Agenzia immobiliare: quando devo pagare la provvigione?

Proposta accettata, preliminare, mutuo negato, rogito saltato: il diritto dell’agenzia non nasce sempre quando si pensa, ma non ogni trattativa interrotta giustifica una richiesta di pagamento

Molti sono convinti che l’agenzia immobiliare debba essere pagata solo al rogito. È un’idea molto diffusa, ma non sempre corretta. Il diritto alla provvigione, infatti, non dipende necessariamente dalla stipula dell’atto notarile, ma dalla conclusione dell’affare per effetto dell’intervento del mediatore. Il punto vero, quindi, non è chiedersi soltanto se la vendita sia arrivata fino al rogito, ma stabilire se tra venditore e acquirente si sia formato un vincolo giuridico sufficientemente serio e completo.

Il problema nasce perché, nella pratica, le fasi della compravendita immobiliare vengono spesso confuse. C’è la visita dell’immobile, poi la proposta di acquisto, poi l’accettazione del venditore, eventualmente il preliminare, infine il rogito. Il cliente tende a vedere tutto questo come un percorso unico e pensa che l’agenzia maturi il compenso solo alla fine. L’agenzia, invece, spesso chiede la provvigione già al momento della comunicazione dell’accettazione della proposta o della firma del preliminare. Chi ha ragione? Dipende da come è costruita l’operazione, da ciò che le parti hanno sottoscritto e da eventuali condizioni inserite nella proposta.

La regola generale: conta la conclusione dell’affare

L’art. 1755 c.c. stabilisce che il mediatore ha diritto alla provvigione da ciascuna delle parti se l’affare è concluso per effetto del suo intervento. La norma contiene due requisiti fondamentali: l’affare deve essere concluso e la conclusione deve essere causalmente collegata all’attività del mediatore. Non basta, quindi, che l’agenzia abbia pubblicato un annuncio o fatto visitare una casa; ma non è neppure necessario, in ogni caso, attendere il rogito notarile. (Gazzetta Ufficiale)

“Affare concluso” non significa necessariamente proprietà trasferita. Significa, in termini pratici, che tra le parti si è formato un vincolo giuridico che consente di pretendere l’esecuzione dell’accordo o il risarcimento del danno derivante dal suo mancato rispetto. Quando venditore e acquirente hanno ormai assunto obblighi reciproci precisi, l’attività tipica del mediatore può considerarsi realizzata, anche se il trasferimento definitivo avverrà solo in un momento successivo.

Per questo il rogito non è sempre il momento decisivo. Il rogito trasferisce la proprietà, ma il diritto dell’agenzia può essere già maturato prima, se il venditore e l’acquirente hanno concluso un vero preliminare o una proposta accettata avente tutti gli elementi essenziali dell’accordo. Naturalmente bisogna leggere con attenzione il testo firmato, perché non ogni modulo presentato come “proposta” produce automaticamente lo stesso effetto.

La visita dell’immobile non basta

Un semplice appuntamento, una visita, uno scambio di informazioni o una trattativa ancora aperta non fanno nascere, di per sé, il diritto alla provvigione. Se l’interessato vede l’immobile ma poi non formula alcuna proposta, oppure formula una proposta che non viene accettata, l’affare non è concluso. Allo stesso modo, se le parti restano a livello di disponibilità generiche, bozze, manifestazioni di interesse o trattative prive di un vincolo effettivo, l’agenzia non può pretendere il compenso soltanto perché ha favorito un primo contatto.

Il mediatore viene pagato per avere messo in relazione le parti e aver contribuito alla conclusione dell’affare, non per ogni attività preparatoria svolta. Questo non significa che il suo lavoro non abbia valore, ma che la provvigione presuppone un risultato giuridicamente apprezzabile. È proprio qui che nascono molte controversie: l’agenzia sostiene di avere portato le parti all’accordo; il cliente replica che non vi era ancora alcun impegno vero.

