L’amministratore di condominio può ignorare una PEC del condomino?

Cosa prova la PEC, quando l’amministratore deve intervenire e che cosa può fare il condomino se non riceve risposta

Un’infiltrazione continua a provocare danni, i documenti contabili non vengono consegnati, una delibera assembleare rimane ineseguita oppure una richiesta di convocazione dell’assemblea non riceve alcun seguito. Il condomino scrive all’amministratore, spesso più volte, e infine invia una PEC. La ricevuta di consegna arriva regolarmente, ma dall’altra parte non giunge alcuna risposta.

A quel punto la domanda è inevitabile: l’amministratore può ignorare la PEC?

La risposta corretta è: dipende dal contenuto della comunicazione. Non esiste una norma che obblighi l’amministratore a rispondere formalmente a ogni messaggio ricevuto da un condomino. Questo, però, non significa che possa ignorare richieste riguardanti obblighi precisi della sua funzione, situazioni urgenti, documenti che il proprietario ha diritto di consultare o iniziative assembleari formulate nel rispetto dei requisiti previsti dalla legge.

La PEC non crea da sola un diritto che non esiste, ma dimostra che l’amministratore è stato informato. Quando la comunicazione riguarda una questione sulla quale egli aveva il dovere di intervenire, il silenzio può quindi assumere una rilevanza molto concreta.

Che cosa prova realmente la PEC?

Quando un messaggio viene inviato da una casella PEC a un’altra casella PEC, il gestore del mittente certifica l’invio e quello del destinatario certifica la consegna. La comunicazione si considera recapitata nella casella del destinatario anche se quest’ultimo sostiene di non averla letta o non vi ha materialmente avuto accesso. La PEC ha, sotto questo profilo, un valore analogo a quello della raccomandata con avviso di ricevimento.

La PEC prova quindi che un determinato messaggio, con i relativi allegati, è stato inviato e consegnato in una certa data. Non prova automaticamente che tutto ciò che il mittente ha scritto sia vero, né che la richiesta formulata sia fondata. Se un condomino afferma che il tetto perde, la PEC dimostra che l’amministratore ha ricevuto la segnalazione, ma l’esistenza e l’origine dell’infiltrazione dovranno essere verificate.

Allo stesso modo, la PEC non obbliga l’amministratore ad accogliere qualsiasi richiesta. Un proprietario non può attribuirgli poteri che la legge o l’assemblea non gli riconoscono semplicemente inviando una comunicazione formale.

Il suo valore principale è un altro: impedisce che l’amministratore possa sostenere di non essere mai stato informato della questione.

Non esiste un obbligo generale di rispondere a ogni messaggio

L’amministratore riceve spesso comunicazioni molto diverse tra loro: segnalazioni, proteste, richieste di informazioni, contestazioni dei conteggi, domande di convocazione dell’assemblea, lamentele sui vicini, proposte di lavori e diffide.

Non tutte richiedono la stessa risposta.

Una PEC generica, nella quale il condomino manifesta il proprio disappunto senza formulare una richiesta precisa, non produce gli stessi effetti di una domanda di accesso alla documentazione contabile. Una protesta contro il comportamento di un vicino non equivale alla segnalazione di un cornicione pericolante. La richiesta di un singolo proprietario di convocare un’assemblea non coincide con quella presentata da almeno due condomini che rappresentino un sesto del valore dell’edificio.

Bisogna quindi chiedersi non soltanto se la PEC sia stata ricevuta, ma soprattutto quale obbligo dell’amministratore venga concretamente in rilievo.

Quando vengono richiesti documenti condominiali

Uno dei casi più frequenti riguarda la richiesta di verbali, fatture, estratti del conto corrente, contratti, preventivi e documenti giustificativi delle spese.

Il condomino non è un estraneo rispetto alla gestione e ha diritto di controllare come vengono utilizzate le somme versate. L’art. 1129 c.c. consente di prendere visione dei registri condominiali e di ottenerne copia, previo rimborso della spesa. Ciascun condomino può inoltre chiedere, tramite l’amministratore, di esaminare ed estrarre copia della rendicontazione periodica del conto corrente intestato al condominio.

L’art. 1130-bis c.c. stabilisce inoltre che i condomini e i titolari di diritti reali o personali di godimento possono prendere visione dei documenti giustificativi di spesa in ogni tempo ed estrarne copia a proprie spese. Il diritto riguarda quindi non soltanto il rendiconto finale, ma anche i documenti sui quali esso si fonda.

“In ogni tempo” non significa necessariamente che l’amministratore debba inviare centinaia di pagine entro poche ore o gratuitamente. La consultazione deve essere organizzata secondo modalità ragionevoli, tenendo conto della quantità dei documenti e dei costi di riproduzione. Non è però ammissibile che la richiesta venga rinviata indefinitamente, respinta senza motivo o ignorata.

L’amministratore deve anche fornire, al condomino che ne faccia richiesta, un’attestazione relativa allo stato dei pagamenti degli oneri condominiali e alle eventuali liti in corso. L’inottemperanza a questo specifico obbligo, insieme a quella relativa alla corretta tenuta di alcuni registri, è espressamente indicata dall’art. 1129 c.c. tra le possibili gravi irregolarità.

Quando la PEC segnala un pericolo o un danno alle parti comuni

Il silenzio è ancora più delicato quando la comunicazione riguarda una situazione urgente: distacco di intonaco, infiltrazione proveniente dal tetto, perdita da una tubazione comune, guasto dell’ascensore, impianto elettrico pericoloso, portone non funzionante o altro problema capace di provocare danni alle persone o all’edificio.

L’amministratore deve curare la manutenzione ordinaria delle parti comuni, disciplinarne l’uso e compiere gli atti conservativi necessari. Questi compiti rientrano nelle attribuzioni previste dall’art. 1130 c.c.

Ciò non significa che ogni segnalazione obblighi immediatamente a eseguire i lavori richiesti dal condomino. L’amministratore può dover effettuare un sopralluogo, chiedere l’intervento di un tecnico, verificare se la parte interessata sia comune o privata, acquisire preventivi oppure convocare l’assemblea quando la decisione ecceda i suoi poteri.

Quello che non dovrebbe fare è non fare nulla.

Se la PEC descrive una situazione potenzialmente pericolosa e documentata con fotografie, relazioni tecniche o precedenti segnalazioni, l’amministratore deve almeno verificare il problema e adottare le iniziative che rientrano nelle sue attribuzioni. Se l’inerzia consente al danno di aggravarsi, la prova dell’avvenuta consegna della PEC può diventare importante per dimostrare da quando egli e il condominio fossero a conoscenza della situazione.

Quando si chiede l’esecuzione di una delibera

L’amministratore deve eseguire le deliberazioni dell’assemblea. Se i condomini hanno approvato determinati lavori, affidato un incarico, stabilito una modalità di gestione o disposto un intervento, l’amministratore non può semplicemente accantonare la decisione senza una valida ragione.

Naturalmente, possono verificarsi impedimenti sopravvenuti: mancanza di fondi, impossibilità dell’impresa, necessità di ulteriori autorizzazioni, problemi tecnici o una successiva decisione assembleare. In tal caso l’amministratore dovrebbe informare i condomini e, se necessario, convocare una nuova assemblea.

La mancata esecuzione delle deliberazioni assembleari è espressamente indicata dall’art. 1129 c.c. tra le gravi irregolarità che possono assumere rilievo ai fini della revoca.

Una PEC con la quale il condomino chiede semplicemente “notizie” può anche non ricevere una risposta immediata. Una comunicazione precisa, che richiami la data della delibera e chieda perché essa non sia stata eseguita, rende invece molto più difficile giustificare un silenzio prolungato.

Il singolo condomino può obbligare l’amministratore a convocare l’assemblea?

Un singolo condomino può certamente chiedere che venga convocata un’assemblea o che una questione venga inserita nell’ordine del giorno. L’amministratore dovrebbe valutare la richiesta e, soprattutto quando il tema è importante, fornire una risposta.

La domanda del singolo, tuttavia, non obbliga in via generale l’amministratore a convocare immediatamente l’assemblea, salvo specifiche ipotesi previste dalla legge.

L’art. 66 delle disposizioni di attuazione del codice civile riconosce un potere più incisivo quando la richiesta proviene da almeno due condomini che rappresentino almeno un sesto del valore dell’edificio. In questo caso, se trascorrono inutilmente dieci giorni dalla richiesta, gli stessi condomini possono provvedere direttamente alla convocazione.

È quindi importante che la PEC indichi chiaramente chi siano i richiedenti, i millesimi rappresentati e gli argomenti che si intendono sottoporre all’assemblea. Una formula vaga come “chiedo una riunione per parlare dei problemi del palazzo” è molto meno efficace di una richiesta che individui con precisione l’ordine del giorno.

Il ripetuto rifiuto di convocare l’assemblea nei casi previsti dalla legge è inoltre incluso tra le gravi irregolarità che possono giustificare la revoca giudiziale dell’amministratore.

L’amministratore deve risolvere le liti tra vicini?

Non necessariamente.

L’amministratore gestisce le parti comuni, esegue le deliberazioni e cura l’osservanza del regolamento condominiale. Non è però un giudice, un ufficiale di polizia o il rappresentante personale di ciascun proprietario.

Se un condomino lamenta insulti, minacce, rumori, molestie, infiltrazioni provenienti esclusivamente dall’appartamento vicino o altre condotte che riguardano soltanto due proprietà private, l’amministratore può avere poteri molto limitati. Può richiamare il regolamento, favorire un confronto o riferire la questione all’assemblea, ma non sempre può ordinare al vicino di cessare la condotta o applicare sanzioni.

La situazione cambia quando il comportamento incide sulle parti comuni, sui servizi condominiali, sulla sicurezza dell’edificio oppure viola una disposizione del regolamento che l’amministratore è tenuto a far rispettare.

Prima di accusarlo di inerzia, bisogna quindi verificare se la questione rientri realmente nelle sue attribuzioni.

Il silenzio equivale a un rifiuto?

Non sempre.

L’assenza di risposta non significa automaticamente che l’amministratore abbia respinto la richiesta, riconosciuto la fondatezza della contestazione o ammesso una propria responsabilità. Non vale neppure, di regola, come accettazione delle affermazioni contenute nella PEC.

Il silenzio può però diventare significativo quando si protrae, si ripete nonostante i solleciti e riguarda un adempimento preciso. Un conto è non rispondere a una protesta generica; altro è non consentire l’accesso ai documenti, non convocare l’assemblea richiesta secondo la legge, non eseguire una delibera o non verificare una situazione pericolosa.

Non ogni PEC rimasta senza risposta giustifica quindi la revoca dell’amministratore o una richiesta di risarcimento. Occorre valutare la gravità della questione, la durata dell’inerzia, gli obblighi coinvolti, le conseguenze prodotte e l’eventuale reiterazione del comportamento.

Come dovrebbe essere scritta la PEC?

Molte comunicazioni sono poco efficaci perché troppo lunghe, aggressive o confuse. Contengono anni di discussioni, accuse personali, citazioni di norme non pertinenti e numerose richieste diverse, senza chiarire che cosa l’amministratore dovrebbe concretamente fare.

Una PEC utile dovrebbe indicare l’oggetto in modo chiaro, descrivere sinteticamente i fatti, richiamare le eventuali precedenti segnalazioni, allegare i documenti necessari e formulare una richiesta precisa. Se il problema è urgente, bisogna spiegare perché e quali conseguenze potrebbero derivare dal ritardo.

È opportuno assegnare un termine ragionevole, evitando però formule ultimative quando non sono giustificate. Chiedere una risposta “entro ventiquattro ore” per ricevere dieci anni di contabilità è poco realistico; chiedere un immediato sopralluogo per una perdita d’acqua in corso è invece comprensibile.

Devono essere conservati il messaggio originale, la ricevuta di accettazione, quella di avvenuta consegna e gli allegati effettivamente trasmessi.

Che cosa fare se l’amministratore continua a non rispondere?

Il primo passo è verificare che la richiesta sia chiara, fondata e rivolta all’indirizzo corretto. Può essere utile inviare un sollecito sintetico, richiamando la precedente PEC e chiedendo una risposta entro un termine preciso.

Se il problema riguarda l’intero condominio, è spesso opportuno coinvolgere altri proprietari. Una richiesta collettiva ha un peso diverso e, quando sono raggiunti i requisiti dell’art. 66 disp. att. c.c., può consentire ai condomini di convocare direttamente l’assemblea dopo l’inutile decorso di dieci giorni.

L’assemblea può chiedere spiegazioni, impartire indicazioni, deliberare gli interventi necessari e, nei casi più seri, valutare la revoca e la nomina di un nuovo amministratore. La revoca assembleare può essere deliberata in ogni momento con le maggioranze previste dalla legge, mentre quella giudiziale richiede la presenza dei presupposti stabiliti dall’art. 1129 c.c.

Quando la controversia non può essere risolta internamente, occorre valutare l’iniziativa più adatta: richiesta formale di consegna dei documenti, ricorso all’assemblea, procedimento cautelare nei casi urgenti, domanda di revoca o azione di responsabilità. Prima di iniziare una causa relativa a una controversia condominiale deve inoltre essere normalmente esperito il procedimento di mediazione previsto dal d.lgs. n. 28 del 2010.

Una PEC non sostituisce una buona gestione

Il condomino non dovrebbe essere costretto a inviare continuamente PEC per ottenere informazioni elementari. Un’amministrazione corretta richiede comunicazioni comprensibili, documenti accessibili, risposte ragionevoli e trasparenza sulle decisioni adottate.

Dall’altra parte, la PEC non dovrebbe diventare uno strumento per sommergere l’amministratore di contestazioni, pretendere interventi che non rientrano nei suoi poteri o trasferire sul condominio qualsiasi conflitto personale.

Il punto non è stabilire se ogni messaggio debba necessariamente ricevere una risposta formale. Bisogna capire se la comunicazione riguardi un diritto del condomino o un dovere dell’amministratore.

In conclusione

L’amministratore non ha un obbligo generale di rispondere a qualsiasi PEC, ma non può utilizzare il silenzio per sottrarsi ai compiti che la legge, il regolamento e l’assemblea gli affidano.

La PEC prova che la comunicazione è stata consegnata. Se riguarda l’accesso ai documenti, la contabilità, una richiesta assembleare formulata secondo la legge, l’esecuzione di una delibera o un pericolo relativo alle parti comuni, l’inerzia può diventare rilevante e, nei casi più gravi, contribuire a fondare iniziative nei confronti dell’amministratore.

Non basta però aver inviato una PEC per avere automaticamente ragione. La richiesta deve essere precisa, rientrare nei poteri dell’amministratore ed essere accompagnata, quando necessario, dai documenti che consentano di verificarla.

La domanda corretta non è quindi soltanto “l’amministratore mi ha risposto?”, ma soprattutto: “gli ho chiesto di adempiere a un obbligo che gli competeva e gli ho fornito gli elementi necessari per farlo?”.

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Amministratore di condominio cessato dall’incarico: niente compensi automatici e anticipazioni da provare rigorosamente

La Cassazione chiarisce che l’approvazione del rendiconto non basta sempre a dimostrare il credito dell’ex amministratore e che, dopo la cessazione dell’incarico, la prorogatio non consente di continuare a gestire il condominio come prima né di maturare ulteriori compensi

L’ordinanza della Corte di Cassazione n. 7247 del 26 marzo 2026 è destinata ad avere un impatto rilevante nelle controversie tra condomìni ed ex amministratori, perché affronta una situazione molto frequente: l’amministratore cessato dall’incarico chiede il pagamento di compensi arretrati e il rimborso di somme che afferma di avere anticipato per conto del condominio; il condominio contesta la pretesa, sostenendo che quelle somme non siano provate o che il compenso non sia dovuto. La questione, nella pratica, è tutt’altro che marginale, perché molti rapporti di amministrazione si trascinano per anni in modo poco formalizzato, con rinnovi non sempre chiari, compensi inseriti nei rendiconti consuntivi e partite contabili che, a distanza di tempo, diventano difficili da ricostruire.

Il caso nasce da un decreto ingiuntivo ottenuto dall’ex amministratore di un condominio di Siracusa per complessivi euro 17.454,40. La somma comprendeva euro 5.534,40 per asserite anticipazioni di cassa, euro 11.700,00 per compensi relativi alle annualità 2013, 2014 e 2015 ed euro 220,00 per la redazione e presentazione del modello 770. Il Tribunale aveva inizialmente ritenuto decisiva la delibera assembleare che aveva approvato in blocco i rendiconti consuntivi dal 2010 al 2014 e il preventivo 2015; la Corte d’appello, invece, aveva revocato il decreto ingiuntivo, negando sia la prova delle anticipazioni sia il diritto ai compensi. La Cassazione conferma la decisione d’appello e rigetta il ricorso dell’ex amministratore.

L’approvazione del rendiconto non trasforma automaticamente ogni voce in un credito certo dell’amministratore

Il primo punto riguarda le anticipazioni di cassa. L’ex amministratore sosteneva che il condominio, approvando il rendiconto, avesse riconosciuto il proprio debito per le somme da lui anticipate. La Cassazione respinge questa impostazione e ribadisce un principio essenziale: il credito dell’amministratore per le anticipazioni trova fondamento nel rapporto di mandato e, ai sensi dell’art. 1720 c.c., è l’amministratore a dover provare gli esborsi effettivamente sostenuti nell’interesse del condominio. Solo dopo che tale prova sia stata fornita, spetta al condominio dimostrare di avere adempiuto all’obbligo di rimborso.

Questo passaggio è molto importante. L’amministratore non può limitarsi a dire che dal rendiconto emerge un disavanzo, né può pretendere che ogni voce contabile approvata dall’assemblea equivalga, da sola, alla prova che egli abbia versato denaro proprio. La contabilità condominiale può indicare una differenza tra entrate e uscite, ma da quella differenza non deriva automaticamente che l’amministratore abbia personalmente coperto il saldo. Potrebbero esservi errori contabili, partite non riconciliate, incassi non correttamente registrati, spese imputate in modo improprio o semplicemente una contabilità non abbastanza chiara.

La Corte chiarisce quindi che solo una indicazione chiara, definitiva e specifica del debito verso l’amministratore può assumere valore probatorio adeguato. Non basta una generica appostazione nel bilancio approvato, come nel caso esaminato, dove figurava la voce “Amministrazione conto anticipi a fine gestione”. Perché vi sia una vera ricognizione di debito occorre un atto inequivoco, consapevole e volontario dell’assemblea, riferito a poste passive specificamente indicate. In mancanza, l’ex amministratore deve provare in modo autonomo le somme effettivamente anticipate.

La contabilità condominiale non può diventare una prova costruita dall’amministratore contro il condominio

Il ragionamento della Cassazione è condivisibile perché evita un equivoco pericoloso. Il rendiconto è predisposto dall’amministratore e viene sottoposto all’approvazione dell’assemblea; se ogni indicazione contenuta in quel documento fosse automaticamente considerata come riconoscimento di debito verso lo stesso amministratore, si finirebbe per attribuire a una contabilità unilateralmente formata una forza probatoria eccessiva.

L’approvazione del rendiconto certamente produce effetti: impedisce ai condomini di contestare genericamente le voci contabili approvate sotto il profilo meramente contabile, salvo impugnazione nei modi e nei termini di legge. Ma altro è approvare il rendiconto del condominio, altro è riconoscere in modo autonomo e specifico che l’amministratore abbia anticipato denaro proprio e che il condominio sia quindi debitore nei suoi confronti. La differenza è sostanziale, perché il credito per anticipazioni non può fondarsi su una ricostruzione opaca o su una voce generica.

Il principio pratico è molto chiaro: l’amministratore che anticipa somme per il condominio deve conservare la prova dei pagamenti, indicare con precisione la causale, collegare ogni esborso a una spesa condominiale effettiva e far risultare in modo inequivoco l’eventuale debito del condominio nei suoi confronti. In difetto, la domanda di rimborso può essere respinta, anche se il rendiconto sia stato approvato.

Dopo la riforma del condominio il compenso deve essere indicato analiticamente

Il secondo punto riguarda il compenso dell’amministratore. La Cassazione richiama l’art. 1129, comma 14, c.c., introdotto dalla legge n. 220 del 2012, secondo cui l’amministratore, all’atto dell’accettazione della nomina e del suo rinnovo, deve specificare analiticamente, a pena di nullità della nomina, l’importo dovuto a titolo di compenso per l’attività svolta. Questa previsione ha una funzione di trasparenza: i condomini devono sapere prima quanto costerà l’amministrazione e quali attività siano comprese nel compenso richiesto.

La conseguenza è netta: dopo il 18 giugno 2013, non è sufficiente che il compenso venga inserito nel rendiconto consuntivo e approvato successivamente dall’assemblea. Il rendiconto non può sanare la mancata specificazione originaria del compenso al momento della nomina o del rinnovo. In altre parole, il compenso non può comparire a posteriori come una voce di spesa tra le altre, se non era stato indicato analiticamente quando l’amministratore ha accettato l’incarico o il relativo rinnovo.

Anche questo passaggio è molto rilevante nella pratica. Il condominio non può essere posto davanti al fatto compiuto, trovandosi a discutere il compenso solo quando l’attività è stata ormai svolta. L’amministratore, allo stesso modo, non può fare affidamento su una generica approvazione del consuntivo per recuperare compensi non correttamente pattuiti. La regola impone chiarezza preventiva e colpisce con la nullità la nomina che non contenga l’analitica specificazione dell’importo dovuto.

La prorogatio dell’amministratore non è più una gestione piena e retribuita sine die

Il cuore dell’ordinanza è però nel terzo profilo: la cosiddetta prorogatio dell’amministratore cessato. Prima della riforma del condominio, la giurisprudenza tendeva a riconoscere che l’amministratore scaduto, dimissionario o comunque cessato dalla carica continuasse a esercitare i poteri ordinari fino alla nomina del successore, proprio per evitare un vuoto gestionale. A questa prosecuzione di fatto veniva spesso collegato anche il diritto al compenso.

La Cassazione, in questa decisione, prende una posizione molto più rigorosa alla luce del nuovo art. 1129, comma 8, c.c. La norma stabilisce che, alla cessazione dell’incarico, l’amministratore è tenuto alla consegna di tutta la documentazione in suo possesso e deve eseguire le attività urgenti necessarie a evitare pregiudizi agli interessi comuni, senza diritto a ulteriori compensi. Da questa disposizione la Corte ricava un principio chiaro: l’amministratore cessato non può continuare a esercitare tutti i poteri previsti dall’art. 1130 c.c. e non ha più diritto ad alcun compenso per l’attività successiva, salvo il dovere di compiere le sole attività urgenti e indifferibili.

Questo è il passaggio più forte dell’ordinanza. La prorogatio non viene negata in assoluto come esigenza pratica, ma viene ridotta alla sua funzione minima: evitare danni immediati al condominio nelle more della sostituzione. Non è una prosecuzione ordinaria del mandato, non è una conferma tacita, non è un rinnovo implicito dell’incarico e non è una base per maturare nuovi compensi.

La Cassazione supera l’idea della conferma tacita dell’amministratore

La motivazione è particolarmente interessante perché la Corte si confronta con l’impostazione tradizionale, fondata sulla presunta volontà dei condomini di mantenere in carica l’amministratore sino alla nomina del successore. Secondo questa vecchia logica, se l’assemblea non nominava un nuovo amministratore, quello uscente continuava a gestire il condominio nell’interesse comune e aveva diritto a essere pagato.

La Cassazione osserva però che questa impostazione non è più compatibile con il nuovo assetto normativo. Se si ammettesse una prorogatio piena e retribuita senza limiti, si finirebbe per eludere proprio le regole introdotte dalla riforma: l’obbligo di specificare analiticamente il compenso, l’obbligo di formalizzare nomina e rinnovo, l’annotazione del verbale di nomina nel registro e la previsione espressa secondo cui, dopo la cessazione, l’amministratore deve soltanto consegnare la documentazione ed eseguire le attività urgenti senza compenso ulteriore.

Il ragionamento è convincente: non avrebbe senso imporre trasparenza e formalità per la nomina e il rinnovo, se poi fosse possibile mantenere l’amministratore in carica di fatto per anni, con pieni poteri e compenso, in assenza di una nuova delibera. La prorogatio sine die diventerebbe il modo per aggirare la disciplina legale.

Le attività urgenti sono solo quelle davvero indifferibili

La Corte precisa anche che cosa debba intendersi per attività urgenti. Non ogni attività utile è urgente. L’urgenza richiede una necessità immediata e impellente: si tratta di atti che non possono essere rinviati senza danno o pericolo per gli interessi comuni e che non possono attendere la nomina del nuovo amministratore da parte dell’assemblea o, se necessario, del giudice.

Questo significa che l’amministratore cessato non può continuare a gestire ordinariamente il condominio, convocare e amministrare come se nulla fosse, curare la contabilità ordinaria e poi chiedere il compenso annuale. Può e deve intervenire solo per evitare pregiudizi immediati: ad esempio situazioni di pericolo, scadenze non differibili, interventi indispensabili per impedire un danno alle parti comuni o adempimenti che non possono attendere. Ma questa attività, proprio perché configurata dalla legge come obbligo strumentale successivo alla cessazione del rapporto, non genera ulteriori compensi.

La scelta è severa, ma ha una sua coerenza. Se l’amministratore cessato potesse continuare a operare liberamente e pretendere il compenso, la cessazione dell’incarico perderebbe significato. La norma, invece, spinge il condominio a provvedere rapidamente alla nomina di un nuovo amministratore e impedisce che una situazione transitoria diventi stabile.

La decisione incide molto sulla gestione pratica dei condomìni

Le ricadute operative sono notevoli. Per gli amministratori, il messaggio è chiaro: il compenso deve essere indicato in modo analitico al momento della nomina o del rinnovo; le anticipazioni devono essere provate con documenti; l’attività svolta dopo la cessazione dell’incarico non può essere considerata automaticamente retribuita. Chi continua a gestire un condominio senza una valida nomina o senza un rinnovo correttamente formalizzato si espone al rischio di non poter recuperare il compenso.

Per i condomìni, la decisione è altrettanto importante. L’assemblea deve evitare situazioni confuse: se intende mantenere l’amministratore, deve procedere a una nomina o a un rinnovo chiaro, con indicazione analitica del compenso. Se invece l’incarico è cessato, occorre nominare rapidamente un nuovo amministratore, anche ricorrendo, se necessario, agli strumenti giudiziali. Lasciare tutto in sospeso può generare contenziosi, ma non significa che l’amministratore uscente possa automaticamente maturare compensi.

Sul piano probatorio, poi, l’ordinanza invita a una maggiore attenzione nella redazione dei rendiconti. Le somme eventualmente dovute all’amministratore devono essere indicate in modo chiaro, specifico e comprensibile, distinguendo il compenso dalle anticipazioni, i rimborsi dalle spese ordinarie, le partite effettivamente documentate da quelle meramente contabili. Una contabilità generica è il terreno ideale per la lite.

Il modello 770 non giustifica un compenso separato se rientra nell’ordinaria gestione

La vicenda conteneva anche una voce minore, pari a euro 220,00, richiesta dall’ex amministratore per la redazione e presentazione del modello 770. La Corte d’appello aveva ritenuto tale attività compresa nell’ordinaria gestione dell’amministratore e non meritevole di un compenso separato. Anche questo punto, pur meno centrale, è coerente con la logica complessiva della decisione: ciò che rientra nell’attività ordinaria dell’amministratore non può essere trasformato in una voce extra, salvo che vi sia una pattuizione chiara e preventiva.

La regola vale in generale per tutte le attività che gli amministratori tendono talvolta a qualificare come “extra”. Se un’attività è ordinariamente connessa alla gestione condominiale, non può essere addebitata separatamente in assenza di una specifica previsione. Se invece si tratta realmente di attività ulteriore, il relativo compenso deve essere indicato in modo trasparente, preferibilmente già al momento della nomina o comunque con una delibera chiara e specifica.

Il principio affermato dalla Cassazione

Il principio di diritto enunciato dalla Corte è molto netto: l’amministratore di condominio, alla cessazione dell’incarico per scadenza del termine, revoca o dimissioni, non può continuare a esercitare tutti i poteri dell’art. 1130 c.c. e non ha più diritto ad alcun compenso per l’attività successivamente svolta. Egli è tenuto soltanto a eseguire le attività urgenti e indifferibili necessarie a evitare pregiudizi agli interessi comuni, in attesa della nomina assembleare o giudiziale del nuovo amministratore.

È un principio che ridimensiona fortemente l’idea tradizionale della prorogatio e impone una lettura più rigorosa del rapporto tra amministratore e condominio. L’amministratore non è un organo che resta indefinitamente in funzione per assicurare la continuità dell’ente, ma un mandatario il cui rapporto si esaurisce con la cessazione dell’incarico. Dopo quel momento, la legge gli attribuisce solo un dovere residuale, limitato alle urgenze e privo di compenso ulteriore.

Una pronuncia severa, ma utile

La decisione è severa, soprattutto per gli amministratori che hanno continuato a gestire condomìni in situazioni di inerzia assembleare confidando nel riconoscimento successivo del compenso. Tuttavia è una decisione utile, perché richiama tutti gli operatori a una maggiore chiarezza. Il condominio non può essere amministrato in modo indefinito sulla base di rapporti taciti, contabilità ambigue e compensi inseriti a posteriori nei consuntivi. L’amministratore, d’altra parte, ha tutto l’interesse a ottenere incarichi formalmente corretti, compensi analiticamente indicati e rimborsi documentalmente provati.

La trasparenza, in questa materia, non è un formalismo. È lo strumento che consente di evitare conflitti tra amministratore e condomini, di rendere controllabile la gestione e di impedire che il rendiconto diventi, anni dopo, il terreno di una causa. Chi amministra deve poter dimostrare ciò che ha speso e ciò che gli è dovuto; chi approva deve sapere esattamente che cosa sta riconoscendo.

In definitiva, l’ordinanza afferma tre regole pratiche: le anticipazioni dell’amministratore devono essere provate; il compenso deve essere indicato analiticamente al momento della nomina o del rinnovo; la cessazione dell’incarico non apre una prorogatio piena e retribuita, ma solo un dovere limitato alle attività urgenti e indifferibili. Per molti condomìni e molti amministratori è un promemoria importante: la gestione condominiale non vive di automatismi, ma di delibere chiare, documenti ordinati e incarichi validamente conferiti.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

Tag: condominio, amministratore di condominio, prorogatio, compenso amministratore, anticipazioni amministratore, rendiconto condominiale, decreto ingiuntivo condominio, art. 1129 c.c., art. 1130 c.c., assemblea condominiale, diritto condominiale, Luca Tantalo, ADR Center

Condomini morosi: la privacy può nascondere chi non paga?

Cosa può comunicare l’amministratore, cosa possono conoscere gli altri proprietari e perché la trasparenza non autorizza la pubblica gogna

Quando in un condominio alcuni proprietari smettono di pagare, il problema ricade rapidamente anche sugli altri. Mancano i soldi per saldare le fatture, eseguire lavori, pagare l’assicurazione, mantenere l’ascensore o evitare la sospensione dei servizi. A quel punto, durante l’assemblea, qualcuno domanda: chi non ha pagato e quanto deve?

La risposta dell’amministratore è talvolta questa: “Non posso dirlo per ragioni di privacy”.

È una risposta sbagliata.

La privacy non può essere utilizzata per impedire ai condomini di conoscere come vengono amministrati i loro soldi. Ogni condomino ha diritto di sapere quali quote siano state versate, quali risultino ancora insolute e quale sia la reale situazione economica del condominio. La posizione debitoria dei singoli proprietari può quindi essere indicata nel rendiconto, comunicata agli altri condomini e discussa in assemblea.

Questo, però, non autorizza l’amministratore a esporre i nomi dei morosi nell’androne, a diffonderli tra persone estranee o a trasformare la contabilità condominiale in uno strumento di umiliazione pubblica. La regola è chiara: trasparenza all’interno del condominio, riservatezza verso l’esterno.

Gli altri condomini hanno diritto di conoscere le morosità

Il Garante per la protezione dei dati personali ha chiarito espressamente che il singolo condomino può conoscere non soltanto le informazioni relative alla propria posizione, ma anche le spese e gli inadempimenti degli altri condomini. Può ricevere tali informazioni in occasione del rendiconto annuale oppure richiederle direttamente all’amministratore nell’esercizio del proprio potere di controllo sulla gestione.

Non serve il consenso del condomino moroso. Il Garante precisa che, in questo caso, prevale il principio di trasparenza della gestione condominiale e che invocare la privacy per negare queste informazioni è fuori luogo. Le morosità possono inoltre essere discusse durante l’assemblea.

La ragione è evidente. I contributi condominiali non riguardano soltanto il rapporto personale tra il debitore e l’amministratore. La mancata riscossione incide sull’intera gestione: può determinare scoperti di conto, ritardi nei pagamenti, azioni dei fornitori, aumento delle rate a carico degli altri proprietari e impossibilità di eseguire lavori necessari.

Chi partecipa al condominio deve quindi poter verificare se il bilancio sia corretto, quali somme siano state effettivamente incassate e quali crediti debbano ancora essere recuperati.

Cosa può indicare il rendiconto condominiale

Il rendiconto deve consentire una verifica immediata della situazione economica e patrimoniale del condominio. L’art. 1130-bis c.c. stabilisce che esso debba contenere le entrate, le uscite, la situazione patrimoniale, i fondi disponibili, le riserve, il registro di contabilità, il riepilogo finanziario e una nota sintetica esplicativa della gestione. (Gazzetta Ufficiale)

Per essere realmente comprensibile, il rendiconto deve quindi permettere di individuare:

  • le quote dovute da ciascun condomino;
  • le somme effettivamente versate;
  • gli eventuali saldi precedenti;
  • gli importi ancora insoluti;
  • i pagamenti parziali;
  • i conguagli;
  • le azioni di recupero già intraprese.

Non avrebbe senso presentare un rendiconto che indichi soltanto una generica voce “morosità complessive: 30.000 euro”, senza consentire ai proprietari di comprendere da quali posizioni derivi quella somma e se l’amministratore si sia attivato per recuperarla.

La privacy protegge da una circolazione impropria delle informazioni, non dalla corretta rendicontazione dell’attività condominiale.

L’amministratore può fare i nomi in assemblea?

Sì. In assemblea l’amministratore può indicare i condomini che non hanno pagato, precisare gli importi dovuti e riferire quali iniziative siano state intraprese.

Anzi, quando si deve approvare il rendiconto, valutare la situazione finanziaria, deliberare anticipazioni straordinarie o decidere come affrontare una crisi di liquidità, nascondere le singole posizioni impedirebbe all’assemblea di decidere con piena consapevolezza.

Naturalmente, la comunicazione deve restare pertinente alla gestione. È legittimo dire che il proprietario dell’unità immobiliare deve una determinata somma, che non ha rispettato un piano di rientro o che è stata avviata un’azione giudiziaria. Non è invece necessario raccontare le ragioni personali della morosità, le condizioni familiari, la situazione sanitaria, i problemi lavorativi o altre circostanze private eventualmente apprese dall’amministratore.

Il condominio deve conoscere il debito. Non deve conoscere tutta la vita del debitore.

Il condomino può chiedere direttamente l’elenco dei morosi?

Sì. Il diritto di conoscere le morosità non esiste soltanto durante l’assemblea. Il singolo condomino può chiedere all’amministratore informazioni sulle quote non versate e sulle iniziative di recupero.

La richiesta dovrebbe essere formulata in modo chiaro e riferirsi alla gestione condominiale: posizione contabile aggiornata, rate scadute, importi insoluti, eventuali decreti ingiuntivi, piani di rientro e somme recuperate. L’amministratore non può respingerla limitandosi a invocare il GDPR o la privacy. Il Garante riconosce espressamente il diritto del condomino a conoscere le spese e gli inadempimenti degli altri partecipanti.

Questo non significa, però, che il proprietario possa pretendere qualsiasi informazione o utilizzare i dati per finalità estranee alla gestione. Una volta ricevuti, i documenti non possono essere pubblicati sui social, inoltrati a estranei o utilizzati per mettere pubblicamente in cattiva luce il moroso.

Il diritto di controllo non si trasforma in un diritto di diffusione.

È possibile vedere anche il conto corrente condominiale?

Sì. Ogni condomino può chiedere, per il tramite dell’amministratore, di prendere visione e ottenere copia, a proprie spese, della rendicontazione periodica del conto corrente intestato al condominio. Lo prevede espressamente l’art. 1129 c.c.

Il Garante ha inoltre chiarito che gli estratti conto possono essere forniti integralmente, senza oscurare i dati relativi alle operazioni effettuate dagli altri condomini. La ragione è che ciascun proprietario deve poter controllare la destinazione delle somme versate e l’operato dell’amministratore. (Garante Privacy)

Attraverso il conto corrente si può verificare se le rate risultino effettivamente accreditate, se i fornitori siano stati pagati, se siano state effettuate operazioni non spiegate e se le informazioni riportate nel rendiconto corrispondano ai movimenti bancari.

Anche in questo caso, l’accesso avviene per controllare la gestione comune. I documenti non devono poi essere fatti circolare fuori dal contesto condominiale.

I giustificativi di spesa possono essere esaminati?

Sì. L’art. 1130-bis c.c. riconosce ai condomini e ai titolari di diritti reali o di godimento sulle unità immobiliari il diritto di prendere visione dei documenti giustificativi di spesa in qualsiasi momento e di estrarne copia a proprie spese. I documenti devono essere conservati per dieci anni dalla relativa registrazione. (Gazzetta Ufficiale)

Si possono quindi controllare fatture, ricevute, contratti, estratti conto, preventivi, quietanze e altri documenti collegati alle entrate e alle uscite del condominio.

L’amministratore può organizzare l’accesso con modalità ragionevoli, concordando un appuntamento e chiedendo il rimborso dei costi di copia. Non può però rendere il controllo praticamente impossibile, rinviarlo indefinitamente o consegnare documenti talmente oscurati da impedirne la comprensione.

La trasparenza contabile non è una cortesia dell’amministratore. È parte essenziale del suo incarico.

Si può affiggere l’elenco dei morosi nella bacheca?

No, quando la bacheca si trova in un luogo accessibile anche a persone estranee al condominio.

L’androne, il portone, l’area delle cassette postali o il locale di passaggio possono essere frequentati da inquilini, portieri, collaboratori domestici, corrieri, visitatori, tecnici e fornitori. Esporre in questi luoghi nomi, appartamenti, importi dovuti o solleciti di pagamento significa rendere conoscibili i dati a un numero indeterminato di persone che non hanno alcun diritto di riceverli.

Il Garante ha chiarito che la bacheca condominiale può essere utilizzata per avvisi generali, come comunicazioni relative agli impianti o ai lavori, ma non per informazioni personali riferite a singoli condomini. Le morosità possono essere comunicate agli altri proprietari nel rendiconto, su richiesta o in assemblea, ma non devono essere esposte in spazi accessibili a terzi.

Non è quindi lecito affiggere avvisi come:

“Il signor Rossi deve ancora versare euro 4.500”.

Non cambia molto sostituire il nome con indicazioni che rendano comunque identificabile la persona, come il numero dell’appartamento, il piano, l’interno o una descrizione inequivocabile.

Se tutti capiscono immediatamente di chi si tratta, il dato personale è stato comunque diffuso.

La bacheca può contenere un avviso generico?

Sì. È possibile affiggere una comunicazione che non consenta di identificare i singoli debitori, ad esempio:

“Si invitano i condomini che non abbiano ancora provveduto al pagamento delle rate scadute a regolarizzare la propria posizione entro il giorno…”

Un avviso del genere informa senza esporre nessuno. Le comunicazioni individuali devono invece essere inviate direttamente agli interessati, mediante lettera, email, PEC o deposito in busta chiusa nella cassetta postale.

Il principio è semplice: quando è possibile raggiungere lo stesso obiettivo con una modalità meno invasiva, va scelta quella modalità.

Il nome del moroso può essere scritto nel verbale assembleare?

Sì, quando l’indicazione è pertinente agli argomenti discussi e alle decisioni adottate.

Se l’assemblea esamina il rendiconto, la situazione delle morosità, un piano di rientro, la necessità di costituire un fondo o l’avvio di un’azione giudiziaria, il verbale può riportare il nome del condomino interessato, l’importo dovuto e le decisioni assunte.

Il verbale è un documento destinato ai partecipanti al condominio, non al pubblico. Deve essere comunicato ai soggetti legittimati con modalità riservate. Non può essere affisso integralmente nell’androne se contiene dati personali, né inviato indiscriminatamente a residenti, fornitori o altri soggetti estranei.

Anche la redazione del verbale deve rispettare un criterio di pertinenza. È corretto riportare ciò che serve a comprendere la discussione e la delibera. Non è corretto inserire commenti offensivi, giudizi personali o dettagli non necessari sulla situazione privata del debitore.

L’elenco può essere inviato nel gruppo WhatsApp del condominio?

Il gruppo WhatsApp non è il luogo adatto per diffondere le posizioni debitorie dettagliate.

Molti gruppi condominiali comprendono non soltanto proprietari, ma anche inquilini, coniugi, figli, portieri, ex condomini o persone aggiunte per comodità. Inoltre, i messaggi possono essere inoltrati, fotografati o conservati senza controllo.

Anche quando il gruppo fosse composto esclusivamente da proprietari, utilizzare una chat per pubblicare l’elenco dei morosi aumenta inutilmente il rischio di diffusione e di commenti impropri. Il rendiconto, i prospetti contabili e le comunicazioni sulle morosità dovrebbero essere trasmessi con strumenti riservati: invio individuale, PEC, area personale protetta o consegna diretta.

Il gruppo può essere utilizzato per comunicazioni generali, non per mettere in piazza la posizione economica di un singolo proprietario.

E se l’email viene inviata a tutti i condomini?

L’amministratore può trasmettere rendiconto e documenti ai condomini tramite posta elettronica, ma deve assicurarsi che i destinatari siano effettivamente legittimati a riceverli e che gli indirizzi email non vengano esposti inutilmente.

È prudente effettuare invii individuali, usare la copia nascosta quando appropriato oppure mettere a disposizione i documenti in un’area riservata. L’indirizzo personale di ciascun condomino non deve diventare automaticamente conoscibile a tutti gli altri.

Particolare attenzione serve quando il proprietario ha indicato un recapito condiviso con familiari, collaboratori o società. L’amministratore dovrebbe utilizzare i contatti ufficialmente comunicati e limitarsi ai dati necessari alla gestione.

Il condomino moroso può opporsi alla comunicazione?

Non può impedire che la propria posizione venga comunicata agli altri condomini quando ciò è necessario per la gestione, il rendiconto e il controllo della contabilità.

Può invece opporsi alla diffusione verso persone estranee, all’affissione nella bacheca pubblicamente accessibile, all’inserimento in chat aperte o all’uso dei dati per finalità umilianti e non pertinenti.

Può anche chiedere la rettifica se gli importi sono errati, se ha già pagato, se un versamento non è stato registrato o se la posizione è oggetto di una contestazione specifica. In tal caso, l’amministratore deve verificare e rappresentare la situazione in modo corretto.

Se il debito è contestato, non significa che debba scomparire dal rendiconto. È però opportuno che venga indicato come contestato, specificando l’esistenza della controversia, anziché presentarlo come definitivamente accertato quando non lo è.

Trasparenza significa anche precisione.

L’amministratore deve recuperare le quote non pagate

L’amministratore non deve limitarsi a comunicare l’esistenza delle morosità. Deve anche attivarsi per recuperarle.

L’art. 1129 c.c. stabilisce che, salvo espressa dispensa dell’assemblea, l’amministratore è tenuto ad agire per la riscossione forzosa delle somme dovute entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio nel quale il credito esigibile è compreso. La norma richiama anche la possibilità di utilizzare il decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo previsto dall’art. 63 disp. att. c.c.

Non è quindi sufficiente inserire ogni anno nel rendiconto una lunga colonna di insoluti senza intraprendere iniziative concrete. L’amministratore deve sollecitare il pagamento, valutare eventuali piani di rientro e, quando necessario, procedere giudizialmente.

Gli altri condomini hanno diritto di conoscere non soltanto chi non paga, ma anche che cosa sia stato fatto per recuperare il credito.

L’amministratore può concedere autonomamente un piano di rientro?

Può gestire la riscossione e valutare soluzioni operative, ma deve evitare accordi che modifichino sostanzialmente i diritti del condominio senza la necessaria autorizzazione.

Una breve rateizzazione che favorisca il recupero può avere una funzione pratica. Diverso è rinunciare a una parte del credito, cancellare interessi, concedere dilazioni molto lunghe o sospendere un’azione già avviata senza riferire all’assemblea.

In ogni caso, il piano deve essere scritto, contenere importi e scadenze precise e non deve restare segreto agli altri condomini quando incide sulla situazione finanziaria comune. Gli altri proprietari hanno diritto di sapere se il credito sia stato rateizzato, quali somme siano state versate e che cosa accadrà in caso di nuovo inadempimento.

Non hanno invece bisogno di conoscere le confidenze personali eventualmente fatte dal debitore all’amministratore.

I dati dei morosi possono essere comunicati ai fornitori?

Esiste un’importante eccezione alla regola secondo cui le morosità non devono essere comunicate agli estranei.

L’art. 63 disp. att. c.c. stabilisce che l’amministratore è tenuto a comunicare ai creditori del condominio non ancora soddisfatti, quando lo richiedano, i dati dei condomini morosi. La norma prevede inoltre che i creditori non possano agire contro i condomini in regola con i pagamenti prima di aver escusso quelli morosi.

La comunicazione al creditore non richiede quindi il consenso del debitore: è prevista direttamente dalla legge. Deve però riguardare i dati necessari a identificare i morosi e le rispettive posizioni, non informazioni ulteriori e prive di utilità.

L’amministratore non può comunicare spontaneamente l’elenco a qualunque fornitore per “far sapere chi è il responsabile”. Deve farlo nei confronti del creditore insoddisfatto che lo interpelli e nei limiti necessari all’esercizio dei suoi diritti.

Perché il creditore ha diritto a quei dati

Il creditore del condominio, ad esempio l’impresa che ha eseguito lavori e non è stata pagata, deve sapere quali condomini siano morosi perché la legge gli impone di rivolgersi prima a loro e soltanto successivamente, nei limiti previsti, ai proprietari che hanno regolarmente versato le proprie quote.

Negare i dati invocando la privacy impedirebbe al creditore di seguire il percorso stabilito dalla legge. Proprio per questo l’art. 63 pone a carico dell’amministratore un vero obbligo di comunicazione.

Diverso è inviare al fornitore tutta la contabilità condominiale, i recapiti personali non necessari o informazioni sulle ragioni private dell’inadempimento. Anche qui vale il principio di minimizzazione: comunicare ciò che serve, non tutto ciò che si possiede.

L’amministratore può contattare il datore di lavoro o i parenti del moroso?

No, salvo che vi sia uno specifico titolo giuridico o un procedimento formale che lo consenta.

L’amministratore non può cercare di ottenere il pagamento telefonando al datore di lavoro, informando i colleghi, contattando parenti non coinvolti o facendo pressione attraverso persone estranee. Il sollecito deve essere rivolto direttamente al debitore mediante i recapiti correttamente acquisiti.

Se sarà necessario aggredire lo stipendio, il conto corrente o altri beni, ciò avverrà dopo l’ottenimento del titolo esecutivo e attraverso gli strumenti previsti dal codice di procedura civile, non mediante forme private di pressione.

La legittima esigenza di recuperare il credito non giustifica la divulgazione indiscriminata della morosità.

L’inquilino ha diritto all’elenco dei proprietari morosi?

Abitare nello stabile non significa automaticamente avere gli stessi poteri di controllo del proprietario.

Il conduttore può avere diritto a conoscere e verificare le spese che gli vengono addebitate nel rapporto di locazione e, in base all’art. 1130-bis c.c., i titolari di diritti di godimento possono prendere visione dei documenti giustificativi di spesa. (Gazzetta Ufficiale)

Questo non significa che ogni inquilino debba ricevere automaticamente l’elenco completo delle morosità dei proprietari. La comunicazione deve essere collegata alla posizione giuridica del richiedente e alle finalità per cui i dati vengono chiesti.

Per questo è scorretto inviare indiscriminatamente prospetti nominativi a tutti i residenti dello stabile, senza distinguere proprietari, conduttori, ospiti e soggetti estranei.

Che cosa rischia chi espone pubblicamente il moroso?

L’esposizione ingiustificata può comportare la richiesta di rimozione immediata dei dati, un reclamo al Garante e, quando ne ricorrono i presupposti, una domanda di risarcimento.

Il problema non consiste nel fatto che l’informazione sia necessariamente falsa. Anche una morosità reale non può essere diffusa con modalità sproporzionate. Un dato può essere vero e, allo stesso tempo, essere stato comunicato illecitamente a persone che non avevano diritto di conoscerlo.

L’amministratore deve quindi tenere separati due ambiti:

  • informazione completa ai condomini e ai soggetti legittimati;
  • nessuna esposizione pubblica o diffusione a soggetti estranei, salvo i casi espressamente previsti dalla legge.

La pubblicazione in bacheca non diventa lecita soltanto perché serve, nelle intenzioni dell’amministratore, a convincere il debitore a pagare.

Cosa può fare il condomino se l’amministratore nasconde le morosità?

Il proprietario dovrebbe formulare una richiesta scritta, chiedendo:

  • il prospetto aggiornato delle quote dovute e versate;
  • l’indicazione delle posizioni insolute;
  • il dettaglio delle azioni di recupero;
  • l’eventuale esistenza di piani di rientro;
  • la rendicontazione bancaria;
  • i documenti giustificativi rilevanti.

Se l’amministratore continua a negare l’accesso con il pretesto della privacy, la questione può essere portata all’attenzione dell’assemblea. Il rifiuto reiterato di fornire documentazione o di rendere trasparente la gestione può assumere rilievo anche nella valutazione dell’operato dell’amministratore.

Prima di accusare, però, bisogna chiedere documenti precisi. Una domanda generica come “voglio vedere tutto” può creare discussioni inutili. È molto più efficace indicare annualità, documenti e informazioni richieste.

Cosa deve fare correttamente l’amministratore

La gestione corretta richiede poche regole chiare. L’amministratore deve indicare le morosità nel rendiconto, rispondere alle richieste dei condomini, consentire l’accesso ai documenti, riferire sulle azioni di recupero e comunicare i dati ai creditori insoddisfatti che li richiedano nei casi previsti dalla legge.

Contemporaneamente deve utilizzare canali riservati, evitare affissioni nominative, controllare i destinatari delle email, non diffondere prospetti nelle chat e non rivelare informazioni personali estranee alla contabilità.

Deve inoltre tenere i dati aggiornati. Un pagamento ricevuto deve essere registrato tempestivamente; una posizione contestata deve essere rappresentata correttamente; un accordo di rateizzazione deve risultare dalla contabilità.

La trasparenza non è soltanto mostrare i dati. È mostrarli alle persone giuste, nel modo giusto e nella loro corretta consistenza.

Gli errori da evitare

Il primo errore è sostenere che la privacy impedisca di dire agli altri condomini chi non paga. Il secondo è fare l’errore opposto e pensare che la morosità possa essere resa pubblica a chiunque.

Il terzo è affiggere nomi, appartamenti e importi nella bacheca dell’androne. Il quarto è inoltrare il prospetto nel gruppo WhatsApp. Il quinto è comunicare ai condomini dettagli personali sulle ragioni dell’inadempimento. Il sesto è rifiutare l’accesso al conto corrente o ai giustificativi di spesa. Il settimo è lasciare i crediti inesigibili per anni senza intraprendere azioni.

Trasparenza e privacy non sono principi contrapposti. La trasparenza impone di informare chi ha diritto di sapere. La privacy impedisce che quelle stesse informazioni vengano diffuse a chi non ne ha alcun titolo.

Conclusione

La privacy non può nascondere le morosità agli altri condomini. I proprietari hanno diritto di conoscere chi non ha pagato, quanto deve, quali rate siano scadute e quali iniziative siano state intraprese dall’amministratore. Possono esaminare il rendiconto, chiedere informazioni, accedere ai giustificativi e ottenere, per il tramite dell’amministratore, copia della documentazione del conto corrente.

Lo stesso dato, però, non può essere esposto nell’androne, pubblicato in una chat, comunicato a estranei o utilizzato per mettere il debitore alla gogna. L’amministratore deve garantire trasparenza all’interno della compagine condominiale e riservatezza verso l’esterno. Fa eccezione la comunicazione ai creditori insoddisfatti che richiedano i dati dei morosi, espressamente prevista dall’art. 63 disp. att. c.c.

In sintesi: il condomino moroso non può usare la privacy per impedire il controllo della contabilità comune. Ma gli altri condomini non possono usare la trasparenza come pretesto per umiliarlo pubblicamente. Chi paga ha diritto di sapere come vengono gestiti i propri soldi; chi non paga conserva comunque il diritto a non vedere la propria situazione economica esposta davanti a portieri, visitatori, corrieri e vicini estranei alla gestione.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

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