cento in ragione d’anno, con decorrenza dal 1° gennaio 2010;
Visto il decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia);
Tenuto conto del rendimento medio annuo lordo dei predetti titoli di Stato e del tasso d’inflazione annuo registrato;
Decreta:
Art. 1
La misura del saggio degli interessi legali di cui all’articolo 1284 del codice civile e’ fissata all’1,5% in ragione d’anno, con decorrenza dal 1° gennaio 2011.
Il presente decreto sara’ pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
BANCA POPOLARE PUGLIESE S.C.A.R.L., capogruppo del gruppo bancario “Banca Popolare Pugliese”, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI VAL GARDENA 3, presso lo studio dell’avvocato DE ANGELIS LUCIO, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati TARZIA GIORGIO, DELL’ANNA MISURALE GIUSEPPE, per procura speciale del notaio Roberto Vinci di Parabita, rep. 27133 dei 02/10/2009, in atti;
– ricorrente –
contro
L.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA RIDOLFINO VENUTI 42, presso lo studio dell’avvocato DI SARNO ALESSANDRA, rappresentato e difeso dagli avvocati NUZZACI GIUSEPPE, TANZA ANTONIO, per delega a margine del controricorso;
– controricorrente e ricorrente incidentale –
avverso la sentenza n. 97/2009 della CORTE D’APPELLO di LECCE, depositata il 19/02/2009;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23/11/2010 dal Consigliere Dott. RENATO RORDORF;
uditi gli avvocati Lucio DE ANGELIS, Giuseppe DELL’ANNA MISURALE, Giorgio TARZIA, Giuseppe NUZZACI, Renato Antonio TANZA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CENICCOLA Raffaele, che ha concluso per l’accoglimento del secondo motivo del ricorso principale, rigetto nel. resto; rigetto del ricorso incidentale.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1.1 sig. L.G., con atto notificato il 21 giugno 2001, citò in giudizio dinanzi al Tribunale di Lecce la Banca Popolare Pugliese soc. coop. per az. (in prosieguo indicata come Banca Pugliese). Riferì di aver versato a detta banca, dopo la chiusura di alcuni rapporti di conto corrente con essa intrattenuti tra il 1995 od il 1998, un importo comprensivo di interessi computati ad un tasso extra Legale e capitalizzati trimestralmente per l’intera durata dei menzionati rapporti. Chiese quindi che, previa declaratoria di nullità della clausola contrattuale inerente agli interessi sopra indicati, la banca convenuta fosse condannata a restituire quanto indebitamente a questo titolo percepito.
La Banca Pugliese si difese contestando la fondatezza della pretesa dell’attore ed eccependo la prescrizione del diritto azionato.
L’adito tribunale accolse in parte le domande del sig. L. e condannò la banca a restituirgli l’importo di Euro 113.571,08.
Chiamata a pronunciarsi sui contrapposti gravami delle parti, la Corte d’appello di. Lecce, con sentenza non definitiva resa pubblica il 19 febbraio 2009, accolse parzialmente la sola Impugnazione principale, in quanto ritenne che validamente fosse stata pattuita la corresponsione di interessi ad un tasso extralegale. Confermò invece la declaratoria di nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale dei medesimi interessi, escludendo d:i potervi validamente sostituire un meccanismo di capitalizzazione annuale, e ribadì il rigetto dell’eccezione di prescrizione con cui l’istituto di credito aveva inteso paralizzare l’azione di ripetizione d’indebito proposta dal correntista.
Avverso tale sentenza la Banca Pugliese ha avanzato ricorso per cassazione, prospettando due motivi di censura.
Il sig. L. si è difeso con controricorso ed ha proposto un ricorso incrdentale, articolato in due motivi ed illustrato poi anche con memoria, al quale la banca ha replicato, a propria volta, con un controricorso del pari illustrato da successiva memoria.
La particolare importanza delle questioni sollevate ha indotto ad investirne le sezioni unite.
All’esito della discussione in pubblica udienza il difensore della ricorrente ha presentato osservazioni scritte sulle conclusioni, del pubblico ministero.
Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. I ricorsi proposti avverso la medesima sentenza debbono preliminarmente esser riuniti, come dispone l’art. 335 c.p.c..
2. I due motivi del ricorso principale, entrambi volti a denunciare errori di diritto e vizi di motivazione dell’impugnata sentenza, investono, rispettivamente, due distinte questioni:
a) se l’azione di ripetizione d’indebito proposta dal cliente di una banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi maturati su un’apertura di credito in conto corrente e chieda perciò la restituzione di quanto a questo titolo corrisposto alla banca, si prescriva a partire dalla data di chiusura del conto o, partitamente, da quando è stato annotato in conto ciascun addebito per interessi;
b) se, accertata la nullità del’anzi detta clausola di capitalizzazione trimestrale, gli interessi debbano essere computati con capitalizzazione annuale o senza capitalizzazione alcuna.
2.1. Il ricorso incidentale, che verrà esaminato successivamente, concerne invece la misura del tasso di interessi da applicare nel rapporto bancario m esame.
3. Giova premettere che i rapporti di conto corrente dei quali nella presente causa si discute risultano essersi svolti ed essere stati chiusi in data precedente all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 342 del 1999, con cui è stato modificato il D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 120, (testo unico bancario). Ad essi non è quindi applicabile la disciplina dettata, in attuazione della richiamata normativa, dalla delibera emessa il 9 febbraio 2000 dal Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio (Cicr). Perciò, anche per effetto della declaratoria d’incostituzionalità del citato D.Lgs. n. 342 del 1999, art. 25, comma 3, pronunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 425 del 2000, la disciplina cui occorre qui fare riferimento è esclusivamente quella antecedente al 22 aprile 2000 (data di entrata in vigore della menzionata delibera del Cicr).
Su tale base è stata dichiarata nelle pregresse fasi del giudizio di merito la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente, che figurava nei contratti di conto corrente bancario di cui si tratta, in conformità all’orientamento di queste sezioni unite, secondo cui la legittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito del correntista bancario va esclusa anche con riguardo al periodo anteriore alle decisioni con le quali la Suprema corte, ponendosi in contrasto con l’indirizzo giurisprudenziale sin li seguito, ha accertato l’inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare al precetto dell’art. 1283 c.c. (Sez. un. 4 novembre 2004, n. 21095).
Deriva da ciò la pretesa del correntista di ripetere quanto indebitamente versato a titolo di interessi illegittimamente computati a suo carico dalla banca, ma occorre stabilire se all’accoglimento di tale pretesa osti l’intervenuta prescrizione.
Infatti, se l’azione di nullità è imprescrittibile, altrettanto non è a dirsi – come chiaramente indicato dall’art. 1422 c.c. – per le conseguenti azioni restitutorie; donde, appunto, la già richiamata necessità, d’individuare il dies a quo del termine di prescrizione decennale applicabile, in casi come questi, alla condictio indebiti.
3.1. A tale riguardo è opportuno anzitutto ricordare come la pregressa giurisprudenza di questa corte, alla quale anche l’impugnata sentenza ha fatto riferimento, abbia già in passato avuto occasione di affermare che il termine di prescrizione decennale per il reclamo del le somme trattenute dalla banca indebitamente a titolo di interessi su un’apertura di credito in conto corrente decorre dalla chiusura definitiva del rapporto, trattandosi di un contratto unitario che da luogo ad un unico rapporto giuridico, anche se articolato in una pluralità di atti esecutivi, sicchè è solo con la chiusura del conto che si stabiliscono definitivamente i crediti e i debiti delle parti tra loro (Cass. 9 aprile 1984, n. 2262; e Cass. 14 maggio 2 005, n. 10127).
A siffatto orientamento, che non tutta la dottrina ha condiviso, la banca ricorrente muove critiche che son degne di attenzione.