Una cosa è dire: “sono interessato, ne riparliamo”; altra cosa è firmare una proposta completa, accettata dal venditore, con indicazione dell’immobile, del prezzo, dei termini di pagamento, della caparra, della data del preliminare o del rogito e degli altri elementi essenziali. Nel secondo caso, molto spesso, il vincolo è già sufficiente per far maturare il diritto alla provvigione.

Proposta accettata: provvigione sì o no?

La proposta di acquisto accettata dal venditore è uno dei punti più delicati. Nella prassi immobiliare, l’acquirente sottoscrive un modulo, lascia un assegno a titolo di deposito o caparra e attende che il venditore accetti. Quando l’accettazione viene comunicata al proponente, spesso l’agenzia chiede il pagamento della provvigione.

La richiesta può essere fondata, ma non automaticamente. Bisogna verificare se quella proposta accettata contiene già un vero accordo preliminare, con obblighi chiari e completi, oppure se si limita a impegnare le parti a stipulare in futuro un ulteriore contratto, lasciando ancora aperti aspetti essenziali. La Cassazione ha chiarito che, ai fini della provvigione, non è sufficiente una proposta accettata che configuri soltanto un “preliminare di preliminare”; occorre un vincolo giuridico che consenta di agire per l’esecuzione specifica o per il risarcimento del danno. (apps! avvocati)

Questo non significa, però, che il rogito sia sempre necessario. Quando tra le parti si è già formato un vero contratto preliminare, il diritto del mediatore può sorgere anche prima del definitivo, salvo che le parti abbiano validamente subordinato la provvigione a un momento diverso. Anche su questo punto la giurisprudenza di legittimità distingue tra la mera trattativa e il vincolo contrattuale effettivo. (FOROEUROPEO.IT)

Il punto pratico è semplice: non decide il titolo del modulo, ma il suo contenuto. Molti acquirenti pensano di aver sottoscritto “solo una proposta”, mentre in realtà hanno firmato un contratto già vincolante. Altri, al contrario, ricevono richieste di provvigione sulla base di documenti troppo generici, che non bastano a dimostrare la conclusione dell’affare.

Se il rogito salta, la provvigione resta dovuta?

Anche qui bisogna distinguere. Se l’affare era già concluso e poi una delle parti non adempie, il diritto dell’agenzia normalmente non viene meno per il solo fatto che il rogito non sia stato stipulato. Se, ad esempio, acquirente e venditore firmano un vero preliminare e poi il venditore si rifiuta ingiustificatamente di vendere, oppure l’acquirente non si presenta al rogito senza valido motivo, il mediatore può sostenere di avere comunque svolto la propria funzione: ha messo in relazione le parti e ha favorito la conclusione dell’affare. Il successivo inadempimento di una parte non cancella automaticamente quel risultato.

Naturalmente, la parte danneggiata potrà agire contro chi non ha rispettato gli impegni assunti, chiedendo gli strumenti previsti dal contratto e dalla legge. Ma il rapporto con l’agenzia segue una logica diversa. La provvigione non è il prezzo del rogito, ma il compenso per l’attività di mediazione che ha portato alla conclusione dell’affare.

Diverso è il caso in cui il rogito non si arrivi a stipulare perché mancava fin dall’inizio un vincolo valido o perché l’efficacia dell’accordo era subordinata a una condizione che non si è verificata. In quel caso bisogna tornare a monte e chiedersi se l’affare, dal punto di vista giuridico, si sia mai davvero concluso.

Mutuo negato: l’agenzia va pagata?

Il mutuo è uno dei casi più frequenti. L’acquirente firma una proposta, il venditore accetta, poi la banca non concede il finanziamento. L’acquirente pensa di essere automaticamente libero da tutto; l’agenzia, talvolta, chiede comunque la provvigione.

La soluzione dipende in larga misura da ciò che è scritto nella proposta. Se l’acquisto era espressamente subordinato all’ottenimento del mutuo, con una vera condizione sospensiva, il diritto alla provvigione sorge solo se la condizione si verifica. L’art. 1757 c.c. prevede infatti che, se il contratto è sottoposto a condizione sospensiva, il diritto alla provvigione sorge nel momento in cui la condizione si verifica. (Gazzetta Ufficiale)

Se invece la proposta non contiene una condizione sospensiva chiara, il mancato mutuo può diventare un problema dell’acquirente. Chi si impegna ad acquistare senza subordinare l’efficacia dell’accordo al finanziamento assume il rischio di non ottenere il denaro necessario. In questa situazione, il venditore potrebbe contestare l’inadempimento dell’acquirente e l’agenzia potrebbe chiedere la provvigione, sostenendo che l’affare era già concluso.

La clausola sul mutuo deve quindi essere scritta bene. Non basta inserire una frase generica come “salvo mutuo” o “subordinato a finanziamento”, se poi non si chiariscono importo, termine, modalità della richiesta, effetti del mancato ottenimento e restituzione delle somme versate. Una clausola ambigua è il terreno ideale per una lite.

Immobile con abusi, ipoteche o problemi documentali

Un altro caso frequente riguarda i problemi scoperti dopo la proposta o il preliminare: difformità urbanistiche, abusi edilizi, ipoteche, pignoramenti, vincoli, spese condominiali rilevanti, mancanza di documenti, problemi catastali o difficoltà nella commerciabilità del bene. In queste situazioni il cliente tende a dire: “non compro più, quindi non pago l’agenzia”.

Anche qui la risposta richiede attenzione. Il mediatore immobiliare non è automaticamente responsabile di qualsiasi problema dell’immobile e non svolge lo stesso ruolo del notaio, del tecnico o dell’avvocato. Tuttavia ha precisi obblighi informativi: deve comunicare alle parti le circostanze a lui note, relative alla valutazione e alla sicurezza dell’affare, che possono influire sulla sua conclusione. (Giustizia Tributaria)

Questo non significa che ogni irregolarità consenta automaticamente di non pagare la provvigione. Bisogna verificare se il problema era conosciuto o conoscibile dal mediatore, se era realmente decisivo, se ha inciso sulla conclusione dell’affare e se il cliente avrebbe concluso alle stesse condizioni conoscendo la situazione effettiva. Ma è altrettanto vero che l’agenzia non può limitarsi a dire “io ho solo messo in contatto venditore e acquirente” quando ha omesso informazioni importanti o ha rassicurato le parti senza avere basi adeguate.

Per questo, prima di firmare, è opportuno pretendere documenti e chiarimenti: provenienza dell’immobile, situazione urbanistica e catastale, eventuali ipoteche o pignoramenti, spese condominiali straordinarie deliberate, certificazioni, regolamento condominiale, stato locativo e ogni elemento che possa incidere sulla decisione di acquistare.

Le parti concludono dopo, senza l’agenzia

Altra situazione classica: l’acquirente visita l’immobile tramite agenzia, poi la trattativa si interrompe; dopo qualche mese acquirente e venditore si rivedono, trattano direttamente e concludono senza coinvolgere il mediatore. In questi casi l’agenzia può comunque chiedere la provvigione?

Può farlo se riesce a dimostrare che la conclusione dell’affare è conseguenza del suo intervento. Il nesso causale non richiede necessariamente che il mediatore sia presente fino all’ultimo incontro, ma deve risultare che la relazione tra le parti e l’operazione conclusa derivino dall’attività iniziale dell’agenzia. Se invece la successiva compravendita nasce da una trattativa autonoma, con elementi diversi e senza reale collegamento con l’intervento originario, la pretesa può essere contestata.

