Perché i giudici mandano ancora poche cause in mediazione?

L’art. 5-quater del d.lgs. 28/2010 consente al giudice di disporre la mediazione anche a causa già iniziata. Ma i numeri mostrano che questo strumento è ancora utilizzato meno di quanto potrebbe.

La mediazione demandata dal giudice è uno degli strumenti più interessanti della riforma della mediazione civile. L’idea è semplice: non tutte le cause sono uguali e non tutte le liti mostrano subito il proprio potenziale conciliativo. A volte, proprio durante il giudizio, dopo lo scambio degli atti, dopo una prima istruttoria, dopo l’emersione dei punti deboli delle rispettive posizioni, il giudice può essere nella condizione migliore per capire che quella controversia potrebbe essere risolta fuori dal processo.

È questo il senso dell’art. 5-quater del d.lgs. 28/2010: il giudice, anche in appello e fino alla precisazione delle conclusioni, può disporre con ordinanza motivata l’esperimento della mediazione, valutando la natura della causa, lo stato dell’istruzione, il comportamento delle parti e ogni altra circostanza. La mediazione demandata diventa condizione di procedibilità della domanda giudiziale. Inoltre, l’art. 5-quinquies valorizza la formazione del magistrato in materia di mediazione e prevede che le ordinanze di mediazione demandata e le controversie definite a seguito di esse siano oggetto di specifica rilevazione statistica. (Mondo ADR)

Sulla carta, quindi, lo strumento è forte. Non si tratta di un semplice invito informale, ma di un vero potere del giudice, costruito per intercettare le cause che possono essere gestite meglio attraverso un confronto negoziale assistito. Eppure, nella pratica, la mediazione demandata sembra ancora lontana dal diventare una prassi ordinaria del processo civile.

Cosa dicono i dati

Le statistiche ministeriali 2025 indicano che le mediazioni civili iscritte sono state circa 163.473. La maggior parte, il 78%, è costituita da mediazioni obbligatorie per legge; le mediazioni volontarie rappresentano circa l’8%; quelle demandate dal giudice circa il 13%. Il dato, però, va letto con attenzione: il Ministero precisa che, tra le mediazioni demandate dal giudice, l’85% è dovuto a improcedibilità per mancato rispetto dell’obbligo di esperire il tentativo di mediazione. (datiestatistiche.giustizia.it)

Questo significa che il numero delle vere mediazioni demandate “valutative”, cioè quelle in cui il giudice sceglie consapevolmente di mandare le parti in mediazione perché ritiene possibile una soluzione conciliativa, è molto più basso del dato complessivo. Le mediazioni demandate risultano pari a circa 20.294, cioè il 12,4% delle iscrizioni complessive, ma se l’85% dipende da improcedibilità, la quota residua riconducibile a una scelta discrezionale del giudice si riduce drasticamente. (datiestatistiche.giustizia.it)

In termini pratici, facendo una stima sul dato ministeriale, le mediazioni demandate “vere”, non collegate alla semplice necessità di sanare il mancato esperimento della mediazione obbligatoria, sarebbero intorno a poche migliaia di casi su oltre centosessantamila procedure annue. È un dato che impone una riflessione: lo strumento esiste, è stato rafforzato dalla riforma, ma viene ancora usato in misura limitata rispetto al potenziale.

Il problema non è la mediazione, ma la sua percezione nel processo

Il primo motivo è culturale. Molti giudici, come molti avvocati e molte parti, continuano a vedere la mediazione come qualcosa che appartiene alla fase precedente alla causa. Se la mediazione obbligatoria non è stata fatta, il giudice la dispone per ragioni di procedibilità. Se invece la causa è già partita regolarmente, la mediazione viene spesso percepita come un passaggio ulteriore, quasi esterno alla logica del processo.

Questo è probabilmente il nodo principale. La mediazione demandata non dovrebbe essere vista come una deviazione dal percorso processuale, ma come uno strumento di gestione della causa. In alcuni casi, mandare le parti in mediazione non significa rallentare il processo, ma evitare che il processo prosegua inutilmente per anni su una controversia che potrebbe essere risolta con un accordo ragionevole.

Il giudice, proprio perché conosce la causa, può vedere ciò che le parti spesso non vedono: il rischio probatorio, la sproporzione tra costi e risultato atteso, la presenza di interessi non traducibili bene in una sentenza, la possibilità di una soluzione più flessibile rispetto alla decisione giudiziale.

La paura di allungare i tempi

Un secondo motivo è la paura di appesantire il ruolo e allungare i tempi del processo. In molti uffici giudiziari il carico di lavoro è elevatissimo. Il giudice può essere portato a pensare che disporre la mediazione significhi fissare una nuova udienza, attendere l’esito del procedimento, gestire eventuali eccezioni sulla procedibilità, verificare se la mediazione sia stata effettivamente esperita e poi riprendere la causa.

Questa preoccupazione è comprensibile, ma non sempre fondata. Una mediazione ben selezionata può far risparmiare molto più tempo di quello che apparentemente consuma. Se una causa si chiude in mediazione, il fascicolo esce dal ruolo. Se anche non si chiude, la mediazione può chiarire i punti controversi, ridurre le domande, favorire accordi parziali, rendere più realistico il confronto successivo.

Il problema, dunque, non è mandare più cause in mediazione in modo indiscriminato. Il problema è mandare meglio in mediazione le cause giuste.

La difficoltà di selezionare le controversie mediabili

Non tutte le cause sono adatte alla mediazione demandata. Alcune richiedono una decisione giuridica netta; altre hanno una forte componente seriale; altre ancora sono dominate da questioni di principio sulle quali le parti non vogliono negoziare. Ma molte controversie civili hanno caratteristiche molto diverse: rapporti familiari patrimoniali, successioni, divisioni, condominio, locazioni, responsabilità professionale, contratti di durata, rapporti societari, controversie tra vicini, liti commerciali nelle quali le parti potrebbero avere interesse a preservare il rapporto.

La difficoltà sta proprio nell’individuare, dentro il ruolo, le cause che hanno un vero potenziale conciliativo. Questo richiede tempo, sensibilità, esperienza e anche una certa familiarità con le dinamiche negoziali. Non basta chiedersi se la causa sia “semplice” o “complessa”. A volte le cause semplici sono molto conflittuali e poco mediabili; altre volte le cause complesse, proprio perché costose e rischiose, sono perfette per una mediazione.