Può condividersi il rilievo secondo cui l’unitarietà del rapporto giuridico derivante dal contratto di conto corrente bancario non è, di per sè solo, elemento decisivo al fine d’individuare nella chiusura del conto il momento da cui debba decorrere il termine di prescrizione del diritto alla ripetizione d’indebito che, in caso di poste non legittimamente iscritte nel conto medesimo, eventualmente spetti al correntista nei confronti della banca. Ogni qual volta un rapporto di durata implichi prestazioni in denaro ripetute e scaglionate nel tempo si pensi alla corresponsione dei canoni di locazione o d’affitto, oppure del prezzo nella somministrazione periodica di cose – l’unitarietà del rapporto contrattuale ed il fatto che esso sia destinato a protrarsi ancora per il futuro non impedisce di qualificare indebito ciascun singolo pagamento non dovuto, se ciò dipende dalla nullità del titolo giustificativo dell’esborso, sin dal momento in cui il pagamento medesimo abbia avuto luogo; c.d. è sempre da quel momento che sorge dunque il diritto del solvens alla ripetizione e che la relativa prescrizione inizia a decorrere.
Nondimeno, con specifico riguardo al contratto di apertura di credito bancario in conto corrente, la conclusione alla quale era pervenuta la giurisprudenza sopra richiamata va tenuta ferma, in base alle considerazioni ed entro i limiti di cui appresso.
3.2. Occorre considerare che, con tutta ovvietà, perchè possa sorgere il diritto alla ripetizione di un pagamento indebitamente eseguito, tale pagamento deve esistere ed essere ben individuabile.
Senza indulgere in inutili disquisizioni sulla nozione di pagamento nel linguaggio giuridico e sulla sua assimilazione o distinzione dalla più generale nozione di adempimento, appare indubbio che il pagamento, per dar vita ad un’eventuale pretesa restitutori a di chi assume di averlo indebitamente effettuato, debba essersi tradotto nell’esecuzione di una prestazione da parte di quel medesimo soggetto (il solvens), con conseguente spostamento patrimoniale in favore di altro soggetto (l’accipiens); e lo sì può dire indebito – e perciò ne consegue il diritto di ripeterlo, a norma dell’art. 2033 c.c. – quando difetti di una idonea causa giustificativa.
Non può, pertanto, ipotizzarsi il decorso del termine di prescrizione del diritto alla ripetizione se non da quando sia intervenuto un atto giuridico, definibile come pagamento, che l’attore pretende essere indebito, perchè prima di quel momento non è configurabile alcun diritto di ripetizione. Nè tale conclusione muta nel caso in cui il pagamento debba dirsi indebito in conseguenza dell’accertata nullità del negozio giuridico in esecuzione al quale è stato effettuato, altra essendo la domanda volta a far dichiarare la nullità di un atto, che non si prescrive affatto, altra quella volta ad ottenere la condanna alla restituzione di una prestazione eseguita: sicchè questa corte ha già in passato chiarito che, con riferimento a quest’ultima domanda, il termine di prescrizione inizia a decorrere non dai la data della decisione che abbia accertato la nullità del titolo giustificativo del pagamento, ma da quella de pagamento stesso: Cass. 13 aprile 2005, n. 7651).
3.3. I rilievi che precedono sono sufficienti a convincere di come difficilmente possa essere condiviso il punto di vista della ricorrente, che, in casi del genere di quello in esame, vorrebbe individuare il dies a quo del decorso della prescrizione nella data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati dalla banca al correntista.
L’annotazione in conto di una siffatta posta comporta un incremento del debito del correntista, o una riduzione dei credito di cui egli ancora dispone, ma in nessun modo si risolve in un pagamento, nei termini sopra indicati: perone non vi corrisponde alcuna attività solutoria del correntista medesimo in favore della banca. Sin dal momento dell’annotazione, avvedutosi dell’illegittimità dell’addebito in conto, il correntista potrà naturalmente agire per far dichiarare la nullità del titolo su cui quell’addebito si basa e, di conseguenza, per ottenere una rettifica in suo favore delle risultanze del conto stesso. E potrà farlo, se al conto accede un’apertura di credito bancario, allo scopo di recuperare una maggiore disponibilità di credito entro i limiti del fido concessogli. Ma non può agire por la ripetizione di un pagamento che, in quanto tale, da parte sua non ha ancora avuto luogo.
