Ad agosto i termini si fermano davvero? Attenzione alle scadenze che continuano a decorrere

Arriva agosto e si sente spesso dire che “i tribunali sono chiusi” o che “tutte le scadenze riprendono a settembre”. Nessuna delle due affermazioni è corretta.

La legge prevede una sospensione dei termini processuali dal 1° al 31 agosto, ma non blocca indistintamente ogni termine previsto dalla legge, da un contratto o da una comunicazione ricevuta. Alcuni procedimenti continuano anche durante il periodo feriale; molte scadenze sostanziali, contrattuali, amministrative e fiscali non si fermano affatto; altre sono soggette a discipline speciali.

La prima regola, quindi, è non affidarsi alla generica convinzione che “ad agosto non scade nulla”. Occorre individuare la natura del termine e verificare quale norma lo disciplina.

Quanto dura la sospensione feriale?

La legge n. 742 del 1969 stabilisce che il decorso dei termini processuali relativi alle giurisdizioni ordinarie e amministrative è sospeso di diritto dal 1° al 31 agosto di ogni anno. Il conteggio riprende dal 1° settembre. Se il termine dovrebbe iniziare a decorrere durante il mese di agosto, il suo inizio viene rinviato alla fine del periodo di sospensione. (Normattiva)

È utile ricordare che la sospensione non dura più fino al 15 settembre. Quello era il periodo previsto in passato. Dal 2015 la sospensione feriale è limitata ai trentuno giorni compresi tra il 1° e il 31 agosto. (Normattiva)

Non si tratta propriamente di una proroga della scadenza. I giorni di agosto vengono neutralizzati nel calcolo del termine: quelli già trascorsi prima del 1° agosto restano validi, mentre quelli ancora mancanti vengono conteggiati dal 1° settembre.

Come si calcola concretamente il termine?

Immaginiamo che un atto venga notificato il 10 luglio e che da quella notificazione decorra un termine processuale di trenta giorni. Escludendo il giorno iniziale, dal giorno 11 al 31 luglio trascorrono ventuno giorni. Dal 1° al 31 agosto il conteggio si arresta. I nove giorni ancora mancanti decorrono dal 1° settembre e il termine scade il 9 settembre.

Se, invece, l’atto viene notificato il 10 agosto e il termine è soggetto alla sospensione feriale, il conteggio non comincia il giorno successivo alla notificazione, ma dal 1° settembre.

Rimane poi necessario verificare se il giorno finale cada di sabato o in un giorno festivo e se, per quella specifica attività, operi la proroga al primo giorno successivo non festivo. La sospensione feriale e la proroga della scadenza festiva sono infatti due regole diverse, che possono concorrere nel calcolo.

Quali termini si sospendono?

La sospensione riguarda principalmente i termini per compiere attività all’interno di un processo o per introdurre un giudizio. Rientrano normalmente nella disciplina, quando non opera una specifica eccezione, i termini per proporre un’impugnazione, costituirsi in giudizio, depositare memorie, documenti o altri atti processuali.

La regola si applica anche al processo tributario. Il termine per impugnare un avviso di accertamento, una cartella o un altro atto tributario si sospende nel mese di agosto, così come i termini per il deposito degli atti nelle controversie tributarie. L’Agenzia delle Entrate ha confermato anche per il 2026 la sospensione nel mese di agosto dei termini di impugnazione delle cartelle e degli altri atti tributari. (FiscoOggi)

Questo non significa, però, che qualsiasi scadenza collegata a una controversia diventi automaticamente processuale. Per applicare la sospensione bisogna verificare la funzione del termine, la norma che lo prevede e l’eventuale esistenza di discipline speciali.

I tribunali chiudono ad agosto?

No. Gli uffici giudiziari continuano a funzionare e i magistrati trattano gli affari che la legge considera urgenti o che non sono soggetti alla sospensione.

L’art. 92 dell’ordinamento giudiziario comprende, tra l’altro, le cause relative agli alimenti e al lavoro, i procedimenti cautelari, quelli in materia di amministrazione di sostegno, interdizione e inabilitazione, gli ordini di protezione contro gli abusi familiari, gli sfratti, le opposizioni all’esecuzione e altri procedimenti per i quali il ritardo potrebbe provocare un grave pregiudizio alle parti. In quest’ultima ipotesi, però, l’urgenza deve essere riconosciuta dal giudice: non basta che una parte dichiari nella propria comunicazione che la questione è urgente. (FiscoOggi)

La sospensione feriale non deve quindi essere confusa con una chiusura completa della giustizia. Le attività ordinarie rallentano, ma quelle urgenti possono proseguire e alcune controversie rimangono sottratte alla sospensione per l’intero loro corso.

Procedimenti cautelari, sfratti ed esecuzioni non sempre si fermano

Chi ha necessità di ottenere un provvedimento cautelare urgente non deve necessariamente attendere settembre. La tutela cautelare serve proprio a evitare che il tempo necessario per arrivare alla decisione definitiva produca un danno grave o renda inutile il futuro giudizio.

Anche i procedimenti di sfratto e le opposizioni all’esecuzione rientrano tra le materie per le quali la sospensione feriale non opera. Ciò può incidere non soltanto sulle udienze, ma anche sui termini per proporre le relative impugnazioni. La natura della controversia deve però essere individuata correttamente: non basta che una causa presenti un collegamento generico con un’esecuzione o una locazione per concludere automaticamente che ogni termine continui a decorrere.

Quando la scadenza riguarda una materia compresa tra le eccezioni, il calcolo deve essere effettuato immediatamente, senza aggiungere i trentuno giorni di agosto.

Le cause sul mantenimento si sospendono?

Su questo punto è facile commettere un errore. Le cause relative al mantenimento del coniuge o dei figli non sono automaticamente equiparabili alle cause propriamente alimentari.

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno chiarito nel 2024 che ai procedimenti di revisione delle condizioni di separazione e divorzio, nei quali si discuta del contributo di mantenimento o dell’assegno divorzile, si applica normalmente la sospensione feriale. La sospensione viene meno soltanto quando sia stato adottato uno specifico provvedimento che riconosca l’urgenza, perché la ritardata trattazione potrebbe provocare un grave pregiudizio alle parti. (Corte di Cassazione)

Non è quindi corretto affermare che qualunque causa familiare riguardante somme necessarie alla vita quotidiana prosegua automaticamente durante agosto. Bisogna distinguere tra obbligazioni alimentari in senso tecnico, contributi di mantenimento e concreta dichiarazione di urgenza.

E il termine per impugnare una delibera condominiale?

Il termine di trenta giorni previsto dall’art. 1137 del codice civile per impugnare una delibera condominiale annullabile è soggetto alla sospensione feriale.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 49 del 1990, ha dichiarato illegittima la legge sulla sospensione feriale nella parte in cui non estendeva la disciplina anche a questo termine. Il motivo è evidente: l’impugnazione della delibera deve necessariamente essere proposta attraverso un’azione giudiziaria e il diritto di difesa del condomino non può essere compromesso dal decorso del termine durante il periodo feriale. (Normattiva)

Se, per esempio, il verbale viene comunicato a un condomino assente alla fine di luglio, i giorni trascorsi prima del 1° agosto si contano; il termine si arresta durante agosto e riprende dal 1° settembre.

Occorre comunque prestare attenzione al momento iniziale. Per il condomino assente il termine decorre dalla comunicazione della deliberazione; per quello dissenziente o astenuto, dalla data dell’assemblea. Inoltre, la sospensione del termine per impugnare non sospende l’efficacia della delibera, che continua a produrre effetti salvo che il giudice ne disponga la sospensione.

Le scadenze fiscali sono tutte sospese?

No. La sospensione feriale riguarda il contenzioso tributario, non indistintamente tutti i rapporti con l’amministrazione finanziaria.

Il termine per impugnare un atto tributario si sospende nel mese di agosto. I termini per effettuare versamenti, presentare dichiarazioni, rispondere a richieste o compiere altri adempimenti amministrativi, invece, seguono le specifiche disposizioni fiscali e non possono essere rinviati applicando automaticamente la legge n. 742 del 1969. (FiscoOggi)

Esistono poi sospensioni diverse da quella feriale processuale. Per esempio, il termine per pagare o fornire chiarimenti in seguito a una comunicazione di irregolarità è sospeso dal 1° agosto al 4 settembre. Si tratta però di una previsione specifica, che non può essere estesa a qualsiasi pagamento o comunicazione dell’Agenzia delle Entrate. Nel 2026 l’Agenzia ha inoltre comunicato la sospensione ordinaria delle notifiche nel mese di agosto, salvo gli atti urgenti e indifferibili. (Agenzia delle Entrate)

La distinzione è quindi fondamentale: una cosa è il termine processuale per presentare ricorso contro un atto tributario; altra cosa è la data entro la quale deve essere pagata un’imposta o adempiuta una richiesta dell’ufficio.

Pagamenti, contratti e diffide continuano a produrre effetti

La sospensione feriale non si applica automaticamente ai termini stabiliti in un contratto. Se un preliminare prevede che il contratto definitivo debba essere stipulato entro una determinata data di agosto, la scadenza non viene rinviata al 1° settembre soltanto perché cade nel periodo feriale.

Lo stesso vale, in linea generale, per il termine entro il quale deve essere pagata una somma, consegnato un immobile, esercitato un recesso o inviata una disdetta. La disciplina concreta può dipendere dal contratto, dal tipo di rapporto e dalla natura essenziale o meno del termine, ma la legge sulla sospensione feriale dei termini processuali non può essere utilizzata come una proroga generalizzata.

Anche il termine assegnato in una diffida non si sospende automaticamente ad agosto. Se una parte intima all’altra di adempiere entro quindici giorni, il periodo indicato continua normalmente a decorrere, salvo che la comunicazione, il contratto o la legge prevedano diversamente.

Prescrizione e decadenza si fermano?

Neppure i termini sostanziali di prescrizione e decadenza sono, in via generale, sospesi dalla legge n. 742 del 1969. La sospensione riguarda i termini processuali, non ogni periodo entro il quale deve essere esercitato un diritto.

La distinzione non è sempre semplice. Alcuni termini, pur essendo previsti da norme sostanziali, richiedono necessariamente l’esercizio di un’azione giudiziaria e sono stati ricondotti alla sospensione feriale, come è avvenuto per l’impugnazione delle delibere condominiali. In altri casi, invece, il diritto può essere esercitato anche mediante un atto stragiudiziale e il termine continua a decorrere.

Quando si avvicina una decadenza o una prescrizione non bisogna quindi aggiungere automaticamente trentuno giorni. È necessario verificare la disciplina dello specifico diritto e individuare l’atto idoneo a conservarlo.

Anche l’attività stragiudiziale continua

Mediazioni, negoziazioni, trattative, assemblee condominiali, richieste di documenti, pagamenti e adempimenti contrattuali non vengono sospesi in blocco dalla legge sulla sospensione feriale.

Il fatto che gli avvocati o gli uffici lavorino con ritmi ridotti non produce, da solo, alcun effetto giuridico sulle scadenze. Un incontro può essere rinviato per accordo delle parti o per esigenze organizzative, ma questo è diverso dalla sospensione automatica prevista dalla legge per determinati termini processuali.

La cautela è ancora maggiore quando l’attività stragiudiziale serve a impedire una decadenza o si collega a un termine per iniziare successivamente il giudizio. In questi casi il rapporto tra la procedura svolta, gli effetti sulla prescrizione o sulla decadenza e la sospensione feriale deve essere calcolato sulla base delle norme applicabili alla singola controversia.

Gli errori più frequenti

L’errore più comune è aggiungere automaticamente trentuno giorni a qualsiasi scadenza estiva. Un altro è ritenere che la sospensione inizi già a luglio o continui fino alla metà di settembre, applicando la disciplina anteriore al 2015.

È altrettanto rischioso confondere una causa di mantenimento con una causa alimentare, ignorare che gli sfratti e le opposizioni all’esecuzione rientrano nelle eccezioni oppure ritenere che il termine per impugnare una delibera condominiale continui normalmente a decorrere durante agosto.

In materia tributaria, infine, bisogna distinguere il termine per presentare ricorso dalla scadenza per il pagamento o per un adempimento amministrativo. Il primo è normalmente sospeso; il secondo soltanto quando una norma fiscale lo prevede espressamente.

Come comportarsi in pratica

Quando una scadenza cade tra luglio e settembre, bisogna anzitutto individuare l’atto da compiere: un ricorso, un’impugnazione, un deposito processuale, un pagamento, una disdetta, una contestazione o una semplice risposta.

Occorre poi verificare se il termine sia processuale o sostanziale, se la controversia rientri tra quelle escluse dalla sospensione e se esistano norme speciali. Solo dopo questa verifica si possono contare i giorni, escludendo il periodo dal 1° al 31 agosto quando la sospensione è applicabile.

È prudente conservare sempre la prova della data da cui il termine inizia a decorrere: notificazione dell’atto, comunicazione del verbale condominiale, ricezione della PEC, consegna della raccomandata o pubblicazione della sentenza. Un solo giorno di errore può rendere tardiva un’impugnazione e impedire al giudice di esaminare anche una contestazione sostanzialmente fondata.