Il giudice dovrebbe poter valutare alcuni indici: la presenza di rapporti destinati a continuare, l’incertezza probatoria, la sproporzione tra costi e valore della lite, la possibilità di soluzioni non solo monetarie, l’esistenza di più questioni intrecciate, la disponibilità già emersa negli atti, il comportamento processuale delle parti, la presenza di margini economici o relazionali non esplorati.

Il problema dell’ordinanza motivata

L’art. 5-quater richiede un’ordinanza motivata. È una scelta comprensibile, perché la mediazione demandata incide sulla procedibilità della domanda e non dovrebbe essere disposta in modo automatico. Tuttavia, nella pratica, l’obbligo di motivazione può diventare un freno se il giudice non dispone di modelli agili, criteri condivisi e prassi consolidate.

Un’ordinanza ben fatta non deve essere lunga. Deve però spiegare perché, in quella specifica causa, la mediazione può essere utile: natura della controversia, stato dell’istruzione, condotta delle parti, possibilità di soluzioni negoziali, eventuale sproporzione tra prosecuzione del giudizio e interesse concreto. Se ogni ordinanza deve essere costruita da zero, è naturale che lo strumento venga usato meno. Se invece gli uffici adottano schemi ragionati, adattabili al caso concreto, la mediazione demandata può diventare una prassi più semplice e più efficace.

Qui il tema non è burocratico, ma organizzativo. La mediazione demandata funziona quando entra nella gestione ordinaria del fascicolo.

La formazione del magistrato è decisiva

La riforma ha colto un punto importante: la mediazione demandata richiede formazione. Non perché il giudice debba diventare mediatore, ma perché deve essere in grado di riconoscere quando una causa può essere utilmente inviata in mediazione. L’art. 5-quinquies richiama espressamente la formazione e l’aggiornamento del magistrato in materia di mediazione e collega anche il numero e la qualità degli affari definiti con ordinanza di mediazione o mediante accordi conciliativi agli indicatori di impegno, capacità e laboriosità. (Mondo ADR)

Questo passaggio è molto importante, ma richiede tempo per produrre effetti reali. Non basta prevedere la formazione nella norma. Occorre che la mediazione diventi parte della cultura del case management giudiziario. Il giudice deve poter vedere la mediazione non come un favore alle parti, né come un rinvio, ma come uno strumento tecnico per trattare meglio alcune controversie.

La formazione dovrebbe concentrarsi su casi concreti: quali cause mandare, quando mandarle, come motivare l’ordinanza, come evitare invii inutili, come valorizzare gli esiti della mediazione, come coordinare mediazione e istruttoria, come leggere i comportamenti delle parti.

Anche gli avvocati incidono molto

Un altro motivo riguarda l’atteggiamento degli avvocati. Se gli avvocati vivono la mediazione demandata come un ostacolo, una perdita di tempo o un mero adempimento, il giudice sarà meno incentivato a usarla. Se invece le difese arrivano preparate, con disponibilità reale a discutere, con documenti ordinati e con il cliente presente o rappresentato da soggetti muniti di effettivi poteri decisionali, la mediazione può produrre risultati.

Il punto non è chiedere all’avvocato di rinunciare alla tutela giudiziale. Al contrario: un avvocato preparato può usare la mediazione demandata come momento strategico. Può verificare il rischio della causa, misurare la posizione della controparte, costruire proposte, ottenere informazioni, valutare soluzioni che il giudice non potrebbe imporre con sentenza.

Se però la mediazione viene affrontata con l’unico obiettivo di ottenere un verbale negativo, il giudice ne percepisce l’inutilità e tenderà a disporla meno.

Mancano spesso dati di ritorno realmente utilizzabili

Le statistiche ministeriali sono preziose, ma per il giudice del singolo ufficio serve anche un dato più vicino alla propria esperienza. Quante cause demandate da quel Tribunale si chiudono? In quali materie? In quale fase? Con quali organismi? Dopo quali tipi di ordinanza? Con quali tempi? Con quali tassi di comparizione?

Il Ministero segnala che la rilevazione sulla mediazione civile è trimestrale e copre le diverse tipologie di mediazione: obbligatoria, volontaria e demandata dal giudice. I dati riguardano flussi, durata, esito dei procedimenti, materia, valore e tipologia di organismo. (datiestatistiche.giustizia.it) Questo è un patrimonio informativo importante, ma deve diventare sempre più leggibile e utile anche a livello locale.

Senza dati di ritorno, il giudice non vede l’effetto concreto delle proprie ordinanze. Se invece un ufficio giudiziario sa che, in certe materie, le mediazioni demandate portano a definizioni significative, sarà più facile costruire prassi virtuose.

Un dato positivo: quando le parti entrano davvero in mediazione, gli accordi arrivano

Il punto più interessante è che la mediazione, quando viene effettivamente svolta, produce risultati non marginali. Nel 2025 la percentuale di procedimenti con aderente comparso al primo incontro è stata pari al 54,8%. In alcune materie la partecipazione è più alta: successioni ereditarie 67,2%, condominio 64%, divisione 62,9%, diritti reali 60,7%, locazione 56,5%. (datiestatistiche.giustizia.it)

MondoADR, commentando i dati del primo semestre 2025, evidenzia inoltre che, quando le parti decidono di sedersi davvero al tavolo della mediazione anche dopo il primo incontro, la percentuale di accordo raggiunto è stata pari al 52,7%. (Mondo ADR)

Questi numeri sono importanti perché smentiscono l’idea che la mediazione sia inutile in sé. Il problema, semmai, è portare le parti al tavolo giusto, nel momento giusto, con il giusto livello di preparazione. La mediazione demandata dovrebbe servire proprio a questo: intercettare le cause nelle quali, dopo l’avvio del giudizio, diventa più chiaro che una soluzione negoziale è possibile.

Perché la mediazione demandata dovrebbe essere usata di più

La mediazione demandata ha un valore particolare perché nasce dentro il processo, ma guarda fuori dal processo. Il giudice non abdica al proprio ruolo. Al contrario, lo esercita in modo più ampio: non decide subito, ma valuta se quella lite possa essere trattata meglio attraverso uno strumento diverso.

Ci sono controversie nelle quali la sentenza arriva troppo tardi, costa troppo, lascia comunque rapporti distrutti o risolve solo una parte del problema. In questi casi la mediazione può offrire soluzioni più adatte: pagamenti rateizzati, accordi tecnici, obblighi di fare, regolamentazione di rapporti futuri, scuse, modifiche contrattuali, divisioni concordate, compensazioni, interventi pratici, impegni reciproci.

Il processo decide domande. La mediazione può risolvere problemi. Questa differenza, in molte cause civili, è decisiva.

Cosa si potrebbe fare concretamente

Per aumentare l’uso della mediazione demandata non serve mandare tutto in mediazione. Servono criteri chiari e prassi intelligenti. Gli uffici giudiziari potrebbero lavorare su protocolli operativi, modelli di ordinanza motivata, formazione pratica dei magistrati, incontri periodici con avvocatura e organismi, monitoraggio locale degli esiti, individuazione delle materie più adatte, coinvolgimento dell’Ufficio per il processo nella selezione dei fascicoli potenzialmente mediabili.

Sarebbe utile anche valorizzare meglio il momento in cui la causa viene mandata in mediazione. Troppo presto, le parti possono non avere ancora chiari rischi e punti deboli. Troppo tardi, possono essere ormai irrigidite e avere già sostenuto costi rilevanti. In molte controversie, il momento migliore può essere dopo il primo scambio di atti, dopo la definizione del thema decidendum, dopo una prima valutazione delle prove o prima di un’istruttoria lunga e costosa.

La mediazione demandata non deve essere casuale. Deve essere mirata.

Conclusione

I giudici mandano ancora poche cause in mediazione ai sensi dell’art. 5-quater per una combinazione di ragioni: cultura processuale ancora centrata sulla decisione, timore di allungare i tempi, difficoltà di selezionare le cause mediabili, necessità di motivare l’ordinanza, mancanza di prassi organizzate, resistenze degli avvocati e insufficiente ritorno dei dati sugli esiti.

Eppure i numeri mostrano che la mediazione, quando le parti partecipano davvero, può funzionare. Il dato del 2025 sulle mediazioni demandate va letto con attenzione: la percentuale complessiva può sembrare significativa, ma gran parte di quel dato deriva dal recupero della mediazione obbligatoria non esperita. La vera mediazione demandata, quella fondata su una valutazione del giudice circa la possibilità di una soluzione conciliativa, resta ancora uno spazio da sviluppare.

Se vogliamo una giustizia civile più efficiente, non basta ampliare le materie obbligatorie. Bisogna anche aiutare i giudici a usare meglio l’art. 5-quater, gli avvocati a preparare meglio le mediazioni demandate e gli organismi a offrire percorsi realmente professionali. La mediazione demandata non è un rinvio inutile. Può essere, quando usata bene, uno dei punti più intelligenti di collegamento tra processo e soluzione del conflitto.

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Mediatori più preparati per una mediazione più efficace: perché serve ampliare formazione e aggiornamento

Se vogliamo davvero puntare sulla mediazione, dobbiamo investire di più sulla qualità professionale dei mediatori, soprattutto in vista di un auspicabile ampliamento delle materie obbligatorie

La mediazione civile e commerciale è ormai entrata stabilmente nel sistema della giustizia italiana. Non è più una novità, non è più un esperimento e non può più essere considerata soltanto un passaggio preliminare alla causa. In molte controversie rappresenta già oggi uno strumento concreto per ridurre tempi, costi e incertezza del contenzioso. Ma proprio perché la mediazione ha assunto un ruolo sempre più importante, è arrivato il momento di ragionare con serietà su un punto decisivo: la formazione dei mediatori deve crescere insieme alla funzione che chiediamo loro di svolgere.

Se vogliamo una mediazione più efficace, più credibile e più utile per cittadini, imprese, avvocati e magistrati, non basta aumentare il numero delle procedure. Bisogna aumentare anche la qualità professionale di chi quelle procedure le gestisce. La mediazione non funziona per decreto. Funziona quando al tavolo ci sono parti preparate, avvocati consapevoli, organismi organizzati e mediatori capaci di guidare davvero il confronto.

La mediazione non è solo conoscenza delle norme

Un mediatore deve certamente conoscere la disciplina normativa: il d.lgs. 28/2010, le materie obbligatorie, il primo incontro, la partecipazione personale delle parti, il ruolo degli avvocati, la riservatezza, le conseguenze della mancata partecipazione, il verbale, l’accordo, il titolo esecutivo, le agevolazioni fiscali. Tutto questo è indispensabile. Ma non basta.

La mediazione non è un procedimento puramente giuridico. È un luogo in cui si incontrano interessi economici, emozioni, aspettative, paure, valutazioni del rischio, relazioni personali, rapporti familiari, commerciali o professionali spesso già molto deteriorati. Il mediatore non deve decidere chi ha ragione, ma deve aiutare le parti a comprendere meglio il conflitto e a verificare se esista uno spazio realistico per una soluzione.

Per fare questo servono competenze tecniche molto diverse da quelle richieste a un giudice o a un avvocato nel processo. Servono capacità di ascolto, gestione della comunicazione, analisi degli interessi, tecniche di negoziazione, gestione delle emozioni, capacità di porre domande, uso degli incontri separati, costruzione di opzioni, comprensione delle dinamiche decisionali e capacità di lavorare con gli avvocati senza sovrapporsi al loro ruolo.

Il percorso formativo iniziale dovrebbe essere più ampio

Il percorso iniziale per diventare mediatore ha avuto il merito di creare una base comune e di consentire la diffusione della mediazione in Italia. Ma oggi, dopo anni di esperienza, possiamo dirlo con chiarezza: servirebbe una formazione iniziale più ampia, più pratica e più selettiva.

La mediazione non si impara davvero solo ascoltando lezioni teoriche. Occorrono simulazioni, casi concreti, esercitazioni, analisi degli errori, osservazione di mediazioni, confronto tra stili diversi, studio delle tecniche di negoziazione e capacità di gestire situazioni difficili. Il mediatore deve imparare non solo cosa prevede la legge, ma cosa fare quando una parte non parla, quando un avvocato irrigidisce il confronto, quando il cliente è dominato dalla rabbia, quando le posizioni economiche sono lontanissime, quando manca fiducia, quando una proposta arriva troppo presto o troppo tardi.

Una formazione più ampia non dovrebbe servire ad appesantire burocraticamente l’accesso alla professione, ma a renderlo più serio. Chi si siede al tavolo della mediazione assume una responsabilità importante: può aiutare le parti a chiudere una lite, evitare anni di giudizio, preservare rapporti, far emergere soluzioni che il processo non potrebbe offrire. È giusto, quindi, che la preparazione sia adeguata a questa responsabilità.

Anche l’aggiornamento deve diventare più sostanziale

Il problema non riguarda solo la formazione iniziale. Riguarda anche l’aggiornamento. Troppo spesso l’aggiornamento professionale rischia di diventare un adempimento periodico, necessario per mantenere il titolo, ma non sempre sufficiente a migliorare davvero le competenze del mediatore.

Un aggiornamento utile dovrebbe essere costruito su ciò che accade davvero nelle stanze di mediazione. Non solo novità normative, ma anche giurisprudenza rilevante, casi pratici, tecniche di gestione degli stalli, ruolo degli avvocati, redazione dell’accordo, mediazioni complesse, controversie multiparte, conflitti familiari collegati a questioni patrimoniali, divisioni ereditarie, responsabilità medica, condominio, contratti bancari, locazioni, diritti reali, impresa.

Ogni materia ha le sue caratteristiche. Mediare una lite condominiale non è come mediare una divisione ereditaria. Una controversia bancaria non ha le stesse dinamiche di una lite tra soci. Una responsabilità sanitaria richiede sensibilità diverse rispetto a una locazione o a una successione. Il mediatore non deve diventare specialista di tutto, ma deve sapere riconoscere le dinamiche principali delle materie che incontra e adattare il metodo al tipo di conflitto.

L’allargamento delle materie obbligatorie richiede mediatori più forti

Da anni si discute della possibilità di ampliare ulteriormente le materie soggette a mediazione obbligatoria. È una prospettiva auspicabile, perché molte controversie civili potrebbero beneficiare di un confronto serio prima del giudizio. Ma un ampliamento delle materie obbligatorie deve essere accompagnato da un investimento sulla qualità.

Se aumentiamo le materie senza rafforzare la preparazione dei mediatori, rischiamo di trasformare la mediazione in un passaggio ancora più frequente ma non necessariamente più efficace. Se invece allarghiamo il perimetro della mediazione e, allo stesso tempo, miglioriamo formazione, aggiornamento, specializzazione e qualità degli organismi, possiamo fare un salto vero.

L’obiettivo non deve essere “più mediazioni” in senso numerico. L’obiettivo deve essere più mediazioni utili. Procedure in cui le parti arrivino preparate, gli avvocati partecipino con un ruolo attivo e il mediatore sia in grado di creare le condizioni per un confronto reale.

Il mediatore deve conoscere la negoziazione

Uno dei punti su cui bisognerebbe insistere di più è la negoziazione. La mediazione è, in larga parte, una negoziazione assistita da un terzo imparziale. Eppure, nel percorso formativo di molti mediatori, le tecniche negoziali non sempre ricevono lo spazio che meritano.

Un mediatore dovrebbe conoscere bene la differenza tra posizioni e interessi, il concetto di BATNA, il ruolo delle alternative, l’ancoraggio, la gestione delle concessioni, la costruzione di pacchetti negoziali, l’importanza delle opzioni, i meccanismi cognitivi che influenzano le decisioni, la tendenza alla svalutazione reattiva, l’avversione alla perdita, l’eccesso di fiducia, l’effetto escalation.

Questi non sono concetti astratti. Sono strumenti pratici. Servono quando una parte rifiuta una proposta ragionevole solo perché viene dalla controparte. Servono quando il cliente sopravvaluta le proprie possibilità in giudizio. Servono quando le parti discutono su una cifra, ma il vero problema è il tempo di pagamento. Servono quando un accordo potrebbe nascere non da una rinuncia secca, ma da una combinazione di denaro, tempi, garanzie, scuse, impegni futuri o modalità operative.

Più formazione significa anche più credibilità verso gli avvocati

La qualità del mediatore incide anche sul rapporto con gli avvocati. Un avvocato preparato percepisce subito se il mediatore sta gestendo il procedimento con competenza oppure se si limita a fare da passacarte tra le parti. E quando gli avvocati non hanno fiducia nel mediatore, la mediazione perde forza.

Un mediatore formato, aggiornato e capace non deve sostituirsi agli avvocati. Deve valorizzarne il ruolo. Deve creare un contesto in cui le difese possano essere ascoltate, ma senza trasformare l’incontro in una replica anticipata del processo. Deve saper parlare con i legali, comprendere il peso delle questioni giuridiche, ma anche aiutare tutti a guardare oltre le sole domande giudiziali.

La professionalità del mediatore è uno dei fattori che può convincere gli avvocati più scettici a usare la mediazione non come un adempimento, ma come uno strumento strategico. E questo è decisivo: senza il coinvolgimento serio dell’avvocatura, la mediazione non può esprimere tutto il suo potenziale.

Servirebbe una formazione più esperienziale

Una formazione più utile dovrebbe prevedere molto più lavoro su casi, simulazioni e osservazione. Non basta spiegare cosa sia una sessione congiunta o un incontro separato; bisogna farli provare. Non basta dire che il mediatore deve fare domande aperte; bisogna allenare la capacità di formularle nel momento giusto. Non basta parlare di riservatezza; bisogna capire come gestire informazioni delicate ricevute in caucus. Non basta spiegare che il mediatore deve essere imparziale; bisogna lavorare sulle situazioni in cui una parte percepisce comunque uno squilibrio.

Sarebbe utile anche differenziare meglio i percorsi: formazione di base, aggiornamento avanzato, moduli specialistici per materie complesse, supervisione, confronto tra mediatori esperti, analisi di casi reali anonimizzati. La qualità cresce quando il mediatore non resta solo con la propria esperienza, ma può confrontarsi con altri professionisti e riflettere criticamente sul proprio modo di lavorare.

La mediazione ha bisogno di standard più alti

Chiedere più formazione non significa svalutare il lavoro svolto finora. Al contrario, significa riconoscere che la mediazione è diventata abbastanza importante da meritare standard più alti. Quando uno strumento cresce, cresce anche la responsabilità di chi lo utilizza.

Se vogliamo che la mediazione sia presa sul serio dai cittadini, dalle imprese, dagli avvocati e dai giudici, dobbiamo evitare che venga percepita come un adempimento formale. La qualità del mediatore è una parte essenziale di questa percezione. Un buon mediatore può cambiare l’atteggiamento delle parti verso il conflitto. Un mediatore impreparato può confermare il pregiudizio secondo cui la mediazione non serve.

La differenza, spesso, sta proprio lì.

Conclusione

L’auspicabile ampliamento delle materie obbligatorie dovrebbe andare di pari passo con un rafforzamento della formazione e dell’aggiornamento dei mediatori. Non per creare barriere inutili, ma per garantire maggiore professionalità, maggiore credibilità e maggiore efficacia.

La mediazione può essere uno strumento straordinario, ma richiede competenza. Richiede metodo. Richiede studio. Richiede pratica. Richiede mediatori capaci di gestire non solo il procedimento, ma anche le persone, gli interessi, le emozioni e le decisioni che stanno dentro ogni controversia.

Se vogliamo più mediazione, dobbiamo volere anche mediatori più preparati. Perché la mediazione non cresce davvero solo aumentando le materie obbligatorie. Cresce quando chi la conduce è all’altezza della fiducia che il sistema gli affida.

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Mediazione: il grande vantaggio di avere subito un titolo esecutivo

Quando si parla di mediazione civile e commerciale, spesso l’attenzione si concentra sulla possibilità di evitare una causa, ridurre i tempi, contenere i costi e trovare una soluzione più soddisfacente rispetto alla sentenza. Tutto vero. Ma c’è un aspetto ancora più importante, che molte parti non considerano fino in fondo: l’accordo raggiunto in mediazione può diventare immediatamente un titolo esecutivo.

Questo significa che l’accordo non è soltanto un impegno morale, una promessa o una semplice scrittura privata tra le parti. Se redatto correttamente e sottoscritto secondo le modalità previste dalla legge, il verbale di mediazione consente alla parte adempiente di agire direttamente in esecuzione forzata nel caso in cui l’altra parte non rispetti gli obblighi assunti. In altre parole, se una parte si obbliga a pagare una somma, rilasciare un immobile, consegnare un bene, fare o non fare qualcosa, e poi non adempie, l’altra parte non deve necessariamente iniziare una nuova causa per ottenere una sentenza: può utilizzare l’accordo come base per procedere esecutivamente.

Il riferimento centrale è l’art. 12 del D.Lgs. 4 marzo 2010, n. 28. La norma prevede che, quando tutte le parti aderenti alla mediazione sono assistite dagli avvocati, l’accordo sottoscritto dalle parti e dagli stessi avvocati costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, per l’esecuzione per consegna e rilascio, per l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l’iscrizione di ipoteca giudiziale. Gli avvocati, inoltre, attestano e certificano la conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico. Negli altri casi, l’accordo può acquistare efficacia esecutiva attraverso l’omologazione del Presidente del Tribunale.

È una previsione molto forte, perché avvicina l’accordo di mediazione, sotto il profilo dell’efficacia pratica, a una sentenza o ad altri titoli esecutivi. La differenza, però, è enorme: la sentenza arriva dopo un processo, spesso lungo, costoso e incerto; l’accordo di mediazione nasce invece da una soluzione costruita dalle parti, con l’assistenza dei rispettivi avvocati e con l’aiuto del mediatore.

Il titolo esecutivo: perché cambia tutto

Per comprendere il vantaggio, bisogna partire da una domanda semplice: che cosa succede se una parte non rispetta l’accordo?

In una normale scrittura privata, se il debitore non paga o se una parte non esegue quanto promesso, l’altra deve spesso iniziare un giudizio per ottenere un titolo. Dovrà quindi notificare un atto, affrontare un processo, attendere una decisione, sopportare tempi e costi ulteriori. Solo alla fine, ottenuta una sentenza o un decreto ingiuntivo, potrà eventualmente procedere con pignoramento, rilascio, esecuzione di obblighi di fare o altre forme di esecuzione.

Con l’accordo di mediazione, invece, questo passaggio può essere evitato. Se l’accordo è titolo esecutivo, la parte creditrice può agire direttamente sulla base del verbale. Questo rende la mediazione particolarmente efficace non solo come strumento di composizione della lite, ma anche come strumento di tutela concreta del risultato raggiunto.

Il punto è essenziale: non basta trovare un accordo; bisogna trovare un accordo che possa essere fatto rispettare. La forza della mediazione sta proprio qui. Le parti costruiscono una soluzione negoziale, ma quella soluzione può avere una tenuta giuridica molto forte.

Un accordo più rapido di una sentenza e spesso più utile

Il processo ha una caratteristica inevitabile: alla fine decide un terzo. Il giudice accoglie o rigetta domande, condanna, accerta, dichiara. La sentenza può essere favorevole o sfavorevole, ma difficilmente riesce a costruire soluzioni flessibili, personalizzate e adattate agli interessi concreti delle parti.

In mediazione, invece, l’accordo può contenere molto di più di una semplice condanna al pagamento. Le parti possono prevedere pagamenti rateali, garanzie, termini differenziati, obblighi reciproci, consegne, rilasci, trasferimenti, rinunce, regolamentazione di rapporti futuri, impegni di riservatezza, modifiche contrattuali, soluzioni commerciali, modalità operative e clausole di salvaguardia.

Questo è un vantaggio enorme. Una sentenza guarda principalmente al passato: accerta chi ha ragione e chi ha torto rispetto a una lite già sorta. L’accordo di mediazione, invece, può guardare anche al futuro: può chiudere il conflitto e, nello stesso tempo, disciplinare ciò che dovrà accadere dopo.

Se poi quell’accordo è anche titolo esecutivo, la sua utilità aumenta ulteriormente. Le parti non hanno soltanto una soluzione più rapida e più flessibile; hanno anche uno strumento immediatamente utilizzabile in caso di inadempimento.

L’accordo non è appellabile come una sentenza

Un altro vantaggio molto importante, che spesso viene sottovalutato, è che l’accordo di mediazione non è appellabile.

Questo non significa che sia totalmente intangibile in ogni caso. L’accordo resta pur sempre un atto negoziale e, come tale, in ipotesi particolari potrebbe essere contestato per vizi propri, ad esempio nullità, annullabilità, dolo, errore, violenza, incapacità, violazione di norme imperative o altre patologie del consenso o del contenuto. Ma non esiste un “appello” dell’accordo di mediazione paragonabile all’appello contro una sentenza.

Questa differenza è decisiva. Quando si ottiene una sentenza di primo grado, la lite spesso non è davvero finita. La parte soccombente può proporre appello; dopo l’appello può esservi un ricorso per cassazione; in alcuni casi possono passare molti anni prima che la decisione diventi definitiva. Anche una sentenza favorevole, quindi, può aprire una nuova fase di incertezza.

L’accordo di mediazione, invece, se validamente concluso, chiude la controversia senza secondo grado di giudizio. Non c’è una parte che “perde” e impugna la decisione di un giudice; ci sono due o più parti che accettano una soluzione e si vincolano reciprocamente. Proprio per questo, l’accordo ha una stabilità pratica molto forte: non è il primo capitolo di un nuovo contenzioso, ma dovrebbe essere la conclusione della lite.

Questo è uno dei motivi per cui la mediazione può essere più conveniente anche quando una parte ritiene di avere buone possibilità di vincere in giudizio. Vincere una causa, infatti, non significa necessariamente incassare subito, ottenere subito il rilascio di un immobile o vedere immediatamente eseguita la decisione. Significa spesso entrare in una fase ulteriore, fatta di impugnazioni, tempi di attesa e, talvolta, successiva esecuzione forzata. Con un accordo di mediazione ben costruito, invece, le parti possono chiudere la controversia in modo stabile e, se necessario, eseguibile.

Il vantaggio economico: meno tempo, meno rischio, più controllo

Il titolo esecutivo in mediazione offre anche un vantaggio economico evidente. Ogni causa ha un costo, non soltanto in termini di compensi professionali e contributo unificato, ma anche in termini di tempo, energie, incertezza, distrazione dalla propria attività, tensione personale e rischio di soccombenza.

La mediazione consente alle parti di mantenere il controllo sulla soluzione. In giudizio, una volta avviato il processo, il risultato dipende dalla decisione del giudice, dalle prove, dalle eccezioni, dalle interpretazioni giuridiche, dai tempi dell’ufficio e dalle possibili impugnazioni. In mediazione, invece, le parti possono valutare direttamente costi e benefici dell’accordo, misurare il rischio del processo e decidere se una soluzione immediata sia preferibile rispetto a una vittoria futura ma incerta.

Il fatto che l’accordo possa diventare titolo esecutivo rende questa valutazione ancora più concreta. Non si tratta di scegliere tra “accordarsi” e “avere tutela”. Si tratta di scegliere una tutela diversa: più rapida, più flessibile e spesso più efficace.

A ciò si aggiungono anche le agevolazioni fiscali previste per la mediazione. Gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento sono esenti dall’imposta di bollo e da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura; inoltre il verbale contenente l’accordo è esente dall’imposta di registro entro il limite di valore di 100.000 euro, mentre l’imposta è dovuta per la parte eccedente.

Pagamenti rateali: perché il titolo esecutivo è fondamentale

Uno dei casi più frequenti in mediazione è l’accordo che prevede un pagamento rateale. Succede spesso nelle controversie condominiali, locatizie, ereditarie, commerciali, bancarie, professionali o tra soci. Il debitore non riesce a pagare tutto subito, ma può impegnarsi a versare una somma in più rate; il creditore, dal canto suo, può accettare una dilazione pur di evitare tempi e rischi del giudizio.

In questi casi, il titolo esecutivo è essenziale. Se il debitore paga regolarmente, l’accordo funziona e la lite è chiusa. Se invece smette di pagare, il creditore non deve ricominciare da capo: può utilizzare il verbale come titolo per agire esecutivamente.

Questo rende molto più sicura anche la concessione di una dilazione. Il creditore può accettare un pagamento nel tempo sapendo di avere già in mano uno strumento forte in caso di inadempimento. Il debitore, allo stesso tempo, sa che l’accordo non è una semplice dichiarazione di intenti, ma un impegno serio, giuridicamente efficace.

Naturalmente, perché questo funzioni davvero, l’accordo deve essere scritto bene. Devono essere indicati con precisione importi, scadenze, modalità di pagamento, eventuale decadenza dal beneficio del termine, interessi, conseguenze dell’inadempimento, spese, eventuali garanzie e obblighi accessori. Un accordo generico rischia di creare problemi proprio nella fase esecutiva. Un accordo chiaro, invece, riduce le contestazioni e rende più semplice l’eventuale azione forzata.

Rilascio di immobili e obblighi diversi dal pagamento

Il titolo esecutivo non serve soltanto per recuperare somme di denaro. L’art. 12 del D.Lgs. 28/2010 richiama anche l’esecuzione per consegna e rilascio e l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare. Questo aspetto è molto importante.

Pensiamo a una controversia locatizia in cui il conduttore si impegni a rilasciare l’immobile entro una certa data. Oppure a una lite tra comproprietari, in cui una parte si impegni a consegnare documenti, chiavi o beni. O ancora a una controversia condominiale, societaria o commerciale in cui vengano assunti obblighi specifici di comportamento.

Anche in questi casi, la mediazione può consentire di costruire una soluzione molto più precisa rispetto a una sentenza. Le parti possono stabilire tempi, modalità, condizioni, obblighi reciproci e conseguenze dell’inadempimento. Se poi l’accordo è titolo esecutivo, quegli obblighi possono essere fatti valere con maggiore efficacia.

È uno dei motivi per cui la mediazione è particolarmente utile nelle controversie in cui il vero interesse della parte non è soltanto “vincere”, ma ottenere un risultato pratico: liberare un immobile, regolare l’uso di un bene comune, definire rapporti tra eredi, disciplinare pagamenti, sciogliere una comunione, chiudere un rapporto contrattuale, evitare nuovi conflitti.

L’ipoteca giudiziale: un ulteriore strumento di garanzia

L’accordo di mediazione, quando costituisce titolo esecutivo, è valido anche per l’iscrizione di ipoteca giudiziale. Anche questo è un profilo di grande rilievo pratico.

In presenza di un credito riconosciuto nell’accordo, la possibilità di iscrivere ipoteca può rafforzare notevolmente la posizione del creditore. Non sempre le parti vogliono arrivare subito all’esecuzione forzata; talvolta l’obiettivo è garantire il pagamento nel tempo. L’ipoteca consente di presidiare il credito e può favorire il rispetto dell’accordo, soprattutto quando sono previsti pagamenti differiti o rateali.

Anche qui, però, è fondamentale la qualità della redazione dell’accordo. Il credito deve essere determinato o determinabile, gli obblighi devono essere chiari e il contenuto deve essere strutturato in modo da poter essere utilizzato senza incertezze.

L’importanza dell’assistenza degli avvocati

La mediazione non è una trattativa informale. Quando si vuole ottenere un accordo realmente efficace, l’assistenza degli avvocati è determinante.

Gli avvocati non servono soltanto a “firmare” il verbale. Servono a verificare che l’accordo sia valido, completo, equilibrato e concretamente eseguibile. Devono controllare che non vi siano clausole ambigue, obblighi impossibili, termini incerti, rinunce formulate male, problemi fiscali, effetti non voluti o difficoltà future di esecuzione.

Inoltre, proprio ai fini dell’efficacia esecutiva immediata, la legge attribuisce agli avvocati un ruolo centrale: essi attestano e certificano la conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico. Questo rende evidente che la mediazione non è un percorso alternativo al diritto, ma un modo diverso di usare il diritto per arrivare a una soluzione più efficiente.

Un accordo di mediazione ben scritto deve essere comprensibile per le parti, ma anche tecnicamente solido. Deve poter essere eseguito, registrato se necessario, trascritto quando occorre, coordinato con eventuali profili fiscali, societari, successori, immobiliari o condominiali.

Attenzione agli accordi che devono essere trascritti

In alcune materie, soprattutto quando l’accordo riguarda diritti reali immobiliari, divisioni, usucapione, trasferimenti o altri atti soggetti a trascrizione, possono essere necessari ulteriori adempimenti. In particolare, quando l’accordo deve essere trascritto nei registri immobiliari, occorre rispettare le forme richieste dalla legge e, normalmente, è necessaria l’autenticazione delle sottoscrizioni da parte di un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.

Questo non riduce il valore della mediazione; al contrario, dimostra che la mediazione può essere utilizzata anche per operazioni molto rilevanti, purché sia gestita correttamente. In questi casi è importante coordinare il lavoro dell’avvocato con quello del notaio, in modo che l’accordo non solo chiuda la lite, ma produca tutti gli effetti giuridici desiderati.

La mediazione come scelta strategica, non come ripiego

Spesso le parti arrivano in mediazione pensando che sia solo un passaggio obbligatorio prima della causa. È un errore. La mediazione può essere molto di più: può essere il luogo in cui ottenere un risultato che il processo, da solo, non sempre riesce a dare.

La possibilità di avere un titolo esecutivo cambia completamente la prospettiva. La mediazione non è una rinuncia alla tutela, ma una forma di tutela anticipata e concordata. Non è un compromesso debole, ma può diventare un accordo forte, immediatamente azionabile e non soggetto ai tempi delle impugnazioni proprie del processo.

Per molte controversie, questo è il vero vantaggio. Invece di attendere anni per una sentenza di primo grado, poi eventualmente altri anni per l’appello e poi ancora la fase esecutiva, le parti possono costruire un accordo in tempi molto più brevi, dargli efficacia esecutiva e chiudere definitivamente il conflitto.

Naturalmente, non tutte le controversie si prestano allo stesso modo a una soluzione conciliativa. Ci sono casi in cui il giudizio è inevitabile. Ma in moltissime situazioni la domanda corretta non dovrebbe essere: “Chi vincerà la causa?”. La domanda più utile dovrebbe essere: “Qual è il risultato concreto che mi serve, in quanto tempo posso ottenerlo e con quali rischi?”.

Da questo punto di vista, un accordo di mediazione che costituisce titolo esecutivo può essere molto più conveniente di una sentenza futura, incerta e appellabile.

Conclusione

Il grande valore della mediazione non sta soltanto nella possibilità di trovare un accordo, ma nella possibilità di trovare un accordo giuridicamente forte. Quando il verbale di mediazione costituisce titolo esecutivo, le parti non si limitano a chiudere la lite: costruiscono uno strumento che può essere utilizzato direttamente in caso di inadempimento.

Questo offre vantaggi evidenti: tempi più brevi, minori costi, maggiore controllo sul risultato, soluzioni più flessibili, stabilità dell’accordo, assenza di un appello come accade per le sentenze e possibilità di procedere esecutivamente se gli obblighi non vengono rispettati.

Per questo la mediazione dovrebbe essere valutata non come un passaggio formale o come un’alternativa debole al processo, ma come uno strumento moderno, efficace e spesso più adatto a realizzare l’interesse concreto delle parti.

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Mediazione: perché conviene davvero, anche quando si è convinti di avere ragione

Quando nasce una controversia, la prima reazione è quasi sempre la stessa: “Ci vediamo in Tribunale”.

È una frase comprensibile. A volte anche liberatoria. Ma non sempre è la scelta più utile, più rapida o più intelligente. Perché tra l’idea di “fare causa” e il risultato concreto che si ottiene dopo anni di processo c’è spesso una distanza enorme: tempi lunghi, costi crescenti, rapporti definitivamente compromessi e, soprattutto, un esito mai davvero prevedibile.

La mediazione nasce proprio qui: non come alternativa debole alla giustizia, ma come uno strumento moderno, concreto e spesso molto più efficace per risolvere un conflitto.

La mediazione non è “cedere”

Uno degli equivoci più diffusi è pensare che andare in mediazione significhi rinunciare ai propri diritti, “fare un passo indietro” o mostrarsi deboli davanti alla controparte.

È esattamente il contrario.

La mediazione è un luogo in cui le parti possono provare a ottenere un risultato utile senza consegnare completamente la decisione a un terzo. In Tribunale decide il giudice, secondo le regole del processo e sulla base delle prove disponibili. In mediazione, invece, le parti mantengono il controllo della soluzione.

Questo non vuol dire che tutto sia possibile o che il diritto non conti. Vuol dire, più semplicemente, che accanto alle ragioni giuridiche possono trovare spazio anche gli interessi concreti: tempi, costi, rapporti personali o commerciali, esigenze fiscali, soluzioni tecniche, modalità di pagamento, impegni futuri.

Spesso il punto non è soltanto “chi ha ragione”, ma quale soluzione consente davvero di chiudere il problema.

Il tempo è un valore

Chiunque abbia affrontato una causa civile sa bene che il tempo non è un dettaglio.

Anche quando si ha ragione, una sentenza può arrivare dopo anni. E nel frattempo il problema rimane aperto: il credito non viene incassato, il rapporto familiare o condominiale si deteriora, l’immobile resta bloccato, l’impresa non programma serenamente, il cliente continua a sostenere costi e preoccupazioni.

La mediazione, invece, ha una logica diversa: concentra il confronto in tempi brevi e obbliga tutti a misurarsi subito con la realtà del problema. Non sempre si raggiunge un accordo, naturalmente. Ma quando accade, il vantaggio è enorme: si chiude una lite in settimane o mesi, non in anni.

E questo, nella vita delle persone e delle imprese, fa spesso tutta la differenza.

I costi non sono solo quelli dell’avvocato

Quando si parla di costi della lite si pensa subito alle spese legali, al contributo unificato, alle consulenze tecniche. Ma il costo vero di un conflitto è spesso più ampio.

C’è il costo del tempo perso. C’è il costo dell’incertezza. C’è il costo dei rapporti deteriorati. C’è il costo emotivo, che nelle controversie familiari, ereditarie, condominiali o societarie può essere altissimo. C’è il costo reputazionale, quando il conflitto riguarda imprese, professionisti o rapporti commerciali.

La mediazione consente di affrontare questi costi prima che diventino irreversibili.

Non è una bacchetta magica, ma è un’occasione concreta per chiedersi: quanto mi costa davvero continuare questa lite? E quanto potrei guadagnare, non solo economicamente, se riuscissi a chiuderla bene?

Una buona mediazione può creare soluzioni che il giudice non può dare

Questo è forse il punto più importante.

Il giudice può accogliere o rigettare una domanda. Può condannare al pagamento di una somma. Può accertare un diritto. Può disporre una consulenza tecnica. Ma non sempre può costruire una soluzione su misura.

In mediazione, invece, le parti possono fare molto di più.

Possono concordare tempi di pagamento sostenibili. Possono prevedere lavori da eseguire, verifiche tecniche, impegni reciproci, clausole di garanzia, modalità operative, scuse formali, impegni di riservatezza, modifiche contrattuali, prosecuzione di rapporti commerciali, soluzioni creative che nessuna sentenza potrebbe contenere.

In altre parole, la mediazione non si limita a decidere chi vince e chi perde. Può trasformare un conflitto in un accordo utile.

E, molto spesso, un accordo utile vale più di una vittoria formale ottenuta troppo tardi.

La mediazione funziona soprattutto quando le parti sono ben assistite

Un’altra idea sbagliata è che la mediazione sia una chiacchierata informale, quasi un tentativo “bonario” di mettersi d’accordo.

Non è così.

Una buona mediazione richiede preparazione, strategia e consapevolezza. Bisogna conoscere i punti di forza e di debolezza della propria posizione, valutare i rischi del giudizio, capire quali sono gli interessi reali della controparte, costruire proposte sostenibili e saper scegliere il momento giusto per formularle.

Il ruolo dell’avvocato, in questo contesto, non è marginale. È decisivo.

L’avvocato non serve solo per “fare causa”. Serve anche, e forse soprattutto, per evitare al cliente una causa inutile, troppo lunga o troppo rischiosa. In mediazione l’avvocato può aiutare il cliente a distinguere tra ciò che è giuridicamente fondato, ciò che è negoziabile e ciò che è davvero conveniente.

Non tutte le mediazioni riescono. Ma molte meritano di essere tentate seriamente

Sarebbe sbagliato presentare la mediazione come una soluzione sempre efficace. Ci sono casi in cui l’accordo non è possibile. Ci sono controparti che non vogliono trattare. Ci sono situazioni in cui è necessario ottenere una decisione del giudice.

Ma questo non toglie valore allo strumento.

Il punto è un altro: la mediazione funziona quando viene affrontata seriamente, non come un passaggio burocratico da liquidare in pochi minuti. Funziona quando le parti partecipano davvero. Funziona quando gli avvocati non si limitano a ribadire le rispettive posizioni, ma provano a esplorare margini di soluzione. Funziona quando il mediatore aiuta tutti a guardare il conflitto non solo dal punto di vista del passato, ma anche da quello del futuro.

Perché la domanda decisiva, in mediazione, non è soltanto: “Chi ha ragione?”.

È anche: “Come ne usciamo?”.

Una giustizia più vicina alle persone

La mediazione non sostituisce il processo e non riduce il valore della giurisdizione. Al contrario, può rafforzarla.

Un sistema giustizia maturo non è quello in cui ogni conflitto finisce necessariamente davanti a un giudice. È quello in cui ogni conflitto trova il percorso più adatto: il processo quando serve una decisione; la mediazione quando esiste uno spazio per una soluzione condivisa, più rapida, più flessibile e spesso più soddisfacente.

Per questo la mediazione non dovrebbe essere vista come un ostacolo prima della causa, ma come un’opportunità prima che la causa diventi inevitabile.

In molti casi, sedersi a un tavolo non significa arretrare.

Significa scegliere di governare il conflitto, invece di esserne travolti.

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