Condomini morosi: la privacy può nascondere chi non paga?

Cosa può comunicare l’amministratore, cosa possono conoscere gli altri proprietari e perché la trasparenza non autorizza la pubblica gogna

Quando in un condominio alcuni proprietari smettono di pagare, il problema ricade rapidamente anche sugli altri. Mancano i soldi per saldare le fatture, eseguire lavori, pagare l’assicurazione, mantenere l’ascensore o evitare la sospensione dei servizi. A quel punto, durante l’assemblea, qualcuno domanda: chi non ha pagato e quanto deve?

La risposta dell’amministratore è talvolta questa: “Non posso dirlo per ragioni di privacy”.

È una risposta sbagliata.

La privacy non può essere utilizzata per impedire ai condomini di conoscere come vengono amministrati i loro soldi. Ogni condomino ha diritto di sapere quali quote siano state versate, quali risultino ancora insolute e quale sia la reale situazione economica del condominio. La posizione debitoria dei singoli proprietari può quindi essere indicata nel rendiconto, comunicata agli altri condomini e discussa in assemblea.

Questo, però, non autorizza l’amministratore a esporre i nomi dei morosi nell’androne, a diffonderli tra persone estranee o a trasformare la contabilità condominiale in uno strumento di umiliazione pubblica. La regola è chiara: trasparenza all’interno del condominio, riservatezza verso l’esterno.

Gli altri condomini hanno diritto di conoscere le morosità

Il Garante per la protezione dei dati personali ha chiarito espressamente che il singolo condomino può conoscere non soltanto le informazioni relative alla propria posizione, ma anche le spese e gli inadempimenti degli altri condomini. Può ricevere tali informazioni in occasione del rendiconto annuale oppure richiederle direttamente all’amministratore nell’esercizio del proprio potere di controllo sulla gestione.

Non serve il consenso del condomino moroso. Il Garante precisa che, in questo caso, prevale il principio di trasparenza della gestione condominiale e che invocare la privacy per negare queste informazioni è fuori luogo. Le morosità possono inoltre essere discusse durante l’assemblea.

La ragione è evidente. I contributi condominiali non riguardano soltanto il rapporto personale tra il debitore e l’amministratore. La mancata riscossione incide sull’intera gestione: può determinare scoperti di conto, ritardi nei pagamenti, azioni dei fornitori, aumento delle rate a carico degli altri proprietari e impossibilità di eseguire lavori necessari.

Chi partecipa al condominio deve quindi poter verificare se il bilancio sia corretto, quali somme siano state effettivamente incassate e quali crediti debbano ancora essere recuperati.

Cosa può indicare il rendiconto condominiale

Il rendiconto deve consentire una verifica immediata della situazione economica e patrimoniale del condominio. L’art. 1130-bis c.c. stabilisce che esso debba contenere le entrate, le uscite, la situazione patrimoniale, i fondi disponibili, le riserve, il registro di contabilità, il riepilogo finanziario e una nota sintetica esplicativa della gestione. (Gazzetta Ufficiale)

Per essere realmente comprensibile, il rendiconto deve quindi permettere di individuare:

  • le quote dovute da ciascun condomino;
  • le somme effettivamente versate;
  • gli eventuali saldi precedenti;
  • gli importi ancora insoluti;
  • i pagamenti parziali;
  • i conguagli;
  • le azioni di recupero già intraprese.

Non avrebbe senso presentare un rendiconto che indichi soltanto una generica voce “morosità complessive: 30.000 euro”, senza consentire ai proprietari di comprendere da quali posizioni derivi quella somma e se l’amministratore si sia attivato per recuperarla.

La privacy protegge da una circolazione impropria delle informazioni, non dalla corretta rendicontazione dell’attività condominiale.

L’amministratore può fare i nomi in assemblea?

Sì. In assemblea l’amministratore può indicare i condomini che non hanno pagato, precisare gli importi dovuti e riferire quali iniziative siano state intraprese.

Anzi, quando si deve approvare il rendiconto, valutare la situazione finanziaria, deliberare anticipazioni straordinarie o decidere come affrontare una crisi di liquidità, nascondere le singole posizioni impedirebbe all’assemblea di decidere con piena consapevolezza.

Naturalmente, la comunicazione deve restare pertinente alla gestione. È legittimo dire che il proprietario dell’unità immobiliare deve una determinata somma, che non ha rispettato un piano di rientro o che è stata avviata un’azione giudiziaria. Non è invece necessario raccontare le ragioni personali della morosità, le condizioni familiari, la situazione sanitaria, i problemi lavorativi o altre circostanze private eventualmente apprese dall’amministratore.

Il condominio deve conoscere il debito. Non deve conoscere tutta la vita del debitore.

Il condomino può chiedere direttamente l’elenco dei morosi?

Sì. Il diritto di conoscere le morosità non esiste soltanto durante l’assemblea. Il singolo condomino può chiedere all’amministratore informazioni sulle quote non versate e sulle iniziative di recupero.

La richiesta dovrebbe essere formulata in modo chiaro e riferirsi alla gestione condominiale: posizione contabile aggiornata, rate scadute, importi insoluti, eventuali decreti ingiuntivi, piani di rientro e somme recuperate. L’amministratore non può respingerla limitandosi a invocare il GDPR o la privacy. Il Garante riconosce espressamente il diritto del condomino a conoscere le spese e gli inadempimenti degli altri partecipanti.

Questo non significa, però, che il proprietario possa pretendere qualsiasi informazione o utilizzare i dati per finalità estranee alla gestione. Una volta ricevuti, i documenti non possono essere pubblicati sui social, inoltrati a estranei o utilizzati per mettere pubblicamente in cattiva luce il moroso.

Il diritto di controllo non si trasforma in un diritto di diffusione.

È possibile vedere anche il conto corrente condominiale?

