L’amministratore di condominio può ignorare una PEC del condomino?

Cosa prova la PEC, quando l’amministratore deve intervenire e che cosa può fare il condomino se non riceve risposta

Un’infiltrazione continua a provocare danni, i documenti contabili non vengono consegnati, una delibera assembleare rimane ineseguita oppure una richiesta di convocazione dell’assemblea non riceve alcun seguito. Il condomino scrive all’amministratore, spesso più volte, e infine invia una PEC. La ricevuta di consegna arriva regolarmente, ma dall’altra parte non giunge alcuna risposta.

A quel punto la domanda è inevitabile: l’amministratore può ignorare la PEC?

La risposta corretta è: dipende dal contenuto della comunicazione. Non esiste una norma che obblighi l’amministratore a rispondere formalmente a ogni messaggio ricevuto da un condomino. Questo, però, non significa che possa ignorare richieste riguardanti obblighi precisi della sua funzione, situazioni urgenti, documenti che il proprietario ha diritto di consultare o iniziative assembleari formulate nel rispetto dei requisiti previsti dalla legge.

La PEC non crea da sola un diritto che non esiste, ma dimostra che l’amministratore è stato informato. Quando la comunicazione riguarda una questione sulla quale egli aveva il dovere di intervenire, il silenzio può quindi assumere una rilevanza molto concreta.

Che cosa prova realmente la PEC?

Quando un messaggio viene inviato da una casella PEC a un’altra casella PEC, il gestore del mittente certifica l’invio e quello del destinatario certifica la consegna. La comunicazione si considera recapitata nella casella del destinatario anche se quest’ultimo sostiene di non averla letta o non vi ha materialmente avuto accesso. La PEC ha, sotto questo profilo, un valore analogo a quello della raccomandata con avviso di ricevimento.

La PEC prova quindi che un determinato messaggio, con i relativi allegati, è stato inviato e consegnato in una certa data. Non prova automaticamente che tutto ciò che il mittente ha scritto sia vero, né che la richiesta formulata sia fondata. Se un condomino afferma che il tetto perde, la PEC dimostra che l’amministratore ha ricevuto la segnalazione, ma l’esistenza e l’origine dell’infiltrazione dovranno essere verificate.

Allo stesso modo, la PEC non obbliga l’amministratore ad accogliere qualsiasi richiesta. Un proprietario non può attribuirgli poteri che la legge o l’assemblea non gli riconoscono semplicemente inviando una comunicazione formale.

Il suo valore principale è un altro: impedisce che l’amministratore possa sostenere di non essere mai stato informato della questione.

Non esiste un obbligo generale di rispondere a ogni messaggio

L’amministratore riceve spesso comunicazioni molto diverse tra loro: segnalazioni, proteste, richieste di informazioni, contestazioni dei conteggi, domande di convocazione dell’assemblea, lamentele sui vicini, proposte di lavori e diffide.

Non tutte richiedono la stessa risposta.

Una PEC generica, nella quale il condomino manifesta il proprio disappunto senza formulare una richiesta precisa, non produce gli stessi effetti di una domanda di accesso alla documentazione contabile. Una protesta contro il comportamento di un vicino non equivale alla segnalazione di un cornicione pericolante. La richiesta di un singolo proprietario di convocare un’assemblea non coincide con quella presentata da almeno due condomini che rappresentino un sesto del valore dell’edificio.

Bisogna quindi chiedersi non soltanto se la PEC sia stata ricevuta, ma soprattutto quale obbligo dell’amministratore venga concretamente in rilievo.

Quando vengono richiesti documenti condominiali

Uno dei casi più frequenti riguarda la richiesta di verbali, fatture, estratti del conto corrente, contratti, preventivi e documenti giustificativi delle spese.

Il condomino non è un estraneo rispetto alla gestione e ha diritto di controllare come vengono utilizzate le somme versate. L’art. 1129 c.c. consente di prendere visione dei registri condominiali e di ottenerne copia, previo rimborso della spesa. Ciascun condomino può inoltre chiedere, tramite l’amministratore, di esaminare ed estrarre copia della rendicontazione periodica del conto corrente intestato al condominio.

L’art. 1130-bis c.c. stabilisce inoltre che i condomini e i titolari di diritti reali o personali di godimento possono prendere visione dei documenti giustificativi di spesa in ogni tempo ed estrarne copia a proprie spese. Il diritto riguarda quindi non soltanto il rendiconto finale, ma anche i documenti sui quali esso si fonda.

“In ogni tempo” non significa necessariamente che l’amministratore debba inviare centinaia di pagine entro poche ore o gratuitamente. La consultazione deve essere organizzata secondo modalità ragionevoli, tenendo conto della quantità dei documenti e dei costi di riproduzione. Non è però ammissibile che la richiesta venga rinviata indefinitamente, respinta senza motivo o ignorata.

L’amministratore deve anche fornire, al condomino che ne faccia richiesta, un’attestazione relativa allo stato dei pagamenti degli oneri condominiali e alle eventuali liti in corso. L’inottemperanza a questo specifico obbligo, insieme a quella relativa alla corretta tenuta di alcuni registri, è espressamente indicata dall’art. 1129 c.c. tra le possibili gravi irregolarità.

Quando la PEC segnala un pericolo o un danno alle parti comuni

Il silenzio è ancora più delicato quando la comunicazione riguarda una situazione urgente: distacco di intonaco, infiltrazione proveniente dal tetto, perdita da una tubazione comune, guasto dell’ascensore, impianto elettrico pericoloso, portone non funzionante o altro problema capace di provocare danni alle persone o all’edificio.

L’amministratore deve curare la manutenzione ordinaria delle parti comuni, disciplinarne l’uso e compiere gli atti conservativi necessari. Questi compiti rientrano nelle attribuzioni previste dall’art. 1130 c.c.