Occorre allora aver riguardo, più ancora che al già ricordato carattere unitario del rapporto di conto corrente, alla natura ed al funzionamento del contratto di apertura di credito bancario, che in conto corrente è regolata. Come agevolmente si evince dal disposto degli artt. 1842 e 1843 c.c., l’apertura di credito si attua mediante la messa a disposizione, da parte della banca, di una somma di denaro che il cliente può utilizzare anche in più riprese e della quale, per l’intera durata del rapporto, può ripristinare in tutto o in parte la disponibilità eseguendo versamenti che gli consentiranno poi eventuali ulteriori prelevamenti entro il limite complessivo del credito accordatogli.
Se, pendente l’apertura di credito, i correntista non si sia avvalso della facoltà di effettuare versamenti, pare indiscutibile che non vi sia alcun pagamento da parte sua, prima del momento in cui, chiuso il rapporto, egli provveda a restituire alla banca il denaro in concreto utilizzato. In tal caso, qualora la restituzione abbia ecceduto il dovuto a causa del computo di interessi in misura non consentita, l’eventuale azione di ripetizione d’indebito non potrà che essere esercitata in un momento successivo alla chiusura del conto, e solo da quel momento comincerà perciò a decorrere il relativo termine di prescrizione.
Qualora, invece, durante lo svolgimento del rapporto il correntista abbia effettuato non solo prelevamenti ma anche versamenti, in tanto questi ultimi potranno essere considerati alla stregua di pagamenti, tali da poter formare oggetto di ripetizione (ove risultino indebiti), in quanto abbiano avuto lo scopo e l’effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della banca. Questo accadrà qualora si tratti di versamenti eseguiti su un conto in passivo (o, come in simili situazioni si preferisce dire “scoperto”) cui non accede alcuna apertura di credito a favore del correntista, o quando i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’accreditamento. Non è così, viceversa, in tutti i casi nei quali i versamenti in conto, non avendo il passivo superato il limite dell’affidamento concesso al cliente, fungano unicamente da atti ripristinatori della provvista della quale il correntista può ancora continuare a godere.
L’accennata distinzione tra atti ripristinatori della provvista ed atti di pagamento compiuti dal correntista per estinguere il proprio debito verso la banca, opportunamente richiamata anche nell’impugnata sentenza della corte d’appello, è ben nota alla giurisprudenza (che ne ha fatto applicazione in innumerevoli casi, a partire da Cass. 18 ottobre 1982, n. 5413 sino a tempi più recenti: si vedano, ad esempio, Cass. 6 novembre 2007, n. 23107; e Cass. 23 novembre 2005, n. 24588). Pur se elaborata ad altri fini, detta distinzione non può non venire in evidenza anche quando si tratti di stabilire se è o meno configurabile un pagamento, asseritamente indebito, da cui possa scaturire una pretesa restitutoria ad opera del solvens; pretesa che è soggetta a prescrizione solo a partire dal momento in cui si può affermare che essa sia venuta ad esistenza.
Un versamento eseguito dai cliente su un conto il cui passivo non abbia superato il limite dell’affidamento concesso dalla banca con l’apertura di credito non ha nè lo scopo nè l’effetto di soddisfare la pretesa della banca medesima di vedersi restituire le somme date a mutuo (credito che, in quel momento, non sarebbe scaduto nè esigibile), bensì quello di riespandere la misura dell’affidamento utilizzabile nuovamente in futuro dal correntista. Non è, dunque, un pagamento, perchè non soddisfa il creditore ma amplia (o ripristina) la facoltà d’indebitamento del correntista; e la circostanza che, in quel momento, il saldo passive del conto sia influenzato da interessi illegittimamente fin lì computati si traduce in un’indebita limitazione di tale facoltà di maggior indebitamento, ma non nel pagamento anticipato di interessi. Di pagamento, nella descritta situazione, potrà dunque parlarsi soltanto dopo che, conclusosi il rapporto di apertura di credito in conto corrente, la banca abbia esatto dal correntista la restituzione del saldo finale, nel computo del. quale risultino compresi interessi non dovuti e, perciò, da restituire se corrisposti dal cliente al’atto della chiusura del conto.