Anche qui contano i fatti: distanza temporale, identità dell’immobile, prezzo, condizioni dell’accordo, rapporti tra le parti, eventuale incarico in esclusiva, comunicazioni intercorse e ruolo effettivo svolto dall’agenzia. Non basta dire “li ho presentati io”, ma non basta neppure escludere il mediatore all’ultimo momento per evitare il pagamento.

L’agenzia deve essere abilitata

Un ulteriore controllo riguarda il soggetto che chiede la provvigione. L’attività di mediazione immobiliare richiede i requisiti previsti dalla disciplina di settore e la relativa iscrizione nel registro delle imprese o nel REA. La legge n. 39 del 1989, nel suo art. 6, collega il diritto alla provvigione ai mediatori abilitati; le Camere di commercio precisano oggi il riferimento all’iscrizione nel registro delle imprese. (Def Finanze)

Questo profilo viene spesso sottovalutato, soprattutto quando il cliente viene seguito da collaboratori dell’agenzia dei quali non è chiaro il ruolo. In concreto, bisogna distinguere tra l’agenzia regolarmente iscritta, il preposto abilitato e i collaboratori che svolgono attività meramente materiale. Se chi ha svolto in modo autonomo l’attività di mediazione non aveva titolo, la richiesta di provvigione può essere contestabile.

Non è un dettaglio formale. L’abilitazione serve a tutelare il mercato e le parti coinvolte in operazioni economicamente importanti. Quando si acquistano o si vendono immobili per centinaia di migliaia di euro, sapere chi sta gestendo la trattativa e con quale qualifica non è una curiosità, ma una garanzia.

Quando ci si può opporre alla provvigione

La richiesta dell’agenzia può essere contestata in diverse ipotesi. Può mancare la conclusione dell’affare, perché non vi è stato un vero vincolo tra venditore e acquirente. Può mancare il nesso causale, perché l’operazione è stata conclusa indipendentemente dall’attività del mediatore. Può esserci una condizione sospensiva non avverata, come nel caso del mutuo negato quando la clausola sia stata redatta in modo corretto. Può emergere una violazione degli obblighi informativi, se il mediatore ha taciuto circostanze rilevanti conosciute o conoscibili. Può infine porsi un problema di abilitazione professionale.

Al contrario, è pericoloso rifiutare il pagamento soltanto perché “non si è arrivati al rogito” o perché “la banca non ha dato il mutuo”, senza verificare il testo della proposta. Se l’accordo era già efficace e non condizionato, l’agenzia potrebbe avere una pretesa fondata. Ancora più rischioso è firmare una proposta convinti che si tratti di un documento non vincolante, per poi scoprire che l’accettazione del venditore ha già prodotto effetti importanti.

La cosa migliore è intervenire prima della firma. Dopo, si può certamente discutere, contestare e difendersi, ma la posizione di partenza dipenderà in larga misura dal documento sottoscritto.

Perché queste controversie si prestano bene alla mediazione

Le liti sulla provvigione dell’agenzia immobiliare hanno spesso un valore economico significativo, ma non tale da rendere conveniente una causa lunga e costosa. Inoltre coinvolgono questioni molto concrete: chi ha fatto cosa, quando si è formato il vincolo, quali informazioni sono state date, quali documenti erano disponibili, perché l’affare è saltato e se la richiesta dell’agenzia sia proporzionata rispetto all’attività effettivamente svolta.

Proprio per questo possono essere affrontate con grande efficacia in mediazione civile, anche quando la mediazione non sia obbligatoria ma venga scelta volontariamente dalle parti. È importante non confondere le due figure: il mediatore immobiliare è il professionista che mette in relazione venditore e acquirente per la conclusione dell’affare; il mediatore civile è il terzo imparziale che aiuta le parti a trovare una soluzione alla controversia già nata. ADR Center amministra procedure di mediazione anche volontarie e consente alle parti di attivare il procedimento per cercare una soluzione più rapida, meno rigida e spesso più sostenibile di un giudizio ordinario. (adrcenter.it)

In una controversia di questo tipo, la mediazione può consentire di trovare soluzioni pragmatiche: riduzione della provvigione, pagamento rateale, rinuncia parziale, compensazione con danni subiti, accordo tra venditore, acquirente e agenzia, oppure definizione complessiva delle contestazioni nate dalla compravendita. In causa si rischia spesso una risposta secca, tutto o niente; in mediazione, invece, si può costruire una soluzione più aderente al problema reale.

Cosa controllare prima di firmare una proposta

Prima di firmare una proposta di acquisto, bisogna leggere con attenzione almeno quattro aspetti. Il primo è il momento in cui l’agenzia considera maturata la provvigione: accettazione della proposta, preliminare, rogito o avveramento di eventuali condizioni. Il secondo è la presenza di condizioni sospensive, in particolare per il mutuo o per la verifica documentale dell’immobile. Il terzo è la completezza degli elementi essenziali dell’accordo, perché una proposta apparentemente semplice può essere già un vero preliminare. Il quarto è la disciplina delle somme versate, distinguendo tra deposito, caparra confirmatoria, acconto prezzo e compenso dell’agenzia.

È opportuno anche chiedere espressamente quali documenti siano stati acquisiti, quali verifiche siano state svolte e quali criticità siano note. Una compravendita immobiliare non dovrebbe essere affrontata con fretta, soprattutto quando il modulo è predisposto dall’agenzia e il cliente lo vede per la prima volta al momento della firma.

Un buon agente immobiliare non ha interesse a far firmare documenti poco chiari. Una proposta ben scritta tutela tutti: venditore, acquirente e mediatore. Stabilisce quando l’accordo diventa vincolante, quando matura la provvigione, cosa accade se il mutuo non viene concesso e quali conseguenze derivano dall’emersione di problemi sull’immobile.

La regola pratica

La provvigione dell’agenzia immobiliare non si paga automaticamente perché si è visitata una casa, ma non si paga necessariamente solo al rogito. Si paga quando l’affare può dirsi concluso per effetto dell’intervento del mediatore, salvo condizioni sospensive, patti diversi, violazioni degli obblighi professionali o altri elementi che incidano sul diritto al compenso.

La domanda giusta, quindi, non è: “abbiamo fatto il rogito?”. La domanda giusta è: “abbiamo firmato un accordo già vincolante, efficace e riconducibile all’attività dell’agenzia?”. Da questa risposta dipende gran parte della soluzione.

Nel mercato immobiliare, molte liti nascono da una firma messa troppo presto e da una clausola letta troppo tardi. Prima di sottoscrivere una proposta, soprattutto se l’acquisto dipende dal mutuo o se l’immobile presenta profili da verificare, è sempre meglio chiarire ogni passaggio. Se invece la lite è già nata, non sempre la causa è la strada più intelligente: una mediazione ben gestita, anche presso ADR Center, può chiudere rapidamente una controversia che altrimenti rischia di consumare tempo, denaro e rapporti tra tutte le parti coinvolte.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

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Compravendita immobiliare: se nel preliminare è scritto genericamente che l’atto deve essere stipulato entro e non oltre un certo giorno, per la Cassazione non si tratta di termine essenziale (sentenza 21838 del 25 ottobre 2010).

assazione – Sezione seconda – sentenza 8 giugno – 25 ottobre 2010, n. 21838
Presidente Schettino – Relatore Bucciante
Ricorrente Nannelli e altri

Svolgimento del processo

Con atto notificato il 12 e il 13 febbraio 1997 E.P. citò davanti al Tribunale di Firenze R.N, P.N e M.G., dai quali con un contratto preliminare del 1° ottobre 1996 si era obbligato ad acquistare, entro il 31 dicembre di quell’anno, un terreno di circa ha 5.58.20 con sovrastante annesso agricolo in Lastra a Signa per il prezzo di lire 200.000.000, di cui lire 60.000.000 versate a titolo di caparra confirmatoria; sostenne l’attore che la vendita definitiva non era stata conclusa per fatto dei convenuti e chiese quindi che costoro fossero condannati a restituirgli il doppio della caparra, previa dichiarazione della legittimità del proprio recesso dal preliminare, comunicato il 28 gennaio 1997. R. N., P. N. e M. G. si costituirono in giudizio, contestando la fondatezza degli assunti di E.P. e chiedendo che fosse accertato il loro diritto a trattenere l’importo della caparra.
All’esito dell’istruzione della causa, con sentenza del 19 novembre 2002 il Tribunale respinse le domande proposte dall’una parte e dall’altra.
Impugnata da R.N, P.N. e M.G. in via principale, da E.P. in via incidentale, la decisione è stata riformata dalla Corte d’appello di Firenze, che con sentenza del 21 settembre 2004, rigettato il primo gravame e accolto l’altro, ha condannato R.N., P.N. e M.G. a pagare a El.P. la somma di 61.974,83 euro, oltre agli interessi con decorrenza dal 29 gennaio 1997. A tale conclusione il giudice di secondo grado è pervenuto ritenendo che il termine del 31 dicembre 1996, concordato dalle parti, aveva carattere essenziale e che del suo mancato rispetto erano responsabili i promittenti venditori, i quali non avevano tempestivamente dato notizia della loro intenzione di vendere ai confinanti titolari del diritto di prelazione.
Contro tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione R.N., P.N. e M.g: in base a quattro motivi. E.P. si è costituito con controricorso.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano che erroneamente, con la sentenza impugnata, si è ritenuto essenziale il termine del 31 dicembre 1996, concordato nel contratto preliminare per la stipulazione del definitivo. Secondo i ricorrenti, la Corte d’appello avrebbe dovuto invece aderire alla tesi della non essenzialità, innanzitutto in base al criterio ermeneutico letterale, perché era stato pattuito che la vendita dovesse avvenire “entro e non oltre” il giorno suddetto; inoltre difettavano elementi che potessero far propendere per la tesi contraria; né è stata compiuta alcuna indagine sull’interesse che le parti potessero avere all’inderogabilità del termine in questione.
La doglianza va disattesa.
La giurisprudenza di legittimità (v., per tutte, Cass. 6 dicembre 2007 n. 25549) è univocamente orientata nel senso che “il termine per l’adempimento può essere ritenuto essenziale ai sensi e per gli effetti dell’art. 1457 c.c., solo quando, all’esito di indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito, da condursi alla stregua delle espressioni adoperate dai contraenti e, soprattutto, della natura e dell’oggetto del contratto, risulti inequivocabilmente la volontà delle parti di ritenere perduta l’utilità economica del contratto con l’inutile decorso del termine medesimo; tale volontà non può desumersi solo dall’uso dell’espressione “entro e non oltre” quando non risulti dall’oggetto del negozio o da specifiche indicazioni delle parti che queste hanno inteso considerare perduta l’utilità prefissasi nel caso di conclusione del negozio stesso oltre la data considerata”.
L’impiego dell’espressione in questione, pertanto, è bensì insufficiente a far considerare senz’altro il termine come essenziale, ma neppure implica di per sé che esso non lo sia, come i ricorrenti sostengono: si tratta di un dato da prendere in considerazione insieme con tutti gli altri elementi utili ad accertare se le parti abbiano inteso – o non – attribuire al termine quel carattere. A tale indagine la Corte d’appello non si è sottratta e del suo esito – favorevole a E.P. – ha dato adeguatamente conto, spiegandone compiutamente e diffusamente le ragioni, consistenti nel tenore della nutrita corrispondenza intercorsa tra le parti nell’imminenza del 31 dicembre 1996 e nel diverso contenuto di un altro contratto preliminare tra loro stesse intervenuto in precedenza relativamente ai medesimi beni, poi sostituito con quello oggetto della causa. La diversa valutazione di questi elementi propugnata dai ricorrenti, i quali contestano che siano in alcun modo significativi, non può costituire idonea ragione di cassazione della sentenza impugnata, stanti i limiti propri del giudizio di legittimità, che non consentono a questa Corte, nel campo degli accertamenti di fatto e degli apprezzamenti di merito, di estendere il proprio sindacato oltre quello attinente all’omissione, insufficienza o contraddittorietà della motivazione: vizi dai quali la sentenza impugnata risulta immune.
Il secondo motivo di ricorso concerne le cause della mancata stipulazione del contratto definitivo, di cui R.N., P.N. e M.G. lamentano di essere stati ingiustificatamente reputati responsabili dalla Corte d’appello, alla quale addebitano di non avere tenuto conto: – della tardività della convocazione davanti al notaio da parte di E.P.; – dell’inidoneità delle diffide ad adempiere intimate da costui, con le quali era stato assegnato un termine ristrettissimo, inferiore a quello stabilito dall’art. 1454 c.c.; – dell’irrilevanza dell’omissione della notificazione del preliminare ai vicini titolari del diritto di prelazione, avendo il promittente compratore inizialmente consentito ad acquistare solo la porzione immobiliare per la quale tale notificazione non era necessaria e poi a procrastinare il termine per entrambi gli acquisti; – delle prove testimoniali che sul punto erano state dedotte.
Nessuna di queste censure può essere accolta.
Il rifiuto di R.N., P.N. e M.G. di presentarsi al notaio per la stipulazione del contratto definitivo, come risulta dalla sentenza impugnata e dal ricorso stesso, fu motivato dai promittenti acquirenti, unicamente con l’affermazione dell’impossibilità della stipula per la mancata notificazione del preliminare, e non con l’assunto che fosse stato loro assegnato un termine troppo breve. Pertanto la circostanza è comunque ininfluente. Né del resto nella sua mancata considerazione da parte della Corte d’appello può essere ravvisato un vizio di motivazione, in quanto i ricorrenti non deducono di averla prospettata nel giudizio a quo.
Non è d’altra parte pertinente il richiamo all’art. 1454 c.c., vertendosi nella specie in ipotesi di risoluzione del contratto per la scadenza del termine essenziale, che per il disposto dell’art. 1457 c.c. opera di diritto, senza necessità di diffida ad adempiere.
La tesi della non necessità della notificazione ai titolari del diritto di prelazione per la vendita del solo annesso agricolo, cui E.P:.si era dichiarato disposto, in conformità con la previsione contrattuale che gli attribuiva la facoltà di frazionare l’acquisto, contrasta con l’assunto degli stessi ricorrenti circa la legittimità del loro rifiuto alla stipulazione del contratto definitivo, anche limitatamente a tale porzione immobiliare, proprio per la mancanza di quella notificazione. Né comunque  R.N., P.N. e M.G. hanno formulato rilievi di sorta in ordine all’affermazione della Corte d’appello, secondo cui competeva loro dimostrare che in quel caso la notificazione non occorresse.
La modificazione del contratto preliminare, mediante l’eliminazione del termine essenziale, asseritamente concordate con E.P., avrebbe dovuto essere provata documentalmente, richiedendosi la forma scritta, a norma degli artt. 1350 e 1351 c.c.
Con lo stesso secondo motivo di ricorso i ricorrenti lamentano che il giudice di secondo grado ha ritenuto legittimo il recesso del promittente compratore, senza verificare se il presunto inadempimento dell’altra parte fosse dotato dell’indispensabile requisito della gravità. La censura va esaminata, per ragioni di connessione, insieme con quella formulata con il terzo motivo di ricorso, con il quale si sostiene che la Corte d’appello, avendo ritenuto il contratto risolto di diritto, avrebbe dovuto escludere la possibilità per E.P. di recederne e quindi di pretendere la restituzione del doppio della caparra, anziché il risarcimento dei danni da provare nel loro esatto ammontare.
Contrariamente a quanto sostengono i ricorrenti, la risoluzione del contratto, anche quando consegue ipso iure all’inosservanza del termine essenziale, non preclude l’esercizio della facoltà di recesso consentita dall’art. 1385 c.c., come costantemente questa Corte ha ritenuto (v., tra le altre, Cass. 10 febbraio 2003 n. 1952: “Nell’ipotesi di versamento di una somma di denaro a titolo di caparra confirmatoria, la parte adempiente che abbia agito per la risoluzione del contratto ed il risarcimento del danno, in secondo grado, in sostituzione di dette pretese, può chiedere il recesso dal contratto e la ritenzione della caparra (art. 1385, 2 comma, c.c.), in quanto dette domande hanno minore ampiezza rispetto a quelle originariamente proposte, ed inoltre esse possono essere proposte anche nel caso in cui si sia già verificata la risoluzione del contratto per una delle cause previste dalla legge (art. 1454, 1455, 1457, c.c.) dato che rientra nell’autonomia privata la facoltà di rinunciare agli effetti della risoluzione del contratto per inadempimento”). In tal caso, tuttavia, vanno applicati i principi regolatori della materia del recesso, tra cui quello secondo cui esso può considerarsi legittimo solo nel presupposto che l’inadempimento dell’altra parte non sia di scarsa importanza (v., tra le più recenti, Cass. 19 febbraio 2006 n. 27129): il preventivo e consensuale apprezzamento automatico della “gravità” dell’inadempimento, conseguente alla pattuizione di un termine essenziale (come anche di una clausola risolutiva espressa), viene meno se la parte, come nella specie, rinuncia ad avvalersi della risoluzione del contratto e preferisce recederne, per ottenere la ritenzione della caparra o la restituzione del suo doppio, anziché l’integrale risarcimento del danno subito. Lo stesso giudice a quo ha avvertito l’esigenza di compiere la valutazione di cui si tratta, ma in proposito si è limitato soltanto a rilevare che gli appellanti principali “in sostanza sono essi stessi ad ammettere la loro (grave) inadempienza”. È dunque mancata del tutto ogni giustificazione di tale assiomatica qualificazione dell’inadempimento dei promittenti venditori, la cui “gravità” avrebbe dovuto essere valutata in relazione alla sua importanza, avuto riguardo all’interesse dell’altra parte, applicando i criteri elaborati in materia dalla giurisprudenza (su cui v., da ultimo, Cass. 18 febbraio 2008 n. 3954). Sul punto la sentenza impugnata è quindi effettivamente inficiata dal vizio di motivazione denunciato da R.N., P.N. e M.G..
Pertanto, mentre deve essere respinto il terzo motivo di ricorso, va accolto il secondo, limitatamente all’ultima delle censure che vi sono contenute.
Anche il quarto motivo di ricorso è da rigettare, poiché vi si presuppone la fondatezza delle precedenti censure rivolte alla sentenza impugnata che sono state invece disattese: si sostiene che il contratto non si era risolto il 31 dicembre 1996; che E.P. ingiustificatamente ne era receduto; che era dunque legittimo il successivo recesso, operato da R.N., P.N. e M.G. nel chiedere, costituendosi nel giudizio di primo grado, che fosse dichiarato il loro diritto a ritenere la caparra.
Rigettati pertanto il primo, il terzo e il quarto motivo di ricorso, accolto in parte il secondo, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altro giudice, che si designa in una diversa sezione della Corte d’appello di Firenze, cui viene anche rimessa la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo, il terzo e il quarto motivo di ricorso; accoglie il secondo nei limiti di cui in motivazione; cassa la sentenza impugnata; rinvia la causa ad altra sezione della Corte d’appello di Firenze, cui rimette anche la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.