Sì. Ogni condomino può chiedere, per il tramite dell’amministratore, di prendere visione e ottenere copia, a proprie spese, della rendicontazione periodica del conto corrente intestato al condominio. Lo prevede espressamente l’art. 1129 c.c.

Il Garante ha inoltre chiarito che gli estratti conto possono essere forniti integralmente, senza oscurare i dati relativi alle operazioni effettuate dagli altri condomini. La ragione è che ciascun proprietario deve poter controllare la destinazione delle somme versate e l’operato dell’amministratore. (Garante Privacy)

Attraverso il conto corrente si può verificare se le rate risultino effettivamente accreditate, se i fornitori siano stati pagati, se siano state effettuate operazioni non spiegate e se le informazioni riportate nel rendiconto corrispondano ai movimenti bancari.

Anche in questo caso, l’accesso avviene per controllare la gestione comune. I documenti non devono poi essere fatti circolare fuori dal contesto condominiale.

I giustificativi di spesa possono essere esaminati?

Sì. L’art. 1130-bis c.c. riconosce ai condomini e ai titolari di diritti reali o di godimento sulle unità immobiliari il diritto di prendere visione dei documenti giustificativi di spesa in qualsiasi momento e di estrarne copia a proprie spese. I documenti devono essere conservati per dieci anni dalla relativa registrazione. (Gazzetta Ufficiale)

Si possono quindi controllare fatture, ricevute, contratti, estratti conto, preventivi, quietanze e altri documenti collegati alle entrate e alle uscite del condominio.

L’amministratore può organizzare l’accesso con modalità ragionevoli, concordando un appuntamento e chiedendo il rimborso dei costi di copia. Non può però rendere il controllo praticamente impossibile, rinviarlo indefinitamente o consegnare documenti talmente oscurati da impedirne la comprensione.

La trasparenza contabile non è una cortesia dell’amministratore. È parte essenziale del suo incarico.

Si può affiggere l’elenco dei morosi nella bacheca?

No, quando la bacheca si trova in un luogo accessibile anche a persone estranee al condominio.

L’androne, il portone, l’area delle cassette postali o il locale di passaggio possono essere frequentati da inquilini, portieri, collaboratori domestici, corrieri, visitatori, tecnici e fornitori. Esporre in questi luoghi nomi, appartamenti, importi dovuti o solleciti di pagamento significa rendere conoscibili i dati a un numero indeterminato di persone che non hanno alcun diritto di riceverli.

Il Garante ha chiarito che la bacheca condominiale può essere utilizzata per avvisi generali, come comunicazioni relative agli impianti o ai lavori, ma non per informazioni personali riferite a singoli condomini. Le morosità possono essere comunicate agli altri proprietari nel rendiconto, su richiesta o in assemblea, ma non devono essere esposte in spazi accessibili a terzi.

Non è quindi lecito affiggere avvisi come:

“Il signor Rossi deve ancora versare euro 4.500”.

Non cambia molto sostituire il nome con indicazioni che rendano comunque identificabile la persona, come il numero dell’appartamento, il piano, l’interno o una descrizione inequivocabile.

Se tutti capiscono immediatamente di chi si tratta, il dato personale è stato comunque diffuso.

La bacheca può contenere un avviso generico?

Sì. È possibile affiggere una comunicazione che non consenta di identificare i singoli debitori, ad esempio:

“Si invitano i condomini che non abbiano ancora provveduto al pagamento delle rate scadute a regolarizzare la propria posizione entro il giorno…”

Un avviso del genere informa senza esporre nessuno. Le comunicazioni individuali devono invece essere inviate direttamente agli interessati, mediante lettera, email, PEC o deposito in busta chiusa nella cassetta postale.

Il principio è semplice: quando è possibile raggiungere lo stesso obiettivo con una modalità meno invasiva, va scelta quella modalità.

Il nome del moroso può essere scritto nel verbale assembleare?

Sì, quando l’indicazione è pertinente agli argomenti discussi e alle decisioni adottate.

Se l’assemblea esamina il rendiconto, la situazione delle morosità, un piano di rientro, la necessità di costituire un fondo o l’avvio di un’azione giudiziaria, il verbale può riportare il nome del condomino interessato, l’importo dovuto e le decisioni assunte.

Il verbale è un documento destinato ai partecipanti al condominio, non al pubblico. Deve essere comunicato ai soggetti legittimati con modalità riservate. Non può essere affisso integralmente nell’androne se contiene dati personali, né inviato indiscriminatamente a residenti, fornitori o altri soggetti estranei.

Anche la redazione del verbale deve rispettare un criterio di pertinenza. È corretto riportare ciò che serve a comprendere la discussione e la delibera. Non è corretto inserire commenti offensivi, giudizi personali o dettagli non necessari sulla situazione privata del debitore.

L’elenco può essere inviato nel gruppo WhatsApp del condominio?

Il gruppo WhatsApp non è il luogo adatto per diffondere le posizioni debitorie dettagliate.

Molti gruppi condominiali comprendono non soltanto proprietari, ma anche inquilini, coniugi, figli, portieri, ex condomini o persone aggiunte per comodità. Inoltre, i messaggi possono essere inoltrati, fotografati o conservati senza controllo.

Anche quando il gruppo fosse composto esclusivamente da proprietari, utilizzare una chat per pubblicare l’elenco dei morosi aumenta inutilmente il rischio di diffusione e di commenti impropri. Il rendiconto, i prospetti contabili e le comunicazioni sulle morosità dovrebbero essere trasmessi con strumenti riservati: invio individuale, PEC, area personale protetta o consegna diretta.

Il gruppo può essere utilizzato per comunicazioni generali, non per mettere in piazza la posizione economica di un singolo proprietario.

E se l’email viene inviata a tutti i condomini?