3.4. Nel caso in esame la corte territoriale ha appunto affermato che i pagamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto di apertura di credito regolato in conto corrente “non costituiscono (come sostiene l’appellante) pagamenti (indebiti), ma atti ripristinatori della provvista” (sentenza impugnata, pag. 7).
La ricorrente non ha censurato tale affermazione, nè ha comunque sostenuto che vi fossero in atti elementi dai quali si sarebbe potuto desumere una realtà diversa. Ne consegue che il primo motivo del ricorso principale va rigettato alla luce del seguente principio di diritto:
“Se, dopo la conclusione di un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, il correntista agisce per far dichiarare la nullità della clausola che prevede la corresponsione di interessi anatocistici e per la ripetizione di quanto pagato indebitamente a questo titolo, il termine di prescrizione decennale cui tale azione di ripetizione è soggetta decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati”.
4. La questione se, accertata la nullità dell’anzidetta clausola di capitalizzazione trimestrale, gi interessi debbano essere computati con capitalizzazione annuale o senza capitalizzazione alcuna forma oggetto, come già detto, del secondo motivo di ricorso.
La corte d’appello ha interpretato le clausole riportate nel contratto di conto corrente stipulato dal sig. L. con la Banca Pugliese nel senso che, in caso di conto in attivo per il cliente, la capitalizzazione degli interessi a suo favore fosse prevista a scadenze annuali, mentre, in caso di conto in passivo, la capitalizzazione degli interessi in favore della banca avrebbe dovuto avvenire trimestralmente. Accertata la nullità di quest’ultima previsione contrattuale ed esclusa ogni possibile integrazione legale del contratto, la corte d’appello ha tratto la conclusione che non residui alcuno spazio per la capitalizzazione annuale degli interessi pretesa dalla banca.
Secondo la ricorrente, siffatta interpretazione non sarebbe conforme ai criteri legali d’interpretazione dei contratti ed implicherebbe un’indebita estensione della declaratoria di nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale anche alla diversa ipotesi di capitalizzazione annuale degli interessi, rispetto alla quale non sussisterebbero le medesime ragioni d’invalidità.
4.1. Neppure siffatte censure colgono nel segno.
L’art. 7 del contratto di apertura di credito in conto corrente da cui origina la presente causa contiene due commi: il primo prevede la chiusura contabile annuale dei rapporti di dare ed avere tra le parti, con registrazione in conto degli interessi, delle commissioni e delle spese; il secondo stabilisce che i conti anche saltuariamente debitori siano invece chiusi trimestralmente, quindi con capitalizzazione trimestrale degli interessi maturati nel periodo a carico del correntista, ferma restando la capitalizzazione annuale di quelli eventualmente spettanti a suo credito.
L’interpretazione che di tale clausola di contratto ha dato la corte di merito è essenzialmente fondata su un argomento di tipo logico- sistematico, in linea con la previsione dell’art. 1363 c.c., oltre che sul rilievo dato al comportamento successivo delle parti (art. 1362 c.c., comma 2). Non è apparso infatti sostenibile alla corto leccese che il comma 1 della clausola in esame, nel prevedere la capitalizzazione annuale degli interessi, si riferisse anche a quelli eventualmente maturati a debito del correntista e che, perciò, venuta meno la previsione del comma 2, che assoggettava invece tali interessi debitori alla capitalizzazione trimestrale, dovesse trovare applicazione per essi la capitalizzazione annuale. Si osserva nell’impugnata sentenza che alla capitalizzazione degli interessi debitori per il correntista si riferisce espressamente il comma 2, prevedendola su base trimestrale, e che tale previsione, immaginata ovviamente come valida al tempo della sua predisposizione, conduce evidentemente ad escludere che agli stessi interessi debitori le parti abbiano inteso applicare anche il regime – diverso ed incompatibile – della capitalizzazione annuale, contemplato dal comma 1. Il che ha condotto alla ragionevole conclusione secondo cui il riferimento del medesimo comma 1 agli interessi debba essere inteso come limitato agli interessi a credito del correntista, essendo la capitalizzazione di. quelli a debito destinata necessariamente a cadere sotto la differente disciplina dettata dal comma 2.