Ciò non significa che ogni segnalazione obblighi immediatamente a eseguire i lavori richiesti dal condomino. L’amministratore può dover effettuare un sopralluogo, chiedere l’intervento di un tecnico, verificare se la parte interessata sia comune o privata, acquisire preventivi oppure convocare l’assemblea quando la decisione ecceda i suoi poteri.

Quello che non dovrebbe fare è non fare nulla.

Se la PEC descrive una situazione potenzialmente pericolosa e documentata con fotografie, relazioni tecniche o precedenti segnalazioni, l’amministratore deve almeno verificare il problema e adottare le iniziative che rientrano nelle sue attribuzioni. Se l’inerzia consente al danno di aggravarsi, la prova dell’avvenuta consegna della PEC può diventare importante per dimostrare da quando egli e il condominio fossero a conoscenza della situazione.

Quando si chiede l’esecuzione di una delibera

L’amministratore deve eseguire le deliberazioni dell’assemblea. Se i condomini hanno approvato determinati lavori, affidato un incarico, stabilito una modalità di gestione o disposto un intervento, l’amministratore non può semplicemente accantonare la decisione senza una valida ragione.

Naturalmente, possono verificarsi impedimenti sopravvenuti: mancanza di fondi, impossibilità dell’impresa, necessità di ulteriori autorizzazioni, problemi tecnici o una successiva decisione assembleare. In tal caso l’amministratore dovrebbe informare i condomini e, se necessario, convocare una nuova assemblea.

La mancata esecuzione delle deliberazioni assembleari è espressamente indicata dall’art. 1129 c.c. tra le gravi irregolarità che possono assumere rilievo ai fini della revoca.

Una PEC con la quale il condomino chiede semplicemente “notizie” può anche non ricevere una risposta immediata. Una comunicazione precisa, che richiami la data della delibera e chieda perché essa non sia stata eseguita, rende invece molto più difficile giustificare un silenzio prolungato.

Il singolo condomino può obbligare l’amministratore a convocare l’assemblea?

Un singolo condomino può certamente chiedere che venga convocata un’assemblea o che una questione venga inserita nell’ordine del giorno. L’amministratore dovrebbe valutare la richiesta e, soprattutto quando il tema è importante, fornire una risposta.

La domanda del singolo, tuttavia, non obbliga in via generale l’amministratore a convocare immediatamente l’assemblea, salvo specifiche ipotesi previste dalla legge.

L’art. 66 delle disposizioni di attuazione del codice civile riconosce un potere più incisivo quando la richiesta proviene da almeno due condomini che rappresentino almeno un sesto del valore dell’edificio. In questo caso, se trascorrono inutilmente dieci giorni dalla richiesta, gli stessi condomini possono provvedere direttamente alla convocazione.

È quindi importante che la PEC indichi chiaramente chi siano i richiedenti, i millesimi rappresentati e gli argomenti che si intendono sottoporre all’assemblea. Una formula vaga come “chiedo una riunione per parlare dei problemi del palazzo” è molto meno efficace di una richiesta che individui con precisione l’ordine del giorno.

Il ripetuto rifiuto di convocare l’assemblea nei casi previsti dalla legge è inoltre incluso tra le gravi irregolarità che possono giustificare la revoca giudiziale dell’amministratore.

L’amministratore deve risolvere le liti tra vicini?

Non necessariamente.

L’amministratore gestisce le parti comuni, esegue le deliberazioni e cura l’osservanza del regolamento condominiale. Non è però un giudice, un ufficiale di polizia o il rappresentante personale di ciascun proprietario.

Se un condomino lamenta insulti, minacce, rumori, molestie, infiltrazioni provenienti esclusivamente dall’appartamento vicino o altre condotte che riguardano soltanto due proprietà private, l’amministratore può avere poteri molto limitati. Può richiamare il regolamento, favorire un confronto o riferire la questione all’assemblea, ma non sempre può ordinare al vicino di cessare la condotta o applicare sanzioni.

La situazione cambia quando il comportamento incide sulle parti comuni, sui servizi condominiali, sulla sicurezza dell’edificio oppure viola una disposizione del regolamento che l’amministratore è tenuto a far rispettare.

Prima di accusarlo di inerzia, bisogna quindi verificare se la questione rientri realmente nelle sue attribuzioni.

Il silenzio equivale a un rifiuto?

Non sempre.

L’assenza di risposta non significa automaticamente che l’amministratore abbia respinto la richiesta, riconosciuto la fondatezza della contestazione o ammesso una propria responsabilità. Non vale neppure, di regola, come accettazione delle affermazioni contenute nella PEC.

Il silenzio può però diventare significativo quando si protrae, si ripete nonostante i solleciti e riguarda un adempimento preciso. Un conto è non rispondere a una protesta generica; altro è non consentire l’accesso ai documenti, non convocare l’assemblea richiesta secondo la legge, non eseguire una delibera o non verificare una situazione pericolosa.

Non ogni PEC rimasta senza risposta giustifica quindi la revoca dell’amministratore o una richiesta di risarcimento. Occorre valutare la gravità della questione, la durata dell’inerzia, gli obblighi coinvolti, le conseguenze prodotte e l’eventuale reiterazione del comportamento.

Come dovrebbe essere scritta la PEC?

Molte comunicazioni sono poco efficaci perché troppo lunghe, aggressive o confuse. Contengono anni di discussioni, accuse personali, citazioni di norme non pertinenti e numerose richieste diverse, senza chiarire che cosa l’amministratore dovrebbe concretamente fare.

Una PEC utile dovrebbe indicare l’oggetto in modo chiaro, descrivere sinteticamente i fatti, richiamare le eventuali precedenti segnalazioni, allegare i documenti necessari e formulare una richiesta precisa. Se il problema è urgente, bisogna spiegare perché e quali conseguenze potrebbero derivare dal ritardo.

È opportuno assegnare un termine ragionevole, evitando però formule ultimative quando non sono giustificate. Chiedere una risposta “entro ventiquattro ore” per ricevere dieci anni di contabilità è poco realistico; chiedere un immediato sopralluogo per una perdita d’acqua in corso è invece comprensibile.

Devono essere conservati il messaggio originale, la ricevuta di accettazione, quella di avvenuta consegna e gli allegati effettivamente trasmessi.

Che cosa fare se l’amministratore continua a non rispondere?

Il primo passo è verificare che la richiesta sia chiara, fondata e rivolta all’indirizzo corretto. Può essere utile inviare un sollecito sintetico, richiamando la precedente PEC e chiedendo una risposta entro un termine preciso.

Se il problema riguarda l’intero condominio, è spesso opportuno coinvolgere altri proprietari. Una richiesta collettiva ha un peso diverso e, quando sono raggiunti i requisiti dell’art. 66 disp. att. c.c., può consentire ai condomini di convocare direttamente l’assemblea dopo l’inutile decorso di dieci giorni.

L’assemblea può chiedere spiegazioni, impartire indicazioni, deliberare gli interventi necessari e, nei casi più seri, valutare la revoca e la nomina di un nuovo amministratore. La revoca assembleare può essere deliberata in ogni momento con le maggioranze previste dalla legge, mentre quella giudiziale richiede la presenza dei presupposti stabiliti dall’art. 1129 c.c.

Quando la controversia non può essere risolta internamente, occorre valutare l’iniziativa più adatta: richiesta formale di consegna dei documenti, ricorso all’assemblea, procedimento cautelare nei casi urgenti, domanda di revoca o azione di responsabilità. Prima di iniziare una causa relativa a una controversia condominiale deve inoltre essere normalmente esperito il procedimento di mediazione previsto dal d.lgs. n. 28 del 2010.

Una PEC non sostituisce una buona gestione

Il condomino non dovrebbe essere costretto a inviare continuamente PEC per ottenere informazioni elementari. Un’amministrazione corretta richiede comunicazioni comprensibili, documenti accessibili, risposte ragionevoli e trasparenza sulle decisioni adottate.

Dall’altra parte, la PEC non dovrebbe diventare uno strumento per sommergere l’amministratore di contestazioni, pretendere interventi che non rientrano nei suoi poteri o trasferire sul condominio qualsiasi conflitto personale.

Il punto non è stabilire se ogni messaggio debba necessariamente ricevere una risposta formale. Bisogna capire se la comunicazione riguardi un diritto del condomino o un dovere dell’amministratore.

In conclusione

L’amministratore non ha un obbligo generale di rispondere a qualsiasi PEC, ma non può utilizzare il silenzio per sottrarsi ai compiti che la legge, il regolamento e l’assemblea gli affidano.

La PEC prova che la comunicazione è stata consegnata. Se riguarda l’accesso ai documenti, la contabilità, una richiesta assembleare formulata secondo la legge, l’esecuzione di una delibera o un pericolo relativo alle parti comuni, l’inerzia può diventare rilevante e, nei casi più gravi, contribuire a fondare iniziative nei confronti dell’amministratore.

Non basta però aver inviato una PEC per avere automaticamente ragione. La richiesta deve essere precisa, rientrare nei poteri dell’amministratore ed essere accompagnata, quando necessario, dai documenti che consentano di verificarla.

La domanda corretta non è quindi soltanto “l’amministratore mi ha risposto?”, ma soprattutto: “gli ho chiesto di adempiere a un obbligo che gli competeva e gli ho fornito gli elementi necessari per farlo?”.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp).

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Telecamera sul pianerottolo: il condomino può installarla senza autorizzazione?

Videocitofoni intelligenti, telecamere davanti alla porta, riprese delle parti comuni, registrazione audio e tutela della privacy: quali sono i limiti

Sempre più porte di casa sono protette da telecamere, videocitofoni intelligenti e dispositivi collegati allo smartphone. Basta un movimento sul pianerottolo perché il proprietario riceva una notifica, possa vedere chi si trova davanti all’appartamento e, in molti casi, registrare immagini e suoni.

La finalità è comprensibile: prevenire furti, danneggiamenti, molestie, furti di pacchi o accessi indesiderati. Ma proteggere la propria abitazione non significa poter trasformare il pianerottolo in una zona sottoposta a sorveglianza privata permanente. Il vicino non può controllare chi entra nell’appartamento accanto, chi utilizza l’ascensore, a che ora rientrano gli altri condomini o quali persone frequentano lo stabile.

La domanda, quindi, non è soltanto se si possa installare una telecamera davanti alla propria porta. La vera domanda è: che cosa riprende, chi può vedere le immagini, se registra, per quanto tempo conserva i filmati e per quale finalità viene utilizzata?

Telecamera privata e impianto condominiale non sono la stessa cosa

La prima distinzione da fare è tra la telecamera installata dal singolo condomino per proteggere la propria abitazione e il sistema di videosorveglianza installato dal condominio per controllare le parti comuni.

Nel primo caso il dispositivo appartiene a un singolo proprietario e deve essere configurato in modo da riprendere soltanto gli spazi di sua esclusiva pertinenza. Nel secondo caso l’impianto controlla ingressi, androni, cortili, autorimesse o altre parti comuni ed è gestito dal condominio secondo una decisione assembleare.

Le due situazioni seguono regole diverse. Il singolo non può sostituirsi al condominio e decidere autonomamente di sorvegliare le parti comuni. Se la finalità è controllare stabilmente l’androne, l’ascensore, il garage o il pianerottolo condominiale, la decisione deve essere assunta dall’assemblea e l’impianto deve rispettare integralmente la disciplina sulla protezione dei dati personali.

Il singolo condomino può installare una telecamera davanti alla propria porta?

In linea generale, il singolo può installare un dispositivo destinato esclusivamente alla sicurezza della propria abitazione, senza che sia necessaria una delibera assembleare, purché l’angolo visuale sia limitato agli spazi di sua esclusiva pertinenza.

Il limite è però molto rigoroso. Nelle proprie FAQ il Garante privacy precisa che una telecamera privata deve riprendere soltanto gli spazi esclusivi del proprietario, escludendo le aree comuni, come cortili, pianerottoli, scale e autorimesse, nonché le zone appartenenti a soggetti terzi. Il divieto riguarda anche la semplice visione in diretta, senza registrazione. Non è quindi sufficiente dire che le immagini non vengono salvate: anche osservare stabilmente il pianerottolo attraverso una telecamera costituisce una forma di controllo. (Garante Privacy)

Questo rende particolarmente delicata l’installazione di telecamere e videocitofoni sulle porte degli appartamenti. Se il dispositivo riprende esclusivamente la soglia privata e una porzione strettamente interna, il problema può essere contenuto. Se invece l’inquadratura comprende l’ascensore, le scale, la porta del vicino o l’intero pianerottolo, si supera il limite indicato dal Garante.

Non conta soltanto dove è fisicamente collocata la telecamera. Conta soprattutto ciò che essa è concretamente in grado di riprendere.

Il fatto che il pianerottolo sia comune non autorizza ogni condomino a riprenderlo

Un equivoco frequente è questo: “Il pianerottolo è anche mio, quindi posso filmarlo”. Ma la comproprietà non attribuisce al singolo il diritto di controllare continuamente gli altri condomini.

Una parte comune può essere utilizzata da tutti secondo la sua destinazione, ma la videosorveglianza comporta qualcosa di diverso dal semplice uso materiale dello spazio. Consente di raccogliere informazioni sulle abitudini delle persone: orari di ingresso e uscita, visite ricevute, accompagnatori, consegne, spostamenti e presenza nello stabile.

Proprio per questo, il singolo non può installare un sistema privato che realizzi di fatto la sorveglianza delle parti comuni. Se esiste una reale esigenza di sicurezza dell’edificio, la soluzione corretta è sottoporre la questione all’assemblea e valutare l’installazione di un impianto condominiale, con regole comuni, informativa, accessi controllati e tempi di conservazione predeterminati.

Il videocitofono intelligente è una telecamera?

Il nome commerciale del dispositivo non cambia la sostanza. Un videocitofono tradizionale, che si attiva quando una persona suona e consente soltanto di vedere temporaneamente chi si trova davanti all’ingresso, ha un impatto diverso da un dispositivo che rileva ogni movimento, invia notifiche, registra automaticamente, conserva i filmati nel cloud e permette di seguire in diretta ciò che accade sul pianerottolo.

Molti videocitofoni “smart” sono veri e propri sistemi di videosorveglianza. Possono attivarsi anche senza che nessuno suoni, registrare tutti i passaggi e conservare immagini e audio per giorni. In questi casi non basta definirli videocitofoni: bisogna verificare quali funzioni siano attive, quale sia l’angolo di ripresa, se vi sia registrazione, dove vengano conservati i dati e chi possa consultarli.

Il Garante ammette l’uso domestico delle smart cam per finalità personali, ma richiede che i dati siano protetti adeguatamente, soprattutto quando i dispositivi sono collegati a Internet, e che non vengano diffusi. L’esenzione domestica, inoltre, non può essere utilizzata per giustificare riprese estese alle proprietà altrui o agli spazi comuni. (Garante Privacy)

Il dispositivo può riprendere la porta del vicino?

No. La porta del vicino, la sua soglia e l’area immediatamente antistante non devono essere oggetto di ripresa da parte della telecamera privata di un altro condomino.

Una telecamera orientata verso l’appartamento altrui permette di conoscere chi vi entra, chi vi esce, a quali orari e con quale frequenza. Non si tratta più soltanto di proteggere la propria abitazione, ma di raccogliere informazioni sulla vita privata di un’altra persona.

Lo stesso vale quando la porta del vicino compare solo in una parte dell’immagine. La tecnologia consente di modificare l’angolo visuale, ridurre il campo, applicare mascherature o oscurare le aree non pertinenti. Le linee guida europee sulla videosorveglianza richiamano proprio l’utilizzo di misure tecniche, come il blocco o la pixelatura delle zone non necessarie. (Garante Privacy)

Se il dispositivo non può essere regolato in modo da escludere la porta altrui e le parti comuni, non dovrebbe essere installato in quella posizione.

La registrazione dell’audio è ancora più problematica

Molti videocitofoni e telecamere intelligenti non registrano soltanto immagini, ma anche conversazioni. Il microfono può captare ciò che i condomini si dicono sul pianerottolo, all’interno dell’ascensore o davanti alle proprie abitazioni.

La raccolta generalizzata dell’audio è molto più invasiva rispetto alla sola immagine e, nella maggior parte dei casi, non è necessaria per proteggere una porta. Le linee guida europee raccomandano di disattivare le funzioni non necessarie, tra cui la registrazione audio. Anche il Garante ha più volte censurato sistemi capaci di acquisire indiscriminatamente conversazioni non pertinenti rispetto alla finalità di sicurezza. (Garante Privacy Europeo)

La funzione che consente di parlare con chi ha suonato è diversa dalla registrazione continua delle conversazioni ambientali. Un conto è utilizzare temporaneamente il microfono per comunicare con un visitatore; altro è salvare tutto ciò che viene detto da chi transita sul pianerottolo.

La regola prudente è chiara: se l’audio non è indispensabile, deve essere disattivato.

Mettere un cartello rende lecita la telecamera privata?

No. Il cartello non rende automaticamente lecita una ripresa eccessiva.

Se la telecamera del singolo è limitata agli spazi esclusivamente privati e viene utilizzata per finalità personali o domestiche, può operare l’esclusione dall’applicazione del GDPR. Se invece il dispositivo riprende aree comuni, proprietà altrui o spazi pubblici, non basta affiggere un cartello per sanare il problema.

Il cartello informa le persone, ma non sostituisce i requisiti di necessità, proporzionalità e minimizzazione. Una telecamera orientata verso la porta del vicino resta problematica anche se il vicino viene avvisato che sarà ripreso.

Per l’impianto condominiale, invece, l’informativa è obbligatoria: il cartello deve essere collocato prima di entrare nell’area sorvegliata, indicare almeno il titolare del trattamento e la finalità e rinviare a un’informativa più completa. (Garante Privacy)

Quando può essere installato un impianto condominiale?

L’art. 1122-ter c.c. disciplina espressamente gli impianti destinati alla videosorveglianza delle parti comuni. La decisione deve essere assunta dall’assemblea con la maggioranza prevista dall’art. 1136, secondo comma, c.c.: maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell’edificio. (Gazzetta Ufficiale)

Non è quindi sufficiente una decisione dell’amministratore, né una semplice comunicazione inviata ai condomini. Il Garante ha sanzionato un amministratore che aveva installato un sistema senza una preventiva delibera assembleare, chiarendo che la decisione dell’assemblea rappresenta un presupposto essenziale per la liceità dell’impianto condominiale. (Garante Privacy)

La delibera, però, non esaurisce gli adempimenti. Una volta approvato l’impianto, il condominio deve stabilire con precisione:

  • quali aree saranno riprese;
  • per quale finalità;
  • quali telecamere saranno installate;
  • se le immagini saranno soltanto visualizzate o anche registrate;
  • per quanto tempo verranno conservate;
  • chi potrà accedervi;
  • quali misure di sicurezza saranno adottate;
  • come sarà resa l’informativa alle persone riprese.

L’amministratore non può limitarsi a far installare le telecamere e consegnare le credenziali a tutti.

Chi è responsabile delle immagini condominiali?

Nel sistema condominiale, il titolare del trattamento è il condominio, normalmente rappresentato dall’amministratore. È il condominio che deve valutare la necessità e la proporzionalità dell’impianto, definire le finalità, scegliere i tempi di conservazione e impedire accessi non autorizzati.

Non serve una preventiva autorizzazione del Garante. Il principio applicabile è quello della responsabilizzazione: spetta al titolare dimostrare che il sistema è necessario, proporzionato e organizzato nel rispetto della disciplina sulla protezione dei dati. (Garante Privacy)

La finalità non può essere generica. Dire semplicemente “per sicurezza” è poco. Bisogna individuare l’esigenza concreta: furti già avvenuti, danneggiamenti, accessi abusivi, intrusioni nell’autorimessa o altre circostanze verificabili. La videosorveglianza non dovrebbe essere installata per curiosità, per controllare il comportamento dei vicini o per risolvere normali contrasti condominiali.

Le telecamere condominiali possono riprendere tutto?

No. Anche l’impianto regolarmente deliberato deve rispettare il principio di minimizzazione. Deve riprendere soltanto le zone necessarie alla finalità di sicurezza.

Una telecamera posta all’ingresso può controllare chi accede allo stabile, ma non dovrebbe riprendere più spazio del necessario. Una telecamera nel garage può inquadrare l’area di accesso o i beni da proteggere, ma non dovrebbe essere orientata verso zone prive di interesse. Non è giustificato utilizzare zoom continui, rotazioni incontrollate o funzioni di analisi automatica se non sono realmente necessarie.

Il Garante richiama la necessità di valutare attentamente dislocazione, angolo visuale, capacità di ingrandimento e tipologia delle apparecchiature. Le soluzioni tecniche devono ridurre la quantità di dati raccolti, non massimizzare il controllo. (Garante Privacy)

Per quanto tempo possono essere conservate le immagini?

Non esiste un diritto del condominio a conservare sempre i filmati per sette giorni. Il criterio generale è che le immagini devono essere cancellate non appena non siano più necessarie per la finalità per cui sono state raccolte.

Il Garante osserva che, nella maggior parte dei casi, eventuali danni o illeciti vengono scoperti entro uno o due giorni e che periodi superiori a 72 ore richiedono una giustificazione sempre più rigorosa. Per i condomìni viene considerato generalmente congruo un termine che non superi sette giorni, ma ciò non significa che sette giorni siano automaticamente necessari in ogni edificio. Il periodo deve essere scelto in relazione alle circostanze concrete e dovrebbe essere accompagnato dalla cancellazione automatica delle immagini. (Garante Privacy)

Se si verifica un furto, un danneggiamento o un altro episodio rilevante, le immagini relative a quell’evento possono essere estratte e conservate più a lungo per consegnarle alle autorità o utilizzarle per la tutela di un diritto. Ma la conservazione straordinaria deve riguardare lo specifico episodio, non l’intero archivio senza limiti.

Tutti i condomini possono vedere le registrazioni?

No. L’impianto condominiale non è una televisione a circuito chiuso a disposizione di tutti.

L’accesso deve essere riservato alle persone espressamente autorizzate e deve avvenire soltanto per le finalità stabilite. Le credenziali non dovrebbero essere diffuse tra i condomini, né le registrazioni possono essere mostrate durante l’assemblea per commentare abitudini e comportamenti dei residenti.

Quando si verifica un episodio, il condomino interessato può chiedere all’amministratore che le immagini vengano preservate e, se necessario, consegnate all’autorità giudiziaria o alla polizia. La richiesta deve essere tempestiva, perché i sistemi sono normalmente impostati per cancellare automaticamente i filmati dopo un periodo breve. L’accesso o la consegna devono inoltre tenere conto dei dati delle altre persone eventualmente riprese. Il Garante richiede che le persone autorizzate alla visione siano individuate e che l’accesso agli altri soggetti sia impedito, salvo le esigenze di indagine o di polizia. (Garante Privacy)

Le immagini possono essere usate come prova?

