Mediazione civile: riservatezza sì, zona franca no

La Cassazione penale n. 45002/2024 chiarisce che l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese in mediazione non impedisce l’accertamento di un reato commesso durante l’incontro

La riservatezza è uno dei pilastri della mediazione civile. Le parti devono potersi sedere al tavolo, parlare con libertà, formulare proposte, riconoscere difficoltà, esplorare soluzioni e modificare la propria posizione senza il timore che ogni frase venga poi utilizzata contro di loro nella causa. Senza questa protezione, la mediazione perderebbe gran parte della sua efficacia, perché nessuno sarebbe realmente disposto ad aprire un confronto sincero.

Riservatezza, però, non significa impunità. La mediazione è uno spazio protetto, non una zona franca. È un luogo nel quale il conflitto può essere affrontato in modo serio, riservato e costruttivo, ma sempre nel rispetto delle persone, dei difensori, del mediatore e delle regole fondamentali dell’ordinamento.

Questo è il punto centrale della sentenza della Cassazione penale, Sez. V, n. 45002/2024. La Corte ha affermato che l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese o delle informazioni acquisite nel procedimento di mediazione civile riguarda il giudizio conseguente alla mediazione, cioè quello relativo alla controversia civile e commerciale, ma non il processo penale. Nel caso esaminato, la Cassazione ha quindi escluso che fosse inutilizzabile la prova relativa a minacce pronunciate durante un incontro di mediazione.

Il caso deciso dalla Cassazione

La vicenda nasce da una condanna per il reato di minaccia. Il Giudice di pace di Brescia aveva ritenuto la responsabilità penale degli imputati e il Tribunale di Brescia, quale giudice d’appello, aveva confermato la decisione. Secondo la contestazione richiamata dalla sentenza, gli imputati si erano rivolti alla persona offesa con espressioni come “ti spacco tutto”, “ti brucio”, “sei morto”, oltre ad altre frasi offensive e minacciose.

Nel ricorso per cassazione, tra gli altri motivi, la difesa aveva sostenuto che, poiché l’episodio minaccioso si sarebbe verificato durante una mediazione civile, le dichiarazioni relative a quanto accaduto non avrebbero potuto essere oggetto di testimonianza. Il riferimento era all’art. 10 del d.lgs. 28/2010, norma che disciplina l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese e delle informazioni acquisite nel corso del procedimento di mediazione.

La Cassazione respinge questa impostazione. Secondo la Corte, l’art. 10, comma 1, serve a evitare che ciò che viene detto in mediazione venga poi utilizzato nel giudizio civile o commerciale collegato alla stessa controversia. Non serve, invece, a impedire al giudice penale di accertare se, durante quell’incontro, sia stato commesso un reato.

A cosa serve davvero l’inutilizzabilità prevista dall’art. 10

L’art. 10, comma 1, d.lgs. 28/2010 prevede che le dichiarazioni rese e le informazioni acquisite nel corso della mediazione non possano essere utilizzate nel giudizio avente il medesimo oggetto, anche parziale, iniziato, riassunto o proseguito dopo l’insuccesso della mediazione, salvo consenso della parte dichiarante o della parte dalla quale provengono le informazioni. La norma aggiunge che sul contenuto di quelle dichiarazioni e informazioni non è ammessa prova testimoniale e non può essere deferito giuramento decisorio.

La funzione della disposizione è chiara: evitare che la mediazione diventi una trappola. Se una parte sapesse che ogni apertura, ogni proposta, ogni disponibilità economica o ogni valutazione prudenziale potrebbe essere usata contro di lei nella causa successiva, avrebbe un incentivo fortissimo a non parlare davvero. La mediazione si ridurrebbe a un passaggio formale, privo di quella libertà di confronto che ne costituisce la vera forza.

Se una parte dichiara di essere disponibile a pagare una certa somma per chiudere la lite, quella disponibilità non può essere trasformata automaticamente in un’ammissione del debito. Se una parte valuta una soluzione transattiva, non significa che abbia riconosciuto la fondatezza della pretesa avversaria. La riservatezza serve proprio a proteggere questo spazio negoziale, nel quale le parti possono ragionare non solo sui diritti astratti, ma anche sui rischi, sui costi, sui tempi, sugli interessi reali e sulle possibili soluzioni.

Il confine: controversia civile da una parte, reato dall’altra

La Cassazione individua il confine della inutilizzabilità richiamando anche l’art. 2 del d.lgs. 28/2010, che riguarda la mediazione per la conciliazione di controversie civili e commerciali vertenti su diritti disponibili. Da qui il ragionamento della Corte: l’inutilizzabilità prevista dall’art. 10 riguarda il giudizio conseguente alla mediazione, cioè quello afferente alla controversia civile e commerciale, non anche il giudizio penale.

La distinzione è fondamentale. Una cosa è utilizzare nella causa civile una frase detta per cercare un accordo; altra cosa è accertare se, durante l’incontro, una persona abbia minacciato un’altra. Nel primo caso, la legge protegge la libertà negoziale. Nel secondo, viene in rilievo l’accertamento di un fatto che, se integra reato, non può essere reso invisibile solo perché commesso nel contesto di una mediazione.

La Cassazione lo spiega in modo molto chiaro: la disciplina dell’art. 10 è funzionale a garantire ampia libertà e riservatezza alle parti, evitando che la fase di mediazione venga utilizzata in modo strumentale nel successivo giudizio. Diversamente, tale pericolo di strumentalizzazione non sussiste rispetto al processo penale, quando le dichiarazioni rese in occasione del procedimento di mediazione integrano in sé la condotta di reato.

La mediazione resta riservata, ma non diventa un luogo senza regole

Questa decisione non indebolisce la mediazione. Al contrario, la rafforza. Una mediazione seria deve essere riservata, ma deve anche essere un luogo sicuro e regolato. La riservatezza non può trasformarsi in uno schermo per condotte intimidatorie, violente o comunque illecite.

Il messaggio corretto non è: “attenzione, ciò che dite in mediazione può sempre essere usato contro di voi”. Questo sarebbe sbagliato. Il messaggio corretto è diverso: “in mediazione potete parlare liberamente della controversia, formulare proposte, riconoscere difficoltà e cercare soluzioni; ma non potete invocare la riservatezza per coprire un reato commesso durante l’incontro”.

È una distinzione essenziale anche dal punto di vista culturale. La mediazione non è una stanza nella quale si riproduce il conflitto con maggiore aggressività, approfittando dell’assenza del giudice. È un procedimento nel quale le parti, assistite dai loro avvocati e guidate da un mediatore, cercano di trasformare il conflitto in una possibile soluzione. Questo richiede libertà, ma anche responsabilità.

Cosa resta protetto dalla riservatezza

Restano protette le proposte conciliative, le disponibilità economiche, le valutazioni formulate per superare la lite, le informazioni comunicate nel corso del procedimento e, in generale, ciò che appartiene alla dinamica propria della mediazione. Questi elementi non possono essere recuperati nel giudizio civile collegato per dimostrare che una parte “aveva ammesso”, “sapeva di avere torto” o “era disponibile a pagare”.

Questa protezione è indispensabile. In una causa ordinaria le parti tendono a difendere rigidamente la propria posizione; in mediazione, invece, devono poter esplorare anche ipotesi diverse, senza il timore che ogni tentativo di soluzione venga poi interpretato come debolezza processuale. È proprio la riservatezza a consentire il passaggio dalla posizione dichiarata all’interesse reale.

Diverso è il caso in cui ciò che viene in rilievo non sia una proposta o una dichiarazione negoziale, ma un fatto autonomamente illecito. Se durante un incontro una parte minaccia l’altra, il problema non è più l’utilizzo processuale di una concessione fatta per transigere. Il problema è l’accertamento di una condotta che l’ordinamento penale può considerare rilevante.

Il ruolo particolare del mediatore

La sentenza consente anche di ricordare un altro profilo importante. L’art. 10, comma 2, d.lgs. 28/2010 disciplina specificamente la posizione del mediatore, stabilendo che egli non può essere tenuto a deporre sul contenuto delle dichiarazioni rese e delle informazioni acquisite nel procedimento di mediazione, né davanti all’autorità giudiziaria né davanti ad altra autorità. La norma richiama inoltre l’art. 200 c.p.p. e, in quanto compatibili, le garanzie previste per il difensore dall’art. 103 c.p.p.

Questo aspetto non va confuso con il principio affermato dalla Cassazione. Nel caso concreto, la Corte rileva che non risultava essere stato escusso il mediatore e che, comunque, non era stata indicata la decisività di un’eventuale sua deposizione. Il tema deciso riguardava l’estensione dell’inutilizzabilità al processo penale, non la possibilità di trasformare automaticamente il mediatore in testimone dei fatti avvenuti durante il procedimento.

La distinzione è delicata ma importante. Il mediatore deve poter svolgere il proprio ruolo in un contesto di fiducia e riservatezza. La sua posizione rimane protetta da una disciplina specifica. Ciò non significa, però, che ogni fatto avvenuto in mediazione sia sottratto all’accertamento penale.

L’esito processuale: prescrizione agli effetti penali, statuizioni civili ferme

Per completezza, va ricordato anche l’esito della sentenza. La Cassazione ha annullato senza rinvio la decisione agli effetti penali perché il reato era estinto per prescrizione. Tuttavia, ha rigettato i ricorsi agli effetti civili e ha condannato i ricorrenti, in solido tra loro, alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di legittimità.

Questo passaggio non modifica il principio che interessa la mediazione. La Corte ha comunque ritenuto infondata la doglianza relativa all’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese in mediazione e ha affermato espressamente che l’art. 10, comma 1, d.lgs. 28/2010 opera nel giudizio conseguente alla mediazione civile e commerciale, non nel processo penale.

Perché questa decisione è importante per avvocati, parti e mediatori

Per gli avvocati, la sentenza è un promemoria importante. La parte deve essere preparata alla mediazione anche sotto il profilo comportamentale. Partecipare a un incontro non significa sfogarsi, intimidire, provocare o alzare il livello dello scontro. Significa provare a utilizzare uno spazio protetto per verificare se esista una soluzione migliore del processo.

Per le parti, il messaggio è altrettanto chiaro. In mediazione si può parlare con franchezza, ma non si può oltrepassare il limite della correttezza. La riservatezza protegge il dialogo, non l’abuso del dialogo. Chi partecipa deve sapere che la mediazione consente un confronto libero, ma non sospende le regole fondamentali dell’ordinamento.

Per i mediatori e per gli organismi, la pronuncia conferma l’importanza della gestione del tavolo. Il mediatore deve creare un ambiente nel quale le parti possano confrontarsi anche duramente, ma senza che il conflitto degeneri in intimidazione o aggressione. La qualità della mediazione dipende anche dalla capacità di mantenere il procedimento entro binari di rispetto, sicurezza e serietà.

Il principio da ricordare

La sentenza n. 45002/2024 consente di fissare un principio molto semplice: la mediazione civile è riservata, ma non è una zona franca. Le dichiarazioni rese e le informazioni acquisite durante il procedimento non possono essere utilizzate nel giudizio civile collegato, salvo consenso della parte interessata, perché la legge vuole proteggere la libertà negoziale delle parti. Ma questa protezione non può diventare uno scudo contro l’accertamento di fatti penalmente rilevanti.

È una decisione equilibrata, perché evita due errori opposti. Il primo sarebbe svuotare la riservatezza della mediazione, consentendo di utilizzare nella causa civile tutto ciò che le parti dicono per cercare l’accordo. Il secondo sarebbe trasformare la riservatezza in una immunità generale, capace di coprire anche minacce o altri comportamenti illeciti. La Cassazione sceglie una via corretta: massima protezione del confronto negoziale, nessuna impunità per i reati.

Questo equilibrio è fondamentale per promuovere una cultura seria della mediazione. Le parti devono sentirsi libere di parlare, ma devono anche sapere che la mediazione richiede rispetto, responsabilità e consapevolezza. Solo così il procedimento può svolgere la sua funzione migliore: non nascondere il conflitto, ma governarlo in modo riservato, efficace e civile.

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