La banca ricorrente, nel contestare che questa interpretazione corrisponda davvero alla comune intenzione delle parti del contratto, non individua in modo puntuale quali regole di ermeneutica legale sarebbero state eventualmente violate, nè pone in luce contraddizioni logiche nello sviluppo argomentativo che sorregge la conclusione raggiunta dalla corte di merito.
Non appare d’altronde condivisibile l’affermazione secondo cui sarebbe stata in tal modo arbitrariamente estesa la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anche alla clausola di capitalizzazione annuale. Vero è invece che, come già chiarito, quest’ultima clausola è stata considerata irrilevante ai fini della decisione della causa, in quanto non riferibile al calcolo degli interessi a debito del correntista. La capitalizzazione annuale è stata dunque esclusa per difetto di qualsiasi baso negoziale che l’abbia prevista, e non perchè sia stata dichiarata nulla la clausola che la prevedeva.
Del resto, non è il caso di tacere che neppure potrebbe esser condivisa la tesi secondo la quale le ragioni di nullità individuate dalla giurisprudenza di questa corte per le clausole di capitalizzazione degli interessi debitori registrati in conto corrente investirebbero solo il profilo della loro periodizzazione trimestrale. Detta giurisprudenza, corrèè noto, ha escluso di poter ravvisare un uso normativo atto a giustificare, nel settore bancario, una deroga ai limiti posti all’anatocismo dall’art. 1283 c.c.: ma non perchè abbia messo in dubbio il reiterarsi nel tempo della consuetudine consistente nel prevedere nei contratti di conto corrente bancari. la capitalizzazione trimestrale degli indicati interessi, bensì per difetto del requisito della “normatività” di tale pratica. Sarebbe, di conseguenza, assolutamente arbitrario trame la conseguenza che, nel negare l’esistenza di usi normativi di capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori, quella medesima giurisprudenza avrebbe riconosciuto (implicitamente o esplicitamente) la presenza di usi normativi di capitalizzazione annuale. Prima che difettare di “normatività”, usi siffatti non si rinvengono nella realtà storica, o almeno non nella realtà storica dell’ultimo cinquantennio anteriore agli interventi normativi della fine degli anni novanta del secolo passato: periodo caratterizzato da una diffusa consuetudine (non accompagnata però dalla opinio iuris ac necessitatis) di capitalizzazione trimestrale, ma che non risulta affatto aver conosciuto anche una consuetudine ai capitalizzazione annuale degli interessi debitori, nè di necessario bilanciamento con quelli creditori.
4.2. Il rigetto del secondo motivo del ricorso principale può essere dunque accompagnato dall’enunciazione del seguente principio di diritto:
“L’interpretazione data dal giudice di merito all’art. 7 del contratto di conto corrente bancario, stipulato dalle parti in epoca anteriore al 22 aprile 2000, secondo la quale la previsione di capitalizzazione annuale degli interessi contemplata dal comma 1, di detto articolo si riferisce ai soli interessi maturati a credito del correntista, essendo invece la capitalizzazione degli interessi a debito prevista dal comma successivo su base trimestrale, è conforme ai criteri legali d’interpretazione del contratto ed, in particolare, a quello che prescrive l’interpretazione sistematica delle clausole;
con la conseguenza che, dichiarata la nullità della surriferita previsione negoziale di capitalizzazione trimestrale, per contrasto con il divieto di anatocismo stabilito dall’art. 1283 c.c., (il quale osterebbe anche ad un’eventuale previsione negoziale di capitalizzazione annuale), gli interessi a debito del correntista debbono essere calcolati senza operare capitalizzazione alcuna”.
5. Quanto alla misura del tasso d’interesse applicato dalla banca al rapporto in esame, che è la questione su cui vertono i due motivi del ricorso incidentale, è necessario ricordare come la corte territoriale abbia reputato soddisfatto il requisito della pattuizione per iscritto del tasso extralegale, posto dall’art. 1284 c.c., u.c., perchè la difesa dell’istituto di credito ha prodotto in giudizio le proposto contrattuali, firmate dal sig. L., contenenti appunto l’indicazione di un tasso àinteresse superiore a quello previsto dalle legge.
Il ricorrente non contesta il consolidato principio giurisprudenziale al quale a corte d’appello si è richiamata, e cioè che la produzione in giudizio di una scrittura privata ad opera della parte che non l’abbia sottoscritta costituisce equipollente della mancata sottoscrizione contestuale e pertanto perfeziona il contratto in essa contenuto, purchè la controparte del giudizio sia la stessa che aveva già sottoscritto il contratto e non abbia revocato, prima della produzione, il consenso prestato (cfr. Cass. 12 giugno 2006, n. 13548; Cass. 16 maggio 2006, n. 11409; Cass. 8 marzo 2006, n. 4921, e numerose altre conformi). Egli afferma, però, che la banca avrebbe in realtà applicato interessi diversi da quelli indicati nelle surriferite scritture, adeguandosi agli usi correnti su piazza (primo motivo del ricorso incidentale); ed aggiunge che la corte d’appello avrebbe trascurato di tener conto della produzione, ad opera della difesa del medesimo sig. L., di una lettera, inviata alla controparte prima dell’inizio della causa, nella quale ora stata espressa l’intenzione di revocare la volontà manifestata in qualsiasi precedente scrittura (secondo motivo).
5.1. Nemmeno il ricorso incidentale appare meritevole di accoglimento.
La circostanza che la banca possa aver di fatto applicato interessi ad un tasso diverso da quello pattuito pattuizione la cui validità discende dal principio di diritto enunciato dalla giurisprudenza sopra richiamata, al quale il giudice di merito appare essersi correttamente attenuto – non è circostanza idonea ad invalidare ex post la pattuizione stessa; nè implica che ne sia stata stipulata tra Le parti un’altra, priva del necessario requisito formale o ancorata a parametri oscillanti e non adeguatamente predeterminabili.
Detta circostanza potrebbe semmai aver rilievo, ai fini della decisione della causa, solo qualora i tassi d’interesse in concreto applicati dalla banca fossero stati superiori a quelli indicati nei documenti contrattuali sottoscritti dal correntista e prodotti in giudizio dalla banca medesima; ma ciò non risulta, o comunque il ricorrente incidentale non documenta di averlo provato nel corso del giudizio di merito, il che basta a privare la sua doglianza di fondamento.
L’assunto secondo il quale il sig. L. avrebbe revocato la dichiarazione contrattuale da lui sottoscritta prima che questa fosse prodotta in causa dalla banca non può essere apprezzato in questa sede. Il ricorrente incidentale si limita, infatti, a riportare tra virgolette un passaggio della lettera contenente tale asserita revoca; ma solo la lettura integrale dei documento consentirebbe davvero di valutarne la portata negoziale, nè lo stesso ricorrente ha indicato con sufficiente precisione in quale atto de giudizio di merito quel documento, sul quale il motivo di ricorso si fonda, è stato prodotto (limitandosi a dire che risulta “prodotto in atti”); e neppure appare averlo autonomamente depositato nella cancelleria di questa corte: onde non può dirsi siano state a questo riguardo rispettate le prescrizioni dettate, rispettivamente a pena d’inammissibilità e d’improcedibilità, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4.
6. Il rigetto di entrambi i ricorsi e la conseguente reciproca soccombenza induce a compensare tra le parti le spese del giudizio di legittimità.
P.Q.M.
La corte riunisce i ricorsi, li rigetta e compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità.