Posso pubblicare foto o video di un’altra persona sui social?

Consenso, minori, gruppi WhatsApp, eventi pubblici, tag, privacy e risarcimento: cosa sapere prima di condividere un’immagine online

Pubblicare una foto sui social sembra un gesto normale, quasi automatico. Si scatta una foto a una cena, a una festa, in vacanza, a scuola, in palestra, in ufficio, in condominio o durante un evento, e pochi secondi dopo quell’immagine finisce su Instagram, Facebook, TikTok, LinkedIn o in un gruppo WhatsApp. Il problema è che nella foto, molto spesso, non ci siamo solo noi. Ci sono amici, colleghi, clienti, vicini, bambini, ex coniugi, persone riconoscibili sullo sfondo o soggetti che magari non vogliono comparire online. A quel punto la domanda diventa molto concreta: posso pubblicare foto o video di un’altra persona senza chiederle il permesso?

La risposta corretta è: dipende, ma con una regola di prudenza molto chiara. Quando una persona è riconoscibile, la pubblicazione della sua immagine non dovrebbe essere trattata con leggerezza. Scattare una foto, conservarla sul telefono e pubblicarla online non sono la stessa cosa. Il problema giuridico nasce soprattutto quando l’immagine viene diffusa, resa visibile ad altri, associata a un nome, a un tag, a un commento o a un contesto che può incidere sulla riservatezza, sull’identità personale, sulla reputazione o sul decoro della persona ritratta.

Il diritto all’immagine: la regola generale

Il punto di partenza è il diritto all’immagine. L’art. 10 c.c. prevede che, quando l’immagine di una persona sia esposta o pubblicata fuori dai casi consentiti dalla legge, oppure con pregiudizio al decoro o alla reputazione, l’autorità giudiziaria possa disporre la cessazione dell’abuso e il risarcimento dei danni. Gli artt. 96 e 97 della legge sul diritto d’autore regolano poi il ritratto della persona: in linea generale il ritratto non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso dell’interessato, salvo alcune eccezioni previste dalla legge.

Detto in modo semplice: se una persona è riconoscibile, pubblicare la sua immagine richiede cautela. Il consenso non deve essere necessariamente scritto in ogni situazione della vita quotidiana, ma più la pubblicazione è ampia, duratura, identificabile o potenzialmente pregiudizievole, più è importante poter dimostrare che la persona fosse d’accordo. Una cosa è inviare una foto privata a un amico; altra cosa è pubblicarla su un profilo aperto, su una pagina professionale, in un gruppo numeroso o in un contenuto che può essere condiviso e rilanciato.

Scattare una foto non significa poterla pubblicare

Un errore molto comune è pensare che, se una persona ha accettato di farsi fotografare, allora abbia automaticamente accettato anche la pubblicazione sui social. Non è sempre così. Il consenso allo scatto e il consenso alla diffusione sono piani diversi. Una persona può accettare una foto di gruppo durante una cena e non volere che quell’immagine venga pubblicata su un profilo pubblico, magari con il suo nome, il luogo in cui si trovava o un commento che non condivide.

Questo vale soprattutto quando la foto rivela informazioni personali: dove una persona si trovava, con chi era, cosa stava facendo, quali abitudini ha, quale ambiente frequenta, quale condizione familiare o lavorativa emerge dall’immagine. I social amplificano tutto: una foto pubblicata in buona fede può essere salvata, ricondivisa, commentata, copiata o utilizzata fuori contesto.

Se la foto è stata scattata in un luogo pubblico, si può pubblicare?

Anche qui bisogna distinguere. Il fatto che una foto sia stata scattata in un luogo pubblico non autorizza automaticamente a pubblicare il primo piano di una persona riconoscibile. L’art. 97 della legge sul diritto d’autore prevede alcune ipotesi in cui il consenso non è necessario, ad esempio quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, oppure quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti o cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. Ma la stessa disciplina pone un limite importante: l’immagine non può essere esposta o commercializzata se reca pregiudizio all’onore, alla reputazione o al decoro della persona ritratta.

In pratica, se fotografo una piazza durante una manifestazione, una cerimonia pubblica o un evento, e alcune persone compaiono come parte del contesto, la situazione è diversa dal pubblicare il volto riconoscibile di una singola persona, isolandola, commentandola o rendendola protagonista del contenuto. Il contesto conta molto. Conta anche la finalità della pubblicazione: informare, raccontare un evento, condividere un ricordo personale, promuovere un’attività, criticare qualcuno o esporlo al giudizio degli altri non sono situazioni equivalenti.

Foto di gruppo, feste e cene tra amici

Nella vita quotidiana, il caso più frequente è la foto di gruppo. Amici a cena, colleghi a un evento, genitori a una festa di scuola, condomini durante un’iniziativa comune. In queste situazioni spesso nessuno pensa al consenso, ma il problema può nascere quando qualcuno non vuole apparire online. La soluzione più semplice è anche la più corretta: chiedere prima, soprattutto se il profilo è pubblico o professionale, se la foto riguarda minori, se il contesto è delicato o se nella foto compaiono persone non strettamente legate a chi pubblica.

Non bisogna trasformare ogni scatto in una pratica burocratica, ma serve buon senso. Se una persona chiede di non essere pubblicata, di essere oscurata o di rimuovere il tag, ignorare la richiesta può essere un errore. E se il contenuto è già online, rimuoverlo rapidamente spesso evita una lite inutile.

Taggare una persona cambia qualcosa?

Sì, può cambiare molto. Pubblicare una foto in cui una persona compare sullo sfondo è una cosa; taggarla, identificarla, indicare il luogo in cui si trovava e renderla facilmente riconoscibile a una rete di contatti è un’altra. Il tag aumenta la visibilità dell’immagine e collega il volto a un profilo, a un nome e a un contesto preciso. Anche quando la foto in sé non sembra offensiva, il tag può creare problemi se rivela informazioni che la persona non voleva rendere pubbliche.

La regola pratica è semplice: prima di taggare qualcuno, soprattutto in contesti personali, familiari, lavorativi o sensibili, meglio chiedere. E se la persona chiede di rimuovere il tag, è opportuno farlo subito.

Minori: serve ancora più cautela

Quando nelle foto o nei video compaiono minori, la prudenza deve essere massima. Il Garante per la protezione dei dati personali ha ribadito che, per pubblicare sui social immagini di minori di 14 anni, è necessario il consenso preventivo di entrambi i genitori; al compimento dei 14 anni, la normativa italiana riconosce al minore la facoltà di decidere autonomamente sulla diffusione online delle proprie immagini.

Questo punto è molto importante nelle separazioni, nelle famiglie conflittuali, nelle scuole, nelle attività sportive e nei gruppi WhatsApp dei genitori. Il fatto che un genitore voglia pubblicare la foto del figlio non significa che possa sempre farlo se l’altro genitore non è d’accordo. E non basta dire “è solo una foto innocente”: online un’immagine può restare, circolare, essere copiata e sfuggire al controllo di chi l’ha caricata.

Gruppi WhatsApp: sono davvero “privati”?

Molte persone pensano che inviare una foto in un gruppo WhatsApp sia diverso dal pubblicarla sui social. In parte è vero, perché la diffusione è più limitata. Ma questo non significa che tutto sia consentito. Un gruppo con molti partecipanti, magari composto da genitori, condomini, colleghi o clienti, può comunque comportare una diffusione rilevante dell’immagine. Inoltre chi riceve la foto può salvarla, inoltrarla o mostrarla ad altri.

Anche qui il criterio è il buon senso, insieme alla finalità. Inviare la foto di un documento, di un bambino, di una persona in difficoltà, di un vicino ripreso in una situazione imbarazzante o di un collega durante una conversazione privata può essere problematico anche se avviene dentro un gruppo apparentemente chiuso. Il fatto che la diffusione sia “solo su WhatsApp” non elimina automaticamente i rischi.

Pubblicare una foto già presente online

Un altro equivoco frequente è pensare che, se una foto è già online, allora chiunque possa ripubblicarla liberamente. Non è sempre così. Il fatto che un’immagine sia visibile su internet non significa che possa essere riutilizzata in qualsiasi modo, con qualsiasi commento e in qualsiasi contesto. Possono esserci diritti dell’autore della fotografia, diritti della persona ritratta, limiti di privacy, problemi di reputazione e uso fuori contesto.

Ad esempio, prendere la foto profilo di una persona e inserirla in un post polemico, in una recensione negativa, in un contenuto ironico o in una denuncia pubblica può creare problemi. Ancora di più se l’immagine viene associata ad accuse, insinuazioni, giudizi offensivi o dati personali.

Quando la pubblicazione può diventare diffamatoria

La pubblicazione di una foto o di un video può creare un problema non solo di immagine e privacy, ma anche di reputazione. Se il contenuto è accompagnato da commenti offensivi, accuse non provate, insinuazioni, derisione o espressioni idonee a danneggiare la reputazione della persona, può porsi anche un tema di diffamazione. I social, proprio perché raggiungono una pluralità di persone, possono amplificare il danno.

Non serve necessariamente una frase lunghissima. A volte bastano una foto, un nome, un riferimento riconoscibile e poche parole per esporre una persona al giudizio negativo degli altri. Prima di pubblicare contenuti “di denuncia”, quindi, bisogna distinguere il legittimo diritto di critica o di segnalazione da una esposizione pubblica non necessaria e potenzialmente lesiva.

Immagini intime o sessualmente esplicite: attenzione massima

Un discorso a parte riguarda immagini o video intimi, sessualmente espliciti o destinati a restare privati. La diffusione senza consenso di questo tipo di materiale è una condotta particolarmente grave e può integrare il reato previsto dall’art. 612-ter c.p., oltre a generare conseguenze civili e personali pesantissime.

In questi casi non bisogna perdere tempo. Chi teme la diffusione o scopre la pubblicazione di immagini intime deve conservare le prove, evitare di rilanciare il contenuto, chiedere immediatamente assistenza e valutare gli strumenti urgenti disponibili. Il Garante privacy mette a disposizione anche una procedura per segnalare il rischio di diffusione di immagini a contenuto sessualmente esplicito, utilizzabile in presenza dei presupposti di legge.

Cosa può fare chi trova una propria foto pubblicata senza consenso

Chi scopre che una propria foto o un proprio video è stato pubblicato senza consenso dovrebbe prima di tutto conservare la prova: screenshot, link, data, profilo che ha pubblicato, commenti, condivisioni e ogni elemento utile. Poi può chiedere la rimozione del contenuto, prima informalmente se la situazione lo consente, oppure con una diffida formale quando il contenuto è lesivo, la richiesta viene ignorata o ci sono profili economici, reputazionali o familiari rilevanti.

A seconda del caso, si può valutare una richiesta di rimozione alla piattaforma, un reclamo o una segnalazione alle autorità competenti, una domanda risarcitoria, un ricorso al giudice per far cessare l’abuso o, nei casi più gravi, anche iniziative penali. L’art. 10 c.c. prevede proprio la possibilità di chiedere la cessazione dell’abuso e il risarcimento quando l’immagine sia pubblicata fuori dai casi consentiti o con pregiudizio al decoro o alla reputazione.

Mediazione e soluzione rapida della lite

Non tutte le controversie su foto e video devono trasformarsi subito in una causa. In molti casi l’obiettivo principale è rimuovere il contenuto, evitare ulteriori condivisioni, ottenere scuse, regolare l’uso futuro delle immagini o definire un risarcimento proporzionato. Se la pubblicazione ha anche contenuti diffamatori e si chiede il risarcimento del danno da diffamazione a mezzo stampa o altro mezzo di pubblicità, può venire in rilievo la mediazione obbligatoria prevista dal d.lgs. 28/2010; ADR Center dedica uno specifico approfondimento proprio alla mediazione nelle controversie per diffamazione a mezzo stampa o pubblicitario, inclusi i social media.

Anche quando non è obbligatoria, una mediazione o comunque una trattativa ben impostata può essere utile. Spesso chi ha pubblicato sottovaluta il problema e pensa di aver fatto “solo un post”; chi è stato esposto online, invece, vive quella pubblicazione come una violazione molto seria. Un confronto guidato può aiutare a chiudere rapidamente la questione, evitando che una lite nata da una foto diventi una causa lunga e costosa.

Gli errori da evitare

Il primo errore è pensare che “se la foto l’ho fatta io, posso pubblicarla”. Non sempre è così, perché nella foto può esserci l’immagine riconoscibile di un’altra persona. Il secondo errore è credere che il luogo pubblico autorizzi qualsiasi pubblicazione. Il terzo è pubblicare foto di minori senza il consenso necessario. Il quarto è taggare persone senza chiedere, rendendo pubbliche informazioni che magari volevano mantenere riservate. Il quinto è prendere foto già online e riutilizzarle in un contesto diverso, polemico o offensivo. Il sesto è diffondere immagini intime o private, condotta che può avere conseguenze gravissime.

Una regola semplice può evitare molti problemi: prima di pubblicare, chiedersi se la persona ritratta sia riconoscibile, se ha dato il consenso, se il contesto è delicato, se ci sono minori, se la pubblicazione può creare imbarazzo, danno o esposizione indesiderata. Se la risposta lascia dubbi, meglio non pubblicare o oscurare il volto.

Conclusione

Pubblicare foto o video di altre persone sui social non è un gesto neutro. Può sembrare una condivisione innocente, ma può incidere sul diritto all’immagine, sulla privacy, sulla reputazione e, nei casi più gravi, anche su profili penali. Il consenso resta il criterio più sicuro, soprattutto quando la persona è riconoscibile, il profilo è pubblico, il contenuto è delicato o compaiono minori.

In sintesi: scattare una foto non significa automaticamente poterla pubblicare. Prima di mettere online l’immagine di un’altra persona bisogna valutare consenso, contesto, riconoscibilità, finalità e possibili effetti. E se una foto viene pubblicata senza autorizzazione, non bisogna reagire impulsivamente: occorre conservare le prove, chiedere la rimozione e valutare lo strumento più adatto per tutelarsi.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

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Volo in ritardo e notte in aeroporto: quando si può chiedere anche il danno morale?

La Cassazione chiarisce che il disagio del passeggero può diventare risarcibile quando supera la normale tollerabilità e incide sulla libertà di movimento

Un volo in ritardo è sempre fastidioso. Ma non ogni ritardo aereo dà automaticamente diritto a un risarcimento ulteriore per danno morale. Bisogna distinguere: una cosa sono i disagi ordinari del viaggio, altra cosa è rimanere bloccati per molte ore in aeroporto, senza assistenza adeguata, senza poter raggiungere la destinazione programmata e senza alternative realmente offerte dal vettore.

Con l’ordinanza n. 8999 del 9 aprile 2026, la Corte di Cassazione affronta proprio questa situazione e offre un principio molto interessante per i passeggeri: il danno non patrimoniale da ritardo aereo può essere risarcibile quando la condotta del vettore incide in modo concreto e non trascurabile su un diritto costituzionalmente tutelato, come la libertà di circolazione prevista dall’art. 16 Cost.

Il caso: coincidenza persa e passeggeri bloccati a Dubai

La vicenda riguarda due passeggeri che avevano acquistato biglietti aerei per la tratta Roma-Dubai e poi Dubai-Bangkok, entrambi con partenza il 3 agosto 2016. Il primo volo, pur decollato in orario da Roma, era stato costretto a rientrare a causa di un incendio verificatosi nell’aeroporto di destinazione, Dubai. Il volo era poi ripartito nel pomeriggio, arrivando a Dubai poco prima della mezzanotte locale; a quel punto i passeggeri avevano perso la coincidenza per Bangkok, prevista per le 22:10.

Secondo quanto dedotto dai passeggeri, il giorno successivo sarebbero stati disponibili altri voli sulla stessa tratta in fascia mattutina e pomeridiana, ma la compagnia avrebbe indicato come unica soluzione un volo Emirates previsto per la sera del 4 agosto, poi partito effettivamente dopo la mezzanotte, quindi il 5 agosto. I passeggeri lamentavano inoltre di non avere ricevuto assistenza a terra durante la sosta a Dubai, di avere trascorso una notte in aeroporto, di avere perso un giorno di vacanza in Thailandia e di avere già sostenuto il costo del pernottamento a Bangkok.

Il Giudice di pace aveva accolto la domanda, riconoscendo un danno non patrimoniale liquidato equitativamente in euro 700. Il Tribunale, in appello, aveva invece rigettato la richiesta, ritenendo che i passeggeri non avessero individuato correttamente il diritto leso e che non esistesse una norma che riconoscesse in modo automatico il danno non patrimoniale in caso di cancellazione o ritardo del volo. La Cassazione ha cassato la sentenza del Tribunale e rinviato la causa per un nuovo esame.

Il punto centrale: non ogni disagio è un danno risarcibile

La Cassazione non dice che ogni ritardo aereo genera automaticamente un danno morale. Questo sarebbe sbagliato. La Corte richiama i principi generali in materia di danno non patrimoniale, ricordando che esso è risarcibile solo in casi determinati: quando il fatto costituisce reato, quando la legge lo prevede espressamente, oppure quando viene leso in modo grave un diritto inviolabile della persona.

In particolare, quando si invoca la lesione di un diritto costituzionalmente tutelato, occorre verificare tre condizioni: l’interesse leso deve avere rilevanza costituzionale; la lesione deve superare una soglia minima di tollerabilità; il danno non deve consistere in un semplice fastidio, disagio o contrattempo di scarsa importanza.

Questo è un passaggio importante, perché evita due errori opposti. Il primo è pensare che il passeggero non possa mai chiedere nulla oltre ai rimedi ordinari previsti dalla disciplina sul trasporto aereo. Il secondo è pensare che qualsiasi ritardo, anche modesto, consenta automaticamente di ottenere un risarcimento per danno morale.

La verità sta nel mezzo: il danno ulteriore può esserci, ma deve essere allegato, provato e valutato nel caso concreto.

Libertà di circolazione e passeggeri “bloccati” in aeroporto

Il profilo più interessante dell’ordinanza riguarda il richiamo all’art. 16 Cost., che tutela la libertà di circolazione. Secondo la Cassazione, nel caso concreto il Tribunale non si è correttamente confrontato con la possibile compressione di questo diritto, perché i passeggeri erano rimasti trattenuti in aeroporto per oltre ventiquattro ore, nell’impossibilità di allontanarsi per recarsi in albergo e senza ricevere assistenza per tutta la durata dell’attesa.

La Corte afferma che una simile situazione può essere valutata come lesione della libertà di movimento, con una compromissione anche breve ma giuridicamente rilevante dei diritti della persona. È questo il cuore della decisione: il danno non patrimoniale non viene collegato al semplice ritardo del volo in sé, ma al modo in cui il passeggero è stato costretto a vivere quel ritardo, alle condizioni dell’attesa e alla mancanza di adeguata assistenza.

In altre parole, non è il ritardo, da solo, a fondare il danno morale. È il ritardo accompagnato da circostanze particolarmente gravose: lunga permanenza forzata, mancanza di soluzioni alternative, assenza di assistenza, perdita di una parte significativa del viaggio e compressione della possibilità concreta di muoversi liberamente.

Il danno deve essere allegato e provato

Altro punto da non trascurare: anche quando si invoca la lesione di un diritto costituzionale, il danno non è presunto in modo automatico. La Cassazione ricorda che il danno non patrimoniale deve essere allegato e provato da chi lo chiede, anche attraverso presunzioni semplici.

Questo significa che il passeggero deve spiegare e documentare, per quanto possibile, che cosa è accaduto: durata del ritardo, mancanza di assistenza, impossibilità di lasciare l’aeroporto, perdita di pernottamenti o servizi già pagati, comunicazioni della compagnia, eventuali alternative non offerte, condizioni concrete dell’attesa. Non basta dire “ho subito stress”. Bisogna descrivere il pregiudizio in modo serio e credibile.

Nel caso esaminato, la Cassazione valorizza il fatto che alcune circostanze rilevanti non fossero state contestate: l’imbarco con oltre ventiquattro ore di ritardo, le condizioni di attesa e la mancanza di assistenza. Sarà poi il giudice del rinvio a rivalutare il caso applicando i principi indicati dalla Corte.

Assistenza, compensazione e danno ulteriore: piani diversi

È utile fare chiarezza su un punto pratico. Quando si parla di voli cancellati, ritardati o coincidenze perse, possono venire in rilievo più piani: assistenza al passeggero, eventuale compensazione pecuniaria, rimborso di spese sostenute, risarcimento di ulteriori danni patrimoniali o non patrimoniali. Non sono tutti la stessa cosa.

L’assistenza riguarda, ad esempio, pasti, sistemazione, trasporto verso l’hotel, comunicazioni e supporto durante l’attesa, secondo le regole applicabili al caso concreto. Il danno patrimoniale riguarda le spese effettivamente sostenute o le perdite economiche documentabili. Il danno non patrimoniale, invece, riguarda un pregiudizio alla persona, ma può essere riconosciuto solo se ricorrono i requisiti rigorosi indicati dalla giurisprudenza.

Questa ordinanza non deve quindi essere letta come una scorciatoia per trasformare ogni ritardo aereo in una domanda di danno morale. Deve essere letta, più correttamente, come un’apertura alla tutela del passeggero quando il disservizio supera il normale disagio del viaggio e incide concretamente sulla sua libertà personale.

Cosa deve fare il passeggero

Chi subisce un ritardo molto prolungato o perde una coincidenza dovrebbe conservare tutto: carte d’imbarco, comunicazioni della compagnia, email, messaggi, ricevute, fotografie dei tabelloni, scontrini, fatture di hotel o pasti, eventuali prove della mancata assistenza e dei tempi effettivi di attesa. Se vengono proposte soluzioni alternative, è importante annotare orari, condizioni e comunicazioni ricevute.

È anche utile formulare subito una richiesta scritta alla compagnia, indicando in modo preciso il volo, la tratta, il ritardo, le spese sostenute, l’assistenza ricevuta o non ricevuta e il pregiudizio subito. Una richiesta generica rischia di essere debole; una ricostruzione dettagliata consente invece di valutare se vi siano i presupposti per ottenere un rimborso, una compensazione o un risarcimento ulteriore.

Cosa devono fare le compagnie

Dal punto di vista delle compagnie aeree, la decisione conferma l’importanza di una gestione corretta dell’emergenza. Quando si verifica un evento che altera il programma di viaggio, il vettore deve informare i passeggeri, offrire assistenza adeguata, valutare soluzioni alternative e documentare ciò che viene fatto. Anche quando l’evento iniziale non dipende direttamente dalla compagnia, la gestione successiva del passeggero può diventare decisiva.

Nel caso esaminato, infatti, la discussione non riguardava soltanto l’incendio all’aeroporto di Dubai, ma anche ciò che sarebbe accaduto dopo: il ritardo nel reimbarco, l’eventuale disponibilità di altri voli, la permanenza in aeroporto e la mancata assistenza. Ed è proprio su questi profili che la Cassazione ha ritenuto necessario un nuovo esame.

Conclusione

L’ordinanza n. 8999/2026 è importante perché ricorda che il passeggero non è soltanto un soggetto che deve essere trasportato da un aeroporto all’altro. È una persona, titolare di diritti che possono essere incisi quando viene lasciata per molte ore in una situazione di attesa forzata, senza assistenza e senza reali alternative.

Il danno non patrimoniale da ritardo aereo non è automatico. Non basta un semplice disagio. Ma quando il ritardo diventa una lunga permanenza forzata in aeroporto, quando manca l’assistenza e quando la libertà di movimento viene concretamente compressa, può aprirsi lo spazio per una tutela risarcitoria ulteriore.

In sintesi: un volo in ritardo può essere solo un contrattempo. Ma, in certe condizioni, può diventare anche una lesione giuridicamente rilevante dei diritti del passeggero.

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Infiltrazioni dal terrazzo: chi paga i danni all’appartamento di sotto?

Infiltrazioni dal terrazzo: chi paga i danni all’appartamento di sotto?

La Cassazione chiarisce un principio molto utile: chi subisce il danno può chiedere l’intero risarcimento anche a uno solo dei responsabili

Le infiltrazioni d’acqua sono una delle cause più frequenti di lite in condominio. Il problema, quasi sempre, è lo stesso: l’appartamento sottostante subisce danni, ma non è semplice capire chi debba pagare.

Il condominio? Il proprietario del terrazzo? L’inquilino che usa l’immobile? Tutti insieme?

Con la sentenza n. 11585 del 28 aprile 2026, la Corte di Cassazione affronta proprio questo tema, chiarendo un principio molto importante: quando il danno da infiltrazioni è causato dal concorso di più soggetti, il danneggiato può chiedere l’intero risarcimento a ciascuno dei responsabili, senza dover rispettare nei suoi confronti la ripartizione interna prevista dall’art. 1126 c.c.

Il caso deciso dalla Cassazione

La vicenda nasce da due episodi di infiltrazioni d’acqua verificatisi nell’appartamento di un condomino, in seguito a piogge intense. Secondo l’attore, i danni erano riconducibili all’ostruzione del bocchettone di scarico del terrazzo sovrastante.

Il danneggiato aveva quindi citato in giudizio il condominio, il proprietario dell’appartamento soprastante e il conduttore dell’immobile.

In primo grado, il Tribunale aveva condannato solo il condominio, rigettando la domanda nei confronti del proprietario e del conduttore. La Corte d’Appello di Roma, invece, aveva riformato la decisione, ritenendo responsabili in solido il condominio, il proprietario e il conduttore, con condanna al risarcimento in favore del danneggiato.

La Cassazione conferma questa impostazione.

Il punto centrale: il danneggiato non deve fare i conti tra i responsabili

Il principio più importante della sentenza riguarda la differenza tra due piani:

il rapporto tra danneggiato e responsabili;

il rapporto interno tra i vari responsabili.

Chi subisce infiltrazioni dal terrazzo non è tenuto, prima di ottenere il risarcimento, a stabilire esattamente quale quota sia imputabile al condominio, quale al proprietario e quale al conduttore.

Se tutti hanno contribuito causalmente al danno, ciascuno può essere chiamato a rispondere per l’intero nei confronti del danneggiato.

Sarà poi il soggetto che ha pagato più del dovuto a rivalersi sugli altri responsabili, secondo le rispettive quote interne.

Questo è il senso dell’art. 2055 c.c., che disciplina la responsabilità solidale quando più persone concorrono a causare lo stesso danno.

Art. 1126 c.c.: vale nei rapporti interni, non contro il danneggiato

Uno dei motivi di ricorso riguardava l’art. 1126 c.c., norma che regola la ripartizione delle spese relative ai lastrici solari di uso esclusivo.

Secondo questa disposizione, quando l’uso del lastrico o della terrazza non è comune a tutti i condomini, le spese di riparazione o ricostruzione sono poste per un terzo a carico di chi ne ha l’uso esclusivo e per due terzi a carico dei condomini dell’edificio o della parte di edificio cui il lastrico serve da copertura.

Il conduttore sosteneva quindi che, anche se responsabile, avrebbe potuto rispondere al massimo nei limiti di un terzo.

La Cassazione respinge questa tesi.

La ripartizione di un terzo e due terzi vale nei rapporti interni tra i soggetti obbligati alla manutenzione o alla riparazione. Non limita, invece, il diritto del danneggiato a ottenere l’intero risarcimento da ciascuno dei corresponsabili.

In parole semplici: il condomino danneggiato non deve inseguire le quote. Può chiedere tutto a uno dei responsabili. Saranno poi questi, tra loro, a fare i conti.

Perché può rispondere anche il conduttore

La decisione è interessante anche perché conferma la possibile responsabilità del conduttore.

Il conduttore non è proprietario dell’immobile, ma ne ha la disponibilità materiale. Se utilizza l’appartamento e il terrazzo, può assumere una posizione di custodia rispetto alla cosa, almeno per gli aspetti che rientrano nella sua sfera di controllo.

Nel caso concreto, la Corte d’Appello aveva ritenuto che le infiltrazioni fossero state causate anche dall’ostruzione del bocchettone del terrazzo, oltre che da difetti del sistema di scolo. La Cassazione ritiene corretta la conclusione secondo cui il conduttore poteva rispondere ex art. 2051 c.c., cioè per danno da cosa in custodia.

Il principio è pratico: se il danno deriva anche da mancata cura, omessa vigilanza o cattiva gestione di una parte dell’immobile nella disponibilità dell’inquilino, anche quest’ultimo può essere chiamato a rispondere.

Condominio, proprietario e conduttore: responsabilità diverse, stesso danno

La sentenza evidenzia che possono concorrere più responsabilità.

Il condominio può essere responsabile per i difetti o la mancata manutenzione delle parti comuni, come il sistema di smaltimento delle acque.

Il proprietario può essere responsabile perché titolare dell’immobile e del terrazzo, o comunque perché tenuto a determinati obblighi di conservazione.

Il conduttore può essere responsabile perché custode della cosa nella sua disponibilità concreta.

Queste responsabilità possono avere titoli diversi, ma se concorrono a produrre lo stesso danno, il danneggiato può invocare la responsabilità solidale.

Cosa significa in pratica per chi subisce infiltrazioni

Chi subisce infiltrazioni dall’appartamento o dal terrazzo sovrastante dovrebbe muoversi con attenzione.

Prima di tutto, è importante documentare subito il danno: fotografie, video, preventivi, relazioni tecniche, eventuale intervento dell’amministratore, comunicazioni scritte e, nei casi più seri, accertamento tecnico preventivo.

Poi bisogna individuare le possibili cause: difetti del lastrico, cattiva manutenzione, ostruzione degli scarichi, guaine deteriorate, problemi di pendenza, pluviali o bocchettoni non funzionanti.

Infine, occorre valutare contro chi agire: condominio, proprietario, conduttore, o più soggetti insieme.

Questa sentenza conferma che, quando più soggetti hanno concorso al danno, il danneggiato non deve necessariamente limitarsi a chiedere quote separate. Può domandare l’intero risarcimento in via solidale.

Cosa significa per proprietari, inquilini e amministratori

Per il proprietario, la sentenza ricorda che la locazione dell’immobile non elimina ogni responsabilità. Alcuni obblighi di conservazione restano collegati alla proprietà.

Per l’inquilino, il messaggio è altrettanto chiaro: utilizzare un terrazzo o un appartamento comporta anche doveri di custodia e vigilanza. Se uno scarico si ostruisce, se l’acqua ristagna, se vi sono segnali di rischio, non si può semplicemente ignorare il problema.

Per l’amministratore, infine, la decisione conferma l’importanza di intervenire tempestivamente sulle parti comuni e sugli impianti di smaltimento delle acque, perché i difetti strutturali o manutentivi possono esporre il condominio a responsabilità.

Il principio affermato dalla Cassazione

La Corte formula un principio molto chiaro: quando lo stesso danno da infiltrazioni è provocato da più soggetti — ad esempio condominio, proprietario e conduttore del terrazzo — opera la responsabilità solidale prevista dall’art. 2055 c.c.

Di conseguenza, la domanda del danneggiato deve intendersi diretta a ottenere l’intero risarcimento da ciascuno degli obbligati, senza che nei suoi confronti possano essere opposti i limiti di un terzo e due terzi previsti dall’art. 1126 c.c., che rilevano solo nei rapporti interni tra corresponsabili.

Conclusione

La sentenza n. 11585/2026 è molto utile perché chiarisce un problema frequente: chi subisce infiltrazioni non deve necessariamente districarsi tra quote, percentuali e rapporti interni tra condominio, proprietario e conduttore.

Se più soggetti hanno contribuito a causare il danno, tutti possono essere chiamati a risponderne solidalmente.

La ripartizione prevista dall’art. 1126 c.c. serve poi per regolare i rapporti tra i corresponsabili, ma non può ridurre la tutela del danneggiato.

In sintesi: chi ha subito il danno può chiedere il risarcimento per intero; chi ha pagato potrà poi rivalersi sugli altri secondo le rispettive responsabilità.

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Vacanza rovinata: il tour operator deve dare informazioni chiare sui documenti di viaggio

La Cassazione: non basta dire al turista “informati da solo”. Chi vende un pacchetto turistico deve fornire indicazioni corrette, complete e non fuorvianti

Quando si acquista una vacanza organizzata, soprattutto all’estero, una delle domande più importanti è: quali documenti servono per partire?

Passaporto? Carta d’identità? Visto? Validità residua di sei mesi? E se il viaggiatore è cittadino straniero residente in Italia?

Sono domande molto concrete, perché un errore sui documenti può trasformare una vacanza in un incubo: bagagli già imbarcati, check-in superato, partenza imminente e, all’ultimo momento, rifiuto dell’imbarco.

È proprio ciò che è accaduto nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 8705 dell’8 aprile 2026, relativa a un viaggio organizzato a Sharm El Sheikh, in Egitto. La decisione è interessante perché chiarisce un principio importante: il tour operator e l’intermediario non possono scaricare sul turista tutto il peso delle informazioni sui documenti necessari per l’espatrio.

Il caso: viaggio in Egitto e imbarco negato

Un viaggiatore aveva acquistato presso un’agenzia un pacchetto turistico organizzato da un tour operator del gruppo Alpitour: volo e soggiorno in hotel a Sharm El Sheikh.

Il viaggio era per sé e per la compagna, cittadina rumena. Quest’ultima disponeva di un passaporto temporaneo, con validità residua superiore a sei mesi.

Secondo quanto emerso in giudizio, l’agenzia si era attivata per reperire informazioni presso il Consolato egiziano e quello rumeno. Proprio sulla base delle informazioni ricevute, la viaggiatrice era tornata in Romania per ottenere il passaporto necessario alla partenza.

Il problema si è presentato in aeroporto. Dopo controlli già effettuati e dopo l’imbarco dei bagagli nella stiva, l’operatore del vettore aereo ha rifiutato l’imbarco alla passeggera, ritenendo che il passaporto temporaneo non fosse idoneo per l’ingresso in Egitto.

Da qui la richiesta di risarcimento per il danno patrimoniale e per il danno da vacanza rovinata.

Le prime decisioni: prima condanna, poi assoluzione del tour operator

Il Giudice di Pace aveva accolto la domanda e condannato Alpitour al risarcimento, ritenendo che vi fosse stato un inadempimento informativo.

Il Tribunale di Venezia, in appello, aveva invece riformato la decisione, escludendo la responsabilità del tour operator. Secondo il Tribunale, il catalogo informativo precisava che i cittadini stranieri dovevano rivolgersi alle autorità competenti per verificare quali documenti fossero necessari. Inoltre, Alpitour non era a conoscenza del fatto che la passeggera disponesse di un passaporto temporaneo e non ordinario.

La Cassazione non condivide questa impostazione e cassa la sentenza.

Il principio: il turista non può essere lasciato solo davanti alle informazioni essenziali

Il punto centrale della decisione riguarda l’obbligo di informazione.

La Cassazione richiama l’art. 37 del Codice del turismo, nella versione applicabile al caso concreto. La norma imponeva all’organizzatore o all’intermediario di fornire per iscritto, prima della conclusione del contratto, informazioni generali sulle condizioni applicabili ai cittadini dell’Unione europea in materia di passaporto e visto, con indicazione dei termini per il rilascio, nonché sugli obblighi sanitari e sulle formalità necessarie per effettuare il viaggio e il soggiorno.

Il senso della norma è chiaro: il turista, quando compra un pacchetto organizzato, non deve essere costretto a ricostruire da solo tutte le informazioni essenziali per partire.

È vero che anche il viaggiatore deve comportarsi con attenzione. Ma l’informazione sui documenti di espatrio rientra tra quelle che il professionista del turismo deve fornire in modo chiaro, corretto e utile.

Dire “controllate presso le autorità competenti” non basta sempre

Uno degli aspetti più importanti dell’ordinanza è proprio questo.

Il Tribunale aveva valorizzato la clausola del catalogo secondo cui i turisti dovevano verificare i documenti necessari presso le autorità competenti.

La Cassazione afferma invece che una simile indicazione non può far venire meno l’obbligo informativo previsto dalla legge. Se la normativa impone al tour operator o all’intermediario di fornire determinate informazioni, non basta inserire nel catalogo una formula che scarichi sul cliente il compito di informarsi autonomamente.

In altre parole: una clausola del catalogo non può prevalere sulla tutela prevista dal Codice del turismo.

Questo non significa che il turista sia sempre esonerato da qualsiasi controllo. Significa però che, quando riceve informazioni incomplete o fuorvianti proprio da chi vende o organizza il viaggio, non gli si può rimproverare semplicemente di non essersi informato meglio.

Il passaporto temporaneo: un dettaglio decisivo che nessuno aveva chiarito

Nel caso concreto, l’informazione fornita era risultata incompleta.

Ai viaggiatori era stato indicato che serviva un passaporto con validità residua di almeno sei mesi e il visto turistico. La passeggera aveva effettivamente ottenuto un passaporto con validità residua superiore a sei mesi.

Il problema era un altro: non bastava un passaporto temporaneo, ma sarebbe servito un passaporto ordinario.

Secondo la Cassazione, questa distinzione non era stata chiarita in modo adeguato. E il dato è ancora più significativo perché la differenza tra passaporto ordinario e temporaneo non era risultata evidente neppure agli operatori specializzati: l’agenzia si era attivata presso i consolati, gli addetti aeroportuali avevano consentito il check-in e i bagagli erano stati imbarcati.

Se la questione non era chiara nemmeno agli operatori del settore, osserva in sostanza la Corte, non si può pretendere che il turista la comprendesse da solo.

Affidamento incolpevole: il turista può fidarsi delle informazioni ricevute

La Cassazione valorizza anche un altro elemento: l’affidamento incolpevole dei viaggiatori.

I turisti si erano attivati. Non erano rimasti passivi. Avevano chiesto informazioni, si erano rivolti all’agenzia, avevano seguito le indicazioni ricevute e avevano persino organizzato un viaggio in Romania per ottenere il documento necessario.

Proprio per questo, secondo la Corte, si era formato un affidamento ragionevole sull’idoneità del documento.

Il Tribunale, invece, aveva riconosciuto che l’agenzia poteva avere ingenerato un legittimo affidamento, ma aveva comunque ritenuto che i viaggiatori non fossero totalmente esonerati dall’obbligo di informarsi. La Cassazione considera questa impostazione non corretta, perché non tiene adeguatamente conto dell’obbligo informativo posto dalla legge e dell’affidamento creato dalle informazioni ricevute.

Cosa significa in pratica per chi compra un pacchetto turistico

Per chi acquista una vacanza organizzata, questa decisione è molto utile.

Il turista deve certamente collaborare, fornire informazioni corrette sulla propria cittadinanza, sui documenti in suo possesso e su eventuali situazioni particolari.

Ma il tour operator e l’agenzia devono dare informazioni chiare sui documenti necessari per il viaggio. Se vi sono distinzioni importanti — come quella tra passaporto ordinario e passaporto temporaneo — queste devono essere spiegate in modo comprensibile.

Non basta una formula generica del tipo: “verificare presso le autorità competenti”.

Soprattutto quando il cliente chiede chiarimenti e l’agenzia si attiva per reperire informazioni, il professionista deve essere particolarmente attento: le risposte date possono generare un affidamento tutelabile.

Cosa deve fare il viaggiatore prima di partire

La decisione è favorevole al consumatore, ma non deve indurre a superficialità.

Chi deve partire dovrebbe sempre:

conservare il contratto di viaggio, il catalogo e le condizioni generali;

chiedere per iscritto quali documenti siano necessari;

comunicare chiaramente cittadinanza, tipo di passaporto e ogni elemento particolare;

conservare email, messaggi e risposte dell’agenzia;

verificare, soprattutto per Paesi extra UE, eventuali requisiti su visto, validità residua, tipo di passaporto e documenti temporanei.

Queste cautele servono non solo a evitare problemi, ma anche a dimostrare, se qualcosa va storto, quali informazioni siano state richieste e quali risposte siano state ricevute.

Cosa devono fare agenzie e tour operator

Per agenzie e tour operator il messaggio è altrettanto chiaro.

Le informazioni sui documenti di viaggio non possono essere trattate come un dettaglio secondario. Sono parte essenziale del servizio, perché senza documenti corretti il turista non parte e il pacchetto perde completamente la sua utilità.

Quando il cliente ha una cittadinanza diversa da quella italiana o possiede un documento particolare, il professionista deve evitare risposte generiche e, se necessario, chiarire quali verifiche siano state compiute e quali siano i limiti delle informazioni fornite.

La trasparenza, in questi casi, è la migliore tutela per tutti.

Il danno da vacanza rovinata

La vicenda richiama anche il tema del danno da vacanza rovinata.

Quando l’inadempimento del tour operator o dell’intermediario compromette in modo significativo la vacanza, il turista può chiedere non solo il rimborso delle spese sostenute, ma anche il risarcimento del pregiudizio non patrimoniale legato alla perdita dell’occasione di svago, riposo e realizzazione del viaggio.

Nel caso esaminato, il Giudice di Pace aveva riconosciuto sia il danno patrimoniale sia il danno da vacanza rovinata. La Cassazione, cassando la sentenza del Tribunale, rinvia ora la causa a un diverso giudice, che dovrà riesaminare la vicenda applicando i principi indicati.

Conclusione

L’ordinanza n. 8705/2026 afferma un principio semplice ma molto importante: chi vende o organizza un pacchetto turistico deve fornire informazioni chiare, complete e non fuorvianti sui documenti necessari per il viaggio.

Il turista non può essere lasciato solo davanti a questioni tecniche, soprattutto quando si tratta di formalità di ingresso in Paesi esteri e di documenti particolari.

Naturalmente il viaggiatore deve collaborare e fornire dati corretti. Ma se chiede informazioni, segue le indicazioni ricevute e si affida ragionevolmente al professionista del turismo, non può poi essere accusato di non aver capito da solo una distinzione che neppure gli operatori avevano chiarito.

In sintesi: una vacanza può rovinarsi anche prima di partire. E quando accade per informazioni incomplete o sbagliate, il turista può avere diritto al risarcimento.

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Segnalazione alla Centrale Rischi: il semplice mancato pagamento non basta

La Cassazione ricorda alle banche che, prima di segnalare un cliente “a sofferenza”, serve una valutazione reale della sua situazione economica

Con l’ordinanza n. 5593 del 12 marzo 2026, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione affronta un tema molto delicato nei rapporti tra banche, imprese e intermediari finanziari: quando è legittima la segnalazione di un debitore alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia?

La risposta della Corte è netta: il mero mancato pagamento di un debito non basta, da solo, a giustificare una segnalazione “a sofferenza”. Occorre invece una valutazione complessiva della situazione patrimoniale del cliente, tale da far emergere una grave e non transitoria difficoltà economica.

La decisione è importante perché ricorda che la segnalazione alla Centrale Rischi non è un atto neutro: può compromettere l’accesso al credito, bloccare finanziamenti, danneggiare la reputazione economica dell’impresa e generare conseguenze anche per soggetti collegati.

Il caso: trattative non concluse, segnalazione e richiesta di danni

La vicenda nasce da un rapporto di leasing. Due società avevano agito contro la società finanziaria, poi confluita in Intesa Sanpaolo, sostenendo che, dopo trattative avviate per definire una controversia relativa a un debito da leasing, la banca non avesse formalizzato una transazione e avesse poi determinato la segnalazione di una delle società alla Centrale Rischi della Banca d’Italia.

Le attrici chiedevano il risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, quantificati in euro 2.500.000.

Il Tribunale aveva rigettato la domanda. La Corte d’Appello di Roma aveva confermato il rigetto, ritenendo sostanzialmente legittima la segnalazione perché derivante dal mancato pagamento di canoni di leasing per euro 41.851,73, relativi al periodo gennaio 2003-ottobre 2004.

La Cassazione, però, cassa la sentenza d’appello.

Il principio: “sofferenza” non significa semplice ritardo nel pagamento

Il punto centrale dell’ordinanza è la distinzione tra inadempimento e sofferenza bancaria.

Un conto è non pagare un debito. Altro conto è trovarsi in una situazione patrimoniale gravemente compromessa, tale da giustificare una segnalazione a sofferenza alla Centrale Rischi.

La Cassazione richiama il proprio orientamento consolidato: ai fini della segnalazione a sofferenza, il credito deve essere vantato verso un soggetto in stato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente, oppure in una situazione sostanzialmente equiparabile. Non serve l’insolvenza fallimentare in senso tecnico, ma occorre comunque una valutazione negativa della situazione patrimoniale, apprezzabile come deficitaria o di grave difficoltà economica.

Questo significa che la banca non può limitarsi a dire: “il cliente non ha pagato, quindi lo segnalo”. Deve chiedersi se quel mancato pagamento sia il sintomo di una crisi economica seria, oppure se si tratti di un inadempimento contestato, temporaneo, occasionale o comunque non indicativo di una situazione di insolvenza.

L’errore della Corte d’Appello

Secondo la Cassazione, la Corte d’Appello ha sbagliato perché ha ritenuto legittima la segnalazione facendo leva solo sul mancato pagamento dei canoni di leasing.

Non ha invece verificato se la società segnalata versasse davvero in una situazione di grave difficoltà economica.

Questo passaggio è decisivo. La Corte d’Appello avrebbe dovuto esaminare la documentazione prodotta dalle società ricorrenti, relativa alla loro capacità patrimoniale, ai bilanci e alla perizia di stima, per capire se vi fossero davvero i presupposti per qualificare la posizione come “sofferenza”.

La Cassazione non dice che la segnalazione fosse sicuramente illegittima. Dice però che non si poteva considerarla legittima senza compiere quella verifica.

Cosa significa in pratica per imprese e professionisti

La decisione è molto utile per chi riceve o teme una segnalazione alla Centrale Rischi.

In pratica, una segnalazione a sofferenza può essere contestata quando la banca non ha effettuato una valutazione seria e complessiva della posizione del cliente. Non basta dimostrare che esisteva un debito scaduto; occorre verificare se vi fosse davvero una condizione di grave difficoltà economica.

Per esempio, possono essere rilevanti:

  • la consistenza patrimoniale dell’impresa;
  • i bilanci;
  • l’esistenza di beni o garanzie;
  • la natura contestata del credito;
  • la proporzione tra debito insoluto e patrimonio complessivo;
  • la condotta delle parti nelle trattative;
  • l’eventuale successiva estinzione del debito.

Il punto non è negare che la banca possa segnalare situazioni effettivamente rischiose. Il punto è che la segnalazione a sofferenza è uno strumento forte e deve essere utilizzato solo quando ne ricorrono davvero i presupposti.

Il danno può colpire anche una società collegata

Un altro profilo interessante riguarda la posizione della seconda società ricorrente.

La Corte d’Appello aveva escluso la sua legittimazione, ritenendola sostanzialmente estranea alla società segnalata. La Cassazione censura anche questo passaggio.

Secondo la Suprema Corte, la Corte territoriale avrebbe dovuto considerare la comunicazione con cui Unicredit aveva negato un mutuo alla società ricorrente proprio a causa della segnalazione dell’altra società alla Centrale Rischi e della posizione di collegamento tra le due.

Questo punto è molto importante: gli effetti di una segnalazione non sempre rimangono confinati al soggetto formalmente segnalato. In alcuni casi, possono incidere anche su società collegate, gruppi imprenditoriali, garanti o soggetti che, agli occhi del sistema bancario, risultano economicamente connessi alla posizione deteriorata.

Naturalmente, il danno deve essere provato. Ma non può essere escluso in modo automatico solo perché il soggetto che lo lamenta non coincide con quello direttamente segnalato.

Cosa fare se si subisce una segnalazione ingiusta

Chi ritiene di essere stato segnalato illegittimamente dovrebbe muoversi con metodo.

La prima cosa da fare è acquisire una visura aggiornata della Centrale Rischi e verificare la categoria della segnalazione, gli importi, gli intermediari segnalanti e il periodo di riferimento.

Poi occorre chiedere alla banca le ragioni della segnalazione e valutare se, al momento in cui è stata effettuata, esistessero davvero elementi idonei a rappresentare una grave difficoltà economica.

Se il debito era contestato, se era di importo contenuto rispetto al patrimonio, se erano in corso trattative, se vi erano garanzie o se la banca non ha compiuto alcuna istruttoria effettiva, può esservi spazio per contestare la segnalazione e chiedere la rettifica o il risarcimento del danno.

Ma è fondamentale raccogliere prove concrete: bilanci, comunicazioni bancarie, rifiuti di finanziamenti, perdita di occasioni economiche, peggioramento delle condizioni di credito, revoche di affidamenti o documentazione che dimostri l’impatto effettivo della segnalazione.

Conclusione

L’ordinanza n. 5593/2026 ribadisce un principio semplice ma essenziale: la Centrale Rischi non può essere utilizzata come una conseguenza automatica del mancato pagamento.

La segnalazione a sofferenza richiede una valutazione seria, complessiva e documentata della situazione economica del cliente. Il mancato pagamento può essere un indizio, ma non è da solo sufficiente.

Per le banche, la decisione è un richiamo alla prudenza: prima di segnalare, occorre verificare davvero se il cliente versi in una condizione patrimoniale deficitaria o di grave difficoltà.

Per imprese e professionisti, è una conferma importante: una segnalazione illegittima può essere contestata, soprattutto quando produce effetti concreti sull’accesso al credito e sulla reputazione economica.

La Cassazione rinvia ora alla Corte d’Appello, che dovrà riesaminare la vicenda applicando questi principi. Ma il messaggio è già chiaro: non ogni debitore in ritardo è un debitore “in sofferenza”.

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