L’amministratore può trasmettere rendiconto e documenti ai condomini tramite posta elettronica, ma deve assicurarsi che i destinatari siano effettivamente legittimati a riceverli e che gli indirizzi email non vengano esposti inutilmente.

È prudente effettuare invii individuali, usare la copia nascosta quando appropriato oppure mettere a disposizione i documenti in un’area riservata. L’indirizzo personale di ciascun condomino non deve diventare automaticamente conoscibile a tutti gli altri.

Particolare attenzione serve quando il proprietario ha indicato un recapito condiviso con familiari, collaboratori o società. L’amministratore dovrebbe utilizzare i contatti ufficialmente comunicati e limitarsi ai dati necessari alla gestione.

Il condomino moroso può opporsi alla comunicazione?

Non può impedire che la propria posizione venga comunicata agli altri condomini quando ciò è necessario per la gestione, il rendiconto e il controllo della contabilità.

Può invece opporsi alla diffusione verso persone estranee, all’affissione nella bacheca pubblicamente accessibile, all’inserimento in chat aperte o all’uso dei dati per finalità umilianti e non pertinenti.

Può anche chiedere la rettifica se gli importi sono errati, se ha già pagato, se un versamento non è stato registrato o se la posizione è oggetto di una contestazione specifica. In tal caso, l’amministratore deve verificare e rappresentare la situazione in modo corretto.

Se il debito è contestato, non significa che debba scomparire dal rendiconto. È però opportuno che venga indicato come contestato, specificando l’esistenza della controversia, anziché presentarlo come definitivamente accertato quando non lo è.

Trasparenza significa anche precisione.

L’amministratore deve recuperare le quote non pagate

L’amministratore non deve limitarsi a comunicare l’esistenza delle morosità. Deve anche attivarsi per recuperarle.

L’art. 1129 c.c. stabilisce che, salvo espressa dispensa dell’assemblea, l’amministratore è tenuto ad agire per la riscossione forzosa delle somme dovute entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio nel quale il credito esigibile è compreso. La norma richiama anche la possibilità di utilizzare il decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo previsto dall’art. 63 disp. att. c.c.

Non è quindi sufficiente inserire ogni anno nel rendiconto una lunga colonna di insoluti senza intraprendere iniziative concrete. L’amministratore deve sollecitare il pagamento, valutare eventuali piani di rientro e, quando necessario, procedere giudizialmente.

Gli altri condomini hanno diritto di conoscere non soltanto chi non paga, ma anche che cosa sia stato fatto per recuperare il credito.

L’amministratore può concedere autonomamente un piano di rientro?

Può gestire la riscossione e valutare soluzioni operative, ma deve evitare accordi che modifichino sostanzialmente i diritti del condominio senza la necessaria autorizzazione.

Una breve rateizzazione che favorisca il recupero può avere una funzione pratica. Diverso è rinunciare a una parte del credito, cancellare interessi, concedere dilazioni molto lunghe o sospendere un’azione già avviata senza riferire all’assemblea.

In ogni caso, il piano deve essere scritto, contenere importi e scadenze precise e non deve restare segreto agli altri condomini quando incide sulla situazione finanziaria comune. Gli altri proprietari hanno diritto di sapere se il credito sia stato rateizzato, quali somme siano state versate e che cosa accadrà in caso di nuovo inadempimento.

Non hanno invece bisogno di conoscere le confidenze personali eventualmente fatte dal debitore all’amministratore.

I dati dei morosi possono essere comunicati ai fornitori?

Esiste un’importante eccezione alla regola secondo cui le morosità non devono essere comunicate agli estranei.

L’art. 63 disp. att. c.c. stabilisce che l’amministratore è tenuto a comunicare ai creditori del condominio non ancora soddisfatti, quando lo richiedano, i dati dei condomini morosi. La norma prevede inoltre che i creditori non possano agire contro i condomini in regola con i pagamenti prima di aver escusso quelli morosi.

La comunicazione al creditore non richiede quindi il consenso del debitore: è prevista direttamente dalla legge. Deve però riguardare i dati necessari a identificare i morosi e le rispettive posizioni, non informazioni ulteriori e prive di utilità.

L’amministratore non può comunicare spontaneamente l’elenco a qualunque fornitore per “far sapere chi è il responsabile”. Deve farlo nei confronti del creditore insoddisfatto che lo interpelli e nei limiti necessari all’esercizio dei suoi diritti.

Perché il creditore ha diritto a quei dati

Il creditore del condominio, ad esempio l’impresa che ha eseguito lavori e non è stata pagata, deve sapere quali condomini siano morosi perché la legge gli impone di rivolgersi prima a loro e soltanto successivamente, nei limiti previsti, ai proprietari che hanno regolarmente versato le proprie quote.

Negare i dati invocando la privacy impedirebbe al creditore di seguire il percorso stabilito dalla legge. Proprio per questo l’art. 63 pone a carico dell’amministratore un vero obbligo di comunicazione.

Diverso è inviare al fornitore tutta la contabilità condominiale, i recapiti personali non necessari o informazioni sulle ragioni private dell’inadempimento. Anche qui vale il principio di minimizzazione: comunicare ciò che serve, non tutto ciò che si possiede.

L’amministratore può contattare il datore di lavoro o i parenti del moroso?

No, salvo che vi sia uno specifico titolo giuridico o un procedimento formale che lo consenta.

L’amministratore non può cercare di ottenere il pagamento telefonando al datore di lavoro, informando i colleghi, contattando parenti non coinvolti o facendo pressione attraverso persone estranee. Il sollecito deve essere rivolto direttamente al debitore mediante i recapiti correttamente acquisiti.

Se sarà necessario aggredire lo stipendio, il conto corrente o altri beni, ciò avverrà dopo l’ottenimento del titolo esecutivo e attraverso gli strumenti previsti dal codice di procedura civile, non mediante forme private di pressione.

La legittima esigenza di recuperare il credito non giustifica la divulgazione indiscriminata della morosità.

L’inquilino ha diritto all’elenco dei proprietari morosi?

Abitare nello stabile non significa automaticamente avere gli stessi poteri di controllo del proprietario.

Il conduttore può avere diritto a conoscere e verificare le spese che gli vengono addebitate nel rapporto di locazione e, in base all’art. 1130-bis c.c., i titolari di diritti di godimento possono prendere visione dei documenti giustificativi di spesa. (Gazzetta Ufficiale)

Questo non significa che ogni inquilino debba ricevere automaticamente l’elenco completo delle morosità dei proprietari. La comunicazione deve essere collegata alla posizione giuridica del richiedente e alle finalità per cui i dati vengono chiesti.

Per questo è scorretto inviare indiscriminatamente prospetti nominativi a tutti i residenti dello stabile, senza distinguere proprietari, conduttori, ospiti e soggetti estranei.

Che cosa rischia chi espone pubblicamente il moroso?

L’esposizione ingiustificata può comportare la richiesta di rimozione immediata dei dati, un reclamo al Garante e, quando ne ricorrono i presupposti, una domanda di risarcimento.

Il problema non consiste nel fatto che l’informazione sia necessariamente falsa. Anche una morosità reale non può essere diffusa con modalità sproporzionate. Un dato può essere vero e, allo stesso tempo, essere stato comunicato illecitamente a persone che non avevano diritto di conoscerlo.

L’amministratore deve quindi tenere separati due ambiti:

  • informazione completa ai condomini e ai soggetti legittimati;
  • nessuna esposizione pubblica o diffusione a soggetti estranei, salvo i casi espressamente previsti dalla legge.

La pubblicazione in bacheca non diventa lecita soltanto perché serve, nelle intenzioni dell’amministratore, a convincere il debitore a pagare.

Cosa può fare il condomino se l’amministratore nasconde le morosità?

Il proprietario dovrebbe formulare una richiesta scritta, chiedendo:

  • il prospetto aggiornato delle quote dovute e versate;
  • l’indicazione delle posizioni insolute;
  • il dettaglio delle azioni di recupero;
  • l’eventuale esistenza di piani di rientro;
  • la rendicontazione bancaria;
  • i documenti giustificativi rilevanti.

Se l’amministratore continua a negare l’accesso con il pretesto della privacy, la questione può essere portata all’attenzione dell’assemblea. Il rifiuto reiterato di fornire documentazione o di rendere trasparente la gestione può assumere rilievo anche nella valutazione dell’operato dell’amministratore.

Prima di accusare, però, bisogna chiedere documenti precisi. Una domanda generica come “voglio vedere tutto” può creare discussioni inutili. È molto più efficace indicare annualità, documenti e informazioni richieste.

Cosa deve fare correttamente l’amministratore

La gestione corretta richiede poche regole chiare. L’amministratore deve indicare le morosità nel rendiconto, rispondere alle richieste dei condomini, consentire l’accesso ai documenti, riferire sulle azioni di recupero e comunicare i dati ai creditori insoddisfatti che li richiedano nei casi previsti dalla legge.

Contemporaneamente deve utilizzare canali riservati, evitare affissioni nominative, controllare i destinatari delle email, non diffondere prospetti nelle chat e non rivelare informazioni personali estranee alla contabilità.

Deve inoltre tenere i dati aggiornati. Un pagamento ricevuto deve essere registrato tempestivamente; una posizione contestata deve essere rappresentata correttamente; un accordo di rateizzazione deve risultare dalla contabilità.

La trasparenza non è soltanto mostrare i dati. È mostrarli alle persone giuste, nel modo giusto e nella loro corretta consistenza.

Gli errori da evitare

Il primo errore è sostenere che la privacy impedisca di dire agli altri condomini chi non paga. Il secondo è fare l’errore opposto e pensare che la morosità possa essere resa pubblica a chiunque.

Il terzo è affiggere nomi, appartamenti e importi nella bacheca dell’androne. Il quarto è inoltrare il prospetto nel gruppo WhatsApp. Il quinto è comunicare ai condomini dettagli personali sulle ragioni dell’inadempimento. Il sesto è rifiutare l’accesso al conto corrente o ai giustificativi di spesa. Il settimo è lasciare i crediti inesigibili per anni senza intraprendere azioni.

Trasparenza e privacy non sono principi contrapposti. La trasparenza impone di informare chi ha diritto di sapere. La privacy impedisce che quelle stesse informazioni vengano diffuse a chi non ne ha alcun titolo.

Conclusione

La privacy non può nascondere le morosità agli altri condomini. I proprietari hanno diritto di conoscere chi non ha pagato, quanto deve, quali rate siano scadute e quali iniziative siano state intraprese dall’amministratore. Possono esaminare il rendiconto, chiedere informazioni, accedere ai giustificativi e ottenere, per il tramite dell’amministratore, copia della documentazione del conto corrente.

Lo stesso dato, però, non può essere esposto nell’androne, pubblicato in una chat, comunicato a estranei o utilizzato per mettere il debitore alla gogna. L’amministratore deve garantire trasparenza all’interno della compagine condominiale e riservatezza verso l’esterno. Fa eccezione la comunicazione ai creditori insoddisfatti che richiedano i dati dei morosi, espressamente prevista dall’art. 63 disp. att. c.c.

In sintesi: il condomino moroso non può usare la privacy per impedire il controllo della contabilità comune. Ma gli altri condomini non possono usare la trasparenza come pretesto per umiliarlo pubblicamente. Chi paga ha diritto di sapere come vengono gestiti i propri soldi; chi non paga conserva comunque il diritto a non vedere la propria situazione economica esposta davanti a portieri, visitatori, corrieri e vicini estranei alla gestione.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

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Ho comprato casa e l’amministratore mi chiede vecchie spese condominiali: devo pagare?

Venditore, acquirente, amministratore, lavori straordinari, morosità pregresse e responsabilità dopo il rogito: cosa controllare prima di pagare

Compro casa, firmo il rogito, entro nell’immobile e penso che la parte più complicata sia finita. Poi, dopo qualche mese, arriva una comunicazione dell’amministratore: ci sono spese condominiali arretrate, conguagli, rate non pagate dal venditore, lavori straordinari deliberati prima dell’acquisto, oppure importi riferiti a una gestione precedente. A quel punto la domanda è inevitabile: devo pagare io, anche se quando quelle spese sono nate non ero ancora proprietario?

La risposta non è mai solo “sì” o “no”. Nelle spese condominiali dopo una compravendita bisogna distinguere due piani diversi: il rapporto con il condominio e il rapporto tra venditore e acquirente. Verso il condominio, il nuovo proprietario può essere chiamato a pagare alcuni importi anche se riferiti a periodi precedenti al rogito. Nei rapporti interni con il venditore, però, quella stessa spesa potrebbe dover restare a carico di chi ha venduto l’immobile. È qui che nasce gran parte della confusione.

L’acquirente spesso risponde all’amministratore: “non ero proprietario, quindi non pago”. Il condominio replica: “lei è il nuovo proprietario, quindi deve pagare”. Il venditore aggiunge: “ormai la casa è sua”. In realtà, la soluzione sta nei documenti: data del rogito, bilanci, riparti, verbali assembleari, natura ordinaria o straordinaria della spesa, anno di gestione, clausole del preliminare e del rogito, dichiarazioni rese dal venditore e attestazione dell’amministratore.

Cosa può chiedere il condominio al nuovo proprietario

Il punto di partenza è l’art. 63 delle disposizioni di attuazione del codice civile. La norma stabilisce che chi subentra nei diritti di un condomino è obbligato solidalmente con il precedente proprietario al pagamento dei contributi relativi all’anno in corso e a quello precedente. La stessa disposizione prevede anche che chi vende resta obbligato solidalmente con l’acquirente per i contributi maturati fino al momento in cui viene trasmessa all’amministratore copia autentica del titolo che determina il trasferimento del diritto. (Gazzetta Ufficiale)

Questo significa che l’amministratore può avere titolo per chiedere il pagamento anche al nuovo proprietario, entro i limiti previsti dalla legge. Ma attenzione: la solidarietà verso il condominio non stabilisce automaticamente chi debba sopportare definitivamente la spesa nei rapporti tra venditore e acquirente. È possibile che l’acquirente debba pagare al condominio per evitare morosità, solleciti o decreti ingiuntivi, ma possa poi chiedere il rimborso al venditore se quella spesa, in base alla legge o agli accordi contrattuali, era di competenza di quest’ultimo.

Questo è il punto più importante dell’intera questione: pagare al condominio non significa sempre essere il debitore finale. Significa, spesso, chiudere il rapporto esterno con il condominio e poi regolare quello interno con il venditore.

“Anno in corso e anno precedente”: non sempre basta guardare il calendario

Quando si parla di anno in corso e anno precedente, bisogna verificare la gestione condominiale di riferimento. Nella pratica, infatti, l’esercizio del condominio può non coincidere perfettamente con l’anno solare. Alcuni condomìni hanno gestione gennaio-dicembre, altri seguono periodi diversi. Per questo, davanti a una richiesta dell’amministratore, non basta chiedere genericamente “di che anno sono le spese?”. Bisogna capire a quale esercizio si riferiscono, quando sono state approvate, quali rate risultano scadute, quale piano di riparto è stato deliberato e se l’importo rientra davvero nel perimetro della responsabilità solidale dell’acquirente.

La richiesta corretta da fare all’amministratore dovrebbe quindi riguardare il dettaglio degli importi: bilancio preventivo o consuntivo, piano di riparto, verbale assembleare, periodo di competenza, rate scadute, eventuali solleciti, natura ordinaria o straordinaria della spesa. Solo così si può capire se il condominio può chiedere il pagamento al nuovo proprietario e se, dopo il pagamento, l’acquirente possa rivalersi sul venditore.

Spese ordinarie, conguagli e arretrati del venditore

Le spese ordinarie sono quelle legate alla gestione corrente del condominio: pulizia, luce, amministratore, assicurazione, ascensore, manutenzione ordinaria, piccoli interventi, servizi comuni. Se il venditore non ha pagato rate ordinarie riferite all’anno in corso o a quello precedente, il condominio può chiedere il pagamento anche all’acquirente nei limiti dell’art. 63 disp. att. c.c. Ma, nei rapporti interni, bisogna capire a quale periodo quelle spese si riferiscono.

Se le spese riguardano il periodo in cui il venditore era proprietario, normalmente dovrebbero restare a carico del venditore, salvo diverso accordo. Se invece riguardano il periodo successivo al rogito, spettano all’acquirente. Il problema diventa più delicato con i conguagli: spesso il consuntivo viene approvato dopo il rogito, ma contiene spese maturate in parte prima e in parte dopo il trasferimento. In questi casi non bisogna fermarsi alla data di approvazione del bilancio, ma ricostruire il periodo effettivo cui si riferiscono consumi, servizi e oneri.

Esempio semplice: compro casa il 30 giugno. A ottobre viene approvato il consuntivo della gestione precedente e emerge un conguaglio. Se quel conguaglio riguarda spese maturate quando il venditore era ancora proprietario, l’acquirente potrebbe essere chiamato a pagare dal condominio, ma potrà poi chiedere il rimborso al venditore, salvo patti diversi. Se invece il conguaglio riguarda il periodo successivo al rogito, la spesa dovrà normalmente restare a carico del nuovo proprietario.

Lavori straordinari deliberati prima del rogito: chi paga?

Il tema più importante riguarda i lavori straordinari: rifacimento della facciata, tetto, lastrico solare, terrazzi, ascensore, impianti, colonne, cortili, autorimesse, opere di efficientamento, consolidamenti, ristrutturazioni delle parti comuni. Qui il criterio da applicare, nei rapporti interni tra venditore e acquirente, è molto rilevante.

Secondo l’orientamento consolidato della Cassazione, se dopo la delibera assembleare che ha disposto lavori di innovazione, straordinaria manutenzione o ristrutturazione sulle parti comuni viene venduta un’unità immobiliare, il costo dei lavori grava, salvo diverso accordo tra venditore e acquirente, su chi era proprietario al momento dell’approvazione della delibera. La delibera ha valore costitutivo dell’obbligazione, anche se le opere vengono eseguite o pagate dopo il rogito. La Cassazione lo ha ribadito anche con la sentenza n. 24236/2025. (Doctrine)

Questo significa che, se i lavori straordinari sono stati effettivamente deliberati prima del rogito, normalmente il costo resta a carico del venditore, anche se le rate vengono chieste quando l’acquirente è già proprietario e anche se sarà il nuovo proprietario a beneficiare materialmente dell’intervento. Il punto decisivo non è quando arriva il bollettino, né quando iniziano i lavori, né quando vengono pagate le imprese. Il punto decisivo è quando l’assemblea ha deliberato l’intervento e la relativa spesa.

Attenzione: non basta che “se ne fosse parlato” prima del rogito

Non ogni discussione assembleare fa nascere l’obbligo di pagamento. Questo è un passaggio da scrivere bene, perché nella pratica crea molte liti. Prima del rogito può essere accaduto che in assemblea si sia parlato genericamente di rifare la facciata, sistemare il tetto, sostituire l’ascensore o chiedere preventivi. Ma una cosa è discutere di lavori futuri; altra cosa è approvare effettivamente l’intervento e la spesa.

Non basta, quindi, che prima del rogito vi fossero state discussioni, preventivi, sopralluoghi, incarichi esplorativi o delibere meramente preparatorie. Bisogna verificare se vi sia stata una vera delibera di approvazione dei lavori, con assunzione dell’obbligazione di spesa. La giurisprudenza distingue proprio tra delibere preparatorie e delibere effettivamente costitutive dell’obbligo contributivo. (studioavvocatiroma.it)

Esempio: se prima del rogito l’assemblea ha soltanto deciso di raccogliere preventivi per il rifacimento della facciata, e la vera delibera di approvazione dei lavori arriva dopo il rogito, la spesa potrebbe gravare sull’acquirente. Se invece prima del rogito l’assemblea aveva già approvato l’esecuzione dei lavori e la relativa spesa, il costo dovrebbe normalmente restare a carico del venditore, salvo accordi diversi.

Gli accordi tra venditore e acquirente sono fondamentali, ma non sempre fermano il condominio

Nel preliminare e nel rogito le parti possono regolare in modo diverso la ripartizione delle spese condominiali. Possono stabilire che i lavori straordinari deliberati prima del rogito restino a carico del venditore; oppure che siano assunti dall’acquirente perché il prezzo ne tiene già conto; oppure ancora che le spese siano ripartite in una certa misura. Possono anche prevedere garanzie, trattenute sul prezzo, deposito somme, obblighi di rimborso e dichiarazioni specifiche sulle morosità condominiali.

Questi accordi sono molto importanti nei rapporti interni tra venditore e acquirente, ma non sempre sono opponibili al condominio. Se il condominio può chiedere il pagamento all’acquirente in base all’art. 63 disp. att. c.c., il patto contenuto nel rogito non impedisce necessariamente all’amministratore di agire verso il nuovo proprietario. Serve però all’acquirente per rivalersi poi sul venditore, se ha pagato somme che, secondo gli accordi, dovevano restare a carico di quest’ultimo. Anche questo principio è richiamato dalla giurisprudenza in materia di rapporti tra condominio, venditore e acquirente. (AvvocatoAndreani.it Risorse Legali)

Per questo, la clausola contrattuale non deve essere generica. Scrivere “le spese condominiali sono a carico del venditore fino al rogito e dell’acquirente da tale data” può non bastare, soprattutto quando ci sono lavori straordinari già deliberati, conguagli non ancora approvati o gestioni condominiali complesse. Meglio indicare espressamente quali spese sono note, chi le assume, cosa succede in caso di conguagli, chi paga i lavori deliberati ma non ancora eseguiti, e quali dichiarazioni rende il venditore.

La cosiddetta “liberatoria condominiale”: utile, ma non miracolosa

Prima di acquistare una casa in condominio, l’acquirente dovrebbe sempre pretendere dal venditore l’attestazione dell’amministratore sullo stato dei pagamenti degli oneri condominiali e sulle eventuali liti in corso. L’art. 1130 n. 9 c.c. prevede infatti che l’amministratore debba fornire al condomino che ne faccia richiesta tale attestazione. (Brocardi)

È bene precisarlo: l’acquirente, prima del rogito, non è ancora condomino. Per questo, nella pratica, l’attestazione deve essere richiesta dal venditore all’amministratore e consegnata all’acquirente. Spesso viene chiamata “liberatoria”, ma il termine può essere fuorviante. Non è una garanzia assoluta contro qualsiasi spesa futura. È una fotografia della situazione risultante all’amministratore in quel momento: pagamenti, eventuali morosità, liti in corso, spese deliberate, lavori già noti secondo la documentazione condominiale.

Proprio perché non è uno scudo totale, l’attestazione va accompagnata da altri documenti: ultimi bilanci, piani di riparto, verbali assembleari, eventuali delibere su lavori straordinari, informazioni su fondi speciali, liti pendenti, preventivi approvati, contratti con imprese e situazioni di morosità. Chi compra casa controlla spesso mutuo, visure, conformità catastale e urbanistica, ma sottovaluta il condominio. È un errore: un appartamento può sembrare conveniente e nascondere migliaia di euro di spese già deliberate.

Cosa deve controllare l’acquirente prima di firmare

Prima del preliminare, o comunque prima del rogito, l’acquirente dovrebbe chiedere almeno cinque cose. La prima è l’attestazione dell’amministratore. La seconda è copia degli ultimi bilanci preventivi e consuntivi con i relativi riparti. La terza è copia dei verbali assembleari degli ultimi anni, soprattutto se si parla di lavori straordinari. La quarta è il dettaglio di eventuali morosità del venditore. La quinta è una clausola chiara nel contratto sulla ripartizione delle spese condominiali ordinarie, straordinarie, deliberate, maturate, da approvare o da conguagliare.

Se ci sono lavori straordinari, la clausola dovrebbe essere specifica. Bisogna indicare se i lavori sono già stati deliberati, chi li paga, se il prezzo di vendita ne tiene conto, se esistono rate non scadute, se è stato costituito un fondo speciale, se vi sono contestazioni con l’impresa, se sono previsti ulteriori esborsi. Quando l’importo è rilevante, si può valutare una trattenuta sul prezzo, un deposito, una garanzia o un obbligo espresso di rimborso entro un termine preciso.

Una buona clausola può evitare una causa. Una clausola generica può crearla.

Cosa deve dichiarare il venditore

Anche il venditore deve essere prudente. Se esistono morosità, liti condominiali, lavori già deliberati, fondi speciali, contestazioni con imprese, spese straordinarie imminenti o situazioni di gestione particolari, è meglio dichiararle chiaramente e disciplinarle nell’accordo. Nascondere o minimizzare una spesa rilevante può aprire un contenzioso successivo, soprattutto se l’acquirente dimostra che quella spesa era già nota o conoscibile al momento della vendita.

Il venditore, inoltre, ha interesse a fare in modo che l’amministratore riceva copia autentica del titolo di trasferimento, perché l’art. 63 disp. att. c.c. collega a tale trasmissione anche il limite della sua responsabilità solidale verso il condominio per i contributi maturati fino a quel momento. (Gazzetta Ufficiale)

In altre parole: vendere casa non significa automaticamente uscire da ogni rapporto con il condominio. Se il passaggio non viene comunicato correttamente e se restano contributi maturati prima della comunicazione, il venditore può continuare a essere coinvolto.

Se la richiesta arriva dopo il rogito, cosa bisogna fare?

Se l’amministratore chiede vecchie spese dopo l’acquisto, la prima cosa da evitare è la reazione istintiva. Non conviene rispondere semplicemente “non pago perché non ero proprietario”. Non conviene neppure pagare subito senza capire. Bisogna chiedere il dettaglio della richiesta: annualità, gestione, bilancio, riparto, verbale, data della delibera, scadenza delle rate, natura ordinaria o straordinaria della spesa, importi eventualmente già versati dal venditore, interessi e solleciti.

Poi bisogna confrontare quei documenti con il preliminare e con il rogito. Se la spesa rientra nella solidarietà verso il condominio, può essere opportuno pagarla per evitare un decreto ingiuntivo e ulteriori costi, ma contestualmente mettere in mora il venditore e chiedere il rimborso se la spesa era di sua competenza. Se invece la richiesta dell’amministratore non è documentata, è fuori dai limiti dell’art. 63, riguarda periodi non coperti dalla solidarietà o contiene importi non dovuti, va contestata in modo preciso.

La contestazione non deve essere generica. Bisogna scrivere, documenti alla mano, perché quella somma non è dovuta o perché, pur dovendo essere pagata al condominio, deve poi essere rimborsata dal venditore.

Attenzione al decreto ingiuntivo del condominio

Le spese condominiali non pagate possono trasformarsi rapidamente in un decreto ingiuntivo. L’art. 63 disp. att. c.c. consente all’amministratore, per la riscossione dei contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea, di ottenere decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo, anche senza preventiva autorizzazione dell’assemblea. (Gazzetta Ufficiale)

Per questo ignorare la richiesta dell’amministratore è quasi sempre sbagliato. Anche se l’acquirente ritiene che la spesa spetti al venditore, deve gestire subito il rapporto con il condominio. In alcuni casi la scelta più prudente sarà pagare e rivalersi. In altri sarà contestare formalmente. In altri ancora sarà coinvolgere subito il venditore e provare a chiudere la questione prima che diventi un contenzioso.

Il punto è non lasciare che una richiesta condominiale diventi, per inerzia, un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo.

Se il venditore aveva dichiarato che era tutto pagato

Spesso nel rogito il venditore dichiara che le spese condominiali sono regolari, che non vi sono morosità, o che non sono state deliberate spese straordinarie non comunicate. Se dopo l’acquisto emerge il contrario, la posizione dell’acquirente può rafforzarsi. Naturalmente bisogna leggere bene la clausola: una dichiarazione specifica è molto diversa da una formula generica.

Se il venditore ha dichiarato il falso o ha taciuto circostanze rilevanti, l’acquirente può chiedere il rimborso delle somme pagate e, nei casi più gravi, valutare ulteriori profili di responsabilità. Ma anche qui servono prove: rogito, preliminare, attestazione dell’amministratore, verbali, bilanci, richiesta successiva del condominio, eventuali comunicazioni dell’agenzia immobiliare o del venditore, prova che la spesa fosse già maturata, deliberata o comunque nota prima della vendita.

Lavori straordinari, bonus edilizi e fondi speciali

Negli ultimi anni molte compravendite sono diventate più delicate a causa di lavori straordinari collegati a bonus edilizi, cappotti termici, facciate, superbonus, impianti, cessione del credito, sconti in fattura, stati di avanzamento, fondi speciali, contestazioni con imprese e varianti in corso d’opera. In questi casi la verifica deve essere ancora più seria.

Non basta chiedere: “ci sono lavori?”. Bisogna sapere se i lavori sono stati solo discussi o già deliberati; se è stato approvato un preventivo; se è stato scelto l’appaltatore; se esiste un contratto; se è stato costituito un fondo speciale; se ci sono rate già scadute; se sono previsti ulteriori importi; se il condominio ha contenziosi con l’impresa; se vi sono rischi legati a benefici fiscali o pratiche non ancora definite.

Un acquirente che entra in un condominio con lavori importanti in corso deve sapere esattamente quale situazione sta acquistando. Non sta comprando solo un appartamento: sta entrando in una comunità condominiale con decisioni già prese, debiti, crediti, possibili liti e obbligazioni future.

Il ruolo del notaio e dell’avvocato

Il notaio ha un ruolo essenziale nella stipula, ma non bisogna pensare che ogni rischio condominiale venga automaticamente eliminato dal rogito. La parte negoziale dell’operazione deve essere preparata prima. Se ci sono lavori straordinari, morosità pregresse, conguagli o situazioni poco chiare, è opportuno affrontarle già nel preliminare, perché spesso è lì che si decide davvero la sorte economica dell’affare.

Una clausola scritta male nel preliminare può trascinarsi nel rogito. Una dichiarazione generica può lasciare spazio a interpretazioni opposte. Una mancata richiesta all’amministratore può far emergere il problema quando ormai il prezzo è stato pagato e l’immobile è stato trasferito. Nelle compravendite immobiliari, il condominio non è un dettaglio: è una parte importante dell’acquisto.

Mediazione: perché può essere la soluzione più utile

Quando nasce una lite sulle spese condominiali dopo la vendita, spesso ci sono più soggetti coinvolti: acquirente, venditore, amministratore, condominio, talvolta agenzia immobiliare, impresa dei lavori o altri condomini. Una causa può diventare lunga, costosa e sproporzionata rispetto all’importo, soprattutto se bisogna ricostruire bilanci, verbali, delibere, riparti e clausole contrattuali.

Le controversie in materia di condominio rientrano tra quelle per le quali la mediazione è condizione di procedibilità. Se invece la lite riguarda esclusivamente la rivalsa tra venditore e acquirente in base al rogito o al preliminare, bisogna verificare la domanda concreta; in ogni caso, la mediazione resta spesso lo strumento più adatto per chiudere rapidamente la questione. (ADR Center)

In mediazione si può fare quello che una causa spesso non consente in tempi utili: mettere tutti i documenti sul tavolo, distinguere le spese dovute al condominio da quelle da rimborsare tra venditore e acquirente, concordare un pagamento, evitare il decreto ingiuntivo, regolare la rivalsa, prevedere una transazione e chiudere il problema senza trasformare una spesa condominiale in una guerra dopo la compravendita.

È uno di quei casi in cui la mediazione non è una formalità. È lo spazio naturale della soluzione. Perché il problema, quasi sempre, non è fare una battaglia di principio: è capire chi deve pagare cosa, in quali tempi, con quali documenti e con quali garanzie.

Gli errori da evitare

Il primo errore è comprare senza chiedere l’attestazione dell’amministratore e senza leggere i verbali assembleari. Il secondo è ignorare i lavori straordinari solo perché non sono ancora iniziati. Il terzo è accontentarsi di clausole generiche nel preliminare o nel rogito. Il quarto è pensare che, se la spesa è precedente al rogito, il condominio non possa mai chiederla all’acquirente. Il quinto è pensare l’opposto, cioè che tutto ciò che chiede l’amministratore debba restare definitivamente a carico del nuovo proprietario. Il sesto è pagare senza conservare prova e senza mettere in mora il venditore quando la spesa spettava a lui. Il settimo è ignorare la richiesta dell’amministratore fino al decreto ingiuntivo.

La regola pratica è semplice: prima si capisce se il condominio può chiedere quella somma; poi si stabilisce chi, tra venditore e acquirente, debba sopportarla definitivamente. Sono due piani diversi e vanno tenuti separati.

Conclusione

Chi compra una casa in condominio può trovarsi a dover pagare spese riferite anche a gestioni precedenti, perché la legge prevede una responsabilità solidale dell’acquirente con il venditore per l’anno in corso e quello precedente. Ma questa responsabilità verso il condominio non significa automaticamente che la spesa debba restare definitivamente a carico dell’acquirente. Nei rapporti interni bisogna verificare periodo di competenza, natura della spesa, data della delibera, clausole del rogito, dichiarazioni del venditore e documenti condominiali.

Per le spese ordinarie conta il periodo cui si riferiscono. Per i conguagli bisogna ricostruire la gestione. Per i lavori straordinari, salvo diverso accordo, è normalmente decisiva la delibera che approva l’esecuzione dell’intervento e fa nascere l’obbligazione di spesa. Se quella delibera è precedente al rogito, il costo tende a gravare sul venditore; se è successiva, può gravare sull’acquirente. Ma ogni caso va verificato sui documenti, evitando automatismi.

In sintesi: se dopo l’acquisto l’amministratore chiede vecchie spese condominiali, non bisogna né rifiutare automaticamente né pagare alla cieca. Bisogna chiedere bilanci, riparti, verbali, attestazione dell’amministratore e rogito; poi distinguere il rapporto con il condominio dal rapporto con il venditore. E quando la lite nasce, la mediazione è spesso il modo più rapido e intelligente per evitare che una spesa condominiale diventi una causa lunga, costosa e sproporzionata.

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