Le immagini acquisite lecitamente possono essere conservate e utilizzate per documentare un furto, un danneggiamento, un’aggressione, un accesso abusivo o un’altra condotta rilevante. Possono essere consegnate alle forze dell’ordine, all’avvocato o prodotte nel procedimento competente, rispettando le regole applicabili.

Questo non significa però che qualsiasi registrazione diventi lecita perché potrebbe servire come prova. Una telecamera installata in modo irregolare non viene automaticamente “sanata” dal fatto che abbia ripreso un comportamento scorretto. La liceità della raccolta dei dati e la possibilità di utilizzare il filmato nel singolo procedimento sono questioni distinte e devono essere valutate separatamente.

È inoltre sbagliato pubblicare i filmati in chat condominiali o sui social per identificare un presunto responsabile. La consegna all’autorità o l’utilizzo per tutelare un diritto è una cosa; la diffusione indiscriminata delle immagini è un’altra.

Si possono pubblicare nel gruppo WhatsApp del condominio?

No, non liberamente. Un filmato che mostra un condomino, un visitatore, un lavoratore o un corriere non dovrebbe essere inoltrato nel gruppo WhatsApp del palazzo per commentarne il comportamento o chiedere agli altri di identificarlo.

Le immagini di videosorveglianza sono dati personali. Devono essere utilizzate per la finalità per cui sono state raccolte e comunicate soltanto ai soggetti che hanno titolo per riceverle. La curiosità degli altri condomini non costituisce una giustificazione.

Anche quando si ritiene di aver ripreso un illecito, la strada corretta è conservare il filmato e rivolgersi all’amministratore, all’avvocato o alle autorità. La diffusione nel gruppo rischia di aggiungere una violazione della privacy, e talvolta della reputazione, al problema originario.

Attenzione alla sicurezza informatica

Le telecamere collegate a Internet possono essere controllate da remoto e spesso inviano i filmati a server esterni. Password deboli, applicazioni non aggiornate e credenziali condivise possono consentire a estranei di accedere alle immagini dell’abitazione o del condominio.

Il Garante richiama espressamente la necessità di proteggere i dati raccolti dalle smart cam con misure di sicurezza adeguate. In concreto, è opportuno utilizzare password robuste e diverse da quelle predefinite, attivare l’autenticazione a due fattori quando disponibile, aggiornare il dispositivo, limitare il numero degli account autorizzati e verificare dove vengano conservate le registrazioni. (Garante Privacy)

Una telecamera installata per aumentare la sicurezza non deve diventare una porta digitale aperta verso la vita privata dei residenti.

Cosa può fare il vicino che si ritiene ripreso?

Chi ritiene che una telecamera privata riprenda il proprio appartamento, la propria porta o i propri spostamenti dovrebbe prima di tutto verificare, per quanto possibile, l’orientamento del dispositivo e chiedere chiarimenti scritti al proprietario.

Può richiedere che l’angolo visuale venga modificato, che siano applicate mascherature, che la registrazione audio venga disattivata o che il dispositivo venga rimosso se non è possibile limitarne la ripresa. È opportuno coinvolgere anche l’amministratore, soprattutto quando la telecamera è installata su una parte comune o quando la questione riguarda il regolamento, il decoro o l’utilizzo dell’edificio.

Se la situazione non viene risolta, si possono valutare una diffida formale, un reclamo o una segnalazione al Garante nei casi in cui sia applicabile la disciplina sulla protezione dei dati, nonché la tutela giudiziaria civile. Nei casi più gravi, quando il dispositivo viene utilizzato per procurarsi indebitamente informazioni sulla vita privata altrui, possono venire in rilievo anche profili penali, da valutare sulla base delle concrete modalità di ripresa. Lo stesso Garante collega il limite dell’inquadratura privata alla necessità di evitare possibili interferenze illecite nella vita privata ai sensi dell’art. 615-bis c.p. (Garante Privacy)

Cosa deve fare chi vuole installare una telecamera

Prima di acquistare il dispositivo, bisogna verificare se sia davvero possibile configurarlo in modo da non riprendere parti comuni e proprietà altrui. Non basta affidarsi alle immagini pubblicitarie del produttore.

Occorre controllare:

  • ampiezza dell’angolo visuale;
  • possibilità di restringere l’inquadratura;
  • presenza di mascherature digitali;
  • attivazione automatica al passaggio;
  • registrazione continua o soltanto su chiamata;
  • presenza del microfono;
  • durata della conservazione;
  • archiviazione locale o nel cloud;
  • numero degli utenti che possono accedere;
  • misure di sicurezza disponibili.

Il dispositivo dovrebbe essere configurato con il campo visivo minimo indispensabile, audio disattivato, tempi di conservazione ridotti e accesso protetto. Se non è possibile evitare la ripresa del pianerottolo o della porta del vicino, la scelta più prudente è utilizzare un sistema meno invasivo oppure proporre al condominio un impianto comune regolarmente deliberato.

Gli errori da evitare

Il primo errore è pensare che basti essere proprietari di un appartamento per poter riprendere il pianerottolo. Il secondo è credere che, se il sistema non registra, non esista alcun problema: anche la visione in diretta può costituire controllo delle persone.

Il terzo errore è utilizzare il videocitofono intelligente come una telecamera permanente. Il quarto è lasciare attivo il microfono. Il quinto è inquadrare la porta del vicino o l’ascensore. Il sesto è pensare che un cartello renda lecita qualsiasi ripresa. Il settimo è condividere filmati nei gruppi WhatsApp o sui social.

Per il condominio, gli errori principali sono installare l’impianto senza delibera, conservare le immagini troppo a lungo, permettere a tutti di accedere alle registrazioni, utilizzare password condivise e non predisporre un’informativa completa.

Conclusione

Il singolo condomino può proteggere la propria abitazione con una telecamera o un videocitofono intelligente, ma deve limitare rigorosamente le riprese agli spazi di sua esclusiva pertinenza. Non può controllare il pianerottolo, l’ascensore, le scale o la porta del vicino solo perché questi spazi si trovano davanti alla sua abitazione.

Se la videosorveglianza deve riguardare le parti comuni, la decisione spetta all’assemblea con la maggioranza prevista dagli artt. 1122-ter e 1136 c.c. L’impianto condominiale deve poi rispettare le regole sulla trasparenza, sulla minimizzazione delle immagini, sulla sicurezza, sugli accessi e sulla durata della conservazione.

In sintesi: proteggere casa è legittimo; sorvegliare i vicini no. La telecamera deve essere orientata verso ciò che si vuole difendere, non verso la vita degli altri. Prima di installarla bisogna controllare l’inquadratura, disattivare le funzioni inutili e scegliere una soluzione proporzionata. Una telecamera installata male non aumenta la sicurezza del condominio: crea soltanto una nuova lite.

Per informazioni e assistenza sull’argomento, info@studiotantalofornari.it e 0632609190 (anche Whatsapp)

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Cani e gatti in condominio: il regolamento può davvero vietarli?

La legge tutela chi vive con un animale domestico, ma questo non significa che in condominio tutto sia consentito

Cani e gatti sono sempre più presenti nelle case degli italiani. Per molte persone non sono semplicemente “animali”, ma parte della vita familiare. Proprio per questo, quando in condominio nasce una lite sulla loro presenza, il conflitto diventa facilmente molto acceso: da una parte chi rivendica il diritto di vivere con il proprio animale, dall’altra chi lamenta rumori, odori, uso scorretto delle parti comuni o timori per la sicurezza.

La domanda, allora, è semplice e molto concreta: il regolamento condominiale può vietare di tenere cani, gatti o altri animali domestici in casa?

La risposta di partenza è chiara: l’art. 1138 c.c., dopo la riforma del condominio del 2012, stabilisce che “le norme del regolamento non possono vietare di possedere o detenere animali domestici”. È una formula molto netta, che ha cambiato profondamente il modo di affrontare queste controversie. (Brocardi)

Il principio generale: il condominio non può vietare gli animali domestici

La regola oggi è che il regolamento condominiale non può contenere un divieto assoluto di possedere o detenere animali domestici. Questo vale certamente per il regolamento approvato dall’assemblea a maggioranza: i condomini, con una semplice votazione, non possono decidere che un proprietario o un conduttore non possa tenere un cane o un gatto nel proprio appartamento.

Il motivo è abbastanza intuitivo: una clausola di questo tipo inciderebbe direttamente sul modo in cui il singolo utilizza la propria abitazione. L’assemblea può regolare l’uso delle parti comuni e la vita condominiale, ma non può comprimere in modo arbitrario il diritto del singolo di vivere nella propria casa con un animale domestico.

Questo però non significa che il proprietario dell’animale possa ignorare il condominio. La legge tutela la possibilità di tenere animali domestici, non il diritto di disturbare gli altri.

E se il divieto è contenuto in un regolamento contrattuale?

Qui il discorso diventa più delicato.

Il problema riguarda i regolamenti condominiali cosiddetti contrattuali, cioè quelli predisposti originariamente dal costruttore e richiamati negli atti di acquisto, oppure approvati da tutti i condomini. Prima della riforma del 2012, alcune clausole di regolamenti contrattuali vietavano espressamente la presenza di animali negli appartamenti o nelle parti comuni.

Dopo l’introduzione dell’ultimo comma dell’art. 1138 c.c., ci si è chiesti se quel divieto valga anche contro le clausole contrattuali già accettate dai condomini. Su questo punto non è corretto semplificare troppo. Una parte della giurisprudenza ritiene che il divieto posto dall’art. 1138 c.c. valga anche per i regolamenti contrattuali, valorizzando la nuova sensibilità dell’ordinamento verso il rapporto tra persona e animale domestico. In questa direzione viene spesso richiamata la sentenza del Tribunale di Cagliari n. 134/2025, che ha ritenuto nulla anche una clausola contrattuale che vietava animali domestici in condominio. (ilDiritto – Quotidiano giuridico)

Altri orientamenti, invece, continuano a distinguere tra regolamento assembleare e regolamento contrattuale, sostenendo che le limitazioni convenzionalmente accettate dai condomini possano conservare una propria rilevanza. Proprio per questo, quando esiste una clausola di vecchio regolamento che vieta animali, bisogna leggerla con attenzione, verificare la natura del regolamento, controllare se sia stata accettata negli atti di acquisto e valutare l’orientamento del giudice eventualmente chiamato a decidere. La materia, soprattutto sul regolamento contrattuale, resta discussa. (Ingenio)

L’assemblea non può vietare cani e gatti a maggioranza; se invece esiste un regolamento contrattuale, la questione va esaminata caso per caso, anche se l’orientamento più favorevole alla presenza degli animali domestici è sempre più significativo.

Animali domestici non significa qualsiasi animale

Un altro aspetto da non trascurare riguarda la parola “domestici”. L’art. 1138 c.c. parla di animali domestici, non di qualunque animale.

Cani, gatti e altri animali normalmente destinati alla vita domestica rientrano nella tutela. Diverso può essere il discorso per animali pericolosi, esotici, non compatibili con la vita in condominio o detenuti in violazione di norme speciali. Anche qui il buon senso giuridico è importante: la norma serve a impedire divieti generali e pregiudiziali, non a consentire situazioni rischiose o incompatibili con la sicurezza e l’igiene del fabbricato.

Il cane può abbaiare? Sì, ma non tutta la notte

Il punto vero, nella maggior parte delle liti, non è la presenza dell’animale in sé. È il modo in cui l’animale viene gestito.

Un cane può abbaiare occasionalmente. È normale. Ma se abbaia per ore, soprattutto di notte, il problema diventa diverso. Si passa dal diritto di detenere un animale domestico al dovere di non arrecare disturbo agli altri condomini. Lo stesso vale per odori, deiezioni non raccolte, uso scorretto dell’ascensore o delle scale, animali lasciati liberi senza controllo negli spazi comuni, aggressività verso altri condomini o altri animali.

Il proprietario dell’animale deve adottare tutte le cautele ragionevoli: usare guinzaglio dove necessario, pulire immediatamente, evitare che l’animale arrechi danni o disturbi, rispettare le regole condominiali sull’uso delle parti comuni, intervenire se l’animale manifesta comportamenti problematici. In altre parole, la legge dice che il condominio non può vietare in astratto la presenza dell’animale; non dice che il proprietario sia esonerato da responsabilità.

Cosa può fare il condominio

Il condominio non può vietare genericamente la presenza di animali domestici, ma può disciplinare l’uso delle parti comuni in modo ragionevole. Può prevedere, ad esempio, regole sull’uso dell’ascensore, sulla pulizia degli spazi comuni, sull’obbligo di evitare che gli animali siano lasciati liberi nelle aree condominiali, purché queste regole non diventino un divieto mascherato.

Se poi vi sono comportamenti concreti che arrecano disturbo o danno, il condominio può intervenire. L’amministratore può richiamare formalmente il condomino, l’assemblea può deliberare iniziative, e nei casi più seri si può agire giudizialmente per far cessare le immissioni intollerabili, ottenere il risarcimento dei danni o far rispettare il regolamento.

Il punto, però, è che bisogna documentare i fatti. Non basta dire “il cane disturba” o “il gatto crea problemi”. Servono episodi precisi, testimonianze, eventuali segnalazioni, fotografie, video, relazioni, interventi documentati. Come in tutte le liti condominiali, la differenza la fa la prova.

Cosa deve fare chi vive con un animale

Chi vive con un cane o un gatto in condominio dovrebbe evitare di impostare la questione come una sfida ai vicini. È vero che il regolamento non può vietare gli animali domestici, ma è altrettanto vero che la convivenza condominiale richiede attenzione.

Il comportamento più prudente è semplice: informarsi sulle regole del condominio, evitare che l’animale sporchi o danneggi le parti comuni, non lasciarlo libero negli spazi condivisi, intervenire se abbaia in modo continuo, non sottovalutare le lamentele dei vicini e cercare soluzioni pratiche prima che il conflitto degeneri.

Molte cause nascono non perché un condomino ha un cane, ma perché gli altri hanno la sensazione che quel condomino non si preoccupi minimamente del disagio provocato. Spesso il problema non è l’animale. È la gestione dell’animale.

Cosa deve fare chi si lamenta

Anche chi subisce il disturbo deve muoversi con equilibrio. Chiedere immediatamente che l’animale venga allontanato è, nella maggior parte dei casi, una strada poco realistica. Meglio partire dai comportamenti concreti: rumori in determinati orari, mancata pulizia, odori, aggressività, uso improprio delle parti comuni.

Una diffida generica rischia di irrigidire il rapporto. Una segnalazione precisa, invece, può essere molto più efficace: indicare date, orari, episodi, conseguenze e richieste pratiche. Ad esempio: evitare che il cane venga lasciato solo sul balcone per ore, usare il guinzaglio negli spazi comuni, pulire immediatamente, non usare determinate aree condominiali come zona di sosta dell’animale.

Il diritto funziona meglio quando parte dai fatti, non dalle esasperazioni.

Perché queste liti si risolvono bene in mediazione

Le controversie sugli animali in condominio sono particolarmente adatte alla mediazione. Il motivo è semplice: quasi mai il vero obiettivo è ottenere una sentenza astratta sul cane o sul gatto. Di solito le parti hanno bisogno di regole di convivenza.

Il proprietario vuole continuare a vivere con il proprio animale. I vicini vogliono tranquillità, pulizia, sicurezza e rispetto degli spazi comuni. Questi interessi non sono necessariamente incompatibili. In mediazione si possono costruire soluzioni pratiche: orari e modalità di gestione, impegni sulla pulizia, uso del guinzaglio, accorgimenti per ridurre i rumori, individuazione di un referente, regole sull’ascensore o sul cortile, eventuale intervento di un educatore cinofilo nei casi più problematici.

Una sentenza può dire chi ha ragione o chi ha torto. Un accordo, invece, può stabilire come si vive meglio nello stesso palazzo. Ed è per questo che molte liti condominiali di questo tipo, se affrontate presto e con metodo, possono chiudersi bene in mediazione.

Conclusione

Il regolamento condominiale non può vietare in modo generale di possedere o detenere animali domestici. L’art. 1138 c.c. è chiaro e tutela una dimensione ormai sempre più rilevante della vita familiare. Sul regolamento contrattuale esistono ancora discussioni, anche se alcune decisioni recenti, come quella del Tribunale di Cagliari del 2025, hanno affermato la nullità anche di clausole contrattuali di divieto.

Ma il diritto di tenere un animale non è un lasciapassare per ignorare gli altri condomini. Chi vive con un animale deve rispettare quiete, igiene, sicurezza e parti comuni. Chi si lamenta deve documentare i problemi concreti e non pretendere divieti generalizzati che la legge non consente.

In sintesi: cani e gatti possono vivere in condominio, ma devono viverci insieme ai loro proprietari in modo compatibile con i diritti degli altri. E quando il conflitto nasce, prima di trasformarlo in una guerra di pianerottolo, spesso vale la pena provare una mediazione seria.

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