In conclusione

Ad agosto non si ferma tutto. Si sospendono, dal 1° al 31 agosto, i termini processuali ai quali si applica la legge n. 742 del 1969. Continuano invece a decorrere i termini relativi alle materie escluse, quelli contrattuali, molte scadenze amministrative e fiscali e, in generale, i termini sostanziali non assoggettati a una disciplina speciale.

La domanda corretta non è quindi: “la scadenza cade ad agosto?”, ma: “di quale termine si tratta e quale norma ne disciplina il decorso?”.

Prima di rinviare un adempimento a settembre è sempre opportuno eseguire questa verifica. La sospensione feriale protegge il diritto di difesa, ma non può trasformarsi in una proroga applicata indistintamente a qualsiasi obbligo.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

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Mediazione civile: riservatezza sì, zona franca no

La Cassazione penale n. 45002/2024 chiarisce che l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese in mediazione non impedisce l’accertamento di un reato commesso durante l’incontro

La riservatezza è uno dei pilastri della mediazione civile. Le parti devono potersi sedere al tavolo, parlare con libertà, formulare proposte, riconoscere difficoltà, esplorare soluzioni e modificare la propria posizione senza il timore che ogni frase venga poi utilizzata contro di loro nella causa. Senza questa protezione, la mediazione perderebbe gran parte della sua efficacia, perché nessuno sarebbe realmente disposto ad aprire un confronto sincero.

Riservatezza, però, non significa impunità. La mediazione è uno spazio protetto, non una zona franca. È un luogo nel quale il conflitto può essere affrontato in modo serio, riservato e costruttivo, ma sempre nel rispetto delle persone, dei difensori, del mediatore e delle regole fondamentali dell’ordinamento.

Questo è il punto centrale della sentenza della Cassazione penale, Sez. V, n. 45002/2024. La Corte ha affermato che l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese o delle informazioni acquisite nel procedimento di mediazione civile riguarda il giudizio conseguente alla mediazione, cioè quello relativo alla controversia civile e commerciale, ma non il processo penale. Nel caso esaminato, la Cassazione ha quindi escluso che fosse inutilizzabile la prova relativa a minacce pronunciate durante un incontro di mediazione.

Il caso deciso dalla Cassazione

La vicenda nasce da una condanna per il reato di minaccia. Il Giudice di pace di Brescia aveva ritenuto la responsabilità penale degli imputati e il Tribunale di Brescia, quale giudice d’appello, aveva confermato la decisione. Secondo la contestazione richiamata dalla sentenza, gli imputati si erano rivolti alla persona offesa con espressioni come “ti spacco tutto”, “ti brucio”, “sei morto”, oltre ad altre frasi offensive e minacciose.

Nel ricorso per cassazione, tra gli altri motivi, la difesa aveva sostenuto che, poiché l’episodio minaccioso si sarebbe verificato durante una mediazione civile, le dichiarazioni relative a quanto accaduto non avrebbero potuto essere oggetto di testimonianza. Il riferimento era all’art. 10 del d.lgs. 28/2010, norma che disciplina l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese e delle informazioni acquisite nel corso del procedimento di mediazione.

La Cassazione respinge questa impostazione. Secondo la Corte, l’art. 10, comma 1, serve a evitare che ciò che viene detto in mediazione venga poi utilizzato nel giudizio civile o commerciale collegato alla stessa controversia. Non serve, invece, a impedire al giudice penale di accertare se, durante quell’incontro, sia stato commesso un reato.

A cosa serve davvero l’inutilizzabilità prevista dall’art. 10

L’art. 10, comma 1, d.lgs. 28/2010 prevede che le dichiarazioni rese e le informazioni acquisite nel corso della mediazione non possano essere utilizzate nel giudizio avente il medesimo oggetto, anche parziale, iniziato, riassunto o proseguito dopo l’insuccesso della mediazione, salvo consenso della parte dichiarante o della parte dalla quale provengono le informazioni. La norma aggiunge che sul contenuto di quelle dichiarazioni e informazioni non è ammessa prova testimoniale e non può essere deferito giuramento decisorio.

La funzione della disposizione è chiara: evitare che la mediazione diventi una trappola. Se una parte sapesse che ogni apertura, ogni proposta, ogni disponibilità economica o ogni valutazione prudenziale potrebbe essere usata contro di lei nella causa successiva, avrebbe un incentivo fortissimo a non parlare davvero. La mediazione si ridurrebbe a un passaggio formale, privo di quella libertà di confronto che ne costituisce la vera forza.

Se una parte dichiara di essere disponibile a pagare una certa somma per chiudere la lite, quella disponibilità non può essere trasformata automaticamente in un’ammissione del debito. Se una parte valuta una soluzione transattiva, non significa che abbia riconosciuto la fondatezza della pretesa avversaria. La riservatezza serve proprio a proteggere questo spazio negoziale, nel quale le parti possono ragionare non solo sui diritti astratti, ma anche sui rischi, sui costi, sui tempi, sugli interessi reali e sulle possibili soluzioni.

Il confine: controversia civile da una parte, reato dall’altra

La Cassazione individua il confine della inutilizzabilità richiamando anche l’art. 2 del d.lgs. 28/2010, che riguarda la mediazione per la conciliazione di controversie civili e commerciali vertenti su diritti disponibili. Da qui il ragionamento della Corte: l’inutilizzabilità prevista dall’art. 10 riguarda il giudizio conseguente alla mediazione, cioè quello afferente alla controversia civile e commerciale, non anche il giudizio penale.

La distinzione è fondamentale. Una cosa è utilizzare nella causa civile una frase detta per cercare un accordo; altra cosa è accertare se, durante l’incontro, una persona abbia minacciato un’altra. Nel primo caso, la legge protegge la libertà negoziale. Nel secondo, viene in rilievo l’accertamento di un fatto che, se integra reato, non può essere reso invisibile solo perché commesso nel contesto di una mediazione.

La Cassazione lo spiega in modo molto chiaro: la disciplina dell’art. 10 è funzionale a garantire ampia libertà e riservatezza alle parti, evitando che la fase di mediazione venga utilizzata in modo strumentale nel successivo giudizio. Diversamente, tale pericolo di strumentalizzazione non sussiste rispetto al processo penale, quando le dichiarazioni rese in occasione del procedimento di mediazione integrano in sé la condotta di reato.

La mediazione resta riservata, ma non diventa un luogo senza regole

Questa decisione non indebolisce la mediazione. Al contrario, la rafforza. Una mediazione seria deve essere riservata, ma deve anche essere un luogo sicuro e regolato. La riservatezza non può trasformarsi in uno schermo per condotte intimidatorie, violente o comunque illecite.

Il messaggio corretto non è: “attenzione, ciò che dite in mediazione può sempre essere usato contro di voi”. Questo sarebbe sbagliato. Il messaggio corretto è diverso: “in mediazione potete parlare liberamente della controversia, formulare proposte, riconoscere difficoltà e cercare soluzioni; ma non potete invocare la riservatezza per coprire un reato commesso durante l’incontro”.

È una distinzione essenziale anche dal punto di vista culturale. La mediazione non è una stanza nella quale si riproduce il conflitto con maggiore aggressività, approfittando dell’assenza del giudice. È un procedimento nel quale le parti, assistite dai loro avvocati e guidate da un mediatore, cercano di trasformare il conflitto in una possibile soluzione. Questo richiede libertà, ma anche responsabilità.

Cosa resta protetto dalla riservatezza

Restano protette le proposte conciliative, le disponibilità economiche, le valutazioni formulate per superare la lite, le informazioni comunicate nel corso del procedimento e, in generale, ciò che appartiene alla dinamica propria della mediazione. Questi elementi non possono essere recuperati nel giudizio civile collegato per dimostrare che una parte “aveva ammesso”, “sapeva di avere torto” o “era disponibile a pagare”.

Questa protezione è indispensabile. In una causa ordinaria le parti tendono a difendere rigidamente la propria posizione; in mediazione, invece, devono poter esplorare anche ipotesi diverse, senza il timore che ogni tentativo di soluzione venga poi interpretato come debolezza processuale. È proprio la riservatezza a consentire il passaggio dalla posizione dichiarata all’interesse reale.

Diverso è il caso in cui ciò che viene in rilievo non sia una proposta o una dichiarazione negoziale, ma un fatto autonomamente illecito. Se durante un incontro una parte minaccia l’altra, il problema non è più l’utilizzo processuale di una concessione fatta per transigere. Il problema è l’accertamento di una condotta che l’ordinamento penale può considerare rilevante.

Il ruolo particolare del mediatore

La sentenza consente anche di ricordare un altro profilo importante. L’art. 10, comma 2, d.lgs. 28/2010 disciplina specificamente la posizione del mediatore, stabilendo che egli non può essere tenuto a deporre sul contenuto delle dichiarazioni rese e delle informazioni acquisite nel procedimento di mediazione, né davanti all’autorità giudiziaria né davanti ad altra autorità. La norma richiama inoltre l’art. 200 c.p.p. e, in quanto compatibili, le garanzie previste per il difensore dall’art. 103 c.p.p.

Questo aspetto non va confuso con il principio affermato dalla Cassazione. Nel caso concreto, la Corte rileva che non risultava essere stato escusso il mediatore e che, comunque, non era stata indicata la decisività di un’eventuale sua deposizione. Il tema deciso riguardava l’estensione dell’inutilizzabilità al processo penale, non la possibilità di trasformare automaticamente il mediatore in testimone dei fatti avvenuti durante il procedimento.

La distinzione è delicata ma importante. Il mediatore deve poter svolgere il proprio ruolo in un contesto di fiducia e riservatezza. La sua posizione rimane protetta da una disciplina specifica. Ciò non significa, però, che ogni fatto avvenuto in mediazione sia sottratto all’accertamento penale.

L’esito processuale: prescrizione agli effetti penali, statuizioni civili ferme

Per completezza, va ricordato anche l’esito della sentenza. La Cassazione ha annullato senza rinvio la decisione agli effetti penali perché il reato era estinto per prescrizione. Tuttavia, ha rigettato i ricorsi agli effetti civili e ha condannato i ricorrenti, in solido tra loro, alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di legittimità.

Questo passaggio non modifica il principio che interessa la mediazione. La Corte ha comunque ritenuto infondata la doglianza relativa all’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese in mediazione e ha affermato espressamente che l’art. 10, comma 1, d.lgs. 28/2010 opera nel giudizio conseguente alla mediazione civile e commerciale, non nel processo penale.

Perché questa decisione è importante per avvocati, parti e mediatori

Per gli avvocati, la sentenza è un promemoria importante. La parte deve essere preparata alla mediazione anche sotto il profilo comportamentale. Partecipare a un incontro non significa sfogarsi, intimidire, provocare o alzare il livello dello scontro. Significa provare a utilizzare uno spazio protetto per verificare se esista una soluzione migliore del processo.

Per le parti, il messaggio è altrettanto chiaro. In mediazione si può parlare con franchezza, ma non si può oltrepassare il limite della correttezza. La riservatezza protegge il dialogo, non l’abuso del dialogo. Chi partecipa deve sapere che la mediazione consente un confronto libero, ma non sospende le regole fondamentali dell’ordinamento.

Per i mediatori e per gli organismi, la pronuncia conferma l’importanza della gestione del tavolo. Il mediatore deve creare un ambiente nel quale le parti possano confrontarsi anche duramente, ma senza che il conflitto degeneri in intimidazione o aggressione. La qualità della mediazione dipende anche dalla capacità di mantenere il procedimento entro binari di rispetto, sicurezza e serietà.

Il principio da ricordare

La sentenza n. 45002/2024 consente di fissare un principio molto semplice: la mediazione civile è riservata, ma non è una zona franca. Le dichiarazioni rese e le informazioni acquisite durante il procedimento non possono essere utilizzate nel giudizio civile collegato, salvo consenso della parte interessata, perché la legge vuole proteggere la libertà negoziale delle parti. Ma questa protezione non può diventare uno scudo contro l’accertamento di fatti penalmente rilevanti.

È una decisione equilibrata, perché evita due errori opposti. Il primo sarebbe svuotare la riservatezza della mediazione, consentendo di utilizzare nella causa civile tutto ciò che le parti dicono per cercare l’accordo. Il secondo sarebbe trasformare la riservatezza in una immunità generale, capace di coprire anche minacce o altri comportamenti illeciti. La Cassazione sceglie una via corretta: massima protezione del confronto negoziale, nessuna impunità per i reati.

Questo equilibrio è fondamentale per promuovere una cultura seria della mediazione. Le parti devono sentirsi libere di parlare, ma devono anche sapere che la mediazione richiede rispetto, responsabilità e consapevolezza. Solo così il procedimento può svolgere la sua funzione migliore: non nascondere il conflitto, ma governarlo in modo riservato, efficace e civile.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

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Usucapione di servitù di passaggio: il percorso deve essere chiaro dall’inizio del periodo (Cassazione 5733/2011)

Corte di Cassazione, sez II Civile, sentenza 18 gennaio – 10 marzo 2011, n. 5733

Presidente Oddo – Relatore Falaschi

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 9 maggio 1992 (…) evocavano in giudizio, dinanzi al Pretore di Bologna, (…), e premesso di essere titolari a vario titolo dell’immobile censito al NCEU del Comune di (…) foglio (…), confinante con l’immobile di proprietà del convenuto (foglio …), chiedevano venisse dichiarato l’intervenuto acquisto per usucapione in favore delle loro unità immobiliari della servitù di passaggio di persone e veicoli sul fondo di proprietà del convenuto, oltre alla condanna dello stesso a rimuovere, a sua cura e spese, ogni ostacolo all’esercizio della servitù e al mantenimento in idoneo stato di manutenzione del passaggio, con ordine di trascrizione dell’emananda sentenza nei registri immobiliari; chiedevano, inoltre, la condanna del convenuto al risarcimento dei danni da loro subiti. Instauratosi il contraddittorio, nella resistenza del convenuto, il Tribunale di Bologna (già Pretore) adito, accoglieva parzialmente le domande dell’ attore dichiarando acquisito per usucapione il solo passaggio a piedi sul fondo del convenuto, condannando gli attori alle spese processuali.

In virtù di rituale appello interposto da (…), con il quale lamentavano che il giudice di prime cure non avesse ritenuto provato anche l’intervenuta usucapione del possesso della servitù di passaggio con veicoli, oltre a dolersi della loro condanna alle spese di lite, proposto dall’appellato appello incidentale, affinché venisse negata anche la servitù di passaggio pedonale, la Corte di Appello di Bologna respingeva l’appello principale e, in accoglimento di quello incidentale di parte appellata, negava anche l’acquisto di servitù di passaggio pedonale sul fondo di proprietà del (…).

A sostegno dell’adottata sentenza, la Corte territoriale affermava che oltre ad avere fornito i numerosi testi esaminati dal Pretore versioni contrastanti circa l’intervenuto passaggio in vari periodi sul terreno di proprietà del convenuto, mancavano i requisiti per potere dichiarare l’intervenuta usucapione di servitù apparente, non avendo nessuno dei testi specificato lungo quale tracciato si svolgeva il transito pedonale e veicolare, segnatamente che lo stesso fosse visibile.

Aggiungeva, inoltre, che non essendosi potuta ricostruire una servitù apparente, portava ad escludere che i passaggi effettuati fossero sintomo significativo del possesso ad usucapionem della servitù di passaggio, rigettato per inciso anche il gravame presentato dagli appellanti in ordine alle spese processuali.

Avverso l’indicata sentenza della Corte di appello di Bologna hanno proposto ricorso per cassazione i (…), che risulta articolato su due motivi, al quale ha resistito con controricorso il (…).

Motivi della decisione

Con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione dell’art. 1061 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, per avere palesemente errato in diritto nel non ritenere nella specie sussistere il requisito della apparenza; con il secondo motivo deducono il difetto di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, per avere omesso inopinatamente di prendere in considerazione la documentazione topografica e la copiosa documentazione fotografica allegata agli atti.

I due motivi vanno esaminati congiuntamente per la loro stretta connessione, in quanto entrambi attengono alla valutazione delle risultanze probatorie fatta dal giudice distrettuale. Premesso che parte resistente ha eccepito l’inammissibilità del ricorso per violazione del principio di autosufficienza ex art. 366 c.p.c., nn. 3 e 4, per genericità della doglianza, prospettando una carenza nell’indicazione delle circostanze e degli elementi che hanno avuto incidenza causale sull’errore dedotto, che non può trovare accoglimento in quanto la parte parrebbe mettere sullo stesso piano l’inammissibilità con la manifesta infondatezza, occorre osservare che le censure sono destituite di fondamento poiché esse non colgono la vera ratio decidendi della sentenza impugnata e, quindi, non possono provocarne l’annullamento.

La corte distrettuale non ha negato l’esistenza di un tracciato visibile indicativo della servitù , ma ha basato la sua motivazione soprattutto sul rilievo che il sentiero, formatosi gradualmente e, nel tempo, mutato il tracciato per le mutate esigenze del proprietario (realizzando delle aiuole ovvero un pergolato o con della ghiaia), ai fini del requisito dell’apparenza, non facesse desumere, senza incertezze o ambiguità, di essere stato predisposto al servizio del fondo dominante e ciò fosse esistente e visibile sin dall’inizio del ventennio, necessario al dedotto acquisto per usucapione.

La correttezza della impostazione giuridica accolta dalla Corte di merito è ineccepibile. Infatti, l’acquisto per usucapione della servitù apparente, la sola possibile, ai sensi dell’art. 1061 c.c. presuppone, oltre all’esercizio del corrispondente possesso, anche che le opere visibili e permanenti obiettivamente destinate a tale esercizio siano esistite ed abbiano avuto tale destinazione per tutto il tempo necessario ad usucapire, così che per la usucapione di una servitù di passaggio, non basta provare il decorso del tempo necessario per la usucapione e l’esistenza di un sentiero, ma è necessaria anche la dimostrazione che questo sin dall’inizio del ventennio necessario al possesso avesse i requisiti della visibilità, permanenza e specifica destinazione, potendo, altrimenti, il requisito dell’apparenza essere insorto più o meno di recente e non essendo, perciò, sufficiente a sorreggere il possesso ad usucapionem esercitato prima del suo venire in essere.

Nel caso di specie la Corte territoriale, con un apprezzamento di fatto congruamente motivato e privo di vizi logici, ha analizzato le risultante probatorie, in particolare le prove testimoniali e la descrizione dei luoghi fornita dagli stessi nei dettagli (pagine 7 e 8 della sentenza), ed ha concluso per la inesistenza del requisito dell’apparenza. In altri termini, il giudice di appello ha escluso il requisito dell’apparenza, necessario, ai sensi dell’art. 1061 c.c., per l’acquisto della servitù affermando che le versioni contrastanti fornite dai testi escussi circa l’intervenuto passaggio in vari tempi sul terreno di proprietà del convenuto, mancavano dei requisiti per potere dichiarare l’intervenuta usucapione di servitù apparente, non avendo nessuno dei testi specificato lungo quale tracciato si svolgeva il transito pedonale e veicolare, nonché, segnatamente, che lo stesso fosse visibile. Le richiamate affermazioni del giudice di appello sono sufficienti di per sè a sorreggere la decisione adottata.

Giova ricordare in proposito che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte “…il requisito dell’apparenza della servitù , necessario ai fini del relativo acquisto per usucapione o per destinazione del padre di famiglia (art. 1061 c.c.), si configura come presenza di segni visibili di opere permanenti obiettivamente destinate al suo esercizio e rivelanti in modo non equivoco l’esistenza del peso gravante sul fondo servente, in modo da rendere manifesto che non si tratta di attività compiuta in via precaria, bensì di preciso onere a carattere stabile. Ne consegue che non è al riguardo sufficiente l’esistenza di una strada o di un percorso idonei allo scopo, essenziale viceversa essendo che essi mostrino di essere stati posti in essere al preciso fine di dare accesso attraverso il fondo preteso servente a quello preteso dominante e, pertanto, un quid pluris che dimostri la loro specifica destinazione all’esercizio della servitù ” (v. Cass., 11 febbraio 2009, n. 3389; Cass., 10 luglio 2007, n. 15447; Cass., 28 settembre 2006, n. 21087; Cass., 17 febbraio 2004, n. 2994). Non v’è dubbio, peraltro, che il giudizio circa la esistenza o meno di segni visibili sul fondo, di opere permanenti obiettivamente destinate all’esercizio della servitù di passaggio, introduce inevitabilmente questioni di fatto, non rilevabili nel giudizio di legittimità, stante la corretta motivazione posta a corredo della decisione.

Le argomentazioni proposte dai ricorrenti non appaiono risolutive in quanto non indicano aspetti contraddittori della motivazione adottata dalla Corte territoriale (che offre una lettura delle risultanze probatorie esente da critiche), ma propongono ancora una volta una propria lettura del complessivo materiale probatorio, diversa rispetto a quella del giudice. Neppure può imputarsi al giudice di avere omesso l’esplicita confutazione delle tesi non accolte e/o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio (nella specie il materiale fotografico) ritenuti non significativi, giacché né l’una né l’altra gli sono richieste, mentre soddisfa l’esigenza di adeguata motivazione la circostanza che il raggiunto convincimento risulti da un esame logico e coerente di quelle, tra le prospettazione delle parti e le emergenze istruttorie, che siano state ritenute di per sé sole idonee e sufficienti a giustificarlo (Cass., Sez. 1^, 16 luglio 2005, n. 15096; Cass., Sez. 1^, 23 gennaio 2003, n. 996; Cass., Sez. 2^, 30 marzo 2000, n. 3904).

Per tutte le considerazioni sopra svolte, il ricorso deve, dunque, essere respinto.

Al rigetto consegue, come per legge, la condanna di parte ricorrente al pagamento in favore di parte resistente delle spese del giudizio di Cassazione, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi.